UNA BAMBINA CHIAMATA ARI

IO A SEI MESI - LA MIA PRIMA FOTO

LA MIA AUTOBIOGRAFIA

 

da due giorni sto scrivendo la mia autobiografia

le ho imposto come titolo

 

UNA BAMBINA CHIAMATA ARI

 

  E'scritta così di getto.

In questi giorni tutto sta tornando a galla con una violenza micidiale.

 

Nel testo non ci sono sempre le maiuscole, solo quelle che mette automaticamente il programma di scrittura del mio pc.

non ci sono capitoli non c'è interruzione di alcun genere..

Di certo troverete diversi errori di battitura

ma ve la propomgo così come l'ho scritta. 

Qui la prima parte che narra fino al 1982..

 

Perchè la scrivo?

Perchè la mia vita è una favola. una favola cattiva, ma una favola.

Così com'è. raccontando solo i nudi fatti senza tanto romanzarci sopra.

Forse accadrà qualcosa il 21 di questo mese.

Forse accadrà qualcosa solo a me..

Aallora voglio raccontare tutto quanto.

Come l'ho vissuto e lo ricordo io.

Forse chi l'ha vissuto con me, se lo leggerà, - di certo non i miei familiari più stretti, ma altri si - diranno: non è vero, le cose non sono andate così.

Ma se è vero che sono pazza, che ho uno sguardo malato sulla e della realtà, ebbene, per me questa che narro è la mia verità, la mai realtà.

Quello che io ho vissuto.

 

E forse è tutta una menzogna.

E forse è solo un sogno.

 

 

UNA BAMBINA CHIAMATA ARI

 

 

Sono nata il primo febbraio 1955 con taglio cesareo.

Ero anossica. Sono stata creduta morta ma rianimata con bagni di acqua calda e gelata in susseguenza.

Pesavo 4200 grammi.

Il mio nome lo scelse mio fratello in onore di una bimba di cui lui era invaghito. La casa era dei miei nonni paterni, defunti, una vecchia casa molto grande in via Natale Dell'Amore..

un nome, un programma..

Sono stata attaccata per tre giorni al seno di una balia, mia madre ebbe una emorragia. Rischiò di morire.

Dopo tre giorni mi attaccarono al suo seno ma il suo latte non era adatto a me.

Contrassi una gastroenterite molto grave e a sei mesi pesavo come il giorno della mia nascita.

Fui salvata con un antico rimedio da un farmacista della mia città: l'acqua seconda di calce.

Ma il dolore all'intestino bruciato era forte.

Piangevo sempre.

Mia madre mi volle far nascere per risolvere il troppo attaccamento che mio padre aveva per mio fratello, maggiore di 5 anni.

Mio padre era convinto che sarebbe morto a 49 anni come entrambi i suoi genitori e non voleva lasciare altri orfani in giro.

Alla nascita avevo i capelli rossi, che mia madre detestava..

mi rasò a zero per cercare di farli ricrescere più scuri. Lo fece più volte nel corso della mia infanzia.

Continuavo a piangere. In casa erano tutti fuori di testa. A meno di un anno mia madre, esasperata, mi mise sulle sue ginocchia e mi sculacciò di santa ragione.. questa cosa mi fu raccontata molte volte da lei.. con orgoglio.

Quando mia madre si lamentava di me, cioè sempre, mio padre le rispondeva: l'hai voluta? Goditela.

Mio fratello fu furiosamente geloso di me.

Entro i tre anni contrassi anche una verminosi intestinale che mi infastidì molto.

Continuavo a piangere. Mia madre mi fece smettere dicendo a tutti coloro che mi facevano complimenti per la mia bellezza: sarà pure bella, ma piange sempre. Io, orgogliosa e permalosa, smisi di piangere.

A tre anni fui operata di tonsille ed adenoidi che erano ipertrofiche e mi impedivano di respirare.

Ricordo tutto perfettamente, anche la susseguente emorragia ed il cuscino intriso di sangue.

Sempre prima di quell'età morì il mio nonno materno di cui ho un ricordo dolcissimo.

Un giorno mi svegliai, forse avevo due anni, forse meno. Chiamai mia madre ma lei non rispose. Non c'era, era uscita. Io mi spaventai a morte. E piansi fino a rimanere senza respiro in preda ad un terrore totale. Quando rientro mi sgridò aspramente.

Zoppicavo.. avevo una sublussazione all'anca e la gamba destra più corta.. ma crescendo verso i tre anni mi riequilibrai da sola.

Lasciammo quella casa che fu demolita per costruirvi sopra un condominio ed andammo ad abitare in un appartamento in un'altra vecchia casa di proprietà di un medico, amico di mio padre

Andai alla scuola materna.

Soffrivo di improvvisi dolori alla pancia. Durò fino alle superiori. Improvvisi e forti da dovermi stendere per qualche ora. Nessuno seppe mai cosa fosse.

Da adulta mi venne un'ulcera pilorica.. forse era quella anche allora.

Ero molto vivace.

Non stavo mai ferma né zitta. Ciò infastidiva tutti.

Soffrivo di enuresi notturna. Fino a otto dieci anni fu una cosa costante.. diradò fino a scomparire con l'adolescenza ma l'ultimo episodio mi accadde dopo i vent'anni.

Avevo un notevole appetito ma il cibo mi veniva misurato per una presunta pinguedine con la quale mi ha sempre tormentato mia madre. Nelle foto dell'epoca io non ero affatto pingue.

Quando dormivo dondolavo continuamente la gamba destra, per tutta la notte. Senza smettere. Non riuscivo a trattenermi né a dormire se non lo facevo.

A tre/quattro anni ebbi la mia prima esperienza di giochi sessuali con un mio cuginetto. Fui vista e sgridata aspramente.

A cinque anni avevo già imparato a leggere e scrivere e volli assolutamente andare alle elementari.

Fui privatista senza saperlo in una classe normale in prima. Diedi un esame d'accesso per la seconda. Dissero a mia madre che ero un genio.

In classe la mia maestra si accorse che scrivevo con la testa appoggiata sul banco. Fui fatta visitare da un oculista che mi trovò già gravemente miope con una forte differenza tra un occhio e l'altro.. il destro era allora giù a meno otto. Il sinistro a meno tre. Mi misero gli occhiali e da allora fui "balena quattrocchi" per tutti coloro che mi volevano prendere in giro.

Il difetto alla vista mi faceva cadere e sbattere contro ogni cosa. Ma mia madre mi sgridava accusandomi di essere sbadata. E se piangevo perché mi ero fatta male, mi sculacciava, così avrei pianto per qualcosa di serio!!!!

Avevo il terrore del buio. Giacevo paralizzata dalla paura sapendo che una mano gelida di vampiro sarebbe spuntata da sotto il letto e mi avrebbe ghermito. Avevo paura anche dei polizieschi, eccetera...

Ma la luce doveva essere spenta e io non dissi mai a nessuno delle mie folli paure, delle mie notti di paralisi.

Avevo anche il terrore dei ragni. Ne trovai uno sopra la mia testa verso i quattro/cinque anni. Mentre sedevo sul gabinetto. Da allora mi recai in bagno sempre con l'ombrello!

Nel frattempo ci eravamo trasferiti nella cadente casa della prozia di mio padre, anziana e sola, per prenderci cura di lei fino alla morte, che avvenne verso i miei otto anni.

Queste paure mi scomparvero solo in età adulata avanzata.. quella dei vampiri, quando conobbi i bancari!!

Dall'età di sei anni fino agli undici fui soggetta a continue molestie sessuali da parte del mio parroco. Quando la cosa venne alla luce tramite la mia amica che subiva lo stesso trattamento, fu tutto messo a tacere. Nessuno mi disse nulla.. neppure una parola.

A otto/nove anni mi venne un grosso bugno sulla tibia destra. Durò mesi. Mio padre lo spremeva per togliere un essudato. Faceva molto male.

Desideravo fortemente un cagnolino od un gattino ma mi venne negato.

Altrettanto fortemente desideravo una sorellina.

Mio fratello mi angariava e mi detestava.

Mi sentivo molto molto sola.

Ma ella non fu mai messa al mondo.

A otto anni, mentre ero in vacanza in una colonia montana, accusai un forte dolore ai talloni. Le radiografie mostrarono formazioni di cisti alle anche. Mi fu ordinato di non fare movimento fisico altrimenti avrebbero dovuto operarmi.. io ero molto vivace e quello fu un grosso problema per me.

La stessa estate caddi a viso in giù e mi spezzai uno degli incisivi superiori.

Mi sentivo sempre molto sola e tutte le estati andavo ad un turno o due di colonia al mare. Mi piaceva molto.

Continuavo ad essere spesso vittima di incidenti e mia madre, quando accadeva, continuava a sculacciarmi.

Qualsiasi cosa le chiedessi, la sua risposta era sempre e solo: NO.

Alla stessa età finalmente il condominio che mio padre fece costruire sull'area dell'antica casa dove era nato – ed io pure – fu terminato e ci trasferimmo lì.

Amavo andare a scuola, ero molto brava.

Leggevo sempre. Chiedevo sempre libri in regalo per ogni occasione.

Ma ero molto vivace. Passavo fuori casa tutti i pomeriggi giocando con i maschi e come loro. A calcio, soprattutto.

Ero il portiere.

Il problema del cibo stava crescendo. Ero molto golosa e sempre affamata.

A dieci anni e mezzo ebbi le mie prime mestruazioni.

A undici anni morì mio padre, improvvisamente, dopo tre mesi di malattia. Un blocco renale. Aveva 49 anni, come da lui previsto.

Per noi fu uno shock. Io lo adoravo. Era l'unica persona in famiglia che mi apprezzasse. Mia madre mi sgridava e mi puniva continuamente. Mio fratello voleva solo che io lo ignorassi, esattamente come lui ignorava me.

Fino a quel momento lui era stato l'unione della nostra famiglia.

Soffrii molto.

Mia madre cadde in depressione forte. Cominciarono problemi economici. Dovette vendere alcuni degli appartamenti che erano di proprietà di mio padre. Aprì un negozio e si tuffò nel lavoro.

Fino a quel momento avevamo trascorso ogni estate nella villetta al mare della sorella di mio padre, le due famiglie unite. Noi quattro e loro quattro.. poi poco prima che mio padre morisse arrivò il loro terzo figlio..

Io soffrivo intensamente di solitudine. Non riuscivo ad avere un rapporto soddisfacente con nessuno.

Odiavo il mondo e la sua crudeltà.

A dodici anni ingerii una intera confezione di tavor di mia madre. Poi, spaventata, chiamai la mia professoressa d'Italiano delle medie, alla quale ero molto legata. Mi fece del caffè e mi tenne sveglia. Ne venni fuori. Lei non disse nulla a mia madre. Provò ad accennarle, durante un'udienza, dei mie problemi e sofferenze, ma mia madre si ribellò. Le disse che aveva idee strane in testa e a me comandò di non frequentarla ed ascoltarla perché mi stava montando la testa.

A dodici anni conobbi quello che divenne il mio primo ragazzo e poi il primo marito.

Non ero innamorata di lui. Ma lui lo era di me. Ed io mi sentivo tanto sola. Quindi mi misi con lui. Lui era molto presente ed affettuoso.. io avevo assolutamente bisogno di lui.

Ma la sua presenza non mi riempiva.

Fin da bambina piccolissima avevo sentito una forte attrazione per le donne. A cominciare dalla mia maestra della scuola materna e poi per altre bambine, mie compagne di scuola o di giochi.

Durante quegli anni avevo una vita onirica ad occhi aperti intensissima. Passavo ore ed ore, soprattutto la notte, vivendo storie, vite che mi narravo nella mente con tutti i particolari.

In queste vite io non ero una donna ma un uomo anche se di natura assai diversa dagli uomini che avevo incontrato.

Ero io ma non ero la bambina o la giovanetta, ero un essere assai più complesso che incentrava in se stesso sia la figura femminile che quella maschile dei miei sogni.

Per fare un esempio, rivivevo intensamente più volte una scena in cui su di una carrozza aperta, tipo troika, tirata da cavalli, sotto la neve, io ero una bellissima fanciulla con accanto a me un aggraziato e dolcissimo cavaliere. Ma, nel momento preciso in cui colui si chinava su di me per darmi il primo agognato bacio, ecco che io diventavo lui ed ero io a baciare la bellissima fanciulla.

Ma questo pensiero non giunse mai a farsi consapevolezza.

È ben vero che fin da assai piccola di nascosto da tutti mi radevo il viso usando il pennello e la schiuma di mio padre e mimando nello specchio i suoi gesti.

E anche che, molto spesso, urinavo in piedi a cavalcioni del wc cercando di comportarmi come se avessi un pene.... così come è vero che ero un maschiaccio nel mio modo di comportarmi, chiassoso, poco elegante e composto – cosa che faceva impazzire mia madre - ma ciò non mi ha mai portato a non sentirmi donna. A non desiderare da sempre di avere bambini. Di avere il seno. Di essere amata come una donna.

Quindi il mio stato d'animo era assai confuso.

Vissi perciò con quel mio primo uomo tutte le tappe dell'emancipazione sessuale di una giovane donna.

Anche se alle spalle avevo una lunga serie di giochi erotici praticati con compagni di gioco e cugini.

Ma con lui ebbi il mio primo bacio, a dodici anni, il primo petting, pochi mesi dopo, il primo rapporto completo, a quindici anni.

Ma le emozioni che provai furono assai blande ed incolori.

Erano praticamente atti di autoerotismo.

Questa mancanza di un vero trasporto mi portò a lasciare quel ragazzo diverse volte, ma il suo dolore e la mia acre solitudine mi riportarono sempre a cercarlo e riprenderlo con me.

Nel frattempo frequentai con grande facilità e successo le scuole medie, vivendole come una esperienza bellissima.

Cominciai a spaziare nelle mie letture e, dai libri per ragazzi che avevo letto e stra-letto nei suoi classici, passai a romanzi e soprattutto poesie. Lessi tutta l'opera di Quasimodo, Montale ed Ungaretti, per poi accedre a Lorca e Jimenez..

Leggevo in continuazione, soprattutto la notte e fino a notte fonda, togliendomi gli occhiali e premendo la mano sull'occhio destro in modo da poter eliminare la doppiezza delle immagini.

Cominciai anche il volontariato andando tutti i giorni dalle orfanelle per aiutarle a fare i compiti.

Volevo loro molto bene e regalai loro tutti i miei libri infantili, i miei balocchi, bambole ed altro.

Poi la domenica mattina andavo all'ospizio a trovare qualche vecchietta. Lo feci per anni.

Feci anche parte di un gruppo di aiuto per ragazzi spastici che aveva sede a Parma, creato da Frati Saveriani.

Mi recavo là in treno la domenica mattina e ne tornavo la sera.

Ma il mio ragazzo si sentiva messo da parte e questo mi portò poi ad abbandonare queste attività verso i sedici anni.

Mi allontanai dalla chiesa cattolica perché non ammetteva la vita sessuale fuori dal matrimonio e perchè non operava la povertà.

Fin da piccolissima avevo vissuto un intenso amore mistico per Dio Padre e Gesù Cristo. Ero assidua alle celebrazioni, con profonda partecipazione emotiva. Ma quando mi confessai per la prima volta non ebbi il coraggio di ammettere i miei "atti impuri" e quindi mi sentivo in peccato mortale...

Questo mi faceva soffrire moltissimo e piangevo sempre, quando mi comunicavo.. ma dentro di me qualcosa mi diceva che quello che io avevo fatto non era "peccato".

Quindi mi rifiutavo di chiederne perdono, inoltre il coinvolgimento atroce con il mio parroco confessore mi aveva portato a non poter affrontare quello che era successo parlandone con lui.

Mi aveva plagiato in modo terrificante.

A sette anni già sapevo tutto sui rapporti sessuali e sulle pratiche più disparate tra un uomo ed una donna.

Lui, il prete, me le aveva raccontate dicendomi che lo faceva per mostrarmi cosa non fare.!!!

Come mi insegnò nello stesso modo a masturbarmi.

Perciò tutte queste mie naturali pulsioni che io sentivo in modo impellente, data la mia natura estremamente passionale, vennero vissute con un senso di colpa pazzesco.

Si era creato in me un bisogno giornaliero di soddisfare quelle pulsioni così grandi perché il desiderio di quest'uomo era così marcio e profondo che mi aveva invaso e contagiato totalmente. E sempre cercavo i coetanei ed i cuginetti..

 

 

Quando passai la santa cresima avevamo abiti da sposa con il velo di tulle e candele accese in mano. Il mio velo prese fuoco e solo la presenza di uno dei presenti che me lo strappò dal capo buttandomi addosso la sua giacca, scongiurò la tragedia. Mi bruciai solo un pò i capelli ed una mano. Io pensai che Dio mi avesse punito perché non ero giunta pura al suo altare.

Solo durante quella vacanza nella colonia montana trovai il coraggio di confessare il mio gravissimo peccato ad un prete estraneo, che minimizzò la cosa, assolvendomi con un piccolo compito di preghiere extra!!!

Ed io mi sentii molto meglio.

Ma il conflitto tra il mio desiderio sessuale che era impellente ed i veti della chiesa mi portarono ad allontanarmene definitivamente quando entrai in quarta ginnasio.

L'ingresso alle scuole superiori fu bellissimo. Adoravo andare a scuola era tutta la mia vita. Entrai immediatamente a far parte del Movimento Studentesco diventandone un leader.

Questo durò per tutti i cinque anni di frequenza al liceo classico. Vicepresidente dell'assemblea, relatrice sempre in primo paiano in ogni occasione, organizzatrice di manifestazioni, occupazioni ed attività varie. Militai nel Manifesto per un po'. Andavo a giocare a ping pong, abbandonato l'oratorio, all'associazione Italia-Cina

Cercai di imparare a fumare, come facevano tutti, ma vomitavo e tossivo. Non ci riuscii mai. E neppure potevo bere, per la stessa ragione. Il mio stomaco non accettava nulla di simile.

in compenso mangiavo moltissimo, soprattutto dolci.

Avevo del denaro,fin dalla prima elementare ho ricevuto una paghetta settimanale, che ho usato per comprarmi libri e dolci,

il mio cibo..

Con il mio ragazzo ogni giorno erano abbuffate e comincia ad ingrassare, pesavo circa 65/70 chili per un'altezza di 165 centimetri.

Mia madre mi torturava, vedendomi obesa.

Il nostro rapporto era sempre più teso e difficile. Nulla di quanto io facessi le andava bene e ogni cosa la dovevo strappare con lunghe insistenze.

A quindici anni cominciai a cucinare io, detestavo i lavori domestici e così lei, oberata dall'impegno del negozio, mi consegnò la conduzione della cucina, tenendo per sé le pulizie. Mi rivelai un'ottima cuoca.

A quattordici anni, dopo lunghissime insistenze, ebbi il mio primo motorino: un Guzzi Dingo a tre marce a mano.

Mia madre mi anticipò il denaro. Costava quarantacinquemila lire, che io le restituii con lo stipendio della mia prima estate lavorativa, in un magazzino per lo smistamento della frutta. L'economia era fiorente e si trovava lavoro facilmente.

Lavorai ogni estate della mia gioventù e percepii per tutti i miei anni scolastici una borsa di studio, ottenuta con le mie alte votazioni. Il denaro venne dato sempre a mia madre.

Che però, ripeto, non me ne fece mai mancare per le mie spese personali, che gestivo autonomamente.

Il motorino fu una immensa passione. Passavo tutti i pomeriggi in sella, facendo lunghi giri per le colline od andando al mare. Ero spericolata! l'anno successivo vendetti quel motorino, che era troppo lento e ne comprai un altro a quattro marce a piede che faceva quasi i novanta. Ebbi due incidenti, che non confessai mai a mia madre, nel più grave di questi mi feci una ferita profonda su di uno stinco che impiegò diversi mesi a guarire. Dissi che ero caduta ed avevo sbattuto contro un marciapiede. Ma d'altronde mia madre non aveva tempo di badare a me e neppure la voglia. Godevo di una libertà totale ed assoluta. Lei non era mai in casa. Usciva spessissimo anche la sera. Ebbe relazioni con altri uomini, che mi raccontava come ci si racconta ad una amica.- questo mi faceva soffrire ma ero contenta per lei. Vederla sola e sofferente era per me intollerabile. D'altronde il mio modo di essere era così adulto anche da bambina che nessuno mai ha provato per me tenerezze e senso di protezione. Sono sempre stata io quella che lo esercitava sugli altri.... su tutti, amici e parenti, madre compresa. Mi presi cura durante la mia adolescenza di tutte le mie zie, altri parenti ed amici quando si recavano in ospedale per una qualche operazione, parto o altro. Mi recavo quotidianamente a trovarli per le bisogne. Quando avevo 15 anni mori mia nonna materna. Ella fu una figura altrettanto dura e critica nei miei confronti quanto quella di mia madre. Ma quando venne ricoverata per mesi, dato che soffriva di cuore, mi chiese di recarmi ogni pomeriggio a trovarla per lavarla ed altro. Mi insegnò come dovevo fare. Ed io lo feci fin quando fu necessario. …

Ma quando si spense io ero in collegio.

Dato che fu detto a mio zio, fratello di mia madre, che io ed il mio ragazzo eravamo stati visti a baciarci per le strade, ella mi convinse ad andarmene in collegio.

Io accettai. La casa era così sola e vuota e desolata e triste che l'idea mi piaceva persino.

Ci rimasi tre mesi, il primo trimestre della quinta ginnasio. Era un collegio retto da suore in viale Michelangelo, a Firenze. Fu un'esperienza molto bella quanto tristissima. Ma, dato che ero assai brava negli studi e molto fervente di fede, soprattutto per i canti sacri, mi feci amica di alcune suore, soprattutto due, che mi permisero di sentirmi meno sola. Una lavorava nella materna e mi coinvolgeva sempre nelle sue attività per i piccoli. Le altre convittrici erano impegnate ore ed ore nello studio.. io in pochi minuti eseguivo tutti i compiti con ottime votazioni. Questo mi fece esonerare dallo stare rinchiusa nella sala di studio e mi fu permesso di passeggiare nel parco o recarmi appunto a fare altre attività. Addirittura pattinavo lungo i corridoi infiniti di quella antichissima costruzione. Mi volevano bene, la domenica mattina c'erano sempre biglietti per i matineè di musica classica la teatro comunale di Firenze, nessuna voleva mai andare, io l'adoravo e così ogni domenica assistetti a spettacoli memorabili. Ascoltai Muti quando era agli esordi, anche Abbado. Fu molto bello.

La domenica pomeriggio mi recavo nella vicina parrocchia a tenere lezione di religione ai bambini..

Ho sempre amato la vita di gruppo, da bambina negli scout, prima nelle coccinelle, poi nelle guide durante le superiori. Peccato solo che non potevo partecipare ai campeggi per il mio problema alle anche.

Cantavo. Adoravo cantare . Ero intonata ed avevo una voce potente. Cantavo nel coro della chiesa, negli scout, per cinque anni si misero in scena operette con il parroco pedofilo.

Alle elementari fui scelta per cantare nel Teatro Comunale davanti al Vescovo, in uno spettacolo di canzoni in suo onore..

Io scelsi la canzone Milord.... e scandalizzai tutti!

Poi dalla quinta ginnasio presi parte ad un gruppo teatrale di canto politico ed anarchico. Cantai molte volte in pubblico.

In collegio, prima delle vacanze di Natale, mi ammalai.

Una grave epistassi che non si voleva fermare mi piombò in un'anemia, così mia madre mi ritirò dal collegio e mi fece tornare a casa.

Mi rimisi con il mio ragazzo e cominciai a fare più confusione di prima. Alla fin fine stavo meglio in collegio, lo rimpiansi.

Anche perché durante quei mesi ebbi l'unica dimostrazione di affetto da parte di mio fratello, che mi scrisse qualche bellissima lettera. Cosa che mi riempì ulteriormente di amore per lui. Ma quando tornai a casa, riprese ad ignorarmi e scansarmi, gridandomi contro in ogni occasione.

Convinsi mia madre a tenere con me prima un gattino, poi un cagnolino, poi un corvo e poi dei criceti. Ma a lui davano fastidio. Detestava gli animali ed il loro odore. Così mia madre mi costrinse a separarmene, ogni volta, facendomeli collocare altrove. Fu una grande sofferenza, per me!

Lui dettava legge in tutto, si mangiava solo quello che voleva lui, tutto quello che faceva era giusto e bello, mentre tutto quello che facevo io, brutto e sbagliato.

Io ero sempre e comunque cattiva.

Una cattiva bambina.

Tornai nel mio liceo. Continuai l'attivismo politico. In quegli anni lessi veramente di tutto. Marx, Mao Tsze Tung, Jung, Freud, Backunin, Schopenauer, Catullo, Calvino, Morante, Pavese, Moravia e poi tutto tutto tutto... ho letto centinaia di libri, tutti i poeti.. tutto quello che studiavamo a scuola io lo leggevo in opera omnia. Tutto! In latino, in greco, in italiano e molto anche in inglese, fino alla quinta ginnasio. Ascoltavo tantissima musica. Soprattutto i Beatles, Behethoven, De Andrè, Guccini.... ma anche tutto il resto... Mia Martini... Mina.. tutto amavo ed amo della musica.

Ma ero sempre terribilmente triste e sola.

Fin da bambina mi chiedevo se la vita onirica fosse la vera vita e anche perché io fossi proprio io.

Riuscivo a vedermi dentro un'altra persona.

Sentivo nelle persone sentimenti che loro poi non esprimevano o addirittura negavano e questo mi faceva andare allo sbaraglio dentro di me.

Non mentivo mai.. e ciò mi portava a grossi problemi con tutti.

In prima liceo conobbi un professore.

Aveva 42 anni, io 16. M'innamorai perdutamente di lui. Lasciai il mio ragazzo. Passai mesi in preda a profonde languidissime tristezze. Vivemmo un attimo, una notte tornando da una serata presso amici di scuola, nella sua auto.

Ma fu un attimo.

Poi lui si staccò da me. Era impossibile.

L'ho amato tutta la vita.

L'ho incontrato per l'ultima volta casualmente per le strade della mia città nel 2007.. ma non mi feci riconoscere: rivederlo così vecchio, più di ottant'anni, dopo non averlo mai più incontrato e ricordando di lui il bellissimo uomo che era stato, fu tremendo.

Gli scrissi poi una lettera. Lui mi rispose.. ci scrivemmo per qualche mese. Ci amammo così. Poi non scrisse più. Non so neppure se è ancora vivo. A tutt'oggi avrebbe ottantotto anni: l'età esatta di mia madre.

 

Lui fu il mio primo amore maturo. E mi respinse anch'egli. Forse mi amò. Non lo seppi mai... non lo so neppure ora. Un mio compagno di scuola, il mio migliore amico, poi scrisse un libro su quegli anni, un bel romanzo. È diventato uno scrittore di buon successo. È molto bravo. Quello fu il suo primo libro. Lì raccontò di me e del professore. Nel suo libro ci amavamo. Lui mi aveva accettato. Quando lessi quel libro, a trent'anni e passa, piansi tutte le mie lacrime...

Rimasi lontana dal mio ragazzo per diversi mesi. La sua goffa gioventù strideva in un modo assurdo contro la meravigliosa maturità di quell'uomo dall'eccelsa cultura ed intelligenza.

Passai mesi in sua adorazione in classe, anzi, nei i tre anni successivi.

Declamava i poeti!

Catullo: da mihi basia mille.. dammi mille baci...

stavo malissimo.

Quell'anno mi innamorai anche di una mia compagna di classe. Ero il suo cavalier servente, sapevo che l'amavo, in modo assai più viscerale di quanto non amassi il professore. Ma non lo capii né ammisi mai fino in fondo. Ogni pomeriggio di quell'estate lo trascorsi con lei.

Vi era stata un'altra fortissima amicizia con una compagna delle medie.. ma lei era una sorella. Ci siamo amate come sorelle fino al giorno in cui si suicidò, nel 1985.

Ma per la prima provavo altro. Andavamo in bagno insieme, per essere rivoluzionarie ed anarchiche in tutto. La sua nudità mi sconvolgeva. Lei era magrissima e quasi senza sesso, era un angelo per me, fragile, sofferente, da proteggere.

Un giorno ingollò un po' di pillole. Questa cosa mi fece impazzire di dolore. Fu ricoverata, lavanda gastrica, piansi più della madre. Poi si riprese. Io intensificai ancor di più la mia presenza presso di lei.

Una sera, salutandomi, mi bacò sulle labbra. Poi chiuse la porta.

Io rimasi fulminata. Impietrita. Non feci nulla.

Non ne parlammo neppure più. Ma il contatto di quella pelle era fuoco. Non l'ho mai più dimenticato.

Poi lei si fece un ragazzo. Mi allontanò. Io avevo amici ,una vita pienissima, la moto..... ma mi sentivo disperatamente sola.

Allora tornai con lui, il mio primo ragazzo, che ancora mi amava e mi aspettava.

Diventammo inseparabili. Vendette la vespa e comprò una vecchia Guzzi cinquecento.

Lui aveva i capelli rossi, con ulteriore dispetto di mia madre, ed era assai in sovrappeso! era brutto ma a me faceva tenerezza. Eravamo conosciuti da tutti. I nostri ci osteggiavano. Ma a noi non importava.

Sognavamo di andare ad abitare in campagna di avere centinaia di animali e dieci figli.

Lui mi amava, ero una dea, per lui. Io amavo il professore e la mia amica.. ma loro non mi avevano voluto.

A sedici anni cominciai ad andare a cavallo presso un piccolo maneggio in una cittadina limitrofa in riva al mare.

Io andavo tutti i giorni a pulire la stalle e tutto il resto, così potevo cavalcare gratis.

Ho praticato in gioventù ed in maturità molti sport: nuoto sin dall'età di 4 anni, pallavolo al liceo, ero in una squadretta come alzatrice, tennis pattini, bici, lancio col peso, pur se con scarsi risultati.... ma andare a cavallo è stata l'esperienza più bella e pura di tutta la mia vita.

E lo dico con coscienza, più bello di tutto, di amare, di essere amata, di essere madre.

I cavalli non mi hanno mai ferito e anche quando mi hanno scaraventato giù di sella, lo hanno fatto per un motivo che era puro.

Non ho trovato mai altrove una purezza simile.

Neppure con gli altri animali amici della mia vita.

Durante l'ultimo anno di liceo mio fratello mise incinta la giovanissima ragazza. Si sposarono. Una festa bellissima.. pranzo ed acclamazioni. Vennero a vivere da noi. Io ero contenta....

Ma a maggio mi accorsi di essere io pure in attesa.

I metodi anticoncezionali usati ci avevano tradito.

Io fui felice e il mio ragazzo pure, ci saremmo sposati, avremmo avuto una nostra vita.

Mia madre mi disse che non aveva denaro per il mio matrimonio. Che non avrei avuto una festa. Non m'importò.

La famiglia di lui si oppose al nostro matrimonio. Ma lui compiva ventun anni a settembre. Ci sposammo in ottobre, in comune. Lui andava all'università, cosa che aveva reso felice la sua gelosissima e egoista madre.Così io glielo portavo via.

Lui adorava la madre. Ma mi sposò lo stesso.

Al matrimonio poche persone: della sua famiglia solo i fratelli. Anche pochi amici.. andammo a pranzo da mia zia.

Lui venne a dormire nella mia camera, fu aggiunta una rete al mio lettino. Aveva una valigia con un po' di biancheria e due maglioni, un paio di scarpe e un portafoglio souvenir di venezia con diecimila lire dentro.

Ma eravamo giovani.

A luglio avevo dato l'esame di maturità. Ma la mia gravidanza lo aveva relegato in ultima posizione, nella mia scaletta d'interessi. Candidata al sessanta fui promossa con trentasette. Dissero che il mio compito di italiano era fuori tema, insufficiente. Il resto dell'esame fu ottimo ma mi punirono severamente. Il fatto fu, ovviamente, che l'otto in condotta per essere stata una attivista politica mi aveva segato le gambe.

Ma chi se ne importò??

ormai la mia vita aveva preso un'altra direzione.

Dopo il matrimonio ci recammo da una sua zia che abitava a Venezia e trascorremmo un mese bellissimo. Io ero felice ed emozionata.

Comprai libri di pedagogia e puericultura. Mi preparai ad accogliere la mia creatura con tutto l'amore che era in me.

Le scrissi poesie.

 

La prima poesia venne scritta da me a cinque anni e mezzo, in prima elementare, per il mio orsetto. Da allora la poesia non mi ha mai abbandonato. Magari ha latitato per lunghi periodi, ma ogni volta che mi sono risvegliata all'amore è sempre stata con me ed in me.

 

La gravidanza fu buona ma ingrassai molto.. passai i cento chili per la prima volta nella mia vita.

Venne il momento. Mi si ruppero le acque. Era sera. Una sera di febbraio. Avevo da pochissimi giorni compiuto diciannove anni.

Mi ricoverarono. Non subentrando altre doglie mi misero una flebo per un parto pilotato con induzione delle contrazioni. Alle 8 del mattino cominciai ad aver quelle espulsive.

Cominciai a spingere. Ma nulla accadeva.

Partorimmo in dodici, quella mattina, io fui la prima ad entrare e l'ultima ad uscire. Tutte: due grida ed il bambino usciva. Io: spingi spingi ma nulla.

Cominciai a piangere, stavo malissimo. Le ostetriche mi sgridarono che spaventavo le altre, mi comandarono di smettere. Dissero che non spingevo bene.

Mi lasciarono lì ore, fino a mezzogiorno, da sola. Io gridavo che mi facessero morire e spingevo spingevo..... ma nulla.

A mezzogiorno arrivò il primario che si arrabbiò furiosamente con tutti, dicendo che stavano facendoci morire. Mi fece portare in sala parto. Ero sfinita. Il battito del bambino stava diventando sempre più fievole. Mi applicarono la ventosa tre volte, gonfiandomi come una mongolfiera. Nulla.

Poi mi fecero la manovra di spingere a monte della pancia assecondando la doglia. Fu terribile. Tre volte anche quella. Nulla. Allora il primario mi tagliò. Non mi fece anestesia.

Sentii il taglio ma qualsiasi cosa..... meglio la morte..... era pazzesco quel dolore.

Mi tagliò la vagina e l'utero a T. ancora due doglie e finalmente la bambina uscì. Quasi quattro chili. Aveva la fontanella già calcificata e quindi la sua testa non aveva seguito il canale del parto. Era grossa, aveva due spalle da gigante. Non sarebbe passata mai. Aveva sofferto tantissimo. Il suo nasino era tutto ammaccato e livido e così restò per qualche mese. Quando me la fecero vedere sembrava un mostro.

Io ero volata via.. sentendola uscire da me avevo sentito il più immenso sollievo mai provato e che mai più avrei provato. Poi, quasi svenni.

Mi cucirono, più di quaranta punti. Io pensavo che mai e poi mai avrei potuto affrontare di nuovo una cosa così.

Mi portarono in camera..

C'era mio marito che fece le foto alla piccola, era emozionato. Mia madre era arrivata dopo la chiusura del negozio, io mi sentii disperatamente sola.

Andarono via tutti. Rimasi sola con la bambina che dormiva nella culla accanto al mio letto. Sfinita anch'essa. Mi alzai da sola per andare in bagno. Mi guardai nello specchio Avevo tutti i capillari del viso e degli occhi scoppiati. Ero un mostro. Ma non ricordo che qualcuno mi abbia consolato o si sia preoccupato di chiedermi qualcosa..... mi sentivo una bestia da macello.

Perché ero stata trattata peggio di loro.

Fu terribile.

Ma non ebbi il tempo di riposare.

La piccola, il giorno dopo che fui dimessa, cominciò a stare male. La portammo da un pediatra. Disse che andava tutto bene.

Il giorno dopo aveva diarrea e vomito. La portammo in ospedale.

Dissero che molto probabilmente sarebbe morta, aveva una gastroenterite grave. Io, con i punti ancora non assolutamente rimarginati, perché riparo le mie ferite in modo lentissimo, anche quelle del corpo, stetti per giorni seduta su di una sedia, accanto alla mia creatura attaccata alla flebo.

Si salvò. Non la potevo allattare per via della grave miopia. Avevo tantissimo latte, il seno mi faceva male, mi diedero le pillole per mandare via il latte. La mia bambina moriva a causa del latte artificiale ed io dovevo subire quella grave onta.

Piansi tanto. Quel cibo d'amore era di nuovo un cibo di morte. Ma lei sopravvisse.

Era molto forte ma che stette male per anni.

Sotto peso, dai zero ai tre anni, subì tredici ricoveri.

Ebbe anche le convulsioni. Una volta ero sola in casa quando lei stette male, uscii per strada, allora eravamo già in campagna, e cercai di fermare le macchine che passavano. Lei era tramortita svenuta tra le mie braccia. In parecchi passarono via veloci, fu molto brutto.

Ogni volta che la piccola stava male io passavo le giornate e le notti accanto a lei in ospedale, su una sedia.....

Comunque quella prima volta si salvò e dopo un paio di settimane fummo dimesse. Tornai nella casa di mia madre.

Nel frattempo, qualche mese prima, era nato il primogenito maschio di mio fratello.

Due giovani coppie con due bimbi piccoli e mia madre.

In un appartamento di cento metri quadrati.

La situazione divenne presto insostenibile.

I miei suoceri si erano riavvicinati a noi con la nascita della bimba. Io li perdonai, ero felice per mio marito, che aveva sofferto molto del loro comportamento assurdo.

La nonna era morta e in casa, nella loro casa molto grande, c'era una camera vuota.

Lui mi chiese di andare da loro, ancora studiava.. accettai.

Abitammo lì qualche mese. Io gli pagavo centomila lire al mese per il mio mantenimento, che mi dava mia madre, e naturalmente tutte le spese della piccola le sosteneva lei.

Il latte artificiale speciale di soia e i liofilizzati speciali, cattivissimi, erano molto costosi.

Stavo malissimo lì, loro erano assai cattivi.

Lei, mia suocera, soprattutto.

Era dispotica ed estremamente egoista.

Io lavoravo come una matta per tenere tutto scrupolosamente lucidato in na casa immensa piena di assurdi ninnoli e poi avevo la bambina..... ero stremata.

Venne l'estate. Mia suocera andava al mare ed io facevo tutte la faccende tranne che cucinare. Ma lei non era mai soddisfatta.

Un pomeriggio la sentii chiamarmi dalla strada a gran voce.

Mia cugina, sedicenne, era stata investita da un camion ad un semaforo, mentre tornava a casa dal lavoro in motorino.

Morì.

Fu assurdo.

Atroce.

Restò lucida, parlò con tutti noi fino all'ultimo, ma il camion le aveva strappato via una gamba, quasi tutto l'intestino e spaccato il fegato.

Morì. Non ci fu nulla da fare.

Mia zia impazzì dal dolore, mio cugino cercò di gettarsi dalla finestra. Mio zio era impietrito. Fu un delirio.

Era la ma zia preferita. Quella che mi cullava da piccola e mi cantava la canzoncina preferita, la bella fantina.

Ogni giorno prendevo la bambina ed andavo da loro, c'erano anche i cugini più piccoli da seguire, avevano pochi anni, soprattutto l'ultimo, quello che che io avevo tenuto a battesimo. Aveva tre anni.

Mio zio era disperato, la figlia lavorava nel suo negozio, un'ingrosso di frutta e verdura, sapeva he lui da solo non poteva farcela e aveva altri quattro figli.Non poteva fermarsi.

Ma non riusciva a pensare di vedere un'altra persona seduta alla piccola scrivania a cui lavorava la povera adolescente così sfortunata. Tutti noi avevamo ancora l'immagine di lei vestita da sposa, di seta bianca e rosa e verde chiaro nella cassa.....

Quando l'aprirono per farcela vedere un'ultima volta, dopo il tragitto verso il cimitero, aveva socchiuso gli occhi e mia zia gridò che era viva, che aveva aperto gli occhi.

Poi era svenuta tra le mie braccia, io ero lì vicino a lei.

Così lo zio mi chiese di lavorare al suo posto. Accettai.

Alle cinque del mattino mi recavo in motorino al lavoro, fino alle dieci, poi di nuovo dalle quattordici alle sedici.

Tenere i conti e la cassa non era facile.

Non ero abituata, ma imparai tutto in fretta: bolle clienti eccetera. Fui apprezzata in fretta da tutti!

Lo zio si rasserenò un poco.

Ma per me divenne ancora più dura.

Mio marito teneva la bambina mentre ero al lavoro: studiava e si prendeva cura di lei. Quando tornavo c'era tutta la casa e le manie folli di mia suocera da assecondare.

Inoltre mio cognato mi disse un giorno che dovevo ringraziare la loro carità di avermi raccolto da una strada!

Fu troppo, andai piangendo da mia madre che si arrabbiò moltissimo, mi trovò un piccolo appartamento subito fuori città e io pagai l'affitto col mio primo stipendio.

Con i soldi della borsa di studio di mio marito, motivo di profonda disputa con sua madre che asseriva toccassero a lei di diritto, comprammo una cucina ed una camera da letto di poco valore, ma eravamo assai felici.

La nostra prima casa.

Aveva anche un piccolo giardino.

Ci procurammo il nostro primo cane, una bassottina: Birba, ed accogliemmo tre o quattro gattini appena nati, tutti neri: Giulio Cesare, Cicerone e Caligola.

Lui studiava con due suoi amici nella nostra casa, cambiavano e davano il latte alla piccola, la mettevano nel box e nel girello.

Lei era assai quieta e non piangeva mai, si era un po' ripresa.

Aveva sei o sette mesi.... io lavoravo, poi tenevo la nostra casa, cucinavo, seguivo la bimba e gli animali... sono sempre stata molto, molto attiva.

Era bello.

Una sera d'estate mio marito e la bimba vennero colpiti da una macchina mentre eravamo in giro in bicicletta.

Lui aveva la bimba nel sellino apposito, io la cagnolina nel cestino. Li vidi cadere a terra battendo violentemente contro l'asfalto.

Corsi da loro lasciando cadere la mia bici, la cagnetta stretta al petto. La bimba era incastrata nel sellino e gridava disperata. Sanguinava. Lui pure sanguinava ma si rialzò in fretta, tolse la piccola da quella scomodissima situazione. Nel frattempo qualcuno aveva chiamato un'ambulanza. Arrivò li caricò e li portò al pronto soccorso.. io volai a casa e lasciai la cagnolina. Poi, sempre in bici, non avevo ancora la patente perché non vedevo abbastanza per passare l'esame oculistico, corsi all'ospedale.

La piccola aveva il labbro ed il nasco rotto.

 Mentre la medicavano pianse disperatamente. Ci vollero ore ed ore per calmarla. Lui era tutto scorticato ma nulla di grave. Ci tennero lì una notte, tutti e tre.

Poi al mattino dimisero tutta la famiglia.

Arrivò l'autunno e mio marito trovò lavoro nel ravennate come dirigente di una cooperativa agricola.

Ci avrebbero successivamente dato una casa.

Lui non era laureato ma il suo diploma in istituto tecnico agrario valeva qualcosa, allora.

Accettò.

Così partiva il lunedì e tornava il sabato.

Dovetti abbandonare il lavoro dallo zio.

Mi dispiacque moltissimo, ma non era certo pensabile di perdere una occasione del genere!

Una casa in campagna gratis, il lavoro che lui aveva sempre sognato e seicentomila lire al mese di stipendio, in regola al cento per cento...... una vera fortuna!

I sogni, a volte, si avverano.

Ma erano necessari sei mesi di prova.

Furono lunghi da passare, da sola con la bambina senza di lui.

A nove mesi lei cominciò a camminare e si trasformò da una quieta creatura in una ciurma agitatissima.

Era super spericolata, evadeva dal lettino e dal box, era da seguire a vista!!

Stette male ancora una volta, un altro ricovero per la gastroenterite.

Alla fine dei sei mesi di prova lui fu confermato, era un valente tecnico ed un grande lavoratore ed io puntai i piedi.

La nostra casa sarebbe stata pronta solo da lì ad un anno ma non potevo vivere un anno così.

Gli dissi: trova un tetto, comunque sia, e vengo lì anch'io.

Così fu e lasciammo la nostra città.

C'erano diverse case abbandonate in quell'azienda agricola.

Si scelse la meno peggio. C'era la luce elettrica, ma non l'acqua corrente, né il bagno. Solo un lavandino al piano di sotto ed un buco nella terra in un casotto dietro la stalla, come si usava una volta.... ma che sogno, come era bello!

Era autunno e i colori dei frutteti erano stupendi.

Vissi i mesi tra i più belli della mia vita.

Madre natura mi accolse, sfuggita finalmente alla morsa del cemento di un appartamento di città.

Le scomodità???? E chi le vedeva!

Eravamo giovani, forti e pieni di entusiasmo.

Lì vicino c'era persino un circolo ippico ed io ricominciai ad andare a cavallo, in pineta, non ci sono parole per descrivere la bellezza di tutto questo.

Ma la bambina stette di nuovo male, ebbe le convulsioni, una volta, poi due. Ci fu quell'episodio che ho già narrato.

Fu messa in cura con i barbiturici e divenne intrattabile.

Soprattutto cominciò a detestarmi apertamente.

Aveva sempre preferito il padre a me, fin da neonata.

Ma ora cominciava a respingere ogni mio insegnamento.

Qualsiasi cosa le chiedessi di fare, rifiutava.

Persino se le chiedevo un bacio.

Voleva stare solo con il padre.

Lui la prendeva con sé, in macchina, per i campi, con gli operai e le braccianti... io stavo molto male per questo e m'innervosivo parecchio, mi vennero le palpitazioni.

Andai da un cardiologo che mi disse che erano crisi neurovegetative e mi prescrisse un blando calmante.

Mi chiese, guardandomi negli occhi: perché soffri?

Ma io non glielo seppi dire.

Io ero felice, non soffrivo, avevo tutto quello che avevo sempre desiderato e anche un altro cane: una specie di pastore tedesco semi bastardo di nome Rufus.

Passarono i mesi. La nuova casa fu pronta: un sogno.

Completamente ristrutturata con tutte tutte le comodità. Comprammo nuovi mobili e una macchina, usata ma un po' migliore del vecchissimo maggiolino di sedici anni che fu il nostro primo mezzo a quattro ruote smesse le moto, perchè in tre non ci si poteva proprio andare, era una Citroen Pallas.

Che bella, così allungata.. che comoda!!!

Comprammo il nostro primo cane da esposizione: un levriero inglese a pelo raso, bianco.

Purtroppo la nostra bassottina era morta sotto ad un trattore. Aveva avuto una cucciolata di cinque bassottini ed un maschio, Artù, detto Batù dalla nostra bambina, era rimasto con noi.

Lady era bellissima, così elegante.....

Era la nostra fatina bianca.

Si può amare in tanti modi ma ci sono amori speciali nella vita di ognuno di noi. Ora ho presso di me il mio centounesimo cane, Gine e ho amato tutti i miei cani in modo assoluto, ma Lady.....

Lei era la mia fatina bianca.

Purtroppo il giardino, un ettaro attorno alla casa, non era stato recintato e lei aveva tredici mesi quel giorno.

Io credetti che fosse mio marito a controllarla mentre era fuori per i bisogni, lui credette ci fossi io.

Fu un attimo.

La casa era lungo una camionabile molto trafficata, pur se abbastanza lontana dal ciglio....

Venne uno, bussò alla porta e mi chiese se fosse mio quel cane morto sulla strada.

Risposi che no, che il mio era con mio marito...

Ma corsi giù con il cuore che voleva fuggirmi dal petto.

Invece era lei.

Un colpo alla testa l'aveva fermata per sempre.

Sembrava che dormisse, era intatta, ma era morta.

Fu come se il mio cuore si spezzasse.

Piansi mesi e mesi, inconsolabile, piena di sensi di colpa.

Mio marito allora acconsentì ad acquistare il cavallo che tanto desideravo fin da quando, bambina piccola, mettevo una cordicella al manubrio della mia bici e con un bastoncino facevo finta che fosse il mio cavallo ed io stessi galoppando per le vaste praterie del Texas!

Cercammo un po' in giro e poi ci venne proposta una femmina baia di tre anni, arrivata dall'est europeo da poco.

L'andammo a vedere a pochi chilometri da casa nostra.

Era assai selvaggia e molto ombrosa, piuttosto magra e panciuta, lunga di reni, con il bacino sporgente ed aveva il muso con una strana ammaccatura sull'osso, come avesse due profili.

Di certo non era una bellezza. Ma quando le fui seduta sulla groppa, a pelo, senza sella e la strinsi con le mie ginocchia forti... sentii la sua anima entrare in me.

Come nella scena del film "Avatar", quando lei dice a lui:

- Senti il cuore della cavalla pulsare nel tuo..... Il suo respiro nel tuo..... La forza delle sue gambe in te....

Fu esattamente così, la comprammo e Tuba divenne mia.

Per un po' la tenemmo al circolo ippico, perché ai braccianti dava fastidio che il fattore avesse un cavallo nella stalla, era il simbolo del padrone e loro erano comunisti....

Ma poi si abituarono all'idea e la portammo a casa.

Era una stalla da buoi e Tuba stava in una posta, non in un box. 

La cavalcavo tutti i giorni per ore, vagabondando per campi, pinete, paludi, in trotti e galoppi liberi.

È stata una cavalla felice, sana, dalla lunghissima vita.

In pochissimo tempo ingrassò, si fese lustra ed assai mansueta con noi. Tutta la casa viveva di lei, dei suoi profumi, dei suoi rumori. Per mesi ebbi le palpitazioni per la gioia di averla.

Quella volta finalmente di felicità!

 

La nostra fattoria ha avuto centinaia e centinaia di abitanti. Capra e capretti, la pecora, i conigli.... galline, oche, anatre, la scimmia e il gabbiano..... civette, colombi, criceti, canarini, lepri e la puzzola.... oltre naturalmente ai diversi levrieri, la bulldog, la dobermann e un numero imprecisato di gatti..... ma Tuba è stata il suo cuore ed anche il mio.

 

Mio marito si sentì male, coliche biliari. Colecistectomia.

Io caricavo la bambina sul motorino ed andavo in ospedale a trovarlo, era gennaio. Faceva molto freddo. Ma non avevo nessuno a cui lasciare la piccola.

Ma lui fu forte, si rimise in piedi presto.

Parlando di questo ho rammentato la sua dolorosissima tonsillectomia, qualche mese prima del nostro matrimonio e il suo incidente con la Vespa, nel quale si scorticò tutto: pancia gambe braccia.

Era come l'avessero spellato vivo.

Ma, a parte quegli episodi, ha sempre goduto e gode di ottima salute.

 

La nostra bambina era sempre più vivace, autonoma, testarda e a me avversa. Cominciò a frequentare la scuola materna.

Le dovemmo mettere gli occhiali per un astigmatismo.

Ne faceva fuori un paio alla settimana!

Anche lei ebbe problemi con le anche e portò il cuscino divaricatore dai sei ai nove mesi.

Aveva il ginocchio valgo ed il piede piatto, così le ci vollero delle scarpe ortopediche che costavano una fortuna, ma per fortuna potevamo permettercele.

Alla scuola materna dette parecchio da fare alle insegnanti ma nulla in confronto alle elementari.

Non le piaceva studiare, era molto disordinata, poco attenta, non stava mai ferma, non riconosceva l'autorità.....

Ma tutti le volevano bene lo stesso... era un micropaesino quello in cui abitavamo, fatto per lo più di case sparse di piccoli contadini, una scuola, una chiesa, un negozio-bar.....

Lei era molto intelligente e sveglia, sapeva quello che voleva e come, ma non era mai ciò che volevo io.

Lotte per lavarla, vestirla e convincerla ad andare in bagno prima di bagnare le mutandine.

Lotte che vinceva sempre e solo lei.

Non c'era modo che io la convincessi di nulla.

Mi chiedeva ripetutamente di lasciarla sola in casa e non voleva mai venire con me.

Le regalavamo giocattoli in grandi quantità, soprattutto bambole Barbie, che lei distruggeva e tagliava con le forbici.

Io cercavo di andarle dietro con le buone ma spesso perdevo la pazienza e gridavo. Una volta le diedi uno schiaffo a mano aperta sul viso. Non ricordo più cose aveva fatto per farmi perdere le staffe così. Le rimasero impresse sulla guancia le mie cinque dita per due o tre giorni.

Mi sentii un mostro e piansi tra le braccia di suo padre quella notte....

Quando lei cominciò ad andare alla scuola materna mi iscrissi all'università di Bologna. Facoltà di veterinaria.

I miei amici, che ancora a volte sentivo o vedevo, studiavano tutti ed io cominciai a pentirmi di non aver proseguito gli studi. Mio marito non era d'accordo e non voleva.

Anche lui, quando io esprimevo il desiderio di fare od avere qualcosa, reagiva sempre immediatamente con un bel no.

Come mia madre.

E dovevo impiegare giorni o mesi per convincerlo.

Anche quella volta raggiunsi il mio obiettivo.

Ma non frequentavo le lezioni, studiavo a casa.

Il primo esame che diedi fu Istologia, ero appena uscita da una polmonite contratta in pieno inverno per aver preso freddo cercando di asciugare un nostro cane, fuggito e poi ritornato tutto bagnato. Così per evitare che si ammalasse lei, era la bulldog, finii per ammalarmi io. Così al primo tentativo, l'esame. non lo passai. Ma successivamente presi 28/30.

In meno di un anno diedi sei esami, di cui uno, Chimica Inorganica, tre volte..

La mia media era del ventisette.

Studiavo da sola e poi andavo qualche giorno ad ascoltare le interrogazioni prima della mia, in modo da rendermi conto ed imparare alcune cose che fossero imprecise sul libro od assenti.

Poi mi misi a preparare Anatomia 1.

Ma un giorno mentre studiavo cominciai a vedere macchie, lampi e nebbia che offuscavano tutto.

Capii che i miei occhi stavano male.

Mi feci visitare d'urgenza da un oculista che mi trovò una sofferenza alla retina. Un primo distacco.

Allora il laser non era cosa usata comunemente, mi diede delle iniezioni dolorosissime, venti, che feci e poi mi consigliò di indossare lenti a contatto e smettere di studiare.

Fu un colpo pesante, per me.

Avevo cominciato ad andare presso la clinica della mia veterinaria per fare pratica, lì mi ero trovata benissimo, avevo conosciuto persone a cui mi ero legata e non potevo pensare di richiudermi in casa a a fare la casalinga.

Ma in verità era molto pesante e  difficile studiare da sola senza poter frequentare le lezioni.

Tutte le volte che dovevo andare a Bologna erano problemi con la bambina e mio marito non era assolutamente contento che io studiassi, così decisi di smettere.

Con il cuore a pezzi ma decisi.

Chiesi allora alla mia veterinaria se volesse assumermi per pulire i canili, i box e lavorare nella toelettatura.

Lei, avendo già apprezzato le mie doti di lavoratrice, mi assunse subito.

Fu così che imboccai una delle strade maestre della mia vita.

Noi avevamo questi grandi levrieri a pelo ruvido, cugini della fatina bianca. La prima, che poi divenne madre e capostipite, si chiamava Neroli e fu comprata in Inghilterra.

I tre viaggi che feci laggiù furono bellissimi.

Due con mio marito in macchina ed uno da sola in aereo, tre giorni per visitare la più grande esposizione inglese di cani da bellezza.

 

Frequentando i ring delle esposizioni canine ogni domenica, andavo sempre ad ammirare i proprietari di cani a pelo lungo e a guardare come li preparassero per entrare in competizione.

La cosa mi affascinava.

In Inghilterra acquistai anche dei libri che tradussi.

C'erano foto e schede.

Fu così che imparai: guardando gli altri, sui libri e poi sperimentando.

Nella clinica veterinaria avevo conosciuto una donna della mia età e m'innamorai perdutamente di lei.

Ma lei era sposata, anche se poi si separò perché s'innamorò di un altro, il socio della veterinaria, a sua volta sposato.

Lei era assai bella ed inquietante, aveva una bambina coetanea della mia e nacque un'immediata sintonia.

Avevo ventiquattro anni.

Da quel giorno stemmo sempre insieme, lei veniva da me col suo amante e in quattro si giocava a mah-jongh, oppure si usciva a mangiare fuori e le bambine giocavano insieme mentre noi parlavamo, parlavamo.....

Io capii di essermi innamorata di lei ma non glielo dissi mai chiaramente, le confessai che mi stava accadendo qualcosa di molto strano e lei disse che forse aveva capito, ma tutto finì lì... Avevo troppa paura che lei mi allontanasse da sé.

L'amavo troppo e non potevo stare lontana da lei, poche ore senza vederla mi sembravano infinite, per fortuna eravamo sempre insieme.

Mi propose di aprire una toelettatura insieme. Accettai.

Iniziò così la mia avventura di lavoratrice in proprio.

Trovammo una vecchia casa in affitto al piano terra, sistemammo tutto e organizzammo una toelettatura con vasca, tavoli eccetera. Facemmo tutto da soli, comprese piastrelle, rivestimenti, lavabili eccetera. Anche i nostri mariti ci aiutarono e io eseguii tutta la parte della pittura sia dei muri che degli infissi. Venne benissimo, almeno così ci sembrò.

Eravamo orgogliose.

Cominciarono a venire i primi clienti. Ma il lavoro languiva.

Erano tempi in cui ancora i cani non erano tenuti così bene come oggi. Di certo nelle grandi città era diverso ma in quella piccola cittadina di provincia la gente faceva da sé, oppure non faceva affatto.

Io ero felice di stare vicino a lei.

Eppure ancora una volta la cosa non raggiunse nella mia mente la completa accettazione e consapevolezza.

La sera scrivevo poesie d'amore usando il femminile che poi correggevo alla mattina parlando di un fantomatico lui e, per mascherare con lei ed il suo amante il mio evidente stato d'animo alterato, rispolverai la storia del professore, dicendo che pensavo sempre a lui.

Non che non fosse vero.... perché in effetti mi mancava moltissimo. Quando la mia bambina aveva un paio di mesi, una mattina mi recai la liceo con lei, nella sua carrozzina, dopo averle messo la sua tutina più bella e con la scusa di farla vedere agli amici che ancora frequentavano le classi inferiori, che mi circondarono subito festosi, la portai a lui. Sapevo quanto amasse i bambini e quanto si rammaricasse di non averne avuti, dato che non si era mai sposato. Così io gli donai la mia bambina, quel mattino. Lui le accarezzò la guancia, guardandola intensamente. Poi girò le spalle ed entrò nella sua classe per fare lezione. Da quel giorno non l'avrei mai più rivisto né gli avrei mai più parlato.

Così scrissi un racconto su qualcosa che tra noi non era mai avvenuto, ma che io avevo immaginato benissimo  ed in modo assai diverso da come si erano realmente svolte le cose.

E le dissi che quella era la verità.

Non so perché lo feci.

Non è mia abitudine mentire.

Ma lo feci.

Forse per bilanciare con un mio grande amore quello più che era evidente lei provasse per il suo amante.

Lei si separò dal marito ed andò ad abitare nelle stanze sopra alla toelettatura. Era una casa piuttosto scalcinata, di certo vecchia , anche se avevamo cercato di rimetterla in sesto il più possibile e non era certo come il bell'appartamento nel quale aveva vissuto con il marito.

Però era comodo con il lavoro ed io non le chiesi mai di pagare l'affitto. Mai. Quindi si adattò ed io ero felicissima perchè potevamo stare ancora di più insieme...

