CARISSIMI AMICI

inserisco da oggi, 17 agosto 2017, il tasto per ricevere vostre donazioni...

 

finora non vi ho mai chiesto nulla..

ho messo qui le mie opere perchè fossero a vostra disposizione e l'ho fatto come scelta politica e personale..

ma la mia vita è diventata durissima...

Mia madre non mi aiuta più in maniera costante ma solo molto saltuariamente.

i miei figli non mi parlano quasi...

il denaro che il mio ex marito mi diede in fase di divorzio, nel 2013, che mi ha permesso di sopravvivere fino ad ora, è terminato...

ricevo mensilmente 800 euro dallo stato ma 500 se ne vanno per l'affitto e le spese di casa..

capite che quel che resta non basta neppure per il cibo mio, per Brugola e per Stellina

 

Non vi chiedo un ingresso obbligatorio, chi non può o non vuole, continui pura a fruire dei contenuti del mio sito in maniera gratuita...

 

 

Ma tu, ora, che entri qui per leggere, guardare, ascoltare, puoi aiutare arianna amaducci...

 

grazie se lo farai..

 

fare una donazione è molto semplice, clicca sul tasto e segui le istruzioni... 

non vi è un tetto minimo... bastano anche 50 centesimi ogni volta che passi di qui...

 

 

grazie, sinceramente

 

pace e luce nel tuo cuore e nella tua vita

mar

29

gen

2013

PROFONDAMENTE DELUSA

ROSE DI RESPIRI - 2013 dipinto digitale

SEMBRAVA TUTTO DECISO PER IL MIO RIENTRO IN ROMAGNA

 

ma poi oggi mi hanno dato la notizia che potrei essere presa in carico in una struttura qui in sardegna a totale carico della regione.

ho telefonato a mio fratello e glielìho detto.

ho detto che darei la vita per tornare in romagna.

ma che avevo questa possbibilità e che, quindi, decidessero pure loro.

quindi resto in sardegna..

 

non voglio aggiungere altro e anche voi, vi prego, non commentate.. è giusto per dirvelo....

 

oggi sono davvero dolente e sfinita..

ho anche una linea più che pessima e non riesco a navigare.. se non ci fossero pix e sono solo io sarebbe dura caricare le cose su fb..

ieri non sono riuscita neppure  a leggere..

spero di riuscirci ora..

 

le mie condizioni sono stazionarie. mi hanno aggiunto un antibiotico speciale..

devo dire la verità, non so come sono messa e cosa resterà di tutto questo sconquasso..

comunque sarà ciò che dio ha deciso per me..

lo ringrazio di avermi dato qualcuno che si prende e si prenderà cura di me.

ho molto male al fegato e sono molto gonfia..

mi fanno continuamente iniezioni endovene flebo.. ancora il catetere, ancora l'ossigeno a quattro litri..

 

venerdì è il mio compleanno, ne compirò cinquantotto..

quest'anno avrete il permesso di farmi gli auguri, perchè penso proprio di averne bisogno..

 

il dipinto digitale che ho caricato qui è lo sfondo del precedente RESPIRI DI LACRIME.. a me piace, così ve lo dono..

perdiamoci nel blu..

entrate con me dove il denaro non esiste e non corrompe le menti, i cuori e le vite..

 

grazie di tutto ciò che mi date..

con immenso amore vi abbraccio.

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mar

29

gen

2013

HO PARLATO CON DIO E LUI MI HA RISPOSTO

LIQUIDA VITA  dipinto digitale

DIO MI HA PARLATO

 

L'APNEA MI HA SVEGLIATO..
ciao amici carissimi..
ero riuscita ad addormentarmi che erano più delle due ma un'altra apnea mi ha svegliato e non sono ancora le quattro..
allora sono venuta qui, a leggervi, prima non ce l'ho fatta, stavo troppo male..
ora la respirazione si è un po' rallentata e calmata e, chiavetta permettendo, vorrei farlo..
poi, magari,, dormirò ancora un po'...
le ultime notizie sono così così: ho costantemente la glicemia parecchio alta, quindi temo che il diabete sia qui....
però i polmoni sono un po' migliorati.
l'ossigeno è a 4, comunque 24 ore su 24..
e mi sa che anche questo qui, diventerà una cosa comune, per me....
il blocco intestinale non è ancora completamente risolto..i medicinali che assumo e la neuropatia mi hanno bloccato ogni metabolismo...
e quindi anche tutto ciò è piuttosto fastidioso..
oggi ho subito delle tecniche invasive che mi hanno stremato..

stasera  ho parlato con mio fratello che domani inizia le pratiche per farmi trasferire in romagna, appena sarà possibile.
credo che verrò inizialmente affidata ad una struttura di lungo degenza e riablitazione in attesa si renda disponibile un posto in una struttura di accoglienza.
mi ha messo tranquilla, questo suo intervento, gestirà lui tutto quanto e questo mi va bene.
mia madre mi sta vicina...
le mie figlie... che dire..abbiamo modi diversi di vedere la vita, questo è ormai appurato..

la loro durezza mi ferisce molto..
ma a questo punto io non ho più neppure la forza per soffrire..

ho parlato con dio, l'altra sera, mentre stavo male.
e gli chiesto disperatamente di portarmi via. ero lì, tutto era pronto, mancava giusto per piccolo clic.. ma nulla, restavo qui..
allora gli ho chiesto: cosa vuoi da me, che cosa faccio di sbagliato che son anni ed anni che ti invoco e tu non mi ascolti?
e lui mi ha risposto, chiaro e tondo, dentro la testa:

 

COSA TU NON HAI MAI FATTO, FINO AD ORA'??

 

io ci ho pensato un attimo e poi ho subito risposto:

non chiederti qualcosa.

non desiderare qualche cosa e chiedertela.....

 

è stato come aprirsi una luce immesa dentro di me..

allora gli ho chiesto perdono per non averlo capito prima e poi l'ho chiesto a me stessa..

 

e lui ancora a tutto tondo dovunque:

 

TU SEI MIA FIGLIA E NON SAI, NON PUOI SAPERE I MIEI PIANI, PERCHE' NON è NELLA NATURA DELLE COSE.

SE MI AMI, ACCETTALO. ACCETTA LE LEGGI DI TUO PADRE, DAGLI LA FIDUCIA E L'AMORE CHE SONO NATURALI. COSI' CRESCERAI...

E SMETTEREMO DI LITIGARE, IO E TE..........

 

allora, molto scossa da questo, mi sono abbandonata tra le sue braccia e gli ho detto:

va bene, fa di me quello che desideri..

sono qui, sei mio padre e mia madre insieme, ti amo e ti rispetto..

sono qui..grazie di quello che mi hai dato e mi dai...

 

questo dio di cui parlo io non lo conosco. non ho una ricetta per descriverlo. non appartiene ad una religione. non fa parte di nessuna organizzazione.

quelle sono tutte trappole di potere della parte oscura della creazione.

che ha ugualmente creato lui, dato che lui è ogni cosa.

io lo chiamo padre ma allo stesso tempo è madre

questo lo so, come so che è tutto ed il contrario di tutto.

che ha creato innumerevoli universi oltre questo..

e che io sono sua figlia, che sono una parte di lui e lo compongo ma senza lui non sono nulla... se non sono fusa a lui e lo assecondo, non sono nulla.. nulla

solo una vibrazione impazzita

come un pesce che vuole camminare..

 

una grande pace si sta stendendo dentro di me..

sento che sta entrando nelle mie ferite del cuore e dell'anima e le sta guarendo..

le sta cicatrizzando..

 

le mie condizioni fisiche sono critiche ma non mi importa..

sarà quello che deve essere. vivrò come lui vorrà, morirò come lui vorrà.

 

 

rispetto agli altri, a chi mi è intorno, ho deciso di distaccarmi ulteiormente da chi non mi capisce, non mi accetta e mi fa soffrire, compresi i figli.

senza rancore, senza odio, rabbia.. ma stanno sbagliando e voglio difendermi da chi mi fa soffrire..

hanno la loro via da percorrere e lo faranno..

io li amo.. altro non ho da dire..

 

ma dire: sarà quello che dio vorrà non equivale stare lì a non far nulla..

le leggi ce le ha date:

non uccidere

non mentire

non violare

non rubare

ne gli altri, nè e soprattutto noi stessi..

 

è una dura scuola questa, da mettere in pratica, qui, sulla terra....

 

ogni giorno, ogni attimo, si ricomincia...

 

grazie del vostro insostituibile amore..

io vi mando il mio...

 

il dipinto digitale che vedete qui e che ho intitolato LIQUIDA VITA non è altro che la vibrazione opposta del precedente: RESPIRI DI FUOCO.

ho fatto, con un filtro, virare la vibrazione..

questo è il risultato...

credo sia molto adatto a tutto il discorso.......

 

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lun

28

gen

2013

RESPIRI DI FUOCO

RESPIRO DI FUOCO - dipinto digitale 2013 tecnica mista

 

 

RESPIRO DI FUOCO

 

Acutissima

doglia

di grembo

di parto

 

In piedi

sotto l'albero

piango

e brucio.

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dom

27

gen

2013

RESPIRI DI LACRIME

RESPIRI DI LACRIME - 2013 dipinto digitale tecnica mista

 

 

RESPIRI DI LACRIME

 

dedicato ai miei figli che, ognuno di loro con modalità diverse, non si prenderanno cura di me nè affettivamente nè economicamente, perchè nel 2007 ho deciso di abbandonare la mia città rispondendo ad un loro espresso invito di rinunciare alla mia omosessualità oppure di lasciarli vivere la loro vita senza quella, per loro inaccettabile, ingerenza.

era il duemila e 7 e loro avevano 32, 21 e 20 anni. erano sani, tutti diplomati, le due femmine lavoravano, il maschio studiava all'università, sostenuto dal padre.

io ero già gravemente, ammalata, da due anni non lavoravo più e venivo mantenuta in buona parte da mia madre...

 

le mie due figlie mi hanno detto che non hanno denaro per pagare la struttura entro la quale dovrò essere accolta perchè non hanno intenzione di rinunciare al loro superfluo, dato che se lo guadagnano.

entrambe mi hanno accusato di aver distrutto loro la vita.

 

io sto pubblicando qui la mia autobiografia. chi vuole conoscera la storia lo potrà fare qui, sul sito alla pagina:

 

http://www.ariannaamaducci.com/il-volo-di-una-bambina-chiamata-ari-opera-omnia-della-mia-prosa-autobiografica/

 

la scrivo anche per loro: se un giorno vorranno sapere chi è la loro madre e cosa ha vissuto, lo troveranno qui.

 

 

vi racconto questo, lo pubblico qui perchè questo luogo è tutto quello che ho, che mi è rimasto e che sono.

 

prima stavo un po' meglio, anche se ancora in evidente difficoltà respiratoria, con l'ossigeno, allettata, col catetere, imbottita di medicinali, e ancora un rischio di embolia od ictus: il dolore anginoso del petto non passa, è solo lieviemene diminuito.

ora, dopo la telefonata della primogenita, terminata trenta minuti fa, sono in evidente crisi respiratoria ma mi sono fatta sedare.

 

ho talmente tanto dolore dentro che non riesco ad avere pace, ho bisogno di esprimermi.

ho dipinto completamente adagiata nel letto, col pc sul tavolino in posizione comoda, usando solo la mano del mouse..

scrivere mi è molto più faticoso ma un po', riesco..

 

io credo che la propria madre sia la persona più importante e il compito superiore nella vita di un essere umano.

il karma più importante da gestire e da risolvere, in caso di disaccordi.

anche la legge lo dice: i genitori ammalti vanno curati.

i miei figli non sono ricchi ma vivono senza privarsi di nulla, nè vacanze nè divertimenti.

 

ma quello che mi fa più male è che loro non abbiano un cuore: se anche io fossi stata e fossi la madre peggiore del mondo, se avessero un cuore, si comporterebbero diversamente.

 

chiedo loro di perdonare i miei errori ed io rimetto i loro.

sono i miei figli e li amo: non può essere diversamente. non li disprezzo e non sono arrabbiata con loro ma sono molto dispiaciuta di questo.

sono tutt'ora convinta di aver fatto la scelta giusta e, come mi ha esortato mia figlia più piccola, ieri, andrò fino in fondo, lasciandoli liberi da ogni onere, anche economico, come ho fatto sino ad ora..

 

so che per i miei figli sono stata una madre molto scomoda, che hanno avuto una vita non facile, l'ha appena confermato la più grande che ha chiuso la sua telefonata dicendomi che la sto massacrando da quant'anni.. - è nata nel 1974 -... ma altrettanto so che ho dato sempre per loro il mio massimo ed oltre.

se essi non hanno altro da dare a me, lo accetto e li benedico.

ma non riuscirò certo ad avere nessun rapporto con loro, perchè sto troppo male, di questo.

vi prego, non dite perole dure contro di loro, non li giudicate.

non è questo che io desidero..

nessuno ha torno e nessuno ha ragione perchè ognuno di noi ha il diritto di vivere la propria vita come vuole senza essere disprezzato.

hanno molti amici e chi li ama, sono molto apprezzati sul lavoro e vivono felici.

il loro buco nero sono io, come lo sono anche per altre persone.

 

ma anche un assassino ha un'anima ed è figlio di dio,  ed io non ho mai ucciso nessuno.

 

vi chiedo di mandarmi il vostro amore, se volete e potete, il vostro abbraccio, perchè ne ho immensamente bisogno..

 

grazie..

vi voglio bene..

vi mando il mio amore  e questo dipinto, se può regalarvi una emozione..

 

grazie, siete preziosi per me.

