il lungo viaggio di ari

IO, GINE E BAINJO NELLA CASETTA IN SARDEGNA
IO, GINE E BAINJO NELLA CASETTA IN SARDEGNA

 

 

il lungo viaggio di

 

ari

 

 

Alle due di notte ero ancora sveglia e, pronta e vestita per il viaggio, mi appoggiavo sfinita sul letto che recava gli evidenti segni della fine di un trasloco, per riposare un'ora, che alle tre la mia assistente sarebbe venuta a prendermi per accompagnarmi all'aeroporto.

26 febbraio 2013.

Fuori pioveva a dirotto ed io pensavo: come faremo a caricare tre valigie pesantissime, lo zainetto e la borsa con il pc, il trasportino con il gatto, il mio bastone a tre piedi e la mia sedia a rotelle?

E, con quel pensiero di preoccupazione posato su di una lunga serie di altre preoccupazioni scivolavo senza neppure accorgermene nel sonno, stremata da quasi un mese di ricovero ospedaliero nel quale l'avevo scampata per un pelo, gonfiata di cortisone ed antibiotici, e che era terminato appena dieci giorni prima, durante i quali avevo, in un delirio di cose da fare, inconvenienti e follie varie, fatto impacchettare tutta le mie cose, o quasi, compreso il mio letto elettrico ortopedico, l'avevo fatto recapitare alla mia destinazione con un trasporto aereo che era costato una cifra assurda, avevo cacciato nelle valigie ciò che ancora potevo caricare e ciò che avevo acquistato da portare là, dato che sull'isola tantissime cose non sarebbe stato poi più possibile trovare.

 

Mi assopivo stremata dagli addii di quell'ultimo giorno, durante il quale avevo ricevuto la visita di alcune delle persone più importanti e care della mia vita e da quelli telefonici di mia mia madre e mio fratello, che mi avevano salutato così, data la lontananza tra la Romagna e la Sardegna.

Mia madre aveva pianto, dicendomi con voce strozzata che sapeva benissimo che non ci saremmo più riviste ed io, mentre piangevo con lei, mi ero chiesta se avrei mai più rivisto, oltre lei, mio fratello, i miei figli, i nipoti e tutti gli altri parenti ed amici, la mia città, il mio mondo natale.

E la risposta che avevo trovato dentro era che probabilmente no, non avrei rivisto più nessuno, più nulla, che tornare indietro, per me, sarebbe stato quasi impossibile così come altrettanto per loro venire da me.

Ma per lei, ad 88 anni, era una certezza: il nostro era un addio vero.

Certo, ci saremmo sentite per telefono, anche viste su Skype ma un abbraccio non lo avremmo avuto mai più e l'ultimo datava il 3 giugno dell'anno precedente, quando mi ero recata là, dopo due anni e mezzo di assenza dalla mia terra, per presenziare al matrimonio della mia seconda figlia.

E a quel pensiero si era aperta una voragine di abbracci che non avrei mai più avuto, di volti che non avrei mai più accarezzato, compreso quello dei miei nipoti non ancora nati, i figli dei miei figli, che io non conoscerò mai.

 

E mi addormentavo stremata dall'aver cercato in ogni modo una nuova casa per almeno tre dei miei gattini e per averla trovata solo una, fortunatamente ottima, per il siamese, il mio adorato Bainjo.

Stremata dai pensieri di distacco da Gine, la mia cagnona di tre anni, che era rimasta da Ale, nell'impossibilità di farle affrontare un viaggio di 22 ore chiusa in un trasportino e nella stiva di vari aeroplani, che ne sarebbe di certo morta di paura.

Stremata dal silenzio assordante dei miei figli.

Stremata dal desiderio di andarmene dall'Italia, dove tutto mi era diventato maledettamente stretto e da cui lo spauracchio di trascorrere i restanti anni della mia vita in una struttura per anziani non autosufficienti di basso profilo assistenziale, mi aveva fatto fuggire senza indugio ed incertezza, accettando d'impulso l'invito della mia carissima amica Milli a raggiungerla in quella lontanissima sperduta isoletta e l'offerta della sua collaborazione nel gestire tutte le grandi e numerose problematiche della mia vita.

Milli che sapeva benissimo la pesantezza del fardello che si stava assumendo in cambio di una piccola ricompensa pratica, sotto forma di un modestissimo stipendio, Milli che mi aveva sostenuto durante i mesi passati con grande affetto ed intensità emotiva. Milli che mi aveva praticamente portato sulle spalle durante le giornate più difficili del mio ricovero, dandomi tutta la sua energia a distanza ed impedendomi di andarmene da questa valle di lacrime, aiutandomi a trovare un motivo per cui restare ancora qui e ricominciare a lottare.

 

Ma cosa fu un'ora di sonno quando neppure molte di più avrebbero potuto alleviare la mia stanchezza?

Nulla, meno di un battito di ciglia e il rumore della porta d'ingresso che si apriva accompagnata dalla voce di Maia che mi annunciava il suo arrivo, fu come il seguito del pensiero nel quale mi ero addormentata.

Eppure l'adrenalina era così tanta che mi trovai subito desta.

 

Per fortuna la pioggia torrenziale era cessata e Maia poté caricare tutto senza infradiciarsi.

Intanto io, abbracciato il mio gattone, lo coccolavo. Anche quello era un addio e lottai aspramente per non lasciarmi sopraffare dal pianto.

Ari, se cominci a piangere adesso, non ce la potrai fare! “ mi ammonii piuttosto bruscamente ad alta voce.

Così feci entrare delicatamente Bainjo nella sua gabbietta e lui si fece docilmente chiudere dentro, guardandomi con due occhi tristi e rassegnati, come avesse capito tutto, sapesse tutto.

Dal giorno del mio ritorno dall'ospedale, dal preciso esatto momento in cui, sentendo il rumore di gente in casa e forse captando la mia presenza, era entrato correndo in cucina e, vedendomi all'improvviso, aveva avuto una espressione di incredibilmente gioiosa sorpresa e si era come tuffato tra le mie braccia, salendomi in grembo, io seduta sulla mia sedia a rotelle, e cominciando a fare le fusa più sonore e felici che avessi mai udito, da quel momento non mi aveva mai lasciato che per pochi minuti, giusto un piccolo giretto attorno a casa, restandomi sempre accanto, addosso, abbracciato, quasi, spalmato contro di me sul letto, come ad assaporare fino in fondo tutto di quel poco che ci restava.

Misi qualche croccantino nel trasportino, che lui non degnò neppure di uno sguardo e continuai, infilando le mie dita tra le maglie dalla porticina, a grattargli la testona lucida e morbida, pelosa. I suoi occhi azzurrissimi erano fissi nei miei, senza accusa, solo come un accorato ultimo abbraccio.

 

Mentre Maia caricava le valigie mi guardai intorno: la piccola casetta che mi aveva ospitato negli ultimi tre anni era sconvolta dal disordine: lei ed Ale avrebbero messo tutto a posto il giorno seguente, consegnando le chiavi al proprietario.

I quadri erano stati tirati giù dalle pareti, in parte svenduti, in parte spediti verso la mia nuova casa.

Il caminetto era ovviamente spento e gli altri gattini si erano dileguati, infastiditi dal trambusto. Solo Angelino, accoccolato intimidito sul divano, accettò ancora un'ultima carezza, lui, che io avevo raccolto moribondo, piccolissimo di pochi giorni appena, caduto dal balcone del piano di sopra, e l'avevo salvato miracolosamente tenendomelo per due giorni e due notti sul mio petto, avvolto in un foulard di lana, alimentandolo goccia a goccia con il latte in polvere per i cuccioli. Si era fatto un bellissimo gattone bianco ed arancio, affettuoso ed un poco timido ma io non avevo trovato un'altra casa, per lui e dovevo lasciarlo lì.

 

Non restavano abbandonati a loro stessi, i dodici e più gatti che vivevano a casa mia e nella mia veranda, appartenenti ad una colonia felina esistente nel residence nel quale si trovava la mia casetta a schiera: una volontaria e la mia vicina di casa avrebbero continuato a dar loro cibo ed assistenza. Sei di loro io li avevo fatti sterilizzare ma, a parte i due maschi, gli altri erano piuttosto selvatici.

Quindi non sarebbero di certo morti di fame ma ovviamente, il mio divano, il mio letto, le mie carezze, quelle non le avrebbero mai più avute..

Un altro addio era quello, un addio multiplo da loro, dal luogo, dal mare, dei pini, dai gabbiani, dalle mie cose che non mi avrebbero seguito e dai ricordi ingombranti che rappresentavano il culmine appena concluso della mia esistenza.

Era un addio che faceva male, denso di speranze tradite, di affetti violati, di sangue, di lacrime, tante lacrime.

Eppure sembrava che tutto intorno a me mi si stringesse addosso e mi sussurrasse: “ Non andare via.....”

 

Così strappai, strappai tutto, schiantai quell'abbraccio che stringeva troppo ed uscii, spingendomi sulla carrozzella, dalla porta d'ingresso, dalla veranda, fino sul vialetto, chiamando Maia che mi aiutasse ad arrivare da lei.

Poi salii in macchina, lentamente, con fatica, come sempre, mentre lei caricava la carrozzella ed il trasportino nel bagagliaio e nell'abitacolo stracolmi.

Partimmo.

La notte era buia, nuvolosa, freddissima. La pioggia incipiente.

Infatti, mentre Maia guidava percorrendo i 40 chilometri circa che ci separavano dall'aeroporto di Alghero, tornò con veemenze, però a tratti.

Lei procedeva cautamente ma per strada non c'era proprio nessuno.