E mio marito s'ingelosì....

Cominciò a sentire puzza di bruciato.

Da tempo ormai mi rifiutavo di avere rapporti sessuali, perchè fare l'amore con lui per me era altamente insoddisfacente e non solo..... lo amavo sempre di più come un fratello e sempre di meno come un marito.

Lei mi aveva fatto notare che ero troppo in carne, mi propose di dimagrire e cambiare il mio look, che comprendeva solo: jeans, magliette e maglioni.

Mi misi a dieta, pesavo novanta chili e nel giro di due anni di notevoli sacrifici arrivai a pesarne 68! Il mio minimo storico da adulta. Difficile per me scenderne sotto.

Indossavo la taglia quarantasei e il mio aspetto era notevolmente migliorato, davvero notevolmente... e cambiando look, indossando abiti più femminili, tornando qualche volta alle gonne ed ai colori che non fossero il solito nero o blu, mettendo camicette, foulard, bluse, gilet, eccetera, ero davvero carina.

Mi tagliai i ricci fatti con la permanente e scelsi un taglio alla maschietta, con un po' di basettina. Lei m'insegnò a truccarmi.

Il risultato fu notevole.

Ma ciò non bastò a conquistarla.

Rimanemmo lì, in quel limbo d'amore.

Lei, che di certo sapeva cosa io provassi, non si faceva mancare l'occasione di spogliarsi di fronte a me, per cambiarsi o fare il bagno.

Io, turbata dall'amore, ma impassibile, la guardavo adorando ogni lembo di quella pelle che non sfiorai mai.

Mi accontentavo di passarle soltanto ogni tanto il braccio attorno alle spalle, in una specie di abbraccio un po' scherzoso ed impacciato. Quello fu il mio massimo contatto fisico con lei.

Un grande vuoto cominciò allora a crescermi dentro e nulla sembrava riempirlo, né la vita di famiglia, né la casa, né gli animali, né i cani.. neppure la cavalla. Smisi di fare tutto.

L'orto, le pulizie o accudire gli animali...

Tanto pensava a tutto mio marito. Faceva tutto lui.

Io lavoravo e cucinavo.

Smisi persino di andare a cavallo.

Nell'orto gigantesco era cresciuta l'erba ed  era ben recintato, Tuba trascorreva lì le sue giornate, libera e felice.... oppure le mancavo?? Non lo so ma credo di si.

Io andavo da lei, le portavo gli zuccherini e le carote, ma non andai più a galoppare con lei per i nostri sentieri solitari e selvaggi.

 

Il vuoto era enorme. Sapevo, sentivo che io ero altro.

Che c'era un amore a cui ancora non avevo avuto accesso e che assolutamente volevo provare e vivere.

Ma pensare di lasciare mio marito mi era impossibile.

Trascorsero altri lunghissimi mesi.

Anche se non andavo più a cavallo continuavo a frequentare il circolo ippico per alcune cene o feste alle quali mi recavo sola,  perchè mio marito non ne voleva far parte.

Una sera ad una cena uno degli amici, un uomo assai più grande di me, mi fece la corte. Una nuovissima esperienza, per me.

Fino ad allora sembrava che fossi trasparente per gli altri uomini o ragazzi e così , ad eccezione di una brevissima storia di sesso in uno dei periodi in cui lo avevo allontanato, lui era stato il mio unico uomo.

Quella sera la corte di uno che consideravo solo un amico, mi lusingò assai. M'invitò ad andare a casa sua. Accettai. Viveva solo, era separato. Mi offrì da bere. Ero molto emozionata. Mi baciò. Lasciai fare, risposi al suo bacio. Lui cominciò a spogliarmi. Ma dentro di me, ero gelata.

Riuscivo solo a pensare: che stai facendo?? come puoi fare questo a tuo marito??? A lui che è la tua vita??

Così mi divincolai da quell'abbraccio e spiegai al mio amico che non avevo mai tradito mio marito e non lo potevo fare.

Lui fu molto comprensivo, ci ridemmo sopra e mi riaccompagnò a casa, ma il vuoto dentro di me aumentava ed era assordante.

Quell'estate, era il 1981, conobbi un giovane uomo, al mare. Parlammo un pomeriggio intero.

Fu come se tutto il resto del mondo fosse sparito, intorno a me. Era bellissimo.

Tornai a casa e vissi per giorni in stato di trance.

Aspettai che lui si facesse vivo.

Ovviamente questo non accadde.

Questo mi fece capire che non amavo mio marito.

Me lo fece capire in modo inequivocabile.

Così presi coraggio e gli dissi a bruciapelo che volevo andarmene e volevo separarmi. Per lui fu un duro colpo. Furono mesi durissimi. Non litigammo mai, ma la tensione era evidente.

La bambina aveva avuto ed ebbe in quei mesi altri problemi.

Una caduta dalla macchina in corsa, per fortuna ad una velocità molto ridotta, e la frattura del naso sbattendo contro un tavolino. Non stava mai ferma e non ascoltava i miei ammonimenti. Poi ancora convulsioni. Una colica di reni. Facemmo esami e scoprimmo che aveva un rene mobile con l'uretere ritorto. Poi l'appendicite. Era sempre difficilissima da trattare.

Mio marito mi chiese di non lasciarlo, di provare a vivere dandoci reciproca libertà.

Io allora cominciai ad uscire da sola con qualche altra amica, la sera. Ma lui era gelosissimo. Stava troppo male. Io non facevo nulla, non lo tradii mai. Ma lui stava troppo male lo stesso.

Così decisi di andarmene, anche se ciò mi spezzava il cuore.

Vendetti il mio appartamento nella città natia, eredità di mio padre, acquistai una villetta in un limitrofo paesino di mare e lasciai la mia amata fattoria.

I cani ed i gatti e tutti i superstiti di quella che un tempo era stata una grandissima famiglia animale restarono con mio marito. Il distacco fu crudele ma non potevo pensare di portare in una microscopica abitazione chi era abituato a quella libertà felice. Regalai la mia Tuba al circolo ippico, con tutti i suoi finimenti e il suo corredo. Avevo acquistato per lei tutta una serie di cose per farla vivere al meglio: coperte, copertine, fasce, linimenti ed altro. La donai con il patto che non sarebbe mai stata ceduta né macellata.

Non tornai mia più a vederla.

Seppi dagli amici del circolo, di cui uno ne era diventato l'istruttore, delle sue tappe. Trascorse anni portando a spasso per le pinete ed i maneggi bambini ed adulti. Era tornata ad essere parecchio ombrosa, però. Poi ebbe diversi puledri. Quando fu troppo vecchia fu messa al pascolo con altre cavalle che non avevano più possibilità di lavorare. Morì di morte naturale a più di venti anni.

Mi interessai sempre di lei. Ma non la rividi più. Non andai più a cavallo.

Separarmi da lei fu lancinante. Quando la cavalcai per l'ultima volta, dopo averle tolto la sella, averla spazzolata a lungo e dopo averla tutta sistemata la condussi nel box del circolo ippico che divenne la sua nuova casa, stetti a lungo con lei.

Mangiava la sua avena. E ogni tanto prendeva qualche boccata di fieno fresco che le avevo messo a disposizione. La paglia era abbondante pulitissima e croccante, come sempre. Il suo corpo era caldo. La pelle fine come la seta. Il manto lucido. Il respiro profondo. L'abbracciai al collo. Le dissi: ciao Tuba, grazie. La baciai sul muso. Poi uscii dal box e chiusi la porta senza voltarmi indietro.

Non piansi neppure.

Quelle lacrime scendono ora dai miei occhi. Mentre scrivo.

Allora la vita mi attendeva. Sapevo che c'era qualcosa di grande, immenso, che dovevo scoprire e vivere. Sapevo che stavo rinunciando a molto. Ma l'impulso verso ciò che mi chiamava era fortissimo e copriva tutto il resto.

Ma ora, che davanti a me ho solo malattia e vuoto, vivo quel distacco come una gravissima perdita.

Le ore che non ho trascorso con lei. Le passeggiate e i galoppi di cui mi sono privata. La bellezza che ho rifiutato. Ora questo mi pesa infinitamente. Ora che darei non so cosa per poter ancora fare una passeggiata a cavallo. Ma non posso né potrò mai più.

 

Anche il distacco dagli altri animali, dalla cosa e dalle mie cose fu terribile.

Lasciai tutto a mio marito. Nella nuova casa misi mobili nuovi.

Presi con me solo i miei effetti personali e quelli della bambina, anzi neppure tutti i suoi perché una parte fu lasciata lì, perché ne usufruisse quando si recava dal padre nei fine settimana.

Lasciai tutto.

La mia vastissima collezioni di fumetti. I dischi. I libri. I soprammobili. I premi e i trofei dei cani. La biancheria della casa.

Mi sentivo una assassina a distruggere la vita di mio marito. Non potevo sentirmi anche una ladra a rubargli le sue cose.

Non so come riuscii ad andarmene, ma lo feci.

 

Mia madre venne a passare qualche mese con noi.

Ma il problema economico divenne pressante.

Il lavoro in toelettatura non bastava per la sopravvivenza della mia socia ed io, dato che allora eravamo entrambe separate,

trovai lavoro come cuoca, in una paninoteca, nel turno di pranzo.

Mi piacque molto. Ma ci furono tensioni con la mia amica e socia. Inoltre lo stipendio che mi fu offerto dal proprietario del pub, dopo il periodo di prova, fu troppo basso. Allora decisi di acquistare un'attività commerciale tutta mia.

Lasciai alla mia socia tutto, attrezzature comprese, non chiedendo nulla, accettando solo una piccolissima cifra che lei volle a tutti i costi darmi. Di certo tra le due quella che eseguiva i lavori più difficili, ed anche quelli più faticosi, ero io. Lei era rimasta fino ad allora una figura subalterna. Ma mi disse che si sarebbe arrangiata.

Feci il corso per l'iscrizione al registro dei commercianti ed acquistai una latteria in un paesino a cinque chilometri da dove abitavo allora.

La pagai una manciata di milioni, chiedendo un prestito. Non è che il lavoro fosse tanto. Ma nel giro di pochissimo, però, triplicò e gli incassi divennero soddisfacenti. Io ci misi tutto il mio impegno. Mi piaceva tantissimo quel lavoro, il contatto con il pubblico, il latte, il formaggio, la panna, il burro.. i dolci..

Cercai e trovai prodotti particolari e di ottima qualità per distinguermi dall'altra latteria, lontana qualche centinaia di metri, che aveva il monopolio del paesino.

Infatti le strappai molti clienti in breve tempo.

Era il 1982.

Ero magra, bella, forte, allegra e piena di ottimismo.

Tutte le mie sofferenze sembravano sopite.

L'aver ritrovato la libertà mi galvanizzava.

Cominciai a frequentare altri uomini.

Uno lo avevo conosciuto lavorando in paninoteca.

Era un bel giovane allegro e franco. Sposato, ma io mica volevo risposarmi. Avevo giurato che mai più mi sarei fatta mettere le briglie la collo! Lui era molto galante e splendido. Mi portava in locali di classe. Era davvero bello, stavo benissimo con lui. Non eravamo innamorati, anzi, il sesso non fu mai così esplosivo tra noi. Ma ci divertivamo troppo, insieme.

Riuscii a rintracciare quel bellissimo giovane incontrato in spiaggia. Ci incontrammo ed avemmo una notte d'amore.

Quella si che fu esplosiva. Ma lui mi confessò di essere sposato e di avere un bambino piccolo... sparì.

Ne ero innamorata?? Non so, di certo profondamente attratta. Soffrii. Cercai di convincerlo a rivederci. Lui rifiutò sempre. Quello che avevamo vissuto quella notte era stato troppo forte e lo aveva spaventato.

Ma la vita mi chiamava ad altro.

Mentre frequentavo regolarmente il primo giovane, ebbi altre storie. Soprattutto con un altro che era molto passionale..

mi sentivo una dea.

C'era poi sempre mio marito che mi faceva regali, con il quale ebbi ancora incontri. Facemmo persino di nuovo sesso.. perché io ero diventata così bella, così diversa.

Mi ero comprata dei begli abiti, cose fini, eleganti.

Sobrie ma di gusto.

Ho pochissime foto di quel periodo ma mi mostrano davvero una splendida giovane donna. Le lenti a contatto mi permettevano di mostrare i miei occhi, che erano notevoli. Mi feci allungare di nuovo i capelli. Ne avevo ancora tantissimi. Mi truccavo.

Ero molto femminile.

La convivenza con mia madre e mia figlia non era affatto semplice. Tutt'altro. Ma ormai la famiglia era per me una parte tangenziale della mia vita.

Giocavo a tennis tre volte alla settimana con mio marito, in quello che facevamo ormai da anni non riuscimmo  mai a separarci.

Mi sentivo benissimo.

Il sabato sera andavo a ballare in una sala dove si recavano per lo più uomini e donne sopra i trent'anni, in cerca di storie. Andavo da sola. Ed era terribilmente eccitante.

Ebbi diverse avventure di una notte.

A novembre, il 27, uscendo di casa sentivo chiarissimo il segno della predestinazione. Infatti conobbi lui.

Quello che divenne il secondo amore della mia vita e mio secondo marito.

Fu un colpo di fulmine per entrambi.

Io lo trovai bellissimo, tenebroso intelligente. Perché lo era.

Ci tuffammo a capofitto in una storia. L'attrazione fisica tra noi era potentissima. Fin da subito ci legammo in amplessi esplosivi e completi tra amore e piacere. Fu la prima volta che provai l'estasi con lui. Almeno, l'assaggio.

Ma lui mi disse che non voleva legami. Ci vedevamo massimo due volte alla settimana, a volte neppure una.

Ed io continuai a frequentare anche gli altri.

Il mio primo marito mi amava e non vedeva altre all'infuori di me.

Gli altri due miei amanti erano i miei cavalieri serventi pronti a soddisfare i miei capricci.

Il lavoro andava sempre più a gonfie vele.

Acquistai una piccola auto nuova.

Presi un cane, un altro levriero a pelo raso.

La vita mi sorrideva.

Il mondo era stretto nel mio pugno. Che io guardavo con soddisfazione e senso di potere.

 

 

IO E LA MIA TUBA -

SECONDA PARTE

 

 

Poi arrivarono i cambiamenti.

Il mio ex marito si innamorò di un'altra.

Rimasi davvero di stucco quando me lo disse, ma fui felice per lui... la nuova arrivata era un'artista... anche mia figlia ne era innamorata... provai gelosia.... ma non me lo permisi....

Lui aveva tutti i diritti di essere felice, e che lei si trovasse benissimo anche con mia figlia era assolutamente splendido....

Solo che non me lo aspettavo.

Io ero comunque proiettata in quel nuovo amore che stavo vivendo.

Ero sempre più presa ed affascinata da lui, anche se aveva momenti di un vuoto assoluto, amaro e sparizioni che mi lasciavano sofferente.


A mia madre fu diagnosticato un tumore alle ossa.

 

Ho dimenticato di dire che, quando la mia bambina aveva quattro anni, lei ebbe la prima frattura spontanea. Ad una costola. Cominciò così il suo lunghissimo calvario che non è ancora terminato.

Tra diagnosi certe, osteoporosi ed artrite, altre meno certe ed azzardate, come quella accennata più sopra, si diede il via ad una serie di visite specialistiche, indagini di laboratorio, ricoveri in tutti i centri specializzati limitrofi: Ferrara, Firenze e Bologna. Io la portavo dappertutto. La seguivo da vicino. Nel frattempo ero riuscita a prendere la patente. Le lenti a contatto avevano acceso la luce, per me e finalmente potevo dire di vederci,

così cercavamo consigli a destra e a manca, e si facevano indagini. Lei stava sempre peggio e il dolore aumentava.

Era rimasta una donna più che attiva cosa che le costava un dolore ed una fatica tremenda.

Decise di vendere il negozio. Io mi trasferii da lei per qualche mese, portando con me la bimba che fu iscritta pro tempore in una scuola materna lì vicino, dove insegnava mia zia.

Il negozio era una merceria e maglieria più intimo. Un negozietto piccolo piccolo stipato fino all'inverosimile. Io andavo sempre ad aiutare mia madre, sin da quando lei lo aprì. Quando si recava a fare acquisti con la mitica Erre Quattro Renault, grigia metallizzata, io ero con lei.

Spostavo pacchi, davo consigli ed ero l'addetta all'acquisto delle cravatte. Si vide subito che il mio gusto era molto apprezzato dai poveri mariti che troppo spesso si vedevano regalare cravatte davvero di dubbia bellezza.

Evidentemente il mio uomo interiore amava le cravatte quindi ero io che le sceglievo.

Spessissimo, fino alla nascita della bambina, trascorrevo ore in negozio per sollevare mia madre dall'onere molto gravoso che era tutto sulle sue spalle. Ogni giorno andavo da lei ed ero in grado di vendere qualsiasi cosa, così sotto le festività e nei giorni di lavoro più intenso o quando mamma aveva una qualche altra necessità, io la sostituivo.

Ero beneamata ed accettata dalle clienti, quella era una vera borgata e la vita allora era alquanto corale.

Le clienti erano sempre le stesse. Donne, madri di famiglia che cucivano da sé gli abiti per tutti i componenti del loro clan, così bottoni, cerniere, filo da cucito, fettucce varie ed elastici per me non avevano più segreti e anzi mi divertivo tanto con tutte quelle scatoline, quei colori, le chiacchiere delle donne.

Poi mia madre aveva aggiunto la maglieria, l'intimo e l'abbigliamento per i bambini.

Aveva veramente di tutto ed era brava ed onesta nei prezzi, così la clientela crebbe a dismisura.

Ma io mi sposai e lasciai la città. Dovette fare da sola.

Quando si ammalò nessuno poté prendere in considerazione l'idea di mettersi al suo posto. L'unica a poterlo fare ero io ma, a quei tempi, neppure il pensiero di separarmi da mio marito e dalla mia casa mi era tollerabile.

Così si vendette, si effettuò una grandissima svendita e tutto il magazzino, di diverse decine di milioni, fu ceduto a prezzi scontati, pezzo dopo pezzo.

Quella fu la definitiva demolizione di mia madre.

Io soffrii con lei e l'aiutai il più possibile. Abitava ancora con mio fratello, che aveva nel frattempo avuto un altro figlio. Ma, con l'avvento della sua malattia a la perdita del negozio, sorse presto la sua necessità di vivere sola, perché era divenuta insofferente a tutto.

Era disperata.

Andò a vivere in un piccolo appartamentino in affitto.

Negli anni successivi ne girò parecchi.

Trascorse anche molti mesi al mare, in appartamenti o pensioncine familiari.

Praticamente l'inverno lo passava là, perché in città i dolori le aumentavano notevolmente.

Era sempre stata dura ed inquieta e lo divenne ancora di più. Non faceva altro che parlare della sua malattia.

Ben presto non fu in grado di camminare se non appoggiandosi su due stampelle, ma era forte, combattiva e dato che tutti i medici le dicevano che non doveva smettere di muoversi, pena la perdita della sua indipendenza, cosa che lei non poteva assolutamente ammettere, ogni giorno camminava per chilometri, appesa alle sue grucce, solitaria ed arrabbiata con tutti, soprattutto con quel dio che l'aveva ancora una volta così duramente punita.

Il suo è stato un calvario di più di trenta anni che qui riassumo in poche righe.

Fu operata alla colonna vertebrale e le venne rimosso uno scrigno osseo che le stringeva il midollo, quello le alleviò quasi completamente il dolore feroce che provava, poi fu operata più volte alle mani ed ai polsi per il cedere dei tendini... le si ruppe la colecisti, fu gravissima,  in coma per giorni. le dovettero asportare anche un pezzetto di stomaco... ma ce la fece. Fu operata due volte a noduli tiroidei e provò tutti i medicinali in commercio. Fu davvero un calvario, anche perché lei era assolutamente solo incentrata su di quello. Io la portai dappertutto. La andai a trovare. Feci e disfeci decine di valigie. Ascoltai migliaia e migliaia di volte le stesse cose. Gli stessi ricordi gli stessi lamenti. Venne a vivere con me e se ne andò, sempre ogni volta con problemi e liti, quattro/cinque volte...

ma io le fui sempre accanto, almeno fino ad un certo punto.

Ma di questo parleremo più avanti.

Oggi ha ottantotto anni e sta meglio di me.

Si muove ancora e fa tutto da sola, aiutata della sua assistenza, ma non esce più da qualche anno. Vive vicino a mio fratello che si occupa di lei ed è serena.

Ma anche di questo parlerò più avanti.

A quei tempi fu una tragedia, vendere il negozio... la sua tragedia.... forse ancora più grande della morte di mio padre.

 

Tornando al 1983, quando le diagnosticarono quella gravissima malattia che poi non risultò reale, io piombai in crisi.

Stetti male per qualche giorno, colpita dalla notizia.

Ma lui, il mio uomo, sparì per una settimana.

Io lo perdonai pensando che non aveva potuto far di meglio.

Il fatto è che già allora, ogni volta che io avevo avuto bisogno di lui, si era defilato velocemente.

Avrei dovuto insospettirmi ma non lo feci.

Per me lui era bellissimo e stupendo, sempre!

Anche se non mi dava la mano o il braccio in pubblico.

Lo scusavo dicendo che era riservato.

Anche se non mi diceva mai:ti amo.

Anche se non commentava mai le poesie d'amore, tantissime, che io scrivevo per lui in piccoli quaderni che poi gli davo da leggere e che mi riconsegnava senza una parola.

Anche se non stette con me il giorno del mio compleanno e a Natale....

Anche se quando io gli chiedevo qualcosa era proprio la volta che ottenevo ancor meno del solito....

Ma io, comunque, avevo gli altri ' amici ' attorno a me e le sue mancanze mi facevano meno male. Non so se lui pure avesse altre amiche, forse, ma era un qualcosa che non ci interessava. Lui non chiedeva mai cosa io facessi quando non ero con lui e questo era la pace di tutto.

Ma la decisione di lasciare la toelettatura fu molto spinta da lui, che avevo già incontrato. Il mio lavoro non gli piaceva assolutamente e quando gli chiedevo di venire in laboratorio si sentiva fortemente a disagio.

Non legò neppure con la mia socia. A lei non piaceva affatto.

Come non piacque affatto a mia madre, quando glielo presentai.

Io mi chiedevo come potessero non restare affascinate da lui. Per me era splendido in tutto.

Arrivò così la Pasqua del 1984.

Il lunedì di pasqua, per l'esattezza.

Trascorremmo tutto il giorno insieme, perché il precedente lui lo passò con la famiglia.

Furono quelle le mie prime festività solitarie.

IL natale 1982 lo trascorsi da sola piangendo sul divano a righine bianche ed azzurre della mia nuova bellissima casetta, tutta arredata di bianco, con le ante a persianina, la mia bimba andò con il padre dai nonni, mia madre stava male e volle restare da sola, io non andai dalla zia che mi aveva invitato....

Restai così.... a sentire che l'era delle feste allegre era finita per sempre.

Quel lunedì di Pasqua lui venne a pranzo da me e preparai il mio meglio per lui. Mangiammo, bevemmo ottimo vino bianco, che con lui avevo cominciato ad apprezzare, e passammo il pomeriggio e la notte a letto. Avvolti nei turbini della passione.

Ero felicissima. L'amavo e lui era travolgente.

Dopo pochi giorni mi sentii cambiare.

Pensai di essere rimasta incinta.

Lo dissi al mio primo marito, quando ci trovammo a giocare a tennis. Lui mi prese in giro e ci rise su.

Il ciclo non arrivò ed io ero certa di aspettare un bambino.

Ma a lui, al mio amato, non dissi nulla.

Attesi qualche giorno e feci un test di gravidanza di quelli di farmacia: risultò negativo.

Respirai di sollievo anche se in fondo mi dispiacque un po', attesi ancora, ma nulla, il ciclo era un fantasma.

Portai le urine al laboratorio: negativo.

Continuavo la mia vita: lavoro tennis uscite varie ma dentro sentivo che stava per cambiare tutto, attesi ancora e il ciclo non venne. Prenotai una visita dalla ginecologa e lì non vi furono dubbi: ero davvero in attesa di un bambino.

Che colpo fu.

Ma dentro io già sapevo e già avevo deciso: avrei avuto quel bambino. La mia amica ed ex socia mi disse che ero pazza, così pure il mio ex marito.

Ma io volevo quel bambino, anche se il padre non avesse acconsentito alla nostra unione.

Così glielo dissi.

Lui restò di pietra.

Si rabbuiò profondamente e mi chiese tempo per riflettere.

Si alzò dal tavolo del bar al quale eravamo seduti e se ne andò così, senza neppure girarsi, a malapena salutandomi.

Restai ferita dal suo comportamento.

Sparì per dieci giorni.

Io divenni ormai ero certa che non avrebbe accettato quel figlio.

Ma rafforzai in me la volontà e la gioia di averlo.

Quel bambino che era sbocciato in me, quella miracolosa nuova vita nata da un giorno di così grande amore e felicità era per me solo gioia: gioia allo stato puro.

Poi lui ricomparve e mi disse che accettava, a patto che io avessi venuto il negozio e mi fossi presa cura del bambino.

Mi rassicurò dicendomi che avrebbe cercato fonti di lavoro aggiuntive, oltre il suo lavoro fisso di operaio specializzato, se ci fossero stati problemi di ordine economico.

Io lo abbraccia commossa fino al pianto.

Demmo la notizia ai suoi, che conoscevo già da un po', durante uno dei rituali banchetti domenicali.

Furono felicissimi, anche la sorella di lui, ancora nubile.

Mi accolsero a bracci a aperte nella loro famiglia.

Erano ottime persone.

Mia cognata gentilissima, mio suocero un bel po' burbero e collerico ma fino a quel momento aveva evitato di esagerare, la sua mamma era una donna dolce, sottomessa e così generosa che io amai con tutto il cuore.

Dopo quell'arpia della prima suocera, lei era un sogno.

Misi in vendita il mio negozio ed in meno di un mese lo vendetti. Guadagnai anche una sommetta: era stato acquistato per 18 milioni, merce esclusa, cioè licenza, arredamento ed avviamento e lo cedetti per 37 milioni, sempre merce esclusa.

Poi avevo una decina di milioni di inventario, mi dispiacque, ma mi attendeva di nuovo una famiglia.

Pur vivendo quelli che furono gli anni più belli e divertenti della mia vita, sentivo la mancanza di un uomo accanto a me, nel mio letto..... e non certo per il sesso, che assolutamente non mi mancava visto che in quel periodo ne avevo avuto in quantità e qualità da me mai provate, ma per l'amore delle cose quotidiane. Per la presenza.

Comunque continuavo a sentirmi sempre sola....

Così vendetti la mia latteria e prenotai quindici giorni in un alberghetto al Parco Nazionale degli Abruzzi, regalando al mio compagno una vacanza/viaggio di nozze.

Lui si sarebbe trasferito da me dopo la nascita del bambino.

Ebbi un po' di paura quando ne parlai a mia figlia, che non sembrava legare in nessun modo con il mio nuovo amore.

Ma lei non rimase male alla notizia, anzi, sembrò contenta di avere un fratello o sorella, anzi, l'opzione fratello non era neppure contemplata: doveva essere una sorellina a tutti i costi.

Quindi partii per quel viaggio come nuotando in una nuvola di felicità.

Furono giorni bellissimi per me, anche se lui non sembrava poi così felice.

La natura là, eravamo a giugno, era stupenda e facemmo lunghissime passeggiate, vedemmo i lupi, gli stambecchi, un orso.... come era bello quel luogo! era puro....

L'alberghetto poi, era delizioso e si mangiava divinamente. Infatti presi un paio di chili. Ma mi dissi che li avrei smaltiti subito, tornando alla mia ferrea dieta di mantenimento che mi aveva fino ad allora permesso di rimanere in quei fantastici sessantotto chili.

In effetti in quegli anni io mangiai pochissimo.. ma pochissimo... perché il cibo si trasformava immediatamente in grasso.

Il parco, dunque , fu un'esperienza stupenda ma lui non si dimostrò così affettuoso come io avevo sperato e per tutto il nostro soggiorno si rifiutò d'avere rapporti d'amore con me.

Si sentiva a disagio, pensai, in un posto estraneo.

Lui non mi diede mai molte spiegazioni, del suo comportamento, anzi, non me me diede mai, punto.

Io avevo già un timore reverenziale di lui, quando lo vedevo rabbuiarsi negli occhi e diventare torvo.

Quindi non facevo domande, accettando quella sua peculiarità, amandolo così com'era.

Ero davvero felice. E pronta a capire e perdonare qualsiasi cosa.

Tornai a casa raggiante ma dopo pochi giorni ebbi crampi e perdite di sangue: di certo mi ero strapazzata troppo in quel viaggio dato che avevamo camminato per chilometri e chilometri ogni giorno... la ginecologa che mi visitò urgentemente mi disse che rischiavo un aborto.

Mi prescrisse riposo assoluto: dovevo alzarmi solo per andare in bagno e sperare che tutto si rimediasse.

Il pensiero di perdere quel bambino mi era insopportabile.

Mi misi a letto e finì che vi trascorsi tutto il resto della gravidanza, perché la minaccia d'aborto restò costante. Quell'anno c'erano le olimpiadi ed io guardai tutti gli sport a qualsiasi ora del giorno e della notte.

Il mio cane Last, il mio bellissimo levriero, acquistato dal mio grandissimo amico, lui pure appassionato di cani ed esposizioni canine, se ne stava sdraiato a letto accanto a me...

Ma era inquieto. Era molto giovane e facevo fatica ad accudirlo senza poterlo portare in spiaggia a correre come avevo sempre fatto fino a quel momento.

Il moto gli mancava moltissimo ed era davvero difficile tenerlo quieto. Così il mio amico mi propose di cederlo ad un suo conoscente che aveva un vastissimo giardino e che desiderava uno dei suoi levrieri.

Io accettai. Non avevo mai legato molto con quel cane.

Era un po' tonto, troppo vivace, non so.. non c'era un grosso feeling tra noi.. era disubbidiente, troppo vivace.

Quando lo avevo preso, da cucciolo, certo non immaginavo che poco dopo avrei avuto un bambino piccolo.

Così lo cedetti, pur sentendomi molto in colpa...

Non potevo in quel momento prendermene cura.

Rischiavo di abortire tutte le volte che mi alzavo dal letto... e sarebbe stato benissimo, di certo meglio, nella sua nuova casa. 

I giorni passarono.

Mia suocera mi cucì dei comodi vestiti prema-man.

Stavo rigidamente a dieta.

Presi il minimo indispensabile dei chili: dieci a fine gravidanza.

Il parto cesareo era stato programmato dall'inizio, anzi, quando la ginecologa mi annunciò che ero in attesa di un bambino, le dissi subito che l'avrei accettato solo se avessi potuto contare su quel tipo di parto.

Un'altra esperienza come quella precedente mi terrorizzava.

Allo scadere del termine, alla data prestabilita, mi ricoverai.

Ssentivo delle contrazioni ed era assolutamente necessario non fare aprire il canale.

Erano i primi giorni di gennaio 1985, avevo trent'anni, li avrei compiuti dopo meno di un mese.

Lui mi accompagnò in ospedale che cominciava a nevicare.

Continuò per tre giorni.
Fu una nevicata storica.

Mia figlia nacque nell'unica sala operatoria funzionante di tutto l'ospedale di Ravenna, alle 17 e 45 me la posarono tra le braccia, dopo averla estratta dal mio utero tagliato, ero sveglia perché avevo scelto l'anestesia epidurale per non far dormire il mio bambino mentre nasceva e non avvelenarlo subito così, ma anche e soprattutto perché non volevo perdere il momento della sua venuta alla luce.

Il mio amato non aveva voluto sapere il sesso e durante le ecografie chiedemmo che non ci venisse rivelato, ma io ero certa sarebbe stata una femmina.

Durante l'iniezione lombare rimasi calmissima, anche se non fu di certo gradevole, e pure molto serena mi mantenni durante l'operazione. L'anestesista accanto a me si stupì molto del mio comportamento.

Anzi, io avrei voluto vedere.... infatti all'inizio, mentre mi preparavano, guardai tutto nello specchio che non era ancora stato coperto. Se ne accorsero e lo celarono al mio sguardo mettendo un telo poco avanti il mio viso.

Peccato, avrei voluto davvero vedere.

Molte volte avevo pensato che mi sarebbe piaciuto fare il chirurgo ed ero comunque stata assistente di sala operatoria nella clinica veterinaria. Nulla m'impressionava.

Ma il mio parto non mi fu permesso di vederlo.

Sentivo i medici affaccendarsi intorno a me.

Li sentivo muoversi contro la parte superiore del mio corpo, ma dal seno in giù non avvertivo nulla.

Fu solo la sua voce a darmi la notizia della sua entrata in questo mondo.

Qualcuno mi disse: è una bellissima bambina di tre chili!!

E poco dopo l'ebbi tra le braccia.

Com'era bella...

Lacrime scivolarono lungo le mie guance, l'anestesista mi chiese se stessi bene.

Gli risposi che quello era il giorno più bello della mia vita.

Guardavo quel viso di bambola, dai capelli corvini ed i lineamenti perfetti.

Le sue piccole mani con dita lunghissime, come se non avesse fatto altro che suonare il pianoforte nel mio grembo e pensai che mai avevo visto una creatura più bella.

Quando mi riportarono in camera, il neo padre ed i suoi erano lì ad aspettarmi. La camera era invasa dai fiori.

Lui si avvicinò commosso e m'infilò un anello al dito.

Un anello con un corallo rosa, molto elegante e semplice ma bellissimo. Tutti quanti a dirmi che ero stata bravissima.

Quanto ero stata meravigliosa a partorire una bambina così perfetta.... mi sentivo in un sogno.

Non avevo mai vissuto una felicità tale.

Nei giorni seguenti la piccola stava bene, mangiava e cresceva normalmente. Io mi rialzai subito dal letto. Avevo un po' di dolore ma di certo non era nulla, in tutta quella felicità . Venne la primogenita con il padre. Anche loro furono conquistati dal quel viso stupendo.

La neve cessò e quando uscii dall'ospedale, gli spazzaneve l'avevano accumulata in enormi montagne in ogni angolo disponibile. Faceva un freddo acutissimo.

Ma io tornavo a casa con la mia bimba e lui sarebbe sempre stato con me da quel giorno.

Promisi a me stessa che mai avrei spezzato un'altra famiglia.

Ma la mia felicità è sempre di breve durata.

Lui cominciò ben presto ad essere troppo inquieto.

Quella piccola casetta, quella villetta sul mare, non gli piaceva. Abitava in campagna da quando era nato e gli mancava troppo.

Poi era davvero minuscola e in quattro eravamo strettini.

La mia primogenita ben presto divenne gelosa della sorellina.

Con lui non c'era nessuna simpatia, si parlavano a malapena, anzi, cercavano entrambi deliberatamente di ignorarsi.

Ma quando si rivolgevano quelle poche parole erano tese e dure.

Io accudivo la mia piccola che cresceva a meraviglia.

Era bravissima e non piangeva mai.

Le facevo lunghi discorsi e le cantavo mille canzoncine.

Esattamente come avevo fatto con la prima.

Ma allora i problemi erano stati tanti e tali, e le sofferenze così grandi che tutto era stato vissuto con angoscia.

Ora con lei era tutto diverso.

Se solo il mio compagno fosse stato felice.

Invece era sempre più torvo ed ombroso.

Una sera a cena ebbe la sua prima crisi collerica, almeno davanti a me... avevo preparato per cena gli spaghetti alla carbonara. Eravamo soli, la bimba più grande era dal padre e la piccola dormiva. Io lo guardavo con occhi adoranti ma lui, al primo boccone , buttò la forchetta contro il piatto sbottando perché la pasta era troppo salata, troppo cruda e io non ero capace di fare nulla di buono.... disse altre parole molto cattive.

Io reagii, mi alzai, lui gridava, gli urlai contro.

Fece per alzare le mani contro di me.

Gli afferrai un polso e sibilai: fallo.... ma se lo fai è l'ultima cosa che avrai con me.

All'improvviso si blandì, come riscuotendosi da un incubo.

Allora dispiaciuto mi chiese di scusarlo, quasi alle lacrime.

Mi disse che c'erano tensioni sul lavoro.

Mi raccontò di problemi con i colleghi e il suo capo.

Era davvero contrito e mi dispiacque per lui.

Lo perdonai immediatamente, anzi lo consolai.

Parlammo a lungo e mi disse che in quella casa non si trovava.

Gli dissi che non era un problema, che ne avrei acquistata un'altra in campagna, che anch'io amavo la campagna e mi mancava....

Così mi misi alla ricerca di una nuova casa per noi, ponendo in vendita la villetta marina. Scegliemmo come zona una cerchia di paesini tra Ravenna e Forlì, assai vicini al suo luogo natale.

Per me una posto valeva l'altro: l'importante era che fosse felice lui.

Vidi diverse case da sola.

Quelle che mi sembravano adatte, le tornai a visitare con lui.

Io avrei voluto acquistare una grande casa che mi piaceva molto, era ben rifinita, ristrutturata da poco e molto capiente, c'era il riscaldamento, dei bei pavimenti ed un camino nella sala, le camere per tutti, due bagni molto belli e costava solo 40 milioni! Questo perché non era del tutto indipendente ma era la parte centrale di una grande abitazione colonica dalla quale erano stati ricavati tre alloggi. Cancello d'ingresso e cortile comune, seguiti dai giardini recintati e divisi per ciascun alloggio. Era su di una stradina per nulla frequentata ed aveva un bellissimo portico sul retro che dava su di una vigna. Mi parve un posto da sogn!

Ma a loro, il mio compagno e i suoi, non piacque, era ubicata in una frazione che loro ritenevano di seconda scelta....

Per me quei paesini erano tutti uguali, ma io non ero nata lì....

Loro sì, e qui continuo ad usare il "loro" perché ci fu una massiccia ingerenza dei miei suoceri in questa cosa, e loro ne preferivano un'altra: una casetta singola ad un piano con 3000 metri di terreno.

La casa era davvero piccolissima: due stanze, camera e cucina, entrambe 4 x 5 mt, un corridoio troppo vasto che era stato interrotto con un tramezzo di vetro e legno per fare un ingressino ed un posticcio appoggiato contro alla casa nel quale era stato ricavato uno stanzino ed un bagnetto minuscolo con doccia. A fianco un'altra piccola costruzione ancora più bassa che serviva da sgombra roba e di seguito c'era una specie di porcile a due piani nel quale i proprietari allevavano colombi, dieci metri più in là, parallelo, un garage di metallo ed ondulato..

una piccola parte di terra era recintata come giardino, nell'altra c'era una vigna con diversi alberi da frutto ed un antico noce.

C'era già in essere il progetto per sopraelevarla di un piano.

Era sita in un micro paesino su di una stradina asfaltata ma molto stretta, esattamente a metà tra due curve consecutive e  di verso contrario.

Certo un posto molto tranquillo, con un paio di case a fianco e null'altro, ma in mezzo a tutto questo spazio vuoto la recinzione dall'altro lato della casa passava a mezzo metro dal muro di confine col vicino. C'era un riscaldamento con caldaia alimentata a GPL e il bombolone era già installato poco lontano dal garage. Quando l'andammo a vedere era tutto molto verde, tra la vigna, il noce, i susini e gli albicocchi, vi erano altri arbusti, e tutto quel verde mi piacque.... la casa davvero no.

I pavimenti erano in ceramica, ma assai brutti e lo stesso vale per i rivestimenti. L'esterno era di un rosa acceso e gli annessi sul retro versavano in uno stato di notevole abbandono, pur essendo area edificabile. Inoltre erano costruiti con mattoni forati neppure intonacati.

A me non sembrava tutto questo grande affare, ma a lui piaceva e al suocero pure.... il progetto l'avrebbe rialzata, dietro si poteva fare un portico e magari colorare tutto di bianco....

Sì, certo, il progetto era bello, ma il costo?

Cinquanta milioni la casa così com'era e il resto un po' alla volta, dicevano i due uomini, con quel modo di fare come per dire: ci pensiamo noi, facciamo tutto noi.

Uno dei principali motivi di litigio con mia madre è sempre stato il fatto che, secondo lei, io volevo sempre fare di testa mia e non ascoltavo mai nessuno....

Questa cosa mi è stata detta da lei tante di quelle volte che, ogni volta che desideravo fare, o avere, qualcosa non capivo più se era una mia necessità o solo il desiderio di contrastarla...

Provai a perorare l'altra casa, che era accogliente, ristrutturata, moderna e pronta subito.

Aveva quella servitù, è vero ,ma costava ben dieci milioni di meno ed era più grande.

Assolutamente la mia opinione non fu ascoltata e lui si rabbuiò...

Mi sentii la solita testona e zuccona, come sempre detto dalla mamma, e cedetti: comprai la casetta rosa.

Era maggio quando ci trasferimmo.

Intanto i due uomini avevano già lavorato: buttarono giù la vigna, perché sarebbe stata da seguire e nessuno ne aveva voglia e tempo, degli alberi da frutta ne furono salvati giusto due o tre...

Anche il noce, pochissimi mesi dopo, venne abbattuto: troppo vicino alla casa e quindi pericoloso.

Quanto piansi, quel giorno, quel grande albero era vivo, era una creatura bellissima, ma loro furono irremovibili.

Quindi tutto quello che mi era piaciuto di quel posto fu eliminato immediatamente.

Furono piantati un paio di piccoli sempreverdi là, nel mezzo della terra arata, e di tremila metri se ne potevano ora calpestare seicento... compresa la casa.

Quindi il sogno delle mie sieste sotto il noce e i filari, fu immediatamente depennato dalla realtà e quello che restava era piuttosto squallido e scomodo.

Il bagno era piccolissimo e con la doccia, così per lavare la piccola dovevo armeggiare con bacinelle ed acqua calda sul tavolo della cucina.

Fui subito infelice, lì, ma lui sembrava trovarvisi bene.

Si riavvicinò a me.

Il lungo periodo di post parto era finito ed avemmo i primi rapporti. Io ancora sentivo dolore alla ferita ma averlo di nuovo tra le mie braccia mi consolò un po'..

Ma dopo un mese sentii di nuovo la medesima sensazione che avevo provato quando ero rimasta incinta della piccola....

Pensai: mio dio, no!

Ed invece fu sì. Ero di nuovo incinta.

Gli ormoni sballati ci avevano tratto in inganno così come gli altri metodi, diciamo così, naturali.

Glielo dissi subito.

Lui mi disse semplicemente: è una scelta tua.

Parlai con la ginecologa che mi disse che rischiavo la vita.

Il cesareo precedente era troppo fresco e poteva spaccarsi tutto all'improvviso.

Parlai con la mia amica ed ex socia.

A suo dire era una follia aver un altro figlio.

Il mio compagno percepiva uno stipendio da un milione al mese.. Avevamo molte spese perché lavorava a diversi chilometri da lì e doveva usare la macchina per recarvisi.

di conseguenza avevamo due auto.

C'era poi la piccola che era certo un costo notevole da sostenere e poi l'altra, anche se percepivo un mensile dal primo marito di duecentomila lire. Ma certo in quattro non era uno scherzo. Poi il mio compagno fumava, e molto, comprava tutta una serie di giornali e pubblicazioni.. non so, il denaro che lui portava a casa nel conto comune finiva subito e già dai primissimi mesi avevo cominciato ad intaccare il piccolo gruzzolo che mi era rimasto dalla vendita della latteria.

Inoltre la villetta era rimasta invenduta a lungo e quindi poi svenduta a quarantasette milioni.... Pagati i notai vari, di quel denaro non era rimasto più nulla!

La mia amica aveva ragione.

Decisi che avrei abortito.

Feci tutte le carte, gli esami, ma ogni giorno piangevo....

Sulla culla della mia bambina parlavo con quel figlio che avrei ucciso di lì a poco e gli chiedevo di perdonarmi, di non soffrire.... e poi pensavo che non avrei mai visto il suo viso, le sue manine, i suoi occhi, che non avrei mai ascoltato la sua voce che mi chiamava mamma.

La piccola cominciava aveva appena cominciato a chiamarmi con quel dolcissimo nome...... non ce la potevo fare!

Così parlai al mio compagno, gli raccontai il mio dolore, gli chiesi aiuto.... e lui mi promise che, se avessimo avuto dei problemi economici, sarebbe andato a lavorare per qualche anno all'estero con la sua ditta, percependo così stipendi notevoli, ed avrebbe sistemato tutto lui! 

Gli credetti e fui felice, avremmo avuto un altro bambino, accettai anche di rischiare la mia vita.

Mia madre mi disse che ero pazza e la stessa cosa dissero i miei suoceri..... avevo tutto il mondo contro!

Ma non potevo assolutamente uccidere il mio bambino!

I mesi passarono e il mio uomo non mi cercava quasi mai, era freddo staccato.

Di certo la gravidanza non lo metteva a suo agio, pensavo...

Per fortuna quella gestazione fu buona.

Avevo la bambina piccola e lavoravo giorno e notte per mandare avanti tutto come desideravo.

Ripresi con me il mio Last, il levriero che non si era mai ambientato con il nuovo proprietario, ed accolsi uno dei cuccioli a pelo ruvido nati quando vivevo con il mio primo marito, era una femmina, venduta qualche anno prima ma poi abbandonata in un canile e questo mi rese felice.

Ma i due cani scappavano sempre, seminando il panico ed anche qualche vittima tra le galline dei vicini, con mio notevole disagio e spese per riparare i danni....

Il primo Natale con la piccola, aveva quasi un anno, fu una gioia. Vederla ad occhi sgranati davanti ai doni ed all'albero di Natale tutto illuminato fu bellissimo.

In quest'ultima gravidanza non ero riuscita a contenere il peso, come nella precedente, ed avevo sorpassato di nuovo gli ottanta chili. Ma non mi fu possibile non mangiare con tutto quel da fare e quei pensieri nella testa. 

Dieci giorni prima del compimento del settimo mese ebbi delle contrazioni. Il travaglio era cominciato.

Mi ricoverarono in ospedale e mi bloccarono a letto con flebo 24 ore su 24, non potevo alzarmi neppure per andare in bagno.

Il bambino si era girato con la testa verso il canale del parto, aveva appoggiato i piedi contro il mio fegato e spingeva con tutte le sue forze per uscire.

Lo sentivo distintamente. Tanto quanto era stata tranquilla e delicata la piccola nei suoi movimenti intrauterini, altrettanto era esagitato quel secondo figlio. Si seppe subito che era un maschio, questa volta non ci furono problemi a capirlo... mi sembrava di avere un'intera squadra di mini calciatori, nella pancia!

Dopo dieci giorni i medici mi dissero che il pericolo era scongiurato e che il lunedì seguente, era sabato, sarei potuta tornare dalla mia bimba, che era con i nonni, e che certamente avrei potuto portare a termine la gravidanza.

Ma io sentivo il bimbo spingere e glielo dissi, ma loro risposero che era solo una mia impressione.

Finalmente, dopo dieci giorni di letto, mi alzai, presi una bellissima doccia e mi feci una lunga dormita.

La mattina dopo mi svegliai, mi misi a sedere sul letto e sentii le acque rompersi.

Altro che mia impressione!!

Fu convocato d'urgenza il chirurgo e il mio bambino nacque a mezzogiorno e mezza di quella domenica dei primi di febbraio 1986, avevo 31 anni appena compiuti.

Quella volta il parto non fu semplice.

Sempre eseguito con la epidurale, l'utero però era così legnoso che non voleva cedere per lasciar uscire il bambino e il chirurgo ostetrico mi strattonava in malo modo fino a sollevarmi dal tavolo operatorio.... chiesi cosa stesse succedendo e con molta malagrazia mi fu detto di non disturbare!

Tutta la questione partì male! Appena arrivarono i medici uno di loro fece un commento assai sarcastico e scortese sulla mia mole.. l'anestesista, molto imbarazzato, gli disse che io ero sveglia, lui si scusò ma a me rimase un amaro groppo in gola.

Che bestie che sono certe persone, ma molto peggio delle bestie, solo perché hanno una laurea pensano di potersi permettere qualsiasi cosa....

Ci vollero diversi minuti prima che il chirurgo riuscisse a tirare fuori il mio bimbo e la tensione era tangibile.

Io tremavo.

Non avevo paura per me, tremavo per il mio piccolo.

Finalmente sentii la sua vocina, un vagito piccolino ma deciso.

Era nato.

E lì le lacrime scesero a fiotti.

Ma il sarcasmo iniziale di quel giorno era destinato a rovinare tutto, qualcuno disse: ma dai, invece guarda, è bellino....

Che simpaticoni, quelli lì, che rabbia che mi venne, ma poi me lo portarono.... era due chili e mezzo.

Piccolino... ed era...... blu... o meglio, azzurro..... mi dissero che aveva ancora quello che viene chiamato il velo o la camicia della madonna, mi commossi ancora di più....

Guardandolo con amore pensai che lui aveva voluto assolutamente venire al mondo.... chissà a cosa sarebbe stato destinato? Poi lo portarono via per lavarlo e sistemarlo, era del tutto sano e vitale, non c'era necessità dell'incubatrice.

Mi ricucirono e io mi abbandonai, ero sfinita.

Sfinita!!

Quando mi riportarono in camera non ricevetti le ovazioni della volta precedente, niente fiori, anello o dichiarazioni d'amore.

Ma perché?? Qual'era la differenza??

Non capii.. ero triste e stetti molto male nei giorni successivi. L'addome mi diventò tutto blu e pesto, mi faceva un male cane e le gocce per le contrazioni, per ripulire l'utero, mi provocarono dolori fortissimi..... avrei potuto partorire non so quanti figli con parto normale con quelle doglie!

Dopo qualche giorno ancora non si parlava di tornare a casa.

Io ero in pena per la mia bimba. Diceva cose strane. Diceva di avere due mamme. Aveva tredici mesi, non camminava ancora ma parlava benissimo. Era meraviglioso ascoltarla. Me la portarono spesso e lei mi diceva che io ero la sua mamma americana e che la sua mamma vera era a casa.

Che strano discorso.

Ebbi paura di traumi, per lei ma io stavo troppo male.

Dopo dieci giorni, quando finalmente il tutto cominciò a rischiararsi ,il mio bimbo smise di mangiare!

Me lo portavano dalla nurse che dormiva, gli mettevo il biberon in bocca ma nulla, non succhiava più, mentre i primi giorni era stato avido. Era sceso di trecento grammi di peso, cercavo di scuoterlo, di dargli dolci colpetti, di fargli il solletico, ma lui dormiva.

Trascorsero così tre giorni.

Gli fecero le flebo e mi dissero che se non avesse ripreso a mangiare il giorno dopo lo avrebbero messo nell'incubatrice.

Allora, quella sera, io gli parlai, gli raccontai della sua sorellina che ci aspettava, dei cani, del verde, dei campi, delle partite a pallone che avremmo fatto insieme, io e lui. Della sua bici, dei giocattoli, delle gite, del mare, delle montagne....

Gli chiesi, per favore, di destarsi dal suo letargo e di mangiare, almeno un pochino. Lui dormiva. Gli aprii la bocca forzando lievemente sul mento, gli misi la tettarella in bocca cercando di far scendere qualche goccio di latte caldo e lui mi ascoltò. Succhiò e bevve qualche grammo di latte. Piansi di gioia.

Si rimise in fretta.

Dopo un mese di ricovero finalmente tornai a casa.

Avevo due bambolotti tutti per me.

La mia primogenita invece aveva deciso di rimanere a vivere con il padre, le avevo sempre detto che avrebbe potuto scegliere e quindi non mi opposi alla sua richiesta....

Ma ci rimasi molto male anche se cercai di dissimulare il mio dispiacere e la mia gelosia nei confronti della nuova donna del mio ex marito, che nel frattempo mi aveva chiesto il divorzio, si sarebbero sposati presto.

Vedevo che vivere con noi e i suoi nuovi fratellini per lei era una sofferenza, il padre nel frattempo aveva cambiato lavoro e per uno strano gioco del destino aveva il suo nuovo ufficio ad un chilometro dalla mia nuova casa.

Così la bambina non doveva nemmeno cambiare scuola, già aveva fatto anche troppi vambiamenti in pochissimi anni.

Dopo la scuola, veniva a casa da me per il pranzo e per fare i compiti e stava tutti i pomeriggi con me, il padre la veniva a prendere alle diciassette prima di rincasare.

In quel modo il distacco non fu poi così terribile....

Ma lei, la mia ragazzina, che allora aveva dodici anni, era sempre più aspra con me.

Aveva cominciato ad ingrassare, mangiava tantissimo, era ribelle in tutto, non studiava, non ascoltava, era sgarbata con me, con i piccoli e con l'uomo che avevo accanto, che cercava di essere gentile con lei ma di certo non faceva i salti di gioia.

Era evidente che con il padre lei stava meglio ed accettai mio malgrado quel parziale distacco.

Mi concentrai sui due germogli che avevo generato.

Lei mi aveva rifiutato fin dalla nascita, mi ero chiesta migliaia di volte cosa avessi fatto per scatenare tutto questo, ma non lo avevo mai capito, era stata terribile... troppo vivace e ribelle, sempre ammalata o incidentata.....

Ho dimenticato di raccontare della lavanda gastrica che le dovettero fare a tre/quattro anni quando, da sola in casa con il padre mentre io ero a cavallo, si arrampicò in un posto difficilissimo da raggiungere e ingoiò le mie pillole anticoncezionali..... non ho parlato delle botte che dava a tutti i compagni di scuola.... non ho parlato di troppe cose....

Tante... ma è impossibile narrare tutto!

Era molto intelligente ma rifiutava di comportarsi in un modo intelligente, fu assai difficile crescerla....

Invece i miei due piccoli erano dolci e tranquilli.

Il maschietto per i primi mesi ebbe il sonno spesso disturbato da coliche gassose, gli faceva male il pancino e si gonfiava come un barilotto! Allora io gli facevo cambiare di posizione, lo massaggiavo, gli facevo emettere aria, lo ninnavo, gli cantavo la sua canzone preferita, la bella la va al fosso, e lui si riaddormentava.

La piccola invece era buonissima e non piangeva mai, dove la mettevi stava.

Dopo i primissimi mesi divennero come due gemellini: vivace e precoce lui, nei movimenti e nel mettere i denti, tranquilla e lenta lei, camminò a diciotto mesi ed il primo dentino lo mise dopo la nascita del fratello.

Così si trovarono presto a pari passo. Solo nel parlare lei lo sopravanzava di gran lunga, lui solo verso i tre anni cominciò ad esprimersi in modo più articolato, in compenso piangeva parecchio,  di certo le coliche gli avevano indotto l'abitudine di esprimersi così, era vivace ma obbediente, allegro e molto affettuoso.

Erano entrambi molto affettuosi, mi adoravano,  ed io adoravo loro. Cantavamo le nostre canzoncine, giocavamo al leone ed al cavallo e loro sul lettone mi strapazzavano in tutti i modi, dandomi cavalcioni della mia schiena.

Facevamo lunghe passeggiate per i campi e le stradine di quelle campagne a raccogliere fiorellini ed era bellissimo essere la loro mammina, ma quelle gioie erano interrotte da tanti, troppi problemi....

Capimmo subito che il denaro non sarebbe bastato con un bimbo in più, ma il mio compagno non mantenne mai la promessa che mi aveva fatto e addirittura, quando il maschietto aveva solo otto mesi, mi chiese bruscamente se io non avessi intenzione di lavorare mai più e se avessi voluto farmi mantenere da lui!!!

Ci rimasi così male che reagii con rabbia.

Io farmi mantenere??

Ma mai al mondo!!!

Dopo una settimana lavoravo già.

Iscrissi i bimbi al nido e cominciai a vendere i libri della Mondadori, porta a porta, nel frattempo feci un corso serale e per l'iscrizione all'albo degli agenti e dei rappresentanti.

Mi proposero un lavoro per una ditta di generi alimentari. Accettai, i libri si vendevano ma era dura, e mi diedero una zona già avviata solo da incentivare ed iniziai subito con entusiasmo.

Purtroppo i bimbi si ammalarono diverse volte e non fu proprio possibile mandarli al nido.

Non si poteva certo imbottirli di antibiotici una settimana si ed una no! Così assunsi a tempo pieno una tata, una donna giovane e bravissima che li seguì fino a quando restammo nel ravennate, nel 1996.

Lavoravo come una matta, mi comprai un'auto più comoda e adatta al mio nuovo incarico, una bella Renault Nove usata, ma messa benissimo.

Il fatturato cresceva a vista d'cchio e i negozianti mi volevano un gran bene. Ero puntuale, cortese, simpatica e ricordavo tutto. Gli facevo tutti gli sconti possibili ed il catalogo era ottimo, così triplicai in pochi mesi il fatturato!

Mi piaceva da morire girare per i paesini della Romagna vendendo le mie buone cose da mangiare, era come se fossi la vivandiera di un'immensa famiglia.

Mi mancavano i bimbi e quando ero a casa tutto il mio tempo era per loro, la tata faceva anche tutte le faccende, così restavano solo le spese e il cibo da preparare.

Mi organizzavo alla perfezione in modo da potermi dedicare il più possibile ai miei due bimbi.

I loro sorrisi al mio rientro, le loro vocette, i giochi, i bacetti.. erano un sogno.

Non così andavano le cose con il mio lui.

Era sempre più ombroso e torvo, beveva, non si ubriacava, no, reggeva l'alcol in modo stupefacente, ma la bottiglia del vino e le vodke al bar erano giornaliere.

Fra noi era sceso un gelo impenetrabile e non mi cercava più.

Tra un rapporto e l'altro passavano mesi.

Io soffrivo intensamente per questo e a letto mi avvicinavo a lui, cercavo di abbracciarlo, ma lui rimaneva indifferente o mi respingeva! Mi diceva che io cercavo solo del sesso, da lui ed io cominciai a dirgli che il suo pene era la sua parte migliore..... per puntiglio!! perché mi faceva soffrire ed arrabbiare moltissimo la sua freddezza.... mi umiliava

Ero un po' ingrassata ma ero ancora assai bella.

Così un giorno un collega mi fece la corte e cedetti alle sue lusinghe, un pomeriggio, dopo un pranzo di lavoro con tutta la ditta. Era un bellissimo uomo, dolce ed ardente.

Tradii per la prima volta il mio compagno, da quando, dopo essere rimasta incinta, avevo chiuso con tutti i miei "amici".

Quando il mio uomo aveva preso un impegno con me, io lo avevo preso con lui.... ma non aveva rispettato il suo impegno e anzi la sua freddezza mi feriva, mi umiliava.

Non era per il sesso, o solo per il sesso.... era essere donna, essere amata.... Così lo tradii. Ma fu una cosa di un pomeriggio.

Non volevo assolutamente avere un amante.

Amavo il mio compagno e volevo lui.

Scossa dall'accaduto cercai di capire cosa gli stesse succedendo, cercai di parlargli, di farmi spiegare cosa ci fosse che non andava.... ma non ottenni alcuna risposta.

Le uniche spiegazioni che mi diede in quei lunghi anni furono: lavoro, non rubo non ammazzo, cosa vuoi di più da me.

Quindi il nostro rapporto prese uno strano andamento.

Lui si raffreddava sempre di più e si allontanava.

Mai più un bacio o una carezza.

Assolutamente nessun amplesso.