 

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sab

26

gen

2013

CIELO NEL CIELO

IL CIELO NEL CIELO - dipinto digitale - 2013 tecnica pastelli a cera

 

CIELO NEL CIELO

 

 

Svetta

la nera ala

 

Cielo nel cielo

 

Piuma divenuta

aquilone

e canto.

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ven

25

gen

2013

UN VOLO DI LUCE

UN VOLO DI LUCE - 2012 dipinto digitale

 

UN VOLO DI LUCE

 

E scivolare

tra fiori volanti

e ali fiorite

 

Sasso di fiume

Refolo di vento

 

Un volo di luce

 

Senza più fiato

respirare.

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gio

24

gen

2013

NEL VERO AMORE

NEL VERO AMORE - 2013 - dipinto digitale tecnica penna stilografica

 

NEL VERO AMORE

 

Era schiuma

e grattacieli di acque

 

Al punto convergevo

volando dentro l'acqua

e del mare l'anima

divina

 

Erano spruzzi

e vorticoso oblio

dell'ombra amara

di ogni baleniera.

 

 

 

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lun

21

gen

2013

IL DIVINO ENTRA NELL'UMANO

IL DIVINO ENTRA NELL'UMANO - 2013 dipinto digitale tecnica mista

 

IL DIVINO ENTRA NELL'UMANO

 

Ingegnere

e viandante

perso nelle sue idee

dimenticò

una scintilla

di sé

nell'ultimo suo sogno.

 

Si fece l'uomo

 

Turrito guerriero

del nulla

 

Ma era poco

e solo

 

Così

la divina pietà

e malizia

per accoglierne

la meraviglia

e la follia

fece la donna

 

Angelo nero

e madre.

 

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dom

20

gen

2013

CAPITOLO 19° La separazione da Carlo. Una nuova vita.

GUARDERO' SEMPRE CON I TUOI OCCHI - 2008 olio su tela 35 x 45

 

CAPITOLO DICIANNOVESIMO


La separazione da Carlo. Una nuova

 

vita.

 

Pur se non andavo più a cavallo continuavo a frequentare il circolo ippico per alcune cene o feste alle quali mi recavo sola, dato che mio marito non aveva mai fatto parte di quella porzione della mia vita.
Una sera, ad una cena, uno degli amici storici, Leo, un uomo assai più grande, proprio quello che montava, unico insieme a me la cavalla cieca, mi fece la corte.
Quella era davvero una nuovissima esperienza.
Fino ad allora sembrava che fossi trasparente per gli altri uomini e ragazzi: ad eccezione dell'amore platonico con il mio professore e di una brevissima storia di sesso con un mio vicino di casa, quando avevo sedici anni, durante uno dei periodi in cui avevo allontanato Carlo, egli era stato il mio unico uomo, fino ad allora.
Quella sera la corte di chi che credevo solo un amico, mi lusingò assai.
Certo, ero diventata assai diversa, così dimagrita e tutta in ghingheri ma io non me ne accorgevo affatto: in fondo io ero sempre la stessa: cosa potevano contare qualche chilo in più o il colore e la forma di una camicetta? Di certo la mia ingenuità era ed è disarmante: non ho mai capito né riuscito a condividere queste regole folli del vivere umano e non ci riuscirò mai.
Comunque Leo sembrò accorgersi all'improvviso che io ero anche una giovane donna, oltre che un'amica di cavalli: parlò con me per tutta la cena, mi riempì il bicchiere, mi porse le vivande, mi guardò con occhi ammirati ascoltando i miei racconti e discorsi come fossero preziosi. Che cosa bella, era mai quella....
Si certo, Carlo mi amava mi viziava, mi riempiva di coccole e regali, di dolciumi ma di lì a darmi quella sensazione di importanza che provai, per la prima volta nella mia vita, ce ne correva assai.
Mi lascia trasportare da quella euforia e, un poco tradita dal vino che io non bevevo quasi mai, quando Leo, alla fine della cena, mi invitò ad andare a casa sua per ' continuare le chiacchiere e bere ancora qualcosa', accettai.
Lui viveva solo, dato che era separato, in un vastissimo appartamento sopra il suo laboratorio di artigiano, arredato con un gusto sobrio che mi piacque assai. Mi offrì da bere ed io mi sentivo molto emozionata perché sapevo che stava per succedere qualcosa di inedito. Infatti lui si avvicinò a me, guardandomi intensamente e mi baciò. Lo lasciai fare, poi, assaporando quelle labbra di uomo, così dolci ma esigenti, così diverse dalle labbra sottili di Carlo che mi baciava senza passione, in modo tenero oppure umido ma mai acceso, risposi al suo bacio.
Leo allora, incoraggiato e sempre più infiammato, cominciò ad accarezzarmi il viso, poi il collo le spalle il seno, a spogliarmi. Era invadente, insinuante ed il mio corpo voleva abbandonarsi al suo calore. Non che mi sentissi particolarmente eccitata ma era il suo evidente piacere, la sua evidente eccitazione che premeva ormai contro di me, che mi accendeva di un qualcosa che non avevo provato mai.

Però, dentro, al fondo di me, ero gelata. Solo riuscivo a pensare: ' Ari, che stai facendo, come puoi fare questo a tuo marito, a Carlo, a lui che è la tua vita?? '
Cercai di resistere a quella voce, cercai di non ascoltarla ma lei cominciò a gridare sempre più forte, così mi divincolai da quell'abbraccio.

Spiegai al mio amico, che mi guardò stupito e dispiaciuto, che non avevo mai tradito mio marito e che non lo potevo fare.

Leo allora si slacciò da me e di certo fu molto comprensivo: venire bloccato ed interrotto quando ormai era lanciato in modo completo immagino che non debba essere stato piacevole ma, evidentemente, il mio gelo aveva contagiato pure lui perché si spense subito. Però, da vero gentiluomo, continuò a farmi complimenti, a guardarmi con l'aria ammirata e ci ridemmo sopra. Poi mi riaccompagnò a casa.

Non era accaduto nulla, dunque, oppure appena più che nulla ma quella esperienza mi aveva dato degli spunti di paragone che non avevo mai avuto: certo, il bacio con il mio professore, quell'unico bacio, era stato assai più emozionante ma anche quel contatto fu senza un corpo, fu un bacio di anime.

Con Leo avevo assaporato una passione carnale che per me era del tutto inedita. Dunque era vero quello che sentivo e cioè che vi era tutto un mondo, tutta una parte di me che non conoscevo e non stavo vivendo!


Nei giorni e nei mesi a seguire quel vuoto dentro di me continuò ad aumentare ed era assordante.

Quell'estate, era il 1981, la mia amica Pat mandò da me sua figlia diciottenne, Eveline, per trascorrere un mese di vacanza in Italia.
Fu bello averla con me, era giovane, bionda, due grandi occhi azzurri meravigliosi: era una deliziosa bambina che si stava affacciando con curiosità e una discreta malizia alla vita.
La condussi a vedere un po' di monumenti ma si capì assai presto che ciò che le interessava veramente dell'Italia era il sole, le spiagge, guardarsi intorno, divertirsi.
Per questa ragione cominciammo ad andare al mare tutti i giorni, scegliendo, diversamente da quanto io facevo di solito, una spiaggia più frequentata: lei si sdraiava al sole fino a diventare un peperone incandescente, dato che era assai chiara di pelle, ed io, rigorosamente sotto l'ombrellone, leggevo un libro.
Di certo la sua avvenenza non passò inosservata e assai presto ci trovammo circondate da uno stuolo di mosconi a due zampe che la invitavano a fare un bagno, una partita a beach volley, una passeggiata sul bagnasciuga, una bibita fresca al bar.

A quel punto per Eveline la tintarella sembrò divenire di secondaria importanza e si lasciò condurre a questi, per lei inusitati, svaghi.
Io la tenevo d'occhio, un po' allarmata ma nello stesso tempo felice per lei che potesse godere così appieno della sua gioventù e del suo soggiorno presso di me.
Però, quando poi mi chiese di uscire la sera con qualcuno di quei giovanotti, dato che io non li conoscevo affatto e mi sentivo completamente responsabile della sua incolumità, mi opposi fermamente ma, desiderando che vivesse fino in fondo quel sogno italiano, dato che i latin lover del nostro paese sono giustamente famosi ovunque, pensai bene di procurargliene uno di cui mi potessi fidare.
E qui entra in scena un personaggio che avrà prossimamente un grande ruolo nella mia vita: il mio amico Stefano.
Per parlare di lui qui sotto riporto in corsivo alcuni brani tratti da “Quello che non dico a nessuno”.

 

Ci eravamo conosciuti a venti anni, lui aveva la mia stessa età, era dell'esatto anno della mia nascita.
Ma lui è un leone, io invece un acquario.
Era bello il ragazzo Stefano, biondo, gli occhi scuri ma dorati nei riflessi, molto mobili e impudenti, che sorridevano assai prima delle sue labbra.
Il viso regolare ma non troppo mascolino nascondeva un qualche cosa di muliebre, di infantile, di bambina appena cresciuta.
Alto senza esserlo, forte senza saperlo, piacente e completamente conscio del suo potere, seduceva sapendo di sedurre, seduceva chiunque per poi tradire ogni aspettativa con comportamenti irresponsabili ed irrazionali.
E pure si beava del livore altrui, della delusione che lasciava dietro le spalle, dello stupore maligno che accompagnava le sue sfuriate o i suoi eccessi.
A queste reazioni assurde dava spiegazioni rocambolesche che io trovavo delizianti e perfettamente logiche.
Gli perdonavo tutto, perché era mio amico, era uno spirito libero che rifiutava ogni regola ma seguiva esclusivamente quella del suo istinto e del suo desiderio.
Io vedevo in lui quello che avrei voluto essere ma non ebbi mai il coraggio di diventare, vedevo l'uomo che sarei stato se madre natura mi avesse dotata della barba e dei suoi bei baffi folti e curati e pure di qualcos'altro.

Così per Eveline pensai proprio a Stefano, non curandomi assolutamente di quello che avrebbe pensato sua moglie e mia cara amica Marina: sapevo che lei vi era del tutto abituata.
Lui anche quella volta si dimostrò perfettamente all'altezza e la fanciulla anglosassone non dimenticò mai il suo tempo in Italia.
E io fui felice di averle regalato un vero maschio italiano e di avere regalato a lui una dolcissima preda dagli occhi di cielo.


Fu in quelle dorate giornate di sole di settembre che conobbi un altro fremito che il mio cuore non aveva ascoltato mai.
Tra i vari farfalloni che vennero a dispiegare le loro variopinte ali di asciugamani da mare, stendendoli poco lontano da noi ed adagiandovisi sopra con grazia e non chalance, un giorno più quieto del solito, ben presto io ed Eveline notammo una stupenda creatura: era alto, abbronzato, statuario e totalmente solo!

Notammo anche che guardava insistentemente verso di noi.
Io le dissi in inglese, che la mia amica non spiccicava una sola parola di italiano che non fosse ciao e grazie, che quella volta al suo amo era abboccata una preda davvero considerevole ma Eveline, con mio grande stupore, mi fece notare che il giovane bellissimo uomo non guardava lei ma sembrava proprio fissasse me.
Poiché io ritenevo non solo fortemente improbabile ma assolutamente impossibile quello che la giovinetta mi aveva detto, trascorremmo qualche decina di minuti a confabulare fra noi, cercando di capire quali fossero le effettive intenzioni dello scultoreo adone, dato che nessuna delle due voleva farsi sfuggire un'occasione simile. Ma, accidenti, sembrava proprio che Eveline avesse ragione poiché mi accadde più volte d'incrociare il suo sguardo quando io, cercando tra le mie trepide paure, trovai finalmente il coraggio di volgere uno sguardo aperto verso di lui.
Ripetei la manovra più volte e sempre incrociai quei due tizzoni d'ebano che lui aveva al posto degli occhi.
A quel punto, persa da una incontenibile felicità e desiderio di toccare con mano quanto lui mi stesse “quatando”, mi alzai, raccolsi la mia maschera subacquea e, con passo misurato ma agile, gli sfilai davanti andandomi a gettare fra le onde. Mi immersi e, dopo un tratto in apnea, sbucai fuori dal pelo dell'acqua guardandomi intorno: incredibile ma vero lui pure si era alzato dal suo asciugamano e stava proprio in quel momento fendendo a passi vigorosi l'acqua ancora bassa sotto i suoi piedi.
Un attimo appena e fu lì, accanto a me, stillante di gocce di mare che, come perle azzurre, gli correvano sulla pelle ambrata.

Da vicino era così bello da mozzare il fiato.
Mi rivolse un sorriso bianchissimo, tra la timidezza di un bimbo e la scaltrezza di un attore navigato ed io, sentendomi cedere le ginocchia, lo salutai con un filo di voce: “Ciao........”
Fu un tutt'uno dimenticare ogni cosa, persino di avere le gambe e non le ali, con le parole che sgorgarono fra noi: uscimmo dall'acqua, sempre parlando, gli occhi negli occhi, le mani pericolosamente vicine senza arrivare ad afferrasi mai e “ come ti chiami”, “ quanti anni hai”, “che cosa fai”, divennero prestissimo scandagli gettati nelle anime, nelle menti e nei cuori.
Di cosa parlammo in quel lungo pomeriggio che avrei voluto fermare ed incastonare come una pietra preziosa nella teoria delle mie lunghe giornate vuote? Non lo ricordo.
Ricordo solo che le sue parole terminavano con le mie e le mie iniziavano nelle sue e che i nostri occhi erano avvinghiati come due corpi ardenti sulla sabbia che andava lentamente spegnendosi.