Intanto io le ricordavo le ultime cose, fissavo gli ultimi importanti particolari: lei si prenderà cura di spedirmi ogni mese i miei indispensabili medicinali, ritirerà il denaro della mia pensione recapitandomelo, gestirà ogni – spero - piccola problematica che dovesse sorgere durante la mia lunga, probabilmente definitiva assenza dall'Italia. Anche per lei un compito che esula il compenso, in cui mise, mette e metterà tutto il suo sincero affetto per me.

 

L'aeroporto, con le sue grandi piante di agave all'esterno ed i cartelloni pubblicizzanti i prodotti locali, era deserto. Solo un volo in partenza: il mio, per Linate.

Con difficoltà riuscimmo a raggiungere lo sportello del check in, perché per Maia spingere la mia carrozzella ed il carrello con le valigie risultava impossibile. Io cercai di spingermi da sola ma ero troppo stanca e le braccia mi si inchiodarono subito dall'indolenzimento. Così le dissidi spingere me mentre io afferravo saldamente il carrello con le mani ed, aiutandomi a tenerlo fermo con i piedi, lo mandavo avanti a mia volta.

Un curioso trenino un po' mesto ed un po' buffo, attraversò allora tutta la grande sala e raggiunse l'assistente di terra che stava aprendo lo sportello proprio in quel momento.

Disbrigate le scartoffie di turno, lei mise gli adesivi alle valigie, al bastone, al trasportino ed alla carrozzella, pesò il tutto e mi disse che c'erano trenta chili di extra peso.

Lo sapevo, le valigie le avevo pesate a casa ma spedire in un altro modo sarebbe stato più dispendioso e molto meno veloce: la tariffa che mi era stata indicata dal sito internet era stata di dieci ero a chilo ed io ero pronta a spendere quei trecento euro per due volte, cioè da Alghero a Linate e da Malpensa a Praia , che un'altra soluzione non l'avevo trovato. E poi, nonostante quello, a casa di Maia c'erano finite tre scatole con dentro cose meno indispensabili, con l'intenzione di spedirmele un po' alla volta nei mesi a venire.

Quindi a quel punto Maia mi accompagnò fino alla cassa dove però mi vennero chiesti solo 75 euro, invece di trecento..

Io accettai in silenzio quello sconto sulle mie previsioni, senza indagare se vi fosse un errore oppure la tariffa applicata fosse stata diversa: a volte la vita fa qualche regalo persino a me.

I costi per quel lungo viaggio erano stati ingentissimi e se mia madre non mi avesse finanziato interamente io non avrei mai potuto affrontarlo, dato che con la mia pensione di invalidità e l'accompagnamento, avendo un ingente affitto da pagare, arrivavo a malapena a fine mese.

E quella è una delle ragioni per cui ho deciso per l'espatrio, dato che sull'isola dove mi stavo recando, il denaro italiano aveva ancora un valore bastante a sopravvivere un po' meglio.

 

C'era tempo per andare al bar e fare colazione, c'era abbondante tempo, che eravamo in netto anticipo sulla tabella di marcia e quindi dissi a Maia di spingerci fino al bar che, naturalmente, si trovava dalla parte opposta dell'imbarco. Però, senza le valigie, tutto era più facile: lo zainetto era appeso dietro alle maniglie della carrozzella, la borsa con il pc ce l'avevo a tracolla ed il trasportino mi stava sulle ginocchia.

Al tavolino appoggiai tutto, per stare più comoda e poter sorbire la mia ultima colazione italiana. In quel momento pensai a quante quante tazze tazzine bicchieri brioche sandwich tramezzini avevo gustato negli anni passati ma, incredibilmente, quello era l'ultimo, proprio l'ultimo latte macchiato chiaro e con la schiuma, come piaceva a me, l'ultima frittella con la crema e lo zucchero semolato sopra.

Che strana parola, pensai, ' ultimo ', e di nuovo dovetti reprimere vigorosamente le lacrime.

Il latte era buono, non troppo caldo, corposo, la frittella assai fragrante. Guardavo Maia che sorbiva il suo cappuccino difronte a me e masticai, con i bocconi del dolce, anche ed ancora quella scomoda parola: ultimo.

 

Ma dopo poco si avvicinò la persona del servizio per gli invalidi e mi chiese se ero pronta, che mi avrebbe portato al controllo del metal detector e poi al gate per affrontare prima l'imbarco del mio micio e poi, a tempo debito, il mio.

Sempre, date le mie condizioni di ' trasporto eccezionale' dovevo essere in aeroporto almeno un'ora e mezza prima del volo, dato che ero, per necessità organizzative, la prima a salire e l'ultima a scendere.

Era giunto il momento di salutare Maia, che già mi stava guardando con gli occhi lucidi.

La abbracciai forte ma poi mi staccai, tirai via, che sentii le lacrime premere ancora troppo urgenti. Le diedi ancora del denaro per le prossime spese che avrebbe dovuto affrontare per me, dato che ne avevo risparmiato con l'extra peso, le chiesi di salutare per me tutti i nostri conoscenti comuni, la ringraziai di tutto quello che aveva fatto per me e, vedendo che lei pure era commossa, dissi al mio accompagnatore che ero pronta. Ancora un abbraccio e mi girai verso il corridoio lungo il quale l'uomo mi avrebbe spinto.

Sentii il suo sguardo seguirmi per qualche passo poi il ticchettio dei suoi passi mi disse che se ne stava andando, lei pure.

Non mi voltai, che anche quell'addio ero un macigno pesante.

 

Al controllo dei bagagli a mano, posi tutto nelle bacinelle di plastica e mi feci ' perquisire ' dalla assistente che, con i guanti di lattice, fece finta di controllare se avessi addosso armi o altro..

Passai, ringraziandola, oltre la barriera ma venni richiamata da uno degli steward che stavano controllando la videata del metal detector e che, con espressione seria che mi preoccupò, anche solo per un attimo, mi mostrò il mio coltellino serramanico svizzero, di quelli con tante lame e tanti piccoli utilissimi indispensabili attrezzi, come forbicine, pinze, cacciavite, apriscatole ed altro, chiedendomi se fosse mio.

Mi sentii arrossire, forse anche dal sollievo, che chissà che paura avevo, dato che non portavo nulla di illegale, con me ma si sa che, al confronto delle autorità tutti abbiamo come un timore atavico. Gli confermai che sì, il coltellino era mio e lui, finalmente sorrise, dicendomi che gli dispiaceva molto ma non avrei potuto portarlo con me. Mi chiede se avessi potuto consegnarlo a qualcuno ma ormai Maia era andata e quindi non mi restò che accettare che lui lo buttasse via con un gesto di maestosa noncuranza.

Avevo quel coltellino da almeno trent'anni, forse più e mi era stato prezioso compagno in tante occasioni. Mi dispiacque vederlo sparire nel grande cesto per i rifiuti ma ormai, in quei giorni, mi ero separata da così tanto della mia vita, tra persone ed oggetti, poiché tante altre cose che mi accompagnavano da tempo avevano trovato la via della loro estinzione, che chiusi anche su di esso la porta di un rimpianto che non potevo permettermi di provare.

Quindi mi vennero riconsegnati tutti i miei averi, gatto compreso e l'accompagnatore mi spinse fino ad una stanzetta che dava, tramite una porta di ferro, direttamente sul piazzale di manovra, nella quale un giovane mi chiese di consegnarli il trasportino con il gatto, che tenevo sulle ginocchia.

Glielo porsi e lui lo appoggiò su di un ripiano e chiuse la porta.

Mi chiese allora di aprire la gabbietta per fargli controllare se dentro, oltre al gatto ed al panno assorbente che avevo messo perché stesse più comodo ed asciutto, nel caso si fosse sentito poco bene, ci fosse stato qualcosa di illegale. Eseguii e lui, un po' preoccupato, si informo' se il mio micio fosse di indole buona. Io lo rassicurai ma il ragazzo mise molto cautamente le mani sotto il panno: evidentemente era stato morso o graffiato, in una qualche occasione precedente. Bainjo, però, non si scompose, restando serio a guardarmi, senza cambiare l'espressione dei suoi grandi e bellissimi occhi.

Terminata la veloce ispezione la gabbia fu richiusa ed io chiesi al giovane cosa sarebbe successo nel frattempo al micio, prima dell'imbarco nella stiva, dato che, sempre a causa del mio essere un trasporto eccezionale, lui non avrebbe potuto viaggiare in cabina con me.

Mi rispose che lo avrebbe tenuto al riparo il più possibile da correnti, visto il freddo intenso di quel mattino ed io lo ringrazia molto, raccomandandomi ancora. Feci un altro grattino tranquillizzante a Bainjo e lo lasciai al suo destino, al suo primo e, spero, ultimo viaggio in aeroplano, mentre di nuovo l'addetto mi accompagnò lungo una sala praticamente deserta, mi parcheggiò vicino al posto di controllo dei documenti prima per l'imbarco e, dicendomi che sarebbe tornato al momento prestabilito, se ne andò, lasciandomi sola.

Mancava quasi un'ora alla partenza.

 

L'attesa è uno strano animale: sa dilatarsi come fosse fatta di elastico, sa pizzicare come fosse foderata di spine, sa molestare come potesse parlare a sproposito. Sa essere tanto ingombrante da rendersi veramente insostenibile.

Ero stanchissima ma troppo agitata per avere sonno e per tirar fuori il mio pc, cercando qualcosa da fare, anche solo il solitario con le carte, per ingannare quel tempo melmoso che mi stava davanti.

 

Erano più di quattro anni e mezzo che vivevo in Sardegna: avevo creduto che ci avrei trascorso tutto quello che mi restava da vivere ma il mio destino mi stava sorprendendo di nuovo e questa volta di brutto.