Passavano i giorni e lui era sempre più duro, collerico e instabile. Mi faceva paura e non sapevo mai come comportarmi, sbottava per un nonnulla ed io non facevo e non dicevo mai nulla che andasse bene..... Era come un crescendo rossiniano.

Poi una notte all'improvviso mi cercava ed io, ferita, lo respingevo. Allora lui piangeva, chiedeva il mio perdono e ci amavamo con la nostra consueta passione.

Mi diceva che erano i problemi sul lavoro, che mi amava.... ed io ogni volta credevo che la crisi fosse risolta, lui stava sereno qualche giorno e poi tutto ricominciava come prima.

E gli intervalli tra un rapporto d'amore ed il seguente andarono sempre allungandosi. Da settimane a mesi.. due tre...

Io ingrassavo, mangiavo e soffrivo e piangevo e soffrivo e mangiavo e piangevo, ingrassavo....

A volte mi svegliava nel cuore della notte mentre ero in pieno sonno..... Era come se i nostri due corpi, abbandonate le menti al sonno, si riallacciassero nell'amore. Ma anche queste notti si diradarono fino a sparire definitivamente nel corso degli anni.

E più gli chiedevo spiegazioni, meno me ne dava.

 

Litigai con il proprietario della ditta di alimentari. Fu una brutta storia. Si scoprì che lui era il nemico giurato di giovinezza del mio compagno. Io non lo sapevo. Né lui mi spiegò mai cosa ci fu con precisione fra di loro. Ma l'odio tra i due era folle. il mio datore di lavoro organizzò un tranello e mi scoprì mentre ritiravo, rimborsando di tasca mia, della merce che era stata venduta con il patto del ritiro sullo scaduto. Il negoziante, d'accordo con il mio capo, parlando, mi portò a dire che il mio superiore aveva sbagliato a quelle parole lui saltò fuori. Era nascosto dietro una scaffalatura. Uscì gridando urlando bestemmiando che lui era il capo ed io dovevo fare solo quello che lui mi comandava. Io gli mollai la borsa con il catalogo in mezzo al negozio e me ne scappai piangendo.

A casa, quando raccontai al mio uomo l'accaduto, presi altre grida urla e bestemmie.

Mi licenziai. Dopo una settimana il mio collega, quello con cui avevo avuto quella storia, venne a portarmi le scuse del titolare e a chiedermi di tornare con loro. Ma per rispetto al mio compagno rifiutai.

 

Allora una mia amica mi propose una affare. Il cognato era morto improvvisamente, investito da un auto mentre era in bicicletta. Lui aveva inventato un brevetto.

Era un macchinario che stampava piccoli pezzi di teflon per le barche. Un prodotto innovativo e molto interessante. Per dodici milioni mi avrebbe venduto macchinario. Brevetto, un po' di materia prima e la clientela esistente.

Mi sembrò un affare, una cosa bellissima. Avremmo potuto mettere il macchinario nel garage e lavorare in casa. Senza dover lasciare i bimbi con la tata e risparmiando il suo salario che era di seicentomila lire al mese.

Vedevo un grande avvenire per quella tecnologia. Studiai un po' la cosa e immaginai altre possibilità. Facendo fare altri stampi si sarebbero potute forgiare altre parti per altre necessità: il teflon era un materiale assolutamente futuribile, secondo me.

Ma non ci fu nulla da fare.

Sebbene a vessi trovato facilmente il prestito presso la mia banca, senza ipoteche od altro, solo con una piccola rata di rientro, il mio compagno non ne volle sapere. Discutemmo a lungo. Io gli dicevo che lui avrebbe potuto aiutarmi. Aveva molto tempo libero. Usciva alle sedici dal lavoro, anche se prima delle diciotto diciotto e trenta non era mai a casa. Aveva i sabati e le domeniche in festivi liberi. Più di un mese di ferie l'anno.

Ma fu irremovibile.

E come avrei potuto fare quello contro la sua volontà??Mi arresi dopo giorni e giorni di di aspre discussioni.

E feci assai male.

La persona che acquistò quel brevetto si arricchì in fretta. Lo seppi con certezza.

 

Era l'inizio dell'estate del 1987.

nel paesino dove vivevamo c'era una piccola ditta di ingrosso di bevande. Serviva bar ristoranti stabilimenti balneari. D'estate la mole del lavoro cresceva a dismisura. Il proprietario seppe della mia bravura e mi propose di prendermi cura del settore balneare. Accettai con gioia.

Il denaro scarseggiava. Senza un secondo stipendio davvero non si poteva. Ero stata ferma solo tre settimane ma ero assai preoccupata.

Era maggio: cominciai quella nuova avventura.

Alle sette del mattino ero già in macchina, fino alle nove di sera.

I punti da visitare erano moltissimi ogni giorno. La cadenza delle visite frenetica perché nessuno aveva la possibilità di stivare troppe scorte. E la birra l'acqua il vino le coca cola scorrevano a fiumi.

In quegli anni la gente aveva soldi da spendere. Le spiagge erano gremite. I tavolini dei bar e dei ristoranti sempre pieni.

Lavoravo e lavoravo. Vendevo e vendevo. Faceva un caldo pazzesco. In macchina con il tailleur e le scarpe chiuse. Ma ero contenta, molto. Guadagnai assai bene in quella estate.

Ma mi stancai moltissimo. Alla fine di agosto, una mattina, il braccio destro cominciò a formicolare. Si gonfiò la mano. Risalì lungo la spalla, il collo la guancia. Spaventata mi recai nell'ambulatorio del mio medico che era lì vicino. Lui mi spedì di corsa con un'ambulanza al pronto soccorso. Mi ricoverarono in neurologia.

Non si capì mai bene cosa fu. I sintomi persistettero per settimane. Feci un mese di ricovero, poi mi dimisero praticamente senza una diagnosi. Ma io ero disperata per i miei bimbi e volli tornare a casa.

Imparai a sopportare quel fastidiosissimo stato a conviverci. Una successiva visita da un luminare di bologna a cui portai tutti i miei esami e trecentomila lire rivelò che forse avevo avuto una infezione virale spinale. Il grande scienziato mi disse che se si fossero aggravati i sintomi, avrei dovuto recarmi da lui che mi avrebbe ricoverato nella sua clinica e fatto accertamenti più approfonditi, come la puntura lombare con esame del midollo. Intascò il mio denaro e mi congedò.

Ma le cose, in casa, nonostante il mio evidente malessere, peggiorarono.

 

Il mio compagno era geloso del mio titolare. Non ho mai capito veramente cosa avesse contro di lui. Fra noi non ci fu mai davvero nulla, neppure l'intenzione. Era un ometto piccolo piccolo, sfortunato, un po' strano. Io però mi ci ero affezionata. Lui era molto gentile con me. Forse galante. Ma senza intenzioni, almeno a mio vedere.

Al mio uomo lui era come il fumo negli occhi.

Alla fine dell'estate il lavoro crollò di botto.

Cercai di recuperare un po' di fatturato andando a vendere del vino a nuovi ristoranti. E, per vendere, vendevo ma di certo la mole del fatturato estivo era assai lontana.

Il mio titolare mi suggerì di aprire io un bar.

Avevo già l'iscrizione al REC, dovevo solo far aggiungere la somministrazione di alimenti e bevande, con un esame integrativo.

C'era un baretto in una via centrale di ravenna, ma un po' defilata. Era assai piccolo ma lavorava abbastanza. Era giusto per una persona sola, come ero io.

Mi piacque così tanto, quando lo vidi. Ne chiedevano settanta milioni, da pagarsi in due rate a distanza di dodici mesi l'una dall'altra.

Ne parlai con il mio compagno. Lui non ne fu entusiasta ma io quella volta non mollai.

Lo comprai.

Ma altre novità grosse accaddero in quel 1988.

il mio ex marito, che si era risposato, un giorno comparve con la macchina piena delle cose di mia figlia. Mi disse che io avevo goduto abbastanza della libertà. Che adesso era il suo turno. Che la sua nuova moglie gli aveva posto un aut aut: o la figlia o lei. E lui aveva scelto la moglie. Mi disse che aveva diritto di un po' di felicità. Scaricò le cose e senza dare altre spiegazioni alla sua ' amata 'figliola, che ovviamente non aveva ascoltato quel terribile discorso, se ne andò e scomparve dalla sua vita.

A quel punto la casa era diventata davvero piccolissima. Non era più pensabile continuare a vivere lì, con i tre bambini, in due stanze più una cameretta di due metri ed un bagnetto nel quale chiudevi la porta senza alzarti dal wc.

Seppi che in paese era in vendita da tempo una grande casa. Aveva solo quattrocento metri di giardino ma era grandissima. Su due piani, quattro camere di sotto, quattro di sopra, un capannone trasversale con camino e sopra a quello un lunghissimo mansardato grezzo. C'era anche un capannetto in muratura nel giardino. I vecchi proprietari vi avevano venduto i fiori e quella era la stanza coibentata e refrigerata.

L'andai a vedere. Mi piacque.

Tornai a casa e dissi al mio compagno che l'avrei acquistata.

Ormai ero troppo arrabbiata con lui.

Le sue scelte si erano rivelate sbagliate. Scelte fatte con il mio denaro.

Il peso della famiglia era tutto sulle mie spalle. I bambini col padre non dicevano mai nulla. Ero io quella che doveva sempre risolvere i loro piccoli problemi. Tornavo a casa dal lavoro e loro mi raccontavano quello e quell'altro e avevano fatto una cosa, avevano male lì, c'era bisogno di comprare o andare là.. la più grandicella aveva cominciato a frequentare la scuola materna. Ma al padre non chiedevano mai nulla. Lui sedeva al tavolo della cucina, leggeva il giornale e loro giocavano, in silenzio. Solo al mio ritorno ed a me rivolgevano i loro piccoli gradi quesiti.

Ed io avevo già da tempo cominciato a pensare che quell'uomo non era poi così fantastico come mi era sembrato.

Inoltre mia madre stava male ed aveva bisogno di essere accudita. Nella grande casa c'ara posto anche per lei.

Nel giro di tre mesi vendetti la casetta rosa a cinquanta milioni, comprai quella più grande, che era giallo ocra, per settantacinque.

Il bar per settanta, pagando i primi trentacinque in contanti.

La grande casa aveva bisogni di qualche lavoro per diventare comoda come dicevo io.

Gli impianti di riscaldamento ed elettrici, i pavimenti, gli infissi, i due bagni, la recinzione..

Facemmo diverse cose da soli. Lui era bravo a fare quasi tutto. Lavorammo come matti.

Io accesi un mutuo di ristrutturazione prima casa di quaranta milioni. Rata mensile di trecentomila lire.

A settembre 1988 vi andammo ad abitare.

Il bar aveva aperto da un paio di mesi.

Mi alzavo alle cinque del mattino. Il bar era a quindici chilometri da casa. Alle sei ero operativa: panini sandwich tartine paste cotte da me, oltre quelle del pasticciere.

Il menù dei panini caldi era allettante. Usavo solo prodotti freschissimi e della migliore qualità: il latte fresco intero della centrale cooperativa. Il migliore caffè.

I miei cappuccini avevano una soffice densa schiuma. Avevo imparato in un attimo tutto.

Comprai tutto un assortimento di ' caramelle di plastica ', come le chiamavo io, che stavano spopolando fra bimbi e ragazzetti. Lì vicino c'erano tre scuole. Nelle primissime ore del mattino si entrava a stento, tanta era la ressa.

Io diventai velocissima. Facevo tutto da sola, anche la cassa, naturalmente.

La clientela crebbe notevolmente. Ero molto soddisfatta. All'ora di pranzo i miei panini gustosi ,grandi e a buon mercato attirarono diverse persone. Solo che il locale era davvero piccolo. Due tavolini accanto al bancone e quattro in un soppalco rialzato, a fianco. Più di tanto non si poteva lavorare. E poi, avevo solo due mani.

Il pomeriggio era più tranquillo. Approfittavo per ripulire tutto, fare gli acquisti. Incrementai gli aperitivi serali inventandomi nuovi pastrocchi colorati da servire con canapè e salatini.

Chiudevo alle venti e trenta, lasciando tutto pulito e pronto per l'indomani.

Il giorno di chiusura era la domenica.

Correvo a casa, dai miei figli, che mi accoglievano festanti, almeno i due più piccoli.

 

Nella nuova abitazione si viveva magnificamente.

A lui non piaceva, diceva che c'era poco spazio intorno, poco giardino. Ma a cosa erano serviti quei tremila metri di terraccia se non a spendere soldi per tenere l'erba più bassa di una giungla?? provai un anno a piantarvi dei fagiolini, ma non recuperammo neppure le spese. La mia amica, l'ex socia, mi disse più volte che avrei dovuto acquistare qualche cagnolina di razza e vendere i cuccioli. In quei casotti, che erano rimasti inutilizzati ed abbandonati ricettacoli di polvere, si potevano ricavare dei comodi caniletti. Ma il mio compagno non volle mai. Non voleva gente per casa, telefonate. Affari.. nulla di tutto quello che girava intorno al mondo dei cani gli piaceva.

Allora tutto si era risolto nel vivere tre anni in due stanze, senza nessuna comodità per i due bebè ma soprattutto per me.

La nuova casa era perciò per me un sogno.

 

Mia madre si trasferì da noi ed apportò ulteriori tensioni.

Litigava con la nipote maggiore, era dispotica con i due più piccoli, sempre in contrasto con il mio uomo.

Ma stava molto male. Fu operata alla schiena poi al fegato. Era necessario sopportarla. Inoltre lei ci aiutava economicamente. Ci aveva dato quindici milioni per sistemare la casa e farle camera e bagno a sua necessità e ogni mese contribuiva con una cifra che non era piccola. Non la ricordo. Credo trecento mila lire ma non ne sono sicura.

Il caro vita aumentava. I prezzi salivano vertiginosamente. La famiglia di sei persone era assai dispendiosa. Poi c'era la tata. Io ero fuori casa tutto il giorno. Era assolutamente impensabile fare senza di lei.

La tensione in casa crebbe a dismisura. Il mio compagno era sempre più agitato nervoso scontroso ed irascibile.

 

Anche il maschietto andò alla scuola materna. I due piccoli crescevano bene. Lui era più vivace e birbante, molto di più. Lei era una donnina e gli faceva da mamma. Lui si arrabbiava molto, per quello, dicendole che di mamma gliene bastava una. Ma la sorellina non mollava. Gli faceva persino il letto.

Li avevamo sistemati in due grandi camere contigue, ma loro vollero unire i lettini, che si potavano trasformare a castello e dormire insieme: il maschio sopra, la femminuccia sotto. Erano inseparabili. Li sentivo chiacchierare tra loro mentre si addormentavano, dopo che li avevo messi a letto.

Tornata dal lavoro loro avevano già mangiato. Gli facevo il bagnetto, entrambi insieme dentro la capiente vasca da bagno piena di acqua calda schiuma e barchette. Giocavano scherzando. Li asciugavo, gli mettevo i pigiamini e poi si infilavano tra le lenzuola. Io mi trattenevo un po' con loro, raccontavo una favola, cantavo una canzoncina. Stanchissimi scivolavano presto nel sonno. Io mi recavo in bagno per rimettere tutto a posto e sentivo i loro ultimi discorsi del giorno. A volte le femmina finiva di raccontare lei la favola al fratellino.

Erano due creature meravigliose. Intelligenti e dolcissime. Così diversi dalla loro sorella maggiore, sempre dura ed anaffettiva. Io mi scioglievo di tenerezza.

Ma era la mia sola dolcezza.

Con il mio uomo le cose andavano sempre peggio.

Con la figlia grande ci fu da passare una grossa crisi.

 

Dopo che il padre me l'aveva scaricata così brutalmente e sparì completamente, se non per qualche breve impacciata telefonata, lei pazientò qualche mese. Poi mi fece domande precise. Volle sapere cosa fosse successo.

aveva quasi quindici anni. Era ormaiuna donna. Alta più di me, forte, assai robusta, volitiva. Di certo non la si poteva trattare come una bambina.

Dopo le scuole medie, finite un po' per il rotto della cuffia, la moglie di suo padre la convinse di iscriversi alle magistrali. Io ero contraria. Lei era molto intelligente ma assolutamente non aveva voglia di studiare e non tollerava nessuna disciplina.

Infatti frequentò qualche settimana e poi passò il resto dell'anno in giro per la città con i più sbandati che trovò. Divenne punk e dark e si truccava pesantemente con quello stile che io trovavo davvero di dubbio gusto. Ma non mi opposi. Giudicavo che avesse il diritto di seguire un suo stile. Ma a scuola però ci doveva andare.

E dato che non lo faceva la ritirai, per non farla bocciare e la costrinsi a venire ad aiutarmi un po' nel bar. Ma era una frana. Tutto quello che faceva mi complicava di più la vita. Così le lasciai la libertà. Si mise con un ragazzetto brutto e stupido. Mi chiesi mille volte – e lo chiesi a lei – cosa ci trovasse. Ma, ricordando i discorsi di mia madre quando io avevo la sua età, accettai anche lui. Passavano dal bar per bere o mangiare.. io davvero non ero felice nel vederli così. Mi dava l'impressione che stessero sbagliando tutto.

Quando mi chiese del padre io le dissi la verità. Cercai di addolcirla un po' ma non le mentii.

Per lei fu un colpo durissimo. Forse sbagliai ma io ho sempre creduto che la verità non sia mai un errore.

Divenne ancora più riottosa ribelle prepotente aggressiva.

Litigava con tutti, con me la nonna e il mio compagno. Per ogni piccola sciocchezza.

Fuggì di casa.

Venne vista per strada con una sua amica. Me lo vennero a dire dei ragazzi che venivano sempre a mangiare i panini da me e che quella mattina mi avevano vista sconvolta e a cui avevo raccontato che la mia ragazza la notte non era rincasata ed io non sapevo dove fosse.

Avevo telefonato al padre, il quale mi disse che non sapeva cosa fare e mi invitò a rivolgermi alla polizia. Io volli attendere qualche ora ancora e feci bene.

Quando mi indicarono dove fosse, chiusi il bar di corsa ed andai a riprenderla. Riportai a casa l'amica e cercai di parlare con mia figlia.

Volevo che smettesse di vagabondare così, che decidesse cosa fare del suo futuro. Che si cercasse un ragazzo migliore. Anche lui aveva lasciato gli studi e fumava canne. Scoprii che lei pure fumava. Dall'età di undici anni. Lei che aveva sempre torturato il padre, grandissimo fumatore, perché smettesse.

Mi cascò il cielo sulla testa.

Ma come fare??? io ero dentro quel bar tutto il giorno..

e cominciai a stare male.

Presi una prima broncopolmonite. Tenni chiuso il bar una settimana. Stetti malissimo. Poi una seconda, più lieve, che curai in piedi lavorando.

Poi cominciarono le coliche. Veramente erano cominciate ancora quando stavamo nella casetta rosa. Tutto ad un tratto mi coglieva un fortissimo dolore allo stomaco, tanto forte da piegarmi le ginocchia e farmi accasciare a terra.

In quei mesi si intensificarono. Feci esami. Si parlò di calcoli alla cistifellea. Feci una gastroscopia.

Risultò una brutta ulcera pilorica con stenosi. In pratica il piloro, sommerso nei succhi gastrici si era eroso e stringeva l'anello dello sfintere. I boli del cibo non fuoriuscivano, lo stomaco si riempiva di gas ed arrivava la colica.

Mi curarono e i sintomi dell'ulcera migliorarono ma peggiorarono le coliche epatiche. ma calcoli non se ne vedevano.

Giunse l'estate. Mi prese una colica fortissima. Mi ricoverarono un'altra volta.

In quei giorni mia figlia maggiore fuggì di nuovo di casa.

Rubò i gioielli di mio padre e mio nonno, anello medaglia al valore, vecchissimo orologio d'oro a catena, anello con topazio e le mie spille e catenine e anellini e braccialettini di battesimo e comunione. Razziò tutto, anche il denaro che trovò in casa, qualche centinaio di mila lire, della nonna, e fuggì con la sua vespa ed il suo ragazzo.

Quando il mio compagno me lo disse, io stavo malissimo, in preda da tre giorni a quella colica che non passava con nulla.. Telefonai al mio primo marito ma anche quella volta se ne lavò le mani.

Furono due giorni di assoluta angoscia. Poi la polizia ferroviaria li trovò su di un treno diretto ad amsterdam.

Li fermarono e li portarono a milano. Di certo io non potevo andare a prenderla. Il padre di mia figlia si negò di nuovo. Allora solo il mio compagno si fece avanti. Quella volta si comportò assai bene. Prese la macchia ad andò a milano a recuperare i fuggitivi.

Ma la portò il giorno stesso direttamente da milano. Piangente, sporca puzzolente, fumata visibilmente, distrutta. Io l'abbraccia in preda ad un grandissimo dolore. Piangemmo così su quel letto di ospedale. Lei mi raccontò che il suo ragazzo aveva avuto una strana reazione alla pelle. Che era stato certo avesse contratto L'AIDS, dato che si bucava, che fosse il morbo di karpof. E quindi era certa l'avesse contratto pure lei. Per quello erano fuggiti. Le chiesi di tornare in sé. Promise. Furono fatti esami che, per fortuna, risultarono negativi: lui aveva solo una crisi di acne.

 

Mi dimisero senza diagnosi. I calcoli non si vedevano. Gli esami erano perfetti. Dissero che somatizzavo. Ma io continuai a stare male. Tornai al bar, che questa volta avevo lasciato nelle mani di due mie amiche, pagandole, ovviamente, per non chiuderlo di nuovo.

Ma stavo male.

Però sembrava che mia figlia si fosse calmata. Non usciva più. Disse che aveva lasciato quel ragazzo Invece scoprimmo che usciva di nascosto la notte, scavalcando la finestra.

 

Mia madre, in tutto quel trambusto, si arrabbiò tantissimo e se ne tornò a vivere accanto a mio fratello.

Mi disse che ero pazza, che la mia vita era una follia. Le chiesi se avesse una ricetta per risolvere tutto con la bacchetta magica. Mi rispose che il problema era mio. Che quello era il frutto delle mie scelte.

Io ribadii che quello era il frutto soprattutto di scelte altrui ma di certo io avevo lasciato fare. Le dissi che una buona parte di tutti quegli errori dipendevano dal mio non sapere mai cosa volere. Se facevo di testa mia sbagliavo, se davo retta ad altri sbagliavo. Lei mi disse che non sapeva cosa dirmi che aveva dato la vita per me, che mi aveva aiutato in tutti i modi. che non resisteva più. E se ne andò.

Lasciandomi così anche senza aiuto economico, oltre che senza la sua presenza che comunque si dimostrava preziosa nei momenti di vuoto. In casa lei c'era sempre ed i bambini potevano così non rimanere mai soli, permettendomi di risparmiare qualche ora della tata.

La capii, però. Casa mia era davvero un girone infernale.

 

Quando scoprii che mia figlia usciva di notte scavalcando la finestra mi arrabbiai tantissimo. Le vietai di vederlo. Montai una guardia armata. La chiusi in casa.

Ma ormai era troppo tardi. Dopo pochissimo mi confessò di essere incinta.

Rimasi di sasso. Ma non la sgridai. Le dissi che potava contare su di me. Che scegliesse in tutta libertà cosa fare. La portai a fare colloqui con una psicologa che disse che la colpa era tutta mia. Che la ragazza aveva sofferto troppo sin da neonata e la responsabilità era solo mia.

Mi sentii un mostro.

Pensavo a questo bambino, immaginavo potesse assomigliare al padre, che era quasi anormale, e rabbrividivo. Ma era un bambino, era una creatura, era sacro. Era mio nipote.

Lo amai.

Ma mia figlia decidette di non farlo nascere. Con dolore accettai la sua decisione. La portai a fare tutto quanto. Cercai di starle vicina. Ma lei si chiuse in se stessa.

Ed anche si chiuse in casa. Non uscì più. Fino all'autunno del 1989, quando si iscrisse alla prima istituto alberghiero, - cucina - e cominciò a frequentare regolarmente le lezioni.

Io piansi in silenzio per mesi, anni, per tutta la vita quella piccola vita spezzata. Ma mia figlia non voleva avere bambini. Aveva sempre affermato quello sin dai suoi primissimi anni. Non voleva sposarsi né avere figli. Mentre invece i figli vanno desiderati amati. E poi è difficilissimo anche così.

La vita era la sua: aveva diritto di scegliere. Ma io piansi quella piccola vita mai nata.

La vita in casa, però, si acquietò un po'.

 

Forse sto sbagliando qualche collocazione cronologica, può darsi che incroci qualche accadimento, che sgarri di qualche mese. Mi accorgo che in questo devo forzarmi un po' per inserire tutto al suo posto.

Ma credo che non cambi granché.

Comunque il 1988 era andato ed anche un bel po' del 89 quando accadde qualcosa di eccezionale.

Per raccontarlo uso parole che ho già scritto. due brani tratti da due capitoli del mio terzo romanzo QUELLO CHE NON DICO A NESSUNO.

 

 

 

Ci eravamo conosciuti a venti anni, lui, Stefano, aveva la mia stessa età, l'esatto anno della mia nascita.

Ma lui è un leone, io invece un acquario.

Era bello il ragazzo Stefano, biondo, gli occhi scuri ma dorati nei riflessi, molto mobili e impudenti, che sorridevano assai prima delle sue labbra.

Il viso regolare ma non troppo mascolino nascondeva un qualche cosa di muliebre, di infantile, di bambina appena cresciuta.

Alto senza esserlo, forte senza saperlo, piacente e completamente conscio del suo potere, seduceva sapendo di sedurre, seduceva chiunque per poi tradire ogni aspettativa con comportamenti irresponsabili ed irrazionali.

E pure si beava del livore altrui, della delusione che lasciava dietro le spalle, dello stupore maligno che accompagnava le sue sfuriate o i suoi eccessi.

A queste reazioni assurde dava spiegazioni rocambolesche che io trovavo delizianti e perfettamente logiche.

Gli perdonava tutto, perché era mio amico, era uno spirito libero che rifiutava ogni regola ma seguiva esclusivamente quella del suo istinto e del suo desiderio.

Io vedevo in lui quello che avrei voluto essere ma non ebbi mai il coraggio di diventare, vedevo l'uomo che sarei stato se madre natura mi avesse dotata della barba e dei suoi bei baffi folti e curati, e pure di qualcos'altro.

 

Per più di dieci anni io e Stefano fummo amici, amici cari.

Lui si sposò, io lo ero già, e in quattro facevamo cene, partite a carte, scampagnate, le nostre due bimbe giocavano insieme.

Poi io mi separai, si risposai, ebbi un altro figlio, e Stefano fu sempre vicino a me con uguali passioni politiche, simili convinzioni, medesimi impegni, e stessi piaceri.

Sapevo che la sua vita privata era assai movimentata, sapevo che con sua moglie avevano incontri assai particolari, almeno per le mie idee, ma pensavo di essere comunque al di fuori di quella sfera per lui e sulla cosa, sui suoi racconti piccanti e ammiccanti, ridevamo come commilitoni.

A volte io mi sentivo più uomo di lui.

Una volta gli procurai un'avventura assai coinvolgente con una ragazza inglese più giovane di loro, che cercava un accompagnatore fidato per le sue vacanze. Avevo degli obblighi verso di lei, ma non volevo assolutamente trasformare il suo soggiorno presso di me in una prigionia. Però temevo vivamente che si sarebbe cacciata nei guai: la giovane non conosceva affatto gli italiani e questo mi preoccupava alquanto.

Così pensai a Stefano, non curandomi assolutamente di quello che avrebbe pensato sua moglie e mia cara amica: sapevo che lei vi era del tutto abituata.

Lui anche quella volta si dimostrò perfettamente all'altezza, e la fanciulla anglosassone non dimenticò mai il suo tempo in Italia.

E io fui felice di averle regalato un vero maschio italiano e di avere regalato a lui una dolcissima preda dagli occhi di cielo.

Ma anche il mio secondo matrimonio entrò molto presto, troppo, in crisi.

Mi sentivo trascurata e lo ero, anzi addirittura rifiutata e questo mi faceva soffrire immensamente, riempiendomi di rabbia.

 

Una sera Stefano entrò nel bar dove allora lavoravo. Era la chiusura e mi stavo affaccendando per lasciare tutto in ordine e pulito: eppure quando lo vidi entrare dalla porta a vetri, mi illuminai e gli sorrisi come sempre facevo vedendolo. Gli volevo molto bene.

Stefano si accomodò con quel suo fare da guascone, sul trespolo al banco e gli servii subito il vino bianco che sapevo piacergli molto. Aprii un pacchetto di salatini, tutto per lui.

Senza por tempo in mezzo, egli mi guardò negli occhi e mi chiese a bruciapelo se avessi voluto andare a trovarli la sera stessa per fare l'amore con loro, con lui e sua moglie.

Restai fulminata da quella proposta e ne fui estasiata: da sempre favoleggiavo tra me e me di avere un'esperienza simile, ma mai e poi mai avrei pensato di poterla veramente realizzare e sicuramente non con loro.

Ero decisamente molto ingenua e questo faceva di me una rara specialità: una timidissima disinibita.

L'unica cosa che mi venne da dirgli fu un si spontaneo e immediato, senza neppure un attimo di esitazione, protestando però vivamente sul fatto che egli avesse lasciato passare tanto tempo prima di proporsi a me in quella speciale veste, esprimendogli il mio rammarico per tutte le occasioni che erano andate sprecate.

Lui mi guardava soddisfatto e sornione e a me il cuore batteva forte di curiosità ed emozione: il mio eroe si era finalmente accorto di me e mi desiderava esattamente come gli avevo visto desiderare tante altre donne e amiche mie; inoltre avrei potuto finalmente amare una donna, un sogno che rincorrevo nelle sue più inconfessate aspirazioni fin a quando la memoria mi portasse indietro.

Il bar era deserto a quell'ora, la saracinesca semi abbassata e le luci quasi tutte spente. Stefano girò dietro al bancone e mi spinse contro un angolo più in ombra, premendo contro di lei, aderendo con tutto il suo corpo che le manifestò immediatamente il suo entusiasmo giovanile con un inequivocabile potente turgore.

Mi abbracciò e mi strinse molto forte guardandomi fisso e sorridendo, dicendomi a bassa voce: Marina vuole tanto che tu la baci, ovunque.

Mi sentii afferrare alla bocca dello stomaco dalle sue parole e mi si piegarono lievemente le ginocchia.

Non dissi nulla, ma passai la mano aperta e leggera con una carezza maliziosa sulla sua virilità così accesa, sentendomi bella e potente, pari a lui: egli mi stava offrendo sua moglie come un vero compagno d'armi, mi stava portando alle soglie spalancate del suo sogno di sempre.

 

 

 

 

Entrai in quella casa che conoscevo così bene come varcassi quella soglia per la prima volta, i timpani del cuore in piedi in un ' fortissimo ' prolungato.

Trovai Stefano, l'ornamento dei miei vent'anni, che mi attendeva sorridente. Imparai a riconoscere bene quella sua espressione di noncuranza con la quale nascondeva l'eccitazione più forte, che in quel preciso momento mi passò un laccio fremente ai polsi, dal quale mi divincolai solo quando la piccola Chiara si appoggiò penetrante alla mia schiena.

Come se nulla fosse diverso, mi chiese se volevo qualcosa da bere, mi versò un calice di vino bianco e poi mi prese per mano e senza aggiungere una parola mi indusse a seguirlo su per le scale che conducevano al piano superiore.

La penombra mi attirava a sé sospirando dalla porta socchiusa della camera da letto.

Marina era lì, completamente nuda e sdraiata sul lenzuolo bianco, gli occhi accesi di un caldissimo riflesso che non avevo mai visto sul suo volto scarno e allungato.

I suoi neri capelli riccioluti si spandevano sul cuscino come un fiorire di alghe marine. Vedendoci entrare, rivelando l'attesa silenziosa e prolungata che aveva preceduto il nostro ingresso, tese le braccia sorridente al marito che le stava recando per mano una nuova proposta di piacere.

Stefano lasciò la mia mano e si distese accanto a lei, baciandola sulle labbra grandi con affetto e poi volgendosi a guardare me, che, in piedi contro la porta, immobile, mi scolpivo quei fotogrammi nella memoria.

Una nuova prima volta.

 

 

Marina svestì il suo sposo della camicia e dei pantaloni, degli slip, come si fa con un bimbo per prepararlo al bagno in una giornata di caldo estivo. Le sue mani decise poste in primo piano in snelli movimenti sembravano spogliare anche me.

Mi guardavano fissi mentre carezze che ben conoscevano le vie dove i nervi affioravano, affrettarono la loro respirazione.

' Guarda cosa ti ho portato stasera. Una nuova amica per le tue voglie! '

Le parole di Stefano erano calcolate nel sottolineare l'impudicizia della sua offerta.

Quindi si sporse verso di me e afferrandomi per un braccio, mi trascinò in mezzo a loro.

Quattro mani si presero cura dei mie abiti e della biancheria, come intente ad accordare una chitarra.

Io non pensavo, sospesa sui loro sorrisi di predatori.

Stefano mostrò un mio seno, grande e chiaro, alla moglie perché lo guardasse ed ella lo fece come ammirando un quadro di un pittore famoso in esposizione su di un cavalletto, al centro di una grande sala bianca.

Le ordinò di baciarlo e lei pose inedite labbra di donna dove pochissime altre labbra di maschio si erano abbeverate.

Sentii la grana un po' ruvida della sua pelle caldissima sfiorare la mia, liscia e fresca accendendosi ancor di più a quel contrasto, e chiusi gli occhi per ascoltare la mia risposta.

Quello che trovai nella cassapanca dischiusa del tatto, fu un silenzio di assorta attesa.

Le labbra di Marina dal mio seno silente risalirono lungo le spalle e il collo fino alla mia bocca.

 

La bocca di Marina era avida e dura, la sua lingua non attese un istante per entrare nella mia, ma i suoi vuoti non si fusero con i miei pieni e non ci fu un abbraccio.

La baciavo e pensavo che ero felice, pensavo che stavo baciando le labbra di una donna, pensavo e mi lasciavo strumento del suo piacere ripiegato su se stesso.

 

La sua durezza mi irrigidì, la sua pelle mi era estranea, il suo odore sconosciuto.

 

Quando sentii pulsare le sue labbra intime nella mia bocca, le prime labbra intime di donna che baciavo, quando sentii che si contraevano per poi esplodere in un fortissimo getto di lava calda, una pietra prese il posto dei miei pensieri.

 

Di nuovo i conti non tornavano.

IO A DUE ANNI

 

TERZA PARTE

 

 

Fu una serata che segnò la mia vita ma non nella direzione che mi ero attesa.

Lei non mi piacque e questo allontanò ancor di più il mio desiderio di avere una storia con una donna.

Invece Stefano assunse un ruolo, quello di amante, che mantenne a lungo.

Io avevo un assoluto bisogno di essere amata.

Lo aveva il mio corpo, la mia mente. Lo aveva quella parte di me che ancora si sente morire, se non ama ed è riamata.

Amavo il mio compagno, lo amavo molto. Ma lui non mi voleva più.

E questo per me era un modo per buttarmi deliberatamente nelle braccia di un altro.

Impossibile che lui non se ne rendesse conto che non si chiedesse nulla, che non capisse.

Mi dissi che se lui si fosse comportato da buon marito io non lo avrei tradito mai.

E sono ancora perfettamente convinta di questo.

Il mio primo marito non lo avevo tradito mai, mai. Nonostante io non lo desiderassi più ma lui c'era. Lui era fedele alla sua promessa di amarmi e rispettarmi come donna. Invece il mio attuale compagno quella promessa, che per me era valida anche se non l'avevamo sancita di fronte a nessuno, se la metteva sotto i piedi e la calpestava.

 

Lui aveva conosciuto la mia natura passionale, ci eravamo frequentati a lungo prima di decidere di formare una famiglia. Non eravamo più due ragazzetti alle prime esperienze, lui aveva avuto altre relazioni importanti, prima di me, era un uomo navigato, come poteva pensare che io sarei stata una vita intera ad aspettare che lui si decidesse di tornare ad essere un compagno affettuoso e presente?

Se aveva dei problemi ne parlasse con me.

Se aveva delle richieste da farmi le portasse avanti.

Se non mi amava più, me lo dicesse.

Invece per lui era tutto normale.

Io gli facevo notare i suoi repentini cambiamenti d'umore, i suoi assurdi sbalzi caratteriali e lui mi rispondeva: sono sempre io.

Cominciai presto a proporgli di seguire una terapia da uno psicologo, se non poteva parlare dei suoi problemi con me, che lo facesse con qualcuno che di certo lo avrebbe saputo aiutare.

Gli proposi una persona di mia conoscenza, nella mia città natale, uno stimatissimo professionista.

Acconsentì di andarci e gli fissai un appuntamento.

Tornò a casa da quel colloquio che sembrava un'altra persona. Era l'uomo che io sapevo giacesse in lui, mi abbracciò, gioì con i suoi bambini, mi disse che tutto sarebbe stato diverso da quel momento. La notte mi amò con trasporto.

Ma nel giro di due o tre giorni, tutto tornò come prima, non prese mai un secondo appuntamento e addusse la scusa che non vi era abbastanza denaro.

Io lo pregai più volte, dicendogli che la sua salute era la cosa più importante di tutto, che avremmo fatto a meno di qualche altra cosa, ma non ci fu nulla da fare.

 

Mi ripetevo che non mi amava, perché quando si ama non si riesce a negarsi così.

Si può non essere d'accordo, si può litigare, ma quando ci si ama e si è vicini, uno di fianco all'altro, a prescindere del sesso dei componenti la coppia, quando ci si ama la sola cosa che si può fare è abbracciarsi, baciarsi, perdonarsi e fare l'amore.

Io l'avevo fatto tante e tante volte con lui di perdonargli le sue durezze ed intemperanze.

Per me era impossibile resistergli anche se ero fortemente arrabbiata, quando allungava una mano per cercarmi, sempre mi trovava, io c'ero sempre.

L'equazione è semplice e non lascia scampo: non c'è amore senza passione.

Non c'è.

Così Stefano divenne il mio amante ed io, che vivevo di sensi di colpa verso tutto e tutti.... non mi sentii affatto in colpa.

 

Ma i colpi di scena continuarono.

 

Ebbi di nuovo coliche forti, fui ricoverata all'ospedale della mia città e sottoposta a nuovi accertamenti.

Nel momento in cui mi misero una flebo con un mezzo di contrasto per eseguire una apposita radiografia, mi venne un grave shock anafilattico, persi i sensi e mi risvegliai sotto gli schiaffi di un medico che cercava disperatamente in quel modo di scuotermi.

Decisamente ci riuscì.

Allora l'unica possibilità che era rimasta, dato che con l'ecografia non si vedeva assolutamente nulla, a parte un fegato molto ingrossato, era quella di praticarmi una RCP.

Ho dimenticato di dire che un mese prima la nascita della secondogenita gli esami di routine mostrarono che io avevo contratto un'epatite di tipo B, asintomatica, e che questa mi aveva devastato il fegato.

Mi presi uno spavento terribile, temendo, temevo per la vita e la salute della mia piccola.

Lei fu vaccinata alla nascita, così come il terzo arrivato e la figlia più grande.

Il mio fegato si era ingrossato moltissimo ed era steatosico (grasso come quello di un'oca da patè) ma la funzionalità era intatta.

I due piccoli furono seguiti per diversi anni, controllati con cadenza obbligata per monitorare lo stato di salute del loro fegato, ma non ebbero mai problemi, per fortuna.

Il mio fegato invece si era preso una bella batosta, ciò nonostante gli esami erano nella norma e di calcoli neppure l'ombra..... ma ero giunta ad un punto che persino bere un bicchier d'acqua mi scatenava una colica.

Allora finalmente si convinsero che non poteva essere somatizzazione, e poi, accidenti, io andavo dal medico solo quando ero in situazioni gravi, lavoravo con tutti gli stati d'animo e di salute, perché mai avrei dovuto "fingere" quelle terribili coliche??

Dissi ai chirurghi riuniti in consesso attorno al mio letto di operarmi comunque per vedere cosa c'era ma loro si rifiutarono e mi proposero questa RCP.

Era un'indagine endoscopica non era scevra da pericoli, infatti firmai una carta nella quale mi assumevo tutte le responsabilità, scagionandoli a priori.

Mi sedarono un poco con del valium, ero impossibilitata a muovermi ed a reagire ma ero completamente cosciente e sentivo tutto, anche il dolore.

Mi inserirono il tubo endoscopico con una fibra ottica, varcarono la soglia del mio piloro stretto ed ammalato, confermarono la profonda ulcera, però in via di guarigione, entrarono nel coledoco e io sentii tutte queste manovre dentro di me.

Fastidio, senso di vomito per l'ingestione del tubo, dolore della ferita ulcerosa, altro dolore nel coledoco.

La fibra ottica vide finalmente una colecisti terribilmente ingrossata e piena di calcoli.

Confabularono tra loro, estrassero il tubo, cambiarono il terminale, inserendo un bisturi laser e di nuovo m'inserirono il tubo in gola.

Il mio esofago si era gonfiato e non voleva più far passare quel coso, grosso più di un dito. Per cinque volte provarono a spingerlo dentro, senza riuscirci. Alla sesta passò con uno sforzo estremo.

Sentii di nuovo il passaggio attraverso il piloro, con un dolore ancora più forte, l'ingresso nello stretto coledoco e lì mi sentii tagliare. Due volte. Come se un paio di grosse forbici mi avessero reciso le viscere.

Quasi svenni dal dolore.

Fu terribile, assurdo.

Finalmente estrassero il tubo e mi riportarono in camera.

La sera mi spiegarono che era stato molto strano che io avessi sentito tutto quanto, che la dose di sedativo che mi avevano data era assai maggiore di quella che facevano di solito e che bastava per togliere ogni dolore al paziente.

Altresì mi dissero che quel taglio che avevo sentito, quei due tagli erano serviti per sganciare la colecisti dal coledoco e quindi rendere l'operazione programmata per il giorno dopo assai più agevole e meno pericolosa. Lo stato del sacchetto di bile era molto precario. Rischiavo una peritonite da un momento all'altro

e infatti quella sera, per la prima volta, negli esami si vide abbondante bilirubina e un po' di colesterolo.

Il giorno dopo mi operarono.

Io ero stremata.

Quell'esame endoscopico mi aveva prostrato.

La colecistectomia fu eseguita con anestesia totale.

Almeno avrei dormito un po', anche dopo, non ero in grado di affrontare altro.

L'intervento andò bene, solo che il fegato era talmente ingrossato che, dato che non lo si può piegare pena la rottura dei suoi tessuti, per poterlo estrarre dal mio addome, girarlo sottosoprra e tagliar via la colecisti, mi dovettero aprire da un lato all'altro.

Mi diedero quarantasei punti di metallo. Graffette di una grossa cucitrice cannibale conficcate nella mia carne.

I calcoli risultarono trentadue, di cui uno grosso come una nocciola, vi era poi una grande quantità di sabbia organica, erano formati da colesterolo e altri elementi minerali.

Il taglio era davvero immenso ma mi ripresi rapidamente. Ero arrivata ad un punto tale, prima che mi operassero, che quell'enorme squarcio ricucito mi sembrava una bazzecola.

Ma la ferita, come al solito non si rimarginava e mi trattennero in ospedale qualche giorno in più. Smaniavo per tornare a lavorare. Il bar era ancora affidato alle mie due amiche e poi c'erano i bambini, che sentivano terribilmente la mia mancanza.

 

Quando provarono a togliermi i punti, videro che la ferita si apriva come fosse appena stata fatta, allora mi dimisero lo stesso, con tutti i punti, con il compito di curare la ferita facendomi seguire dal mio medico.

Ci vollero tre mesi per una totale guarigione, i punti si incarnirono e quando il mio medico condotto me li tolse mi fece un male cane.

Ma che potevo farci? Sopportai. Almeno non avevo più coliche.

Non che stessi bene, ero a dieta strettissima e comunque non avevo proprio appetito. Fu uno dei pochissimi periodi della mia vita in cui l'appetito mi abbandonò e persi diversi chili, con mia grande soddisfazione.

Il mio peso era salito notevolmente, nei mesi precedenti, veleggiando verso i novanta chili, i miei begli abiti non mi stavano più, l'incubo del grasso era tornato ed io mi sentivo sconfitta.

Così quel dimagrimento fu accolto con entusiasmo, ma durò poco.

Appena le mie condizioni migliorarono ricominciai a mangiare di nuovo molto e male. e quindi ad ingrassare.

Nel bar era un continuo: cioccolatini, caramelle, paste.

C'era ogni ben di Dio ed io non sapevo resistere.

Nel mio cervello stremato dagli eventi mulinava il solito ritornello per ore: domani mi metto a dieta,  domani mi metto a dieta, domani mi metto a dieta.....

Ma quel domani non veniva mai.

 

Cominciai ad essere stanca di tutto quel lavoro, il mio compagno si lamentava in continuazione che io non ero mai a casa e i bambini piangevano per lo stesso problema.

Ebbi un'offerta di acquisto.

Piovve all'improvviso, a ciel sereno, portatami dal mo ex datore di lavoro delle bevande.

Centoventi milioni, sessanta subito, il rimanente un milione al mese, escluso gli ultimi dieci in un'unica soluzione.

Accettai senza pensarci sopra, ero sfinita e non ce la facevo più.

Il guadagno non era poi così alto e le spese influivano parecchio, soprattutto lo stipendio della tata.

Lei andava a prendere i bambini dalla materna, anzi, li riceveva dal pulmino che li scaricava davanti a casa, mentre al mattino era il mio compagno che li preparava e ve li issava.

Io andavo via troppo presto per poterlo fare.

Non si potevano svegliare quelle povere creature alle cinque.

Mia figlia maggiore andava anche lei a scuola e poi non era per nulla collaborativa, anzi tutt'altro.

Così la tata li ritirava e rimaneva con loro fino a che non tornava il padre. Nel frattempo faceva anche le faccende domestiche.

Il mistero dell'orario di uscita di mio marito non venne mai chiarito, terminava il lavoro alle sedici ma rientrava prima delle diciotto e trenta, a volte le diciannove, adduceva scuse quali il tempo della doccia, dato che si sporcava molto, e il traffico del rientro.... io, molto presto ebbi il sospetto che mi tradisse. Gliene chiesi conto, ma lui negò. Negò sempre.

Fatto sta che rientrava sempre tardi e le ore della tata a fine mese erano molte.

Così accettai di vendere il mio bar.

Mi dispiacque troppo e ci piansi sopra, amavo quel posto.

Ma non avevo altra scelta e l'offerta economica era troppo importante per lasciarsela scappare.

L'avevo acquistato per sessanta milioni.

Il guadagno per un anno e mezzo di gestione era altissimo.

Con la cifra che presi in contanti chiusi tutte le pendenze: il prestito, il fido bancario e tutti i fornitori, con i quali avevo un giro di pagamenti a sessanta giorni.

Mi rimasero una trentina di milioni perché l'inventario della merce mi fu pagato in contanti.

Ero contenta.

Avevo un gruzzolo in banca ed una rendita per quattro anni di circa di un milione al mese.

Avrei percepito uno stipendio senza lavorare ed ero assai fiera di me.

Quando chiusi la saracinesca l'ultima sera, appoggiai un bacio al vetro della porta ormai chiusa e consegnai le chiavi al mio acquirente con le lacrime agli occhi....  

Un mese dopo già smaniavo, mi mancavano il mio lavoro e i miei clienti.

Sia in toelettatura che nella latteria e nel mio bar, avevo avuto meravigliosi rapporti con la clientela.

Cosa che era accaduta anche nei due lavori da agente di commercio.

Le persone si affezionavano a me e mi trattavano come una di famiglia ed io volevo bene a loro, diventavo facilmente la confidente, mi raccontavano i loro problemi, mi chiedevano consigli, più che una commerciante ero una psicoterapeuta istintiva.

Solo con il mio compagno non riuscivo a parlare, si chiudeva e si allontanava sempre di più, seguendo il ritmo sinusale che ho già descritto.

 

Il lavoro mi mancava troppo. Sì, c'erano i bimbi e c'era il mio amante, che incontravo regolarmente. Ma dopo aver pulito la casa da cima a fondo, aver fatto le spese ed i pasti restava un vuoto grande, nella mia giornata.

Così il mio amico ex datore di lavoro mi propose l'acquisto di un piccolo pub-pizzeria-ristorantino ad un chilometro da casa mia.

Aveva il forno elettrico, l'attrezzatura della cucina era quasi inesistente ma il bancone bar era bellissimo.

Aperto solo la sera dalle diciotto alle due di notte.

Ne chiedevano trentasette milioni, più uno sparuto inventario. Mi piacque molto e volevo acquistarlo quindi ne parlai a lungo con il mio compagno. Era vicinissimo a casa e avrei potuto recarmi al lavoro anche in bici o a piedi, la sera c'era soprattutto lavoro per la pizzeria d'asporto, quindi avremmo potuto cenare insieme tutte le sere, avrei potuto ritirare i bambini da scuola e li avrei portati con me lì, mentre preparavo per l'apertura. C'era un bel giardino fuori e un terrazzo immenso dietro dove potevano giocare e fare i compiti con me, quando sarebbero andati alle elementari, non ci sarebbe stato alcun problema.

Inoltre la mia primogenita studiava per diventare cuoca, avrebbe potuto aiutarmi nei giorni di maggior lavoro e una volta preso il diploma dei tre anni, avrebbe avuto già un posto tutto suo, lei ne sembrava contenta.

Lui invece mi disse di non contare sul suo aiuto lì dentro, io gli risposi che lo sapevo benissimo, la sua non era certo una personalità estroversa e adatta a trattare con la clientela di un luogo del genere.

Naturalmente era contrario all'acquisto e diceva che il mio ex titolate mi voleva fregare, gli dava un fastidio immenso il fatto che lui mi avesse procurato un guadagno così alto con la vendita del bar e questo proprio non lo poteva buttare giù.

Quando s'incontrarono per discutere insieme dell'acquisto del pub, per poco non vennero alle mani e ciò era assurdo.

Io volevo prendere quel locale a tutti i costi.

Avevo già in mente un sacco di idee per portarlo in auge come avevo fatto con tutte le attività precedenti ed ero certa che non avrei sbagliato, ma non volevo acquistarlo senza il consenso del mio uomo. Lo stremai con lunghi ragionamenti, alla fine si convinse e si disse d'accordo e io gli feci promettere che, comunque fossero andate le cose, non mi avrebbe mai accusato di averlo acquistato contro la sua volontà.

Fu così che feci quell'affare che avrebbe cambiato di nuovo radicalmente la mia vita.

I lavori per la nuova apertura furono intensi, mi recai da un commercialista, amico del mio ex datore di lavoro, per chiedergli consiglio su come acquistare le attrezzature che desideravo.

Avevo pagato l'arredamento e l'avviamento trentadue milioni, riuscendo ad avere uno sconto sul prezzo richiesto.

Volevo migliorare l'arredamento e attrezzare la cucina in modo completo, il preventivo di spesa era di circa trenta milioni, compresa la merce per l'apertura.

Quindi mi serviva un prestito o un leasing, lui mi sconsigliò sia il prestito che il leasing e mi spinse a chiedere un fido di quaranta milioni. Mi disse che avrei lavorato, reato un giro di cassa e pagato solo lo scoperto, avrei potuto rientrare nel capitale solo quando il lavoro fosse stato avviato.

Sapevo già che la mia banca mi avrebbe concesso il fido senza problemi perchè c'era anche la casa a garanzia.

Mi fidai di lui e feci proprio l'unica cosa che non avrei dovuto fare, solo che non lo sapevo, lo imparai solo più tardi.... quando era troppo tardi.

Quindi agii così.

Assunsi una squadra di tre operai venezuelani, che mi furono consigliati da un conoscente, per rifare i pavimenti, assai brutti, attaccare la carta da parati ed altri lavoretti all'impianto idraulico in cucina. 

Scelsi delle bellissime piastrelle 40 x 40 antiscivolo, di gres opaco, verde scurissimo, stupende. Le dovevano montare in diagonale con le fughe larghe due centimetri.

Acquistai un cuoci-pasta con tre cestelli, per avere sempre l'acqua pronta per la cottura, dato che avrei servito solo ed esclusivamente piatti espresso, una friggitrice a due cestelli, un banco refrigerato, un grande tavolo da lavoro e i pensili. Tutto in uno splendido acciaio inossidabile. Ah, anche una bellissima cappa aspirante con filtri. che fu posta sopra la cucina a gas che era già in dotazione. Quella andava bene, misi solo in sicurezza i fuochi comprando ugelli nuovi.

Trovai una scaffalatura nuova, alta e capiente per la dispensa e mi feci dare dal mio ex datore di lavoro, ora fornitore, due bei frigoriferi in comodato d'uso, uno verticale per i salumi ed uno per i vini da mettere in sala, e un banco gelati con vetrina da porre accanto al bancone, sempre in sala, dal fornitore dei gelati e dessert oltre a una vetrina verticale che fu posta accanto a quella del vino.

Acquistai una meravigliosa carta da parati combinata alle tende che avrebbero coperto l'intera vetrata di fondo, quella che dava sul balcone, dove d'estate avrei creato una pergola con tavoli all'aperto, aveva il fondo verde scuro e su cui si stagliava un fogliame verde acqua in parte tenue e cupo con fiori di passiflora gialli ed arancio.

Misi tovaglie di lino verde acqua sui dodici tavoli e i copritovaglia bianco candido di sbieco. Un candelabro con campana di vetro e candele rosse, ed un piccolo vaso verde scuro a foggia rotonda  con fiori freschi, decoravano ogni tavolo.

Acquistai stoviglie eleganti ed originali: posate d'acciaio brillantissime e particolari, bicchieri e coppe per ogni occasione,

vassoi da portata in acciaio, piatti giganteschi per le pizze, taglieri di legno per gli antipasti e le fornarine.

Comprai di tutto.

Fu uno dei giochi più belli della mia vita.

Ma gli operai si rivelarono disastrosi, alla fine dovetti cacciarli e, con l'aiuto di un amico, cercare di riparare al mal fatto.

Il pavimento, purtroppo, aveva le fughe discontinue di colore, perchè erano state riempite in un secondo tempo da noi. E non erano perfettamente a quadro.

Questo provocò un ritardo notevole sulla tabella di marcia ed io, che non volli spostare la data d'apertura fissata al primo novembre, lavorai una settimana intera giorno e notte, senza dormire mai. Assolutamente mai!

Feci un contratto con un cuoco, proprietario di un grosso ristorante balneare, che sarebbe venuto due mesi a lavorare per me per insegnare al mio personale di cucina, una cuoca ed un aiuto, tutto quello che non sapevano, compresa la sua ricetta per l'impasto della pizza.

Io andavo sempre a mangiare da lui e la trovavo speciale.

Lo avrei pagato due milioni al mese, comprensivi di ogni ricetta che mi avesse lasciato, dagli antipasti ai dolci.

Assortii un menù vastissimo. Di antipasti, crostini, paninoteca, primi, secondi, contorni, pizze, dolci e gelato.

Tutto fatto rigorosamente dal mio personale, compresa la pasta all'uovo, sia semplice che ripiena, che in Romagna è una tradizione importantissima.

Insomma, da me si poteva mangiare dall'hamburger con patatine, al filetto al pepe verde, fino alla panna cotta, al mascarpone in coppa, passando per tagliatelle, cappelletti, ravioli, strozzapreti e garganelli. Il tutto condito con una decina di sughi diversi.

Le pizze presentavano una grande scelta tra le classiche e le speciali, sulle quali spiccavano il mo famoso "calzone atomico" una pizza doppia con dentro di tutto, ma proprio tutto, e la celeberrima pizza agli spaghetti, ricetta carpita in gioventù in una pizzeria di Rimini e che io trovavo stratosferica. Un po' impegnativa da mangiare, ci voleva un buon appetito per arrivare in fondo ma ci furono molti clienti che le fecero onore.

Alle mie amiche, clienti del bar e studentesse dell'accademia di belle arti, commissionai un dipinto sulla vetrata d'ingresso alta due metri e mezzo e lunga sette.

Lavorarono per una settimana, indefessamente, con colori speciali indelebili.

Quando ebbero finito una bellissima donna dalla bionda capigliatura fluente accoglieva i miei clienti adagiata su di una onirica nuvola di fiori inediti di ogni tenue colore.

Era stupenda, un vero colpo d'occhio, solo un oblò trasparente di circa un metro di diametro permetteva lo sguardo in sala.

Era come entrare in un sogno, venendo da un sogno, accompagnati da un sogno.

Il pomeriggio del primo novembre guardavo il frutto di tanto lavoro. Il forno era caldo, il personale in cucina era pronto con tutto. Io mi ero comprata una elegante camiciona turchese a pallini neri, davvero bella. I capelli freschi di parrucchiera, un lieve trucco. Collana ed orecchini di bigiotteria artigianale molto originale. Sorridente, entusiasta, raggiante. Emozionata come poche altre volte nella mia vita.

I miei piccoli correvano altrettanto emozionati tra i tavoli, il buffet per l'apertura era pronto. La mia primogenita era dietro il banco del bar, anche lei elegante e truccata, pronta, quella sera almeno, a coadiuvarmi servendo le bevande ed i caffè. Io avrei preso gli ordini e servito ai tavoli. tutta la cittadinanza dei paesi vicini era stata invitata con volantini e locandine. Feci pure passare l'auto con il megafono, come si usava allora.

Bei tempi quelli, quando ancora ci si ascoltava a vicenda. Almeno ancora un po'.

 

Ma non tardai ad accorgermi che il sogno era piuttosto un incubo.

La sera dell'apertura non vi fu l'afflusso pensato e desiderato, nonostante si offrisse da bere e stuzzicare gratis.

Invece quelli che vennero a cena dovettero aspettare parecchio per essere serviti.

Il cuoco quella sera incappò in una giornata no e fece di tutto, dal bruciare le pizze a sbagliare la cottura della pasta. Eppure era assai bravo. Solo più tardi, molto più tardi, capii che l'aveva fatto apposta.

Dimenticò persino di evadere una comanda per un tavolo di sei persone, che attesero un'ora per un piatto di cappelletti.

Io andai in confusione, non capivo più nulla. Fu una cosa assolutamente caotica.

 

Quando tutti se ne andarono restai nel locale vuoto, in un disordine totale e lo stesso disordine vorticava nella mia mente. Un presentimento terribile mi attanagliò il cuore.

Ma ormai era troppo tardi: il gioco era fatto, le jeaux son fait.

Seguirono due mesi da incubo.

Il cuoco continuava a far uscire cibo cucinato male con estrema lentezza. Si scusava dicendo che si sentiva poco bene, che aveva una brutta influenza. Così alla fine del primo mese gli dissi che potevamo andare avanti da sole.

Lo pagai e lo congedai piuttosto delusa. Lo avevo considerato un amico ed il suo comportamento mi stupì assai.

Ma ancor di più restai esterefatta quando, due sere dopo, la cuoca ed il suo aiuto, che erano due giovani donne del luogo, conosciute e stimate da tutti, mi annunciarono che avevano preso in gestione il circolo bar Arci che era dall'altra parte della strada e che avrebbero aperto lì una pizzeria.

Tutto mi fu chiaro.

Mi arrabbiai furiosamente e le cacciai in malo modo, liquidano loro il compenso pattuito.