Venne comunque, perché sempre viene, il tempo di andare e dovemmo slacciarci da quell'amplesso di sguardi, dovemmo di nuovo ricordare che avevamo due gambe e una vita e una famiglia e qualcosa che ci portava via da lì. In piedi, l'uno di fronte all'altra, attardammo l'addio finché ci fu possibile, poi io con un gesta maldestro quanto fragoroso, estrassi dal mio borsello il primo pezzetto di carta che trovai, vi vergai sopra il mio numero telefonico e glielo porsi, come si dona un fiore e come si dà uno schiaffo:
“Mi chiamerai?”
“Domani....”
E ce ne andammo.

 

Tornai a casa e vissi per giorni in stato di trance.
Aspettai che lui si facesse vivo ed ovviamente questo non accadde.
Attesi attesi ed attesi e sempre più mi apparve chiara una verità che di certo sapevo da sempre ma che fino a quel momento avevo voluto tenere celata: non amavo mio marito.
L'incontro con il bellissimo Roberto me lo fece capire così bene da non lasciarmi scampo e lo dovetti accettare.

Così presi coraggio e gli dissi a bruciapelo a Carlo, una sera, dopo aver messo a dormire Angela, che volevo andarmene. volevo separarmi.

Per lui fu un brutto colpo e vivemmo giorni durissimi: non litigammo mai, ma la tensione era evidente.

 

La nostra bambina aveva avuto ed ebbe in quei mesi altri problemi:
una caduta dalla macchina in corsa, per fortuna ad una velocità molto ridotta quindi senza gravi conseguenza,

La frattura del naso sbattendo contro un tavolino, come sempre non stava mai ferma e non ascoltava i miei ammonimenti.
Poi ancora convulsioni e una colica di reni.
Facemmo esami e scoprimmo che aveva un rene mobile con l'uretere ritorto.
Io vedevo che stava male, lo capivo, sapevo il perché fosse sempre difficilissima da trattare ma che fatica affrontare ogni volta tutte quelle difficoltà, quelle ansie, quei giorni e quelle notti in ospedale al suo fianco, sempre su una sedia, sempre non sapendo cosa fare, sempre sentendomi io più bambina di lei che era forte e volitiva, non piangeva mai e sembrava fosse padrona del mondo.

Io invece, che lei metteva continuamente in discussione, ero sempre più confusa, smarrita stranita.

Carlo mi chiese di non lasciarlo e di provare a vivere dandoci reciproca libertà:
io allora cominciai ad uscire da sola al sera, con qualche altra amica, ma lui era gelosissimo e stava troppo male.
Io non facevo nulla, non lo tradii mai ma lui soffriva troppo lo stesso.

Quella mattina eravamo in macchina insieme per qualche commissione e lui astioso e sarcastico mi apostrofò sulla serata precedente, che io avevo trascorso con gli amici del circolo nella più totale innocenza, rivolgendomi parole come io fossi una donna di malaffare.
Una rabbia subitanea ed incontenibile mi prese: l'ira dei buoni. Cominciai a gridare “ Ferma questa macchina!! Voglio scendere!!”


Desidero qui apporre un piccolo inciso: io e Carlo abbiamo vissuto una storia durata quasi ininterrottamente per quindici anni, che poi ha avuto una ripresa in tempi successivi, come racconterò. Ancor oggi ogni tanto, regolarmente, mi telefona e i nostri rapporti sono sereni. Ma c'è una cosa che non gli perdonerò mai: lui ha sempre guidato come un pazzo.

Per quanto la moto o la macchina potesse andare, così forte lui la spingeva, noncurante se fossimo in città, in collina con le curve o in autostrada, ed erano sempre frenate al cardiopalma fino quasi a toccare il paraurti del mezzo che avevamo di fronte, al quale poi s'incollava, viaggiando a pochissimi centimetri da esso, fino a quando, trovato un ristrettissimo pertugio, sorpassava, accelerando al massimo.
Quanta strada abbiamo percorso io e lui insieme? Centinaia di migliaia di chilometri in giro per l'Italia, la Francia, la Svizzera, la Germania, l'Austria, l'Inghilterra, la Scozia ed il Lussemburgo. Con i nostri cani, in macchina o in camper, eravamo capaci di partire il venerdì sera per il nord della Germania, per recarci ad una esposizione canina, e tornare la domenica notte.

Guidava sempre lui; perchè si fermasse bisognava implorarlo per lungo tempo e manteneva sempre, chilometri dopo chilometri, quella folle velocità.
Quante volte gli avrò chiesto: “Carlo vai più piano, per favore?!”

Si possono contare le gocce di pioggia d'un temporale estivo? Non credo, ma vi assicuro che le mie suppliche furono molte di più.
Ma lui non mi ha mai ascoltato neppure una volta.

Così quella mattina buttai fuori tutta la frustrazione accumulata fino a quel giorno e gridai con quanta aria avevo nei polmoni: “Ferma questa cazzo di macchina!!”
E lui non si fermò.
Io allora ,in preda a qualcosa d'inedito, afferrai la leva del cambio dell'auto ed inserii violentemente la prima.
Ovviamente il mezzo gridò tutto il suo dolore e Carlo fu costretto a fermarsi: inferocita ed infuriata scesi dall'auto sbattendo la portiera e m'incamminai a piedi.
Eravamo nella periferia della città: non sapevo cosa volevo fare, non ne avevo la minima idea, sapevo solo che volevo andarmene, che volevo andarmene.
E così feci, anche se ciò mi spezzava il cuore.

 

Vendetti il mio appartamento nella città natia, eredità di mio padre e acquistai una villetta in un limitrofo paesino di mare lasciando la mia amata fattoria.
I cani ed i gatti e tutti i superstiti di quella che un tempo era stata una grandissima famiglia animale restarono con mio marito.
Il distacco fu crudele ma non potevo pensare di portare in una microscopica abitazione chi era abituato a quella libertà felice.
Regalai la mia Tuba al circolo ippico, con tutti i suoi finimenti ed il suo corredo, - avevo acquistato per lei tutta una serie di cose per farla vivere al meglio: coperte, copertine, fasce, linimenti ed altro. - La donai con il patto che non sarebbe mai stata ceduta né macellata.
Non tornai mia più a vederla.
Seppi dagli amici del circolo, di cui uno ne era diventato l'istruttore, delle sue tappe. Trascorse anni portando a spasso per le pinete ed i maneggi, bambini ed adulti. Era tornata ad essere parecchio ombrosa, però.
Poi ebbe diversi puledri.
Quando fu troppo vecchia fu messa al pascolo con altre cavalle che non avevano più possibilità di lavorare. Morì di morte naturale a più di venti anni.
Mi interessai sempre di lei ma non la rividi mai più e non andai più a cavallo per tantissimo tempo.
Separarmi da lei fu lancinante.
Quando, dopo averla cavalcata per l'ultima volta, tolta la sella, spazzolato accuratamente il suo mantello e sistemate tutte le sue cose, la condussi nel box del circolo ippico che divenne la sua nuova casa, stetti a lungo con lei.
Mangiava la sua avena e ogni tanto prendeva qualche boccata di fieno fresco che le avevo messo a disposizione. La paglia era abbondante pulitissima e croccante, come sempre. Il suo corpo era caldo. La pelle fine come la seta. Il manto lucido. Il respiro profondo.
L'abbracciai al collo. Le dissi: “ciao Tuba, grazie”. La baciai sul muso. Poi uscii dal box e chiusi la porta senza voltarmi indietro.
Non piansi neppure.

Quelle lacrime scendono ora dai miei occhi, mentre scrivo.
Allora la vita mi attendeva: sentivo che c'era qualcosa di grande, immenso, che dovevo scoprire e vivere.
Sapevo che lasciando tutto ciò che avevo stavo rinunciando a molto ma l'impulso verso ciò che mi chiamava era fortissimo e copriva tutto il resto.
Ma ora, che davanti a me ho solo malattia e vuoto, vivo quel distacco come una gravissima perdita.
Le ore che non ho trascorso con lei. Le passeggiate e i galoppi di cui mi sono privata. La bellezza che ho rifiutato.
Ora questo mi pesa infinitamente, ora che darei non so cosa per poter di nuovo fare una passeggiata a cavallo.
E non posso né potrò mai più.

Anche il distacco dagli altri animali e dalla cosa, dalle mie cose fu terribile.
Lasciai tutto a mio marito. Nella nuova casa misi mobili nuovi, stoviglie nuove, biancheria nuova.
Presi con me solo i miei effetti personali e quelli di Angela, anzi, neppure tutti i suoi, perché una parte fu lasciata lì, in modo che ne usufruisse quando si recava dal padre nei fine settimana.
Lasciai tutto.
La mia vastissima collezioni di fumetti. I dischi. I libri. I soprammobili. I premi e i trofei dei cani. La biancheria della casa.
Mi sentivo un'assassina nel distruggere la vita di mio marito e non potevo essere anche la ladra che gli rubava le sue cose.
Non so come riuscii ad andarmene ma lo feci.

Mia madre venne a passare qualche mese con noi: nella villetta al mare tutta nuova bianco-celeste, perché avevo voluto appositamente staccarmi dal legno rustico che lasciavo, impressi immediatamente alla mia vita nuovi ritmi, nuove abitudini, come per scrollarmi di dosso ciò che era stato e non pensarci mai più. Era giugno 1982 e in quei mesi estivi, tornando il pomeriggio tardi dal lavoro, scendevo nella vasta spiaggia semi deserta che era a cinquanta metri dalla porta d'ingresso e facevo lunghe nuotate. La domenica mattina presto invece mi godevo lsolitarie passeggiate sul bagnasciuga, raccogliendo le conchiglie più belle, come facevo da bambina.


In autunno Angela cambiò plesso scolastico e i suoi problemi con compagni, libri e quaderni non mutarono affatto, semmai peggiorarono. Dalla scuoletta di paese, dove il clima era assai familiare, era passata ad una scuola cittadina di periferia e la differenza si avvertì notevolmente. Mi diede ancora diversi problemi di salute con piccole coliche renali, un'indigestione gigantesca di cioccolata di un enorme uovo di Pasqua vinto ad una lotteria, che solo il medico del pronto soccorso seppe risolvere e poi ci fu l'appendicite con relativo ricovero d'urgenza.
Fu anche capace di rompersi per la terza volta il naso, scontrandosi faccia a faccia con un suo compagno di classe che come lei correva per i corridoi di scuola ma in direzione contraria. Furono entrambi accompagnati al pronto soccorso ed io mi presi un altro notevole spavento.

 

Ma il vero problema fu quello economico che divenne pressante, infatti il lavoro in toelettatura non bastava più per la sopravvivenza della mia socia e mia, ora entrambe separate.
Per rimpinguare gli introiti trovai impiego come cuoca, in una paninoteca, nel turno di pranzo.
Mi piacque molto quel lavoro: la mattina mi recavo lì per fare le pulizie e preparare il necessario per il pubblico, mentre Scilla, da sola in toelettatura, affrontava i lavori che era in grado di fare. Poi dopo il servizio ed aver rimesso in ordine la cucina, verso le quindici, tornavo in toelettatura ed insieme disbrigavamo tutto il resto.
Ma lei non era contenta: mi diceva che era tutto troppo sulle sue spalle rispetto all'esiguo guadagno che ne ricavava e si dimostrava irritata ed irritabile, sprofondandomi in uno stato di grande tristezza. Davvero ero più preoccupata per lei che per me.

Alla fine del mese di prova il proprietario del pub mi confermò l'incarico ma lo stipendio che mi offrì risultò troppo basso per le mie necessità.
Allora decisi di acquistare un'attività commerciale tutta per me.


Lasciai alla mia socia tutto, attrezzature comprese, non chiedendole nulla, accettando solo una piccolissima cifra che lei volle a tutti i costi darmi. Di certo tra le due quella che eseguiva i lavori più difficili ed anche quelli più faticosi, ero io: lei era rimasta fino ad allora una figura subalterna ma mi disse che si sarebbe arrangiata.

Feci il corso per l'iscrizione al registro dei commercianti ed acquistai una latteria in un paesino a cinque chilometri da dove abitavo allora.
La pagai una manciata di milioni, chiedendo un prestito: all'inizio il lavoro non era tanto ma nel giro di pochissimo triplicò e gli incassi divennero soddisfacenti.
Io ci misi tutto il mio impegno, mi piaceva tantissimo avere quel genere di negozio: il contatto con il pubblico, il latte, il formaggio, la panna, il burro.. i dolci..
Cercai e trovai prodotti particolari e di ottima qualità per distinguermi dall'altra latteria, lontana qualche centinaia di metri, che aveva il monopolio nel paesino.
Infatti le strappai molti clienti in breve tempo.
Avevo ventisette anni, ero magra, bella, forte, allegra e piena di ottimismo: tutte le mie sofferenze sembravano sopite.


L'aver ritrovato la libertà mi galvanizzò tanto che cominciai a frequentare altri uomini.
Il primo, Lorenzo, che avevo conosciuto lavorando in paninoteca, era un bel giovane allegro e franco. Era sposato, ma io mica volevo risposarmi! Avevo giurato che mai più mi sarei fatta mettere le briglie al collo!
Lui era molto galante e splendido, mi portava in locali di classe, mi offriva rose e champagne, divertendosi come un pazzo alle mie subitanee euforie. Davvero bello, alto, ricciuto, gli occhi color smeraldo, forte come un piccolo toro, era del segno dell'acquario come me, edonista ed originale e ammirava il mio anticonformismo, così diverso dalle abitudini della moglie, tutta casa e famiglia.
Non eravamo innamorati ed anche il sesso non fu mai così esplosivo tra noi ma ci divertivamo troppo, insieme.
La sua corte, al di là del bancone del pub, fu un'altra eclatante sorpresa per me: solo dopo diversi giorni mi resi conto che quel bel giovane non veniva lì tutte le mattine alle dieci per bere un bicchiere di vino bianco fermo - che restava quasi sempre pieno - ma veniva per parlare con me. Infatti si tratteneva a lungo mentre io terminavo la macedonia, grattugiavo il formaggio, avvolgevo le posate nei tovagliolini, e se ne andava solo quando arrivava il proprietario con i primi clienti ed io non avevo più tempo da dedicargli.