Gli anni passati lì erano stati duri, durissimi: due tentativi drastici di suicidio che si erano risolti con altrettanti miracoli, la caduta dalla scala che mi aveva regalato un'infermità, quella sì che sarebbe durata fino all'ultimo mio giorno e, come ultimo terribile baluardo da superare, la dolorosissima quando intensa storia d'amore con una giovane fanciulla, figlia della grande isola che stavo lasciando.

Non mi era stato facile abituarmi agli usi e costumi sardi, anzi, non mi c'ero abitata mai, non avevo mai assimilato quel modo di vivere così diverso dal mio, che sono aperta e spontanea quanto loro sono chiusi e misurati. Due mondi paralleli, il mio e quello delle persone che avevo incontrato, che, a parte pochissime eccezioni, non si erano incontrati mai.

Avevo sofferto molto lì, decisamente ma anche avevo conosciuto una felicità che non credevo potesse esistere, amando.

E, proprio perché quella felicità mi era stata strappata ed il mio cuore ne era stato dilaniato, su quegli scogli si era infranta la speranza di poter stare ancora bene.

 

Quindi, mentre i minuti scorrevano con una irriducibile lentezza, tutto quello che avevo vissuto in quegli ultimi anni mi si parò davanti, raccontandosi senza parsimonia, fino a mostrarmi anche l'ultimo infinitesimale particolare.

E, immobile sulla mia sedia a rotelle, feci un viaggio di sola andata dai miei ricordi verso un futuro assai incognito ma dotato di qualche speranza.

 

Come Dio volle l'attesa si assottigliò fino ad esaurirsi e fui caricata sull'elevatore che mi alzò, percosso da un forte vento invernale, fino alla carlinga del velivolo, dove, aiutata dalle hostess, mi accomodai in un sedile della seconda fila, dalla parte del finestrino, mi allacciai le cinture di sicurezza, rollai con i motori ed il carrello per il decollo e mi staccai dal suolo della Sardegna, di certo, molto probabilmente per l'ultima volta.

L'aereo si slanciò verso l'alto ed io pensai:

E' fatta... “

Il viaggio verso l'isola di Maio, nell'arcipelago di Capo Verde, Oceano Atlantico, al largo delle coste centrali dell'Africa nera, era finalmente cominciato.

BAINJO
BAINJO

 

 

SECONDA PARTE

 

In un attimo l'aeroplano si trovò sul mare.

Guardavo dall'oblò le coste che si allontanavano velocemente e il paesaggio che si allargava.

Pensavo: ecco che lascio la Sardegna come ho desiderato molto ma non è per tornare in Romagna, a casa.

Che stano, ora provo amore per queste acque che si stanno dileguando, per queste rocce rosse, per queste strette vallate punteggiate di olivi.

Provo tenerezza, quella che non avevo sentito mai.

Forse sarà che in ognuna di queste briciole di tera e di mare, in queste piccole insenature, in queste spiagge che sto lasciando, quasi sicuramente per sempre, è sepolto l'amore che ho vissuto, il dolore, i sorrisi, l'estasi, le grida, i silenzi. Sono perdute le lune al mattino che schiarivano nel sorgere del sole, sino a dileguarsi nello splendore stupito dell'alba. Le fronde dei pini che ondeggiavano al vento, sussurrando nelle mie notti insonni, dettandomi parole, colorando le mie assenze.

Ora tutto si allontanava, tutto si stemperava nel blu del mare Mediterraneo, nel quale il sole tramonta.

Io, pensavo, che sono nata sull'Adriatico, sul quale il sole sorge, sono figlia di entrambi: penisola, poi isola e finalmente scoglio. Scoglio sarò dove tutto sarà lasciato e nello stesso tempo, immortalato dalla perdita.

Così guardavo il blu cangiante dell'acqua nel riflesso del sole nascente, tra le nubi bianche di una freddissima mattina di febbraio, lasciare definitivamente le coste dell'isola sarda , esattamente come le sentissi sfilare via, strappate a forza, scucite dai lembi del mio cuore.

 

I sedili degli aeroplani mi vanno sempre stretti, corti, duri: sono scomodissimi.

Avevo il cuscino per la cervicale che attutiva un po' la difficoltà della posizione che dovevo assumere ma mentre i minuti passavano il disagio aumentava.

Era un combattimento all'ultimo sangue tra i miei muscoli e le mie ossa ed i miei pensieri: però non vi erano né vinti né vincitori, solo una lotta senza quartiere.

Poi arrivò la neve.

Un bianco abbagliante e di lassù le Prealpi e le Alpi sembravano le montagne di carta del presepe.

 

Avevo tirato fuori il cellulare e stavo scattando foto.

Per qualche caso del destino quell'oblò era pulitissimo, cosa che non mi era mai capitata di vedere e, riguardando gli scatti, mi accorsi che erano assai belli.

Pensai che li avrei postati sul mio sito e su FB e continuai a scattare.

La neve..........

 

Quanta neve avevo visto, fin dalla mia infanzia? Quanto mi ci ero rotolata, bagnandomi tutta, scivolandoci sopra, prendendola tra le mani per farne palle da tirare agli amici? Quante volte l'avevo guardata scendere con il naso schiacciato contro il vetro oppure fuori, anche nelle notti ravennati, quando uscivo in macchina da sola e vagavo lentamente in perfetta solitudine sulle strade coperte dalla morbida abbacinante coltre, mentre ogni albero, ogni cespuglio si trasformava in uno spettacolo unico e meraviglioso?

La neve sotto gli stivali, nei sentieri della pineta San Vitale, con gli alberi carichi fini a piegarsi a terra oppure a spaccarsi.

La neve stretta dal ghiaccio che diventava dura e merlettava con la galaverna ogni tenera fogliolina, ogni asperità del terreno, ogni superficie, ovunque.

La neve che fasciava altissime montagne, come quelle che erano in quel momento sotto di me, rivestendole come un sarto di gran moda, con i lustrini i lamè più belli, che avevano tutti i luccichii del bianco, dell'azzurro, del grigio, del rosa.

La neve che trasformava tetti e muri ed asfalto in qualcosa di nuovo, naturale, come se Madre Natura si riappropriasse di ciò che le era stato strappato dalla mano rapinatrice dell'uomo.

Scintillava al sole, quella neve, madre di tutte le nevi della mia vita. Ultima di tutte le nevi della mia vita..

 

Accidenti, quanti ultimi, quanti ultimi.

Estrassi la bottiglietta dell'acqua che era nel mio borsello e ne buttai giù un lungo sorso ma quella parola mi rimase impigliata tra i denti, incastrata come un boccone troppo grosso nell'esofago e non scese di nulla, mentre già le montagne sfilavano via, la neve aveva lasciato i campi che si stavano riempiendo di case, sempre più fitte, sino a diventare una città senza interruzione, a distesa, sotto..

Stavamo per arrivare: l'ora di volo era ormai terminata, gli assistenti controllavano già tra i passeggeri se le cinture fossero allacciate, l'aereo perdeva di quota, virava, frenava, si imballava, toccava il suolo, frenava più forte, sobbalzando, filava via liscio verso la tana dell'aeroporto, che lo accolse immobile e senza espressione.

 

Come il velivolo fu fermo tutti slacciarono freneticamente le loro cinture, si alzarono, indossarono soprabiti sciarpe, cappelli, presero le loro borse, i loro trolley e via, ad uscire, più in fretta possibile, verso un altro aereo, un treno, un taxi, un ufficio, una riunione, un incontro o chissà cos'altro

Mi chiesi quante storie dietro ognuno di quelle ignote e comuni facce che sfilavano via verso il portellone aperto senza lasciarmi che il ricordo di una sola massa semovente, bisbiglianteal personale di volo, che rispondeva con un sorriso di plastica: Buongiorno, Buongiorno...

Io li guardai eclissarsi, seduta tranquilla, tanto dovevo attendere che fossero scesi tutti poi, come una vecchia tartaruga rattrappita, mi alzai da quella scomodissima poltroncina, feci, appoggiandomi ai sedili, i pochi assi che mi separavano dal portellone e mi sedetti finalmente sulla mia sedia a rotelle, che l'elevatore aveva portato su, proprio per me.

Beh, decisamente meglio.. sospirai.. Ero sfinita e non era che l'inizio..

Questo pensiero un poco mi spaventò ma lo scacciai.

Già da un po' pensavo al mio micio, come sarebbe stato, come l'avrei trovato, se fosse stato terrorizzato, se avesse vomitato o fatto pipì. Non vedevo l'ora di controllare le sue condizioni. Estrassi il cellulare ed inviai un messaggio ai signori che lo avevano adottato e lo stavano aspettando.

' Stiamo arrivando! ' mi risposero ' Fatti accompagnare alla sala amica, veniamo a prenderti lì.'

 

Il gentile assistente mi chiese se avevo bagaglio da ritirare, io annuii:

' Eccome, 'gli dissi, ' tre valigie ed un gatto! Forse le conviene chiamare rinforzi! '

Infatti al girotondo delle valigie in arrivo un altro addetto già ci aspettava con un carrello.

Quando finalmente mi misero sulle ginocchia il trasportino del gatto e guardai dentro, incontrai gli occhi azzurri, un poco dilatati e stupiti, di Bainjo che immediatamente cercarono i miei, come emettendo un respiro di sollievo.

Infilai le dita tra le maglie dello sportellino e gli grattai la testa, che lui mi porse, cominciando subito a fare le fusa: era vivo, stava bene, né vomito, né pipì, né terrore né altro.. solo era tanto triste, lo sentivo, tanto triste, come me.

Dissi ai miei accompagnatori di portarmi alla saletta amica che alcuni amici sarebbero venuti lì a prendersi carico di me e quindi loro, solertemente mi spinsero lungo corridoi,sale ascensori, fino alla destinazione richiesta, chiacchierando amabilmente con me.