Ciò che mi stava capitando era assurdo!! Ma come poteva accadere??

Mi misi allora all'affannosa ricerca di un cuoco ed in qualche ora trovai un giovane diplomato che era libero. Venne subito il giorno dopo, nel primo pomeriggio.

La mia tata, la mia gloriosa tata, che avevo tenuto con me per le pulizie del ristorante, accettò di fare la pasta a mano, era bravissima, e al mattino l'impasto per la pizza con l'impastatrice, in modo che io potessi dormire un'ora in più, dato che prima delle quattro non potevo andare a letto.

Io mi sarei recata alle due per fare le palline e metterle a lievitare e poi preparare dolci, macedonie ed il resto. I sughi e i condimenti spettavano al cuoco che sarebbe arrivato alle diciotto. Il suo stipendio sarebbe stato di un milione e duecento mila lire al mese, in regola. Alla tata sarebbe andato un milione, perché nei suoi compiti erano comprese anche le pulizie di casa nostra, il bucato e lo stiro.

Eravamo cinque, non so se lo ricordate.

Io avevo gli acquisti, la contabilità, la gestione di tutto e servivo ai tavoli e dietro il banco. Tenevo la cassa, la banca...

Non era uno scherzo.

Ma in breve anche quel cuoco si dimostrò inadeguato. Non era bravo come si era vantato d'essere.

Inoltre, una sera, lo scoprii che occultava nel suo borsone un pacchetto piuttosto pesante di prosciutto crudo tagliato a fette. E avevo già notato che era uno sprecone: se si cucinava, per esempio, una pizza,  dato che nel compenso era compreso un pasto e bevande, la faceva molto farcita e poi ne mangiava un morso, buttando nel secchio il resto.

Mi indignai e lo licenziai in tronco. Potevo farlo. Lo avevo colto sul fatto che rubava le mie materie prime.

Eravamo vicinissimi alle festività natalizie. I menù e le prenotazioni per il cenone di San Silvestro erano già al completo: in quei giorni la clientela stava aumentando un po'.

Disperata mi chiesi come potevo fare ad arginare quello scempio.

Capii che avrei dovuto andarci io, in cucina.

Ero sempre stata un'ottima cuoca ed ormai avevo imparato a fare ciò che prima non conoscevo, anche a stendere la pizza. Non ero certo velocissima, ma avrei migliorato senz'altro in fretta le mie prestazioni, ne ero certa.

E il prodotto, la qualità dei cibi sarebbe stata sempre costante. Eliminando gli sprechi e i furti.

E così feci.

Trovai allora su due piedi un cameriere diplomato, che si dimostrò assai bravo e che lavorò per me due inverni, lasciandomi per la sua campagna estiva che svolgeva da anni nel miglior ristorante della riviera di quei paraggi.

Fu una scelta azzeccata.

Inoltre io lasciavo la porta dalla cucina aperta e dalla sala si poteva guardare dentro, si vedeva come io lavoravo.

Ero perfettamente pulita ordinata ed organizzata: non avevo nulla da nascondere.

La clientela cominciò ad aumentare. Il cenone di fine anno, preparato e cucinato tutto da me, mia figlia primogenita ed un suo compagno si scuola che abitava nelle vicinanze, di cui lei si innamorò poi perdutamente, fu un successo. Alla mezzanotte stappai il magnum di Dom Perignon che avevo comprato per l'occasione e che fin dall'apertura, faceva bella mostra di sé sul bancone del bar. Demmo da mangiare a cento persone e tutto filò via benissimo. Fu tutto buonissimo e tutti si divertirono enormemente.

Noi pure, in cucina, eravamo euforici.

Brindammo, così, con i clienti, con i grembiuli macchiati dal gran lavoro e gli strofinacci sgualciti alla cintola, lo champagne di quella notte di festa ci fece sperare nel meglio.

 

Era l'anno 1990.

Anno nuovo, vita nuova, si diceva, ma nulla cambiò, neppure le mie catastrofi personali.

 

Caddi e mi feci male ad un ginocchio.

Dovetti chiudere una settimana: nessuno mi poteva sostituire, Ma riuscii a salvare il week end. Ripresi il lavoro zoppicante, con il ginocchio gonfio, ma che fare?

Il lavoro stava crescendo.

Ero tutta assorbita da quello e dai miei bimbi, che finalmente mi potevo godere meglio.

Il pomeriggio lo passavamo un po' a casa e un po' al ristorante. Poi si cenava tutti insieme. Tanto, in prima serata, non c'era mai molto da fare, esclusa la domenica, che avevo l'assalto delle pizze da asporto.

I bimbi erano molto contenti di stare con me e mangiare al ristorante gli piaceva loro moltissimo.

Con il mio compagno ebbi qualche bella notte, dopo la chiusura, complice qualche bottiglia di ottimo bianco pregiato di Ribolla Gialla o Muller Turgau. Sembrò che lui volesse riavvicinarsi. Io ne fui felice. Ma ugualmente incontravo, anche se non spessissimo, il mo amante. Mi aveva donato di nuovo un cane, un levriero femmina, stupenda e dolcissima. Così ebbi finalmente un cane nella casa gialla, dato che Last era fuggito il primo giorno, restando ucciso, investito da un'auto. Recuperammo la sua compagna, quella a pelo ruvido, ma chiesi al mio ex marito di tenerla presso di sé. Quel cancello era troppo basso per lei, che era abituata ad evadere e lì, a differenza della casa rosa, il traffico era notevole, almeno in certe ore del giorno.

Lui, per fortuna, fu d'accordo e venne a prenderla. Era sempre desaparecido dalla vita di mia figlia ma né lei né io osavamo spezzare quel tenue filo che ancora ci univa.

 

La nuova cagna era un sogno, dolce ubbidiente. Era come la mia fatina bianca. Il pomeriggio quando era bel tempo, andavamo per il viottolino che era di fronte a casa e che si perdeva tra i campi coltivati. Io, i bimbi con le loro biciclettine e la cagnona che correva giocando con loro.

Era lungo sette ottocento metri, quel viottolo ma era come entrare in un altro universo. Là in mezzo silenzio, campi, fiori, farfalle, alberi e uccelli. Io e i mie bimbi e il mio cane. Null'altro: era bellissimo.

Ma a primavera presi una brutta influenza e rimasi un paio di giorni a letto con la febbre alta e poi ripresi il lavoro.

Una sera, pochi giorni dopo, Stefano venne a vedere la cagna e la trovò che stava male. La prese senza dirmi nulla, ero al lavoro, e la portò via. Mi telefonò accusandomi di averla trascurata, di averle dato da mangiare gli avanzi del ristorante. Mentre io le davo solo il suo cibo specializzato e piuttosto costoso.

Io non capii. Mi disse che forse sarebbe morta. E buttò giù la cornetta del telefono in malo modo. Io sapevo che le sue accuse erano false. Certo, ero stata male, ma proprio il pomeriggio prima l'avevo portata a spasso con i bambini e lei stava benissimo...

Ebbi un'illuminazione: forse aveva bevuto acqua inquinata da trattamenti agricoli.

Telefonai al mio amico-amante, per dirglielo, ma non mi rispose. Allora telefonai a Marina, sua moglie e mia ex amante. Avevamo avuto ancora qualche incontro a tre ma tra noi non aveva mai funzionato, però eravamo amiche.

Credo non fosse certa che io e Stefano ci vedessimo, seppi da lui che si era ingelosita, ma non si rifiutò mai di parlare con me. Piangendo le spiegai il mio dubbio. Le chiesi di dirlo a lui, di farle gli esami e somministrare gli antidoti giusti. Mi feci dire dal mio ex marito quali erano i trattamenti che si facevano in quel periodo, per centrare i medicinali attivi e chiesi alla mai amica di spingere il marito a fare pace con me.

Che tenesse pure la cagna con sé e facesse quello che voleva, anche che non si facesse più vivo, ma che si rendesse conto che le sue accuse erano false.

Ma non ci furono santi.

Lui era furibondo e chiuse tutto.

Soffrii piansi, ricaddi nell'influenza, nella febbre. Un languore assurdo mi assalì. Una stanchezza mortale.

Non avevo più la febbre alta ma una febbricola continua. Mi trascinavo.

Continuai a lavorare, cambiando, sotto la guida del mio medico, diversi antibiotici. Mi faceva male la gola e la testa. Avevo dolore per tutte le ossa.. e questa stanchezza innaturale.

Passarono le settimane e non i riprendevo.

Finalmente il mio dottore mi prescrisse un tampone faringeo. Risultò positivo allo streptococco aureus.

 

Che roba!!!!

 

Il medico mi fece ricoverare in medicina e chiusi il ristornate dieci giorni. Non era possibile fare diversamente.

Era vietato lavorare in una cucina con quella patologia.

Rischiavo la chiusura definitiva dai NAS.

La mia primogenita non era in grado di sostituirmi.

Feci una lunga serie di esami.

C'era il rischio che la proteina c reattiva risultata positiva insieme al reumatest mi provocassero danni irreversibili al cuore ma l'eco cardiogramma risultò negativo. Mi praticarono dolorosissime punture di penicillina. Mi paralizzavano la gamba per decine di minuti.

Poi mi dimisero con una cura di una di quelle micidiali iniezioni ogni venti giorni con infusione intramuscolare profonda, per cinque anni.

Ero stremata, quando mi dimisero.

Il tampone era tornato negativo. Ed io ripresi il mio lavoro. Ma che fatica.

 

Inoltre ero tristissima per la storia con Stefano.

E i conti del ristorante non quadravano mai.

 

Di certo la mia gestione non fu oculata, le materie prime che io sceglievo erano troppo costose.

La mia clientela si era consolidata ma era formata da giovani che non potevano certo permettersi di spendere cifre esose.

Erano lì da me tutte le sere, il nostro divenne quasi un covo di amici e per me quei ragazzi divennero come figli.

Dopo la chiusura prendemmo l'abitudine di fermarci a giocare a mah -jong, non per denaro, non volli mai neppure una lira, ma per puro divertimento.

Loro, ogni sera, bevevano e mangiavano ed io tenni sempre i prezzi piuttosto ridotti.

Continuai a gestire il locale come se fosse un fine bistrot di Parigi: candele sempre accese, fiori freschi ad ogni tavolo, grissini e piccole stuzzicherie sempre a disposizione in modo gratuito. La biancheria dei tavoli sempre perfetta, lavata in modo meraviglioso dalla migliore lavanderia specializzata dei paraggi.

Li trattavo con i guanti bianchi. Sceglievo per loro il meglio. Loro mi adoravano, ma di certo non guadagnavo abbastanza.

Ma ciò che portò il tutto al tracollo furono tre cose: primo, la legge che faceva pagare per i prestiti bancari, tipo fido, gli interessi sugli interessi.

Questo fece si che la cifra iniziale di quaranta milioni aumentasse sempre e solo fino a diventare duecentocinquanta, tre anni dopo l'apertura.

Secondo, il costo troppo alto del personale: il cameriere in regola, che poi fu sostituito da una cameriera, che poi lasciò il posto a lui che tornò per poi avvicendarsi di nuovo con l'altra e in mezzo la parentesi della bellissima dominicana che alzò a dismisura la mia clientela ma che sparì nel nulla due mesi dopo e di cui non seppi più niente.

E poi at last but not least, l'eccessivo costo di gestione della nostra famiglia.

Se i soldi di una attività commerciale vengono prelevati ed usati per pagare altro, è certo che quella attività fallirà.

 

Eravamo cinque. Lo stipendio del mio compagno bastava a malapena a soddisfare le sue spese personali, macchina, benzina, giornali, libri, pubblicazioni, sigarette, bevute e vestiario, il resto, compresa rata del mutuo, stipendio della tata, bollette, i bimbi, la più grande ed io, veniva tutto prelevato dalla cassa del ristorante.

Io pure feci un errore, una spesa che non avrei mai dovuto sostenere: acquistai un altro cavallo.

Era un giovane maschio castrone di sei anni, figlio di un arabo, dal mantello candido. Era bellissimo. Lo vendeva il figlio della fioraia per un milione e mezzo, compreso di sella. Aveva un piccolo problema ad un gamba, una schinella ad un tendine per gli addetti ai lavori, nulla di grave. Mi fece vedere la lastra e il certificato del medico che dichiarava che era una cosa lievissima e che non precludeva nulla all'animale. Rimasi folgorata dalla sua bellezza. Il suo proprietario lo vendeva perché era troppo veloce e lui, avendo paura, era caduto più volte: lo stupendo animale era troppo insanguato. Me lo fece provare ed io e lui, nonostante fossero anni che non tornavo a cavallo, ci trovammo a volare al galoppo sfrenato a briglie sciolte per i filari di una vigna. Io non avevo paura. Mi abbandonai a lui e gli dissi, con il pensiero: vai, figlio del vento e del deserto. E lui mi riportò in quel luogo di purezza che io avevo dimenticato.

Il ragazzo mi guardo esterrefatto al mio ritorno con il suo cavallo, sempre riottoso ed in contrasto con lui, camminare sciolta a briglie abbassate, completamente felice e tranquilla.

Mi disse: compralo, e mi fece uno sconto di duecentomila lire.

Lo comprai senza neppure chiedere il permesso al mio compagno. I soldi erano i miei. La freddezza tra noi era tornata.

La questione della levriera lo aveva fatto imbufalire e sa la prese con me. Litigammo. Ma ormai i litigi erano continui. Lui ogni tanto gettava qualcosa a terra, rompeva qualcosa.

Spaccò una porta con un pugno.

Le cose andavano sempre peggio.

Ed io comprai Tex.

Il cavallo era tenuto in una specie di maneggio, un po' trasandato, direi un bel po' anzi. Ma attorno vi erano campagne per galoppare ed il proprietario del maneggio, un eccentrico solitario che dormiva nella stalla con le sue bestie, amava molto quegli animali e li trattava con i tutti i riguardi. Il costo mensile era centocinquanta mila lire al mese, compreso di tutto: paglia fieno avena pulizia.. era una cifra molto bassa. Pensai: accidenti lavoro da una vita, me lo merito e feci quell'errore.

Errore due volte perché, nonostante l'immensa felicità che mi diede, mi fece soffrire anche atrocemente. Dopo qualche mese zoppicò. Ci accorgemmo che aveva un cancro al fettone del piede, la parte molle dentro lo zoccolo. Lo stalliere lo curò con una cosa sua segreta. Sembrò guarito. Tornò a volare con me ma poco dopo era di nuovo zoppo.

Non vi era più nulla da fare, disse il veterinario.

Non reagì più a nessuna cura r soffriva molto.

Il male stava risalendo l'arto.

Il figlio del vento e del deserto fu fatto addormentare con una iniezione letale e sepolto vicino al maneggio.

Io non volli assistere ma seppi che tutto fu fatto a puntino.

Fu troppo doloroso, per me e pure il denaro speso gravò sul bilancio zoppicante.

Ma ora ripenso a quei pomeriggi: io indossavo larghi camicioni a fiori di campo e i pantaloni giallo chiaro da equitazione.

Le foto mi ricordano così.

Giunonica ma ancora assai bella, i capelli ramati, mossi, alle spalle ed i miei bimbi, a piedi nudi e in costume da bagno, entrambi sulla groppa del dolce cavallo bianco, che pascolava serenamente l'erba del recinto.

Ciao Tex, grazie.


MIO PADRE BAMBINO E SUA SORELLA

 

QUARTA PARTE

 

 

quando mi accorsi che le cose andavano male per il ristorante, economicamente parlando, perché la clientela era affezionata e sempre presente e si lavorava in modo costante e quindi il problema era proprio di costi, di ricavi e di dove venivano messi i soldi incassati, io virai le mie scelte commerciali, cercando di risolvere il problema.

Aprii a mezzogiorno, menù fisso a costo molto contenuto.

Ma poi mi venne detto che il locale aveva un look troppo elegante e spaventava quel tipo di acquirenti, la sua posizione geografica era al crocevia delle due strade principali del luogo, ma era un po' nascosto da una rientranza del caseggiato.

Avevo messo le insegne luminose e feci porre, pagando costi notevoli, cartelloni grandissimi ovunque, oltre alla pubblicità su radio e giornalini locali, ma non servì a nulla.

Gli avventori erano sempre pochissimi e il risultato fu solo un aumento delle spese e della mia già infinita stanchezza.

Allora cercai di contenere i costi.

Feci smettere alla mia tata di fare la pasta in casa ed acquistai un prodotto surgelato.

Era un ottimo prodotto davvero. I clienti ovviamente notarono la differenza, per forza di cose, ma non mi abbandonarono e si abituarono. La scelta era comunque più vasta ed alcune specialità davvero notevoli, ad esempio gli strozzapreti erano addirittura migliori di quelli confezionati da noi.

Certo costava molto ma molto meno.

Poi eliminai i fiori freschi e tolsi i grissini dai tavoli, venivano consumati in grandissima quantità anche da chi si fermava solo per una birra.

Li portavo solo a chi mangiava alla carta del ristorante.

Verso la fine della gestione, tolsi anche il tovagliato, lasciando i tavoli com'erano, con il loro piano di formica tipo granito, bordeaux e nero. Non erano poi così brutti.

Diminuii la scelta dei vini, tolsi alcune voci dal menù, troppo costose per tenelre sempre disponibili.

Cercai materie prime più a buon mercato, ma di qualità.

In effetti il risultato finale non variava di molto e solo qualche acquirente se ne accorse.... che so, del cambio del prosciutto crudo, quando passai da un prodotto nazionale molto costoso ad uno europeo decisamente più economico ma più salato.

 

Nel mio ristorante si mangiava benissimo: tutto veniva cotto espresso, era fresco, scelto e le porzioni abbondanti.

Io cucinavo per loro come fossero la mia famiglia.

La pulizia era scrupolosa. Anzi, di più.

Quando entrai in quella cucina trovai una quantità di scarafaggi che non avrei mai immaginato. Vi combattei per mesi, prima di riuscire ad eliminarli definitivamente.

Sapevo che qualche piccolo inconveniente di quel genere, anche con topolini vari, è facile e comune che accada, ma così!!!!

Io tenni costantemente apparecchietti ad ultrasuoni che allontanavano ogni cliente non gradito e spruzzatori in angoli strategici, di quelli automatici, contro gli ospiti volanti.

La mia tata era talmente brava a pulire che ogni giorno riportava tutto ad un aspetto immacolato, anche le ditate unte sulle superfici d'acciaio dei miei aiutanti, mia figlia ed il cuochino latin-lover, presenti il sabato e la domenica sera, che non avevano certo la mia accortezza nel non sporcare.

Che il locale fosse perfetto fu sottolineato due volte dalla venuta degli ufficiali sanitari, di certo inviati dalle mie carissime ex cuoche che imperversavano duecento metri lontane da me, nel loro bar, che andava alla grande.

Vennero ogni volta all'improvviso, controllando tutto, anche l'interno dei cassetti frigorifero. Tutto, ma tutto, fu testato con tamponi appositi per controllare lo sviluppo di germi.

Ma non trovarono mai nulla, la cura che io mettevo in ogni cosa era totale.

 

Amavo quel posto.

 

Quando tutti se ne erano andati, a mattino ormai sopraggiunto, mentre la luce cominciava a filtrare piano dalle tende della vetrata che dava ad est, sedevo nel silenzio e mi guardavo intorno. Scrutavo ogni particolare, abbracciavo ogni piccola cosa con l'amore di Michelangelo che chiede al suo David:

Perché non parli??

Così facevo anchio: Perché non funzioni?

I clienti c'erano, ma avrebbero potuto essere tanti, ma tanti di più.

Certo i paesini erano decentrati, ma la gente in quegli anni amava spostarsi per andare a mangiare bene.

Una volta alla settimana facevo il piano bar. Trovai due ragazzi bravissimi, una coppia di giovani sposi, che poi facevano anche cantare i clienti con il karaoke.

Sedevo nel buio e nel silenzio e mi chiedevo: perché?

Certo il bar di fronte era gestito da gente del paese che aveva tante conoscenze.

Certo, l'altra pizzeria nell'altro paesino aveva una gestione trentennale, ma si mangiava decisamente peggio. Decisamente. Ed il locale era proprio squallido.

Ecco, io penso che, alla fine, il motivo per cui il mio non si riempì mai fu perché era troppo bello.

Era radical chic. Era originale. Era personale.

Mentre la massa vuole solo cose massificate.

 

Ed io stavo sempre peggio.

Dopo averle provate tutte, ma tutte, dopo aver pianto tutte le mie lacrime, dopo aver fatto tutti i discorsi e le liti possibili con il mio compagno, nell'estate del terzo anno di gestione, crollai.


Era il 1992.

La malattia reumatica mi stremava e il ginocchio si fermò.

Fui ricoverata sia per una causa che per l'altra. Subii un'operazione ai tendini del ginocchio e la riabilitazione fu molto lenta e dolorosa. Non camminavo più, la scelta fu forzata.

Dovetti chiudere. Nel frattempo avevo messo in vendita l'attività, facendomi anche fregare da un tizio che mi fece spendere cinquecentomila lire per aderire ad una specie di trappola pubblicitaria, quando si è disperati si diventa bocconi fin troppo facili.

Ebbi anche una richiesta d'acquisto ma il denaro che mi fu offerto era troppo poco e vendendo non avrei risolto nulla. Il debito si era allargato troppo.

Avrei perso comunque la mia casa e così non vendetti, nutrivo ancora delle speranze.

Ma quell'estate crollai: tra una cosa e l'altra la trascorsi praticamente in ospedale, cambiando anche città, per capire cosa vi fosse nel mio sangue che non andava.

Furono fatte decine di ricerche: c'erano diversi parametri sballati ma non vi era un quadro definito. Mancava sempre un franco per fare uno scudo, come si dice da noi.

Inoltre la situazione con il mio compagno era giunta nel frattempo ad un bivio e ad un certo punto lui mi accusò di non essermi mai voluta sposare con lui, di non essermi mai impegnata fino in fondo.

Gli chiesi se sposarci avrebbe cambiato qualcosa per lui, anche pechè me lo aveva mai chiesto prima e lui asserì di sì.

Gli risposi che mi sembrava una follia ma che se il problema era quello avrebbe dovuto dirmelo r acconsentii al matrimonio. Anche ai nostri genitori fece piacere, sia mia madre che i miei suoceri pensavano che i bambini erano per così dire "diversi" dato che noi non eravamo regolarmente sposati.

Io non la vedevo così, pensavo che ormai la nostra unione fosse completamente ed irrimediabilmente compromessa, ma non mi tirai indietro di fronte a quello che dentro di me sapevo inutile, quasi folle.

Così a luglio ci sposammo nella bellissima chiesa romanica del luogo. Una cerimonia per pochissimi intimi, come la relativa piccola festa: mia madre, mio fratello con la famiglia, i suoceri, la sorella con il marito e la figlia, nel frattempo anche mia cognata si era sposata e le era nata una bambina, poi la mia amica ex socia con il suo amante, che furono i miei testimoni mentre lui scelse la sorella ed il cognato per testimoni e naturalmente i miei figli.

Ci sposammo in chiesa, il mio matrimonio precedente era stato solo civile e quindi potevo farlo, e volli chiamare Dio a testimone del mio impegno totale con quell'uomo che ancora amavo con tutta me stessa.

Indossai una gonna grigio perla ed una camicetta a grandi fiori pastello, gialli e salmone chiaro. Semplice ma elegante. Superavo ormai i cento chili, la mia ciccia aveva vinto la sua battaglia,

i nostri bimbi erano fiori colorati su di un prato e la primogenita una signorina imponente ed algida, di una bellezza notevole.

Lui si vestì di grigio era molto bello ed elegante e i capelli che si erano ornati di tenui fili argentati.

Lo guardavo ed ancora dentro di me tremavo d'amore.

Ma quanto era scontroso, antipatico freddo scostante....

Quel giorno, dopo il matrimonio, lui e mio fratello si ubriacarono di brutto. Sembrava felice e ci fu un riavvicinamento che durò un po' più del solito, forse qualche mese.

Di certo i pressanti problemi economici non ci aiutarono.

Piangendo gli chiesi più volte di mantenere la promessa, che mi aveva fatto prima della nascita di nostro figlio, di andare a lavorare all'estero e addirittura gli proposi di andare tutti quanti a vivere all'estero, dove si sarebbe potuta aprire per lui una realtà lavorativa diversa ed una vita diversa, migliore, per tutti, ma lui non fece mai quel passo.


Allora i passi li feci io.

 

Mi ritrovai tra le mani quei dieci milioni dell'ultima rata della vendita del bar.

Il buco scavato nelle mie finanze era così grande da essere una voragine: passava i duecentocinquanta milioni.

Quei dieci milioni sarebbero stati risucchiati senza spostare assolutamente nulla e poi?? di cosa avremmo mangiato, quando avessi perduto tutto e cosa avrei fatto io?

La mia ex socia mi disse che vi era una toelettatura in vendita nella mia città natale.

Andai a vederla. L'avevano aperta due ragazzine che decisamente non erano portate per quel lavoro così particolare. Ma il laboratorio era carino, la posizione discreta e poi nella cittadinanza c'era una effettiva necessità di quel servizio, diventato ormai essenziale.

Senza por tempo in mezzo l'acquistai.

Come sempre facevo scelte basilari decidendo in un attimo.

In una settimana era tutto fatto e anche quella volta misi il mio compagno di fronte al fatto compiuto.

Si era dimostrato inetto, da quel punto di vista e da quel momento in avanti avrei agito solo di testa mia.

Il due novembre aprii la nuova gestione della toelettatura.

Nel frattempo, a settembre, avevo riaperto il ristorante.

Mia figlia aveva terminato gli studi e la costrinsi a prendere il mio posto al pomeriggio e  fare ciò che io avevo fatto fino ad allora, na la chiusura aveva decimato gli avventori.

Il lavoro in toelettatura partì di slancio.

Io ero brava, gentile e competente.

Certo, erano anni che mi ero allontanata dal mondo dei cani e delle esposizioni, ma quando si è imparato ad andare in bicicletta non lo si dimentica più.

Quindi i clienti fioccarono.

Respirai di nuovo.

Ma lavorare il giorno in toelettatura, da sola per di più, cosa non facile per tutta una serie di motivi che non sto qui ad elencare e poi al ristorante la sera e la notte, era pesantissimo. Io non stavo neppur tanto bene. La stanchezza di quella malefica malattia reumatologica mi minava. La febbricola era una costante, soprattutto di sera. I dolori ossei e muscolari erano costanti essi pure e notevolmente fastidiosi.

In fretta si vide che così non avrei potuto reggere.

Inoltre il ristorante era una continua perdita.

Così lo chiusi definitivamente. Vendetti la licenza per una ventina di milioni, tappando qualcuna delle falle più urgenti.

Poi cedetti l'attrezzatura un po' di qua e un po' di là, tappando qualche altro buchetto con la manciata di milioni che ne ricavai.

Ad ogni pezzo che se ne andava, era come se mi strappassi un organo interno. Quando tirai giù le tende, le mie bellissime tende, e cancellai la donna bionda dalla vetrata, fu come se avessi sciolto nell'acido muriatico la mia stessa carne.

But the show must go on..

E io ero proiettata di nuovo verso una nuova realtà.

Tenni per me le mie lacrime, le mie angosce e nascosi la mia profonda delusione. C'era la nuova attività.

Un capitolo era chiuso, se ne apriva va un altro.

In primavera il ristorante non esisteva più.

Le chiavi del locale vennero rese al proprietario.

Ma il buco economico era ingente.

Mi recai allora dal commercialista di mio fratello con lui e mio marito. Gli portai tutte le carte e lui fu categorico, disse: non ce la può fare, signora, deve dichiarare fallimento, chiedere un concordato con le banche, prendere tempo, intestare la nuova attività a sua figlia maggiore, che nel frattempo aveva espresso la volontà di lavorare con me lasciando perdere il mestiere di cuoca, a causa degli orari assai sballati e perchè chi esercita quella professione ha difficoltà ad instaurare rapporti personali con chi vive con gli orari "normali", prendere tempo e con il nuovo lavoro cercare di salvare il salvabile. Il fallimento porterà ad una notevole riduzione del debito ed è assolutamente necessario.

 

DICHIARARE FALLIMENTO!!!!!

 

Accidenti che roba... dopo aver lavorato così tanto, dopo essermi impegnata così tanto.....

Uscii da quell'ufficio che ero demolita.

Accanto a me, uno da una parte e uno dall'altra, i mie giudici e detrattori: mio fratello e mio marito.

I loro sguardi dicevano: hai visto???????? hai visto cosa hai combinato, tu che tutto sbagli, che nulla mai combini di buono??

Per strada corsero parole pesanti. Andammo da mia madre, il suo sguardo che fin dalla nascita si puntava su di me con tutta la riprovazione possibile ed immaginabile, fece il resto.

Il mio fallimento non era un fatto esclusivamente mio, personale. Ricadeva su tutta la famiglia. Era come un marchio che avrei impresso a fuoco anche nelle loro carni. Mi dissero che il fallimento era l'ultima cosa, che mi avrebbero prestato del denaro. Mia madre e mio fratello, naturalmente.

Mio marito avrebbe chiesto un prestito in ditta da rendersi un po' alla volta direttamente ritirato dallo stipendio.

Questo per tappare i buchi più gravi.

Io davvero ero annientata, non avevo più nulla da dire, nè una briciola di sicurezza in me stessa e li lasciai decidere ancora una volta della mia vita.

 

Nei mesi successivi girarono diversi soldi per le mie mani.

Chiusi un buco qui, ne aprii un altro lì.

I particolari non li ricordo assolutamente ma so solo che fino al 2005 non ho fatto altro che accendere nuovi prestiti bancari e con quelli chiudere quelli inceppati o le moratorie di altre cose non pagate.

Quella decisione si rivelò sbagliatissima ma naturalmente mai nessuno lo ammise.

Parlandone successivamente la colpa era stata mia e solo mia. Anzi, avevo messo tutta la famiglia nei problemi, prosciugando i risparmi di tutti.

Denaro che avevo promesso di restituire ma che non fu mai restituito.

Ma come potevano pensare che lavando cani e con tutto quel po' po' di famiglia da mantenere, io avrei potuto tirare fuori tutte quelle decine di milioni?

Non so. Io di certo ero in un grave stato confusionale e depressivo ma direi che neppure loro avevano le idee chiare. Inoltre, perché mai andare da un commercialista per poi non seguire i suoi consigli?

Quella decisione ha segnato la mia vita da quel giorno fino alla mia morte ed oltre.

Fino a quando sono riuscita a continuare a lavorare, nel 2005, non ho fatto altro che pagare, pagare, pagare, una montagna di interessi, more, multe, eccetera.

La casa fu perduta comunque e debiti ingenti sono rimasti.

Al giorno d'oggi non so l'INPS e l'erario dello stato quanto denaro debbano avere da me e non mi interessa, tanto non lo avranno mai, visto che non possiedo più nulla di nulla.

Di certo si passa la cifra di centomila euro e tutto questo è derivato da quella decisione, che non ho preso io.

 

Comunque mi buttai nel lavoro con rinnovata forza, caparbietà e testardaggine.

I mesi passavano e la clientela aumentava.

Chi veniva per la prima volta ritornava e portava amici e conoscenti.

Mai quei cagnetti e cagnoni erano stati lavati e tosati o toelettati così bene, profumati, curati con tanta cura ed amore.

A quel punto decisi che volevo ritornare sui ring delle esposizioni perché il giro dei clienti si allargasse ancor di più e divenisse di una qualità maggiore.

Sapevo che mio marito non era d'accordo, ma lo feci lo stesso.

Negli anni successivi acquistai qualche cane di ottima genealogia e bellezza, qualcuno mi venne regalato da amici toelettatori.

Ripresi le gare di bellezza.

Entrai a far parte dell'Associazione Nazionale Professionale, ne divenni consigliere e poi, un anno dopo, fui eletta presidente.

Cominciai ad insegnare ad allievi di varie parti d'Italia.

Quello era decisamente il mio mondo.

Premi piovvero da ogni parte per i cani ed anche direttamente a me, perchè partecipai a diversi contest e campionati di toelettatura in italia e in europa: gare nelle quali si andava con un cane lavato e pettinato ma non toelettato ed in tre ore di tempo si eseguivano le operazioni tramite le quali poi si sarebbe poi potuto esporre lo stessa cane in una gara di bellezza. Ma in quelle particolari competizioni veniva preso in considerazione anche tutta una serie di componenti sulla bravura e la tecnica del lavoro, sulla capacità di gestire l'animale, il lavoro in sè e il feeling con l'intera situazione.

Vinsi diverse gare ma anche altrettante ne perdetti, arrivando seconda, cosa che mi faceva dannare più che arrivare ultima.

Vennero in negozio proprietari di cani che mi pagarono per presentare i loro beniamini al posto loro. Arrivarono allevatori che mi affidarono la gestione dei loro soggetti di punta.

Non metterò qui altri particolari. Sono fin troppo riconoscibile anche così.

Lo faccio sempre per proteggere la privacy delle persone di cui parlo che so sempre minata da queste mie esternazioni.

Ma furono anni molto pieni di lavoro e fecondi.

Purtroppo però c'era sempre la lotta all'ultimo centesimo, perchè i debiti sovrastavano e schiacciavano ogni cosa.

Il mio negozio era a ventidue chilometri da casa ed i costi della benzina erano alti. Uscivo di casa la mattina alle sette e mezza e rientravo alla sera alle venti... ma anche alle ventuno e più tardi ancora, se il giorno dopo c'erano gare.

Il sabato notte si partiva per ogni parte d'Italia.

Mio fratello aveva un vecchio furgone camperizzato che non usava più e me lo vendette per una cifra molto limitata, che alla fine non gli pagai mai, e questo ci permise di affrontare i viaggi in un modo migliore.

Lui non voleva che i bambini mi seguissero in esposizione, loro piangevano e protestavano, ma fu irremovibile: temeva incidenti ma anche, soprattutto, detestava quell'ambiente e chi lo frequentava, sebbene ci desse da mangiare.

I nostri rapporti divennero sempre più tesi. Lui sempre più instabile e collerico. freddo e lontano io sempre più insofferente.

Io lo capivo dallo sguardo, gli si accendeva qualcosa di amaro negli occhi e sapevo che da lì a pochissimo, qualcosa, qualsiasi cosa io avessi detto o fatto, lui sarebbe esploso oppure avrebbe trovato da ridire nel suo modo caustico che faceva più male di uno schiaffone. Si viveva nel terrore, tutti noi, io ed i miei figli, delle sue reazioni.

Non tutte le domeniche io andavo in esposizione naturalmente, almeno all'inizio.

Così c'era il rito della gita da qualche parte con i bimbi per far loro passare una bella giornata all'aperto o portarli a divertire in qualche modo.

Ma i suoi improvvisi malumori, i suoi sguardi torvi in tralice, le sue frasi amare rovinarono sempre tutto.

Mi chiedeva: dove vuoi andare, domani?

Io proponevo due o tre possibilità ma lui ne sceglieva un'altra. Gli dissi tante volte che lo faceva per essere sicuro di non farmi contenta, neppure per sbaglio.

I piccoli erano dolcissimi. Era così bello stare con loro nei prati, nei boschi, sui torrenti, nelle spiagge. Ma non vi era pace con lui.

Diceva che era mia la colpa, che ero fissata e che lui era sempre il medesimo.

 

Furono anni difficilissimi. Eppure avevamo così tanto, almeno secondo il mio punto di vista. Una casa allegra, in campagna, piena di bambini, cani, gatti e il cibo non mancava, anche se era complicatissimo far quadrare il bilancio.

Certo che se lui avesse rinunciato all'auto e fosse andato a lavorare in tram.. se fosse tornato a casa prima per poter tenere i bambini invece di pagare la tata, se avesse pulito in casa, invece di sporcare e mettere in disordine.....

La tata era un costo notevole. Due macchine, la benzina, i bimbi.. Non ero capace di negare tutto ai miei bambini. Volevo che loro avessero balocchi, libri, divertimenti. I loro coetanei avevano tanto di più e questo pesava da morire, soprattutto al maschietto, che era sempre pieno di richieste e pretese.

Quindi, soprattutto quando tornavo da uno dei miei viaggi, portavo sempre loro un balocco. Qualcosa, anche piccola, per far loro vedere che li pensavo, che li amavo sopra tutto il resto. I costi dei viaggi per le gare erano sostenuti dai clienti e il giro stava continuando a crescere. Eravamo sempre più famose e ricercate, io e mia figlia, che mi coadiuvava e mi seguiva.

Lei, all'inizio, era stata molto molto lenta nel cominciare ad impegnarsi veramente. Quello non lo voleva fare, quell'altro nemmeno. Ci furono moltissime tensioni tra noi però pian piano divenne assai brava.

La mole maggiore dell'impegno era sulle mie spalle, di certo, ma cominciò ad appassionarsi a quel lavoro e ad uscire dal suo blocco di pigrizia ormai cronica che la portava a non volere mai fare nulla.

La sua camera da letto era un caos e dire caos era un eufemismo. Per tutto il resto era assai difficile trattare con lei, ma sul lavoro cominciò ad essere un aiuto e non un peso. Questo mi riempiva il cuore perché la vedevo finalmente rinascere dopo la terribile coltellata che le aveva inflitto il padre.

Di certo, tra noi, le ruggini erano antiche, non voglio dire con questo che io con lei non ho sbagliato mai. Certo che io ho sbagliato, come tutti. Un fosso si fa sempre con due sponde. È evidente che io non ero la madre che lei desiderava.

Però io ce l'ho messa sempre tutta, tutta.

Ma in casa era un inferno, ormai le liti erano giornaliere, io e mio marito non eravamo più capaci di parlarci senza litigare e la notte ognuno si girava dalla sua parte. Ero disperata.

Le provai tutte. Gli chiesi di nuovo di farsi aiutare, di dirmi cosa non andasse in me, cosa lo allontanava. Qualche problema di ordine meccanico nei nostri sempre più radi rapporti sessuali venne messo a nudo. Ma lui non fece nulla per indagare di più, per risolverli.

Più di una volta gli dissi piangendo di fare qualcosa di aiutarmi, di risolvere, gli chiedevo di amarmi, di trattarmi bene, volevo baci, abbracci, carezze, ascolto e sostegno, ma ricevevo solo silenzio e freddezza oppure grida e gesti d'ira.

 

Successe un po' di tutto in quei quattro anni. Troppo per poterlo raccontare così. Cuccioli di cani nati, una gattina morta e mia figlia disperata come avesse perso un figlio, altri cani scappati e morti sulla strada, feste di compleanno in maschera e la casa piena di decine di ragazzini urlanti, tonsilliti, otiti, pasti silenziosi, canzoncine cantate a squarciagola in macchina da me e dai due piccoli. Gite con il camper sempre con quel terrore addosso che scoppiasse la crisi.

I bambini che si lamentavano perchè non ero mai a casa, le marachelle del più piccolo che ne fece di tutti i colori con susseguenti punizioni, mai corporali però.

Tante, tante, tante lacrime silenziose nascoste ai bimbi.

I debiti aumentavano.

Quando squillava il telefono io sobbalzavo. Mi è durato per anni dopo la fine di quell'incubo, che a sentir squillare il telefono mi si raddrizzassero i capelli in testa: i bancari bussavano alla porta, sempre a chiedere denaro che io non avevo.

Io cercavo di rappezzare un po' qui ed un po' là ma l'incasso non era certo faraonico. Il giro di denaro era assi inferiore a quello del ristorante.

Chiesi di nuovo a mio marito di mantenere la sua promessa ma invano.

Allora provai ad incrementare il lavoro nel negozio. Dato che cani più di un tanto non se ne facevano, chiesi la licenza e misi su un piccolo negozietto, riducendo a metà la superficie della toelettatura. C'erano prodotti che nei negozi specializzati della città non si trovavano e i nostri clienti li avrebbero acquistati volentieri.

L'incasso aumentò, anzi, raddoppiò e più. Certo, la percentuale di guadagno sulla merce era inferiore rispetto a quello di una prestazione di toelettatura, ma il giro del denaro si fece più imponente e ciò mi aiutò a tenere duro.

Certo che anche il mio impegno raddoppiò. Ero io che mi prendevo cura del negozio, servivo i clienti, facevo gli acquisti, mettevo la merce sulle scaffalature, pulivo il tutto. Ma lavorare mi piaceva immensamente e non mi tiravo indietro, anzi, se avessi lavorato il doppio sarei stata il doppio felice.

Mia figlia lavorava duramente anche lei, era molto giovane e si stava impegnando. Certo io spesso mi lamentavo con lei che avrebbe potuto fare di più e la spronavo.

Sapevo che lei non percepiva stipendio, né riuscii mai a metterla in regola, ma viveva con me e non le facevo mancare nulla: cibo, sigarette, dischi, film, libri, che erano i suoi hobbies, e cercai di accontentarla il più possibile. Le comprai uno dei grandi levrieri che avevamo quando era piccola ed anche un pappagallo, doni che desiderava molto. fu costoso ma lo feci volentieri perché credevo ne avesse diritto. Se le mie condizioni economiche fossero state migliori, lo stipendio glie lo avrei dato di certo. D'altronde più volte le dissi, quando si lamentava della mancanza di denaro, che se avesse voluto avrebbe sempre potuto tornare a fare la cuoca, percependo uno stipendio assai alto. Ma lei mi rispondeva che stava bene lì. Non era una bambina e sapeva benissimo qual'era la situazione. Quella era una sua scelta. Ed io di più non potei mai fare.

Il negozio di vendita dei prodotti decollò subito e si vide che era stata una buona scelta.

Un giorno, parlando con un mio giovane cugino, scoprimmo che lui stava cercando qualcosa in cui impegnarsi, lavorando in proprio.

Nacque così un progetto di spostarci con toelettatura e negozio in un locale più ampio e d'iniziare la vendita di animaletti vari, pesci, uccellini, roditori, qualche cucciolo di cane e gatto oltre a rettili, anfibi, ragni ed altri animali strani. I giornali del settore, che noi leggevamo sempre, indicavano quella come la scelta da fare, per incrementare il volume d'affari.

Lui sarebbe entrato come socio. La parti sarebbero state tre alla stessa percentuale. Ci avrebbe dato una cifra di circa cinquanta milioni che sarebbe stata la sua quota di acquisto.

Con quella io avrei sostenuto le spese per lo spostamento del negozio e l'acquisto delle attrezzature necessarie. La merce destinata alla vendita invece sarebbe stata pagata a sessanta - novanta giorni dalla nuova ditta, a rotazione d'acquisto.

Trovammo subito un bel negozio grandissimo ad un prezzo accettabile, un milione al mese, contro le cinquecento che pagavamo ora.

Era nel centro storico ma in una stretta via laterale.

Un negozio in una via di passaggio aveva costi che non erano affrontabili, per noi.

I lavori per la piastrellatura, l'installazione della vasca, la tinteggiatura e altro li eseguimmo io ed il padre del ragazzo, con un suo amico. Sempre, quando c'erano pennelli da usare, io ero chiamata in causa.

Avevo cominciato a quattordici anni, aiutando un amico del mio ragazzo di allora ad imbiancare la casa dei nonni.

Lui ci chiese di aiutarlo in cambio di notevoli merende a base di piadine, vino, salumi e frittate con la cipolla. Così m'insegnarono e da allora decine di volte ho esercitato la nobile arte dell'imbianchino, con una grandissima soddisfazione personale e stipendi molto meno elevati di quello che ricevetti quella prima volta....

Il risultato fu buono, ne fui soddisfatta. Ma bellissima venne la parte destinata alla vendita. Acquistai scaffalature e teche riscaldate per i rettili, acquari, voliere e di tutto per i nostri ospiti.

Andammo a Bologna in una grande negozio all'ingrosso e portammo con noi tutta una serie di meravigliose creature: serpenti, rane, tartarughe, pesci esotici d'acqua dolce e salata. Da allevatori seri prendemmo cinque cuccioli di cane e due gattini. Da altri allevatoti della zona acquistammo uccellini e roditori.

Mettemmo riscaldatori, luci apposite, case apposite per tutti. Bellissime ambientazioni naturali nelle teche e negli acquari. I cuccioli vennero accolti in un box ampio e adatto, come quelli per i bambini, tanto per intenderci.

Riempimmo le scaffalature di ogni genere di beni adatti alla cura ed alla gioia degli animaletti da compagnia.

Lavorammo come pazzi. Ma il risultato del negozio fu veramente spettacolare: entrando si sentivano canti e richiami, lo scorrere dell'acqua delle pompe degli acquari, come si accedesse ad una foresta.

Erano i primi di dicembre 1995 ed io ero certa che avrei avuto moltissime soddisfazioni da tutto quel lavoro.

Inoltre la presenza del baldo giovane, accanto a noi ci avrebbe sostenute. Io cominciavo a sentire fisicamente il peso di tanto lavoro. Il ginocchio mi faceva spesso male, il dolore alle ossa ed ai muscoli non era più passato.

Ma anche quella volta presi un grande abbaglio.

Ci eravamo divisi i compiti: mia figlia e mio cugino avrebbero lavato ed asciugato le bestiole. Io le avrei toelettate. Lui si sarebbe occupato della pulizia delle abitazioni dei nostri ospiti e io e mia figlia della merce, - acquisto e vendita -.

gli acquari sarebbero stati di mia esclusiva cura, come la contabilità.

Mio cugino venne la prima mattina, accompagnato dalla madre, poi non si fece più vedere.

Disse che era ammalato poi sparì. Io di certo non lo cercai. Avevo capito già, da come si era comportato durante i lavori di allestimento, che la fatica e l'abnegazione non erano sue amiche.

Ci trovammo così di nuovo sole, io e mia figlia. Per fortuna la società non si era ancora formata, dovendo essa partire dai primi dell'anno.

Il negozio ora costava il doppio d'affitto e di tutte le altre spese. E di certo noi non avremmo avuto la forza di occuparci di tutto. Questo si vide da subito. Il lavoro era già troppo dove eravamo state fino ad allora. Se si stava in negozio a vendere non si stava in laboratorio a lavare e toelettare. E, dato che la richiesta maggiore era quella e quella la nostra passione, vendemmo un po' alla volta le nostre bestioline, smettendo anche le teche, ma ci volle parecchio, più di un anno, mantenendo i pesci di acqua dolce e qualche criceto o topolino e riprendemmo a fare il nostro lavoro. All'inizio la vendita della merce aumentò notevolmente, poi, con l'apertura dei grandi centri commerciali calò drasticamente in pochissimo tempo.

I giornali specializzati avevano detto tutta una serie di sonore stupidaggini ed io ero stata la solita ottimista del cavolo che si era fidata di qualcuno.

Il bello fu che mia zia ebbe anche il coraggio di arrabbiarsi in modo furibondo con me, tacciandomi di disonestà e voleva i suoi soldi indietro, che erano i suoi risparmi. Io volevo bene a quella donna e mi spiacque infinitamente la sua reazione. Le dissi che suo figlio aveva fatto un investimento ed acquistato il diritto di lavorare con noi. Che il guadagno se lo sarebbe dovuto fare con la fatica delle sue mani.

Impietosita dei suoi pianti le resi una manciata di milioni e cercai poi di rendergliene altri ma proprio non ce la feci. Mio zio non venne mai però neppure a parlare con me. Non chiese ma neppure capì. E, ancora una volta, passai per cattiva.

 

Ma, accidenti a me, mi fossi legata le mani e le idee, una volta per tutte!!!!

 

però il mio dolore maggiore era la crisi con mio marito che solo andava peggiorando.

Venne il mio compleanno del 1996. lui mi regalò uno scadenzario dove archiviare le cose da pagare.

Io credo che questo esprima benissimo ciò che lui pensava di me e cioè che non facevo nulla a modo e che ero la causa di tutti i problemi.

Che io non fumassi non bevessi non spendessi nulla per me, tanto che mi ero ridotta a non avere ormai neppure la biancheria intima, che io lavorassi anche la domenica, portando avanti tre attività – il negozio, la toelettatura e le esposizioni, oltre all'associazione, che comunque portava allievi, quindi le attività erano quattro, evidentemente a lui non sembrava abbastanza.

Avevo persino da poco imbiancato, cioè azzurrato, il piano terra dalla nostra casa che aveva i muri tutti sporchi dalle ditate e pedate di cani e bambini ed aveva le persiane esterne che perdevano i pezzi. Certo, a lui il colore non piacque, forse non era bello davvero, era troppo intenso. Sarcastico lui la chiamava la casa dei puffi. Però io avevo fatto una fatica notevole. Caddi persino dalla scala. Il cavalletto che lui aveva costruito per me – e che doveva essere robustissimo, - cedette, ed io volai con la scala ed il secchio della vernice. Non so come feci a non restarne ferita se non uccisa. Ma fu solo un grande spavento ed uno sporco micidiale.

Ma tutto quello che facevo io era sbagliato.

 

Quel suo gesto, quel regalo cosi pieno di disprezzo e cinismo, mi fece arrabbiare da morire. Mi sentii offesa umiliata calpestata e qualcosa mi si ruppe dentro. Alle mie rimostranze lui si arrabbiò e litigammo furiosamente. Gettò terra un bel vaso a cui tenevo tanto. Io scappai piangendo.

I bambini assistevano immoti ed attoniti a quelle liti.

 

Lui stette male. Non ricordo di preciso il mese. È tutto un po' confuso. Ebbe un aneurisma che gli si fermò nel nervo ottico e perse la vista ad un occhio.

Fu ricoverato in ospedale. Le sue condizioni erano pericolose. Il sangue troppo denso, problemi di colesterolo ed altro. Ci spaventammo molto.

Ma proprio in quei giorni io mi recai a parlare con le maestre dei due piccoli che mi chiesero, tutte e quattro, cosa fosse successo ai miei bambini.

Erano cambiati, non erano più gli stessi,. Erano sempre tristi scontrosi privi di entusiasmo, privi di capacità di concentrarsi, di partecipare.

La femmina era sempre silenziosa triste ed isolata, lei che era stato un uccellino dolce e cinguettante.

Il maschio sempre più attaccabrighe, più irrefrenabile, sempre più suscettibile. Il rendimento scolastico era sceso molto per entrambi, la piccola aveva smesso di disegnare. Il maschio piangeva troppo spesso.

I disegni della mia bimba erano stati qualcosa di delizioso. Nel suo stile preciso ed ordinato, come lei era, dipingeva scenette domestiche con tutti i particolari: cani gatti il nostro viottolino, dove continuavamo ad andare appena ci era possibile, uccellini farfalle alberi fiori il sole le nubi la nostra casa. Poi io il fratello la sorella ed il padre. La chiamava: la famiglia cuore. Erano disegni così pieni di vita che mi incantavo a guardarli. Le dicevo che da grande avrebbe fatto la pittrice. Ad un certo punto non volle più disegnare. Neppure per gioco.

Alle parole delle maestre rimasi sconvolta. Era evidente che, tutta presa dai miei immensi problemi non mi ero accorta di quanto i miei bimbi stessero soffrendo.

Più volte avevo pensato di chiedere la separazione da mio marito però i fermavo: mi ero fatta una promessa, di sopportare tutto pur di non far soffrire i miei bambini più piccoli come avevo fatto soffrire la più grande.

Ma ora le cose erano assai diverse.

Tornai a casa, quel giorno il negozio era chiuso per turno e, senza farmi vedere da mia figlia maggiore, perché volevo che quel discorso avvenisse solo tra me e i miei piccoli, li feci salire in macchina, li portai a prendere un gelato e mi fermai in un posto tranquillo. Era sera.

Molto semplicemente dissi loro quello che mi avevano detto le maestre. Chiesi loro scusa di non essermene accorta da sola. Spiegai che a volte capitava che i genitori non riuscissero ad andare più d'accordo per problemi che i figli non potevano capire ma che erano troppo pesanti e difficili da risolvere. La femmina era in quinta elementare ma essendo di inizio anno aveva già compiuto gli undici anni. Il maschio ne aveva appena compiuti dieci ed era in quarta, per lo stesso motivo. Erano piccoli ma poi, non così tanto. Io, a undici anni, ero già una donna.

Dissi loro che avevo tentato di tutto per recuperare il rapporto con il padre. E che non sapevo più cosa avrei potuto tentare. Che l'unica soluzione che potevo proporre era la separazione. Avrei venduto la casa, dato che eravamo oberati di debiti, ne avrei cercato una in affitto vicino alla nostra toelettatura, così che lo stare insieme non sarebbe più stato così difficile, e avremmo così recuperato la nostra serenità. Mi dicessero loro se erano d'accordo. Se volevano questo. Oppure mi dicessero cosa avrebbero preferito che io facessi, per poterli aiutare a stare meglio.

La femmina fu categorica. Disse che non sopportava più il padre, infatti da tempo i loro rapporti si erano incrinati profondamente, affermò che non ce la faceva più e che era felicissima di questa idea.

Il maschio si mise a piangere, dicendomi che anche lui stava male così ma che gli sarebbe dispiaciuto molto lasciare i suoi compagni di scuola e di gioco ai quali era molto legato. Parlammo a lungo esaminando vari problemi. Erano altre le cose che sarebbero cambiate. In quel momento avevamo sei cani e cinque gatti e di certo non avremmo potuto portarli tutti con noi. Ci saremmo distaccati dalla loro amata tata che era come una seconda madre, per loro. Avrebbero cambiato tante abitudini andando a vivere in una cittadina piuttosto grande rispetto al microscopico paesino di campagna nel quale erano nati. L'idea della città li allettava assai di più di quanto non facesse a me. Gli altri erano tutti distacchi dolorosi. Anche la casa.. la nostra bella grande confortevole amata casa. L'avremmo perduta per sempre. E quello di certo faceva più male a me che a loro.

Parlammo di tutto, di ogni particolare ma, alla fine, la decisione fu presa: andare avanti così non sarebbe stato più possibile.

Tornammo a casa. Comunicai la decisione alla figlia maggiore, che sapevo sarebbe stata solo felicissima perché più e più volte aveva espresso quel desiderio.

Cosa che puntualmente accadde.

L'unico dolore sarebbe stato perdere la casa e doversi separare da qualcuno dei nostri animali.

Quando furono tranquilli, uscii di casa di nuovo e mi recai in ospedale, dove era ricoverato mio marito. Che stava meglio.

Gli comunicai la nostra decisione.

Così a brutto muso.

Lo stavo odiando per quello. Per tutto ciò che mi aveva fatto soffrire e per aver fatto soffrire così i suoi figli. Che erano stati sempre e solo i miei figli.

Non gli permisi di replicare, gli voltai le spalle e me ne andai. Non avrei neppure preso in considerazione nessun'altra soluzione.

 

 

Il 22 giugno di quel 1996 dormimmo per la prima volta nella nuova casa.

Si dice che quando si è pronti le cose si compiono. Ed è verissimo. Io ho potuto constatarlo più volte.

È come si apra una porta e tutto entri.

Trovai immediatamente una acquirente per la casa che fu venduta a centoottanta milioni in contanti. Non bastavano ad estinguere i miei debiti ma di certo, tolte tutte le spese di compra -vendita, di trasloco, del nuovo contratto d'affitto eccetera, ci avrebbero permesso di respirare un attimo.

Trovai un appartamento con tre camere da letto, una vasta sala cucina, bagno e terrazzo proprio di fianco alla toelettatura, dieci metri neppure. L'affitto era alto, cinquecento sessanta mila lire al mese ma solo di benzina avremmo risparmiato cifre immense. E comunque, per meno non si trovava nulla.

Il trasloco fu una cosa straziante.

Avevamo una casa di trecentocinquanta metri quadri ed andavamo in un appartamento di cento.

Nella grande mansarda grezza c'era conservato di tutto: giocattoli, vestitini, quaderni....

quante cose buttai via, quante... troppe. Ad ogni tonfo del cassonetto il cuore mi si spaccava. Cedetti a persone adatte i tre cani terrier più grandi. Regalai a mio marito, che stava per diventare il mio secondo ex marito, la terrier media e portammo con noi la grande levriera a pelo ruvido di mia figlia e la piccolissima terrier dell'altra figlia. E tre dei quattro gatti. Il grosso maschio bianco venne lasciato alla nuova proprietaria della nostra casa, perché lui era molto più selvatico e cacciatore e sapevamo già che non si sarebbe abituato. Era un maschio intero, mentre le altre erano femmine sterilizzate. Lo lasciammo a vivere dove era nato. Tutti vennero sistemati alla perfezione ma quanti pianti.

Qualche giorno prima del trasloco mio marito prese le sue cose e tornò a vivere con i genitori.

In quei mesi appena trascorsi aveva cercato di farmi cambiare idea, dicendomi che mi amava e voleva stare con me.

Ma accadde un'altra cosa che mi consolidò nella decisione.

Si sentì di nuovo male e fu di nuovo ricoverato.

Mi telefonò per dirmelo.

Mi allarmai: pur se furiosamente arrabbiata con lui, lo amavo ancora. Anzi, forse ero così arrabbiata perché lo amavo ancora così tanto.

Corsi di volata all'ospedale. Non ero al lavoro, quel giorno, era il pomeriggio di riposo. In un quarto d'ora ero di fronte alla porta della camera che mi indicò una infermiera.

Bussai ed entrai, trafelata.

Rimasi gelata sulla soglia.

Seduta su di una sedia accanto a lui una donna gli stava parlando, tenendogli la mano.

Lui, imbarazzato me la presentò come una sua amica.

Io salutai, direi abbastanza cortesemente: le strinsi la mano. Direi che feci tanto, data la situazione. Mi sincerai delle sue condizioni di salute, che non erano gravi, salutai e me ne andai.

Seduta in macchina nel parcheggio dell'ospedale mi misi a piangere a dirotto, sconvolta dalla gelosia.

Ero arrivata pochissimi minuti dopo la sua telefonata, era evidente che aveva chiamato prima lei, se non addirittura, l'avesse accompagnato direttamente lei, lì.

Gli avevo chiesto non so quante volte se avesse una amante. Quel giorno ne ebbi la certezza.

Il loro modo di fare non era quello di due amici.

Certo, anche io lo avevo tradito ma.....

e ricordai i silenzi, i baci e gli abbracci negati, i ritardi costanti nel rientrare a casa. La freddezza. E tutto il resto.

Ora tutto quadrava.

 

Salutammo la tata, i luoghi le abitudini. Gli amici, gli ex clienti del ristorante.

Il giorno del trasloco, caricato il superstite, demmo le chiavi della casa ai nuovi proprietari e seguimmo il grosso camion nel suo viaggio verso la nuova sistemazione.

Ci volle tutto il giorno per rimontare tutto, a sera gli operai se ne andarono lasciandoci con tutta la nostra roba da mettere a posto, cosa che avremmo fatto i giorni seguenti.

Mangiammo una pizza, quella sera, seduti nella nuova cucina. Spaesati tristi ma cercando di non darlo a vedere. Misi a letto i bambini e cominciai a mettere a posto le nostre cose. Lavorai tutta la notte. Era quasi mattino quando mi fermai pure io. Ero sfinita. Un paio d'ore di riposo e poi sarei scesa in negozio.

Mi stesi sul divano al buio. Io non avevo voluto una camera da letto per me, ne avevo data una a ciascuno dei figli. Io avrei dormito su divano. I miei abiti stavano in poco spazio in qualche cassetto.

 

Io non esistevo più, non avevo neppure più lacrime ma solo una fredda pietra tombale posata sul cuore.

 

 

 

 

BARBONE NERO IN TOELETTATURA D SHOW

QUINTA PARTE

 

ero tornata a vivere nella mia città natale.