Anche quando mi chiese di uscire la prima volta, restai stupita e la sera, quando mi venne a prendere sotto casa, entrando nella sua auto e cogliendo il suo sguardo ammirato, tremai tutta.

 

Poco tempo dopo riuscii persino a rintracciare in modo rocambolesco, tramite l'incontro fortuito con un suo amico, il bellissimo giovane incontrato in spiaggia con Eveline.
Accadde che un giorno entrò in latteria un uomo dai capelli rossi, che acquistò del latte e del formaggio e si trattenne un poco a chiacchierare con me, che ero sempre ben disposta e socievole. Parlando mi disse che proveniva dal piccolo paesino nel quale abitava anche Roberto ed io non potei far a meno di chiedergli se lo conoscesse. La risposta fu naturalmente positiva ma tutto finì lì.
Qualche pomeriggio dopo scorsi un'auto sportiva parcheggiare di fronte al mio negozio e ne vidi scendere proprio ' lui '.
Mamma mia, avevo il camice e la cuffietta, da perfetta lattaia!!!
In fretta la feci sparire, cercando d'aggiustarmi un po' i capelli, slacciai il camice per mostrare almeno abiti normali e nel frattempo lui entrò.
Quel sorriso illuminò il mio negozio, la mia mente, il mio cuore, i miei pensieri, le mie speranze: quanto era bello!!
Fu come il tempo non fosse passato, sentii i suoi occhi avvinghiarsi ai miei e ci trovammo di nuovo su quella spiaggia al tramonto.
M'invitò a cena ed io poi invitai lui a casa mia per un ultimo bicchiere, che sapevamo entrambi non avremmo assolutamente bevuto.
Mi baciò sulla soglia, chinandosi su di me ed io mi sentii come un fiore reciso dal suo gambo.

Nel mio letto, proprio su quella dalla trapunta di raso azzurro a fiori con colori pastello, egli mi travolse e mi trasportò in un luogo di baci, di mani, di pelle, di profumi, di sospiri, d'impulsi così violenti e carezzevoli, dove ci amammo fino allo stremo delle nostre forze. Era quasi mattino quando si allungò, abbandonandosi alla stanchezza ed io mi rannicchiai accanto a lui: mi cinse allora con le braccia, quelle braccia forti di uomo vero ed io sentivo le sue mani posate su di me come mai avessi avuto pelle e sensi. Ci addormentammo, così, nudi ed abbracciati.


Veloce fu, purtroppo, il sonno che si dissolse sentendo quelle grandi mani animarsi sulle mie spalle ed il mio viso: si era svegliato e così mi destò, tenendomi ancora in quella nicchia calda ed odorosa di noi ed aspettando che i miei occhi fossero ben fissi nei suoi. Mi confessò allora, senza mai distoglierli dai miei, di essere sposato e di avere un bambino piccolo, di amare entrambi, moglie e figlio e di non potere assolutamente pensare di lasciarli.
Fu come precipitare. Si alzò dal letto, si rivestì e se ne andò, lasciandomi come ultimo gesto il dolce accomodare la trapunta, che recava i segni del nostro amore, contro il mio corpo ancora caldo di lui.

Soffrii.

Lo cercai più volte al telefono, lo pregai di rivederci ma lui rifiutò sempre: quello che avevamo vissuto quella notte era stato troppo forte.
Capii allora che per lui sarebbe stato impossibile passare dalle mie braccia a quelle di sua moglie senza creare profondi dolori ad entrambe e così ascoltai la vita che mi stava chiamando a gran voce.
A Lorenzo s'aggiunse Valerio, che amava portarmi ad ascoltare dolcissimi concerti di piano bar, e poi Gianfranco, passionale e improvviso, che saltando fuori dal nulla trovavo ad attendermi alla chiusura del negozio già vestito per la cena.
Mi sentivo una dea.

C'era poi sempre mio marito che mi faceva regali, mi telefonava sempre, passava quasi ogni giorno in negozio. Giocavamo anche a tennis tre volte alla settimana, insieme, perché in quella nostra abitudine, consolidata ormai da anni, non riuscimmo mai a separarci.

Facemmo persino di nuovo sesso.. perché io ero diventata così bella, così diversa.
Mi ero comprata dei begli abiti, cose fini, eleganti, sobrie ma di gusto.
Ho pochissime foto di quel periodo ma mi mostrano davvero una splendida giovane donna: mi ero fatta allungare di nuovo i capelli fino alle spalle e ne avevo ancora tantissimi, che mi danzavano intorno al viso in ampi ricci naturali.
Mi truccavo anche in modo molto femminile

Insomma, che potevo desiderare di più dalla vita?

La convivenza con mia madre e mia figlia non era affatto semplice, tutt'altro, ma ormai la famiglia era per me una parte tangenziale della mia giornata.
Ero viva e padrona di me stessa: davvero mi sentivo benissimo.

 

Risale a quei tempi ciò che narro in una delle mie novelle, tratta dal libro Kaiki e che potete leggere qui di seguito in corsivo

 

IL SALUTO DELLA VECCHIA 128 FIAT GIALLONA

 

..................... Non volendo svuotare il nostro nido ….........

Portai però con me la nostra seconda auto, una vecchia 128 Fiat, che stava tirando il fiato con i denti e che noi chiamavamo, con affettuosa derisione, Giallona, per l’orrido colore ocra acceso.

Proprio quel colore accresceva la sua ormai dichiarata e raggiunta estraneità alla vita corrente, nella quale ancora prestava il suo servizio prezioso di trasportarci ovunque volessimo andare, pur denunciando in pieno l’avvicinarsi della fine già sancita dei propri giorni e della propria specie.

 

Io amo le cose e mi circondo sempre di quelle di cui percepisco l'amore, dato che sono in grado, per una mia sensibilità particolare, di captare i sentimenti silenziosi che emanano e che provano nei miei confronti.

 

Le cose non sono tutte uguali. Hanno anche loro un'anima, un carattere, una tendenza e la rivelano a chiunque sia un attento ascoltatore e spettatore.

Per questo chi, come me, è capace di accogliere dentro di sé la vibrazione emessa da ogni essere intorno, vivente o meno, si accorge della grande differenza che corre tra un oggetto e l'altro.

 

Davvero Giallona mi amava in modo incondizionato, tanto che ogni mattina ce la metteva tutta per avviare i suoi esausti ingranaggi, emettendo brontolii di sforzo sempre più accorati e raggiungendo sempre più tardi il proprio intento.

Ogni giorno o quasi, però, perdeva una delle sue funzionalità accessorie ma non per questo poco importanti: oggi non funzionava più il tergicristallo, domani la ventola interna dell'aria... una settimana dopo si bloccava un finestrino e così via.

 

Ma lei, impavida cocciuta e generosa, ogni mattino, presto o tardi, andava in moto e mi portava al mio lavoro.

 

Io e mia figlia, accarezzando ogni volta il suo nero cruscotto di similpelle, tutto liso e screpolato, ci dicevamo che non sarebbe durata più a lungo e che avremmo dovuto cambiarla con una vettura più recente, ma nel dirlo provavamo una specie di sgomento dentro e un dolore soffuso insieme ad un specie di riluttanza di fronte alla sensazione di avvertire la tristezza emanata da quell’anima meccanica, giunta alla fine dei suoi giorni di onorato e indefesso servizio…

 

Così il tempo passava, inesorabile e Giallona restava con noi; finché, una fredda mattina sferzata dalla pioggia e dal vento, non riuscì nel suo consueto sforzo quotidiano, la batteria l’abbandonò definitivamente e lei, mesta, si arrese inevitabilmente, ma rassegnata al suo destino, lasciandomi seduta sul suo sedile un po’ distorto a guardare la chiave di accensione divenuta un inutile pezzetto di metallo buffamente sagomato.

 

Mi recai al lavoro in bicicletta, percorrendo quei pochi chilometri sotto il temporale, arrivando perciò alla mia destinazione stanca, affannata e irritata per il ritardo, tutta bagnata e infreddolita.

E questo fu abbastanza per farmi decidere di acquistare un'auto nuova.

 

Erano i tempi quelli in cui potevo farlo: alzare la cornetta del telefono prendere un appuntamento in una concessionaria, scegliere un'auto, firmare un sacco di fogli per un finanziamento millenario e via.. uscirmene contenta con la macchina nuova..

 

Così, quel mattino stesso, cercai e trovai la sua sostituta. - che comunque non amai mai e che rappresentò fino all’ultimo per me una fonte di guai e di avversione, - e al telefono concordai col venditore che mi sarei recata io stessa a prelevare la nuova auto, lasciando la mia vecchia amica Giallona al suo triste destino di rottamazione.

 

Nel pomeriggio infatti, aiutata da un vicino di casa a rimettere in moto con i cavi della batteria la moribonda 128, mia figlia, che non voleva perdere assolutamente il primo viaggio della nuova automobile e io le facemmo compiere il suo ultimo tragitto.

 

 

 

Quando arrivammo alla concessionaria prescelta, la pioggia era cessata, lasciando uno squarcio di sole invernale a far brillare le goccioline d’acqua sul giallo della carrozzeria e sul parabrezza, solo in parte asciugati dal vento durante il viaggio.

 

L’addetto che ci aspettava ci mostrò dove parcheggiare la vecchia auto da rottamare e se ne andò voltandoci le spalle, del tutto indifferente ed avvezzo a quello che per lui era una storia di quotidiana abitudine, mentre io entravo in uno spiazzo recintato e facevo manovra per parcheggiare la nostra vecchia auto di fianco ad altri ruderi in attesa di essere ridotti a scatolette di lamiera.

 

In quel momento fui assalita da un dolore acuto, come se invisibili dita di ferro mi avessero stretto il cuore in una morsa.

Immaginavo la Giallona che piangeva lacrime di olio, benzina e antigelo.

Ma il tempo stringeva, il venditore ci attendeva per espletare le ultime formalità e mia figlia mi era accanto ed io mi ero accorta che lei pure si stava facendo prendere dalla malinconia di quell'addio.

Regalai, quindi, un’ultima carezza alla vecchia auto, passando lentamente la mano sul cofano ancora umido e un ultimo bacio furtivo, lieve quanto accorato, sull’orlo dello sportello che si era aperto per accogliermi innumerevoli volte, in preda ad una sensazione di estraneità dalla vita terrena che mi avvicinava incredibilmente a quello che per i terrestri era diventato ormai solo un ammasso inutile ed inservibile di lamiere, mentre per me era un cuore fratello, un'anima amica..

Poi, cercando di nascondere la mia inusitata quanto incomprensibile emozione, mi voltai di scatto dandole le spalle, mormorando: «Addio, Giallona, e grazie di tutto…»

Infine presi per mano la mia bambina, che ora scalpitava per vedere l’auto nuova, le girai le spalle e mi diressi verso l’addetto che, poco più avanti, attendeva impaziente sulla soglia dell’officina antistante agli uffici.

 

Dovete sapere, tra le varie cose, che Giallona era muta: lo era stata da sempre, o almeno da quando la comprammo noi da un amico, per un pugno di spiccioli, adattissima agli scopi di auto di servizio e di sostegno per le giornaliere necessità famigliari e, mentre invece l’ammiraglia di casa dormiva riparata nel suo ampio e ben costruito garage, lei trascorreva le sue notti all’aperto, sotto le stelle, al caldo o alla fredda pioggia invernale, immersa nella nebbia della bassa padana, cosa che non aveva fatto altro che incrementare effettivamente questa sua congenita o acquisita afonia…

 

Per quello non avevamo mai sentito la sua voce.

 

Ma, come ci fummo allontanate da lei una decina di passi, un grido meccanico però estremamente umano, scaturì dalle viscere metalliche di Giallona e inondò del suo pianto addolorato l’intera officina, scuotendo e facendo sollevare la testa a tutti i meccanici al lavoro, chini dentro le fauci spalancate delle auto ammalate che stavano curando e facendomi tremare le ginocchia fino quasi a piegarmi per terra.

 

Era Giallona che, per salutarmi, abbracciarmi e ringraziarmi per l’ultima volta, aveva ritrovato la sua voce.

Una voce straziante e penetrante che gettò tutta quanta, nella sua veemenza data da un lungo silenzio e un lungo incondizionato amore, in uno straziante, assordante, profondo, accorato, disperato indimenticabile addio, fino a quando uno dei meccanici, infastidito, accorse, aprì l’intimità del suo cofano e con una gelida, impietosa tronchese, le tagliò di netto le ritrovate corde vocali, sancendo definitivamente il suo silenzio e la sua morte.

 

 

Io mi asciugai frettolosamente le lacrime.

«Senti, la nostra Giallona ci sta salutando per l’ultima volta…», sussurrai a mia figlia commossa e piangente .

Poi, guardandola ancora un attimo con amore, facemmo ciao con la mano e abbandonammo quel freddo capannone, dove venivano lasciate al loro destino di morte le auto dismesse, senza pietà, né più uno sguardo di affetto, dopo aver dimenticato il tempo in cui esse erano state lustre e nuove e noi le avevamo guardate con orgoglio e meraviglia , del tutto incuranti del fatto che un'auto potesse o meno provare sentimenti e sensazioni, pur se espressi in modo diverso dal nostro.