Linate era già in frenetico trasbordo di valigie, passeggeri, assistenti, piloti, donne delle pulizie eaddetti alle varie incombenze, in un frenetico via vai multicolore che mi fece girare un po' la testa. Mi sentivo i pensieri felpati scivolare dalle mie ruote a quel pavimento snello e veloce di linoleum. Non ero più abituata a tanta gente: sull'isola avevo vissuto una specie di ritiro burbero e silenzioso dove ben poche persone erano riuscite a varcare le strette maglie della mia chiusura.

E poi, la vita in Sardegna non era così caotica, a parte in Sassari nelle ore di punta, che io evitavo accuratamente e nelle quali mi ero trovata ben poche volte.

Per il resto avevo vissuto in paesini assai piccoli, quieti e la mia ultima casa era immersa in una pineta, in un residence praticamente deserto dieci mesi su dodici.

Tutta quella gente, quelle voci, gli altoparlanti, il profumo del caffè dai bar affollati, i display luminosi, i video.. beh, non c'ero davvero più abituata.

I micio miagolò un paio di volte, come per darmi conforto. Ero stanca. Sentivo il pianto salirmi in gola.

Un altro ultimo.. accidenti, accidenti.

 

Arrivammo alla sala amica, affidai i miei averi qualche minuto ai due uomini ed andai alla toilette per gli invalidi: grande pulita comoda, con tutto al proprio posto, persino profumata.

È sempre una grande soddisfazione trovare dei servizi così.

Poi mi ' appoggiarono ' in un angolo, in attesa dei miei amici e se ne andarono accompagnati dai miei ringraziamenti.

Misi di nuovo le dita attraverso lo sportello del trasportino e sfregai il muso del mio micio, gli accarezzai le orecchie, gli grattai sotto il collo, dove gli piaceva tanto. Lui si faceva fare, silenzioso.

Erano i nostri ultimi minuti, lo sapevamo entrambi. Che che ci potevamo fare?

In quella sala dalle poltrone di stoffa rivestite di rosso spento cercai di raggruppare tutte le carezze che non gli avrei più dato, il cibo che non gli avrei più porto, le ore di sonno che non avremmo più condiviso, io lui e Gine, sotto la stessa coperta, a farci caldo a vicenda nelle lunghe notti invernali.

Ricordi, Bainjo, gli dicevo senza parlare, le tue corse dietro Gine, nel giardino, tra i pini?

E le tue arrampicate sugli alberi fino lassù, lassù in alto, anche quando eri piccolino e poi miagolavi di paura e ci mettevi le ore per trovare il coraggio di scendere giù?

Ricordi quando Gine ti allattava, che tu avevi quattro mesi e lei, in gravidanza isterica dopo il suo primo calore, si fece venire il latte per te? E tu, che ti attaccavi come fosse la tua mamma, facendole la pasta con le zampine e le fusa che ti sentivo dall'altra stanza. Eri così piccino e latteo, da bimbo ed ora sei un bel gattone dal manto caramellato intensoe le punte quasi nere.. che bello che sei diventato!

Ma tu eri il ' suo ' gatto, io ti avevo cercato soprattutto perché percepivo che lei si sentiva sola. Un altro cane era troppo impegnativo, per mema un gattino sarebbe stato perfetto.

E così ti cercai e ti trovai, siamese come ti desideravo.

Ma appena arrivato ci facesti proprio un bel regalo, a me e a lei, che ci attaccasti il fungo del pelo e ci riempimmo di bolle, che sembravamo lebbrose entrambe, mentre tu eri perfetto dovunque!!

Siamo stati bene, noi tre, vero?

Sì,certo, poi sono arrivato gli altri gatti, tra cui Angelino, che si è aggiunto al lettone con noi, ma il nucleo eravamo sempre noi tre.

Sei stato un bravo micio, gli dicevo ancora, in silenzio, mentre frugavo tra il pelo morbido della sua nuca, cercando l'altro posticino che gli piaceva tanto, e mi dispiace se non ti ho dato più vizi, se non ti ho dato tutti i giorni il parmigiano o la mozzarella, che ti piacciono tanto, oppure il prosciutto.

Sai, io credevo che saremmo stati insieme per tutta la vita, la tua almeno, che a maggio compi due anni, e pensavo che avrei avuto tutto il tempo per riempirti di vizietti e riempirmi deltuo amore grande. Invece, mi sento una traditrice, a darti via così ma come potrei portarti in Africa, con me? Il viaggio lunghissimo, poi tre giorni in albergo prima di arrivare a casa e poi, a casa, come fare a farti abituare? Anche l'acqua, per te, potrebbe essere mortale, che non ci sei abituato. Come fare, come fare, che non so neppure io come farò, laggiù??

E allora vedrai, con questi due amici starai benissimo, che hanno una bella casa con giardino e gli alberi da scalare ed un cagnone buono da coccolare.. c'è anche un altro gattino siamese come te, più piccolo. Fai il bravo, con lui, mi raccomando, nonfar finta di essere cattivo cattivo, come facevi con Angelino, che gli soffiavi forte sul musetto, fingndodi picchiarlo, come fossi un prepotente, mentre invece lo so io e lo sa anche lui che tu sei un buon gattone! Vedi, anche Gine non è potuta venire con me, per gli stessi motivi tuoi, non ho fatto differenze, tra voi, la nostra famiglia si è smembrata, il caso, il destino o Dio, così ha voluto. D'altronde, anche se io non andassi in Africa, voi non sareste potuti venire con me, nella mia nuova destinazione, che in una struttura per anziani non accettano gattini né cagnolini.

Ed io, tu lo sai, tu l'hai sentito, sono ammalata, sono stanca e non ce la faccio più, a stare così sola, che lo so, se tu potessi, mi aiuteresti, lo so, perché mi hai sempre seguito dovunque andassi, se solo potevi, quando uscivo fuori con la carrozzella elettrica per il giardino o la pineta e tu venivi con me e Gine, mi correvi dietro proprio come lei e sei sempre stato ubbidientissimo, capendo ogni mio gesto, ogni mia parola.

Quindi, vedi, bambino mio, che la vita è fatta così, decide per noi, alle volte e non ci si può ribellare.

Sono sicura che starai bene, con loro, tu dagli il tempo di dimostrarti come sono bravi. Non ti mancherà mai nulla, io lo so, sono certa, né cibo, né calore, né cure né coccole. Non soffrire, quindi, non ti preoccupare, stai sereno......

Però, ti prego, non ti dimenticare mai di me che io non potrò mai dimenticarmi di te.

Ho avuto moltissimi gatti, nella mia vita, lo sai, eravate in dodici almeno, nella veranda di casa nostra. Li ricordo quasi tutti, direi, i gatti dai miei diciotto anni ma tu, tu sei davvero una creatura speciale. E ti voglio bene, un bene dell'anima. Non lo dimenticare mai.

 

E su quelle parole arrivarono. Gentili, affettuosi, cortesissimi.

Fecero tanto di meraviglie guardando il loro neo gatto attraverso il trasportino, che Bainjo è davvero bellissimo.

Po ci presero, ci fecero scorrere di nuovo tutto l'aeroporto, sempre più affollato e chiassoso, fino ai parcheggi, fuori: il tempo non era molto, si doveva essere in Malpensa almeno alle 10 e 30, che il mio aereo per Lisbona partiva poco dopo mezzogiorno ed il traffico, a quell'ora, a Milano, non era certo clemente. Caricarono tutto sulla loro auto, stipandola fino all'inverosimile e poi partimmo.

Mentre conversavo amabilmente con loro, scoprendo che erano perfetti come genitori adottivi per il mio micio tanto quanto lo sarebbero stati come amici miei, se avessimo avuto l'occasione di frequentarci, il mio sguardo rimase intrappolato nelle corsie soffocate della tangenziale milanese.

Quanto tempo che non entravo in una autostrada, che non scendevo in un autogrill! E pensare che per decenni erano stati la mia normalità, se non la quotidianità.

Come cambia la vita, - pensavo - e come ci cambia....

Mentre avrei voluto potermi fermare ancora e fare un giro di giostra in uno di quei bellissimi autogrill, per comprare un sacco di dolcetti e cioccolatini ed un giocattolo per i miei bambini piccoli, che aspettavano a casa il ritorno della mamma e della sorella maggiore dall'esposizione canina domenicale di turno.

Ma come cambia la vita, e ci cambia.. ed i bimbi erano cresciuti e non si ricordavano più dei dolcetti e dei giocattoli ma solo dei problemi.

Ed io andavo in Africa anche per quello.

 

Così si arrivò in Malpensa, si scaricò tutto e mi affidarono al solito addetto ai viaggiatori con handicap.

In fretta allora, un abbraccio, un bacio, ciao ciao, fai buon viaggio, grazie di tutto, datemi notizie, stai tranquilla che andrà tutto bene, certo sono serena, e anche tu dacci notizie al tuo arrivo, ciao ciao... e un ultimo sguardo al trasportino, di sfuggita, che non c'era più tempo, a quegli occhi azzurri stampati un'ultima volta dentro i miei.

Ciao Bainjo, amore, ciao....

PAESE MIO CHE STAI SULLA COLLINA-  2012 olio su tela 13 x 18
PAESE MIO CHE STAI SULLA COLLINA- 2012 olio su tela 13 x 18

 

 

TERZA PARTE

 

 

Via, in fretta, senza neppure il tempo di una lacrima, un pensiero...

Il check - in è più importante di ogni sentimento, di ogni dolore, dubbio, rimpianto. Non aspetta, non comprende, macchina che tutto divora, quel check - in del cavolo.

 

Ma per fortuna, per fortuna, che si deve andare e l'addetto alla mia carrozzella parla e mi distrae, che quell'azzurro dilaga, dilagherebbe, con i fotogrammi di ogni momento che è stato accanto a me, fisso in me. Che diventa simbolo, diventa vessillo e portabandiera di un mondo che finisce, che si strappa, che si scuce ed io so, so già che non ci sarà sarto che potrà mai riparare due mondi che si separano, si danno addio. Che ci vorrebbe il chirurgo, non il sarto, che è la mia carne che si scuce e si lacera.