Era cambiata ma era sempre la stessa, esattamente come io ero sempre la stessa ma ero cambiata.

Mi aggiravo per le strade ed i luoghi che mi avevano vista incontrastata padrona, sentendo un misto di malinconia e di estraneità.

Dov'erano le persone che io conoscevo? Quelle che riempivano allora i bar le strade, in gruppetti vocianti di cui tutti ci si conosceva? Avevo avuto moltissimi amici, in gioventù. Ma soprattutto ero conosciuta da tutti e quando passavo o mi recavo da qualche parte era sempre un coro di saluti e cenni che si incrociavano. Era una siepe di volti e storie note.

Io poi me ne ero andata ma gli altri?? tutti gli altri dov'erano? Sapevo che qualcuno aveva cambiato città, anzi, proprio i miei due amici più intimi, lo scrittore e la poetessa che si suicidò quando ero in attesa del mio maschio, erano emigrati in grandi città dove la cultura aveva poli importanti e si trovavano appigli e conoscenze per poter accedere alle riviste che successivamente avrebbero regalato loro la fama.

Lo scrittore tornò un paio di anni dopo a presentare una sua nuova opera. Ci incontrammo ma...il tempo di quei giorni era passato, ormai.

La poetessa, la mia dolce amica sorella delle medie e del liceo, con la quale avevo trascorso innumerevoli pomeriggi a cantare e suonare la chitarra, a discorrere fitto fitto di tutto, lei, aveva scelto di volare giù da un cavalcavia.

Fu terribile quando mio fratello mi telefonò per dirmelo. Ero in attesa del bimbo e a pranzo dagli suoceri con tutto il clan riunito. Io quasi svenni dal dolore. Mi chiesero cosa fosse successo. Raccontai. Lo suocero mi redarguì aspramente che non era una cosa poi così grave. Era solo un'amica. Di certo lui non aveva mai avuto un amico vero, altrimenti non si sarebbe espresso così.

Mi sentii in colpa nei confronti di quella meravigliosa anima che aveva sofferto così a lungo in silenzio. Rilessi tutte le sue lettere, lunghe missive scritte a matita con una calligrafia fine ed elegante ma un po' contorta, che ci eravamo scambiate negli anni. C'eravamo anche riviste, qualche anno prima: io mi ero recata nella sua città per stare un po' con lei, a casa sua. Parlammo tanto, di tutto ma evidentemente non mi disse le cose giuste. Oppure io non fui attenta. Mi stavo separando dal mio primo marito, allora, ero molto presa dall'amore per la mia socia. Lei aveva situazioni molto complesse. Eravamo di certo troppo dentro ai nostri problemi: l'ascolto dell'adolescenza non c'era più.

Mi sentii in colpa nei suoi confronti e piansi per lei. Tante tante volte negli anni a venire. Se il bimbo che stavo attendendo allora fosse stato un femmina, le avrei imposto il suo nome. Ma era un maschio e quel nome che mi era così caro non aveva un corrispettivo maschile. E non mi restò che tenerla nel cuore. Con il rimpianto di ciò che non era stato.

Ma tutti gli altri? Spariti. Ne incontrai qualcuno ma non vi era più nulla.

Non vi era più nulla dentro di me. Un deserto salato mi aveva asciugato gli occhi.

 

Lavorai.

 

Lavorai ed incrementati tutto. Nel pomeriggio di chiusura mi recavo in un allevamento a preparare i cani per il futuro show in programma. Il sabato e la domenica in gara oppure in assemblea con l'associazione. Seguirono vittorie, sconfitte, premi, conferme smentite.

Ma ero sempre più conosciuta ed apprezzata. Acquistai un altro cane, il famoso barbone gigante di cui ho narrato nel mio primo libro. Poi me ne venne donato un altra. Due cani che mi diedero notevolissime soddisfazioni. Strinsi rapporti con altri allevatori, allargai il numero delle razze che ero in grado di preparare. A quei tempi fui l'unica in grado di preparare per le esposizioni a livello vincente un numero di razze così grande. I soggetti da me curati spopolavano.

 

Nel resto del tempo mi dedicavo alla casa e ai figli.

A settembre, quando accompagnai il più piccolo nella nuova classe, lui si mise a piangere disperatamente, dicendomi che voleva i suoi amici, le sue maestre.

Io mi sentii morire. Lo abbracciai e rimanemmo a lungo a piangere insieme, in un angolo del corridoio, mentre la nuova maestra ci guardava con pena.

Ma i bimbi sono forti. La vita urge loro dentro e riescono ad uscire dai blocchi di dolore.

Dopo pochissimo nuovi amici, nuove attività sommersero lui e la mia casa con lui. Io lo assecondai in tutto, desiderosa solo che ritrovasse la sua strada.

La femmina frequentava la prima media. Era brava ma non le piaceva. Non si trovò mai molto bene ma anche per lei si aprirono nuove amicizie. Lei, però, era molto più introversa del fratello.

Io strinsi conoscenza con qualche mamma. Uscii qualche volta con loro, andammo persino a ballare. Furono rapporti che durarono qualche anno, cordiali ed affettuosi, ma c'era in me un distacco forte: non riuscivo più a coinvolgermi fino in fondo

Incontrai di nuovo il mio ex amante e riallacciammo i rapporti. Uscii qualche volta con lui e lui mi propose per la prima volta di andare insieme in qualche privee. Acconsentii ma furono incontri distanziati l'uno dall'altro. E nel mezzo vi fu il vuoto più totale. Quelle esperienze erano forti e coinvolgenti, mentre le vivevo ma mi lasciavano in bocca un amaro tale, il giorno dopo, che mi necessitava tempo per metabolizzarle.

I problemi economici non avevano mollato la presa.

Il denaro ricavato con vendita della casa non era stato sufficiente. Saltarono fuori debiti che non sapevo di avere, con lo stato. Rate di IVA che credevo di avere pagato e che invece non risultavano saldate. L'INPS reclamò il suo avere.

Gli interessi di mora di questi esosissimi enti erano assurdi. Le cifre di debito venivano raddoppiate. Dovetti chiedere nuovi prestiti alle banche.

Poi, il denaro stava perdendo velocemente potere d'acquisto. Tutto aumentava mentre noi, che non eravamo un genere di prima necessità, non potemmo alzare i prezzi adeguatamente.

Lavoravo tantissimo ma non guadagnavo abbastanza.

E poi... e poi la solita cosa: le spese di casa erano ingenti. I ragazzi costavano cari ma cari ed io non sapevo dire loro di no alle loro richieste.

Con la grande furono sempre contrasti e durezze.

Non fui regolare con il pagare l'affitto e l'ente che reggeva il caseggiato mi 'consigliò' caldamente di cercare un'altra sistemazione. Inoltre mia madre era di nuovo peggiorata ed aveva bisogno di maggiore assistenza e lì non avevo come ospitarla. Io stessa dormivo sul divano.

Quando mio fratello ebbe bisogno di un ' rifugio ' per qualche tempo, per sue vicissitudini personali, dovetti chiedere ai due piccoli di tornare a dormire di nuovo insieme. Ma il problema di mio fratello durò solo pochi giorni e poi se ne tornò in seno alla sua famiglia.

Così cercai una casa più grande e trovai una villetta a schiera, un po' in periferia a tre-quattro chilometri dal negozio, che aveva anche due micro giardinetti, uno davanti ed uno dietro.

Lì vi erano le camere per tutti, anche se per il maschietto era una mansardina nel sottotetto e per me quella che era nata come garage e poi era stata trasformata in lavanderia. Ma andava benissimo.

Mia madre aveva un'ampia stanza luminosa con il balcone, cosa importante per lei che non usciva quasi più, mentre le due femmine presero possesso delle due stanze al terzo piano. Era infatti una casa a tre livelli, di cui il primo, dove dormivo io, di altezza più bassa. Ma di fronte vi era un giardinetto pubblico con campo da calcio annesso e io la sera o la notte prendevo i miei cani e, nella solitudine e nel silenzio più totale, mi immergevo ancora nel verde degli alberi e tra le braccia del cielo.

Il trasloco fu un altro micidiale affare. Ma alla fine trovammo le nostre sistemazioni.

La secondogenita, ancora quando abitavamo nell'appartamento vicino al negozio, ebbe crisi di si sonnambulismo. Una note mi svegliò battendo da fuori sul balcone alla finestra della cucina, gridando di farla entrare. Inveendo contro di me perché non la volevo far entrare.

Quel balcone correva lungo le camere e la cucina e tutte vi si affacciavano.

Ci spaventammo a morte. Pensai che rischio aveva corso: se si fosse gettata di sotto sarebbe certamente morta: eravamo al terzo piano.

Le feci fare visite, indagini. Risultò tutto normale. Le proposi un aiuto psicologico ma lo rifiutò. Accettò un po' di valeriana e cercammo di starle tutti vicino.

Lei cambiò radicalmente atteggiamento nei miei confronti.

All'improvviso, da affettuosa in un modo quasi inverosimile, dall'essere la mia ombra, dal volere sempre stare con me, abbracciata a me, mi allontano drasticamente.

Si fece un ragazzo, il suo primo.

Anche quello, come fu per la più grande, era un essere amorfo ed infinitamente problematico ma lei mi disse che l'amore che aveva dato a me ora era per lui.

E non accettò più un abbraccio, un bacio, un contatto fisico con me.

Se mi avvicinavo a lei, seduta sul divano, per guardare la tv insieme e la sfioravo, mi comandava di scostarmi. I suoi occhi e la sua voce erano duri e di ghiaccio

I ne venni sconvolta.

Lei era la mia bimba, la mia dolcissima bambola, la mia consolatrice con i suoi abbracci amabili, i bacetti, il richiedermi sempre accanto.

Per lei io ero sempre stata il suo sole.

Mi diceva che ero così grassa perché avevo un cuore troppo grande per essere contenuto in un corpo di dimensioni normali.

Per me lei era la fonte principale d'amore, era il sapere che finalmente qualcuno che io amavo mi ricambiava.

Non che il maschio non fosse affettuoso ma era diverso. Era più pieno delle sue cose, amici sport e vivacità. La mia bambina era come vivesse solo riflessa della mia luce.

Fu terribile.

Le chiesi più volte di spiegarmi i suoi sentimenti, cose le stesse accadendo, cosa avesse vissuto per arrivare a ciò. Cercai di capire, vagliai ogni possibilità, le proposi di nuovo un aiuto psicologico. Nulla. Non ne venni a capo. Le cose restarono così.

Io stavo malissimo.

Ogni giorno erano salti mortali con le banche le bollette le scadenze le fatture da pagare.

Ogni giorno erano problemi di vario genere da affrontare.

La mia vita è sempre stata costellata da miriadi di difficoltà pratiche giornaliere.

Faccio qualche esempio.

La fuga del pappagallo che durò tre giorni e che io riacciuffai salendo su di un pesco.

Un incendio, più che altro di fumo, nella mia camera—lavanderia, partito da un corto della lavatrice, che affumicò tutto e rovinò mezzo mondo. Lo spense con un atto eroico mia figlia maggiore, prima che arrivassero i pompieri.

Fu uno spavento ed un problema notevole.

C'era sempre qualcosa che si rompeva, una bici che veniva rubata, una lite tra compagni di scuola.

Un veterinario ci creò problemi con un talloncino di una vaccinazione di un cuccioletto che avevamo venduto. L'aveva apposto l'allevatore ma mia figlia mise, sotto, il timbro del nostro negozio. Vennero i carabinieri, mi fecero chiudere tre giorni e mi accusarono di abuso della attività di veterinario. Andai in causa penale e fui condannata ad una multa di cinquecentomila lire con diffida.

Ci fu qualche incidente con qualche cliente, una ferita inferta ad un gatto, - tosandolo, la pelle si squarciò, - un cane che morì d'infarto, un terzo di anemia per zecche. Ce lo avevano portato ormai in fin di vita e morì mentre tentavamo di liberarlo da migliaia di parassiti.

Un cane morse mia figlia. Un gatto mi perforò una mano. Un altro cadde dal tavolo e si lussò una spalla, un altro ancora si ferì alla coda.

La vendita dei prodotti ebbe un fermo improvviso e notevole: ad un tratto non si vendette quasi più nulla. Noi avevamo molta merce, il giro delle fatture era notevole e mi trovai ancora nei problemi più grandi.

Feci un ingente acquisto in prenotazione di collari antiparassitari. Mi venne proposto con un prezzo davvero notevolmente conveniente. Era il quantitativo che avevo venduto i due anni precedenti. Peccato che non sapevo – ma forse il grossista si – che le zecche e le pulci non sarebbero più morte, con quel prodotto che fino a quel momento era stato efficacissimo: proprio quell'anno venne l'avvento del più famoso spray insetticida di tutti i tempi e delle goccine sulle scapole. Così io mi trovai a dover acquistare i nuovi prodotti, se volevo liberare i miei clienti dai fastidiosi e pericolosi parassiti ,mentre dovetti comunque pagare quella montagna di collarini antiparassitari che rimasero anni ed anni a prendere la polvere nei loro scatoloni.

Si ruppe il furgone camperizzato e comprai un altro mezzo, una specie di jeep.

Mi chiamarono in questura dove mi dissero che avevano fermato i miei figli accusandoli di ave fumato spinelli in un parco.

Quello anche fu terribile.

Passai giorni in questura, a parlare con i miei ragazzi, che inventarono tutto un racconto strampalato a cui io credetti completamente, accecata dal mio amore per loro. Prendendomela a morte con i militari che avevano fatto quello. Credetti i miei figli vittime di accadimenti fortuiti e mi infuriai notevolmente. Lo shock fu grande.

Solo molto più tardi, ma molto più tardi, capii che quegli spinelli erano davvero loro, del loro gruppetto di amici.

Ma in quel momento mi sentii e sentii i miei figli vittime delle istituzioni.

 

Poi vennero la macchinetta per i denti per il maschio. Gli occhiali per la femmina....

e mia madre, in continuazione, come un disco rotto, che mi diceva: lavori troppo. Spendi troppo. Fai questo, non fare quello... mangi troppo.. sei troppo grassa...

la levriera di mia figlia si ammalò e mori improvvisamente.

La terrierina ebbe il suo secondo parto ma di quattro cuccioli ne sopravvisse uno solo esclusivamente perché la mia figlia più piccola lo allevò con una cura da madre.

 

Potrei continuare all'infinito a narrare tutta la serie di difficoltà ma mi fermo qui. Ho citato le più macroscopiche.

Tutto era sulle mie spalle.

Io dovevo correre, risolvere, fare da cuscinetto tra mia madre e i miei figli, che erano sempre in contrasto, tra i miei figli ed il padre, con altri contrasti.

Dovevo fare il giocoliere con i soldi: mettili lì, toglili di là. - avevo acceso tre conti e giostravo il contante giocando sulla valuta per pagare le varie scadenze.

Era un delirio.

La figlia maggiore sempre contro.

L'ex marito sempre in contrasto: ogni volta che dovevamo affrontare qualche problema o decisione per i ragazzi erano liti furiose.

Era un delirio.

La notte non dormivo. Da anni era così. Il ritmo del ristorante mi era rimasto nel sangue.

Non dormivo, facevo la contabilità. Scrivevo il mio diario, a volte, e mangiavo: smangiucchiavo le cose più insane ed assurde: dolce poi salato poi ancora dolce fino alla nausea. Fino a crollare quasi tramortita, lo stomaco gonfio e l'anima scoppiata.

I dolori alle ossa e ai muscoli erano sempre più forte. Una forte asma allergica mi rendeva la vita difficilissima. Non respiravo più. I prodotti cosmetici che usavamo per il lavaggio erano il più naturale possibile e della migliore qualità. Ma gli antiparassitari non scherzavano. Avevo la pelle delle mani che cadeva a pezzi, oltre ai polmoni. Avevo avuto diverse ricadute da bronchite asmatiforme e lo streptococco era ritornato più volte positivo nel tampone faringeo.. La testa piena di troppo, di tutto.

Non ce la facevo più.

 

Decisi allora di vendere la mia quota di negozio. Una cliente, diventata amica, era fortemente interessata alla cosa. Mia figlia fu d'accordo. D'altronde la mia presenza le impediva di crescere professionalmente. Ero io quella che faceva i tagli a forbice le toelettature da show. Lei lavava ed asciugava, tosava a macchina strippava ma si fermava lì.

non spiegherò qui la particolare tecnica. Chi fosse interessato cerchi sul web: ' stripping ' e legga –

Io ero stata proclamata campionessa italiana ed internazionale di toelettatura. Ero stata invitata al campionato europeo che vedeva venti concorrenti scelti da una apposita giuria. Era un onore notevole che mi venne fatto due anni di fila ma non potei mai parteciparvi

Il mio barbone gigante aveva vinto premi prestigiosi a livello europeo. Altri premi vennero con i cani dei clienti.

Gli allevatori che seguivo io vincevano alla grande.

Ma io non ce la facevo più.

 

alla fine del 1998, il 31 dicembre, passai le consegne del negozio.

Un mio cliente mi aveva proposto di andare sotto di lui a vendere polizze assicurative. Mi aveva offerto un fisso più incentivi e possibilità di carriera. Accettai.

E fu così che si chiuse un'altra era della mia vita.

Continuai a seguire i cani di un allevatore che mi era particolarmente caro, ma ritirai i miei soggetti dalle gare.

Tosai il mio barbone gigante: le mie figlie dissero che non gli avrebbero tenuto il pelo curato: aveva un pelo così lungo e folto che si impiegavano tre ore per lavarlo ed asciugarlo. In teoria era stato acquistato come cane da esposizione per la più piccola ma lui divenne mio sin dall'inizio. Lei aveva i suoi due terrierini e di lui non si prese mai cura. Non riuscii a lavarlo per un mese di fila perché stavo troppo male ed il mantello si era tutto raggrumato. Chi conosce la materia sa di cosa sto parlando.

Allora via, presi la macchinetta e recisi i lunghissimi boccoli che avevo curato per mesi e mesi con grande attenzione e dispendio di forze. Ho conservato a lungo la treccia che gli facevo con i peli della sommità del cranio, che erano i più lunghi.

Basta, via tutto, via tutto.

Fermate il mondo, voglio scendere.

 

 

 

 

AL LAVORO - 2008 olio su tela 25 x 35

 

 

SESTA PARTE

 

venditori si nasce.

Quando andavo alla scuola materna, un giorno tornai a casa con una monetina da una lira. Mia madre mo domandò dove l'avessi presa ed io le rispose che avevo venduto un grissino della mai merenda.

Io sono il tipo che, in teoria, potrei vendere i famosi frigoriferi agli esquimesi. Se non fosse che il mio senso etico è più forte.

Durò qualche mese, la mia avventura con le assicurazioni.

Dopo il primo corso di formazione cominciai carica come una sveglia e vendetti, vendetti.

Il lavoro era decisamente meno faticoso. Giravo con il mio capo o da sola. Entravo nelle case e mostravo il prodotto assicurativo. Spiegavo tutto per bene, rispondevo alle domande. Sedavo i dubbi. E, dato che quel prodotto lo avevo acquistato io per prima già da un paio di anni, poiché credevo fosse un ottimo investimento, ero davvero convincente.

Ero certa di lavorare anche per aiutare la gente. Proponevo una ottima copertura assicurativa, poi un facile modo di accumulare dei risparmi che altrimenti non si sarebbero avuti. Per terzo ma non meno importante, il risparmio fiscale detraibile.

Ero così convinta di quello ed ispiravo tanta fiducia che le polizze fioccavano. In tre mesi mi venne proposto di diventare sub–agente, di gestire un gruppo di sottoposti, sei o sette e di fare il corso per operatore finanziario, in modo di poter poi aprire, in un secondo tempo una mia agenzia.

Mi sembrava di sognare, ero al settimo cielo.

Accettai e iniziai il nuovo incarico. Ma li arrivarono i primi intoppi. Non ero poi così brava a spingere gli altri nella vendita. Se uscivano con me, si vendeva, da soli, non concludevano nulla. Il mio capo mi parlava per ore su come avrei dovuto fare per dar loro la carica, quella che poi lui dava a me, ma io, decisamente, non ero così brava come lui. Ero molto più capace di diventare un po' la mamma e confidente di tutti quei ragazze e ragazzi e di stare ore ad ascoltare i loro problemi per cercare di aiutarli. Questo poteva andare anche bene ma di certo non era redditizio.

Infatti, il fatturato della mia cellula era sempre un po' insoddisfacente. anche perché prodotto quasi per intero da mie dirette vendite.

Ma il vero problema fu che, studiando approfonditamente tutti i meccanismi perversi di quei prodotti finanziari, mi accorsi che io non aiutavo le persone ma le stavo imbrogliando. Vidi che non era che io dicessi bugie, quando dimostravo il mio prodotto, semplicemente non dicevo tutta la verità. In effetti, se la polizza, che di solito era trentennale, riusciva ad andare in fondo, un guadagno ci sarebbe anche stato ma se solo si fosse toccato una sola virgola del primo contratto originale per una qualsiasi ragione, tutto sarebbe statoeroso da strane follie economiche.

E mi accorsi anche che era praticamente impossibile che le polizze arrivassero in fondo senza subire rimaneggiamenti e che anzi, il giochino era proprio quello: proporre dei pseudo miglioramenti che per il venditore era come fosse stipulata una polizza ex novo, quindi con un forte guadagno, ma per l'assicurato era un azzerare tutti gli ammortamenti positivi e far ripartire quelli negativi.

Ci rimasi malissimo. E caddi in una profonda crisi.

Successe anche che mi trovai proprio di fronte a qualcuno di questi casi e potei toccare con mano l'imbroglio. Di fronte al cliente mi vergognai come un cane, anche se quella polizza non glie l'avevo accesa io.

Ancora di più stetti male quando un altro, incontrandomi per strada, mi assalì con furia, per un problema simile, tanto arrabbiato che a momenti mi metteva le mani addosso.

Quella notte, sveglia come sempre, mi interrogai a lungo. Stavo guadagnando, era vero. E il lavoro non era massacrante come i precedenti. E dio solo sapeva quanto io avevo bisogno dell'una e dell'altra cosa. Ma avrei potuto guardarmi nello specchio, la mattina.?La risposta fu chiara: no, non avrei potuto.

Così mi licenziai, dando però la mia disponibilità ancora per un mese, solo per rispondere al telefono ed occuparmi di altre incombenze di routine. In modo tale che il mio capo, al quale ero sinceramente affezionata, avrebbe avuto il tempo di cercare un mio sostituto. .

Ma una delle ultime mattine di quella attività mi successe un altro dei particolari accadimenti che mi cambiarono la vita.

Uscii di casa alla solita ora, in macchina, per andare al lavoro.

Poi, non so cosa accadde.

So che mi ' svegliai ' e che non ricordavo chi ero e dov'ero. Guardai l'ora e vidi che era quasi mezzogiorno. Dopo una mezz'ora di sconcerto recuperai tutte le mie facoltà e mi accorsi che ero ferma in auto a trecento metri da casa.

Mi spaventai a morte.

Di certo avevo avuto una amnesia, o chissà cosa di più grave. Ciòmi sconvolse. Ma non tanto la paura, che era una certezza, di stare male, quanto la sensazione provata, in se stessa. Ero uscita dal mio corpo, ne ero certa. Ero stata altrove.

Ma dove?

E come era potuto accadere? Non avevo risposte a quelle domande.

Venni colta da una forte crisi di pianto. Cercai aiuto, recandomi in negozio da mia figlia. Telefonai a qualche amico. Ma nessuno sapeva cosa dirmi. Uno di loro, uno psicologo, mi consigliò di recarmi al centro di salute mentale.

Così, non so come , perché ero davvero alterata, entrai in quella che divenne la mia gabbia per i quattordici seguenti lunghissimi anni.

Un medico, una dottoressa, mi ascoltò. Io le raccontai tutto. Mi fece domande sulla mai situazione. Poi mi disse che ero terribilmente depressa. Che stavo molto male che ero sull'orlo di una grave crisi di pazzia e schizofrenia. Mi fece una flebo di un potente ansiolitico che mi stese per ore..

poi a sera, mi mandò a casa, con una cura forte di pasticche varie ed un piano di visite presso il centro ad intervalli stabiliti e piuttosto ravvicinati.

Io mi spaventai ancor di più ma nello stesso tempo, all'inizio, almeno, ci credetti che quelli avrebbero potuto aiutarmi. D'altronde io mi fidavo del mio amico. Se lui mi aveva consigliato il loro aiuto, era certo la via giusta.

La crisi di pianto era passata: non che mi sentissi bene, tutt'altro ma almeno avevo recuperato un minimo di governo sulle mie facoltà.

Così cominciai la cura. Ma subito mi accorsi che quella roba mi faceva stare male, molto più male. Era come se una furia scatenata mi si arrovellasse dentro ma non trovasse la porta per uscire e continuasse a sbattere, sfinita ma sempre più furiosa, contro del pareti del mio cervello.

Ma cosa mi stava succedendo? Come potevo vivere così?? e poi, un dolore assurdo mi attanagliava il cuore ed i pensieri. Cominciai a pensare e ripensare a tutto quello che mi era successo fino ad allora, a piangere a disperarmi. A chiedermi ripetutamente cosa avevo fatto di tanto sbagliato per meritarmi tutto quello: ero di nuovo senza lavoro ne sapevo cosa avrei fatto. Ero senza denaro. Con i miei c'erano solo problemi. Ero sola disperata senza amore, senza un appoggio, senza nessuno che pensasse a me, che si prendesse cura di me.

Stavo così male che desiderai morire. Solo morire.

Ai colloqui con la psichiatra raccontavo quei pensieri e lei rincarava la dose con le medicine.

Io ero sempre più confusa. Nei mesi scorsi ero riuscita a perdere diversi chili ma li riacquistai con una velocità supersonica: sembrò che qualcuno mi stesse gonfiando con una pompa da bicicletta.

 

Per fortuna, un giorno, parlando con una mia amica e raccontandole tutto questo, una delle ragazze che avevano dipinto la vetrata del ristorante, che mi voleva molto bene e che mi riteneva quasi una seconda madre, lei mi disse che stava seguendo una particolare terapia comportamentale presso un illuminato maestro spirituale e che questo la stava aiutando moltissimo a risolvere i suoi annosi problemi di personalità, non ultimo un notevole sovrappeso.

Fissai un appuntamento presso questo meraviglioso santo vivente ed andai da lui con il cuore pieno di speranza.

Egli era davvero un maestro illuminato e santo vivente.

In tre settimane mi disintossicò da quella robaccia con fiori di Bach ed altro, mi diede una apposita dieta nella quale mangiavo tantissimo ma dimagrivo, mi guidò in esercizi spirituali, meditazioni e introspezioni che mi risollevarono immediatamente. Mi ascoltò e cominciò a pormi domande. Portandomi a ricercare in me le risposte. Oppure a cercare quelle alle mie, angosciose e ritorte, sempre ripetute e avviluppate su loro stesse, dandomi appigli ed aperture filosofiche e religiose che io non conoscevo,

mi parlò del karma, della legge di attrazione e di tanto altro.

Era così paterno che non volle neppure essere pagato. Mi disse che lo avrei fatto quando avrei avuto denaro.

Francesco, così si chiamava, fu la luce che si aprì nel mio buio e che cominciò a diradarlo.

Nei nostri colloqui fu subito chiaro che il punto da cui partiva ogni mia domanda era mia madre.

Cominciarono ad affiorare tutti quei ricordi che qui ed altrove ho narrato. Fino a quel momento non era così chiaro dentro di me quanto quelle esperienze mi facessero soffrire. Per mesi io non feci che parlare di mia madre. Sempre e solo di lei.

La cosa più difficile, per me, fu accettare la regola buddista che afferma che i genitori ce li scegliamo noi. Ovviamente a livello di karma. Io, proprio, quello non potevo buttarlo giù.... ma quanto mi ero voluta male? Ed invece lui insisteva che proprio tramite quella sofferenza e difficoltà io accoglievo dentro di me la luce della consapevolezza che veniva chiamata illuminazione.

Oltre alle sue goccine naturali, alla dieta ed ai colloqui, partecipavo a due incontri corali alla settimana. Si danzava, si facevano esperimenti spirituali..era davvero bello..era bellissimo. Sentii tornare la forza in me.

Francesco poi mi disse: fa qualcosa che ti piace. Qualcosa per te. Di solo tuo. Non preoccuparti dei soldi che spenderai. Fallo. Ne hai diritto.

E cos'era che mi piaceva tanto? Che era solo mio?

Tornai a cavallo. In pineta, lungo la palude. Tornai alla purezza.

 

Un mese dopo già lavoravo di nuovo. Uno dei rappresentanti di prodotto per animali che serviva il nostro negozio, anzi, il mio ex negozio, mi chiese se volevo prendere una parte della sua zona, che era troppo vasta geograficamente e che quind gli impediva di incentivare ed arrivare dovunque. Mi fissò un colloquio con i proprietari. Era una ditta molto grossa a livello nazionale.

Dimagrita, ritemprata andai all'appuntamento con le mie migliori speranze e disposizioni d'animo.

Conoscevo quell'ambiente forse più di loro, dato che ero stata da entrambe le parti della barricata. Ed infatti ebbi l'incarico.

Il catalogo era splendido, erano i migliori prodotti, anche se i più costosi, che si trovassero sul mercato in quel momento.

Io avevo esperienza a gestire una zona, conoscevo la geografia dell'area assegnatami ed anche, personalmente, una grande quantità di esercenti: come avrei potuto fallire?

E così, un'altra volta mi rimisi in macchina, tailleur, capello a posto, trucco leggero, borsa catalogo copia d'ordine, telefonate fax appuntamenti, attese nei negozi, traffico, chilometri, chiacchiere, tante chiacchiere, riunioni, presentazione nuovi prodotti, campagne sconti, promozioni, colleghi, addetto spedizione, segretarie, chilometri chilometri chilometri. Un bar un panino un latte macchiato una brioche una bottiglia d'acqua. Caldo freddo sole pioggia traffico chilometri..sorrisi strette di mano.. tabulati, conteggi, gare interne, grafici di vendita, statistiche, chilometri chilometri chilometri..

il lavoro del commesso viaggiatore, i suoi paradisi, i suoi inferni.

Ma avevo ritrovato lo slancio ed ero molto contenta: il fatturato era discreto, abbastanza buono, anzi e la zona era tutta da riattivare ed incrementare.

Smisi di andare a cavallo ma continua a frequentare la scuola filosofica di francesco, riuscendo a pagargli anche un po' di sedute.

Avevo lasciato l'associazione dei toelettatori, dato che non ero più nella categoria, ufficialmente ma continuavo a seguire il mio amico allevatore ed a preparargli i cani.

 

Nell'ambiente ormai tutti mi conoscevano e questo mi aiutava anche con le vendite. Non ricordo come nacque l'idea, come venne fuori.

Però ad un certo punto mi trovai a parlare con i proprietari della ditta progettando di vendere i nostri prodotti, che erano piuttosto specializzati, all'interno delle esposizioni canine.

Moltissime ditte erano presenti sul quel mercato assai fiorente e a loro interessava entrarci.

Le esposizioni canine erano state la mia passione, il mio lavoro, il mio svago per tantissimi anni.

Con i primo marito avevamo girato l'italia e l'europa con il nostro grande camper e i nostri bei levrieri. Non ho raccontato molto, di quello, ma per anni viaggiammo in lungo ed in largo, da soli, con amici. Era una festa.

Io cucinavo per tutti grandissime spaghettate. Altri portavano vino, dolci. Poi si parlava delle nostre belle bestie, usando quel termine per distinguerli dagli esseri umani, che noi ritenevamo – come io ancora faccio – assai inferiori.

Si parlava di loro, della morfologia, della cinotecnia, della genetica e poi si discutevano le vittorie le sconfitte, l'operato dei giudici. Si facevano programmi di cucciolate, di accoppiamenti. I nostri grandi e quieti cani acciambellati pigramente sulle loro coperte o sui lettini del camper ci guardavano un po' si sottecchi: a volte sembrava che si chiedessero cosa ci fosse poi di così tanto eccitante.

Avevo una collezione di tutto rispetto di premi coppe coccarde, oggettini guinzagli, spillette foto libri specializzati ed altre chincaglierie simili.

Dopo lo stop del cambiamento di vita e marito, al mio ritorno sui ring, avevo ritrovato vecchi amici ma anche me ne ero fatti dei nuovi.

Non esponevo più levrieri ma terrier ed altre razze che necessitavano di essere toelettate. Quindi il giro si era allargato.

Ero davvero addentrata, nell'ambiente e tutti mi volevano bene perché ero sempre stata molto sportiva, ogni volta delle innumerevoli che avevo perduto, anche meritando di vincere.

Ero la persona adatta per portare avanti quel progetto.

Partecipai alla prima esposizione canina come espositore di merci e non di cani.

Eravamo ai primissimi dell'anno 2000.

poi feci un altro paio di prove anche con un linea di prodotti per la cosmesi del pelo. Si aprì una bellissima possibilità, almeno così mi parve ed io la presi al volo.

Quando avevo cominciato a vendere i prodotti per cani avevo acquistato un nuovo bellissimo berlingo citroen blu metallizzato, perché la specie di jeep stava tirando gli ultimi. Avevo acceso un prestito, dato un piccolo anticipo e avevo portato a casa quella splendida macchina. Già si caricava moltissima merce su quel monovolume. Ma nel giro di due o tre esposizioni, avevo aumentato il numero dei prodotti che intendevo vendere. Quindi acquistai un carrello da attaccare al gancio, che feci montare al berlingo.

Acquistai anche tutto l'occorrente per uno stand, dall'ombrellone ai tavoli all'illuminazione, presi una partita IVA e iniziai quella ennesima avventura.

Per un po' continuando anche il lavoro di agente sulla zona con i prodotti della ditta, poi vendendo direttamente io, come grossista

misi insieme un ottimo catalogo, arricchendolo di prodotti tecnici per toelettatori.

Così il sabato e la domenica ero ambulante in esposizioni canine, il lunedì preparavo le spedizioni e facevo gli ordini della merce mancante, gli altri giorni giravo per le attività di tutta la romagna e dintorni.

Il giro del denaro aumentò.

Comprai allora un furgone, un vecchio ducato fiat e con quello fui più comoda e sicura: il carrello era alquanto pericoloso.

Migliorai l'attrezzatura dello stand e lo resi più bello. Giunsi ad avere circa quaranta milioni di merce d'inventario. Stipata ordinatamente in cassoni, che scendevo dal furgone, ogni sabato mattina presto o venerdì pomeriggio, -dopo aver viaggiato fino a raggiungere il luogo dell'esposizione, - alloggiavo negli appositi espositori, vendevo fino alla domenica sera quando smontavo il tutto, risalivo e stipavo tutto sul furgone.

Poi ripartivo e tornavo a casa.

Milano torino firenze bari foggia livorno empoli genova roma imperia palermo ancona bastia umbra napoli reggio emilia udine e tantissime cittadine minori...

i chilometri non si contavano.

Viaggiavo quasi sempre da sola. A volte mi raggiungeva mia figlia maggiore, giungendo con qualche cliente per esporre i cani ed aiutandomi un po'.

A palermo mi accompagnò mia figlia minore ma fu uno strazio: sembrava che separarsi per tre giorni dal suo ragazzo fosse una tragedia.

Ma il più delle volte ero solo. Facevo tutto io.

Era un lavoro faticosissimo e bellissimo.

Le avventure che mi capitarono furono innumerevoli.

Un pneumatico scoppiato in piena corsa ed io che riesco a reggere i furgone che sembrava un bisonte impazzito, a fare lo slalom tra due camion e appoggiarmi al bordo della strada, incolume.

Un sasso scagliato da un cavalcavia che, per fortuna, colpì la lamiera due dita sotto il vetro, lo bucò, e mi fece prendere lo spavento più grande della mia vita: ma me la cavai con una scarica di dissenteria.

Una febbre improvvisa in albergo da stare così male da no riuscire neppure a chiamare aiuto.

Temporali piogge improvvise, folate di vento fortissimo che si portavano via ombrelloni ed il resto.

Le chiavi del berlingo chiuse dentro al termine di una domenica lunghissima ed io, sotto un'acqua torrenziale, completamente bagnata fradicia, a cercare di prenderle con un filo di ferro attraverso uno spiraglio del finestrino. Poi dovetti chiamare un fabbro che forzò la serratura. Mi asciugai un po' con la carta igienica nel servizio di un bar lì vicino e mi cambiai parzialmente. Il resto lo fece il riscaldamento dell'auto. Ero vicina a genova: fu un viaggio lungo da fare così bagnata e stravolta, alle due di notte.

Un furto dell'intero incasso, diversi milioni, di certo effettuato da una persona conosciuta perché il cane posto a bada della cassa non abbaiò. Io ero di fianco allo stand e stavo vendendo de guinzagli. Me ne sarei accorta. Quella volta fu terribile. Mi sentii profanata in modo violentissimo.

 

Potrei proseguire ma mi fermo qui..

all'inizio di quella avventura dormivo nel furgone, quando dovevo trattenermi il sabato sera.

Quindi zanzare caldo freddo e tutto quanto potrete immaginare.

Poi non ce la feci più e cominciai a scendere in piccoli alberghi, decenti e puliti ma poco costosi.

Per lavorare, lavoravo, per vendere, vendevo. Però le spese erano molto alte. Le fiere e le organizzazioni chiedevano prezzi esosi per il noleggio dell'area espositiva. Il carburante e l'autostrada erano sempre più cari. I costi dei pernottamenti dei pasti incidevano parecchio.

Certo, il denaro che mi passava per le mani era tanto, ma quello che vi restava non moltissimo. Però ero contenta. Adoravo quel folle lavoro, quel circo semovente e tenevo duro, nella speranza di incentivare ancora la clientela. In fin dei conti i mesi passavano ma la mia attività era assai recente.

Almeno con quel giro di denaro avevo di che pagare le bollette. Inoltre i ragazzi erano cresciuti e con loro le loro necessità. Il maschio volle il motorino. Si iscrissero entrambi al liceo. Uscivano, andavano a ballare e in giro con gli amici. Vestivano solo alla moda e firmato.

Ed io, che mi sentivo sempre più in colpa e li vedevo assai straniti, cercai di accontentarli in tutti i modi.

 

Venne il 2001. ogni tanto ero uscita con il mio amante ma davvero non pensavo a nulla. Il mio cuore ferito, ero certa, non si sarebbe rialzato mai più. Amavo ancora mio marito ma avevo troppa paura per pensare ad una nuova storia. Nessuno poteva amarmi.

E me ne stavo da sola.

 

Un giorno dei primi del nuovo anno mi telefonò rodolfo.

Per raccontare di lui metto qui quanto già scritto: un capitolo del mio romanzo: quello che non dico a nessuno.

 

 

La avevo incontrato un anno prima quando ero tornata ad andare a cavallo.

Andai al circolo ippico che già conoscevo, in quella meravigliosa pineta, con i tramonti infuocati e le tracce di lepri nella sabbia dei sentieri, mentre i voli meccanici e pesanti dei fagiani sfrullavano al mio galoppare.

La felicità tornò in me. E con lei la forza e la speranza.. ma i figli erano la sola cosa.

A cavallo avevo conosciuto Rodolfo. Io avevo 46 anni lui 58.. era un brutto ometto dolce e triste, maltrattato da una moglie acida e dispotica.

L'istruttore del circolo mi chiese di portarlo con me in passeggiata in pineta e cavalcammo a lungo insieme.. lui non era bravo come me, io sono una valchiria, o almeno le ero, un'amazzone e così io moderavo la velocità e facevamo tanto passo..

I cavalli affiancati e lo spettacolo dei verdigrigiazzurri sfumati ci stringevano vicini

Ma io non capii che a lui piacevo..

Ripresi vigore, cambiai lavoro, aprii una ditta di vendita itinerante e comincia ad andare in giro per l'Italia col mio furgone e lo stand, da sola..

Smisi di andare a cavallo

Rodolfo mi cercò per un anno intero sempre chiedendomi di tornare in pineta con lui, ma io non penso mai che qualcuno possa avere interesse per me.

Pensavo solo che lui avesse voglia di galoppare e trottare in tranquillità e rifiutai sempre, gentilmente.

Dopo un anno di telefonate brevi e generiche, anche se affettuose, un giorno che lui mi chiamò io avevo uno dei miei soliti problemi agli occhi, alle lenti a contatto.

Lui era ottico, aveva una catena di cinque negozi: gli chiesi un consiglio e lui mi disse che mi avrebbe spedito una cosa da provare.

Due giorni dopo mi arrivò un pacchettino di lenti a contatto monouso: che gentile che era stato, pensai.

Le provai e mi trovai subito assai bene.

Così lo chiamai per ringraziarlo..

Due giorni dopo mi venne recapitato un altro pacchetto con dentro una confezione per sei mesi di quelle lenti.

Rimasi commossa. Da tanto, troppo tempo nessuno mi regalava più nulla.

Lo chiamai di nuovo e lui mi chiese di uscire. Io per forza di cose accettai

Era piccolo e magretto, col nasone, ma aveva gli occhi azzurri, una bella voce, mani gentili

In macchina mi baciò.. io non me lo ero immaginato ancora cosa lui potesse volere da me, nonostante avessi già avuto diverse esperienze, ero ancora una piccola bimba insicura ed ingenua. Come sono tutt'ora.

Fu bello sentirmi di nuovo desiderata.

Nei giorni seguenti lui mi corteggiò in modo gentile e garbato, affettuoso, con telefonate e messaggi, dato che abitavamo in due cittadine diverse e che, essendo sposato, non aveva facoltà di movimento, Quando mi chiese di fare l'amore con lui, io accettai.

Andammo in un motel.

Lui era molto emozionato, non riusciva ad avere l'erezione perché da tantissimi anni non aveva più rapporti con la moglie e se ne scusava imbarazzato. Io lo avvolsi di dolcezza: che mi importava di una erezione?

Lo amai come non era mai stato amato e me ne innamorai.

Durò tre mesi.

Lui era di una dolcezza estrema e così presente, se pur ci vedessimo solo due ore alla settimana, il giovedì pomeriggio, era così presente come nessuno mai era stato nella mia vita.

Gli scrivevo lunghe pagine di noi, lui beveva le mie parole

La sua voce era bassa e cara.

Io facevo una vita difficile:lavoravo sette giorni su sette, 20 ore su 24. Lui mi seguiva in tutto, se pur a distanza, io avevo in lui una costante per tutto.

Quando ci incontravamo era bellissimo.. lui mi amava ed era tornato vigoroso come un giovane.

Era felice, io lo ero

Venne a casa mia, era l'8 marzo, con una scusa di lavoro

Una intera giornata insieme

Lo presentai ai miei figli che lo accolsero con gioia.

Lui era ricco, aveva il camper due barche..fantasticava di viaggi e mare

Io ero felice davvero

Dopo tre mesi non ce la faceva più: mi disse che voleva che io e i ragazzi fossimo venuti a vivere nella sua città per prendersi cura di noi.

Io stavo così in difficoltà e stavo lottando contro tutto che mi sembrò di sognare

Pensai che la vita mi stesse rendendo tutto quello che mi aveva tolto.

Era venerdì sera: mi disse che avrebbe parlato con la moglie.

Poi, fino al lunedì, più nulla.

Io non potevo chiamare, tanto per cambiare...

 

Il lunedì mattina mi disse che lui e la moglie si erano ritrovati, dopo 15 anni di totale distacco e che sarebbe rimasto con lei, che tra noi era finita.

Fu una pugnalata

Mi feci male graffiandomi e picchiandomi, ebbi una crisi terribile, lui si spaventò e mi disse che saremmo rimasti insieme.

Ma il suo era un piano. Divenne freddo, sparì dal mio cuore, non volle più vedermi a parte una sola disgraziata volta che io andai nel suo negozio e facemmo l'amore per l'ultima volta.

Io lo imploravo di amarmi

Che fosse rimasto pure con la moglie, che non ci fossimo visti pure più, ma che avesse continuato ad amarmi

Ma lui aveva paura di essere scoperto da lei, che gli aveva promesso che lo avrebbe lasciato, chiedendogli la separazione e mettendolo sul lastrico.. i beni erano in comunione

Gli scrivevo ogni giorno una lunga lettera per cercare di fargli sentire il mio amore e tutta la sua bellezza e gliela spedivo col fax

Poi cominciai ad implorarlo di dirmi che non mi amava più, in modo che io potessi staccarmi da lui, ma non lo fece mai

Io entrai in una profonda depressione

A giugno mi misi a letto non uscii più a lavorare

Tutto era perduto

A luglio lui partì con la figlia e la moglie in camper per Parigi.

Io mi imbottii di psicofarmaci e gli telefonai con l'ultimo filo di voce

Ma lui ugualmente sparì

Mi salvarono, ma in ospedale ci riprovai ancora tagliandomi le vene con uno specchio rotto e poi soffocandomi con una busta di plastica, ma fui salvata sempre dagli infermieri

Poi mi sedarono talmente che mi bruciarono.

Non riuscivo più neppure a parlare, avevo il pannolone.

Mi mandarono a casa, ero persa

mia madre e mio fratello volevano mandare i miei figli più piccoli dal padre, loro non volevano: io ascoltavo il loro furioso litigio, non riuscivo a parlare ma sentivo.

Cominciai a far finta di prendere le medicine che mi davano, ma poi appena sola le sputavo, Nel giro di qualche giorno riuscii a chiamare una mia amica, che mi portò da Francesco

Dopo un mese ero tornata al lavoro, andai in fabbrica per qualche mese poi tornai a fare l'agente di commercio.

mi sequestrarono tutto quello che avevo

Mia madre mi abbandonò d'accordo con mio fratello, mia figlia più grande se ne andò di casa.

Io avevo lo sfratto, ma riuscii con l'aiuto del mio ex marito a trovare un'altra casa.. ricominciai

Per i miei ragazzi.

Ma avevo un furioso bisogno d'amore.. seguirono 18 mesi di follie sessuali

Poi Chiara

 

E questa è un'altra storia che racconterò qui di seguito.

Per chiudere il discorso su rodolfo voglio aggiungere solo che lui mi spezzò.

Perché io non lo avevo cercato, io non gli avevo chiesto nulla.

Quello che lui mi dava era per me così tanto e così bello che per non perderlo avrei fatto qualsiasi cosa. Anche accontentarmi di sentirlo dieci minuti al telefono al giorno.

Perché il suo amore mi aveva guarito.

Fu lui a decidere di parlare con la moglie. Io gli chiesi se ne fosse davvero certo. Ero titubante. Lui fu drastico, in quella decisione.

E così, mi spezzò. Mi portò su quella riva, dove siedo tutt'ora, anzi, più che mai, dove vivere è molto più difficile che morire.

 

 

 

 

IN GINOCCHIO - 2008 olio su tela 25 x 35

 

 

PARTE SETTIMA

 

vi è una bella favola mitologica, raccontata da aristofane e poi ripresa da platone, che narra le origini dell'amore.

Un tempo vi erano tre tipi di creature divine e umane allo stesso tempo: i figli del sole, che erano due poli entrambi maschili. Le figlie della luna, altri due, entrambi femminili e quelli della terra, uno femminile ed uno maschile. I figli del sole e quelli della luna combaciavano perfettamente, quelle della terra invece si intersecavano, penetrando l'uno nell'altro. Queste creature vivevano felici.

Ma giove, invidioso, prese una saetta e li divise a meta. Cauterizzò le ferite e poi li lanciò sul pianeta terra, a vivere di stenti e di lavoro.

Da quel momento ogni parte di quegli esseri separati dal loro intero, vivono e viaggiano per i giorni della loro avventura terrena sempre cercando la loro metà perduta.

E il grande dolore che riprovano, nel ritrovarsi, è il ricordo della loro scissione e il rimpianto di quello che hanno perduto. La grande felicità invece è data dalla immensa energia che ricevono attuando la riunione.

E tutto questo viene chiamato amore.

 

Dal primo giorno della mia vita io ho sempre saputo che c'è, che c'era questa immensa felicità, questa persona che mi avrebbe portato a non sentirmi più così sola e disperata.

Ma la nostra non è una società a misura umana, piuttosto è un insano crudele meccanismo di potere esercitato da pochi su molti attraverso la schiavitù economica, l'ignoranza, la superstizione religiosa e i tabù sessuali.

Per questo solo con la maturità ed un lungo cammino ho capito perfettamente cosa sono e cosa voglio.

Fino a pochissimi anni fa la mia era una affannosa ricerca portata avanti per un imperioso istinto interiore che mi spronava ma che era senza consapevolezza.

E quindi, a causa di questa mancanza di coscienza di me, ho cercato quella mia parte perduta in ogni persona che la vita mi ha messo vicino, illudendomi ogni volta di averla trovata.

 

Gli esseri umani hanno profondi legami karmici con diverse persone, che si rinnovano vita dopo vita attraverso sempre nuove situazioni di amore o di contrapposizione.

Le anime più antiche hanno emanazioni, dato che l'anima si riproduce per gemmazione quando giunge la maturazione spirituale.

Questo è il motivo per il quale l'universo è in continua espansione ed anche la causa che porta queste anime – madri, che già hanno raggiunto il nirvana, a tornare sulla terra e riprendere l'esperienza karmica. Ciò viene fatto per sostenere l'anima figlia e allevarla, nutrendola con l'amore gratuito ed incondizionato che solo le madri sanno avere.

Quindi è possibile amare più volte intensamente, nel corso di una vita.

Ma una sola è la vera anima gemella, la nostra metà esatta, la primigenia parte di noi che ci fu strappata. L'inizio del dualismo tra la luce e l'oscurità, tra la vita e la morte, tra l'amore e l'odio.

Poi, che si venga accettati e rifiutati da quella o che la si trovi, dipende dal punto di esperienza karmica a cui si è giunti.

 

Ogni volta che io ho amato, nella mia vita, l'ho fatto totalmente.

Non vi è nulla per me di più importante in una esistenza del rapporto di coppia.

Non vi è nulla che io non faccio per chi amo, nulla che mi spaventi e mi trattienga dal cercare di riunirmi con la metà che credo di avere finalmente ritrovato.

Quindi, ogni volta che ne sono stata rifiutata non ho perduto ' qualcosa ' della mia vita, una parte di me. Ho perduto me.

Perché lontana da quella metà per me vi è un immenso senso di vuoto, vi è tristezza infinita ed un totale senso di sconfitta.

 

Fino a quel momento avevo reagito, credendo pensando che avrei avuto altro, trovato altro. Che un giorno o l'altro sarebbe giunta anche per me il lieto fine delle favole di walt disney.

La fuga vigliacca di rodolfo invece mi disse che quello non sarebbe mai arrivato e così cercai la morte.

Dopo i tre tentativi successivi di uscire dalla scena, ricoverata in psichiatria, i medici mi diedero una dose così forte di psicofarmaci da bruciarmi le mucose, ridurmi all'impotenza e non autosufficienza e farmi vivere due esperienze di visioni allucinatorie che mi terrorizzarono.

Passai due notti vagando per la camera ed i corridoi del reparto e vedendo ogni cosa con i margini dilatati e luminescenti. Questo trasformava ogni piccolo particolare di una sedia, del letto, del mio corpo, delle stanze, in mostri assurdi e violenti che stavano per divorarmi.

Fu quella l'esperienza più folle e spaventosa della mia vita.

Tornai a casa, dimessa, che ero una larva.

Ma per sostenere i miei figli, mi riscossi e mi rimisi in piedi.

Il ricovero avvenne a luglio, mi dimisero i primi di agosto, a settembre già lavoravo in una fabbrica di alimenti surgelati.

Era un lavoro duro, ripetitivo, da catena di montaggio, che veniva eseguito in una temperatura costante di meno un grado.

Il freddo non mi dava fastidio, quello che faticavo molto a sostenere era la ripetitività e la mancanza di creatività. Ma l'aver mollato la mia ditta di vendita mi aveva ridotto di nuovo sul lastrico.

Il furgone mi era stato confiscato. Il berlingo lo avevo già venduto mesi prima, dato che non avevo più pagato le rate e quindi me lo avrebbero portato via lo stesso. La merce era stata resa alle ditte che me l'avevano venduta come annullamento in parte delle pendenze debitorie nei loro confronti.

Ma io avevo emesso tutta una serie di assegni postdatati, come era comune fare allora, e questi vennero tutti protestati. Le fatture vennero impugnate contro di me e l'ufficiale giudiziario venne più volte a casa mia a rastrellare ciò che si poteva. Ma, oltre ai beni della ditta, davvero non vi era nulla che avesse un valore da poter essere venduto.

 

Al dolore si aggiunse l'umiliazione.

Così promisi a me stessa che mai più avrei lavorato in proprio, anche dopo il trascorrere dei tempi tecnici della validità di riscossione dei miei debiti.

Quindi il lavoro in fabbrica mi metteva in uno stato di serenità emotiva che mi aiutava, anche se, dall'altra parte, non era assolutamente connaturato alla mia natura.

Ma una mattina, una delle immense porte scorrevoli verticali, dall'alto verso il basso, ebbe un guasto alla fotocellula proprio mentre io transitavo sotto e mi si richiuse sulla testa. Io indossavo un berretto imbottito con la visiera calcata sugli occhi e non me ne avvidi, aiutata in questo anche dalla mia vista difettosa. Ricevetti un terribile trauma da schiacciamento. Svenni e fui portata al pronto soccorso. Non furono riscontrate fratture ma le mie vertebre cervicali avevano ricevuto un grosso danno ed il colpo di frusta si era ripercosso lungo tutta la colonna vertebrale.

Il dolore era forte e portai un collare ortopedico.

Stetti tre settimane sotto infortunio poi tornai al lavoro ma non riuscii più a stare lì dentro.

Mi assalì, appena i macchinari vennero accesi per l'inizio del turno, un malessere così forte che ne scappai a gambe levate.

Certo, se avessi fatto causa alla ditta avrei avuto un ottimo esborso in denaro ma io non ci pensai neppure.

Decisi di tornare a lavorare come agente di commercio.

Vendetti per qualche mese di nuovo libri e poi trovai un ottimo contratto con una ditta di ingrosso di ferramenta e similari che vendeva i propri prodotti a falegnami fabbri ed altre categorie di artigiani. Fu scelta tra una vasta rosa di pretendenti, tutti maschi.

Avevo uno stipendio fisso, - che mi veniva erogato solo però dopo il raggiungimento di un fatturato minimo non terribilmente alto, - di 2000 euro mensili, moneta che nel frattempo era stata adottata mettendo fuori campo la nostra vecchia e svalutatissima lira. Erano previsti pure incentivi se avessi superato una tal soglia di fatturato, cosa più impegnativa. Acquistai una vecchia citroen BX nera, una grande nobile decaduta delle auto di classe, che era in ottimo stato, nonostante i quattordici anni di età ed aveva anche l'aria condizionata, e mi rimisi in corsa.

Di nuovo francesco aveva effettuato un miracolo, in me. Di nuovo io mi ero riciclata.

 

Gli artigiani che visitavo non erano abituati a ricevere donne, in quella veste. Io fui una delle prime femmine che si avventurarono in quel settore.

All'inizio acquistarono per galanteria. Poi, perché il gioco meritava la candela. Raggiungevo perciò, ampiamente, il minimo di fatturato previsto e percepivo il mio stipendio regolarmente.

Inoltre, essendo un lavoro a provvigione, i miei debitori non potevano pignorarmi. E questa era davvero una gran cosa.

Mia madre, quando rifiutai di piegarmi al loro volere di mandare i ragazzi dal padre e di internarmi in una clinica, mi tolse ogni aiuto economico e mi disconobbe come figlia. Appoggiata da mio fratello. Ebbi accanto a me solo il mio ex marito. Come ho già scritto anche la primogenita andò a vivere da sola.

Avevo lo sfratto e lasciai la villetta a tre piani. Traslocando al piano terra di una casetta singola. Il proprietario, un anziano vedovo, viveva sopra, noi sotto. Vi erano due metri quadrati di giardino ma il bello era che la casa si trovava a tre chilometri dal centro ma di fronte e dietro aveva solo campi. Vi era un viottolo lungo chilometri che si inoltrava per queste coltivazioni ed io, la notte, prendendo con me il mio barbone gigante e li percorrevo, perdendomi nel cielo stellato e nei profumi della terra e dei frutteti.

La lotta per pagare tutto era sempre agguerritissima: i costi che sostenevo di benzina e tasse e contabilità e pasti fuori e telefono e un minimo di vestiario decente e tutto il resto erano alti. Quello che rimaneva di guadagno era la metà, forse meno. Debiti vecchi ne saltavano sempre fuori da ogni direzione: ne pagavo una minima parte ma qualcosa proprio non se ne poteva fare a meno. E poi, i ragazzi andavano a scuola. La vita era sempre più cara.

Era una continua rincorsa al centesimo.

Ma in qualche modo ce la facevo.

Il peggio sembrava essere stato scongiurato anche quella volta.

 

Ma la venuta di Rodolfo mi aveva riaperto all'amore.

Dopo quasi cinque anni di quasi totale solitudine nei quali l'unica eccezione furono gli incontri trasgressivi con il mio amante, che dell'amore non avevano neppure la parvenza, mi ritrovai con una voragine dentro.

Solo che ero totalmente disillusa e non credevo più che esistesse qualcosa che si potesse chiamare con quel nome, sulla faccia della terra.

Se era il mio corpo che gli uomini volevano, quello avrebbero avuto. E così facendo io avrei preso il loro, diventando la loro padrona, dominandoli, schiavizzandoli.

Cominciai a frequentare locali, tipo privè, prima con il mio amante, poi con persone conosciute in questi ultimi. Poi entrai in giri di case private, dove si tenevano regolarmente incontri di gruppo.

Era un piacere amaro, quello che ne traevo ma me ne drogavo e non potevo farne a meno.

Provai tutti gli abbinamenti possibili, fermandomi solo davanti a rapporti di sadomasochismo.

Di certo il masochismo lo stavo praticando alla grande, dato che mi stavo punendo in modo atroce di essere ancora viva, ma sadica non lo ero e non lo sarò mai.

Per il resto non mi fermai di fronte a nulla.

Ho scritto qualche racconto di quel periodo, romanzando un po' la realtà..

. ma poi, cos'è la realtà? Solo un taglio, un punto di vista personale ed irripetibile. -

se vi interessano li trovate sul mio sito alla pagina QUELLO CHE NON DICO A NESSUNO.

Qui ne riporto uno, una delle svariate avventure che vissi in quei lunghi assurdi complicati sconvolti mesi... essendo un racconto erotico vi invito a non leggerlo se pensate che possa offendervi in qualche modo...

per quanto riguarda il chiedervi se fu tutto vero e proprio così, rispondo che certo, la storia fu esattamente quella. I particolari erotici: no comment... decidete voi....

 

 

Corrado era un camionista.

Parcheggiava il rosso lucido muso del suo bisonte, staccato il carrello a billico, nel grande parcheggio dietro casa e seguiva danzando i propri passi fino alla mia porta.

Il Mercedes blu, parcheggiato alla sua partenza, lo aspettava quieto all'ombra del grande fico dalle foglie lattiginose.

Faceva sempre guidare me, stanco delle lunghe interminabili ore di guida e amava chiudere gli occhi e non pensare, mentre io ci portavo al luogo dell'appuntamento.

Il ronfo sordo un poco liquido del potente motore a bassa coppia lo avvolgeva in un sonno breve ma profondissimo.