 

Questa è una storia vera, autentica come le lacrime che stanno scendendo ancora dai miei occhi, una storia dedicata all’amore silenzioso ed altruista che ci donano tutte le cose inanimate, senza chiedere mai nulla in cambio, fino a che non si rompono, o noi, annoiati e perennemente insoddisfatti, non le condanniamo alla rottamazione per lasciare il posto ad altre che ci illudiamo possano essere migliori.

 

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sab

19

gen

2013

LA MIA AUTOBIOGRAFIA: CAPITOLO DICIOTTESIMO Cani cani e cani.. poi Scilla

AL LAVORO - autoritratto 2008 - olio su tela 35x25

 

 

CAPITOLO DICIOTTESIMO


Cani cani e cani.. poi Scilla

 

 

 

Chiesi allora alla mia veterinaria se volesse assumermi per pulire i canili, i box e lavorare nella toelettatura. Lei, avendo già apprezzato le mie doti di lavoratrice, mi assunse subito.

Fu così che imboccai una delle strade maestre della mia vita.

Noi avevamo questi grandi levrieri a pelo ruvido, cugini della fatina bianca.

Dopo al morte della fatina altri levrieri a pelo raso vennero da noi, regalatici da un vecchio allevatore di Bologna, il famoso dottor Busacchi, che vide in me il fuoco sacro della passione per quel tipo di cane. Lady era figlia di due suoi cani ed io, venendo a conoscenza della sua esistenza, gli telefonai chiedendogli di poterlo andare a trovare e conoscere e visitare il suo allevamento.

Il vecchio gentiluomo si comportò in modo tale da affascinarmi: mi mostrò i suoi cani, tra cui il famoso padre della mia dolce levriera, che si chiamava Dingo, - come il nome del mio primo motorino! - raccontandomi una quantità di storie, aneddoti, consigli, curiosità e cose da sapere. Fu così delizioso che tornai più volte da lui nel giro di qualche tempo. Un suo conoscente aveva allora una cucciolata figlia di cani suoi e, dato che aveva difficoltà a vendere o collocare i cuccioli, il dottore mi chiese se ne volessi qualcuno. Eccome che li volevo!!

Andammo a vedere quella cucciolata e portammo a casa tre femmine: una da regalare ad una amica, Mizar, bianca e nera e due per noi, come capostipiti del nostro futuro allevamento: Swing, tigrata scura, Suzie Wong, tigrata sabbia chiara. Erano bellissime e dolcissime, avevano tre mesi.

Ma il mio gramo gramo destino sempre ha trovato il modo di fermare i miei progetti anche quando sembrava che la fortuna si fosse ricordata di me.

A quei tempi io già mi recavo giornalmente al Canile Municipale di Ravenna che era ubicato non troppo lontano da casa nostra. La prima volta ci capitai per caso, perché avevo trovato un cane sperduto in pineta, un cane da caccia, - cosa che mi è successa più volte- l'avevo condotto con me e, volendo cercare il suo proprietario, mi fu detto di rivolgermi lì.

Venni a conoscenza, o meglio, tornai ad imbattermi in quella realtà terribile che costringeva ogni cane smarrito a perire dopo tre giorni dalla cattura per mezzo del gas.

Proprio quel giorno in cui entrai per la prima volta da quel cancello il custode stava ' infornando ' una decina di ' morituri' ed io assistetti alla loro fine.

La camera a gas era un basso casotto con due porte di metallo: una di rete grossa e l'altra a tenuta stagna: il custode catturava i cani con l'apposito laccio e li conduceva, alcuni assai recalcitranti e furiosi, strozzandoli senza pietà, lì di fronte per poi cacciarli dentro, uno dopo l'altro: prima i più mansueti, poi i più pericolosi e mordaci.

Lì dentro c'era l'odore della morte, della violenze e i poveri animali reagivano in due modi diversi: o paralizzandosi dal terrore o diventando ancora più aggressivi. Infatti, mentre lui faceva entrare gli ultimi condannati, in quell'angusto ed oscuro pertugio già si svolgeva una zuffa terribile e sanguinosa e da fuori si udivano benissimo i guaiti e gli strilli che i cani più deboli emettevano, aggrediti e morsi dagli altri, impazziti dalla paura.

Io assistevo a mia volta paralizzata dallo stupore e dal dolore, sapendo anche che ciò che quell'uomo stava facendo era perfettamente legale, anzi, veniva persino pagato perché lo compiesse.

Quando finalmente il numero dei cani destinati quel giorno alla gasatura fu completato, lui chiuse la seconda porta, quella stagna, girò l'angolo ed aprì, a quel punto per fortuna, perché gli strilli i guaiti ed i ringhi erano divenuti strazianti, il rubinetto del gas: nel giro di qualche minuto, dopo ancora tutta una serie di atroci mugolii, esso decretò il silenzio assoluto nel casotto di mattoni.

Vorrei non aver dovuto assistere mai a quello e neppure allo spettacolo che mi si presentò quando il custode estrasse i cadaveri dalla camera a gas: ognuno di quei corpi, abbandonati finalmente alla pace della morte, recava i segni dei morsi inferti dagli altri ed alcuni di quei poveri animali erano stati gravemente feriti e dilaniati. Le pareti di quella infame piccola costruzione erano interamente ricoperte da schizzi di sangue ed escrementi.

Quando riuscii a smettere di piangere mi feci dire da quell'uomo chi fosse il responsabile giuridico di tutto quell'insano folle assurdo crudele feroce massacro. Che risultò essere il veterinario comunale capo.

Senza por tempo in mezzo telefonai, chiesi un appuntamento e mi recai a parlare con quel feroce burocrate.

' Lui era un veterinario? Ma per favore! Lui era un aguzzino ed un macellaio. ' Questo io gli dissi in faccia, furiosa ed indignata, giunta in quella specie di ufficio ambulatorio tra fegati di maiale portati ad analizzare ed altri organi vari appoggiati dovunque, con un odore che davvero era ripugnante. Sì, era il suo lavoro esaminare gli organi di animali sospetti che erano stati macellati, a guardia della nostra salute ma i cani?

Lui, colpito dalla mia veemenza, cercò di difendersi dicendomi che non faceva altro che mettere in atto la legge. Io gli chiesi se lui avesse un qualche potere decisionale, cioè se la sua parola avesse un qualche peso e colpii sul vivo. Rialzando la testa dalla carta sulla quale stava vergando disordinate parole, mi guardò con lo sguardo duro e desideroso di vendetta, dicendomi che la sua volontà dettava legge, lì dentro.

E così si incastrò da solo.

Per farla breve, perché questa storia che sto raccontando in poche righe durò anni, prima mi diede la gestione di un box dove tenere al massimo quattro cani, a mio insindacabile giudizio, ai quali venivano concessi trenta giorni di moratoria in attesa di trovar loro una famiglia che li adottasse. Cominciò allora la giostra degli annunci per radio, dei bigliettini appesi ovunque: quando il custode aveva nuovi arrivi mi chiamava, e questo accadeva più o meno ogni giorno, io mi recavo al canile e controllavo il povero animale catturato se avesse o meno i requisiti per essere adottato.

All'inizio fu per me molto difficile: avevo quattro posti per trenta giorni e se avessi sbagliato la mia scelta avrei sottratto ad altri cani la possibilità di salvarsi.

Per fortuna la cosa funzionò: gli animali scelti trovavano in fretta una adozione: la cittadinanza neppure sapeva che ci si potesse rivolgere al canile municipale ed avere gratis un cane, se l'avesse voluto, quindi, allertata dagli annunci ed dal passa parola, si rivelò una grande bacino di utenza. Il custode, che sempre, ad ogni cane consegnato, di certo percepiva una qualche mancia, si schierò dalla mia parte, vedendo il suo destino cambiare, diventare migliore e mi aiutò in tutto per tutto: davvero il mio desiderio era un ordine, per lui.

Il box allora, dato in 'uso' per l'affidamento divennero due, poi quattro fino a che praticamente solo cani pericolosi o gravemente ammalati ed incurabili venivano soppressi.

Anche in quello io pestai a lungo i piedi riuscendo ad estorcere per quegli sfortunati il diritto ad una morte indolore, riuscendo ad ottenere che il veterinario capo firmasse finalmente l'ordinanza che sanciva l'uso di una iniezione letale.

E la terrificante camera a gas fu definitivamente chiusa.

All'inizio di tutto questo impegno, altre due persone, due donne, si unirono a me e mi sostennero eseguendo le telefonate e i giri necessari per gli annunci. Ma l'onere di recarmi al canile per scegliere e gestire i cani e il veterinario capo rimase sempre mio.

Fu una dura lotta anche ottenere che venissero fatti dei lavori di risanamento a quella struttura, che ne aveva assolutamente bisogno e fu lunga la strada della rieducazione del personale a norme igieniche e deontologiche che non venivano assolutamente rispettate.

Quel luogo che, il giorno in cui vi entrai la prima volta, era ributtante allo sguardo ed all'olfatto, si trasformò notevolmente ed anche in un tempo abbastanza breve.

 

col passare dei mesi e degli anni, si affiancarono poi al nostro trio iniziale altre persone fino al giorno in cui l'ENPA si accaparrò tutta la gestione dei cani randagi. Mi chiesero se avessi voluto essere dei loro, mi offrirono un posto come consigliere, io li frequentai un paio di volte poi, sentendomi distantissima da loro, smisi di farlo, lasciando che si prendessero tranquillamente tutto il merito di quanto era stato fatto.

Che mi importava del merito? A me importava che i cani non venissero più uccisi e torturati così, quello solo importava. E dopo anni ed anni, smisi di recarmi al canile.

Ma ai tempi che sto narrando ora, ero all'inizio di quel lungo cammino che ha visto salvare la vita ad un numero elevatissimo di cani e in quei giorni un altro volontario mi mise a conoscenza del caso di una microscopica barboncina nera, chiamata Virgola, che stava vagando senza meta da una casa all'altra senza trovare la sistemazione giusta. Quell'uomo, lo seppi solo dopo, mi mentì, sapendo di mentire: Virgola era ammalata di cimurro, al secondo stadio, quindi portatrice asintomatica, in quel momento. E, dato che il destino è amaro in modo matematico, proprio in quel periodo ci fu per diversi mesi la difficoltà da parte dei veterinari di procurarsi il vaccino contro quella terribile malattia. Io andai a prendere Virgola: era una cosina di due chili, veramente microscopica e mi intenerii così tanto che non potei far a meno di portarmela a casa. Ma le mie levrierine non erano vaccinate, a causa della mancanza del medicinale: si ammalarono e morirono tutte e tre, nonostante le cure assidue ed assai dispendiose che io somministrai loro. Morì anche Virgola.

Allora il dottor Busacchi, colpito dalla mia sfortuna, mi regalò a sua volta una cucciolona di levriero: aveva riportato una lussazione ad una spalla e quindi non era un soggetto da esposizione ma era assai bella, di mantello bianco e nero ed era adattissima ad avere dei bellissimi cuccioli: le misi nome Honey pie.

Finalmente tutta l'area di un ettaro attorno alla nostra casa era stata recintata e quindi la nostra nuova amica, figlia del vento, sarebbe stata protetta e libera di trascorrere una lunga vita con noi ma... si, anche questa volta ci fu un ma.

Una pomeriggio sentii suonare al campanello: erano due carabinieri. La mia cagna aveva saltato la recinzione, era corsa sulla strada ed era stata investita da una macchina, proprio davanti ai loro occhi. L'auto, un'Alfa Romeo, aveva riportato danni notevoli e noi pagammo ottocentomila lire di tasca nostra, che allora erano una cifra notevole.

E, naturalmente, seppellimmo Honey pie, di fianco alla teoria di tombe, in un angolo esterno della nostra aia, che stava notevolmente allungandosi.

Allora io piombai in una crisi enorme e dissi che non avrei mai più tenuto con me un levriero inglese a pelo raso, data l'evidente sfortuna avuta con quella razza.

Ma senza cani non volevo stare. Avevamo cominciato ad esporre Lady e Batù, divertendoci ed appassionandoci alquanto a quel mondo un po' folle e volevo continuare. Volevo inoltre diventare una allevatrice amatoriale di cani.

Quale razza scegliere allora?

Ad una esposizione internazionale a cui ci recammo con Lady, l'ultima a cui lei partecipò, che si teneva a Bellagio, sul lago di Como, avevo incontrato una signora tedesca con dei magnifici giganteschi levrieri a pelo ruvido, grigio ferro ed argento.

Mi avevano colpito tanto, quei meravigliosi signori delle razze canine, come nobili rustici, un po' burberi, ma quieti, eleganti e con uno sguardo davvero vivo e penetrante e fu così che la mia scelta cadde su quella razza.

Naturalmente Carlo si disse contrario, discutemmo a lungo poi, come sempre, capitolò ed anzi, divenne un grande appassionato di quelle meravigliose creature.

Ma in Italia nessuno li allevava né ne possedeva qualcuno così mi rivolsi all'estero. Divenni socia del Club Inglese del Deerhound, il nome originale di quella razza, mi procurai libri che lessi e tradussi dall'inglese, studia i pedigree dei campioni e finalmente scrissi a qualcuno degli allevatori che ritenevo i migliori, chiedendo loro di poter acquistare una femmina alla prima cucciolata disponibile.