E non è un gatto, non è un cane... sono io.

Io bambina, io adolescente: i sogni le attese le certezze che si sono sgretolate nel tempo ma avevano conservato un tronco, se pur tagliato. Spezzato, divelto, semi distrutto ma ancora vivo, ancora capace di emettere nuovi rami e nuove foglie.

Ed invece, ora, ho solo la tasca piena di semi e un vento che mi porta via. E forse la troverò, la nova terra, dove far cadere quei semi ed annaffiarli con le mie lacrime perché sorga ancora, di nuovo, quel germoglio di me.

 

Ma il check in ha il volto di una signorina che parla portoghese e sul display, in alto, sulla tabella c'è un nome che non avevo mai letto: TSV, i trasporti aerei portoghesi, che io so dove sta il Portogallo ma è sempre stato il retro della Spagna, un pezzo lungo e stretto della Penisola Iberica e non altro. Che non so neppure una sola parola, di portoghese, che so a malapena che Lisbona è la capitale ma altro non so.

Ma che importa, a quella signorina, che parla comunque italiano, che importa di tutto quello che viaggia nella mia mente alla velocità dell'abbattimento del muro del suono?

E così le sorrido, le parlo, rispondo alle sue domande, le do i documenti, il passaporto e lei pesa i bagagli.

Alza il viso dal suo display, perplessa, dopo una sospensione di qualche attimo e mi guarda interrogativa e sulle spine, chiedendomi se sapevo che c'erano trenta chili di sovrappeso.

Ed io, notando il suo malcelato sgomento, le rispondo, sempre sorridendo, che si, lo sapevo, che avevo volato da Alghero fino a Linate poche ore prima ed avevo pagato l'extra peso. E le chiedo quale fosse il problema.

E lei mi risponde chiedendomi a sua volta se fossi informata della tariffa dell'extra peso.

Ed io le chiarisco che sì, sono informatissima, che su internet, alla loro pagina, avevo letto che erano 10 euro a chilo, quindi trecento euro e che li avevo, in contanti, pronti, che spedire quei chili in altro modo sarebbe stato più dispendioso e molto più lungo mentre io avevo bisogno di quel bagaglio che c'erano i miei effetti personali e che io andavo a viverci, laggiù in quella isoletta, a causa del clima che forse avrebbe potuto farmi vivere meglio.

Ma in fondo cosa interessava a lei, dei miei problemi?

Eppure la vedo che mi ascolta, sempre più preoccupata e mi informa:

Il prezzo per l'extra peso che mi da il programma è di 30 euro al chilo. Quindi lei dovrebbe pagare 900 euro.... “ e interrompe volutamente il suo discorso attendendo la mia reazione.

900 EURO!

Ecco, penso, cos'era quell'aria preoccupata e quel nodo che mi si era legato nello stomaco.

La guardo allora, seria ma dolce, che avevo capito e visto quanto tutto quello preoccupasse e sconvolgesse anche lei e le dico che io non avevo con me tanto denaro, cioè, che l'avevo ma che mi sarebbe servito per pagare l'albergo ed altro, a Praia, dove ero attesa ed era stata prenotata per me una camera. E che, comunque, albergo a parte, era una cifra altissima che avrebbe sconvolto abbondantemente i miei piani.

Lei, allora, mi chiede di attendere un attimo e a me mi sale un magone ancora più grosso, una paura che cerco di nascondere in un altro sorriso mentre le dico che faccia pure e la guardo mentre alza il suo telefono di servizio ed in portoghese dice alcune parole, prima di riattaccare, di guardarmi ancora di sfuggita e poi seppellirsi nel display come fosse a caccia della ricetta per la pietra filosofale.

E non passano che pochi minuti, in un silenzio incredibile, affogato nel frastuono del grande aeroporto mulinante di voci e di rumori ed ecco arriva una seconda signorina sorridente che si avvicina alla prima, si mette in piedi accanto a lei e l'ascolta mentre quella le dice cose in questa lingua a metà tra lo spagnolo ed il brasiliano, di cui io non afferro proprio neppure un fonema.

E dopo, ecco che sono quattro gli occhi che si alzano dal display e mi guardano preoccupati, per poi tornare a scartabellare tra i file, i comma e non so quale altra diavoleria vanno aprendo con il mouse. Poi la seconda giovane in divisa verde e grigia saluta la prima, saluta me in italiano e se ne va, lasciando la gatta da pelare alla sua collega che, però, dopo aver avuto ancora un attimo di sospensione ed avermi squadrato ancora una volta di sottecchi, parte decisa, fa la stampa di una cosa, la prende, l'appallottola, la getta nel cestino, invisibile vicino ai suoi piedi, prende un altro piccolo modulo, vi verga qualcosa in fretta a mano e mi dice, tendendomelo:

Ecco, ho fatto così, ho scritto che i chili sono 15, quindi, se anche il prezzo che l'addetto alla cassa le chiederà fosse davvero quello di 30 euro al chilo, lei dovrebbe pagare 450 euro. Può farlo? “

450 euro sono più di 300 ma molto meno di 900 e quindi le confermo che sì, li posso pagare e la ringrazio ma non tanto con le parole, che nessuna parola sarebbe all'altezza, quanto con lo sguardo ed il mio sorriso che cerco di rendere il più tenero possibile.

Capisco che nessuno glielo ha fatto fare, di mettersi in quel pericolo per me, che so, immagino che se venisse scoperta, rischierebbe molto, forse persino il posto di lavoro e quindi la mia è vera gratitudine. Le dico che può stare tranquilla, che io non la tradirò di certo ed ancora la ringrazio, salutandola affettuosamente.

Poi l'addetto mi spinge per diverse decine di metri fino allo sportello dalla cassa, dove un paio di persone si trovano in fila. Il tempo stringe e il ragazzo fa avvalere il mio diritto di saltare le code e mi mette sotto il naso dello steward che prende il biglietto che gli porgo, tranquillo, con il suo solito prestampato sorriso fasullo, che lui non sa, non deve sapere, cosa c'è sotto.. ed il cuore mi batte un po' più forte, che chissà, magari lui mangia la foglia e chiede spiegazioni, altri controlli, mentre invece, no, lui è tranquillo e pacifico che, in fin dei conti, cosa gli importa a lui, che deve solo tirare a finire il suo turno e farlo con il minor sbattimento possibile, come tutti lì, d'altronde.

Quindi si mette a battere sui tasti della sua tastiera e inserisce tutti i dati e poi mi dice:

125 euro... “

 

125 EURO?????????

E cerco di frenare il sorriso che spontaneo mi fiorisce sul viso, un sorriso di stupore e soddisfazione mentre penso che avevo pagato meno della metà di quello che avevo previsto, esattamente come mi era successo a Linate, che, accidenti, quel giorno mi andava proprio di culo e, mentre conto il denaro e glielo porgo, ritiro la ricevuta e mi faccio spingere verso il metal detector ed il controllo della polizia, un sospiro di sollievo mi allarga il petto, si porta via il magone e mi rilassa, che sì, il denaro non dà la felicità, questo lo avevo capito da tempo ma altrettanto sapevo che, senza, era una grandissima complicazione.

 

Così si arriva al posto di blocco, si fanno tutti i trasbordi, che ormai mi sento una viaggiatrice navigata, mi faccio di nuovo mettere le mani addosso con ulteriore soddisfazione dalla – davvero carina – hostess/poliziotta, riprendo il mio bagaglio a mano, vengo sospinta al solito verso il gate di imbarco e mi trovo di fronte ad altri 45 minuti di attesa, che la cosa assurda è proprio quella: corri corri che si fa tardi al check in, che devo essere la prima e poi, ecco l'attesa, inutile farraginosa attesa sulla mia sedia a rotelle, nel vuoto pneumatico di una sala gremita di gente, mentre sono tutti in compagnia e sono famiglie, amici, amiche, parenti, figli, madri padri e tutti si parlano, si guardano, si alzano, si siedono, vanno a prendersi l'acqua, un caffè un pacchetto di qualcosa mentre io sono lì, con il mio zainetto ed il mio pc, nella borsa nera a tracolla e sono sola, che do l'addio all'Italia e alla mia vita vissuta fino ad allora ma sono sola, solissima.

La guardo, quella gente che prenderà l'aereo con me, che moltissimi sono portoghesi, diversi di colore, e sono tutti indaffarati e pieni di discorsi da fare e di cose da definire, con chi è a loro accanto. E ci sono bambini che corrono, che succhiano una cannuccia o pasticciano un biscotto, una patatina.

Ed io sono sola, a salutare l'Italia, che è diventata piccola piccola come il pezzo di linoleum chiaro che è sotto le mie ruote, che tutte le strade percorse, tante, tantissime, tutte le città, le spiagge, le montagne, il cibo il vino, l'acqua, le parole dette ed ascoltate in italiano, i visi conosciuti, le mani strette, le labbra baciate, i capelli accarezzati si sono ristretti, liofilizzati, concentrati in quel singulto cieco che mi sale in gola e non vuole uscire.

Allora tiro fuori il cellulare, scrivo qualche messaggio, cerco qualche appiglio, che mi sento scivolare, sto cadendo dentro le mie lacrime e non voglio farlo, non voglio, che non ha senso mettersi a singhiozzare in quella sala gremita, come un'idiota, come una scema, che già tutti mi hanno guardato con quello sguardo che dice: ' poveretta'... ti immagini se mi metto a piangere?