Io, il volante tra le mani, assaporavo la strada che sfuggiva buia, illuminata solo dal bianco della mezzeria, assaggiavo nella memoria, mentre scalavo la marcia per affrontare la curva che a 190 stringeva l'autostrada fino a farla diventare un polveroso viottolo di campagna, la curva netta del glande di lui..

Era il rito, il drink prima di partire per il giro di esplorazione tra le dark-room del privè, il rito gustato con il caldo là che batte e il turgore che spinge, mentre il sorriso sfilava via lesto tra le gambe di una, sotto una mini all'inguine e il pantalone bianco attillato di uno che la seguiva col bicchiere in mano e tra i denti la voglia di farsela.

Poi la caccia come lupi affamati con alle spalle la protezione del branco, l'intercettamento di sguardi, di gesti e ammiccamenti, di sorrisi e di dinieghi, in una giostra sempre nuova e sempre uguale.

In ogni locale una stanza speciale: qui l'auto dai finestrini abbassati nella quale farsi sbirciare da occhi indiscreti e lucidi di eccitazione, là la teoria di feritoie ad altezza ammiccante tra le quali scegliere il più bello e forte e resistente degli oggetti di carne messi in mostra, nell'altro la piscina calda e fumosa nella quale immergersi nudi sentendo l'acqua invadere senza ostacoli gli intimi luoghi sempre costretti dal costume da bagno, dove scambiare amplessi e carezze penetranti mentre al di là della grande vetrata altri uomini e donne, vestiti e con il bicchiere in mano, guardano commentando vicino al bancone del bar, dove il passaggio è più intenso e sentire la propria nudità spiccare sugli abiti da sera lunghi delle signore luccicanti di gioielli e i completi eleganti con farfallino o fiocchetto degli uomini.

Altrove poi, il grande letto circolare e girevole, vestito di raso, sul quale una sola donna si appropria a suo piacimento dei maschi che desidera, mentre il marito è legato ad una sedia e guarda con occhi bramosi e feriti le carni di sua proprietà regalate ad onta sua.

 

I giochi erano vari e il piacere intenso, malato al punto giusto da essere ancora più forte senza portare al rifiuto, ammantati di gentilezza a cavalleria millantatrice nella menzogna che quella libertà portasse più lontano dall'angolo del bagno.

Ma io, che cercavo quello che ancora non avevo trovato, lo cercavo dovunque e molto attentamente, senza farmi sfuggire una sola nicchia nella quale indagare a fondo.

 

Corrado era un giovane amante forte e tarchiato col viso simpatico e il sorriso franco, la parlata modenese gentile e strascinata, le mani da lavoratore ma ben tenute.

Negli anni dell'infanzia e dall'adolescenza fino all'età matura era sempre stato obeso e mai aveva avuto una ragazza con la quale avere una storia d'amore.

Pur se onesto e dolce, le donne lo rifiutavano allontanate dal suo aspetto fisico. Solo le professioniste si rivelarono assai più umane ed accoglienti delle femmine per bene, non trovando alcuna differenza tra il denaro di lui e quello degli altri.

L'amore con una donna per lui nacque e si consumò per anni tra night e case di appuntamenti: il denaro non gli mancava, pur se guadagnato duramente ed egli comprava ciò che gli serviva.

 

Però l'amore, quello no, non si compra.

 

Corrado si sottopose ad una operazione di riduzione dello stomaco e dell'intestino, perse cinquanta chili di peso e divenne così quel se stesso che era stato sempre, sepolto dentro il suo imponente dolore.

Divenne quello che non era mai stato: un uomo normale.

Ma poiché la vita era stata avara con lui, egli non aveva mai imparato a corteggiare una donna, ad aspettare sognando che gli venisse concesso un bacio: per lui l'amore era un contratto, uno scambio di affari e quindi, sognando la propria rivincita su amici parenti e conoscenti, si recò in una agenzia matrimoniale tramite la quale cominciò a conoscere giovani donne dell'est che cercavano il marito italiano per risolvere i loro problemi di sopravvivenza.

Egli la desiderava bionda, bella alta con gli occhi azzurri, giovane, di onesti costumi e possibilmente molto bramosa di sesso.

Anche se la sua fantasia più accesa era quella di entrare al bar dello sport con lei a braccetto destando l'invidia corale degli astanti, gli stessi che per anni lo avevano sfottuto acremente e chiamato ' ciccio-bomba '-

 

Questo mi raccontava sognando, mentre ci recavamo nel luogo prescelto per la serata oppure andavamo al ristorante ed io guidavo pigiando sull'acceleratore come mi inseguisse qualcuno.

Io mi ero affezionata a lui e lo guardavo con tenerezza, gli preparavo colazioni abbondanti e variate, regalandogli attimi di matrimonio che mai lui aveva vissuto, accogliendolo a dormire nel mio letto, quando i miei figli erano dal padre per il fine settimana, mettendo candidi asciugamani puliti accanto ai miei in bagno e uno spazzolino da denti per lui, nel bicchiere, accanto al mio.

Ogni settimana lui mi portava un piccolo regalo, cioccolatini, un cd, un libro e si deliziava alle mie feste e alla mia gioia per quelle piccole preziosità.

I mesi passavano lenti e della donna giusta per lui nessuna traccia: pure se in cerca di una buona sistemazione, quelle ragazze erano molto esigenti, almeno quelle belle, le altre, non erano abbastanza belle per destare lo stupore e l'invidia tra i giovani del suo paesino.

Corrado ogni week end giungeva a casa mia sempre prima, mi accompagnava al supermercato a fare la spesa e ridavamo come matti giocando al marito e alla moglie che facevano provviste, riempiendo il carrello di deliziose schifezze che poi restavano ad allietare le sere solitarie quando lui non c'era. Alla mia proposta di saltare qualche volta i locali, lui acconsentì, inizialmente per gentilezza, poi apprezzando sempre di più l'amore fra noi due soli, che non aveva bisogno di letti girevoli e feritoie, ma si dipanava lungo un desiderio semplice e naturale che non stancava mai.

Io però, non sapevo cosa mi premeva dentro, cosa si accendeva forte per il corpo di lui, per spegnersi immediatamente e definitivamente quando lui era dentro di me.

Mi interrogavo e non capivo.

Il gioco erotico che lui mi aveva regalato non risolveva il problema e solo mi piaceva quando lui lo usava su di me raccontandomi di quello che aveva fatto alle sue mille e mille amanti e me le descriveva minuziosamente, tanto che io vedevo quei seni, quelle gambe e quei fianchi così chiaramente come fossero stati lì con noi.

Ma anche in quei frangenti, il culmine del piacere solo le mie mani erano in grado di procurarmelo.

Giocando sempre curiosi di nuove emozioni, una sera gli dissi perentoria, inseguendo non so quale mia fantasia (o ricordo ?): stasera l'uomo sono io e tu la mia donna.

Egli sorrise e vedendo il mio sguardo acceso, fu coinvolto dall'idea e mi lasciò fare, assumendo un atteggiamento remissivo e un poco timido, imbarazzato.

La finzione si prolungò lungo le posizioni canoniche o meno nelle quali io, appoggiato il membro finto al mio pube, mimavo ogni gesto da me ben conosciuto e studiato in tutti gli uomini della mia vita.

L'eccitazione mi prese forte, mentre lo vedevo così arreso al mio volere, alle mie voglie e alle mie richieste e cosi gli comandai di girarsi a pancia in sotto.

Lui obbedì pretestando una sua verginità mai colta da nessuna ed io gli imposi di lasciarmi fare, promettendogli che se avesse avuto dolore o altro problema mi sarei fermata.

Lui mi scherzò dicendomi che non lo avrei fatto, non ci sarei riuscita e mi lanciò una sfida, che raccolsi con entusiasmo.

Quando gli fui dentro e lo sentiti godere spasmodicamente sul membro finto appoggiato al mio pube e seppi che avevo vinto e scoprii che il piacere di possedere era assai più forte intenso e completo di quello dell'essere posseduta e che io lo avvertivo in un luogo che non era propriamente fisico, ma come se il membro finto eretto fosse frutto dei mie stessi lombi.

Da quel giorno non ci fu da parte sua più alcun desiderio di andare nei locali e il gioco dello scambio di ruoli si avvicendava con sempre nuove sfumature e al primo attrezzo erotico se ne affiancò uno più sottile e adatto e soprattutto da indossare con una specie di cintura, che mi permetteva di manovrarlo lasciandomi le mani libere e facendomi sentendomi sempre più maschio, sempre più completo.

 

Nel frattempo della donna dei suoi sogni neppure l'ombra e Corrado cominciò a parlare della possibilità di portarmi una domenica a casa sua, dai suoi, per presentarmeli e presentarmi a loro. Io mi schernivo dicendogli che ero troppo vecchia per lui, non ero così bella come lui avrebbe desiderato e che soprattutto non avrei potuto mai dargli i figli che lui desiderava.

Ma la dolcezza e complicità del nostro rapporto mi avvolgeva a mi vinceva.

Cominciai a crederci, a sperare che un altro amore avrebbe bussato finalmente alla mia porta, che io pure ancora avrei potuto non sentirmi più così sola.

 

Era domenica mattina ed io dormivo sola nel mio letto: Corrado non era venuto, trattenuto da un impegno con la sua famiglia.

Qualcuno suonò al portone di casa ed io mi alzai un po' imprecando per l'ora troppo mattutina nell'unico mio giorno di riposo dal lavoro, sempre molto impegnativo.

Andai ad aprire e mi trovai di fronte a lui, vestito elegante con giacca e camicia pur senza cravatta, mentre il Mercedes dal suo posto di fronte al cancello mi salutava.

 

Nascondeva le mani dietro alla schiena

Con un sorriso ed un grido gioioso di sorpresa, gli buttai le braccia al collo chiamandolo per nome, mentre lui mi scostava da sé e tirando fuori le braccia da dietro la schiena, mi mostrava le mani che stringevano in una una bottiglia di ottimo champagne francese e l'altra una rosa rossa velluto, poco più che in boccio dallo stelo lunghissimo.

Restai esterefatta e, al massimo della gioia, lo invitai ad entrare.

Lui era felice delle mie spontanee lacrime di commozione. Ci amammo come non avevamo mai fatto prima, gli occhi negli occhi, chiamandoci per nome e dando il nostro nome all'amore.

È così dolce vedere un sogno che si avvera.

Ma mentre mi abbracciava teneramente, dopo che i nostri respiri e i nostri cuori avevano ritrovato i loro ritmi consueti, egli mi disse con lo sguardo ora molto mesto e mortificato che la sera precedente aveva finalmente conosciuto la donna che sarebbe diventata sua moglie.

Era russa, molto giovane, molto bella, capelli lunghi biondi, occhi azzurri e un corpo da mozzare il fiato: il suo sogno era diventato realtà.

Pure se ancora non avevano dormito insieme e fatto l'amore, però avevano ugualmente deciso di sposarsi al più presto.

Mi sembrò di precipitare da una grande altezza. Non riuscivo a credere alla mie orecchie: non era amore quello che lui mi aveva dato e aveva preso poco prima?

Piansi a lungo, scossa dalla delusione così improvvisa ed aspra quanto esaltante era stata la sorpresa a trovarlo così, davanti alla porta di casa mia e poi, dopo, nel mio letto. Piansi, lottai ancora per qualche giorno, ma lui era sicuro di sé quindi irremovibile e dovetti accettare il distacco definitivo.

Ancora una volta scomparirono dalla mie giornate le telefonate tenere, i messaggi telefonici ammiccanti, la compagnia, la speranza, l'amore.

Ma il distacco fu netto e, anche se molto doloroso. fu irrevocabile.

 

Per non soccombere alla delusione ed alla mancanza di lui e di tutto il bello che avevamo condiviso insieme, trovai un nuovo amico in un qualche locale e ripresi la vita senza regole e senza affetti che fu mia compagna per tanti anni e che mi è compagna anche ora, di nuovo e come sempre, con la sola differenza delle ferite e cicatrici che nel frattempo sono aumentate davvero tanto.

 

Quasi due mesi dopo il suo nome si illuminò sul display telefonico e la sua voce gentile e calda mi salutò chiedendomi come stessi.. io fui molto cordiale e affettuosa con lui, in fondo non mi aveva mai promesso nulla.

Ma Corrado era in preda allo sconforto più nero: far sesso con la sua fidanzata gli era impossibile.

Io esclamai di stupore e gli chiesi spiegazioni, ricordando vivamente la sua virilità e prestanza.

' E' molto bella e dolce ' mi spiegò, ' ma è troppo magra, non è morbida come te, non è maliziosa, non è fantasiosa. Ci mette tutto l'impegno possibile, ma io non mi accendo. A volte, se le parlo di te e dei nostri giochi matti, il piacere mi prende e ritorno quello che ero prima, ma quando entro dentro di lei, è così tanto più magra di te, che sento le sue ossa, è così rigida, così immobile e silenziosa che l'eccitazione mi passa improvvisamente.

Ti prego Ari, torna con me in un locale: ho bisogno di di te: il dottore mi ha persino dato il Viagra, ma non è possibile fare paragoni. '

 

ma io, al telefono, tra silenziose lacrime di dolore e un sorriso straziante di soddisfazione, gli dissi di no.

 

 

 

 

IN VIAGGIO PER MARTE - 2012 dipinto digitale

 

OTTAVA PARTE

 

francesco mi diceva: tu cerchi la mela nella cassetta delle patate!!

 

io credevo lui volesse dire che io cercavo amore in quei rapporti sessuali. E gli spiegavo che sapevo che comunque amore non avrei trovato, che amore non esisteva, almeno per me, che tanto, nella mia infanzia, era stato posto un binario che espletava la terribile equazione: AMORE = DOLORE e che non avrei potuto innamorarmi che di persone anaffettive e quindi incapaci di prendersi cura di me e ricambiare, rendermi, il sentimento che io invece ero in grado di provare, o che almeno credevo di provare.

Lui mi ascoltava, proseguivamo insieme nel cammino verso il centro contorto e doloroso del mio essere e continuava a ripetermi quella frase.

A gennaio 2002 compresi finalmente cosa lui intendesse: nella mia vita entrò Kiara.

 

Qualche mese fa ho iniziato a narrare la storia di quell'incontro in un romanzo dal titolo E TUTTO FU...... CHIARA, che trovate sul sito alla omonima pagina.

Purtroppo ho interrotto quello scrivere per una serie di miei blocchi personali. Se domani, 21 12 12 non finirà il mondo davvero, dopo che avrò concluso e riguardato questa biografia, terminerò anche quel raccontare. Per il momento attingo a quanto già scritto per narrare il mio incontro con lei.

 

Un amico comune ci aveva fatto incontrate a gennaio di quel 2002, un uomo fatto che andava gloriandosi di avere una giovanissima amica lesbica in cerca di signore mature.

Bene, io ero decisamente una signora matura e un incontro del genere mi attirava immensamente.

Gli chiesi allora di mettermi in contatto con lei e lui mi propose una pizza insieme.

Mi recai al luogo dell'appuntamento, in una cittadina poco lontana dalla mia. Arrivando gli telefonai e lui mi disse che mi stavano aspettando all'interno del locale, così entrai e li cercai con gli occhi tra i pochi tavoli occupati in quella serata infrasettimanale.

Quando la vidi, che mi guardava, dato che mi aveva vista arrivare, tremai.

Mai avevo visto una creatura così bella.

Come raccontare il volto di un angelo? Come descrivere il viso di una bimba? Come narrare la malia della seduzione sciolta dentro due occhi? Come cantare la meraviglia di una donna appena sbocciata?

Non ebbi e non ho parole adatte, solo posso ricordare il turbinio dei miei pensieri:

bella, bella, bellissima

pura

maliziosa ammiccante

dolce

amara selvatica

felina

rosa e spina spina e rovo rovo e prigionia

un giunco un'erba al vento della sera

calamita baratro illusione oblio

droga oppio assenzio

profumo sorriso di viola

 

E gli occhi suoi, dove gettarmi a capofitto, perdermi, né più desiderare di ritrovarmi.

 

Il passo incespicò ma comunque riuscii a raggiungere il tavolo, mi sedetti e vidi che la mia emozione era evidente, che sia lui che lei ne erano eccitati, ma che lei ne era toccata e felice.

Mangiammo bevemmo parlammo.

Lui scomparve.

Ogni tanto provava ad inserirsi e a riportare il discorso verso il suo desiderio, un incontro a tre, ma invano.

Noi parlavamo, io l'ascoltavo, le parlavo, lei mi ascoltava, mi parlava: sembrava che non vi fosse altro.

I suoi occhi erano sempre più profondi ed io sempre più a fondo mi immergevo in essi, bevendo la loro luce.

Le parole erano facili, così facili. Così combaciavano, come fossero nate dalla sua e dalla mia bocca cucite insieme.

I suoi pieni nei miei vuoti, i miei pieni nei suoi vuoti.

Aderimmo.

Alla fine della cena lui mi invitò a salire con loro nella sua macchina per continuare a parlare più intimamente.

Mi chiese, sfrontato e desideroso di concludere, se lei mi piacesse ed io risposi sorridendogli, senza dire una parola.

Mi disse di prenderle la mano ed io obbedii come un automa, ma davvero non desideravo altro, solo, una timidezza improvvisa mi bloccava, come avessi paura di sporcarla ma anche come se per afferrarla avessi dovuto sporgermi troppo da una altura scoscesa e precipitare di sotto.

Ma presi tra le mie la sua diafana mano infantile e dolce di studentessa del primo banco, di allieva di pianoforte e lei me la donò, abbandonandola come una regale concessione.

Palpitava come una colomba, quella tenera mano ed io portai il palmo alle mie labbra e vi deposi un casto lievissimo bacio, perduta in un coro mai udito, mai neppure sognato.

La voce di lui mi riscosse: le stava chiedendo se lei volesse darmi un bacio.

La vidi quindi avvicinare il suo viso al mio e posare con un moto fuggevole ma ardente, per un attimo brevissimo che continuò a ritoccare sulle mie labbra, le sue labbra in un contatto di seta.

Poi si discostò ridendo, distogliendo gli occhi da me, adducendo scuse di ora tarda e la volontà di rimandare ogni altro contatto.

Chiese di essere riaccompagnata a casa ed io scesi dalla macchina restando ferma lì accanto per guardarli partire e cogliere il suo saluto con un cenno della mano ed un ultimo penetrante sguardo.

 

Mentre guidavo verso casa avvolta in una sensazione di irrealtà e sospensione mi giunse un suo messaggio. Ce ne scambiammo diversi, anche quando io ero già nel mio letto, frastornata, sognante, rapita, incredula felice.

Al mattino dopo arrivò presto il suo buongiorno, ma io non risposi.

Quel baratro era troppo profondo.

Mi dissi che la fanciulla era troppo giovane e che non sarei stata io a profanarla in giochi senza amore: lei ventun anni, io quarantasette.

Mi dissi che non ero la donna adatta per lei: piena di problemi, ammalata, povera.

Sapevo che avrei sofferto. E così non le risposi.

All'amico dissi la verità, quello che pensavo e rifiutai altri incontri.

Di certo la piccola Chiara si offese al mio silenzio e così cadde il sipario su tutto: possibilità, desideri, paure.

 

Passarono i mesi, tra un amante e l'altro una follia e l'altra, lavorando e dedicandomi alla famiglia di giorno per sei giorni su sette e fuggendo in quell'oblio di corpi il sabato notte.

 

15 giugno sera inoltrata.

Sola nella mia cucina sentivo il vuoto riempirmi, un vuoto pieno di tanti nomi maschili, troppi.

Di tanti visi, di tante storie inutili, dannose, aride.

Eccitazioni e piaceri che facevano male, che lasciavano un retrogusto così amaro da nauseare.

Ma qualcosa io dovevo trovare, io sapevo che qualcosa c'era e andavo avanti.

Così come sono io, senza paura, a testa bassa, senza interruzione, senza inibizioni.

Senza vergogna, perché io non facevo nulla che la mia coscienza mi dicesse sbagliato.

Non mentivo, l'intento era dichiarato. Non rubavo, prendevo solo quello che mi veniva donato. Non violavo, perché erano giochi senza alcuna prevaricazione.

Amavo quello che facevo, lo trovavo importante, insostituibile e c'ero fino in fondo.

Per quanto potesse sembrare perverso, io cercavo e donavo solo amore.

Se non poteva essere mio l'amore del cuore, se dopo tutte le mie storie naufragate, nessuno poteva o voleva condividere con me il sentimento al quale io avevo dedicato la mia vita, allora mio sarebbe stato l'amore dei corpi.

I corpi hanno una musica, i corpi hanno parole. Hanno un fluire, hanno un'essenza.

Muti, avvinghiati nel piacere, innalzano un inno alla vita che non ha secondi fini, che non ha menzogne.

Che vive di impulsi non schiavi della mente illusoria.

I corpi sono schietti, i corpi sono onesti.

Chiedere e donare il corpo mette al riparo dalle menzogne degli esseri umani, taglia la gola alle falsità di chi, in nome dell'amore, entra solo per rubare, dominare.

Io, quello sentivo allora chiaramente e di conseguenza mi comportavo.

Ma la mia via, quella, non l'avevo ancora trovata.

 

Così, a tarda sera, che era quasi mezzanotte, stavo al fresco di una estate giovane giovane ma già assai calda e respiravo i miei pensieri muti.

Il cellulare squillò.

Lo presi in mano, era appoggiato sul tavola di fianco a me e lessi il nome di chi mi stava chiamando. Non erano certo inusuali chiamate a quell'ora: magari qualche amico aveva avuto desiderio di me.

Il nome che lessi mi scosse di stupore: Chiara.

 

Leggere il suo nome sul display fu un colpo basso che io accusai per intero.

Ero sguarnita, senza difese: la regina nera non aveva né alfieri né cavalli né torre che le salvassero la vita dall'attacco improvviso. E così la regina bianca ebbe vinta la partita interrotta.

 

Chiara stava piangendo.

Al telefono la sua voce era quella di una bimba sola e triste. Mi raccontò che aveva bisogno di parlare con qualcuno, che aveva scorso i numeri della sua rubrica e che si era soffermata sul mio nome, interrogandosi, poi, d'impulso, aveva schiacciato il pulsante della chiamata.

E fummo là, voce nella voce, in un attimo, come quella mano di colomba non avesse mai lasciato la mia.

Mi raccontò di un uomo maturo, un professore, di un incontro, di un amore breve e tormentato, di scelte di quell'uomo che sentiva, troppo e a ragione, il peso della sua giovane età, di un sogno che sembrava vero, di nostalgia e sconcerto a collocare l'amore per un uomo nella sua certezza omosessuale che datava già diversi anni. Mi raccontò di disagi e desideri, di impeti e ripensamenti. Era smarrita e molto dolente.

Io allargai le mie grandi braccia e lei vi si adagiò dentro.

 

Era quasi mattino che ci separammo, salutandoci con accorata tenerezza, la sua voce che aveva preso da un po' il colore del sonno e la mia, che aveva del tutto carpito il colore dell'amore...

 

Coup de foudre.

Quello il mio modo di innamorarmi ed amare. Da sempre.

L'incontro è per me un calice di vino ambrato dolce e liquoroso che la mano del destino mi porge e che io bevo, d'un fiato, ritrovandomi così: ebbra, senza più avere il tempo di tirarmi indietro, senza poter fare calcoli e ragionamenti, senza la possibilità di conoscere la persona di cui mi innamoravo.

Come quella vita, quel viso, io li conoscessi da sempre, come tutto io già sapessi, pur se nulla sapevo, come non ci fosse paura incertezza.

Ave Caesar, morituri te salutant.

E via, incontro alla morte per folgorazione con il sorriso sulle labbra, la vita tra le mani, il passato dietro le spalle, il futuro a tappeto per i suoi piedi.

 

Così fu, anche con Chiara, soprattutto con Chiara.

E, ancora una volta, dopo Rodolfo, il tramite di quell'amore furono i messaggi telefonici, tra un cliente e l'altro, tra uno spostamento e l'altro, tra una suo impegno e l'altro, intercalati da lunghe lunghissime telefonate, soprattutto a notte fonda, fin quando la sua voce si spegneva nel sonno.

 

Pochissimi furono gli incontri, tra noi.

Il 30 di quello stesso mese scrissi:

30 giugno 2002 ore 21;30

Ho scritto finalmente il tuo nome sul mio computer: ho tracciato il solco.

Ho fatto il passo.

Dichiaro al mondo dopo averlo dichiarato a me stessa e poi a te che ti amo.

Affermo di essere una donna omosessuale. Sono orgogliosa, di esserlo.

Lo sapevo da sempre, proprio quella è stata la paura che mi ha allontanato da te quando ci siamo conosciute: ho sentito che tu mi avresti portato proprio qui dove sono.

Ed ora ci sono e ci resto e mi sembra di aver trovato l'approdo.

Nessun uomo mi ha mai fatto provare il piacere con il suo membro, solo le mie mani potevano farlo e l'idea di prenderli, di possederli.

Io assomiglio a loro, non sono una donna, non sono un uomo, sono omosessuale, adesso lo so, adesso sono completa.

Più di un uomo, più di una donna. Così come tu sei e chi mai può capirci? Chi mai può accettarci?

Quale uomo può non restare schiacciato, annientato da tutto questo?

Ecco perché ogni rapporto con ognuno di loro è stato solo distruttivo: o fuggivo io o fuggivano loro.

Mentre io sono creativa, io sono sincera, io sono composita, sono piena d'amore.

Tu puoi capire il mio amore, tu puoi amare il mio amore. Tu puoi volere il mio amore. Tu puoi avere bisogno del mio amore.

Tu puoi amarmi.

Forse non lo vuoi, ma puoi farlo. E farti amare da me.

Chiara, come è tutto chiaro finalmente adesso, come la risposta che ho trovato, come la speranza che è appena nata. Come il futuro che è davanti a me.

Chiaro dopo tante tenebre.

Mi batterò per me, adesso, mi batterò per noi e per tutte quelle come noi.

Io voglio fare qualcosa per affermare la nostra razza.

Io voglio raccontare a quelle come noi che non hanno il coraggio di accettarsi come devono comportarsi per farlo. E perché devono farlo.

Aiutami.

Tu sei una bambina, io una donna matura.

Ma mi sento appena nata.

Tienimi a battesimo.

Varami.

Stai con me, amiamoci. Abbandonati a me, lascio che io finalmente mi abbandoni a te.

Se così non fosse allora io davvero non avrei più una riva. Mi sentirei sputata fuori da me stessa. Non saprei più dove andare.

Dammi la mano e vieni via con me.

 

Ecco il rito della trascrizione dei nostri messaggi telefonici.

Vorrei che fosse una verginità ma nella mia mente lo è.

Te l'ho detto che sei dilagata dentro di me.

Ed ora ti tengo sotto la mia pelle.

Così affido alla memoria della carta le nostre parole, gli emblemi del nostro amore.

Ed è giusto così.

Sorgo dalle acque.

 

Riprendo la narrazione in diretta.

Fu uno tsunami. Lei travolse tutto ed aprì tutto.

Andai da mia madre – con la quale avevo ripreso i rapporti pochi mesi prima - e le dissi di essere estremamente innamorata e felice.

Lei se ne rallegrò e mi chiese chi fosse quell'uomo, se fosse un bravo ragazzo..

io le risposi guardandola dritta negli occhi: mamma non è un ragazzo ma una ragazza.

Mia madre restò interdetta. Mi disse: ma ti piacciono tanto gli uomini!!

cercai di spiegarle ciò che facile da spiegare non era.

Allora lei mi chiese dove avesse sbagliato. Ed anche allora cercai di spiegarle che non era un suo errore, quello, che omosessuali si nasce..

per qualche mese ci stette male. Ascoltò tutte le trasmissioni televisive nelle quali si parlava di omosessualità. Poi si convinse della mia tesi e mi disse, un giorno: sei mia figlia. E ti voglio bene come sei.

Lei, che era stata era e fu la mia maggiore antagonista accettava quello e ciò fu meraviglioso.

Nel giro di poco lo dissi anche ai miei ragazzi.

Non erano affatto stupidi e se ne erano già accorti. Non sentivano parlare altro che di quella fantomatica chiara.

La maggiore mi disse: era ora! Forse voleva sottolineare il miei enormi problemi con gli uomini.

I due più piccoli si dimostrarono un po' allarmati e preoccupati. Cercai di rassicurarli. Ma per il momento problemi non ce ne furono,

quelli, seri, vennero più avanti.

 

Io ero follemente innamorata di quella ragazza. La storia durò fino a settembre ma già da luglio non ci vedemmo più.

Perché mi respinse io non lo seppi mai.

So che cominciò a tirare indietro ed io a tirarla verso di me.

Dopo sei sette incontri che mi sconvolsero e aprirono il mio corpo ed il mio cuore alla mia anima, lei cominciò a negarsi.

Ci fu un tira e molla notevole.

Io alternavo immense sofferenze e pene d'amore ad assolute felicità e speranze.

Un giorno di settembre mi disse al telefono: vado a fare acquisti con mia sorella, ci sentiamo fra un paio d'ore.

invece sparì.

Io, nei giorni seguenti, la tempestai di telefonate e messaggi, impazzita, chiedendole almeno una spiegazione. Ma non ebbi neppure una parola.

Fui disperata.

E qui, davvero, ogni parola umana perde potenza e sbiadisce di fronte al dolore che provai.

Ma una strada, la ' mia ' strada, si era aperta di fronte a me.

Sapevo, per la prima vota dal mio ingresso in questa folle corsa che noi chiamiamo vita, chi ero e cosa volevo.

Ero una donna omosessuale e volevo amare ed essere riamata da un'altra donna, dalla MIA DONNA. E quelle due parole erano come un faro luminoso in una tempesta perenne.

 

Con chiara, un pomeriggio che venne a casa mia, avevo buttato nel cestino del pc tutti gli scritti e le poesie che narravano delle mie storie con gli uomini.

Stessa fine aveva fatto la scheda telefonica sulla quale mi chiamavano i miei ' amici '.

salvai giusto il numero di qualcuno che mi era caro a livello personale, che era diventato proprio un ' amico ' vero.

Dopo tre mesi di lutto, ai primi del 2003 cominciai a frequentare l'ambiente omosessuale di bologna.

Nella mia cittadina non vi era proprio nessuna attività di quel genere, solo un circolo ARCI che faceva riunioni, a cui partecipai qualche volta, ma alle quali vennero quasi solo uomini.

Inoltre i miei due figli più piccoli mi espressero il desiderio che mantenessi la mia nuova vita segreta il più possibile.

' fai quello che vuoi,' mi dissero ' ma fuori dalla nostra città.

E così io feci.

Andai al cassero e entrai a far parte della associazione culturale lesbica che lì aveva sede, partecipando a tutte le attività e conoscendo moltissime donne come me.

Inoltre andai assiduamente a feste per sole donne che si tenevano in giro per vari locali da ballo.

Nella seconda realtà, più che altro, avevo delle full immersion con quello che io e non ero stata e non sarei potuta essere più: una giovane donna lesbica che cerca storie, anche solo per una notte, oppure l'amore della sua vita ma anche che va a divertirsi con le amiche in luoghi dove era possibile essere se stessa senza trovarsi addosso occhi scandalizzati o peggio ancora violenti oppure bramosi di uomini etero in cerca di avventure dal sapore piccante.

In effetti io ero di solito la decana di quelle riunioni e non fu mai facile per me attaccare discorso e fare conoscenze. Allora mi mettevo a parlare con la cassiera o la barista e guardavo. Guardavo quelle ragazze libere e felici o anche meno felici, ballare, muoversi, incrociare sguardi, stringersi addosso le une alle altre, baciarsi.

Il mio non era squallido voyeurismo, tutt'altro. Io provavo gioia, nel guardarle, sentivo la loro bellezza. Era come se vivessi attraverso loro. E respirassi la mia natura negata per così lungo tempo attraverso loro.

Al cassero, invece, instaurai diversi rapporti diretti di amicizia. Partecipai e incrementai attività culturali ma anche mi divertii alle feste da ballo che erano però per lo più miste, nel senso che erano aperte anche ai ragazzi.

Ma anche guardare i ragazzi gay vivere liberamente le loro storie in quella grande sala, fu bellissimo.

Avevo capito che io, dentro di me, avevo un uomo, che era gay. E quello, fino ad allora, aveva fatto si che io fossi stata così incerta sulla mia vera natura.

Perciò provavo una intensa emozione altresì guardando due ragazzi innamorati che si guardavano negli occhi, si tenevano le mani, si baciavano.

Infatti strinsi rapporti belli di amicizia anche con diversi di loro.

 

Ma anche qualcos'altro di straordinario si era aperto in me.

Non ricordo con precisione quando cominciò. So per certo che già lavoravo per la ditta di ferramenta, perché mi recai a quell'appuntamento con il BX nero. Ho perfettamente stampata nella memoria la scena di me che scendo dalla macchina dopo aver parcheggiato ed entro in quell'ombroso cortile di una casa a due piani della periferia di forlì. Non avevo giaccone quindi doveva essere la primavera inoltrata del 2002.

sempre la mia cara amica pittrice mi aveva detto che a forlì vi era una giovane donna che eseguiva la pratica di re- birthing.

con quel nome si designa una azione energetica che una persona illuminata e medianica apre i canali bloccati e permette il riaprirsi il flusso in comunione con la grande legge energetica dell'universo, come se appunto si nascesse di nuovo. Poi, ci sono vari modo per eseguirla e recepirla, dato che tutte queste cose sono estremamente personali.

Quello che io desideravo sopra ogni cosa, in quel momento, era comprendere perché. Perché nessuno mi potesse amare.. volevo che le porte del tempo e dello spazio si aprissero mostrandomi la risposta a quella domanda. Ciò che mi accadeva mi sembrava intollerabile ed ingiusto.

Ero emozionata, quella mattina.

Entrai in quella stanza in penombra e la giovane donna mi accolse gentilmente, parlandomi a bassa voce.

Mi fece alcune domande che non ricordo poi mi fece adagiare su di un lettino da fisioterapista che era lì.

Intorno brillavano tremule luci di candele, incensi profumavano l'aria che vibrava di dolci note con sapore orientale. Ma non cinese o giapponese, piuttosto indiano, con suoni di sitar e bassi fiati.

Mi fece sdraiare a pancia in giù e sentii le sue mani che si posavano sulla mia schiena. Al livello centrale della zona lombare.

Proferiva a bassa voce parole che non ricordo.

Poi disse: nella tua ultima vita passata eri...

e in quel momento si squarciarono per me le cortine del tempo.

Fui io che cominciai a parlare narrando a lei con i più minuziosi particolari la storia della mia ultima vita e morte.

 

Naturalmente ho narrato quella mia prima visione.

La trovate, questa narrazione, nel mio secondo libro KAIKI ED ALTRE NOVELLE alla pagina omonima del mio sito. Come troverete un'altra visone di una vita passata precedente, il ricordo di ANTRON, il pianeta dal quale discendo, la visione dell'aldilà, che ebbi durante due coma successivi al giorni di cui parlo ora e il ricordo, o sogno lucido del momento esatto in cui la mia anima da uno si trasformò in due.

Essendo racconti abbastanza lunghi, soprattutto i primi due, non credo sia il caso di accluderli qui. Chi è interessato li legga là direttamente.

Comunque quello che vidi fu una storia di guerra, violenta e crudele e mi sconvolse profondamente.

Non fu come vedere qualcosa in un film ma fu come essere lì.

Suoni odori emozioni erano esattamente come li stessi vivendo in quel momento.

Quando tutto ebbe fine io piangevo disperatamente.

Guardando le mie mani le vidi lorde di quel sangue innocente che avevano versato.

La medium mi disse che di certo mi si era aperto il canale della memoria e che ora io ero portatrice della possibilità di viaggiare nel tempo ed accedere alle stanze dove erano conservati i ricordi.

Cercò di consolarmi in qualche modo ma mi disse anche che io sarei stata sola a dover affrontare tutto quello e che nessun altro l'avrebbe potuto fare per me. Io sola avrei avuto le possibilità di cavalcare quell'onda gigantesca e gestire la mia fragile nave.

 

Quella fu solo la prima di centinaia di visioni che io ebbi da lì e negli anni a seguire.

All'inizio pensai di essere impazzita.

Ma francesco mi rassicurò salutandomi come portatore di luce.

Anche se le sue parole accesero in me una felicità inaudita, anche se io credevo a lui ed a ciò che mostrava, alle filosofie che insegnava, eppure dentro di me il tarlo di quella certezza non svanì mai..o almeno solo dopo molti molti anni.

Vissi mesi durante i quali ad un tratto sentivo prudere e formicolare l'orecchio e la tempia destri e poi venivo immediatamente catapultata in qualche mondo o tempo lontano. Vidi vite violente ma anche colme di santità, dato che fui più volte sacerdote, vestale, monaco buddista.

Davvero credetti di essere impazzita.

Poi incontrai per caso in una edicola i libri di brian weiss, che lessi d'un fiato e nei quali trovai la conferma di quanto stavo vivendo.

Mi sentii infinitamente meglio. Trovai anche un libretto nel quale si parlava di anime gemelle e si insegnava una meditazione. Seguendo le indicazioni di quel libro ebbi per a prima volta accesso spirituale alla spiaggia di ANTRON, imparando a convogliare in quei momenti le visioni, riuscendo a dominarne l'afflusso.

Ebbi anche esperienze di contatti con il mondo dei defunti.

E durante una visione ricevetti in dono una forbice ed una spada spirituale che servivano per recidere legami karmici ed energetici, liberando le persone da influssi negativi e ripulendo le aure. Mi venne indicato che avrei potuto svolgere quei riti per gli altri solo su richiesta e senza chiederne un compenso. Dettame che ho seguito scrupolosamente fino ad oggi.

In una delle prime meditazioni simili che intrapresi, ripulii a fondo il legame con mia madre, che da quel momento cominciò a guarire. Lei, inoltre, dopo poco tempo, raggiunse una serenità che non aveva mai avuto e cominciò una nuova fase della sua vita, affrontando diversamente i suoi problemi e l'intera sua difficilissima a esistenza.

 

La mia vita era diventata sconvolgente e così intensa, come avesse sfondato un muro che da sempre l'avesse limitata.

Ma il mio desiderio e bisogno più grande restò quello di trovare l'amore e la mia compagna.

 

IL BACIO - 2012 dipinto digitale

 

NONA PARTE

 

Fu proprio al cassero che incontri Marika.

Era un sabato sera di fine gennaio2003, pochi giorni prima del mio compleanno.

Ero seduta vicino all'ingresso, all'interno, dove vi erano dei divanetti e dove sempre qualcuno faceva crocchio, prima o dopo il gettarsi nella calca della sala da ballo che era al piano inferiore.

Quella è una costruzione molto singolare, un antico magazzino del sale, credo, o torrione di difesa, insomma, un altissimo stanzone di pietre a vista, blocchi grossi e diseguali incastrati l'uno contro l'altro con manuale perizia di altri tempi.

L'ingresso, quindi, chiuso da un pesante cancello di ferro battuto, si trova ben al di sotto di dove la città ha ore il suo piano di scorrimento e, per andare giù, c'è una scalinata di metallo zincato, che porta alla vasta area che circonda il grande maschio di pietra. In quei giardini, l'estate, è molto bello trattenersi nei tavolini del bar all'aperto, per parlare e bere un drink. Ma allora, che era inverno e piuttosto freddo, l'attività era tutta incentrata nella vasta antica sala e di sopra, dove c'è l'ingresso, la sede dell'associazione femminile, la biblioteca e questa specie di salottino aperto nel quale sedevo io quella sera.

Ero in compagnia di tre ragazze conosciute de poco, delle cui una mi piaceva assai. Ma lei, proprio in quei giorni, aveva conosciuto l'altra che era con noi, più giovane ancora, assai bella e dai lunghi capelli biondi inanellati in larghi riccioli di bambola. La terza era la sorella della prima.

Eravamo lì sedute e bevevamo il drink che ci eravamo portate su, uscendo dalla sala troppo affollata e rumorosa, per noi, in quel momento.

Parlavamo tra noi ma in realtà la giovane che piaceva a me stava vivendo il suo incontro da favola con la bellissima bionda ed io e sua sorella ci sentivamo assai al margine.

Quando arrivò Marika fu come un tifone avesse fatto pulizia di tutto quello che non era solidamente ancorato.

Era vestita con una tuta da sci azzurra e rosa, di quelle imbottite e tutte aderenti, aveva i capelli biondissimi ossigenati e tagliati molto corti ed il viso molto truccato ma di un celeste assai vivo, con una saetta glitterata appiccicata sulla guancia sinistra, come fosse stata una bambina di sei anni che aveva avuto il permesso dalla madre di giocare con i trucchi ricevuta in regalo per il compleanno.

Arrivò sulle sue lunghe gambe con quel suo passo molleggiato e strambo che non dimenticherò mai, soprattutto adesso che so come è andata a finire la storia.

Era evidentemente ubriaca e parlava con la sua voce potente da cantante.

Si aggiunse alla conversazione senza neppure chiedere permesso, come fossimo noi ad essere lì in sua attesa.

E cominciò senza indugi, dopo essersi presentata, stringendo la sua manina infantile a quella di tutte noi con un gesto compito e gentile di brava bambina educata, a raccontare di sé.

Raccontò di essere una cantante e ci cantò un pezzo a cappella, alzandosi in piedi nella sua discreta altezza – mi sovrastava di una decina di centimetri – spiegando un'ugola di tutto rispetto, degna di una Pavarotti in gonnella, solo che era chiaro, la gonnella lei, non l'aveva indossata mai.

Le facemmo un applauso rumoroso e lei si sentì rincuorata così che continuò a parlare, narrando di una madre e di un padre pazzi esauriti, dei suoi problemi di bulimia, di cure psichiatriche, di un passato di cocainomane, il tutto espresso come stesse parlando di qualcun altro.

Vidi le altre ragazze, infastidite dal suo ingresso ingombrante ed inatteso, che la guardavano con aria di compatimento, muovendole alcune domande perché lei potesse ancor di più raccontare particolari scabrosi in modo da diventare ancora più assurda e ridicola.

Ciò mi provocò un immediato moto di simpatia e di protezione verso quella fanciulla sfortunata che, evidentemente, stava chiedendo aiuto alla vita ed a chiunque, perfettamente conscia di non essere in grado di proseguire da sola. E mi dispiacque tantissimo che si esponesse così al giudizio evidentemente negativo di estranei, solo per attirare l'attenzione su di sé.

Allora la invitai ad uscire con me, per prendere una boccata d'aria, far svanire un po' i fumi della evidentissima sbornia e magari raccontarsi a me con più privacy ed una maggiore attenzione che io mi sentii subito di poterle rivolgere.

Aveva gli occhi di bambina, castano scurissimo, vivaci ed inquieti con una grande ombra che si agitava nel fondo, era assai bella ma la sua bellezza era completamente rovinata da quella sua espressione istupidita dall'alcool e dalle pillole di cui era imbottita.

Accettò il mio invito, non chiedeva di meglio, anzi, proprio quello stava cercando.

 

Parlammo a lungo, sedute fuori all'aperto sulle sedie estive che ancora avevano qualche acquirente che necessitava di una rinfrescata ai propri pensieri, sepolte nel buio di un giardino invernale di alberi spogli ed uno spicchio stranito di luna tra i tetti di una grande città.

Scoprimmo che abitavamo non troppo lontano, una quindicina di chilometri ma soprattutto che lei era nata e viveva in uno di quei paesini attorno a quello in cui avevo abitato tanti anni e gestito il mio ristorante.

Infatti lei, allora, mi riconobbe e da lì cominciammo a parlare di conoscenze comuni, di ricordi comuni. Mi disse che era venuta qualche domenica con i genitori a prendere la pizza da asporto ma io non me la ricordavo, perché in quei momenti di lavoro frenetico io me ne stavo davanti al forno a stendere le pizze, farcirle, infornare e sfornarle per poi metterle nelle scatole e farle uscire con la maggior velocità possibile.

Chiedendomi sempre perché, poi, quella dannata gente dovesse mangiare la pizza solo una volta alla settimana e tutti quanti insieme alla stessa ora.

Domanda alla quale non trovai mai una risposta.

 

Fu così che lei mi chiede di accompagnarla a casa: era arrivata a Bologna con il treno, i soldi per qualche drink ed il biglietto per il ritorno in tasca, proprio come una bimba in vacanza premio.

Era evidente che la madre sapeva benissimo che si sarebbe sbronzata e che avrebbe speso fino all'ultimo centesimo che lei le avesse dato.

Così mi dissi felice di accompagnarla ed in effetti lo ero davvero.

Avevo bevuto un paio di coca e rhum anche io e, pur se abbastanza tempo era passato, ancora mi sentivo euforica.

Poi c'era il suo profumo che mi catturava, quel suo muovere le mani come fosse una compita signorina di buona famiglia in preda ad una follia temporanea, quel suo guardarmi franca negli occhi con quel retrogusto disperato che chiedeva aiuto.

Sulla via del ritorno, che fu più lento del necessario, cantammo insieme.

Mi venne spontaneo accompagnare la mia voce alla sua, quando intonò una canzone d'amore, per dedicarmela, così disse, in ringraziamento dell'accompagnarla a casa.

Lei si stupì della mia – allora – bella voce e mi spronò a cantare ancora con lei.

E a me sembrava di essere ancora con i miei bambini nel viaggio di ritorno da una gita anche se, quello che provavo in un angolo del mio cuore ed in fondo alle mie viscere non era assolutamente simile.

Marika avrebbe compiuto ad aprile 33 anni, io, pochi giorni dopo, 48.

mi trovai a desiderarla ma mi dissi che era impossibile lei potesse desiderare me.

La vedevo si, stramba, problematica, in evidente crisi e necessità ma mi sembrava così superiore a me che non l'avrei di certo neppure sfiorata con un dito.

Ma mi sbagliavo alla grande.

Arrivate davanti al cancello del suo giardinetto, che girava attorno ad una piccola costruzione indipendente ad un piano, tutta circondata da alberi e cespugli, in una via quieta e totalmente silenziosa di quel paesino addormentato, lei mi chiese, sfrontata e divertita ma con un piglio un po' preoccupato per una eventuale risposta negativa, se le avessi voluto dare un bacio.

Io rimasi folgorata dal suo ardire, proprio come se tutte le esperienze di sesso disinibito e sfrenato che avevo vissuto si fossero volatilizzate completamente.

In effetti incontrare ed amare Kiara mi aveva resettato talmente che ero come un'adolescente al suo primo appuntamento.

Io e Kiara non ci eravamo mai baciate perché in quei giorni io avevo contratto una infezione da treponema ed ero infettiva.

Racconto di questo episodio così doloroso della mia vita nel mio romanzo interrotto, E TUTTO FU..... CHIARA, che, come già detto nel capitolo precedente, si trova pubblicato nel mio sito alla pagina omonima.

Fu quella la ragione per cui, pur avendo contatti intimi, io non l'avevo mai baciata, per paura di passarle quell'incubo che mi era stato regalato da qualcuno dei miei 'amici '.

 

Avevo desiderato baciare le labbra della mia giovanissima innamorata come mai avevo desiderato qualcosa prima di allora nella mia vita.

Un desiderio che non fu soddisfatto mai.

Così, quando mi chinai sulle labbra di Marika che, ad occhi chiusi, mi porgeva con un gesto dolce, infantile e malizioso insieme, io pensai che quello sarebbe stato il mio primo vero bacio.

E da quel giorno, ogni volta che baciai quelle labbra, provai la medesima sensazione sconvolgente.

Ci baciammo a lungo, senza riuscire a staccare le nostre bocche ma senza entrare subito in un bacio profondo e passionale.

Ci baciammo a lungo solo con le labbra, appena, davvero come fossimo due adolescenti inesperte, cosa che assolutamente in realtà non era.

Quando mi staccai da lei ero già innamorata e le dissi, con voce tremante:

' Ma queste sono le porte del paradiso! '

e lei rise a voce spiegata tanto forte che avrebbe svegliato di certo qualcuno ed io non ebbi modo di fermare quelle risa che con un altro bacio e poi un altro ancora e un altro ancora......

Tutto il resto del mondo sparì dalla mia mente e, incurante che qualcuno potesse sopraggiungere e vederci, non la fermai quando le sue mani cercarono il mio seno e si insinuarono tra le mie gambe, rispondendo in pieno e con passione alle sue richieste d'amore.

Ci amammo in macchina, così, alle quattro di una domenica mattina di gennaio, in una via per fortuna un po' decentrata di quel paesino ma che certamente non era il luogo adatto per una cosa del genere, di fronte alla casa dei suoi e con di fianco una lunga serie di altre abitazioni addormentate.

 

Solo quando mi scossi da quel travolgente piacere e quella premente passione mi resi conto di quello che avevo rischiato: c'è persino l'arresto per una cosa del genere.

Ne ridemmo insieme, ricomponendoci, esattamente quanto ce ne stupimmo e ce ne spaventammo. O almeno, io me ne stupii e me ne spaventai.

Marika era davvero un tifone tropicale e non aveva più remore per nulla a per nessuno.

Ma io, quello, ancora non lo sapevo.

Sapevo solo che avevo varcato la soglia ed ero entrata in quel paradiso di cui conoscevo istintivamente l'esistenza ma che non avevo mai trovato prima: le labbra di una donna di cui ero innamorata.

Perché avevo baciato tante labbra di donna, prima di allora ma mai quelle che amavo: sempre e solo avevo potuto avere bocche estranee, cercate per gioco erotico e per pura libidine, mentre le altre le avevo solo a lungo desiderate, sognate, agognate e mai neppure sfiorate: quelle di Chiara, quelle della mia ex socia, persino quelle della mia compagna di liceo, che sì, mi donò un contato ma fu così breve ed a sorpresa, che non ebbi neppure il tempo di accorgermi di cosa stesse succedendo..

Fu solo quella notte, ad oltre metà del mio cammino umano, dentro la mia macchina, che conobbi e toccai con mano la differenza tra il sesso e l'amore.

 

Mi gettai a capofitto in quella storia, senza domandarmi nulla, solo piena di quella inebriante situazione.

Marika il pomeriggio seguente sarebbe partita per la montagna, per andare a sciare una settimana, con i suoi genitori a Courmayeur.

Io le dissi che non avrei potuto attendere una settimana prima di rivederla e le chiesi il permesso di andarla a trovare.

Lei ne fu entusiasta.

Così, tre o quattro giorni dopo mi presi un giorno di ferie dal lavoro, anticipando e posticipando le visite programmate per quel giorno, partii a notte fonda percorrendo alla maggiore velocità possibile il lungo viaggio fin là, ed arrivai a bussare alla camera della suite dove dormivano lei ed i suoi alle otto del mattino.

Mi aprì la madre, che era stata avvertita del mio arrivo, in vestaglia, con i capelli un po' scomposti e mi fece entrare.

Mi presentai e lei mi squadrò dalla testa ai piedi. Era una donna piuttosto bassa, con il viso da popolana, non bello ma neppure brutto, solo, un bel po' arcigno.

Avessi saputo quanto mi sarebbe stata nemica, certo me ne sarei fuggita via.

Era più giovane di me di un paio d'anni, avendo avuto la figlia a poco più di venti anni ma ne dimostrava assai di più di me.

Dopo avermi esaminato con una lunga indagatrice e sapiente occhiata, -lei sapeva benissimo cosa guardare per rendersi conto di chi le aveva portato a casa quella volta quella matta di sua figlia - mi sorrise e mi chiese se avessi gradito un caffè. Io ringraziai e mi schernii: non bevo caffè, di solito, se non in casi di assoluta necessità. Non amo il sapore di quella bevanda per la quale tutti quanti sembrano impazzire e vi ricorro solo se devo stare sveglia per una qualche ragione.

Le chiedi dove fosse Marika. Avevo in mano un pacchettino tutto colorato.

Lei mi rispose che stava ancora dormendo, che aveva cercato invano di svegliarla da più di un'ora e che, se volevo provarci io, quella era la porta della sua camera e mi mostrò un uscio socchiuso.

Io le sorrisi e la varcai, entrando in una penombra che aveva profumo di lei. Mi avvicinai al letto, mi inginocchiai di fianco, avvolsi le mie braccia attorno al suo collo e l'abbracciai, baciandola dolcemente sulle labbra dischiuse nel sonno.

Ma che miracolo era quello?

Con Chiara avevo avuto pochissimi incontri, di cui uno solo in casa sua, tutti gli altri nella mia auto. Ma mi ero sempre sentita un'invasore, un'estranea, un'infiltrata della sua vita.

Ora invece ero lì: la madre mi aveva accettato senza una parola, ammettendomi alle intimità della figlia.

Mi sentii ubriacare.

 

Marika si destò all'improvviso: aprì gli occhi e li fissò come increduli nei miei, ancora assonnati. Poi si riscosse e gridò: ' Ari, sei venuta davvero! ' e mi gettò le braccia al collo coprendomi di baci.

Io mi sottrassi a fatica a quell'impeto e le misi in mano il pacchettino. Lei lo accolse con la meraviglia di una bambina e lo aprì strappando la carta con foga. Dentro vi era un piccolo peluche che stringeva una cuore di pezza pieno di cioccolatini.

Era un oggettino così sciocco e poco costoso che avevo temuto lei lo avrebbe snobbato. Invece ne fu così felice e lo accolse con battimani e grida di gioia, abbracciandomi di nuovo e tirandomi a sé, contro di sé, nel letto sfatto della notte appena trascorsa e ancora caldo del suo corpo.

Ero già innamorata ma tutto quello mi catturò completamente.

 

Passammo una giornata io e lei sole, nella neve, a spasso per il bellissimo paesino montano pieno di turisti. Io non avevo l'abbigliamento adatto perché non ho mai sciato.

Quindi ci limitammo a giardini pubblici, vie, piazzette, la pista di pattinaggio sul ghiaccio, sulla quale pattinammo insieme, dato che invece in quello ero più brava di lei, ridendo come pazze e giocando come due monelle che avevano bigiato la scuola.

I mie problemi si erano volatilizzati.

I miei dolori le mie sofferenze tutto il terribile vissuto che avevo alle spalle, non c'era all'improvviso più. Ero nuova nuova e mi piaceva un sacco quello che ero.

Pranzammo con la madre che mi volle sua ospite, nel ristorante del residence di cui erano ospiti.

Mentre mangiavamo la donna mi rivolse diverse domande. Non le rivelai chi fossi, del ristorante eccetera. Io e Marika preferimmo tacerlo, dato che si dissero cose sul mio conto, allora, infangandomi di un fallimento che di certo era doloroso e forse colpevole ma non delinquenziale.

Le dissi dei miei figli, del mio lavoro. Non millantai ricchezze o cose che non avevo ma neppure volli gettarmi ad una gogna che sentivo di non meritare. Avevo captato istintivamente quanto il comportamento della madre sarebbe stato l'ago della bilancia in quella storia che mi accingevo a vivere.

 

Invece cenammo da sole, io e Marika, in un posticino assai costoso ma così romantico, con lume di candela, caminetto acceso, un piano che suonava languidamente percosso da un etereo pianista, nella penombra di un angolo.

Io presi la sua mano tra le mie, sopra la tovaglia immacolata e, mentre la guardavo negli occhi, le dissi: ' Ti amo, Marika. Vuoi essere la mia donna? '

lei era sobria, non aveva più quella strana espressione un po' istupidita di qualche sera prima. Era raggiante e luminosa. Era bella e giovane. Era così vitale ed espansiva, senza freni, senza atteggiamenti. Sapevo che aveva grossi problemi esattamente come sapevo che aveva un estremo bisogno di me.

Ma sentivo altresì di quanto io avessi bisogno di lei.

E fui travolta dalla felicità, quando lei mi disse, quella volta abbassando il tono della sua potentissima voce: ' Si.... '

 

La nostra storia durò fino a giugno dell'anno successivo. Raccontarla non è una cosa facile.

I suoi genitori erano davvero pazzi furiosi, con problemi comportamentali assai gravi. Il padre tirchio all'inverosimile e violento, la madre mitomane e tirannica. Tentativi di suicidio, liti furibonde con piatti stoviglie sedie gettate a terra fino all'intervento dei carabinieri erano state e furono una costante della loro vita.

Per quanto l'avevano angariata da bimba, vietandole anche uno yogurt per la merenda – per risparmiare denaro – e non che fossero poveri, tutt'altro – per quanto la viziarono poi quando si ammalò, appena adolescente, di bulimia.

Marika mangiava e mangiava poi, per non ingrassare, rigettava tutto nel wc.

Era seguita da una psichiatra ma anche i genitori lo erano e, secondo me, quelli ad averne più bisogno erano assolutamente loro.

Ma io non lo capii subito.

All'inizio mi accettarono come la salvatrice della patria, la donna con la testa a posto che si sarebbe presa cura della loro figliola scapestrata.

Mi invitavano a cena tutte le sere. Mi fecero una bellissima festa di compleanno, con torta candeline, fiori e spumante di qualità. E Marika mi regalò un profumo costoso di marca.

Beh, era parecchio tempo che nessuno mi rivolgeva tante attenzioni.

Io uscivo dal lavoro e, una sera si ed una no, andavo a cena da loro. La sera seguente invece, cenavo con i ragazzi e mi recavo dalla mia innamorata dopo essere stata con loro un po', a seconda dei loro impegni, necessità e programmi.

La madre ci dava il denaro per uscire due volte alla settimana.

Portavo Marika a mangiare la pizza oppure a cantare al karaoke. La domenica il giro fuori porta con relativa cena lo offrivo io.

La musica ed il canto furono l'unica costante di quella follia. Lei aveva un impianto piuttosto costoso per piano bar e lavorava in due locali diversi, il giovedì ed il sabato notte. Almeno all'inizio.

Io presi ad accompagnare le due donne e ad aiutare la madre, che fungeva da tecnico del suono e guardia del corpo. Il giovedì era un bar paninoteca e Marika intratteneva i clienti fino alla chiusura dopo le quattro del mattino. Il sabato era una discoteca molto rinomata.

Lei fungeva da accoglienza dalle 23 fino alla mezzanotte e mezza nella pista principale, cantando pezzi classici di pop e rock. Poi, quando cominciava la serata vera e propria, ci si spostava con tutta la baracca, casse, tastiera, mug, microfoni ed altre diavolerie, in una pista al pano di sopra, dove intratteneva chi voleva vivere una serata meno caotica.

In brevissimo tempo fui in grado di montare e smontare tutto da sola, anzi, dato che la madre era una paranoica apprensiva che non faceva mai le cose con discernimento, divenni subito più brava di lei. E Marika le chiese di lasciarci andare da sole.

Lei fece finta di esserne contenta, adducendo il terribile mal di schiena che la devastava e la stanchezza di anni di quella vita ma solo più tardi mi accorsi che fu quella la causa della sua folle gelosia che poi dimostrò nei miei confronti e che la portò a comportarsi come poi accadde.

Nei primi due mesi Marika si dimostrò molto innamorata ma poi andò in crisi, disse che io ero troppo grassa, che non le piacevo più. Mi lasciò un paio di volte, per qualche ora sola, però, perché poi mi richiamò subito indietro, presa dalla nostalgia e dal rimorso.

Ebbe anche un flirt, una sera nella grande discoteca, con una ragazza più giovane. Io la vidi e ci rimasi malissimo. Lei mi chiese tempo. Non era sicura. Glielo concessi. Si videro qualche volta ma poi tutto finì lì.