Solo una piccola allevatrice amatoriale che viveva ai bordi della Scozia si disse disponibile a venderci uno dei suoi cuccioli, gli altri non accettavano il fatto che l'animale dovesse allontanarsi così tanto da loro. Ma Pat, così si chiamava, capì la mia grande passione, vide che sicuramente l'avremmo tenuta benissimo ed accettò. Nacque tra noi una amicizia che durò anni, con un lungo scambio epistolare.

Noi ci recammo due volte in Inghilterra, facendo entrambi i viaggi in automobile. La prima volta viaggiammo con il Pallas e due amici più il loro bambino.

Fu un viaggio prettamente turistico: alloggiammo per tutto il mese di agosto in una casetta nel sobborgo più a nord di Londra e di giorno ci spostavamo con la metropolitana. Io me la cavavo piuttosto bene, con l'inglese e quindi ero la guida del gruppo.

Fu un viaggio stupendo nel quale visitammo a fondo il British Museum con i faraoni le mummie e Lucy, la prima donna umana – che veramente sembrava in tutto e per tutto una scimmia -e la Tate Gallery con tutto il rinascimento italiano, i fiamminghi Rembrandt, Goya e Leonardo e Van Gogh ed io, che mi fermai quasi un pomeriggio intero davanti ad un quadro di Goya, il ritratto di un uomo che, dovunque ti spostassi all'interno dell'area intorno, ti seguiva con lo sguardo.

Seguimmo poi tutta la serie degli itinerari classici per turisti, dalla Torre, al Big Ben, Piccadilly, il Tamigi, il ponte, Trafalgar, Buckingam e tutte le solite mete ma anche visitammo il Museo delle cere, la tomba di Carlo Marx, una esposizione e serie di gare durate tre giorni dedicati al cavallo in tutte le sue espressioni, tutte le pasticcerie e le birrerie che incontrammo, i pub, - giocammo a freccette con gente trovata nei locali e Carlo segnava il punteggio sulla lavagna con cifre latine, un po' per fare il fenomeno e un po' perché era sbronzo. - Poi Arrods e il mio primo Mac Donald, tutti i parchi e i laghetti ,dando da mangiare ai passerotti ed uccellini vari, un rione che era tutto un mercatino di cose vecchie e vecchissime dove comprammo un servizio da tea di Sheffield ed altre cose bellissime, tra le quali un vaso da notte in ceramica dell'ottocento, tutti i negozi di pipe, grande passione di Carlo che acquistò la prima della sua lunga serie di Peterson, tutte le librerie dove acquistammo libri sui cani in Italia introvabili, il gelato con la soda e la peggiore pizza mai mangiata in vita mia, l'immensa quantità di gente per le strade così larghe, le pettinate autostrade inglesi, guidare contro mano, la grande varietà di razze umane e le toilettes più pulite del mondo. Ma anche la Francia da sud a nord, con le pommes frites lungo la strada, le baguettes, i bistrot, le colline dolci, la Foresta Nera, le vigne dello champagne, i larghi fiumi e l'immensa cattedrale di Reims che svettava su una vastissima pianura,.

Poi, la seconda volta, l'anno successivo, a marzo, con il Land Rover Station Wagon a trazione integrale, acquistato da poco, ottimo per il deserto ma assolutamente inadatto per la pioggia battente che durò tutto il tempo del nostro viaggio e che mi infradiciò le ossa e lo spirito. L'attraversamento della Manica con il mare forza sette e Carlo a prua con il giaccone slacciato e senza cappello mentre faceva un freddo da belare, fermo immobile, con me accanto che cercavo di reggermi in piedi e di non morire di polmonite, a guardare le bianche scogliere di Dover che si avvicinavano. E poi l'abazia di Westminster, la cattedrale di Winchester, il collegio di Cambridge ed i canottieri che si allenavano sul placido canale, Stonhenge e la meraviglia provata nel vederlo spuntare all'improvviso dopo tutta una serie di saliscendi, così enigmatico, imponente, incredibile ed io, come impazzita di gioia a correre come una bambina tra quegli immensi menhir. La dolce campagna inglese con le grandi querce solitarie, i muretti a secco e le pecore dalle zampe corte, il paesino di Pat, su di una collina nera di carbone, che si chiamava appunto: Black Hill, la sua piccola casa ed un grande levriero su ognuno dei sei letti, Anne, la cagnona - mamma che aveva avuto i cuccioli e quella torma di nove puledrini sgraziati grigi che ci corsero incontro e tra loro lei, che fu chiamata Ardeth Neroli che poi divenne madre e capostipite del mio piccolo allevamento che ebbe vita assai breve. E poi la cena in famiglia e noi che non sapevamo come mangiare, in che ordine cioè, tutte le pietanze che erano poste sulla tavola ed io che seguii esattamente tutto quello che faceva il nonno, indiscusso leader di quel gruppo di persone e cani. Poi la passeggiata con tutti i cani lungo le rive di un quieto lago e le loro esplosioni di galoppi e l'emozione di stringere a me la prima volta la mia cucciola, tanto attesa e desiderata, che venne a noi solo un anno dopo la decisione di acquistarla.

Fu un viaggio bellissimo di cui però il ricordo più incredibile resto comunque la stanza da bagno dell'hotel rustico nel quale ci fermammo, alle porte del paesino di Pat, dopo tre giorni interi di viaggio sotto la pioggia senza altra sosta che per i bisogni igienici, quasi senza dormire. Carlo voleva restare ancora in macchina, dove avevamo messo nella lunghissima parte posteriore un materasso e ci si poteva dormire, ma io puntai i piedi: dopo tre giorni di quella vita avevo assolutamente bisogno di un bagno caldo, un pasto bollente ed un letto vero e comodo ma soprattutto asciutto, che nel Land Rover da deserto il problema delle infiltrazioni di pioggia non era stato neppure preso in considerazione, dai costruttori. L'ebbi vinta e salimmo su, in quella vasta camera. Già la vista del letto candido mi sollevò alquanto ma quando entrai nella grandissima stanza da bagno piastrellata di verdino e lilla e vidi l'immensa vasca, quando mi ci adagiai dentro, sparendo fino al naso nella bianca schiuma soffice, dopo tre giorni gelidi ed umidi con gli stessi vestiti addosso e senza potersi lavare che molto sommariamente, io provai una esperienza quasi mistica di benessere e beatitudine, che non dimenticherò mai..

Alla fine, davvero, ogni avventura umana è pur piccola cosa....

 

Ma una terza volta mi recai a Londra -e questo fu un paio di anni dopo, - però da sola, in aereo, per tre giorni, per visitare la più grande esposizione inglese di cani da bellezza, il famosissimo e decantato Cruft's.

Fu la prima cosa importante che feci da sola: andai a Milano in treno e trascorsi il pomeriggio ed il giorno dopo da Nadia, che viveva lì. Fu l'ultima volta che vidi la mia cara sorella, cara amica di sempre, anima affine, con la quale era proseguita un intensa anche se non costante corrispondenza. L'avessi saputo che già a quei giorni stava meditando quel volo dal cavalcavia che poi le rubò la vita pochi anni dopo! Invece l'essere umano è così cieco e miope e non vede poco meno di nulla e anzi, addirittura distorce quel poco che vede.

Io mi ero aspettata una bellissima rimpatriata con lei ma l'atmosfera tra noi restò strana, come se non riuscissimo a comunicare, come se quello che ci dicemmo, l'una all'altra, non fosse ciò che sarebbe servito, che era atteso. Solo dopo, quando lei morì, capii cosa fosse stato ciò che avevo distintamente captato e che non avevo saputo interpretare.

Ma io stessa ero già in preda al vuoto cosmico ad alla passione amorosa che poi mi strappò alle braccia ed alla dorata gabbia di Carlo. Io avevo bisogno che lei ascoltasse me, lei aveva bisogno che io ascoltassi lei e così nessuna delle due parlò né ascoltò.

Il destino ha mani assai lunghe.

Dopo la parentesi con Nadia, quindi, presi un volo aereo per la grande metropoli londinese, il viaggio era organizzato dall'ENCI – Ente Nazionale Cinofilia Italiana. Praticamente era tutto preordinato: la mattina grande breakfast nella sontuosa sala dell'hotel a cinque stelle, poi in esposizione fino alla chiusura, alle 17, poi serata libera. Nel gruppo di partecipanti a quel viaggio c'era gente che conoscevo e mi divertii alquanto, facendo persino casino, una notte, andando in discoteca, io che mai ne avevo visitata una. Certo che dovevo essere ben buffa e, se ci credete, tutti mi guardavano. Mettete una discoteca londinese alla moda inizio anni ottanta, tutti vestiti più o meno da febbre del sabato sera, agghindati e stra – fatti, io senza trucco, il maglione verde di lana che mi aveva fatto mia madre ai ferri, i jeans e gli scarponcini. Ma come mi divertii a guardare tutti quei matti, che strana sensazione, io che venivo da piccolissimi paesi e cittadine, tutta quella gente di ogni colore e razza, tutti insieme accalcati ovunque. Allora mi resi veramente conto di quanto fossi fortunata a vivere come facevo.

Però la cosa più bella restò l'esposizione: ventitremila cani di tutte le razze, iscritti nei tre giorni del contest. - Da noi quando ce n'erano cinquecento massimo mille, di iscritti, si gridava al miracolo. -

Vidi tutto, girai dappertutto: dopo aver abbondantemente fatto colazione all'inglese con uova pancetta rognone, funghi salumi formaggi tea dolcetti e tutto quello che riuscivo ad ingurgitare, me ne vagabondavo da sola tra i ring e gli spazi per la toelettatura, la preparazione e gli stand commerciali. Gli inglesi erano cinquanta anni avanti a noi in tutto ma nella cinofilia anche di più. Nelle esposizioni canine italiane, negli stand commerciali era già tanto se si trovava un guinzaglio che non fosse di catena o una pallina o un osso; al Cruft's vidi di tutto, dai prodotti per i cani, con shampoo alla seta e coloranti, lacche, schiume, ed attrezzi dl mestiere a quelli sui cani, per gli umani: cappellini magliette gilè spillette libri tazze statuine portachiavi stampe antiche pupazzi peluche poster ed ogni specie di cianfrusaglia e chincaglieria - anche di ottimo gusto - che si potesse immaginare.

Avevo trecentomila lire per le spesucce, con me e, naturalmente spesi fino all'ultimo penny: ancora libri ed una serie di spillette, poi stampe, piatti decorati, statuette.. cosa non portai a casa...... fu bellissimo.

Ma fu anche bellissimo sperimentare la libertà. Perché Carlo era di certo un ottimo compagno ma piuttosto dispotico: si faceva quello che voleva lui e punto.

Ed io, sapete, ho un grosso difetto, che ho scoperto e capito fino in fondo solo molto più tardi: voglio fare solo ed esclusivamente quello che mi piace, mi appassiona, mi interessa e trovo giusto. E in quei giorni assaporai per la prima volta la libertà di andare, fare, fermarmi, tornare, interrompermi, riprendere, andare di nuovo, mangiare, bere, fermarmi esattamente sempre e solo quando lo volevo io e non al traino di Carlo o nella morsa dei bisogni e dei capricci di Angela.

Troppo presto mi ero sposata, troppo presto avevo rinunciato alla vita.

In quei giorni, lo capii.

 

E tutto dentro di me stava cambiando.

 

Nella clinica veterinaria, dove avevo cominciato a lavorare avevo, conosciuto una donna della mia età.

Quando la vidi la prima volta, con i capelli così neri, gli occhi altrettanto profondi di pozzo senza luna, il viso tagliente e l'espressione volitiva e amara, mi dissi che davvero non avrei mai voluto aver nulla a che fare con lei.

Dentro di me esiste una voce che mi dice come sono le persone che ho appena incontrato. Il fatto è che io non l'ho mai ascoltata, mai una volta. Solo dopo, molto dopo, dopo che mi hanno fatto tanto male allora ricordo il chiaro segnale che avevo ricevuto.

Ovviamente neppure quella volta capii quella voce e cosa mi stesse dicendo e in pochi giorni mi innamorai perdutamente di lei.

Si chiamava Scilla, in quei giorni era sposata, anche se poi, più o meno due anni dopo, si separò perché già si era innamorata di un altro, Piero Amaducci, a sua volta sposato, - mio omonimo ma non mio parente - e aveva una bambina coetanea della mia, Selene. Fu proprio il mio omonimo, socio della veterinaria nell'allevamento di cani terrier da esposizione, a condurre la sua amica là.

La bellezza di Scilla era così inquietante, la sua intelligenza così tagliente e logica, la sua dominanza sugli altri così spiccata che io divenni ben presto il suo cavalier servente, di nuovo, per la seconda volta nella mia vita, dopo Tati..

Io avevo ventiquattro anni. Da quel giorno stemmo sempre insieme: lei veniva da me con il suo amante e in quattro si giocava a mah-jongh, oppure si usciva a mangiare fuori.. le bambine giocavano insieme. Noi parlavamo parlavamo parlavamo.

Capii immediatamente di essermi innamorata di lei ma non glielo dissi mai chiaramente. Le confessai che mi stava accadendo qualcosa di molto strano: ricordo bene, quel giorno, eravamo sole, sedute in macchina in giro per la città per qualche commissione e dentro di me sentivo una grande forza che mi spingeva a dirle tutto, a porle il mio amore tra le mani e la mia vita al suoi piedi e un'altra altrettanto forte, che mi impediva di farlo. Lei disse che forse aveva capito ma io, colta da un subitaneo terrore, le chiesi di non dire nulla, di lasciare tutto come stava, che ero troppo confusa.

E così lei fece e quel discorso finì lì...