E penso che starò meglio, che ho una amica, che mi aspetta, che mi vorrà bene e si curerà di me, che non sarò più così sola ma, accidenti, in quel momento è una folla quella che mi viene alla bocca dello stomaco, una folla di visi e di nomi, di occhi lucidi o furenti, una moltitudine che dovrebbe essere lì, come me, anzi, dovrebbe assere accorsa lì a prendermi a portarmi via, a dirmi: ' Dove vai, dove vai, che qui ci sono io! Che io penserò a te e berremo e mangeremo ciò che ti piace e che conosci ed ascolterai ancora le dolci voci della tua terra e vedrai le verdi colline coperte di fiori a primavera e di rugginosi gialli in autunno, capirai le parole, dette nella tua lingua, nel tuo dialetto, nella cadenza che ti è dentro dal giorno della tua nascita. Dove vai che ci sono io, qui, che mi hai dato il tuo amore e le tue cure ed anche la la vita e, finché hai potuto ci sei stata, fino in fondo ed ora sì, tocca a me e sono felice di farlo perché ti voglio bene, ti amo! '

Mentre invece non c'è nessuno, nessuno, nessuno e tutto si dissolve, che l'attesa finisce e mi issano sull'aereo, nel solito modo e mi trovo seduta sul sedile, con le cinture allacciate, per due ore di viaggio verso Lisbona e nessuno arriva dalla porta del velivolo e si affaccia chiamando il mio nome e spiegando al personale stupito, che c'era un errore, che io non dovevo partire, che il mio posto non era quello, che il mio posto era in Italia, in Romagna, accanto ai miei famigliari, non in Africa, non su di un'isoletta sperduta, che era tanto lontana quell'isoletta e chissà cosa avrei fatto, là, come avrei vissuto.

E invece il portellone si chiude e di nuovo i motori rombano e fischiano e le ruote del carrello si staccano dalla pista, si strappano nel mio stomaco ed ecco che l'Italia si allontana, sparisce, si dissolve, mentre io la guardo fuggire via da un piccolo oblò schizzato di gocce di pioggia asciugata, diventa un ricordo, uno di quelli che pungono, che fanno male.

 

Così chiudo lo sportellino, cerco di sistemarmi meglio che posso, che il sedile è un po' più largo e comodo del solito, chiudo gli occhi ed affondo in un pianto senza lacrime e senza voce.

 

IL VOLO PERFETTO - 2011 olio su tela 13 x 18
IL VOLO PERFETTO - 2011 olio su tela 13 x 18

 

 

QUARTA PARTE

 

Ma è l'ora di pranzo, anche lassù nei cieli e, siccome il biglietto aereo costava una cifra discreta e la compagnia di volo non era la famosa low cost, che paghi meno il biglietto ma poi, anche se respiri, tutto il resto ti presenta il conto, vidi che il personale di bordo stava armeggiando attorno ai loro carrelli, tanto che, dopo poco giunsero anche da me e mi porsero un vassoietto caldo, chiedendomi cosa avessi desiderato da bere.

Mi feci dare allora dell'acqua naturale fresca, che avevo la gola riarsa come fossi stata nel deserto, nonostante la temperatura fosse stata assai fredda fino ad allora e, mentre me la servivano, aprii il tavolino pieghevole che era fissato al sedile davanti a me.

A quel punto mi accorsi che avevo fame, che l'ultima colazione all'italiana di diverse ore prima si era abbondantemente eclissata dal mio stomaco che, al profumo del cibo, aveva rialzato la testa e preso a brontolare.

Chissà cosa c'era, in quel vassoietto, mi chiesi, mentre lo aprivo e, con sorpresa, vidi che la parte più grande era occupata da qualcosa che assomigliava ad una lasagna mentre nella media vi era come una specie di spezzatino con patate e nella più piccola qualcosa che sembrava una crema catalana o similia.

Sempre più affamata attaccai allora le lasagne, che erano PROPRIO lasagne, con la pasta, la besciamella ma al posto del ragù c'erano delle verdure, cosa che mi andava ancora meglio. Quindi ne tagliai con la forchettina che, incredibilmente, era di metallo, generosi bocconi che mi si sciolsero, saporiti ma delicati, in bocca. Era grato quel cibo su tutta quella montagna di pensieri e di dolore, era come una zattera alla quale aggrapparsi e dimenticare, almeno finché reggeva alla furia delle onde, le ondate stesse che, pure, continuavano a scuoterla.

Così decisi di fare uno strappo al mio vegetarianesimo per scelta filosofica e mangiai anche lo spezzatino, che era tenero e saporito, con le patate ben cotte e piuttosto gradevoli. Pensai che fosse un cibo assai buono per essere un menù di un volo di linea ed ancor di più lo feci quando assaggiai quella crema che catalana non era ma un budino di riso dolce e con la cannella. Tanta cannella, che a me piace moltissimo.

E poi mangiai anche il panino con il burro salato, che mi piace assai meno ma lo mangiai, perché io, quando sono triste e soffro, mangio e ingrasso, che tutto si ferma, in me, il metabolismo, l'intestino, la diuresi e tutto quanto, tutto ma non l'appetito, che è un buco nero che non si riempie mai.

E non è il mio stomaco, dato che quello, prima o poi si riempie, anzi, tanto si riempie, che ogni volta poi sta male; no, non è il mio stomaco ma la fame. Fame di tutto quello che non ho, non ho mai auto o mi hanno portato via. Fame di tutto quello che desidero e sogno, fame di tutto quello che ricordo.

Quello è il mio buco nero e, dato che non ho null'altro da buttarci dentro, ci verso cibo, cibo e cibo, agli orari più impensati, soprattutto, quando si dovrebbe dormire e non si dorme che un'ora o due o tre per notte.

E questo succede da quando sono bambina, adolescente, tanto che ora sono obesa ed ho fatto tante diete, ma tante, tanti sacrifici, di tutti i generi e tipi ma ogni volta poi, cessato il regine di dieta, ingrasso e riprendo sempre tutto ciò che avevo perduto, con gli interessi.

Così, da tanti anni ormai, mi sono arresa e lascio che la mia follia decida se devo mangiare o meno, e mangio quando questa lo richiede e digiuno, perché tanto spesso lo faccio, quando la follia lo desidera.

Tanto io non ho più le forze di combattere tutto questo, che il mio vaso è colmo, troppo colmo, sempre colmo e basta nulla, davvero un nonnulla per farlo straripare.

 

Così spazzolai tutto quando, finanche vuotando perfettamente gli scatolini da forno a microonde persino negli angoli e raccogliendo pure le briciole, bevvi la bottiglietta d'acqua e, al posto del caffè che mi fu offerto, chiesi ed ottenni un bicchiere di tea caldo, sorseggiando anche quello mentre il personale passava a raccogliere e separare in maniera scientifica i vuoti, gli scarti di cibo e le posatine di metallo da lavare e riutilizzare insieme con i vassoietti, trovandomi poi, sazia, molto sazia e davvero stanchissima.

Quindi mi sistemai di nuovo il meglio possibile, aiutata dal mio cuscino per la cervicale e cercai di addormentarmi, chiudendo gli occhi, pensando che tanto, lo sapevo, non mi sarei addormentata assolutamente.

E invece mi addormentai davvero, anche se di un sonno che non sembrava sonno, come quando si sogna di non dormire, eppure mi addormentai, che il mio corpo sfinito, avuto il sopravvento sulla malefica adrenalina, - che io ne devo avere una produzione industriale e pure continuativa, - chiese ed ottenne dalla mia mente impazzita uno stop, staccò la spina, almeno in parte e crollò.

Perché quando mi svegliai era passata più di un'ora e il display che sporgeva dalle cappelliere due sedili più avanti, mi mostrava che il nostro aeroplano aveva già fatto tutta quella strada e si trovava non lontano da Lisbona, con un tempo rimanente di 20 minuti.

 

Mi ci volle un po', prima di riacquistare il dominio su di me fuori dal sonno, perché, lasciato andare, tutto quanto ci si rituffava dentro ma poi, alla fine mi destai definitivamente e sollevai lo sportellino dell'oblò, per guardare fuori, per vedere cosa fosse successo al mio mondo, nel frattempo.

Ed avevo caldo, molto caldo.

Fuori il cielo era azzurrissimo con grandi nubi bianche e fioccose che ci scivolavano a fianco, alcune toccandoci le ali, come volessero darci il cinque, mentre sotto si apriva uno spettacolo bellissimo.

Nella mia grande ignoranza geografica io non sapevo, o avevo dimenticato, che Lisbona è una specie di Venezia, con il suo Canal Grande e la sua immensa rete di canali secondari.

Solo che quello che vedevo, sotto di me e lontanissimo, era assai più grande e vasto: da un mare che lambiva spiagge bianchissime orlate di spume ancora più bianche, entrava nella città un largo fiume, oppure era il contrario, era un vasto fiume che si gettava nel mare, ma da lassù, che differenza c'era?

Non che la forma fosse quella di un delta e chissà come stavano veramente le cose, eppure, la sensazione che io provai fu che fosse il mare ad entrare nella città in modo prepotente e maestoso, a percorrerla con tutta una serie di dita d'acqua che sembravano andare a frugare in tutti gli angoli possibili, tanto che, a sento, mi pareva che le case riuscissero a non buttarvisi dentro.

E si vedevano ponti, di ogni foggia e misura e imbarcazioni solcavano le acque ma era come se il mare fosse lì lì per riprendersi tutto, fosse solo per una sua gentile concessione che, in un attimo, tutto tornasse di nuovo ad essere acqua e scogli, come chiaramente si vedeva subito fuori dell'imbocco del porto, sulla mia sinistra, che c'erano grandi scogli battuti dalle onde biancheggianti.

A quel punto, mentre guardavo meravigliata tutto ciò e pensavo di estrarre il cellulare per prendere qualche altra foto, pur se l'oblò era tutto schizzato di gocce di pioggia asciugatesi al vento della velocità, l'aereo cominciò a ballare vivacemente, dando via di coda e d'ala con notevole entusiasmo.