L'altra era assai carina, era poco più di una ragazzina ed aveva a mala pena la testa da stare dritta.

Si vide subito che il principale problema di Marika, almeno fino ad un certo punto, era l'alcol.

Io ero piuttosto severa con lei, per questo e le contavo e misuravo i drink. La giovinetta era sbandata e con lei Marika si prese delle sbronze colossali.

Ma alla fine si allontanò e Marika non la rimpianse. Mi disse che aveva capito che amava me e che con me era felice.

Fu allora che una sera mi disse ad occhi bassi che aveva da confessarmi una cosa:

era sieropositiva.

 

La notizia mi attraversò come una scarica elettrica.

Ma perché cazzo non me lo aveva detto prima, le gridai!

Lei, ovviamente, mi rispose che aveva timore di perdermi.

Piansi.

Ma non di paura per me, di un contagio. Da tempo anelavo alla morte come alla dolce liberatrice, fin dalla mia infanzia.

Piansi per la mia giovane compagna, per quello che l'attendeva e che credevo stesse attendendo anche me.

Volli recarmi a parlare con la sua infettivologa, che la seguiva da tempo.

Marika aveva fatto uso di cocaina per diversi anni. Negò sempre l'eroina ma chissà. Comunque aveva venduto il suo corpo molto spesso per procurarsi le dosi. Era sieropositiva ma non conclamata. Ora non faceva più uso di stupefacenti – e questo lo si teneva costantemente monitorato con gli esami del sangue – era in buona salute fisica, prendeva le medicine con regolarità.

Il pericolo di contrarre io pure la terribile malattia era evidente ma poi non così aggressivo. Tra donne la cosa è meno tragica. Ma c'era, eccome.

La dottoressa mi fece un quadro preventivo, per difendermi da quello, di guanti di lattice, appositi diaframmi e cose del genere.

Io e Marika, in quei due mesi, avevamo fatto l'amore così spesso, in modo così bello ed appassionato......

 

Mi presi qualche giorno per riflettere. Mi feci mille viaggi mentali, vagliai mille possibilità.

Poi mi accorsi che non me ne importava assolutamente nulla.

Che fosse stato quello che doveva essere.

La dottoressa mi aveva fatto un prelievo e si era visto che io ero negativa ma potevo benissimo essere già in stadio di incubazione. Il solo pensiero di vivere mesi, anni, misurando ogni gesto, cercando costantemente metodi per proteggermi mi parve insopportabile. Mi dissi: ' O l'accetti com'è o la lasci. '

E l'accettai.

Non ho mai contratto quella malattia. Ormai sono passati gli anni e questo ora è certo. Ma io vissi serenamente tutto quel periodo ed anche quello successivo. Il vero mostro tra noi non fu L'AIDS.

 

Trascorse ancora un po' di tempo. Due musicisti cercarono Marika, proponendole di cantare qualche loro pezzo e provare ad incidere un cd.

Sognammo ad occhi aperti. Scrivemmo anche a due mani le parole per un paio di pezzi. Il titolo di uno di quelli era: DONNE NELLA BUFERA.

- Quello fu decisamente il sottotitolo della nostra storia. Io le dicevo sempre che lei fosse un cespuglio di rovi. -

Ci recammo alla sala di incisione di quei due, saltati fuori all'improvviso dal nulla, per diversi giorni. Il gioco era assai bello. I pezzi erano fantastici. Loro favoleggiavano di successi. Io amavo quella ragazza, avrei dato non so cosa per vederla felice. La musica era davvero la sua vita e la sua anima. Cantava in modo stupendo, avrebbe meritato un successo senza limiti ed io cercai di aiutarla il più possibile.

Ma lei un giorno sparì all'improvviso.

Non rispose alle telefonate per un pomeriggio una sera, una notte, il mattino e il pomeriggio dopo. Appena smisi di lavorare mi recai a casa sua. Lei non c'era. La madre, stravolta e furiosa, mi disse che non si era fatta vedere dal giorno prima, quando si era recata alle prove.

Io mi preoccupai e corsi di volata a casa dei due musicisti. Naturalmente lei era lì.

Sbronza e completamente fatta. E pure era stata a letto con tutti e due.

 

Sconvolta me ne fuggii da quella vista assurda che mi violava il cuore in un modo tremendo. In macchina telefonai alla madre di lei e le dissi quello che avevo visto, comunicandole la mia decisione di lasciare Marika.

Lei pianse, si disperò. Mi chiese di recarmi da lei per parlare. Ed io. Ovviamente, lo feci. Intanto che io guidai fino alla loro casa lei telefonò al maresciallo dei carabinieri che sempre l'aiutava in queste difficoltà, gli diede l'indirizzo e lui andò a prendere la ragazza, caricandola così, fatta ed ubriaca com'era, minacciando i due loschi figuri di arresto immediato se solo le si fossero avvicinati di nuovo.

Quando arrivò a casa sua Marika stava male. Molto. Aveva bevuto chissà quanto e chissà quale sostanza aveva assunto. Fu chiamato il medico che le praticò delle iniezioni e poi fu messa a letto.

Io e la madre parlammo a lungo. Lei mi chiese di non abbandonarla, che io ero la prima persona pulita nella vita della figlia da chissà quanto tempo.

Io ero furiosa ed anche spaventata ma la pena era immensa, assai più di tutto il resto. Pena anche per quella madre che avevo di fronte a me, con gli evidenti segni di un dolore lancinante sul viso. Accettai di rimanere.

Si fece un piano di recupero, che scoprii essere l'ennesimo di una lunga serie: la ragazza aveva cominciato a farsi nell'adolescenza e quindi il suo cammino era stato irto di ricadute.

L'indomani si sarebbe chiamato il suo medico referente al SERT, io vi avrei accompagnato Marika e l'avrei obbligata, almeno se ci fossi riuscita, a frequentare l'iter per la disintossicazione. Lei mi disse che se la figlia non avesse accettata, l'avrebbe cacciata fuori di casa.

E così cominciò l'incubo.

 

Visite bisettimanali al SERT, anche se non sono totalmente sicura della frequenza con cui portavo Marika là, pastiglie pericolosissime che avrebbero dovuto distoglierla dall'alcol, ma che funzionavano solo in parte, altre medicine per sostituire la coca.

Ma lei aveva smollato.

Ci ricattò entrambe, me e la madre. Ci disse che se non le avessimo pagato un minimo di stupefacenti per non stare male, in attesa di trovare di nuovo la forza per distaccarsene, se ne sarebbe andata di casa, vivendo per strada e prostituendosi.

Io l'amavo, come potevo permettere quello?

Così cominciò la follia del procurarsi la dose di fumo oppure di coca.

La madre mi dava il denaro. Poi si partiva per le cittadine sul mare alla ricerca. Prendemmo un sacco di bidonate fino a che non riuscimmo a trovare un pusher serio, se così si può definire un pusher, dal quale rifornirsi costantemente e con una relativa sicurezza e serenità.

Devo dire che in quei mesi ne ho viste di tutti i colori.

Io le tenevo la roba e le rateizzavo il consumo. Ma era un continuo contrattare. Lei era sempre più esigente, sempre più insaziabile.

Perse il lavoro, per ovvi motivi. Ci fu un litigio furioso con il padre, sotto i miei occhi. Porte rotte, vetri infranti, spuntò persino fuori un coltello. Vennero i carabinieri.

E Marika fu cacciata di casa.

La madre disse che ero stata io a riportarla sulla cattiva strada.

 

A quella vista ed a quelle parole io mi sentii diventare di pietra. Capii fino in fondo quanto la ragazza fosse innocente della sua disperata situazione: quei due erano completamente pazzi da legare.

Dissi ai tutori dell'ordine che mi sarei presa cura io di Marika, mi feci caricare le sue cose in macchina e me la portai a casa.

Fu un errore gigantesco, che pago ancora ora. Mia figlia minore non me lo perdonò mai. In quei giorni, una notte, credette di sentire che io e la mia ragazza stessimo facendo sesso. Comincio a gridare come una pazza che dovevamo vergognarci.

Marika invece, stava piangendo ed io cercavo di consolarla.

Ma mia figlia non lo credette mai. Odiava Marika.

 

Restò lì a casa mia una settimana durante la quale la madre mi ricercò, pentita del suo gesto assurdo di quella notte più assurda ancora. Io le dissi che l'unica possibilità di risolvere quella ingarbugliata situazione era che Marika andasse a vivere da sola, esattamente come avevano detto i suoi medici, con il mio aiuto pratico e sotto il mio controllo ma con il contributo economico dei genitori.

La madre dette allora il consenso: davvero non sapeva più che fare.

Le trovai un appartamentino in un paesino in riva al mare, poco lontano dalla mia abitazione. Io dovevo anche lavorare, avevo anche dei figli, che pur mi davano diversi problemi: entrambi avevano lasciato la scuola e passavano le giornate in giro per la nostra cittadina.

 

Anche con loro erano lunghe discussioni, liti: da quando avevo cominciato a vivere la mia vita omosessuale, avevo iniziato ad uscire e poi mi ero messa con Marika, mi detestavano apertamente. Scoprii che il maschio fumava ascisc o altro ma poi le sorelle lo coprirono facendomi credere che fossero solo i suoi amici a farlo.

Io mi fidavo di loro. Ero certa che non avrebbero mai potuto fare una cosa del genere. E credetti a quanto mi venne detto. Ma devo dire che di certo mi rifiutai di vedere.

Esattamente come mi rifiutai di vedere che il denaro che spariva dal mio portafoglio non fosse un qualcosa che io avevo dimenticato di aver comprato ma un furto che mio figlio aveva fatto.

Per una madre è impossibile ammettere che il proprio figlio possa fare cose del genere: sono sempre gli altri che le fanno.

Così quando il padrone di casa accusò mio figlio di avergli rubato la bicicletta, dato che il mio ragazzo negava, come negò sempre, io lo difesi a spada tratta, dicendo al vecchio che la sua bici l'aveva presa chissà chi.

Come lo difesi quando una pattuglia di vigili urbani venne a casa, accusandolo di avere sottratto un fotocamera digitale dal loro furgone.

Lo avevano fermato perché girava in motorino senza casco, gli avevano sequestrato il mezzo e lo avevano riaccompagnato a casa con il loro furgone. Poche ore dopo tornarono lamentando il furto ed accusando mio figlio che negò, negò, furioso e piangente.

Che attore che fu.

Io abboccai come un paganello, come si dice da noi. - Il paganello è un pescetto di scoglio, tutte spine, che abbocca a qualsiasi cosa gli di porga sopra un amo. -

Dissi ai vigili che si stavano sbagliando. Va bene, aveva guidato senza casco, avevano fatto il loro dovere ed io li ringraziavo di quello. Ma mio figlio non era un ladro. Se avevano prove, le producessero, altrimenti, lasciassero stare il mio povero ragazzo che aveva già una vita abbastanza difficile. Infatti era seguito da un centro specializzato per adolescenti riottosi, dato che era sempre arrabbiato e che non voleva più andare a scuola. Il padre gli aveva trovato quell'appoggio e lui accettò di recarvisi. Lo fece per due anni. Io sapevo quanto tutta la storia del nostro matrimonio avesse segnato i miei ragazzi. Ma un ladro, no.

 

Che stupida madre che sono stata. A volte, spesso, penso che avrei dovuto rinunciare alla mia vita, come fanno quasi tutte le altre oppure agire di nascosto dai miei figli.

Avevo vissuto tutta e solo per loro fino al 2001 per cinque lunghi anni dopo la separazione.

Ma io pure stavo male. Avevo bisogno, un assoluto bisogno di amare. E mentire, nascondermi, io non lo sapevo fare. E non lo trovavo giusto.

In fin dei conti, non amavo meno i miei figli, non portavo loro via nulla. Da tempo non stavano più in casa, uscivano la sera avevano il ragazzo e la ragazza che erano ben accetti, come figli, da me. Avevano il permesso di portare il loro innamorati ed i loro amici a casa ogni qual volta lo volessero, di stare con loro in camera, di dormire con loro di fare l'amore con loro al sicuro delle loro stanze.

Se io non avessi avuto una compagna non lo avrei amati di più, anzi, sarei stata tanto più infelice.. averla non portava loro via nulla. Erano grandi, ormai, non stavano più con me, piuttosto il contrario, mi avevano completamente abbandonata.

Allora perché rifiutarmi così?

 

Ma per un figlio, ho capito, la madre non è una donna ma un'entità. Che non ha diritti ma solo doveri. Che non può avere una vita privata, sessuale amorosa.

Ciò è una assurdità ma è lo stato delle cose..

 

 

 

 

 

 

LA DONNA D'EBANO- 2009 olio su tela 100x120

 

DECIMA PARTE

 

Caricai di nuovo tutte le cose di Marika sull'auto e la portai in quell'appartamentino al mare. La madre aveva pagato caparra ed affitto, l'anticipo per la luce ed il gas, il cibo da mettere nel frigo e nella dispensa. Ma il lavoro lo feci tutto io.. la ragazza era riottosa, bloccata. Aveva paura di stare sola, non aveva voglia di fare nulla: di tenere la casa in ordine, di cucinarsi qualcosa.

Mi preoccupavo. Ma durò pochissimo: dopo tre giorni successe qualcosa che io mai avrei immaginato.

Marika mi telefonò, dicendomi che era tornata a casa dai genitori perché aveva capito il mio piano: io ero una profittatrice, le volevo portare via il lavoro, imparando a sue spese con la sua attrezzatura e la sua scuola, dato che cantavamo sempre insieme e lei quindi mi stava insegnando. Disse che io stavo con lei anche per i suoi soldi, che volevo arrivare a farmi affidare li suoi introiti – pensione di invalidità ed assegno dei genitori – per poter vivere di rendita alle sue spalle.

Ma cosa stava dicendo, cosa??

Mi infuriai, cercai di farla ragionare ma capii subito che Marika era fuori di senno.

Seppi poi che la madre era andata a prenderla, le aveva dato coca, fumo alcol e pillole di vario genere e che le aveva detto tutte quelle cose su di me.

Le dissi che stesse pure con sua madre e che non mi cercasse mai più. Che ero troppo stanca delle loro follie. Che tra noi era tutto finito.

 

In effetti ero davvero stanca di tutto quello che stavo vivendo: quanto di bello c'era stato tra noi, le uscite spensierate, le cene affettuose in famiglia, i pomeriggi a cantare io e lei, in casa, oppure accompagnarla al lavoro, montare tutta l'attrezzatura e vederla esibirsi, vero animale da palcoscenico, tutto quello non c'era più.

Da quando aveva ripreso a farsi, inoltre, lei era cambiata profondamente. Era diventata autistica, viveva solo in funzione della sua dose. Davvero il mio sogno si era frantumato, si era dissolto, scoppiando come una bolla di sapone.

 

Stetti male, caddi in una profonda depressione. Tutto mi divenne difficile:alzarmi la mattina, andare al lavoro, parlare con i clienti. Il fatturato precipitò. Restavo a letto fin dopo mezzogiorno. Non dormivo propriamente: me ne stavo raggomitolata nel letto, al buio, in silenzio, contornata dai miei cani e dai miei gatti, con gli occhi chiusi ascoltando il folle inceppato rimuginare dei miei pensieri che ripercorrevano il mio cammino dal giorno della mia nascita, ancora ed ancora, soffermandosi su ogni punto sanguinante, su ogni ferita, su ogni offesa ricevuta o inferta, sulle domande senza risposta.

Da mesi avevo smesso di andare da Francesco. Così mi recai dal mio psichiatra chiedendogli di aiutarmi. Non avevo le forze per affrontare l'iter che il mio maestro mi proponeva: la sua guarigione si basava su di una fattiva collaborazione totale da parte mia, compreso il cambiamento delle mie abitudini alimentari, dato che ero ritornata a mangiare carne e schifezze varie assortite.

Avevo bisogno di qualcosa che si aiutasse da solo, che facesse lui lo sporco lavoro di tirarmi fuori di lì.

Continuavo anche ad avere visioni, ricordi di altre dimensioni e vivevo in uno stato tormentoso di assoluta aliena impotenza e negatività.

Naturalmente lo psichiatra mi riempì di pillole. Altrettanto naturalmente, come si capì solo più tardi, furono proprio quelle a portarmi ad un nuovo tentativo autolesionistico.

 

Se leggete sul bugiardino di ogni psicofarmaco, noterete che negli effetti collaterali indesiderati si trovano gli stessi sintomi che quelle medicine avrebbero dovuto curare: depressione, astenia, psicosi, alterazione dell'umore e dell'equilibrio, induzione al gioco d'azzardo o ad altri comportamenti compulsivi, desiderio di farsi del male, auto-lesionarsi, fino al suicidio.

Infatti dopo una decina di giorni che avevo ripreso quelle cure, in una notte nella quale la terribile difficoltà della mia vita mi apparve in tutta la sua grandezza, mi feci una scorpacciata di pillole e gocce, cadendo in un sonno profondo.

Fu chiamata l'ambulanza e fui ricoverata in psichiatria, mi fecero la lavanda gastrica e un paio di giorni dopo ne ero fuori ma totalmente spezzata e sfinita.

Allora mi fu proposto il ricovero in una clinica di un paesino montano non troppo lontano dalla mia cittadina: la Clinica Villa Azzurra.

Accettai. Avevo assolutamente bisogno di aiuto.

In quella clinica erano assai avanti rispetto al reparto di psichiatria e molto più umani.

Nel reparto dei meno gravi nei quale io fui accolta vigeva anche una discreta libertà. Potevamo uscire per il paese, ricevere visite, ovviamente sotto il controllo dei medici e dietro il loro consenso.

Inoltre, oltre alle cure farmacologiche che mi vennero messe a punto, seguii tutta una serie di colloqui con psichiatri e psicologi e partecipai ad un piano di recupero con delle operatrici che ci facevano fare ginnastica, rilassamento, stretching, ci guidavano nel fare qualche lavoretto, oppure scrivere oppure leggere. Organizzavano piccoli tornei di ping pong o bigliardino. Insomma, facevano qualcosa per aiutarci a riscuotere dal nostro malessere e torpore. Per di più la clinica era immersa in un vasto parco, verde ed ombroso ed io avevo il permesso di passeggiarvi negli orari prestabiliti.

Trascorsi lì un mese.

Stavo meglio. Mi stavo riscuotendo. I colloqui con i medici focalizzarono che il mio problema era una distorta visione della realtà ed un buco affettivo, una voragine che era stata creata in me dalla mia infanzie. Erano concetti che avevo già da tempo fatto miei ed avevo cominciato a sviscerare ma, dopo quel tentativo di suicido e quella indigestione di pillole era come la mia mente fosse regredita ad uno stadio piuttosto confuso e la mia anima si fosse perduta.

Mentre ero in clinica Marika mi ricercò. Le cose con la madre ed il padre erano precipitate, esasperate dal suo continuo chiedere dosi di droga. Per quello era stata internata in una comunità dove si cercava di prendersi cura di lei.

Mi disse che aveva smesso di sniffare e fumare ascisc, che solo beveva qualche drink. Che i medici avevano sancito l'interruzione dei rapporti con i suoi genitori, dai quali solo percepiva il denaro per le sue necessità. Mi disse che stava meglio, che aveva capito che le manovre della madre erano state dettate dalla sua folle gelosia e dal suo grave disturbo di personalità. Mi chiese di perdonarla e di rimettermi con lei. La madre era definitivamente fuori: non avrebbe più fatto del male a noi.

 

Io stavo soffrendo troppo la sua mancanza.

L'amavo ancora tantissimo e rimpiangevo tutto quello che di bello avevo trascorso nei primi mesi della nostra storia. Mi sentivo talmente sola ed anche fortemente in colpa per non aver saputo fare ciò che avrebbe fatto star meglio la mia ragazza.

La sua telefonata mi riempì di gioia. Accettai di rimettermi insieme a lei e cercai di farmi una maggiore forza per riprendere una parvenza di vita normale.

Il mio diretto superiore mi riassunse al mio posto di lavoro. Non ero mai stata licenziata, lui si era preso cura dei miei clienti e mi aveva sostituito. Erano i mesi estivi, il lavoro era fiacco. Fu molto contento di vedermi stare meglio. Lui era davvero una brava persona e mi voleva bene. Avevo sempre lavorato duramente con impegno. Aveva capito che il mio era un malessere profondo e fece di tutto per aiutarmi.

Fui dimessa dalla clinica, tornai a casa ed al lavoro.

I miei figli erano molto arrabbiati con me e mi trattarono molto freddamente, la maggiore con rabbia. Ci fu un notevole distacco tra noi: i nostri contatti si ridussero al minimo.

Io lavoravo poi, la sera, facevo altri trenta chilometri andata e trenta ritorno per andare a trovare Marika.

Questo durò un paio di mesi, poi lei espresse il desiderio di ritornare a casa dai suoi. La vita in quella comunità era dura e anche non c'era stato tutto questo miglioramento che si era prospettato all'inizio: più che una comunità era una casa di accoglienza e vi era un notevole andirivieni che presentava pure situazioni critiche, con l'arrivo di gente fuori di testa, in piena crisi.

Io andai a parlare con i medici che avevano in cura la mia ragazza. Loro fecero da tramite con la madre, che mi chiese scusa, dicendo che lei pure aveva avuto una crisi, dato il comportamento della figlia. Ora stava meglio, aveva fatto cure e psicoterapia e desiderava che tutto tornasse come all'inizio.

Davvero quella casa di accoglienza non era il massimo e mi sembrò che la madre di Marika fosse lucida e presente.

Così acconsentii ad un riavvicinamento. Riportai la ragazza e le sue cose dai suoi e ricomincia la vita di famiglia. Con le uscite programmate, il karaoke, il denaro contato per i drink della ragazza e qualche po' di fumo per tenerla più tranquilla possibile.

La coca, ovviamente , la faceva partire di testa, un po' di fumo la calmava, la faceva dormire..

Passò ancora qualche mese e giunse il 2004. non che io stessi bene come all'inizio ma ero abbastanza serena.

 

Ma vi fu un'altra fuga di Marika che, agganciata chissà come da un altro cocainomane, fuggì di casa e stette via una settimana senza dare notizie.

Io la cercai dappertutto, telefonando a tutti i tipi bacati con i quali ero stata in contatto nei mesi precedenti ed infatti la trovai. Era in casa di un tipo, completamente fatta ed ubriaca un'altra volta.

Mi arrabbia furiosamente e a viva forza la caricai in macchina, riaccompagnandola dai suoi. Arrivata a casa lei ebbe un furioso alterco con il padre, sempre a causa di tutti i soldi che quello doveva sborsare per lei – infatti il padre era fissato su quello e solo di quello si curava e parlava. -

Egli era un ometto piccolo e magrissimo, perchè mangiava a malapena, pur di non spendere denaro. Ogni suo pensiero era incentrato sul denaro, ogni sua azione era attuata per risparmiare denaro. Era un delirio totale.

Ma io ci avevo sperato in quel litigio, così chiamai i carabinieri che vennero subito e fecero un bel TSO – trattamento sanitario obbligatorio - a Marika, facendola ricoverare in psichiatria.

Così, ogni sera io andavo a Ravenna a trovarla nella sua stanzetta nella quale era chiusa a chiave, separata da tutti gli altri degenti. Avevo avuto dal medico un permesso speciale: egli aveva finalmente capito che io ero l'unica persona ancora in grado di ragionare, in tutta quella assurda storia. Si, certo, io pure avevo i miei bravi problemi ma si capiva che erano causati anche da tutto quel complicatissimo intreccio di follie nel quale cercavo di barcamenarmi.

Di nuovo si prese in considerazione un appartamento autonomo per Marika, son l'aiuto economico della madre e la mia supervisione effettiva.

Di nuovo io mi misi alla ricerca e trovai la casa adatta. Questa volta era una porzione in una grande casa colonica, immersa nel verde di alcune colline vicine.

Marika, a cui era stata ritirata finalmente la patente, non avrebbe potuto recarsi da nessuna parte da sola, avrebbe avuto sempre il bisogno di avere me o la madre ad accompagnarla. La situazione tranquilla, secondo i medici, l'avrebbe aiutata. Avrebbe potuto cantare a squarciagola senza infastidire i vicini – con i quali c'erano annosi problemi -. io e la madre avremmo potuto recarci da lei a sere alterne, aiutandola nella gestione della casa e delle sue cose. Io avrei dormito con lei i fine settimana.

Marika fu entusiasta ed anche la madre.

Seguì così l'ennesimo trasloco di tutte le sue cose, che erano una quantità ingente dato che, ho dimenticato di dire, lei era una fanatica del look ed aveva sempre un gran daffare a truccarsi, cambiarsi di abito, comprare cose nuove, vestiti, scarpe accessori. Tinte per i capelli. - per un periodo se li era tinti di blu, costringendo la madre ad un lungo lavoro di ritocco sulla ricrescita e sporcando ogni cosa sulla quale posasse la testa. -

Quindi ogni volta erano macchinate pieni di abiti, biancheria, di cui era altrettanto fanatica e cosmetici. Devo dire, a parziale discolpa del padre, che le cifre spese dalla figlia, appoggiata in quello dalla madre che di certo giocava con al figlia come si fa con l e bambole, era ingentissima perché, naturalmente, ogni capo ed ogni prodotto era rigorosamente di marca.

 

Alla fine dell'ennesimo trasloco si vide che l'abitazione era davvero carina. Addirittura avevo portato lassù il mio barbone gigante, perché facesse compagnia a Marika quando era sola. Lui le voleva molto bene ed accettò tranquillamente quel trasferimento. Io glielo spiegai, la prima sera: ' Mamma vine sempre a trovarti. Tu fai il bravo e stai con lei: ha bisogno di te. Falle compagnia e sorvegliala. '

Lui capì, ne sono certa e non le si staccava di un passo, dormendo con lei, accompagnandola anche in bagno.

Ma anche quella volta durò poco: dopo una settimana Marika mi telefonò dicendomi che voleva tornare a casa dai genitori, che andassi a prendere il cane. Che non capiva come mai io volessi sempre dividerla dai suoi ed altri discorsi deliranti del genere che, sapevo ormai per certo, l madre le aveva conficcato nel cervello sconvolto e minato dalle droghe, dall'alcol e dalle ingenti quantità di psicofarmaci che sempre assumeva.

 

Quella fu la famosa goccia che fece traboccare il vaso.

Andai a prendere il mio cane, che fu felicissimo di tornare a casa sua e dissi alla ragazza che la lasciavo al suo destino, che non si poteva aiutare chi non voleva assolutamente essere aiutato.

Lei rincarò le accuse e litigammo. Io me ne andai sbattendo la porta.

Ero stomacata, sfinita, non ce la facevo più.

 

Dopo un paio di settimane lei mi telefonò e chiese di parlarmi. Mi recai da lei:

in tutto quel trambusto io mi ero licenziata dalla ditta di ferramenta. Alla ripresa delle attività non ero più riuscita ad ingranare. Ero comunque imbottita di psicofarmaci io pure e davvero quel lavoro richiedeva una presenza a se stessi che io avevo totalmente perduto.

Dall'inizio del 94 avevo cominciato a vendere surgelati porta a porta, guidando un furgone refrigerato.

Era un lavoro duro. Alle sei e trenta dovevo essere in magazzino per fare il carico del giorno, stivando nel furgone le scatole della merce che mancava dal giorno precedente e facendo la bolla di accompagnamento. Poi visitavo case a decine fino anche alle venti, salendo e scendendo dal furgone innumerevoli volte e guidando sempre nel traffico, dato che i clienti si trovavano nei centri abitati, con i problemi annessi di parcheggio e di nervosismo.

Ogni tanto la stanchezza e il sonno indotto dalle medicine mi costringevano a fermarmi e dormire qualche decina di minuti.

Lo stipendio era a provvigione, quindi dovevo recuperare il tempo perso, tanto che ero sempre l'ultima a rientrare la sera in magazzino.

Era un delirio ma non avevo trovato di meglio.

Ricordo benissimo quindi che mi recai da lei con il furgone dei surgelati, la feci salire e mi allontanai da casa sua, per parcheggiare un paio di chilometri lontano, in una zona tranquilla.

Marika mi chiese piangendo di tornare con lei. Aveva ripreso a sniffare e il padre non le voleva dare i soldi per la roba. Stava malissimo. Era una continua lite con entrambi i genitori. Mi abbracciò, scossa da lacrime convulse.

La guardai: aveva il viso disfatto, i lineamenti contorti. Nulla era rimasto della bellissima pur se assai stramba ragazza che avevo conosciuto. Gli occhi erano spenti. Mi fece una pena immensa e mi dissi che dovevo assolutamente aiutarla ma dentro di me qualcosa si ribellò.

Avevo sofferto troppo a causa delle loro follie. Avevo vissuto i mesi più assurdi ed impensabili della mia esistenza e di tutto quel tormento non si intravedeva neppure un barlume di soluzione. Le avevo davvero provate tutte.

Così l'abbraccia stretta, la baciai dolcemente sulla fronte e le dissi che non ce la facevo. Stavo male forse quanto lei ma non ce la facevo. Che avrei potuto lottare contro i suoi problemi se non avessi avuto la madre contro ma che così per me era una battaglia persa a prescindere.

Fui irremovibile. E la riaccompagnai a casa.

 

Un paio di settimane dopo, una amica comune mi telefonò e mi raccontò cosa era successo.

Due notti prima Marika, più fatta a bevuta del solito, si era buttata sotto un camion che passava sulla trafficatissima provinciale a poche centinaia di metri da casa sua.

Non era morta ma lei non sapeva come fossero le sue condizioni, sapeva solo che era ricoverata all'ospedale di Ravenna.

Mi precipitai là e corsi dal suo psichiatra che mi dirottò in chirurgia.

Quando giunsi di sopra, immediatamente vidi i genitori della ragazza che stavano in attesa nel corridoio. La madre mi si avventò contro, aggredendomi, urlando che era tutta colpa mia. Le infermiere la trattennero a fatica.

Lei gridava che me ne dovevo andare ma io fui irremovibile: volevo vedere la ragazza. Chiamai su lo psichiatra che costrinse la madre a tacere ed a lasciarmi parlare qualche minuto con Marika.

Proprio in quel momento la ragazza uscì dalla sala operatoria.

Le avevano amputato la gamba destra.

 

Non dimenticherò mai quella visione.

In quel letto con le sponde, le mani e le braccia tutte escoriate, flebo e tubi dappertutto, Marika giaceva, tremante e sconvolta, chiedendo insistentemente alle infermiere che le erano accanto, di fumare.

Mi avvicinai a lei e la chiami per nome. Piangevo.

' Marika, - le dissi -cosa hai fatto, bambina? -

Lei mi guardò per un momento come non mi riconoscesse. Poi un sorriso le fiorì su quel volto sfigurato dalla sofferenza, dalla droga e dall'anestesia. Rispose con un filo di voce, tendendomi una mano con le unghie tutte rotte ed annerite dal sangue rappreso: :

' Ari, sei venuta, sei qui! Non mi lascerai più, vero? '

Io mi chinai a baciarle le labbra riarse.

' Sono qui, amore, sono qui. '

Ma le infermiere già se la portavano via, allontanandomi da lei, spingendomi da una parte, mentre facevano girare il letto per introdurlo nella stanza di degenza.

Ad una ventina di passi da noi, in fondo al corridoio, con la coda dell'occhio vedevo la madre che parlava animatamente con un'altra infermiera, inveendo contro di me.

Captai chiaramente le parole: ' Ora basta, mandatela via. '

Infatti quella infermiera venne verso di me e in modo deciso mi chiese di andarmene.

Marika era stata dichiarata incapace di intendere e di volere, i genitori erano i tutori, almeno provvisoriamente e quindi la loro volontà era legge.

Chinai la testa mestamente tra le lacrime e uscii da quel reparto.

Il giorno dopo tornai ma mi dissero che Marika non c'era più.

La cercai dappertutto. Mi recai a parlare con medici, psichiatri, l'infettivologa, l'assistente sociale, quella del SERT. Ma invano.

Tutti mi dissero che non sapevano che fine avesse fatto, cosa evidentemente falsa. Ma di certo rispettavano il volere della madre di Marika.

 

Non seppi più nulla di lei fino all'estate del 1995, quando il mio cellulare squillò mettendo in evidenza il suo nome sul display.

In quei giorni io stavo con Ale, come racconterò più avanti. Fui stupita ma contenta di sentirla. Mi disse che di nuovo aveva litigato con la madre e questa volta credeva definitivamente, dato che le avevano tolto la potestà ed era stata affidata ad un tutore esterno. Era ancora ricoverata in ospedale: da allora non era mai stata dimessa.

Mi chiese di andarla a trovare.

Io le risposi che adesso stavo con un'altra donna. Che, se avesse voluto, sarei andata a trovarla accompagnata da lei. Marika fu d'accordo e così io ed Ale ci recammo da lei, il giorno dopo. Era ricoverata in psichiatria. Si era ripresa abbastanza ma ancora il moncherino non era guarito e quindi non aveva una protesi.

Entrammo nella sua camera ed lei era a letto con le cuffie nelle orecchie che ascoltava musica. Vedendomi mi tese le braccia ed io corsi ad abbracciarla. Le diedi un bacio sulla guancia ma lei cercò le mie labbra. Io la lasciai fare per un attimo poi mi staccai da lei, col fare di presentarle Ale che già la guardava assai preoccupata ed a disagio.

Marika allora ci chiese se le potevamo offrire un caffè. Come sempre era alle prese con il denaro che le veniva dato contatissimo per evitare che si ingozzasse di porcherie al distributore automatico del reparto. Naturalmente noi le dicemmo di si ed allora lei si alzò dal letto per sedersi sulla sua sedia a rotelle

Fu terribile vederla così. Aveva lo sguardo assente, di certo le cure di psicofarmaci non erano mai state interrotte.

E delle sue bellissime gambe lunghe ed affusolate ne restava una sola. Dell'altra restava un moncone ben sopra al ginocchio, con il pantalone tagliato e chiuso in fondo a protezione.

Mi si riempirono gli occhi di lacrime che non seppi trattenere. Anche lei pianse.

Poi mi ripresi e cercai di sdrammatizzare, la accompagnai al suo caffè ridendo della sua ' carrozza ' e spingendola correndo, mentre lei esclamava ad alta voce: ' Più forte, più forte!! '

Come sempre eravamo le buffone della situazione e lo sguardo dell'infermiera lo confermò.

Tornammo a trovarla ancora qualche volta poi lei iniziò una relazione a distanza con una donna e non mi cercò più.

Si rifece viva alla fine del 2006. io ero single, allora – e di questo narrerò più dettagliatamente qui di seguito -.

 

Avevo sempre pensato a lei, sentendomi terribilmente in colpa di quanto le era accaduto. Dopo l'incidente avrei voluto prendermi cura di lei, starle accanto ma mi fu vigorosamente impedito.

Quando mi ricercò mi disse che la storia con quella donna era finita e che ora voleva costringere il suo tutore a renderle la libertà. Era ancora ricoverata in ospedale, dopo più due anni, era ancora lì. Mi chiese di aiutarla.

Io ci pensai sopra, riflettendo a lungo. Dopo un settimana di pensieri tormentati e contrastanti mi recai da lei e le dissi che avrei potuto esserle accanto come assistente, come badante. Non come compagna perché le volevo bene ma non l'amavo più. Se poi le cose fossero cambiate, fra noi, si sarebbe visto il da farsi.

Per il momento potevo darle quel genere di appoggio ma, dato che ero senza lavoro, non avrei potuto sostenere molte spese di trasferimento: il suo tutore avrebbe dovuto assegnarmi una piccola cifre per coprire il costo del carburante. Altro non volevo, il resto sarebbe stato solo quello che io mi sentivo di doverle.

Lei fu assai felice di ciò che le dissi e quindi prendemmo un appuntamento con il suo tutore ed i suoi medici.

Quando ci ricevettero lei comunicò loro il suo volere, le sue richieste di andare a vivere in un appartamento adatto alle sue necessità, disse che io l'avrei assistita ed aiutata e che avrei percepito un minimo di rimborso spese.

Seguirono al primo altri incontri. I medici ed il tutore alla fine di lunghi interrogatori sulle mie condizioni ed intenzioni, si dissero disposti ad un periodo di prova.

All'inizio sarebbero state solo uscite pomeridiane di qualche ora. L'avrei accompagnata dove avesse voluto andare. Qualche cena al ristorante. Per vedere le sue reazioni ed, ovviamente, il mio comportamento, la mia affidabilità e, non ultimo, il grado di affiatamento che si sarebbe creato fra di noi.

Marika era abbastanza lucida. Ovviamente non si era drogata né ubriacata più. Ma le cure che seguiva avevano ancora dosi forti. Quindi era come fosse distaccata da tutto e vivesse seguendo un suo percorso interiore di cui solo lei vedeva lo snodarsi.

Uscimmo qualche volta. La portai a fare acquisti in profumeria, al mare, a mangiare una pizza.

Quando mi recavo a ritirarla l'infermiera mi consegnava il denaro per la benzina e per le altre spese.

Lei sembrava molto contenta. Quando non andavo a trovarla le telefonavo. Passavamo diverso tempo chiacchierando. Le parlai del buddismo e lei si interessò molto, chiedendomi di aiutarla ad incominciare a praticarlo. Io, felicissima di questo, mi diedi da fare e trovai una persona disposta a recarsi da lei per sostenerla in quello. Io non ero ancora all'altezza, allora.

Tutto sembrava andare avanti alla perfezione. Io cominciavo ad aprire di nuovo il mio cuore al sentimento che provavo per lei che, evidentemente, non era del tutto spento ma solo massacrato dal dolore delle circostanze. Pensavo che avrei voluto prendermi cura di lei per sempre. Che avrei voluto renderle la vita migliore, il più possibile.

La sera dopo dovevo portarla a mangiare al pizza. Lei mi telefonò poche ore prima dicendomi che avrei dovuto pagare io.

Le dissi: ' Va bene, lo farò, ma perché, Marika? '

E lei mi rovesciò addosso tutto un delirante discorso che sua madre le aveva fatto sulle mie presunte intenzioni di sfruttare il suo denaro, che in quei tempi era diventato più sostanzioso e consistente, avendo lei ricevuto varie erogazioni assistenziali.

Le chiesi se stesse scherzando e quando avesse rivisto la madre, dato che io sapevo che l'avevano interdetta dall'avvicinarsi alla figlia. Lei mi rispose che era stata lei stessa a ricercare la madre, convincendo i medici che era pronta ad avere un rapporto sereno con quest'ultima.

Sentii un gelo invadermi tutta: eravamo alle solite.

' Ciao Marika, - esalai a bassa voce al telefono, - goditi tua madre e non cercarmi più.'

e il giorno stesso cambiai il numero di telefono.

 

Dopo qualche tempo seppi per caso da conoscenti comuni che aveva avuto grossi problemi con la protesi ed il moncone ma che era stata finalmente messa in una appartamento da sola, seguito da una associazione di sostegno per casi del genere.

Da allora non ho saputo più nulla.

Chissà come sta, ora e cosa fa...

 

Sono certa che la narrazione di questa parte della mia vita non è perfettamente coincidente con la realtà. So che ho di sicuro dimenticato qualcosa, tralasciato appositamente altro, - sul suo comportamento sessuale, che non ho voglia di ricordare né di raccontare, - e che ho confuso la cronologia di altro ancora. Quel periodo fu troppo caotico. Io ero imbottita di psicofarmaci. Davvero credo che il mio cervello abbia cercato di dimenticare il più possibile di tutta quella follia. Ma i capisaldi sono questi e di ciò sono certissima.

Narrarla, questa storia, è stato difficile e mi ha sommerso di tristezza.

Il mio senso di colpa nei suoi confronti non si è mai sopito: io volevo salvarla e non ci sono riuscita.

Ma come si può salvare chi non vuole essere salvato?

 

E, soprattutto, chi salverà mai me da me stessa?

 

 

 

 

NAUFRAGIO -  2006- mio primo dipinto - olio su legno 25x35

 

DODICESIMA PARTE

 

Chiara deflagrò.

Mi chiese un incontro ed io corsi da lei, animata dalle più rosee ed accese speranze.

Nel suo appartamentino fuori Bologna lei preparò una pranzo, per me. Parlammo. Quanto parlammo.

Era diversa, dall'ultima volta che l'avevo incontrata, anche se, ovviamente, era sempre la stessa. Ma tre anni, alla sua età, segnano e mostrano cambiamenti notevoli.

La sua sconvolgente bellezza di bimba angelica e dannatrice aveva preso qualcosa di maggiormente conscio, più grave e profondo.

Come avrei voluto baciarla, amarla con tutta la tenera passione che bruciava in me! Ma la sua porta era decisamente chiusa. Pure se sembrava che ad ogni parola, ad ogni misurato sguardo, mi dicesse: ' Sto per aprirla, l'aprirò, stanne certa.'

Così rimasi ferma, allungando appena una mano per posarle una leggerissima carezza sulla sua, posata sulla tovaglia candida. E me ne tornai a casa, un poco mesta, - dopo aver sognato di trascorrere la notte con lei - ma con quella possibilità, quella quasi certezza rinsaldarsi dentro.

Certo, mi chiesi perché mi tenesse lontana, certo mi dissi che c'era qualcosa che non andava, nel suo comportamento: dopo tanto tempo passato – tre anni -, dopo che mi aveva ricercato, dopo che alludeva ad ogni parola, dopo che mi lasciava nei messaggi telefonici baci che non erano meno corporei che se non me li avesse concessi direttamente la sua bocca, perché allora ancora esitare?

Ma come far ragionare un cuore innamorato? Impossibile.

Quindi tre o quattro giorni dopo mi telefonò di nuovo e mi chiese a bruciapelo se volessi accompagnarla a fare un giro di acquisti.

Ed io di nuovo volai a Bologna e di nuovo me ne tornai a casa dopo aver trascorso anche tutta la serata con lei e non averla sfiorata neppure con un dito, o quasi, unica eccezione ancora quella esile carezza sognante ed impacciata sulla sua manina di bimba, una manina così fragile e sottile che pur teneva stretti in pugno con fermezza ed incredibile forza i fili del mio destino e della mia vita.

Dopo qualche giorno ancora mi chiese di accompagnarla ad una di quelle feste da ballo a cui mi recavi io. Ma non ci saremmo andate io e lei sole: con noi sarebbe venuta anche la sua amica storica, quella che era innamorata di lei dai tempi della scuola e che vedeva stretti, con fermezza ed incredibile forza, i fili del proprio destino nell'altra mano della mia micidiale amica.

E fu così che anche quella volta tutto si risolse con una altro nulla di fatto. Però incontrammo quella ragazza che a me piaceva molto e che era con me la notte che io conobbi Marika.

Ci eravamo perse di vista da tempo, però, come spesso accade, ritrovammo la nostra ' amicizia ' immediatamente, quando ci incontrammo per caso nella grande sala da ballo gremita di donne lesbiche. E, mentre Chiara ballava con la sua amica, io e la mia amica discorremmo del nostro appena trascorso vissuto. Io le raccontai in sommi capi di Marika e di Ale e lei mi narrò della fine del rapporto con la bambola bionda che io ben ricordavo.

Le presentai Chiara, naturalmente ma tra loro corse una incolore stretta di mano ed un sorrisetto di rappresentanza.

La mia amica mi fece le congratulazioni, dicendomi che Chiara era davvero bellissima ed io feci la ruota proprio come il più vanesio dei pavoni.

Certo dentro di me io pure mi chiedevo come potessi piacere ad una creatura così divina: da sempre io mi ero guardata con gli occhi colmi di riprovazione e quasi disprezzo di mia madre che, di certo inconsciamente ma piuttosto chiaramente, ogni volta si posavano su di me, esprimevano il suo totale rifiuto del mio modo di essere.

Ed anche le sue parole non erano state mai da meno. Giusto per la cronaca ricordo le punte di diamante dei suoi ' complimenti'.

Quando stemmo parecchio senza vederci, in seguito ai miei primi tentativi di suicidio, la prima volta che io mi recai da lei, - dopo aver lottato a lungo con la mia coscienza di figlia, dato che sapevo lei stesse soffrendo nel non vedermi e la mia arrabbiatura di quel frangente, - la prima cosa che esclamò, vedendomi, fu: ' Ma sei enorme! '

non che non avesse ragione, gonfiata come ero dagli psicofarmaci e da tutto il mio dolore, però.........

un'altra cosa molto carina che mi disse, quando le mostrai la foto di Ale, dopo pochi giorni del nostro incontro, fu, alzando lo sguardo dal display del cellulare e posandolo su si me con una espressione malignamente incredula; ' Ma come fai ad avere delle amiche così giovani e carine??? ?'

Ed io non seppi che distoglier lo sguardo e dirle a bassa voce che si vedeva che qualche cosa bella ce l'avevo pure io, se loro ci venivano, con me.

E come ultima cosa di questo particolare leif -motiv della mia vita aggiungo come candelina su quella amara quanto abbondante torta, quanto successe l'ultima volta che ci siamo viste, quest'anno, a giugno 2012, appunto, dopo due anni e più che non mi vedeva e la prima volta che mi incontrava seduta su quella sedia a rotelle sulla quale è relegata la mia età matura e finiranno – si spera il più brevemente possibile – i miei giorni. Io, temendo sopra ogni altra cosa i suoi commenti velenosi, pur se ultimamente le cose tra noi erano migliorati di molto, l'avevo avvisata del mio essere ulteriormente ingrassata a causa della notevole quantità di medicinali che ancora giornalmente ingurgito e della mia totale mancanza di movimento. Eppure, quando mi vide, non seppe assolutamente reprimersi dall'esclamare, e quella volta in coro con mio fratello, accompagnando il tutto con sguardi molto eloquenti: ' Ma quanto sei grassa!!. '

Ebbene si, ora sono molto grassa ed anche quella notte in quella discoteca lo ero, - pur se non a questi livelli, - e quando la mia amica sottolineò la bellezza di Chiara io mi sentii decollare: così grassa eppure...eppure lei sarebbe stata di nuovo mia, fra pochissimo.

Per tutto questo farraginoso giro dei miei pensieri non ebbi nessun sospetto quando quella mia amica mi telefonò, qualche giorno dopo, invitandomi per il sabato prossimo, a mangiare una pizza con lei e tutto un gruppo di amiche sue, tra le quali l'altra che era con noi sempre la famosa sera dell'incontro con Marika. E concluse l'invito dicendomi di portare Chiara, naturalmente, se l'altra fosse stata ne contenta.

Io, tutta entusiasta, accettai la mia parte e subito chiamai Chiara, estendendo l'invito a lei che pure accettò con altrettanto entusiasmo.

Mi disse che la notte alle quattro era di turno al lavoro ed avrebbe avuto un volo – era hostess per una grande compagnia internazionale -ma avremmo potuto stare insieme un po' da sole, dopo la serata con le altre e prima del suo recarsi in aeroporto.

Quelle sue parole mi esaltarono. Sempre più intimo il suo tono di voce, sempre più disponibile il suo modo di fare: mi sembrava di sognare.

Infatti quella sera mi recai a Bologna con dentro la certezza che il nostro rapporto proprio nelle prossime ore avrebbe avuto una svolta decisiva. E la mia premonizione si rivelò perfettamente azzeccata.

Veramente tutta la serata fu stranissima ma io ero così felice che riuscii a deglutire tutto senza scompormi.

Innanzitutto a cena, la mia amica si sedette di fianco a me e Chiara era di fronte, di fianco all'altra amica comune. Le altre, che io non conoscevo, facevano contorno. Io mi ero seduta di fronte a Chiara perché volevo guardarla.

Credo che solo chi sappia cosa vuol dire amare per anni una persona senza sapere nulla di lei e senza vederla, possa rendersi conto di cosa si prova quando finalmente quel sogno, che sembrava infranto per sempre, pare invece stare per avverarsi. E davanti agli occhi c'è l'amato bene, in carne ed ossa.

Quindi io, per nulla al mondo avrei rinunciato a quella ineffabile gioia di riempirmi gli occhi al mente ed il cuore della bellezza di lei.

Ma la mia amica si mise a fare la stupida con me, come ci provasse, coadiuvata dall'altra che sottolineava quando ci fosse del tenero tra noi.

Io ben presto mi risentii a quello scherzo di cattivo gusto: mi stavano mettendo in forte imbarazzo di fronte alla mia Chiara e quindi, arrossendo violentemente, chiesi loro di smettere con quel giochino scemo. Cosa che fecero pur se tutto venne seppellito in una sensazione di presa in giro generale.

Ma poi la serata proseguì con tono più gradevole.

Dopo la pizzeria ci recammo al Cassero.

Erano i primi di ottobre ma era una notte assai calda. Ci sedemmo fuori nel giardino estivo, che per il protrarsi della bella stagione era ancora aperto: io, Chiara e la mia amica, e dialogammo molto piacevolmente, parlando di tutto e di nulla, come si fa sempre in quelle occasioni. La mia amata mi rivolgeva sguardi apertamente avvolgenti, sorrisi dolci. Io mi sentivo volare come un palloncino appeso al suo filo.

Poi decidemmo di entrare dentro e di ballare un po'. La musica che veniva dalla porta aperta era assai invitante: un revival di disco anni '80.

Io ho sempre amato ballare e, a dispetto della mia mole, ero piuttosto aggraziata ed agile. Quindi, trascinata dalla mia euforia e dalle note di Donna Summer and company mi immersi con loro nella calca della pista.

Ma prima di entrare nella sala Chiara si appartò con me un attimo e mi disse: ' Mi raccomando, Ari, alle due andiamo via. Voglio davvero stare sola un po' con te, prima di andare a lavorare. Se mi passasse l'ora, ricordamelo tu! ' ed io la rassicurai, ancora più sparata verso l'alto dalla mia certezza che si, quella notte io l'avrei finalmente baciata, le avrei chiesto di essere la mia ragazza e Chiara si sarebbe incendiata d'amore per me, tra le mie braccia.

Così, ballai e ballai, ammiccando a loro, che si scatenavano sulla pista assai più di me, a tutti gli altri attorno ed anche a Dio, che certamente era anch'egli presente. Ma verso l'una di notte passata da poco, la mia mole e la mia età ebbero il sopravvento sul mio entusiasmo. Mi si accorciò il fiato, ero in un bagno di sudore e non ce la facevo più. Dissi allora alle due fanciulle che avevo bisogno si uscire un po' a prendere una boccata d'aria e a riposarmi un po'. Loro accennarono, comprensive, al volermi seguire per farmi compagnia ma io risposi loro di restare lì a ballare e divertirsi, godersela, che la giovinezza era un tempo fuggitivo e di non privarsi di nulla, a causa mia. Chiara di nuovo mi chiede di tornare dentro alle due, per andarcene. Io di nuovo confermai.

Ero senza fiato, assolutamente senza fiato e mi tremavano pure le gambe, prese dalla stanchezza del ballo e dalla emozione di tutta quella magica serata. Passai dal bar ed ordinai una coca, ma senza rhum, dato che avrei dovuto guidare e mi sedetti fuori, ad uno dei soliti tavolini sotto la notte metropolitana di Bologna.

Lasciai che il mio cuore ed il mio respiro riprendessero un ritmo normale, bevendo a piccoli sorsi la mia bibita ghiacciata. Mi asciugai la sudata, riequilibrando la mia temperatura corporea. E me ne stetti lì, ad assaporare il buio, il suono della musica attutito dai muri, la stanchezza delle mie gambe che risuonava come un passo di danza nei miei pensieri.

Si fecero le due.

Allora mi alzai dal tavolino, mi sistemai ulteriormente capelli e vestiario ed entrai nella sala che era andata parzialmente svuotandosi. Come fui sulla soglia incrociai una delle altre ragazze che mi rivolse uno sguardo strano. Mi interrogai per un attimo su cosa potesse significare quello sguardo ma erano le due. Avevo un appuntamento con il mio destino. Ed entrai.

Dentro era buio, interrotto solo dalle luci stroboscopiche di faretti più o meno psichedelici, quindi mi ci volle qualche manciata di secondi, forse più, per abituare la mia vista menomata alla nuova situazione. Mi guardai in giro per vedere dove fossero a ballare le due ragazze e non le scorsi, nel mezzo della pista, tra gli altri corpi che si muovevano ondeggiando a ritmo di musica. Mossi allora qualche passo per cercarle meglio ma d'altronde quella era una sala unica, assai grande ma tutta aperta, quindi era impossibile non le avessi viste. Infatti scorsi la camicetta bianca di Chiara in un angolo, verso il fondo della sala, dove, approfittando della presenza di una colonna erano appoggiati alcuni divanetti come per assomigliare ad un salottino.

Contro quella colonna era la camicetta di Chiara.

Io sorrisi e pensai: ' Eccola! ' e mi recai decisamente verso di lei. La distanza che ci divideva era di una quindicina di passi ma c'era ancora parecchia gente. La visione non era nitida e precisa, nel buio della sala. Camminai verso di lei e quando fui a tre passi alzai la mano destra per appoggiarla sulla spalla della mia ragazza, che mi dava la schiena. Solo in quel momento vidi.

Come se una cortina pesante si fosse rialzata all'improvviso ed i miei occhi avessero riacquistato la loro luce, improvvisamente vidi che Chiara e la mia amica si stavano baciando.

Una dolorosissima saetta mi folgorò, da quella mano che arrivò appena a sfiorarla, scaricando la mia vita direttamente nel più profondo degli inferi.

Come un automa dissi: ' Chiara, sono le due.' poi girai i tacchi e mi allontanai da loro, uscendo di nuovo dalla sala.

Appena fuori mi appoggiai con la schiena alle spesse mura: tutto mi ronzava intorno, mi gridava dentro: Chiara stava baciando un'altra....

Non trascorsero che pochi attimi che le due ragazze mi raggiunsero trafelate e la mia amica mi guardava preoccupata chiedendomi: ' Sei arrabbiata Ari? ' e lo fece diverse volte. Chiara evitava il mio sguardo. Io dissi semplicemente che era tardi e che Chiara doveva recarsi in aeroporto. Quindi le due si salutarono alquanto frettolosamente e noi salimmo lo scalone di metallo, tornammo al piano di sopra, che poi era il piano terra che dava sul parcheggio ed entrammo nella mia macchina. Chiara, come se niente fosse aveva riacquistato la sua disinvoltura e, mentre io misi in moto, feci manovra e mi avviai verso il parcheggio decentrato dove era la sua auto, cominciò a parlare a raffica. Non ricordo assolutamente cosa disse: in me era calato un silenzio attonito che copriva le sue parole. Arrivate di fianco alla sua macchina io spensi il motore ed ella tacque. Le chiesi, senza preamboli: ' La stavi baciando? ' lei annaspo, farfugliò che no, che me lo direbbe, se così fosse, che semplicemente stavano facendo un po' le cretine...io le dissi: ' E' tardi, devi andare. Grazie per la bellissima serata. ' mi chinai verso di lei e guardandola fissamente negli occhi, depositai un lievissimo bacio sulla sua guancia. Poi distolsi lo sguardo da lei che, abbozzato un saluto impacciato, in fratta uscì dall'abitacolo per entrare nel proprio. Io non attesi che mettesse in moto, accesi il mio motore, girai le ruote e tornai a casa.

 

Quello che strideva forte, dentro di me, era l'enorme evidenza della differenza di posizione tra me e Chiara. Come potevo essere io certa che quella sarebbe stata la ' nostra ' sera se poi le cose erano andate così? Non me lo spiegavo. Ancora una volta io vivevo altrove, rispetto a chi mi era accanto e condivideva la realtà con me. In un altrove che era lontanissimo.

 

Il giorno dopo la mia amica mi cercò con un messaggio telefonico, abbozzando una qualche parvenza di scuse. Io tagliai corto, dicendole che Chiara non era la mia ragazza e che comunque, anche lo fosse stata, io non ero la padrona della vita di nessuno. Le scrissi che se Chiara avesse accettato di baciarla era ovvio che lo desiderava e che, contro quello, io non avevo alcun potere. La mia amica mi rispose che ero una grande. Ed io pensai: magra consolazione. Non scrissi più a Chiara né lei cercò me.

Dopo una settimana circa di nuovo la mia amica si fece viva per chiedermi che fine avesse fatto Chiara. Io le risposi che davvero non ne avevo la minima idea. Venne fuori che loro due, la notte dopo o ancora quella successiva alla malaugurata della discoteca, non lo ricordo con precisione, avevano avuto un incontro intimo piuttosto travolgente. Poi Chiara era sparita, negandosi al telefono, non rispondendo ai messaggi. Dissi alla mia amica che conoscevo benissimo quella tattica. Lei si adombrò talmente con l'altra che mi disse mai più avrebbe avuto nulla a che fare con lei. Ma sentivo quanto stesse soffrendo e la capivo perfettamente: l'innocente maliarda aveva fatto un'altra vittima.

 

Io e la mia amica ci perdemmo di vista fino a marzo del 2007. Racconto qui quel piccolo aneddoto che accadde. Allora avevo stretto un altro rapporto virtuale con un'altra ventenne, bellissima ed assai intelligente, Iole, che mi aveva veramente coinvolto. Ma quando lei mi chiese di salire su a Milano dove stava studiando, perché voleva fare l'amore con me, io le chiesi se stesse pensando ad una storia. Lei mi rispose che no, non pensava affatto ad una storia, che la differenza di età era troppo grande, che doveva laurearsi, che la madre eccetera eccetera eccetera. Allora io mi negai. Le dissi che in quel modo sarei stata votata al macello. Che ero molto presa di lei e che avrei sofferto troppo. La giovane insistette per qualche giorno ma io avevo giurato a me stessa che di Chiara non ce ne sarebbe stata un'altra e non cedetti. Però quando vidi che Iole aveva assolutamente voglia di una storia di sesso e stava mettendosi nei guai, infilandosi in un giro strano con uomini, le dissi che avevo io per lei la persona che avrebbe fatto al caso suo. Secondo una mia teoria, - la teoria transitiva dell'amore e del minimo comun divisore, sentivo che se io avevo provato per Chiara e Iole il medesimo tipo di trasporto e coinvolgimento, pur se con i naturali ed ovvi distinguo e che se la mia amica bolognese si era innamorata di Chiara, così avrebbe potuto innamorarsi di Iole. Dall'altra parte se Chiara aveva potuto essere attratta da me e dalla mia amica, Iole, che aveva desiderato me, avrebbe potuto desiderare la mia amica. Quindi, vincendo con un notevole impegno le rispettive timidezze e resistenze, feci in modo che si conoscessero. Scrissi alla mia amica che avevo un regalo per lei, le raccontai tutta la storia così come si era svolta e la spinsi a contattare Iole, raccomandandole di trattarla bene, che era una creatura speciale. Ma avevo potuto toccare con mano quanto la mia amica , pur comportandosi veramente male con me, aveva poi dimostrato di essere una persona di valore.

La mia teoria si rivelò così esatta che le due si innamorarono immediatamente ed al giorno d'oggi stanno ancora insieme.

 

Io conobbi altri mesi molto duri.

Dicendomi che avevo buttato via il bel rapporto che avevo con Ale la cercai di nuovo. Facemmo pace. Le raccontai la storia di Chiara. Non le feci illusioni ma le dissi che se volevamo provarci di nuovo io ne sarei stata felice. Ma ormai l'incantesimo tra me ed Ale si era definitivamente rotto: a gennaio 2007 ci lasciammo definitivamente.