Mi dicevo che avevo troppa paura che lei mi allontanasse da sé, che l'amavo troppo e non potevo stare lontana da lei. Ero certa che non mi amasse, che mai avrebbe potuto amarmi ed io ero così presa, così disperatamente già dipendente da lei che poche ore senza vederla mi sembravano infinite ma, per fortuna eravamo sempre insieme.

Un giorno, sei mesi dopo il nostro incontro, lei e Piero Amaducci mi chiesero di parlare con me e, davanti ad un caffè, in un bar, mi proposero di aprire una toelettatura insieme. L'uomo aveva appena acquistato una struttura per la pensione e l'allevamento nella quale vi era già una toelettatura ma non avevano nessuna esperienza. Io, incapace di accontentarmi di lavare e tosare totalmente i cani con la tosatrice, avevo già cominciato ad eseguire lavori a forbice sui barboncini ed anche sui meticci, come avevo visto fare frequentando i ring delle esposizioni canine ogni domenica, quando andavo sempre ad ammirare i proprietari di cani a pelo lungo e a guardare come li preparassero per entrare in competizione, cosa che mi affascinava. I miei levrieri al massimo avevano bisogno di una spazzolata ed un bagno semplice ma quelle razze necessitavano di un vero e proprio lavoro di ' scultura del mantello ' eseguito con varie tecniche e strumenti, che io stavo approfondendo sui libri che avevo acquistato in Inghilterra e tradotto e in cui erano foto, schede tecniche, descrizioni teoriche.

Fu così che imparai a toelettare i cani: guardando gli altri, sui libri e sperimentando sui cani da compagnia che avevano necessità più semplici e mi permettevano di fare pratica senza il timore di rovinare nulla..

Quindi io avevo già una discreta esperienza e lui, che era un uomo assai più grande di noi, di più di venti anni maggiore ed era molto scaltro e navigato, aveva già visto la mia totale onestà, la mia voglia di lavorare e la mia passione sconfinata per lei.

La loro proposta mi lusingò molto: mi sembrò così strano che loro due, che erano così superiori a tutto e tutti, mi ritenessero degna di lavorare in società, quindi accettai.

Mi licenzia dalla clinica veterinaria, senza patemi, rimanendo assolutamente amica sua e di tutti gli altri componenti dello staff e detti inizio alla mia avventura di lavoratrice in proprio.

 

Ma io e Scilla non andammo a lavorare che un paio di volte nella struttura di Piero. Subito si capì che l'ingerenza della moglie di lui sarebbe stata insostenibile e così decidemmo di aprire noi due sole, in società al cinquanta per cento, una toelettatura nostra.

Trovammo una vecchia casa in affitto, tanto grande quanto scalcinata, ad un costo davvero esiguo, dato lo stato in cui versava. Avevamo cercato un negozio vero ma quelli disponibili avevano un canone d'affitto assai alto. Invece lì le spese erano assai basse ed inoltre la costruzione era ubicata su di una delle affollate arterie che convogliavano il traffico in entrata ed uscita dalla città di Ravenna

Al piano terra sistemammo tre stanze ed organizzammo la toelettatura con vasca tavoli, fon professionali eccetera. Facemmo tutto da sole, compresi i rivestimenti lavabili: i nostri mariti ci aiutarono ma io eseguii tutta la parte della pittura sia dei muri che degli infissi.

Il nostro laboratorio venne benissimo, almeno così ci sembrò. Eravamo orgogliose.

 

Cominciarono a venire i primi clienti, ma il lavoro languiva: erano tempi in cui ancora i cani non erano tenuti così bene come ora. Di certo nelle grandi città era diverso ma n quella piccola cittadina di provincia la gente faceva da sé oppure non faceva affatto.

Io ero felice di stare vicino a lei, tutto era diventato così bello allegro, interessante, le nostre giornate insieme scorrevano via nell'armonia, nel continuo parlare e poi avevamo sempre qualcosa da fare, qualche parte dove andare, anche solo fosse dal fornaio insieme per comprare il pranzo: tutto aveva un sapore nuovo ed intenso.

Eppure, nonostante quello, ancora una volta l'amare una donna, il mio essere omosessuale non raggiunse la completa accettazione e consapevolezza.

La sera scrivevo poesie d'amore per lei, rivolgendomi, io donna, a lei, donna, con i pronomi e gli aggettivi al femminile poi, la mattina dopo, correggevo e parlavo di un fantomatico lui.

Ma il mio stato di innamoramento era così evidente che, per mascherare con lei ed il suo amante il mio animo alterato spolverai la storia del professore, dicendo che pensavo sempre a lui.

Non che non fosse vero, perché in effetti mi mancava moltissimo.

Dal giorno in cui gli portai la mia bambina per fargliene un simbolico dono, non l'avevo più né rivisto né gli avevo parlato.

Scrissi, in quei mesi, un racconto di un qualcosa che tra noi non era mai avvenuto ma che io avevo una immagine chiarissima e particolareggiata: un modo assai diverso da come si erano svolte le cose. E dissi a lei, facendoglielo leggere, che quella era stata la realtà veramente accaduta.

Non so perché lo feci. Non è mia abitudine mentire. Ma lo feci.

Forse per contrapporre, io pure, un amore al suo, evidente, per il suo amante.

Perché io ero la sua consigliera e colei che accoglieva i suoi sfoghi verbali e le contrizioni che le dava la storia con quell'uomo che le aveva promesso si sarebbe separato dalla moglie e non lo fece mai, portandola in una sequela di litigi e riappacificazioni in cui io ero il refugium peccatorum.

Non che lei piangesse, tutt'altro, era inferocita per ogni anche piccolissima cosa che accadesse tra loro e in cui la moglie prendesse il sopravvento su di lei, diventando persino vendicativa. Ero così dentro alla loro storia che la moglie di Piero, che io conoscevo benissimo perché faceva anch'essa parte dello staff della clinica veterinaria, venne un giorno a parlare con me, recitando la parte assurda della moglie innamorata ed ignara, cosa che sapevamo benissimo non fosse e millantando una perfetta armonia col marito, di certo per provocare stizza ed invidia nella mia amica, intento in cui riuscì perfettamente.

Le due contendenti, nel corso degli anni, si fecero tutta una serie di dispetti e cattiverie che io ritenevo assurda: dicevo a Scilla che sarebbe stato meglio per lei e per tutti accettare la situazione con un maggiore buon grado, per eliminare tutti quei continui litigi che le avvelenarono il sangue e la vita. Ma lei non mi ascoltò mai.

Alla fine però la crisi del suo matrimonio divenne evidente ed il marito, finalmente, si rese conto del tradimento che stava subendo. Io, come si può facilmente immaginare, ero sua amica, anzi, giocavamo a tennis insieme e mi ero trovata tra i due, a dover sostenere una situazione assai scomoda. Quando scoppiò la verità anche lui venne a parlare con me, costringendomi a chiedergli di non tirarmi in mezzo, che gli volevo bene ma che sua moglie era mia socia nel lavoro e che assolutamente non potevo schierarmi al suo fianco. Lui comprese e si arrese all'evidenza dei fatti.

Dopo un po' di mesi di furiosi litigi si separarono e lei andò ad abitare nelle stanze sopra alla nostra toelettatura.

Era una casa davvero scalcinata e vecchia e, anche se avevamo cercato di rimetterla in sesto il più possibile, non era certo come il bell'appartamento nel quale aveva vissuto con il marito.

Però era comodo per il lavoro e la quota d'affitto che lei volle a tutti i costi pagare, anche se io non l'avrei voluto, era davvero esigua. Quindi si adattò ed io ne fui felicissima perché potevamo stare ancora più insieme, avere come una casa nostra, dato che io sentivo quelle stanze anche mie, dopo aver lavorato con e per lei riverniciando, stuccando, levigando infissi pareti e pavimenti.

E poi, a pranzo, stavamo insieme, dato che le bimbe erano a scuola, qualche volta cucinavo io, altre lei oppure si andava alla vicina paninoteca, oppure alla pizzeria o più semplicemente mangiavamo frutta verdura e yogurt.

In quel modo io trascorrevo molto tempo con lei, tornando a casa solo nel pomeriggio.

Carlo allora si ingelosì e cominciò a sentire puzza di bruciato: da tempo, ormai, io mi rifiutavo di avere rapporti sessuali, perché fare l'amore con lui era per me altamente insoddisfacente, come se la mia libido si fosse totalmente spenta. Ma non solo. Lo amavo sempre di più come un fratello e sempre meno come un marito, riuscendo a sopportare sempre più con fatica le sue imposizioni.

 

Scilla mi fece presto notare che ero troppo in carne e mi propose di dimagrire e di cambiare il mio look, che comprendeva solo jeans magliette o maglioni.

Io mi vestivo perché non si poteva andare in giro nudi o perché avevo freddo, non per altro motivo e non mi curavo per nulla del mio aspetto. Lo sguardo di mia madre mi aveva insegnato da sempre che tanto ero brutta e grassa e quindi, come potevo contrastare quello? Perciò me ne fregavo altamente, o almeno pensavo di farlo, evitando di prendere in considerazione il problema.

Ma gli occhi di Scilla posati su di me mi costrinsero, mi portarono a guardarmi allo specchio dell'armadio e, vedendomi come lei mi vedeva, mi vergognai di me stessa: pesavo novanta chili, ero il solito maschiaccio di sempre con i riccioli della permanente perennemente scomposti ed anarchici, mi mangiavo persino le unghie: ero un vero disastro.

Mi misi a dieta.

Smisi immediatamente e senza ricadute mai, fino ad oggi, di mangiarmi le unghie e nel giro di due anni di notevoli sacrifici arrivai a pesare 68 chili. il mio minimo storico da adulta. Difficile per me scendere sotto, dato che sono di struttura imponente. Dalla taglia cinquantadue cinquantaquattro ero giunta ad indossare la quarantaquattro, massimo quarantasei.

Il mio aspetto era notevolmente migliorato, davvero notevolmente: cambiando look, indossando anche abiti più femminili, tornando qualche volta alle gonne ed ai colori che non fossero il solito nero o blu, mettendo camicette foulard, bluse gilè e vari, ero davvero carina. Mi tagliai i ricci fatti con la permanente e scelsi un taglio alla maschietta, con un po' di basettina, lei mi insegnò a truccarmi.

Il risultato era notevole. Mi guardavo nelle foto che mi venivano scattate e nelle vetrine, mentre vi passavamo davanti, chiedendomi chi fosse quella bella e spavalda ragazza che vedevo.

- E qui aggiungo un piccolo inciso su qualcosa di molto importante che ho dimenticato di aggiungere a suo tempo. Dopo il distacco della retina, ero finalmente riuscita a portare le lenti a contatto: dopo mesi e mesi di lacrimazioni troppo abbondanti e sofferenze, ero arrivata a sopportarle e ad indossarle per ore così come ero riuscita a prendere la patente, passando all'esame della vista, con mia grande gioia. Avevo anche comprato una macchinetta tutta mia, pur se fu solo un vecchio catorcio, una FIAT seicento azzurrina che io chiamai Spumina. -

Il mio viso, quindi, si poteva mostrare libero da quelle ingombranti lenti a culo di bicchiere che mi rapinavano occhi e sguardo, rivelando a tutti un paio di occhi azzurro - verdi che, con mio stupore, riscuotevano l'ammirazione.

 

Ma ciò non bastò a conquistarla. Rimanemmo lì, in quel limbo d'amore.

Scilla di certo sapeva cosa io provassi per lei e non si faceva mai mancare l'occasione di spogliarsi, di fronte a me, di cambiarsi, di fare il bagno.

Io, turbata dall'amore ma impassibile, la guardavo, adorando ogni lembo di quella pelle dorata, che non sfiorai mai.

Mi accontentavo solo di passarle, ogni tanto, il braccio attorno alle spalle, in una specie di abbraccio un po' scherzoso ed impacciato. Quello fu il mio massimo contatto fisico con lei.

 

Un grande vuoto cominciò allora a crescermi dentro.

E nulla sembrava riempirlo. Né la vita di famiglia né la casa né gli animali né i cani.. neppure la cavalla.

Smisi di fare tutto: l'orto, le pulizie, accudire gli animali, tanto pensava a tutto Carlo che, pian piano mi aveva sostituito in ognuna delle incombenze che erano le mie.

Lui di certo lo fece per aiutarmi ma non si rese conto che, comportandosi così, mi rese sempre più aliena a quella vita ed a me stessa, sempre meno importante, sempre meno necessaria. Lui faceva tutto, io lavoravo in toelettatura e cucinavo.

Smisi persino di andare a cavallo. Accadde così, senza che me ne accorgessi neppure: tornavo a casa il pomeriggio inoltrato ed ero stanca, poi c'era Angela da badare e da portare sempre da qualche parte. D'inverno faceva buio presto, d'estate c'erano troppe zanzare e così, saltando prima solo qualche volta, poi montandola sempre più di rado, giunse il giorno che non cavalcai più.

Nell'orto gigantesco era cresciuta l'erba ed era ben recintato: Tuba trascorreva lì le sue giornate, libera e felice..

Oppure le mancavo??

Non lo so, credo di si, me lo chiesi molte volte e lo chiesi anche a lei. Ma senza avere mai una risposta.

Andavo dalla mia cavalla, quando rientravo a casa, le portavo gli zuccherini e le carote, l'accarezzavo, le parlavo, poi la riaccompagnavo nella stalla, la spazzolavo, le facevo le solite cure ma non andai più a galoppare con lei per i nostri sentieri solitari e selvaggi.

Forse perché ero così infelice che non potevo accogliere più nessuna felicità.

Quel vuoto era enorme: sapevo, sentivo che io ero altro, che c'era un amore a cui ancora non avevo avuto accesso e che assolutamente volevo provare e vivere.