Accidenti, pensai, questa è una polca! O forse un flamenco, che magari lo ballano meglio, da queste parti.....

Il fatto era che il vento del mare, scendendo l'aereo di quota per atterrare, la faceva da padrone e il velivolo non era che un aeroplanino di balsa nelle mani di un bimbo che lo gettasse nell'aria e lo riacchiappasse per lanciarlo ancora, quando fosse atterrato.

 

Non avevo paura, nessuna.

Sono totalmente fatalista e poi, da quanto tempo invoco la morte? Se proprio quel giorno aveva scelto il vento dell'oceano per prendermi con sé, fosse la benvenuta.

Ma quasi nessuno degli altri passeggeri che potevo vedere dal mio posto, mostrò di essere preoccupato e pure il personale di bordo era del tutto tranquillo.

Ciò mi fece capire che questo era più che normale e che neppure quella volte Madama Morte sarebbe passata a ritirarmi.

Quindi restai tranquilla, a godermi la giostra e mi dimenticai delle foto.

 

L'aereo diede d'ala e scese, scese, mentre la voce dell'altoparlante ci ammoniva in diverse lingue di cui io non ne afferravo nessuna, neppure l'inglese, che si vedeva fosse pronunciato molto a modo loro, con tutta una serie di comandi e divieti che comunque, ormai li sapevo a memoria: allacciare le cinture, stare seduti, spegnere gli apparecchi elettronici e bla bla...

Davvero, dopo qualche volo diventa tutto incredibilmente ritrito, come il sobbalzo sulla pista, la frenata, l'uscita di tutti i passeggeri, in fretta in fretta, mentre io sto lì come una scema, a guardarli, uno per uno, cercando magari di immaginare cosa è venuto a fare, ognuno di loro, quel giorno a Lisbona, sull'aereo con me.

Ma, appena arrivò finalmente il mio turno di mettere le stanche ossa fuori dal portellone, dopo aver salutato il sorriso preconfezionato della hostess e ringraziato il comandante che aveva, devo dire con grande maestria, cavalcato il vento e quindi era lì, per prendersi i complimenti, da vero vanesio come sono tutti loro, una novità mi apparve, che mi ero dimenticata che la mia sedia a rotelle non faceva scalo, a Lisbona, restava nella stiva e quindi io dovevo aspettare la coincidenza per Praia su quella specie di ferrovecchio del giurassico che mi stava davanti, che non aveva neppure le ruote grandi ma quelle piccoline, in modo che, se nessuno mi avesse spinto, io non potevo muovere neppure un passo.

Ed era pure stretta.

 

Accidenti, pensavo mentre il sorridente ragazzo di colore mi spingeva vigorosamente per il corridoio che portava non so dove.. accidenti, speriamo che la sala d'attesa per i portatori di handicap sia comoda ed abbia almeno una poltrona reclinabile, che sono stanchissima e tutta un dolore e fuori dalla grazia di dio, nonostante abbia preso già una doppia dose di oppiacei.

E quindi mi rivolgo a lui che, per fortuna, scopro, parla inglese e gli chiedo lumi sulla mia sorte.

Ma il ragazzo, un po' contrito, mi dice che a Lisbona, un grande aeroporto internazionale, tutto bello e luminoso e pulito e lustro e multicolore, come io sto già vedendo, NON HANNO UNA SALETTA D'ATTESA PER I PORTATORI DI HANDICAP....

E dove mi metti? Gli chiedo in un inglese terrorizzato.

La porto nella sala di un fast food, dove c'è un tavolino e la vengo a prendere per il check – in, stasera alle 19,30...

Alla faccia....

 

Controllo il display del cellulare per vedere se mi ero sbagliata ma no, che non mi ero sbagliata che anche avevo tirato indietro l'orologio di un'ora, per il fuso orario e quindi erano poco più delle 13.

Sei ore d'attesa al tavolino di un fast food su quel coso micidiale sul quale ero seduta, che già mi stava spaccando la colonna vertebrale. E dovevo anche andare in bagno e avevo un gran caldo che in Italia c'erano di certo 10 gradi di meno.

Uffa.....

 

Allora chiedo al mio portantino se può spingermi fino ad un servizio adatto ed aspettarmi, per poi accompagnarmi alla mia destinazione.

Naturalmente, lui accondiscende ed esegue.

In bagno, per fortuna anch'esso pulito come quello di Milano, faccio tutte le mie cose e mi tolgo una maglia di lana a maniche lunghe, nera, che avevo sotto lo smanicato di pile: mi ero vestita così a posta pensando di alleggerirmi a metà viaggio, perché lo sapevo che ad attendermi, oltre a Mili, ci sarebbe stata una temperatura assai più alta.

E poiché non avevo un posto neppure piccolo piccolo, che il mio bagaglio a mano era stipato come mai in vita mia, dato che inoltre, non avrei avuto di certo il modo di indossarla ancora presto, quella maglia, con uno sguardo un po' mesto ed un ringraziamento per il lungo e fedele servizio, la gettai in un cestino.

A mali estremi, estremi rimedi.

Quindi uscii e me ne tornai sulla tortura a rotelle, che mi aspettava un po' sogghignando fuori, nell'antibagno, che tanto, se anche mi fossi fatta spingere dentro con quella, avrei dovuto comunque condurla da dietro lo stesso. Una vera tragedia.

Non m restava altro, allora, di farmi spingere a questo tavolino e di accettare il mio destino: sei ore di attesa a quel modo.

E così feci.

 

Il fast food era quanto più anonimo e standardizzato che io avessi mai visto, della serie: visto uno, visti tutti ed io non avevo neppure fame ma solo sete. Chiedo allora al ragazzo se, prima di andarsene mi fosse andato a comprare una bottiglia d'acqua, frizzante, questa volta, che magari mi avrebbe aiutato un po' a digerire, perché il pranzo dell'aereo è proprio tutto tutto fermo lì e lui ci va e io gli lascio la mancia e lui sorride e poi mi dice che mi viene a prendere alle 19,30, mi saluta e se ne va, voltandomi le spalle.

Mi guardo intorno: al tavolino accanto un uomo in giacca e cravatta mangia un panino e delle patatine, bevendo una coca, il classico scempio di ogni fast food che si rispetti.

Di fronte due donne stanno armeggiando con delle insalate, almeno così mi sembrano.

Per il resto: gente che va, gente che viene, il solito brusio, il solito daffare di tutti che hanno la loro idea in testa e la seguono, senza curarsi di me, ovviamente.

 

Appoggio la borsa con il pc sulla sedia accanto e penso di aprirlo e di posarlo sul tavolino per giocare un po' con le mie palline, o scrivere o che ne so ma il fatto è che la mia pila non regge più la carica e, se non è attaccata alla corrente, dopo pochi minuti mi mette tutto in stand by e buonanotte. Quindi guardo malinconicamente la borsa chiusa, sapendo che tale rimarrà e di nuovo volgo lo sguardo in giro, per cercare ispirazione.

Ma quale ispirazione posso trovare lì, di fronte a sei ore di attesa che in quel momento, con quella stanchezza addosso, con quel male dovunque, sembrano insormontabili?

L'unica cosa a cui riesco a pensare è stendere le gambe, allungarmi un po', che sono seduta dalle tre della notte e non ce la faccio più.

Però, guardando meglio, in fondo ad un corridoio sulla mia destra, lungo una quindicina di passi, c'era una vetrata satinata con scritto sopra a lettere dorate: LOUNGE e qualcos'altro, che non ricordo più.

 

Mi si illumina la speranza. Se è un lounge, se non ricordo male, allora dovrebbe essere un ristorante di classe e magari hanno delle poltrone imbottite ed io, penso, posso ordinare un pranzo ed anche non mangiarlo ma chiedere di potermi accomodare su quelle poltrone che già mi figuravo di velluto bordeaux e comode e morbide...

Così, senza por tempo in mezzo, metto la borsa nera a tracolla, mi alzo, afferro il rottame giurassico semovente e mi avvio per quelli che saranno i quindici passi più lunghi e faticosi della mia vita.

Quindi arrivo non so come alla porta di vetro satinato, la spingo ed entro in una grande sala brulicante di gente e di brusii e mi trovo davanti ad un bancone da reception con due hostess in divisa verde e rossa, come tutti quelli dell'aeroporto.

Allora mi avvicino a loro e, attirando subito ovviamente, la loro attenzione, mi risiedo, sfinita, sul catorcio a rotelle e chiedo se posso spiegare il mio problema e in inglese, che non afferro una sola parola di portoghese.

Certo che parlano l'inglese e ci mancherebbe e molto meglio di me!! E sono tutt'orecchi che si vede che il mio ansimare, il mio pallore, il mio viso segnato le mette in allarme; si vede che pensano, ed anche se lo fanno in portoghese lo capisco lo stesso: questa ci muore qui......

Così spiego loro la mia odissea e che sono stanchissima e che ho il check – in alle 19,30 ma che il mio aereo arriverà solo alle 24,03 e che sono sfinita e che ho ASSOLUTAMENTE bisogno di distendermi, almeno in parte, almeno su di una poltrona più comoda e che, se ce n'è una lì, sono disposta di acquistare un pasto, per potermene avvalere.

Altrimenti, suggerisco, se possono farmi portare in infermeria, che di certo un'infermeria ce l'avranno, in quel cavolo di aeroporto così lucente ed incivile, che non ha una sala d'attesa per portatori di handicap.