 

Poco prima delle feste di Natale accaddero nello stesso momento due avvenimenti assai importanti per me,.

Non avevo denaro – avevo fatto un altro tentativo presso un altro ristorante ma era naufragato tragicamente anche quello -ma volevo ugualmente fare qualche regalo di Natale ai miei figli, mia madre ed Ale. Decisi che avrei dipinto dei quadretti.

Avevo in casa dei colori a tempera, residuato bellico scolastico dei ragazzi, qualche pennello ed il retro di alcune di quelle semplici cornici per foto con le clip di metallo. I vetri erano andati rotti ed erano rimasti i fondi di faesite, che io avevo conservato. Erano perfetti per essere dipinti. Dissi a me stessa che non mi sarei importata del risultato che sarebbe scaturito da quel esperimento: desideravo dipingere, da tempo ci pensavo ed era una di quelle cose che avevo amato moltissimo da bambina senza riuscire, purtroppo, ad ottenere risultati accettabili. E quello era una spina che mi era rimasta nel cuore.

Fu così che cominciai a dipingere quadri. Il primo fu un naufragio, un piccolo quadretto molto scuro ed agitato, che regalai a mia madre e che ha ancora appeso sul suo comodino. Il secondo un ghiacciaio, ispirato ad una foto, che regalai a mio figlio. A mia figlia maggiore dipinsi dei cani, a quella minore una vallata montana con delle ingenue mucche al pascolo. Ad Ale un campo di papaveri. Il risultato mi parve meno pessimo di quanto avevo immaginato, presi fiducia in me stessa e continuai.

Ma durante l'esecuzione di uno di quelle opere, all'improvviso credetti di essermi spruzzata gli occhiali con del colore. - avevo già subito il primo trapianto di cristallino, credo un anno prima, più o meno e quindi portavo gli occhiali su di una lente a contatto, per cercare di equilibrare ciò che continuava a rimanere assolutamente sbilanciato. Mi tolsi gli occhiali e li esaminai ma erano puliti. Li indossai di nuovo e quello schizzo era ancora lì. Allora credetti di essermi sporcati i capelli che allora portavo un po' più lunghi con il mio solito ciuffo ribelle. Ma nulla: i capelli erano puliti. Feci per acchiappare con la mano nell'aria quello che vedevo e mi accorsi che era dentro i miei occhi.

Mi recai al pronto soccorso e mi dissero che avevo avuto un distacco emorragico dell'umor vitreo. Che era un processo irreversibile, che la mia retina era in sofferenza. La cosa mi portò poi al secondo trapianto di cristallino e la secondo distacco del vitreo con relativi due interventi al laser per puntare la retina la fondo dell'occhio onde evitarne la caduta e la cecità. Uno di quei due interventi fu dolorosissimo: ricevetti trecentocinquanta colpi di laser che furono come altrettanti cazzotti sull'occhio. Il tutto, naturalmente, perfettamente da sveglia e senza alcuna anestesia.

Dal quel lontano giorno di dicembre 2006 nell'occhio destro vedo ciò che io chiamo' Quel ramo del lago di Como' dato che l'emorragia non si è mai riassorbita, nonostante le cura e mi disegna come una fronda che si muove ad ogni movimento dell'occhio. L'anno dopo a quello si contrappose, nell'altro occhio, ad una visione di righe e pallini, altrettanto mobili secondo il movimento del mio globo oculare.

Se devo dire che ci ho fatto l'abitudine, si, è vero, in parte mi ci sono abituata, ma solo in parte. Il tutto resta notevolmente fastidioso e menomante, per la mia vista. Ma, data la mole di tutto il resto, non è che una piccola goccia nell'oceano.

IL MANDORLO DI MAURIZIA - 2007 olio su legno 45x55

 

TREDICESIMA PARTE

 

Di nuovo un ottobre a fare i conti con la fine di un sogno che come coprotagonista aveva visto Chiara. Ma quella volta avevo dalla mia parte la recitazione buddhista.

Mi chiesi perché. Non che non me lo fossi chiesto, prima di allora... eccome se lo avevo fatto. Lo avevo fatto continuamente ed in modo persino persecutorio. Qualche risposta parziale l'avevo anche trovata. Ma io desideravo sapere il perché totale, quello essenziale.

Quello che trovai, però, tra le maglie di un dolore che si rinnovava come un disco inceppato sulla medesima situazione, fu, ancora una volta, la voglia di vivere ed il bisogno impellente di amare.

Mi iscrissi ad un forum di donne lesbiche: il famoso Miss 777: mia figlia maggiore aveva aderito ad una offerta di un gestore telefonico ed ero riuscita ad inserirmi anche io ricevendo in uso di comodato un bellissimo telefonino con il quale, usato come modem e dopo avevo acceso un contratto molto economico, navigavo sul web piuttosto liberamente. Il computer, un vecchio pentium cinque, era stato acquistato quando ancora lavoravo per eseguire la fatturazione e, dato che aveva un valore di pochissimo conto, era riuscito a passare inosservato tra le maglie del disastro economico.

Ero completamente autodidatta, sia nell'uso del pc che del net ma, attuando un po' di tentativi, riuscivo più o meno sempre a portare a termine le azioni che mi interessavano.

Così trovai quel sito e mi iscrissi. Cominciai a frequentare il forum ed a pubblicarvi thread: quello che mi lanciò ben presto come una delle protagoniste di quella comunità virtuale fu : ' Amare per vivere, Vivere per amare ' , nel quale raccontavo molto a grandi linee la mia storia con Chiara, il mio dolore che ne derivava ed i miei annosi interrogativi.

Era chiaro che per me la vita senza amore non avesse nessun sapore, nessuna attrattiva ma non solo, diventasse assolutamente impossibile tanto che avevo fatto scelte scomode ed avevo avuto reazioni limite quando mi ero trovata ai bivi cruciali della mia esistenza. Era come se l'amore, che volta per volta si incarnava nella persona che suscitava in me quel sentimento vivificatore, fosse una droga senza la quale io andassi incontro a violente crisi di astinenza. Quindi, nelle mie elucubrazioni, avevo perfettamente capito che vivevo si, per amare ma non solo, amavo per poter vivere.

E questo faceva di me una amante meravigliosa quanto altrettanto impegnativa.

Infatti, man mano che il dolore per la fine così assurda ed inattesa della storia con Chiara si attenuava, la delusione e l'offesa che sentivo di aver ricevuto risvegliavano in me il desiderio di ricominciare. Dentro di me sentivo che altro mi attendeva, che ancora non era giunto il momento della resa.

Ripresi a frequentare il Cassero ed una sera conobbi Maurizia.

Assai bella, alta e snella, con i lunghi capelli corvini che le scendevano sulle spalle con aggraziate volute ed un viso che esprimeva bellezza dolcezza rabbia e solitudine nello stesso tempo, come stesse ponendo sul piatto del tavolo da gioco un rilancio ma nello stesso tempo sapesse che avrebbe comunque perduto.

Ci agganciammo subito.

La nostra storia durò cinque fine settimana nei quali io mi recai da lei, che abitava una deliziosa casetta tra le montagne alle spalle di Bologna, condivisa con un discreto numero di cani e gatti, che erano gli evidenti amori incondizionati della loro vita. Il luogo era bellissimo, praticamente disabitato e la primavera precoce di quell'anno in cui l'inverno fu decisamente latitante, già aveva ornato di una bianca esplosione il mandorlo che era a fianco della casa.

Ma che strano rapporto era il nostro! Se pur ci trovavamo assai bene nel parlare insieme, anche se lei metteva in discussione tutti i miei discorsi, dalla visione delle vite passate, alla filosofia e pratica buddista, al mio affermare che già l'amavo; pur se lei, quindi, non credeva ad una sola parola di quanto io le dicessi, però passavamo le ore parlando e bevendo birra. Sedute al tavolo della cucina mentre la luna faceva il suo corso notturno, svisceravamo a fondo ogni concetto, ogni postulato, lei rimanendo nelle sue posizione ed io nelle mie. Ma lo facevamo senza litigare od irritarci, pur se la discussione era piuttosto animata. Oppure lei mi raccontava della sua vita, che era stata di certo assai avventurosa, ed io le narravo della mia, trovando punti in comune tra i quali spiccava, su tutti, un aberrante rapporto con la madre.

Ma quando finalmente decidevamo di andarcene a dormire ed io cercavo di amarla, desiderandola e desiderando essere desiderata da lei, Maurizia, se non mi respingeva decisamente, rifiutando di baciarmi e di essere toccata, le volte che mi lasciava fare, restava immobile, senza provare nessun tipo di passione e piacere, cosa che non mi era assolutamente mai successa e che mi sconvolgeva profondamente.

Facemmo alcuni tentativi ma il risultato fu il medesimo, tanto che, alla fine, quando andavamo a dormire io mi limitavo ad abbracciarla e li, che mi volgeva le spalle, si addormentava così, senza altro aggiungere.

Inoltre era assai evidente la disparità di importanza che i nostri incontri avevano nelle nostre rispettive vite. Io non pensavo che a quando l'avrei rivista e sarei stata da lei, e ogni volta le portavo piccoli doni, libri da leggere, cd da ascoltare. La prima volta preparai tutta una apparecchiatura per la tavola, come se io e lei fossimo in un lussuoso ristorante, anziché a casa sua, e stessimo avendo una romantica cenetta al lume di candela.

Fu un gioco buffo e dolce allo stesso tempo, quando tolsi da dentro la capiente borsa di carta che avevo appoggiato sul tavolo, tovaglietta e tovaglioli, posate e bicchieri e una porta - candele con relativo lungo cero rosso – tutto era infatti in tono di blu e rosso ed acquistato appositamente per l'occasione e quindi nuovissimi - ed una bottiglia di Moet e Chandon, tenuta in fresco fino all'ultimo minuto disponibile.

Ovviamente per me quelle erano spese assai impegnative da sostenere, dato che non avevo un reddito preciso ma per Natale mia madre mi aveva regalato una piccola somma, tutta per me, dicendomi di non darla a mia figlia e di tenerla per le mie necessità personali e quindi riuscii a mettere in scena tutta la faccenda.

In tempi migliori avevo più volte offerto a Marika e a Chiara cenette intime e deliziose in qualche ristorantino di mia conoscenza, adatto alla bisogna. Quella volta, con Maurizia, giocai ad essere io il ristorante intero, dato che anche cucinai per lei, quella sera.

Quindi ogni mio pensiero e desiderio era rivolto a lei mentre lei ogni volta era incerta se darmi o meno il permesso di raggiungerla, adducendo motivi che a me suonavano solo ed esclusivamente come pretesti.

E poi era assai critica sul mio aspetto fisico, sia sulla mia mole, che sul colore dei capelli, - che lei stessa, un pomeriggio, mi tinse di rosso con l'hennè ravvivandone il colore, secondo lei troppo spento.

Mi diceva che ero brutta, grassa e che vestivo male. - cosa del tutto vera -

Persino trovava sgradevole i piccoli nevi che ho, soprattutto sulla guancia destra, e me lo disse con così pungente attenzione che io, ritornata a casa, presi subito l'appuntamento dal dermatologo della mutua e me ne feci asportare due, i più evidenti.

Anche quella volta l'anestesia funzionò in modo limitato e quando lui affondò il laser per bruciare la piccola escrescenza, una fitta dolorosissima si propagò per tutta l'innervatura del viso, del braccio e del tronco fino alla vita. Cosa che mi fece decidere che i rimanenti non erano poi così antiestetici.

Quando, verso la fine di gennaio, Maurizia mi chiese di non andare da lei per il fine settimana io decisi che era ora di mettere fine a tutto quanto, fra di noi. Che di certo lei non era innamorata di me né attratta come io lo ero di lei e, dato che mi ero giurata che mai più avrei elemosinato amore, la salutai con tristezza, piansi sopra a quell'altra storia naufragata un po' di giorni e poi rialzai la testa per guardarmi di nuovo intorno.

Con Maurizia mantenni un rapporto di strana amicizia che tra riavvicinamenti e mesi e mesi di silenzio, dura tutt'ora. Venne fuori poi, dopo diverso tempo, quando io ritornai a parlare di quello che era successo tra me e lei, che io non avevo assolutamente capito nulla. Che non era vero che io a lei non piacessi, tutt'altro. Che se veramente avesse pensato di me che ero brutta eccetera non me lo avrebbe mai detto. Mi disse che avevo avuto troppa fretta e che, se le avessi dato più tempo, di certo sarebbe stato piuttosto bello tra noi. Io, a quelle parole, rimasi piuttosto male e le chiesi la ragione per cui, quando io le comunicai la mia intenzione di rompere, lei non mi avesse spiegato meglio come stessero le cose.

La sua risposta fu che lo aveva fatto ma che io, semplicemente, non l'avevo ascoltata.

Ma se io non desideravo altro che Maurizia mi dimostrasse almeno un po' di interesse! Figurarsi che le avevo trovato un soprannome, con il quale la chiamavo sempre, riscuotendo la sua ilarità: lei era il mio ' ghiacciolo di legno '.

 

Beh, decisamente anche quella storia sottolinea il fatto che io e gli altri esseri umani non parliamo la stessa lingua.

 

Venne così il giorno del mio compleanno, primo febbraio 2007.

Ero molto triste e mi sentivo sola ma non finita tanto che decisi di farmi un regalo e misi un annuncio sulla relativa rubrica di Miss 777, con il quale cercavo una mia lei.

Non ricordo tutto il testo ma di certo rammento bene le prime parole: ' La mia porta è aperta '.

E di certo, quando si apre una porta, qualcuno entra.

Ciò che seguì è narrato piuttosto per esteso nel mio primo romanzo – diario IO NON SONO DI QUI, che trovate pubblicato per intero sul mio sito.

Infatti io scrissi un diario di quei mesi e da quello fu poi tratto il mio primo libro.

 

Perciò qui metterò solo un sunto stringatissimo dei fatti.

Dana entrò nella mia vita il 18 marzo con un messaggio privato su Miss 777, rispondendo ad un mio thread nel quale dicevo che il giorno dopo avrei subito un intervento agli occhi. Siccome anche lei soffriva di problemi oculistici, mi scrisse per darmi sostegno, dato che eravamo sulla stessa barca, proponendomi de remare insieme per un po' e di lasciar remare lei, qualora io fossi stata stanca.

Tra noi partì una immediata fortissima attrazione che si manifestò attraverso strani flussi di energia, come una scossa elettrica tra la mia mano e la sua, entrambe appoggiate allo schermo del proprio pc a più di cento chilometri di distanza. Inoltre se io la abbracciavo con il pensiero lei davvero si sentiva stringere da me, come io fossi stata lì. Due giorni dopo saltai su di un treno, senza neppure chiederle il permesso, per andare a conoscerla. Dopo un primo imbarazzo e senso di estraneità, incontrandoci, quando fummo nella sua auto, io le toccai la mano e tra noi si ripeté quello sconvolgente passaggio di energia che mi fece innamorare nell'immediato e completamente.

Lei aveva una storia da sei anni con un'altra donna sposata, Elisa ma costei, dopo un lunghissimo tira e molla, sprofondata nei sensi di colpa versa la propria famiglia, aveva detto a Dana che tra loro vi sarebbe stata solo una amicizia, da quel giorno in avanti.

Fu questo che aveva spinto Dana sul sito di Miss 777 e, leggendomi, a rispondermi.

Dana dunque era sposata, lavorava ed aveva una vita molto piena. La distanza tra noi avrebbe giocato un ruolo decisivo di allontanamento, per mancanza di tempo e di denaro atto a sostenere tutte quelle trasferte.

Proprio in quei giorni io avrei ricevuto una piccola soma di denaro, circa 2000 euro, che erano gli arretrati della pensione di invalidità civile che mi era stata concessa dopo che io, un anno prima, avevo presentato la domanda. Infatti da quel mese di marzo 2007 io percepisco una somma che ora ammonta a duecento sessanta euro mensili.

In casa con i miei figli la tensione era sempre maggiore: mia figlia continuava a sottolineare che stava mantenendo me e mio figlio, seppur io le devolvessi ogni mese la piccola cifra che mi dava mia madre. Mia figlia inoltre non sopportava più nulla di quanto io facessi, né una telefonata né il pc, nulla. Era un continuo rimbrotto, cosa che io assolutamente non reggevo più.

Pensai allora che avrei comprato una roulotte e che sarei andata a vivere in un campeggio in riva al mare, vicino a dove abitava Dana. Quello per i mesi estivi, poi, per quelli invernali, avrei trovato un'altra soluzione. E così feci.

Dana mi aiutò a trovare il campeggio giusto per lei, dato che per me erano perfettamente tutti adatti e validi ed il 17 aprile di quell'anno feci portare là la roulotte, battezzata Chiocciolina per l'inevitabile paragone con le bestioline da me tanto amate.

Mia figlia non apprezzò affatto quella mia scelta, dicendomi che ero una barbona e cose del genere, appoggiata e condivisa dagli altri figli. Anche mia madre non approvò e sospese il versamento mensile, cosa che aveva d'altronde già preventivato, dato l'arrivo della pensione di invalidità.

Ma io non cambiai idea: mi sentivo prigioniera in casa mia, mi sentivo un peso e poi volevo assolutamente poter vivere l'amore con Dana.

Fino a maggio fu un sogno: lei era innamorata ed affettuosa quanto me ed i nostri incontri erano deliri di passione e pura estasi.

Ma Elisa, accortasi di un cambiamento evidente in Dana e di un suo graduale allontanamento dal suo dispotico potere sull'altra, le disse all'improvviso che forse si era sbagliata, che forse l'amava davvero. Che aveva bisogno di un po' di tempo per decidere cosa fare del loro futuro.

Dana, folgorata da questo discorso che, di certo, le apriva di nuovo una possibilità su quanto aveva desiderato così fortemente e per lungo tempo, venne da me, mi comunicò la cosa e mi disse che tra noi era tutto finito.

E lì, a rimanere folgorata, fui io.

Ma come? Come era possibile tutto ciò? Dove era andato tutto il suo amore per me? Volatilizzato.

Alla mia evidente disperazione lei mi disse che avrebbe potuto continuare a vedermi, dato che ormai ero lì, - e beh, sì, avevo fatto una piccola scelta, per stare vicina a lei...... - ma che tra noi sarebbe stato solo sesso, che il nostro era un amore terminale e che non sarebbe stata in grado di dirmi fino a quando avrebbe retto il senso di colpa di tradire Elisa con me.

Io accetta, dato che non avevo un'altra possibilità. E quindi cominciò una delirante sequela di rotture e riprese della nostra storia che durò fino al tre di agosto.

Dana veniva da me, mi diceva che quello era il nostro ultimo incontro, facevamo l'amore con una passione sempre più travolgente e poi se ne andava sulle mie lacrime disperate, per poi ricomparire il giorno dopo o anche solo dopo alcune ore con un messaggio o una telefonata di risposta ai miei nei quali la supplicavo di tornare da me.

Perché io, senza Dana, mi sentivo morire.

La stessa dinamica si ripeté innumerevoli volte fino ad agosto, il tre, come sopra detto, quando lei sembrò decisa a rompere senza possibilità di ripensamenti. Dana ed Elisa erano state in vacanza insieme. L'altra le aveva detto che sì, l'amava, ma che non avrebbe mai abbandonato la famiglia, come invece aveva lasciato che si paventasse. Dana era rimasta un po' delusa, da questo ma il fatto che Elisa le avesse di nuovo dichiarato il suo amore, le bastava per sentirsi ancora una volta e definitivamente pronta a mollare me. Il fatto fu che Elisa, durante quella vacanza, concesse di nuovo il proprio corpo all'altra e questo aveva portato Dana a non aver più bisogno del sesso che le davo io, scaricandomi.

Per me fu impazzire e mi tagliai le vene. E qui mi sembra giusto riportare il capitolo di IO NON SONO DI QUI riguardante quel giorno.

 

CAPITOLO VENTESIMO

 

La bestia dentro

 

 

Rumori di gente, suoni.

Ed emergo dal sogno con la gioia di un incontro.

Sento la mia casa intorno a me che pulsa e la tua voce, come se mi facesse festa.

Mi sveglio col sorriso sulle labbra, preparata all’abbraccio e al bacio agognato… ma la crudele realtà mi avvolge, mi scuote e mi brutalizza.

Sono in ospedale.

La ferita al polso reciso piange come un’ala di rondine spezzata.

Lacrime asciugate sul mio viso, vinto dal sonno artificiale dei sedativi, mi bruciano sulla pelle riarsa.

Tu sei così lontana che non bastano tutti i tuoi voli a riportarti da me e io così smarrita che non c’è luna piena che possa mostrarmi la via.

Quello che mi resta è reclinare il capo tra le braccia e morire un

po’ di più ogni giorno.

 

Ieri ho firmato per la mia dismissione dall’ospedale e sono tornata nel mio rifugio.

Questa mattina alle 5.30, dato che non dormivo più da un pezzo neppure con il sonnifero, mi sono alzata per andare a risciacquare il bucato e stenderlo, spazzare le foglie e finire di mettere a posto i disastri che i miei soccorritori, che io ringrazio di cuore, hanno combinato nel mio giardino.

Sul cancellino rudimentale che fa accedere alla mia area c’era una chiocciolina.

Era giovane e tenera, con il bel guscio arrotolato su se stesso, lucido e

fresco; le sue piccole antenne erano tese e vibravano. Sembrava felice. Ho appoggiato una mano accanto a lei e quella dolce creatura vi è salita sopra, senza paura, toccandomi lievemente con i suoi peduncoli così mobili. Poi è scesa e ha continuato il suo cammino.

Io ho fatto tutti i miei lavori e mentre stavo spazzando dentro la veranda, spostando la poltrona del mio adorato cane, che è ancora dai miei figli e mi manca da morire, ho trovato un cumulo di terra sicuramente smossa di fresco.

Forse un topolino, ho pensato, ma data la mole di terra, con la quale ho riempito un grosso vaso, probabilmente si trattava di una talpa, perché la

galleria si inabissava sotto terra fuori dalla veranda per sparire nel profondo.

Allora nel mio cuore è sorto un ringraziamento per la mia piccola amica Corinne, la bimba della roulotte di fronte, che col suo intervento mi ha salvato la vita: le ho augurato ogni bene e felicità.

E anche a tutti quelli che in qualsiasi modo mi sono stati vicini e per quelli che non hanno voluto o non hanno potuto.

 

Ora sono molto stanca, ma sto bene.

 

Mentre scrivo, Cheryl Porter canta i suoi gospel. Non per ringraziare Dio che io sono ancora qui, ma perché voglio che la gioia della vita riempia il mio cuore.

 

Questa è la cronaca del mio tentato suicidio.

 

Quella mattina, era il 3 agosto 2007, una sola voce era nella mia mente.

 

E diceva: BASTA.

 

Ho preso la bici e il mio cane, ma per la strada, siccome lui non mi seguiva abbastanza celermente, l’ho lasciato andare, io che amo il mio cane come un figlio. Sono entrata in farmacia e ho comprato un flacone di soluzione glucosata, l’occorrente per fare una flebo e una siringa da 50 cc.

Poi di corsa a casa. Lungo la strada ho sentito Jerome che abbaiava.

Due ragazzi lo avevano trovato e lui mi aveva sentito arrivare: così l’ho ripreso con me.

Arrivata nella roulotte, ho appeso la glucosata al soffitto con un chiodino e ho preparato il tutto.

Mi sono praticata l’endovena.

L’ago era perfettamente in vena e il sangue defluiva regolarmente. Con la

grossa siringa, riempiendola volta per volta di aria, l’ho iniettata nello stantuffo che serve per aggiungere medicinali all’infusione. Ma l’aria non si immetteva nella vena. Io riprovavo e il sangue rifluiva, ma l’aria continuava a disperdersi nel sottocutaneo.

 

Così ho ripetuto l’operazione più volte, non ricordo quante, nelle braccia, nelle mani, in un piede, gonfiandomi d’aria. Ma anche se l’ago era in vena,

l’aria non ci entrava. Poi la valvola dell’ago si è otturata ed è diventata inservibile.

Allora ho deciso di tagliarmi le vene del polso sinistro.

 

Avevo una lametta di quelle per la depilazione femminile. Con le forbici ho tolto tutta la parte di plastica che impediva alla lama di entrare nella

mia carne. Mi sono sdraiata sul letto e ho piazzato una grossa quantità di carta da cucina per terra, per raccogliere il sangue, per non sporcare la mia amata Chiocciolina.

Poi ho cominciato a incidere.

Faceva un po’ male, ma era un dolore leggero, sottile, acuto come una voce bianca. Il sangue ha cominciato subito a scorrere. Io sorridevo e gli dicevo:

«Ecco, bravo, così, così».

Ma durava poco, poi si fermava. Allora io ancora incidevo, allargavo e approfondivo il taglio. Il sangue scorreva di nuovo e io lo incitavo. Ormai era un dolce filo rosso continuo che andava a inzuppare la carta. Io controllavo il flusso, aprendo e chiudendo il pugno. E piegando il polso per facilitare la fuoriuscita.

Ma ancora si fermava.

Allora, con il dito della mano destra, entravo nella ferita per rimuovere i

coaguli che impedivano al mio sangue di uscire e ancora tagliavo.

Faceva male, ma sorridevo.

Cominciavo a sentirmi stanca, sentivo la testa che mi girava e il cuore che lentamente si adagiava. E incitavo il mio sangue a scorrere via da me.

Poi, è risuonata una voce che diceva il mio nome,

Jerome si è messo ad abbaiare.

Ecco, penso, bravo figlio mio, non fare entrare nessuno. Ci sono quasi… ho

quasi finito.

Ma le voci incalzavano.

Allora con lo spigolo della lametta ho inciso più che ho potuto e lo zampillo è diventato un piccolo torrente.

A quel punto Jerome si è lasciato condurre via da Corinne e Massimo, il proprietario del campeggio, è potuto entrare.

Io avevo abbandonato il braccio a penzoloni giù dal letto e non sentivo più nulla.

Ero felice e serena.

Massimo ha esclamato: «No, mio Dio!»

Ha preso la cinghia della mia maschera subacquea e mi ha stretto il braccio fermando il poco sangue rimasto.

Poi ha chiamato l’ambulanza.

Io sentivo tutto, ma non c’ero più. I medici e i paramedici hanno detto

che ero incosciente, ma io sentivo tutto. Non vedevo, anche se aprivo gli occhi, ma sentivo.

Un gran affaccendarsi attorno a me…

Poi non sapevano come fare a farmi uscire dalla piccola porta della roulotte e parlavano di rompere tutto. Allora io ho detto: «Esco con le mie gambe». E la dottoressa che era china su di me ha assunto l’espressione di chi avesse appena visto un fantasma. Poi sono scesa dal letto, sorretta da non so quante persone e mi hanno caricato sull’ambulanza.

 

Il resto è banale storia di ordinaria follia.

 

La sera sono caduta e ho riportato un taglio in testa con commozione ed ematoma. Punti di sutura: quattro.

Al polso me ne hanno dati più di dieci. E, ancora, tutte le volte che cambio posizione la testa mi gira vorticosamente.

 

Dopo due giorni o tre, non ricordo, ho firmato per la dismissione dall’ospedale.

Prenderò i farmaci che mi hanno prescritto.

Ora sono a casa, nella mia chiocciolina: ho riparato i danni subiti dalla mia dimora, ho pulito e ho piantato nuovi fiori.

Sono abbastanza tranquilla, anche se ieri ho avuto una forte crisi di pianto, perché ancora mi ero illusa che lei potesse tornare da me.

 

Ora penso: Chi le parla? Chi le tiene compagnia? Chi farà l’amore con lei come solo io so fare? Chi scriverà poesie per lei? Chi la vedrà come l’essere più sublime e perfetto? Chi l’adorerà? Chi penserà a lei costantemente?

Chi sarà sempre accanto a lei? Chi le comprerà le sigarette? Chi vedrà accendersi una luce tutte le volte che poserà lo sguardo su di lei? Chi la troverà eccezionale, perfetta, spiritosa, intelligente, simpatica, originale, unica?

Chi l’amerà come l’ho amata io?

 

Io sono viva e vivrò. Ma chi le renderà il mio amore?

 

E mentre tentavo di morire ho sempre recitato, senza mai smettere un attimo, la preghiera Buddhista per accompagnare la mia vita nella nuova dimensione.

Non ho paura della morte.

Ora non ho neppure più paura della vita, perché ho davvero perso tutto

e non posso perdere più niente.

Se sono ancora qui ci sarà una ragione che prima o poi saprò riconoscere.

 

La notte è incalzante.

I miei pensieri come un sasso colpiscono lo stagno fermo della mia vita. Ma il sasso non fende l’acqua e non genera cerchi concentrici. La superficie resta immota, senza echi.

 

Dana, come una libellula in fuga, ha abbandonato la mia casa.

I polmoni si dilatano, il cuore imprime forza centrifuga al sangue che scorre portando ossigeno ai muscoli. Lo stomaco scioglie il cibo che

riceve, le orecchie sentono suoni diversi fra loro.

Gli occhi distinguono i colori, le membra mi sostengono. Le cellule metabolizzano ormoni e sostanze atte alla vita, le reni depurano le scorie. E il cervello è l’autorevole regista della messa in scena.

 

E io che faccio? Nulla.

 

Ascolto il tempo passare su di me e portarsi via uno a uno ogni attimo.

Felice di averne ogni volta uno in meno da trascorrere.

Vedo la bestia nera e violenta che alberga nel mio cuore. Non so da dove viene né in che modo io abbia potuto dotarla di tanta forza e virulenza. Vedo i suoi occhi d’ombra inghiottire ogni luce. La sua gola afona risucchiare ogni suono. Le sue orbite vuote annerire ogni colore.

 

Ma io sono lei? Lei è me?

No, non lo sono.

Io sono la manifestazione umana della legge che guida il cosmo, l’eterno flusso che accoglie e genera ogni espressione di vita. Nella luce si annida il buio, nel silenzio risuona la voce, nella felicità si cela la paura dell’oblio.

E questo è il motore dello svolgersi delle cose.

Questo è l’espediente dell’apparizione di ogni entità.

Io sono il buio? No. Io sono la luce che scaturisce dal buio.

 

Ti conosco, ora, bestia, demone, vita violata, offesa alla legge, karma.

Ancora una volta sei quasi riuscita a prevalere su di me, sulla mia preziosa unicità.

Ancora una volta ti sei vestita di abiti così eleganti, hai assunto parole così suadenti, hai scelto note così struggenti che in te io ho visto l’amore, la pace, il perdono a cui tendo.

L’abbraccio che sempre mi manca.

Ma c’è in me, anche quando tutto brucia come nel fondo dell’inferno più abissale, una terra pura, dove uomini e dei vivono felici e a proprio agio, si suonano tamburi celesti e piovono fiori profumati.

 

Il fuoco dell’inferno della sofferenza è un espediente perché io possa desiderare di vedere la pura terra della felicità assoluta.

Ora che al mio corpo si sono aggiunte altre cicatrici che mai scompariranno, ora che ho percorso ancora un miglio su sassi aguzzi che mi ferivano i piedi, ora che la mia vita si è spogliata ulteriormente di tutto ciò che avrebbe potuto distogliermi dalla luce, io vedo la pura entità luminosa che sono.

 

Qualche pietoso dio sconosciuto mi ha salvato, ha impedito che infliggessi questa offesa atroce alla mia vita.

 

E se la persona che io sono non ha avuto una madre, non ha avuto un padre, non ha avuto un fratello, non ha avuto un marito, non ha avuto un porto sicuro in cui approdare, ha comunque tutto ciò a cui anela dentro di sé, in un luogo dove nulla e nessuno può rubarglielo, dove niente può finire, dove nulla può mancare.

 

Io sono la dispensa dell’amore che cerco.

Devo solo aprire la porta e attingere a piene mani il cibo del cuore che mi nutre, senza più attendere chi non può arrivare.

Senza illudermi, senza sperare invano.

Vivendo ogni attimo per l’immenso valore del suo stesso essere, perché non torna, perché è mio, intessuto di me.

E senza di me non esiste perché io sono il metronomo che lo scandisce.

 

La bestia è violenta ma io, come un saggio pitagorico, l’ho domata con la melodia del mio flauto ed essa si accuccerà quieta ai miei piedi, dormendo al suono dell’eternità senza inizio e senza fine.

E la musica da me scolpita negli antri del dolore che illuminerà la via a me e a chi mi cammina accanto.

 

Riprendo la narrazione in diretta.

Ma certo quella luce che io vedevo quel giorno di tale terribile altalena tra la disperazione e la speranza era assai fioca ed intermittente, tanto che, quando il 14 di agosto, in risposta a quel famoso annuncio che contò più di cento richieste diverse di contatto, un'altra donna bussò a quella famosa porta chiedendo di entrare, io non seppi che dirle: ' Benvenuta! '.

 

LA MICRA DI ALE CARICATA ALL'INVEROSIMILE - 3 SETTEMBRE 2008  PARTENZA PER LA SARDEGNA - INIZIO DEL MIO ESILIO VOLONTARIO...

 

QUATTORDICESIMA PARTE

 

E, sempre nel mio romanzo – diario IO NON SONO DI QUI, potrete leggere di come Monica acconsentì a trascorrere insieme il giorno di ferragosto, si innamorò immediatamente, si mise con me e telefonò a Dana, qualche giorno dopo, vedendo il mio straziante dolore, proponendole di tornare da me. Avrebbero entrambe avuto una relazione con me, ognuna con i loro spazi, senza sotterfugi ma con completa accettazione della cosa. Se poi tra loro due fosse nata una amicizia, avremmo potuto uscire anche insieme. Monica disse a Dana che voleva aiutarmi, che mi amava e che si sarebbe presa cura di me, in quel frangente così terribile.

( Quello che io seppi solo molto molto dopo fu che loro due ebbero diversi incontri da sole – e di che genere lo si può immaginare facilmente – e che Dana promise solennemente a Monica che si sarebbe lentamente ma decisamente defilata, lasciando all'altra l'intero campo. )

Quando Dana accettò di ricominciare a vedermi io fui felice: Monica era dolcissima e presente, si vide subito che noi andavamo perfettamente d'accordo.

Mentre con Dana continuarono gli incontri di passione pura ma anche le lunghissime chiacchierate al telefono nelle quali parlavamo come fossero sedute entrambe sulle stesse parole. La nostra unione era profonda, viscerale, totale ma non bastava a Dana per lasciare Elisa che continuò in quei mesi le sue manovre del bastone e della carota, alternando tra di loro situazioni di riavvicinamento e riallontanamento in modo che tutto rimanesse nell'equilibrio che desiderava lei: Dana a suo completo servizio, sempre in bilico per ottenere qualcosa di più che sempre sfiorava con la mano e non raggiungeva mai.

E questa altalena tra loro si ripercuoteva tra me e lei.

Infatti, nonostante la presenza di Monica, continuò a lasciarmi e riprendermi.

Il 17 ottobre la Chiocciolina venne chiusa per l'inverno ed io trovai nel paesino una casetta alta e stretta, in affitto, che battezzai la Torretta. Non essendoci nella zona nessun campeggio che teneva aperto durante l'inverno, la decisione fu giocoforza: impensabile un ritorno dai miei figli, dato che dopo il tentativo di suicidio la tensione era ulteriormente aumentata. Mia madre allora riprese a versarmi un piccolo aiuto mensile per permettermi di riuscire a sbarcare il lunario.

Dana e Monica si alternavano ma il primo di novembre ci fu una terribile crisi con Dana ed io chiamai Monica, chiedendole di venirmi a prendere per portarmi a casa sua. Fu così che io lasciai La Torretta per tornarvi solo un paio di giorni alla settimana e mi trasferii nell'appartamento di Monica.

Ma anche quella volta Dana ritornò, anzi, si fece più presente, tanto che, alla vigilia del Natale, trovandoci insieme tutte e tre per uno scambio di auguri e di regali, l'atmosfera divenne così dolce e complice che io feci in modo che loro due si baciassero ed accadde che facemmo l'amore tutte e tre insieme.

Io ero più che felice, dato che vedere le donne che amavo volersi bene ed essere mie senza più remore, mi catapultò in un empireo di gioia.

Io e Dana avevamo già avuto una esperienza simile con Ale quando, a giugno, venne a trovarmi, di passaggio nel suo trasferimento con i figli in Sardegna, resosi necessario perché la sua situazione economica e di salute era completamente collassata, ma quella volta le cose in tre non furono così perfette.

Ho dimenticato di dire che io ed Ale, dopo un distacco durato qualche mese, ricominciammo a sentirci regolarmente. Ale era ancora profondamente innamorata di me e soffriva di certo nel vedermi avere altre donne ma non sopportava di stare senza mie notizie. Quindi, da allora mi è sempre stata accanto e le modalità le racconterò man mano.

Allora era la mia consolatrice....

 

Io mi misi a restaurare l'intero appartamento di Monica, che versava in uno stato di terribile abbandono da anni, dato che lei vi viveva esattamente come fosse un profugo di se stessa. Ridipinsi di giallo arancio e colori caldi muri porte finestre. Rimisi a posto tutto e Monica acquistò anche mobili nuovi per la sala e la camera da letto.

Il risultato fu straordinario e noi due avevamo una vita di coppia che era veramente armoniosa: lei mi presentò alla sua famiglia, che mi accolse a braccia aperte, felice finalmente di vederla di nuovo rivivere dopo venti anni di chiusura e solitudine. Io la portai dai miei che ugualmente l'accolsero a braccia aperte, vedendo in lei una figura solida di riferimento. Monica lavorava, aveva una casa e voleva prendersi cura di me, sollevandoli dalle loro responsabilità. Cose che li fece immensamente felici.

Infatti mia madre interruppe di nuovo il versamento mensile, io lascia definitivamente la Torretta, diventata ormai inutile, - dato che Dana veniva a casa nostra - e versavo a Monica ogni mese duecento dei duecentocinquanta euro che percepivo, come partecipazione al mio mantenimento.

Però di certo non sono in debito, nei suoi confronti, dato che rimasi da lei solo fino ad aprile. L'opera di imbiancatura e ristrutturazione della casa era assolutamente necessarie e le sarebbe costata parecchio denaro, mentre invece spese solo quello necessario per l'acquisto della materia prima. Inoltre io ogni mattina, mentre lei si trovava al lavoro, facevo le pulizie, nel mio modo che era assai pignolo, cucinavo per lei ogni giorno, mi occupavo del bucato. Di tutto, insomma e lei tornava a casa dal lavoro e trovava ad attenderla una casa calda accogliente e piena d'amore come non aveva mai avuto.

Ma l'incantesimo a tre si ruppe troppo presto e qui riporto a doverosa narrazione il fatto assai singolare che allora accadde accludendo un altro capitolo del mio libro IO NON SONO DI QUI, che però non fu scritto allora, in fase di accadimenti, e quindi non fece parte della prima stesura dell'opera ma fu redatto successivamente da me ed accluso alla seconda e definitiva stesura.

 

 

CAPITOLO TRENTUNESIMO

 

L'incantesimo si spezza: un antico omicidio.

 

- Questo capitolo viene scritto oggi, 29 marzo 2012, quindi è un ricordo filtrato negli anni..

 

Era bello in tre.

Nulla da nascondere, nulla da evitare di dire. Nessun fremito da trattenere.

Quando io e Dana ci amavamo, parlavamo di Monica, quando io e Monica ci amavamo, parlavamo di Dana.

 

La casa di Monica non era adatta a contenere un'altra persona. Lei dormiva in un lettino singolo. Aveva si un'altra rete con un altro materasso, ma non era alla stessa altezza e quindi era molto scomodo per gli abbracci e per dormire vicine. Ed io e Monica volevamo dormire abbracciate, darci tutto l'amore che ci portavamo dentro, colmare tutte le solitudini dei lunghi anni passati a dormire da sole.

Inoltre l'appartamento era davvero in un stato pietoso ed io, che sono assai meticolosa e pignola, proprio non potevo pensare di vivere in quella disordinata disperazione.

Così facemmo tutto un piano di rinnovo: nuovi colori alle pareti, nuovi mobili per la sala, la creazione di uno studio con un immenso tavolo per il mio lavoro di pittrice ed i nostri pc, mensole per la cucina e un nuovo letto per noi.

E fu proprio il letto che fu acquistato per primo: lo ordinammo per telefono con e ci venne consegnato nel giro di non troppi giorni.

Nel frattempo io e Monica ci recammo ad acquistare un bel piumone nuovo ed altri svariati articoli per la casa che mancavano all'appello. Comprammo così anche le mensole da piazzare in cucina, le vernici e i pennelli per il mio lavoro da imbianchina.

Fu così divertente vagare per il grande centro commerciale, scegliendo piatti, posate bicchieri, tovaglie cestini colorati, stendibiancheria e tutta una serie di aggeggi che io assolutamente dovevo avere per essere la casalinga perfetta che ero prima del mio tragico incidente che mi sarebbe occorso alla fine del 2009.

Allora davvero non potevo immaginare: se solo avessi potuto, la mia vita sarebbe stata drasticamente diversa.

Ma gli esseri umani danno tutto per scontato, tutto per dovuto e non si rendono conto di vivere appesi ad un filo.

Così sciupano tantissimi dei loro tesori.

Ma allora ero così felice che mi sembrava di avere il mondo tra le mani.

 

Mi misi così subito al lavoro e la prima stanza che tinteggiai fu la cucina, per la quale avevamo scelto un giallo caldo ed intenso, ma morbido, come una crema soffice, e per gli infissi un giallo sole acceso.

Gli infissi erano di legno vecchio e tarlato in un modo pazzesco. Il lavoro di carteggiatura con la levigatrice orbitale e di stuccatura prima della verniciatura fu abbastanza impegnativo, ma io ero un imbianchino provetto, avendo cominciato quel bellissimo hobby in giovanissima età e quindi non ebbi eccessivi problemi. In una manciata di giorni la cucina fu ultimata e risultò bellissima, luminosa, accesa, piena di luce e vita.

Mi dedicai allora alla camera da letto: pareti e soffitto azzurre e grandi vascelli di nuvole bianche e azzurrine che le solcavano, gli infissi blu notte.

Avevo trovato tra i lampadari nel centro commerciale uno da cameretta per bambini: era un aeroplanino di legno modello biplano, verde e rosso. Come una bambina feci bizze perché Monica acconsentisse a comprarlo, lei che avrebbe desiderato qualcosa di più serio, ma cosa volete che vi dica, so essere convincente e così ebbi il mio giocattolo da appendere.

Come testiera del letto avevo acquistato una assicella larga quanto il letto e per comodini delle cassettine di legno grezzo assai carine, modello baule di una volta o forziere di pirati, che dipinsi di blu scuro come le finestre.

Un grande poster di stoffa raffigurante Il bacio di Klimt avrebbe concluso la mia opera.

Lavorai alacremente e anche questa volta nel giro di una settimana tutto fu pronto.

C'erano allora da montare le mensole e la testiera e ci voleva il trapano, ma né io né Monica ne avevamo uno.

Si propose allora Dana e quella fu la prima volta che lei entrò nella casa di Monica.

Nel frattempo era arrivato anche il letto.

 

Quella domenica pomeriggio Dana arrivò con tutti gli attrezzi del mestiere e si mise all'opera aiutata da Monica, mentre io in cucina sfornellavo per preparare il mio famoso risotto montanaro. Vi erano dolci e vino, che cominciammo a bere come aperitivo.

L'atmosfera era allegra, ma più che allegra, affettuosa, ammiccante e complice. Io guardavo le mie donne che testa contro testa trafficavano attorno ai tasselli ed al trapano, le guardavo versare i loro occhi negli occhi con franchezza e dolcezza ed il cuore mi si stringeva di amore ed emozione.

Le mensole e la testata furono montate, il materasso tolto dal cellofane posato sulla rete e vestito con le lenzuola ricamate che la madre di Monica aveva tanto tempo prima comprato per un corredo mai usato e che fino allora erano state custodite nelle loro scatole di cartone demodé. Il grande poster fu appeso così come il lampadario: il risultato era stupendo. Il quadro marino che avevo dipinto per Monica fu piazzato sopra il comò e al muro sopra i nostri rispettivi comodini collocai le foto di figli e nipoti, ricordi di una famiglia che di certo mai avrebbe messo piede in quella camera.

In piedi vicino la porta, strette ed abbracciate guardavamo il frutto del nostro lavoro: gli occhi di Monica luccicavano, io mi sentivo ebbra di gioia e da quell'abbraccio scivolammo in abbracci più intimi sul nuovo talamo d'amore con naturalezza.

 

Qualche sera dopo io e Monica decidemmo che sarebbe stato saggio e giusto rinunciare alla torretta: l'affitto non era economico e quel denaro io avrei voluto impiegarlo per contribuire alle spese di casa: essere ospite non mi piaceva affatto, pur se il lavoro che avevo svolto di certo valeva assai più di quanto fino ad allora avevo ricevuto.

Ma non era solo una questione economica: veramente ci sentivamo legate in modo indissolubile, tanto che io e Dana parlando ci eravamo scambiate la medesima impressione e cioè che Monica si fosse innamorata di lei.

Il modo in cui la guardava, come le parlava erano per noi inequivocabili, inoltre loro avevano uno scambio di messaggi telefonici e telefonate tutto loro nel quale io non entravo e del quale io non ero affatto gelosa, anzi: vederle così unite mi rendeva felice in un modo profondo, come se i lati di una ferita si fossero finalmente ricongiunti e stessero guarendo.

Così passai gli ultimi giorni nella torretta vivendo con commozione un nuovo distacco e ore tutte dedicate a Dana, poi trasferimmo tutte le mie cose nella casa di Monica e Dana fu di nuovo invitata da noi, la domenica successiva.

I lavori erano ancora molti da fare, ma l'appartamento stava diventando davvero bellissimo.

 

Anche quel pomeriggio fu inevitabile trovarci a far l'amore tutte e tre, perché il desiderio che provavamo l'una per l'altra era così forte e vi era una totale franchezza che rendeva tutto facile e spontaneo.

Di tacito accordo quando io e Dana eravamo con Monica ci dedicavamo principalmente a lei, tralasciando di fonderci così completamente come ci accadeva quando eravamo sole: questo ci veniva naturale per un innato pudore nei suoi confronti e per una delicatezza che ci impediva di sbatterle in faccia quanto il nostro legame e la passione che scaturiva da noi fosse forte e travolgente.

Non che Monica non lo avesse capito: le era perfettamente chiaro quanto fosse fatale la forza che ci attraeva, ma di certo il guardarci le avrebbe fatto molto male, dato che avrebbe potuto facilmente fare il confronto tra quello che succedeva tra me e lei che, pur bellissimo, non era di certo paragonabile; ma quel pomeriggio, non ricordo neppure come accadde, tutto fu irresistibile e ci trovammo come fossimo sole, io e Dana.

Ci trovammo fuse, allacciate insieme, io perduta totalmente in lei con la mia parte mascolina che si ergeva potentemente pur se corpo non ha mai avuto e mai avrà.

Desideravo fosse mia, lo desideravo così forte, ero sconvolta da quel desiderio, ero rapita trasportata altrove dove lei era davvero mia totalmente, dove i nostri corpi si incunevano perfettamente l'uno nell'altro, dove lo spasimo voleva essere prolungato, dove vi era una totale cessione della sua vita nelle mie mani.

Sentii il piacere ruggire in me impennarsi e gridai, gridai come un animale, come un felino sulla preda, desiderai avere la sua resa, cercai con le mani la sua gola e la catturai, ancora gridando, poi sentii defluire fuori di me lava incandescente e mi accasciai sul suo seno ansante.

Come in sogno vidi allora una giovane donna mulatta giacere inerme, morta, sotto di me, io uomo bianco, suo signore e padrone, la vidi con il viola che stava affiorando sulla sua tenera gola ancora fortemente stretta dalle mie dita convulse. Di certo quel gioco erotico, per aumentare a dismisura il piacere, che avevamo fatto molte volte, quel giorno mi era fuggito di mano ed io, in preda ad una folle passione, l'avevo spinto troppo oltre.

Mi scostai di scatto da lei e ritornai in quel momento nel presente, dal luogo lontanissimo di una mia vita passata nella quale mi ero ritrovata inconsciamente come molte altre volte mi era successo.

Ma quando riuscii a scuotermi del tutto vidi per prima cosa il volto terrorizzato di Dana, vidi i suoi occhi sbarrati, vidi le mie mani strette attorno al suo collo che recava i segni delle mie dita e poi il volto di Monica che, in piedi, nuda accanto al letto, ci guardava con una espressione di raccapriccio e furore che mi scosse profondamente.

 

Fu difficile per tutte e tre, il seguito, da quel giorno, ancora più difficile.

Si capì che io avevo avuto un tuffo nel mio passato remoto e ricostruii la storia, che si era svolta nella mia mente, di un giovane maschio bianco proprietario di una piantagione di canna da zucchero nel settecento circa in uno stato dell'America del sud. Che aveva questa giovanissima schiava creola con la quale si congiungevo carnalmente e con la quale spingeva al massimo quel pericoloso gioco erotico, causandone quindi, pur non volendolo, un giorno la morte. Ricostruii quindi il cammino che da alloro ci aveva portato fin qui riconoscendo il mio profondo debito karmico nei confronti di Dana, ma questo non bastò a cancellare quanto accaduto.

Anche se non me ne si poteva imputare colpa, eppure io ero comunque l'esecutore antico e il collegamento attuale di quel gesto, il peso del mio destino era mio e di nessun altro.

E nulla fu più come prima.

 

Monica non volle mai più incontrare Dana e mi chiese di distaccarmi definitivamente da lei.

Ma questo ora lo leggerete seguendo la narrazione scritta allora, nel mio diario personale.....

 

 

Riprendo la narrazione in diretta.

Infatti le cose precipitarono. Io, convinta di voler vivere con Monica fino alla fine dei mii, giorni cercai di distaccarmi da Dana, sancendo io la parola fine tra noi e questo accadde più volte. Perché poi lei mi cercava oppure rispondeva ai miei messaggi quando, dopo aver lottato strenuamente contro il dolore della sua assenza, cedevo e la contattavo di nuovo. E Dana non solo ritornava a parlare con me ma venne più volte di nascosto in casa di Monica per trascorrere qualche po' di tempo in intimità con me, oppure mi portava con la sua auto in un luogo appartato per lo stesso motivo. L'attrazione fisica tra noi continuava ad essere fatale e travolgente.

Lasciai persino due volte Monica, quando sembrò che Dana fosse pronta e matura per accettare finalmente la nostra storia, fuggendo da quella che era diventata la mia casa e riparando dai miei figli.

Ma ognuna delle due volte Dana ritrattò, ricacciandomi nel ben conosciuto inferno che il suo rifiuto scatenava in me.

Fu una altalena micidiale di situazioni opposte e contrastanti fino ad aprile, mese in cui io, sfinita e confusa, decisi di andare a vivere nella Chiocciolina, che nel frattempo era stata portata in un campeggio montano, in verità assai lontano dalla casa di Monica ma ancor più distante da quella di Dana.

Decisi di andare lì perché vidi che la situazione con Dana non era affatto risolta, che questo faceva soffrire a dismisura Monica di una terribile gelosia: quindi chiesi tempo per ritrovare un equilibrio che avevo completamente perduto.

Ma tempo non ebbi.

Monica, che da qualche settimana aveva, a mia insaputa, conosciuto sul web una ragazza giovane e carina, - che per un amarissimo scherzo del destino si chiamava lei pure Elisa, -quando io lasciai la sua casa, si mise con lei e mi propose di avere una storia a tre con quest'ultima.

Io rifiutai decisamente, ritenendola una cosa da pazzi. Già non riuscivo ad uscire da un triangolo, come avrei potuto barcamenarmi con un secondo?

Così mi trovai sola.

Monica, che aveva promesso di aiutarmi e di appoggiarmi, anche economicamente per il costo dello stallo per la roulotte, sparì così come si eclissò Dana che venne solo un paio di volte alla Chiocciolina ma fu così amara aspra e fredda che non fece che precipitarmi ancor di più in quella china che mi condusse a maggio a tentare di nuovo il suicidio inghiottendo trecentocinquanta pillole di psicofarmaci vari.

Mi salvò ancora Dana, allertando Monica dopo che quella mattina non risposi al suo messaggio . Monica arrivo e mi trovò incosciente, semi affogata nel mio vomito e nella pipì. Di certo fu a causa di quelle reazioni corporali che non morii. Prima di chiamare l'ambulanza stette diverso tempo a leggere al mio pc il mio diario.. e a cancella re, cose.. cosa poi, io non fui in grado di ricostruirlo mai.

Comunque arrivò l'ambulanza, io rifiutai la lavanda gastrica ma me la praticarono lo stesso a tradimento e con violenza. Il giorno dopo firmai e mi dimisi. Tornai alla roulotte, scalza e con il camice della sala operatoria addosso. Lassù era davvero ancora molto freddo, c'era ancora la neve e pioveva in continuazione.

Cercai di recuperarmi in qualche modo, lavorai persino come aiuto cuoco nei giorni di festa nel ristorante del campeggio: praticamente non avevo denaro neppure per mangiare ma anche il paese distava cinque chilometri dal campeggio e la strada era un ripidissimo saliscendi che io, in bicicletta, allora mio unico mezzo di trasporto, non ero in grado di percorrerli.

Ero profondamente infelice, tormentata.

Monica mi mancava terribilmente così come Dana: ma entrambe mi avevano abbandonato.

Fu così che entrò nella mia vita Sara.

Più giovane di me di tre anni, lei pure sposata e madre, anche lei rispose a quel famoso annuncio della porta: erano gli inizi di maggio.

Ci scrivemmo per qualche settimana, poi passammo al telefono. Poi ci incontrammo, due volte.

Fu subito chiaro che lei non era innamorata di me, almeno per il momento, io mi dicevo, speranzosa, mentre io mi accorsi di amarla nell'immediato. Però lei comunque sentiva verso di me un affetto profondo che le impedì di allontanarsi.

 

E qui, alla domanda di come si possano amare così tante persone allo stesso tempo io rispondo con il mio famoso aforisma: ' L'amore è un secchio che non si vuota mai, né si colma. '

Oggi mi sento di aggiungere che io ho amato molte persone, anche perché sono stata rifiutata volta per volta.

Di certo è impossibile dire cosa sarebbe stato se si fossero fatte scelte diverse, ma so che le mie storie sarebbero state molto più lunghe e di numero di gran lunga inferiore se, a cominciare da Chiara, non ci fosse stato il rifiuto.

Però ora so anche che, ogni volta, allora, dopo il dolore devastante dello strappo, sentivo dentro di me di avere ancora qualcosa da vivere, che c'era ancora qualcuno che mi stava aspettando.

Ora so esattamente il contrario.

So che esiste una sola persona alla quale ci si può fondere in modo totale e concreto.

So che l'ho incontrata, che l'ho perduta e che altro non ci sarà, nella mia vita, dopo di lei, la cui storia si è conclusa pochi mesi or sono.

 

Comunque Sara divenne una presenza reale nella mia vita ma anche con lei feci l'errore fatale di parlarle di Dana e di parlare di lei con Dana che, se pur defilata da moltissimi punti di vista era comunque sempre presente nelle mie giornate con lunghe telefonate.

Fu presto evidente che Sara, che aveva da pochissimo accettato al sua omosessualità, aveva bisogno di avere altre esperienze. E fui io, praticamente, a metterla tra le mani cupide di Dana quando ci incontrammo tutte e tre per una cena, un sera...

 

Io comunque stavo malissimo ed ebbi altre crisi, durante le quali non potevo fare altro che rivolgermi a Monica in cerca di aiuto.

Lei, che doveva combattere ogni volta con una folle gelosia nei miei confronti provata dalla sua Elisa, mi convinse con l'inganno, promettendomi di tornare insieme a me e riprendermi di nuovo a casa sua, se avessi accettato di vivere qualche mese in un centro di accoglienza nella cittadina dove lei viveva, in seno al quale avrei dovuto ricevere cure psicologiche ed altri generi di appoggio.

Così, disperata, accettai.

I miei figli e mia madre erano completamente spariti, arrabbiati perché avevo lasciato Monica – e chiaramente loro non seppero mai tutti i particolari dalla storia che poi sono tantissimi e che qui non scrivo, invitando di nuovo i miei lettori a leggerli nel mio libro. -

 

La casa d'accoglienza era in un antico collegio per orfanelle retto da suore e diretto da una councelor di larghe vedute che mi prese nella struttura pur se omosessuale e buddhista. Ma la stanza non era gratuita: pagavo duecentodieci euro al mese per quella e l'uso di bagni e cucina in comune. Quindi non avevo praticamente di che mangiare. Purtroppo però in quella struttura non ricevetti nulla di quello che mi era stato promesso.

Dana sembrò si riavvicinasse, venendomi a trovare diverse volte ed aiutandomi in qualche modo, regalandomi tele e colori per dipingere. Io sopravvissi solo perchè riuscii a vendere qualche quadro alle ragazze del forum di Miss 777 che continuava ad essere la mia unica finestra sul mondo e la mia valvola di sfogo.

Dana mi disse anche che avrebbe ripreso in considerazione di continuare la storia con me, dandomi un ottanta per cento di probabilità positive.

Cercai allora un appartamentino nelle vicinanze, una qualche stanzetta lì intorno ma le mie disperate condizioni economiche fecero si che nessuno mi concedesse un affitto. Dana venne a trovarmi più e più volte, sempre avvolta ed avvolgendomi in quella energia incredibile che viaggiava tra noi.

Ci sperai ma alla fine mi disse di no.

Allora, dato che assolutamente non resistevo più in quella prigionia, cercai di convincere Sara ad aiutarmi a trovare una qualche sistemazione non troppo lontano da dove lei viveva, per poter continuare a vederci, poiché la distanza geografica tra noi, in quel momento, era notevole.

Ma Sara, spaventatissima di essere scoperta dalla famiglia e dalla mia instabile e troppo difficile situazione, si negò fermamente, di certo fomentata in quello anche da ciò che le diceva Dana, con la quale aveva cominciato un rapporto parallelo al mio, non a mia insaputa ma di una intensità che mi era, quella sì, del tutto ignota.

 

Non ressi e decisi di togliermi al vita, tagliandomi di nuovo le vene alla fine dell'agosto di quel difficilissimo 2008.

Inspiegabilmente mi salvarono ancora e mi trovai cacciata da lì, per aver cercato di perpetrare il più funesto peccato contro Dio.

Avevo tre giorni di tempo ed ero senza denaro.

Non volevo assolutamente tornare dai miei figli che in quell'ennesimo tragico frangente si comportarono in modo ancor più freddo ed ostile.

Dana e Sara si negarono ed io avevo solo ed esclusivamente Ale che mi offrì ospitalità, nella casetta di proprietà dell'ex marito nella quale lei viveva dall'anno precedente, sperduta in un paesino sperduto nell'estremo nord ovest della Sardegna.

Ben sapendo che stavo facendo un grave errore, eppure non avevo un'altra scelta, e lo compii.

Sara si era offerta di caricare sulla sua capiente auto tutte le mie cose e di offrirmi il viaggio fino alla casa di Ale ma poi si ritirò adducendo confuse spiegazioni. Anche in quel frangente furono le parole di dana a spaventare Sara e a distoglierla dall'aiutarmi.

Io non volle sapere altre, vendetti, o meglio, svendetti, ancora qualche quadro a qualche amica e pagai il biglietto di andata e ritorno ad Ale che venne a prendermi con la sua utilitaria.