A questo racconto, fatto un po' con parole azzeccate, altre semi inventate, un altro po' a gesti ed espressioni del viso, che però loro capiscono perfettamente, ecco che entrambe si lanciano a dirmi che sì, ho ragione, che è una vergogna che non ci sia una saletta apposita e che sono davvero mortificate e che mi chiedono scusa ma lì, nel ristorante, - che ci avevo preso, era proprio un ristorante di lusso, - non c'erano però poltrone adatte alla mia bisogna e quindi avrebbero chiamato l'infermeria, date le mie evidenti condizioni di affaticamento.

Quindi, dopo avermi chiesto passaporto e carta di imbarco, una delle due esce da dietro il bancone e mi sposta un po' più in là, per permettere l'afflusso notevole dei clienti ' normali ' ed entrambe cominciano, alternando al prendersi cura delle necessità e richieste dei diversi uomini d'affari che in giacca e cravatta si apprestano a quella reception, a fare tutta una serie di telefonate, guardandomi ogni tanto di sottecchi, come per controllare il mio stato.

Io, cessato finalmente il fiatone dopo diversi minuti, mi sento invadere da un sonno inarrestabile e mi accorgo che dormo, svegliandomi a più riprese, sotto gli occhi un po' stupiti degli avventori, ma dormo, sentendo i rumori, le parole, riuscendo persino a capire qualcosa di quei discorsi: una valigia da lasciare nell'apposito spazio per due ore, un ritardo, un tavolo per quattro domani alla tal ora ma dormo. Eccome, se dormo.

 

Così non so quanto tempo passi ma a me sembrò un'infinità, sempre riscossa e poi riacchiappata dalla mia micidiale stanchezza, che ecco che finalmente arrivarono due donne ed un uomo con le divise recanti in evidenza la croce rossa, portando con loro una valigetta di pronto soccorso.

Vengono verso di me a passo di marcia, che una delle due donne, quella che porta la valigetta, è una fatalona con una cascata foltissima di capelli rosso fiamma e la divisa mimetica e gli anfibi e una modo di fare militare che mi fa pensare appartenga alla famiglia a cui appartengo io...

Pur nel mio dormiveglia non riesco a non notare la bellissima donna, con la capigliatura squillante e il seno prorompente che sforza i bottoni della camicetta. Come si dice?

Il lupo perde il pelo ma non il vizio.........

Fatto sta che, comunque, nonostante i miei pensieri, diciamo così, trasversali, mi viene detto con il viso smorto e contrito, dalla più preoccupata delle due hostess, dopo che ha confabulato alquanto con i tre, che non è possibile per loro ricoverarmi in infermeria per farmi riposare su di una lettiga come io avevo chiesto, perché è necessaria una visita medica con accertamento di uno stato di gravità improvvisa e che quindi il mio caso non era contemplato.

Perciò , dopo avermi guardato con aria di dispiacere e commiserazione, tutte e tre i rosso crociati, compresa la prorompente fiamma, girano i tacchi e se ne vanno, lasciandomi lì, tra il bancone e l'alto palmizio in vaso, forse un banano, quasi ormai diventata un tutt'uno, modello soprammobile.

 

Ma la hostess più preoccupata, che ormai aveva deciso in cuor suo di risolvere il mio problema, mi chiede di portare pazienza ancora un poco e si attacca di nuovo al telefono, parlando fitto fitto in portoghese con un ignoto interlocutore.

Quando mette giù la cornetta ha lo sguardo molto più vivo e sollevato e mi dice che sta per arrivare un responsabile della mia compagnia aerea, che si è già preso carico del mio problema e verrà con una soluzione.

Quindi, con un sorriso di sollievo, si accomiata da me e ricomincia a rispondere ai clienti che man mano continuano ad arrivare al suo bancone.

 

Passano forse una ventina di minuti ed io dormo, continuo a dormire, che non riesco a tenere gli occhi aperti, sotto lo sguardo un bel po' stupito di chi mi passa accanto.

Finalmente ecco il responsabile della TAP che arriva alla reception, scambia diverse parole in portoghese con la hostess, che gli rivolge un sorriso smagliante, si fa consegnare la mia carta d'imbarco e il mio passaporto e poi, dopo averla salutata con un sorriso altrettanto smagliante, si dirige verso di me, tendendomi la mano.

Io cerco di scuotermi, di svegliarmi ma ci riesco solo in parte e glielo dico, gli chiedo scusa, gli spiego che sono così stanca che dormo parlando o parlo dormendo, come preferisce e ribadisco che trovo molto strano che non ci sia una saletta apposita e che non ce la faccio più ma proprio più.

Ma sfondo una porta aperta perché l'uomo, un giovane alto con la carnagione ambrata ed i capelli neri, ricciolini ma non crespi come le persone di colore, con un viso ed un corpo da fotomodello ed un sorriso maliardo, aveva già pronto in mano per me un foglietto nel quale era scritto che la sua compagnia avrebbe pagato una corsa in taxi fino ad un albergo, a pochi minuti da lì, una camera per il tempo necessario e il taxi per il ritorno in aeroporto, chiedendomi se mi fosse potuta andare bene la soluzione, ribadendo che io non avrei dovuto pagare proprio neppure un centesimo.

 

E certo che mi andava bene la soluzione, davvero non avevo neppure pensato nelle mie più rosee aspettative ad una cosa così, quindi sì, accettavo e lo ringraziavo con tutto il cuore.

Viene allora chiamato il portantino che arriva celerissimo proprio mentre il giovane adone aeroportuale si accomiata da me sorridendo a 18 carati, e mi prende e mi spinge, velocissimo, per corridoi sale e saloni cambiando persino di piano e mi porta all'uscita della grande struttura internazionale, lungo la fila delle auto pubbliche parcheggiate, fino a quello di testa a cui tocca il prossimo cliente, gli spiega tutto, mi aiuta a salire e se ne va, portandosi dietro il feroce carrello a rotelle che mi aveva ospitato fino a quel momento.

Il tassista, allora, parte a razzo e guida in silenzio per quella decina di minuti che ci separano dall'hotel di cui aveva ricevuto l'indirizzo.

 

Guardo fuori dal finestrino, cercando di vedere più Lisbona possibile, che chissà se ci sarei tornata mai, e la cosa che mi colpisce di più è l'ampiezza delle strade, davvero notevole, rispetto a quelle italiane ed europee a cui ero abituata io.

Per il resto, grandi palazzi ben tenuti, verde, alti alberi, palmizi: una bella città ed un traffico notevole ma non peggio di quello di Milano o Roma, per non parlare di Napoli.

Si arriva così all'ingresso dell'albergo e già si comincia male, che c'è un'ampia scalinata prima della porta d'ingresso, con quattro larghi scalini.

Il portiere, un vecchietto in livrea rossa e verde, piccolo e piuttosto rinsecchito, che era stato avvertito, mi viene incontro per cercare di aiutarmi ed anche il tassista esce fuori dal suo abitacolo così che, poggiandomi di qua e di là, in qualche modo riesco a salire quei gradini e ad arrancare fino alla reception dove un compostissimo consierge mi chiede i documenti e comincia a vergare sul suo librone tutto il necessario.

Ma io non ce la faccio davvero più, in piedi lì così: le gambe mi tremano, stanno per cedere, il pugno che mi afferra alla schiena quando sto in posizione eretta, mi stringe con un maglio di ferro.

Disperata, che davvero vorrei evitare di cadere a terra proprio lì in mezzo, mi guardo intorno per cercare una sedia o qualcosa e, proprio di fronte a me, a pochi passi, dietro una scrivania che senz'altro è il punto internet per i clienti dell'albergo, vedo una di quelle sedie che hanno un tre piede finale con le rotella, un classico di tutti gli uffici del mondo. Allora, con le ultime energie rimaste, la indico al portiere che stava aspettando deferente pochi passi più in là e quello, compreso al volo la mia impellente necessità, me la porta giusto in tempo, giusto in tempo, salvandomi da una rovinosa caduta.

A quel punto tutto diventa più leggero ed un sorriso riesce persino ad affiorarmi sul viso, al pensiero che fra poco mi sarei distesa su di un letto, un vero letto.....

Quando il consierge ha terminato il suo lavoro e mi consegna la chiave della camera, il portiere, che nel frattempo aveva chiamato il lift, un ragazzo di colore anch'egli in livrea, si fa aiutare da quest'ultimo a trascinarmi, non senza qualche difficoltà, su quelle piccole ruotine fin dentro l'ascensore e poi, lungo il corridoio ombroso, fino alla camera, spalancata la cui porta vengo sospinta dentro, accolta da un'accensione di luci automatica al nostro ingresso.

 

E, che meraviglia!!!!

 

Mi guardo intorno e vedo che quella non è una comune camera d'albergo come ne ho viste tante nella mia lunga carriera di venditore ambulante e agente di commercio ma una suite, con due stanze molto ampie, un angolo per gli armadi, un antibagno che ci starebbe comodamente un letto, un bagno lussuosissimo e tutti i comfort che si possano desiderare: frigobar, tv via cavo, aria condizionata e poi chissà quale altra diavoleria ancora.

Ci sono bellissime piante vere e verdissime ovunque, un balcone con tende oscuranti, un divano color panna, assai ampio e che sembra comodissimo; ma soprattutto un bellissimo, meraviglioso, stupendo letto matrimoniale, con copriletto ricamato e lenzuola che profumano anche da lontano, che è proprio quello di cui ho bisogno, un ASSOLUTO FOTTUTO MICIDIALE bisogno.

Così, congedati i due gentilissimi uomini, vado in bagno, anche per rinfrescarmi mani e viso, che avevo sudato alquanto, poi, senza indugiare più, mi sdraio sul letto, che la sveglia era per le 18,30 ed erano le 15 ed avevo tre ore di sonno e vi scivolo dentro, in quel sonno, in un tempo brevissimo, un sonno profondo, ristoratore, obliatore di tutto, che il letto è fresco e morbido ed io sono così stanca, così stanca..........

 

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