Ma pensare di lasciare mio marito e quella mia casa mi era impossibile.

Trascorsero altri lunghissimi mesi.

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ven

18

gen

2013

IL COMPLOTTO CONTRO DI ME

MONDI.. 2012 dipinto digitale...

VI SPIEGO IL COMPLOTTO CONTRO DI ME..

 

io credo, sono sicura che ci sia qualcuno che mi segnala..

so di avere dei nemici e anche piuttosto agguerriti. mi verrebbe tanta tanta voglia di mettere davvero nomi e cognomi e spiegare a tutti quello che mi sta succedendo perchè mi sono davvero stancata.

queste persone, alle quali io non ho fatto assolutamente null'altro che metterle di fronte a loro stesse ed alla loro povertà umana,

mi stanno facendo, da anni ormai, terra bruciata intorno, allontanando da me contatti ed amicizie. molte volte delle amiche che avevano comprato quadri libri da me, che mi avevano appoggiato in tanti modi, ad un tratto, una alla volta,sono sparite dalla mia vita.. questo è successo tante e tante volte ma tante volte.. tutte se ne sono andate senza una parola, una richiesta di spiegazione, così alla spicciolata..

io all'inizio non me ne sono neppure resa conto poi, dopo la caduta, ho avuto altro a cui pensare..poi ho cominciato a capire, sospettare qualcosa ma non ci potevo credere..poi ho avuto la certezza, ho preso posizione ho chiesto spiegazioni amichevoli, che mi sono ogni volta state negate.. e ora siamo arrivate a queste. quelle persone si sono coalizzate tra loro ed hanno formato un vero partito ' anti arianna ' avvicinando, in un modo o nell'altro i contatti che vedono attivi con me.. dicendo di me bugie, mettendo insinuazioni.

tra le varie la prima è che io ho pubblicato il mio romanzo ' IO NON SONO DI QUI ' senza il consenso dell'altra persona di cui narro, cosa che non è vera e di cui ho le prove con una mail. comunque quel consenso non mi serviva dato che non ho messo nomi o riferimenti che potessero far risalire a lei. dicono poi che mento l'invalidità, che mi presento in un modo e sono in un altro, che sono una plagiatrice di menti fragili, voi, nel caso specifico e la mia ultima donna, ed altre piacevolezze del genere..

chi ricorda i discordi aberranti del signor domenico ledda qualche giorno fa sulla mia ex bacheca, intende meglio cosa volgio dire. insomma, io sono una specie di demone malvagio che va in giro raccontando con i miei scritti i fatti loro per due ragioni: arricchirmi sulla loro pelle, usandole come muse e screditarle.

è ovvio che questo è folle ma è evidente che le mie nemiche sono assai brave perchè io ho prove, nomi e cognomi, di mie ex amiche che erano assai vicine a me e poi, diventate amiche e contatti delle persone di cui parlo, senza una ragione al mondo, senza che io abbia mai avuto una parola storta con loro, si sono allontanate da me, sono sparite, non rispondendo più neppure a messaggi privati, tag e altro..

di certo le mie nemiche dicono che sono pazza e quindi, siccome questo è scritto sulla mia pensione di invalidità è per forza vero. quindi essendo pazza, tutto quello che racconto è falso, come sono falsi i miei tentativi di suicidio che avrei perpetrato per fini pensionistici - e certo che ci si fa ricchi con 260 eruro mensili - e come ricatti contro le persone che mi sono intorno, per estrocere amore ed attenzioni. - infatti vivo sola e lontana dalla famiglia e da tutti... - queste  nemiche  hanno anche avvicinato uno dei miei figli.

è quindi chiaro che fb fa queste manovre restrittive gravi in caso di diverse segnalazioni di spam. e si fa presto, se si è in tre o quattro o forse più, mettendosi tutti i giorni a segnalarmi, a creare un mucchio così di cacca sulla quale io poi scivolerò. che volete, ' sempre ari ' aveva 240 amici...

se questo non fosse, perhè fb mi avrebbe fatto questo assurdo golpe?  comunque alla fine non mi importa più.

non ho più voglia di lottare contro tutto e tutti. la mia salute sta peggiorando velocemente ed io non so neppure per quanto tempo ancora riuscirò a scrivere..già non dipingo più che piccole cose astratte sul pc.. e già mi stanco tantissimo a scrivere..nè so quanta vita mi resti.

tutte queste malvagità mi fanno stare male e davvero il gioco non vale la candela dato che non è la mia arte che mi da da vivere..

quindi, se volete seguirmi, cercatemi voi..

ho visto che ad ogni cambiamento di account persone che dcevano di amarmi alla follia non si sono peritate di cercarmi..anche loro contattate dalle mei nemiche?? e chi lo sa...quindi neppure loro meritano tutto il mio sforzo..

io scrivo perchè tanta tanta gente mi ha chiesto di continuare, che li aiuto..

allora se esistono davvero queste persone che hanno bisogno di me, io continuerò a scrivere finchè ce la farò, pubblicando sul mio sito  e mettendo i link su fb.. venite voi a cercarmi....

e se volete che le mie nemiche non abbiano la vittoria su di me fate voi qualcosa, chiedete ai vostri contatti di iscriversi alla mia pagina e di seguirmi..

a me, alla fine non importa quanti siete..so che qui ci sono almeno cinquanta perdone che mi vogliono bene davvero e mi seguono davvero..per loro scriverò, finchè ce la farò..il resto a me davvero, non importa più.... 

il mondo è brutto perchè la gente è brutta.

e se è vero che sono alcune delle persone che ho amato di più a dire quelle oscenità su di me, avranno ragione loro:

IO SONO QUEL MOSTRO MALVAGIO CHE LORO DICONO E VOI SIETE MENTI FRAGILI CHE, NON SO BENE PER QUALE RAGIONE, vi fate plagiare da me..poveretti, mi fate pena...

io dico solo che verrà un momento che queste persone dovranno fare i conti con la loro coscoienza.

è vero che non sono in pace con me stessa e con gli altri ma vi è una ' persona ' con la quale io sono perfettamente in pace perchè lui SA chi io sia veramente e colui è DIO...

a chi mi è davvero amico dico, GRAZIE CHE CI SEI, TI VOGLIO BENE, CONTINUERO' PER TE..

alle mie nemiche dico: ho una grande pena di voi.. mi dispiace per le vostre anime che state macchiando in modo tale..

agli altri non dico nulla.. che ho detto tanto... e parlare, dire la verità e cose assennate e serie e vere e piene di luce e amore e arte  in questo mondo oscuro in mano alla violenza più brutale mi ha portato alla mercè mano a chi si diverte a far soffrire gli altri. ...  io non odio nessuno, il mio cuore è puro.. posso guardarmi allo specchio e so di essere coerente ed in buona fede..

aspetto il giorno della mia morte, che spero e credo assai vicina con serenità e fiducia, sapendo che finalmente troverò la pace e l'amore che qui non ho mai avuto.. questo è quanto..

grazie per l'attenzione.. pace a tutti..<3

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ven

18

gen

2013

IL GOLPE DI FACEBOOK

IO, OGGI

 

FB MI HA OBBLIGATO A TRASFORMARE IL MIO ACCOUNT DI SEMPRE ARI IN UNA PAGINA...

 
se volete vedermi, per favore, cliccate mi piace ed attivate la ricezione degli aggiornamenti, cliccando sulla rotellina di fianco ai messaggi
' AGGIUNGI ALLE LISTE DI INTERESSE '
altrimenti non mi vedrete più.. una pagina non può fare tag o simili, nè chiedere amicizie..
sono stanca di queste angherie..
ripeto..se volete seguirmi cercatemi voi, non aspettate di leggermi sulla vostra home perchè non mi troverete, ameno che non attiviate la ricezione degli aggiornamenti come vi ho appena indicato...
hanno cancellato tutto, i post i vostri commenti che ancora non avevo letto, i messaggi..
devo dire che questo è proprio brutto..

ricordate il mio sito, lì ci sarà sempre tutto..

www.ariannaamaducci.com

ciao amici miei, sono molto arrabbiata.. come vedete che il mondo intero continua a ruotare contro di me...
se vi leggerò sarò felice... ciao.. ♥

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gio

17

gen

2013

CAPITOLO DICISSETTESIMO Tuba. Uno schiaffo. L'università.

PINETA E PALUDE - 2011 olio su tela 13 x 18

 

CAPITOLO DICISSETTESIMO

 

Tuba. Uno schiaffo. L'università.

 

 

Fu allora che Carlo acconsentì ad acquistare il cavallo che tanto desideravo fin da quando, bambina piccola, mettevo una cordicella al manubrio della mia bici e con un bastoncino facevo finta che fosse il mio cavallo e stessi galoppando per le vaste praterie del Texas.

L'acquisto di un cavallo mio era uno dei progetti che, come si può facilmente immaginare, avevo messo tra in primi sul tavolo dei negoziati matrimoniali: avere un cavallo era la cosa che desideravo di più da sempre. Ma fino a quel momento mille accadimenti, mille priorità avevano tenuto lontano da me la realizzazione del mio sogno. A quel punto, però, nulla sembrava non quadrasse: c'era il luogo dove tenerlo, c'erano gli appoggi, le conoscenze, l'esperienza, perfino fieno e paglia gratuiti, quindi, perché no?

 

Cercammo un po' in giro e poi tramite l'amico dell'amico dell'amico, come sempre accade, ci venne proposta una femmina baia di tre anni, arrivata dall'est europeo da poco. L'andammo a vedere a pochi chilometri da casa nostra. Era assai selvaggia e molto ombrosa, piuttosto magra e panciuta, lunga di reni, con il bacino sporgente ed aveva il muso con una strana ammaccatura sull'osso, come avesse due profili. Di certo non era una bellezza. Ma quando le fui seduta sulla groppa, a pelo, senza sella e la strinsi con le mie ginocchia forti, sentii la sua anima entrare in me.

Come nella scena del film 'Avatar ', quando lei, la creatura dell'altro pianeta, dice a lui ibrido umano - americano: ' Senti il cuore della cavalla pulsare nel tuo. Il suo respiro nel tuo. La forza delle sue gambe in te..'

Fu esattamente così.

La comprammo. Tuba divenne mia.

Per un po' la tenemmo al circolo ippico, perché sembrava una certa cosa, ai braccianti, che il loro sovrintendente avesse un cavallo nella stalla. Avere un cavallo nel 1977, per loro, che erano comunisti e discendenti di chi aveva ottenuto di poter lavorare la terra per il proprio interesse con lotte aspre, costate vite umane e sangue, era ancora il simbolo del padrone, che, montato sulla cavalcatura, passa tra le fila dei braccianti, costretti ad un lavoro faticoso in regime di semi – schiavitù ed esercita issato lassù tutta la sua protervia.. Ma poi, in pochi mesi, si abituarono all'idea, si resero conto che era un mio diritto poter tenere in quella che era comunque ' la mia casa ', ogni animale che desiderassi e così la portammo a casa e la sistemammo nella stalla.

Quella era una stalla da buoi e per quella bisogna era strutturata e quindi divisa in ' poste ', che sono spazi delimitati da muretti alti un metro e mezzo circa, entro i quali si alloggiavano i bovini, a due a due affiancati, con la testa verso il muro, lungo il quale correva la mangiatoia di mattoni ed era posta la fontanella con l'acqua corrente, tenuti al loro posto da una corda agganciata alla loro cavezza e passata a scorrere in un anello, avendo un peso di legno alla sommità estrema per fare in modo che la lunghezza della corda seguisse i movimenti dell'animale.

A me non piaceva che lei dovessi passare le sue ore legata ma non c'era la possibilità di fare un box e dovetti portare pazienza. Però aveva lo spazio per sdraiarsi comodamente, non come i buoi di cui vi parlavo, che erano costretti a dormire in piedi. Se liberi di farlo sia i bovini che gli equini dormono sdraiati, anzi, a loro piace tanto farlo ed anche rotolarsi per terra, nella polvere, ricordo ancestrale di quando il coprirsi di fango e polvere li difendeva dall'assalto di mosche zecche zanzare ed altro. Inoltre la terra, soprattutto l'argilla ha grandi doti disinfettanti e curative e gli animali lo sanno benissimo e le usano per le loro necessità.

Tuba, quindi, era alloggiata in una posta e non in un box, ma la cavalcavo tutti i giorni per ore, vagabondando per campi pinete paludi in trotti e galoppi liberi e, alla fine, quella piccola prigionia era bilanciata da tanta altra parte positiva.

Con me e dopo di me lei è stata comunque una cavalla felice, sana, dalla lunghissima vita.

Con le mie cure e l'ottimo cibo in pochissimo tempo ingrassò, si fese lustra e divenne assai mansueta con noi.

Nei primissimi giorni del nostro sodalizio, infatti, lei era comunque arrabbiata e stranita con il mondo intero perché, molto probabilmente, era stata strappata da un allevamento semi brado, le avevano imposto di certo brutalmente una parziale doma e poi l'avevano caricata su di un carro bestiame portandola in Italia. Di certo un viaggio del genere spaventa a morte un animale, anche se è stato abituato al contatto umano. Si può facilmente immaginare cosa possa essere per un cavallo vissuto in libertà fino a quel momento. Giunta in Italia era stata acquistata da un grosso commerciante e poi dalla persona che me l'aveva venduta che faceva quello non solo per guadagno ma anche per passione. Era stata trattata bene da lui, certo ma comunque non aveva ricevuto mai le cure e l'amore che poi io le diedi.

Per tutte queste ragioni era innervosita ed estremamente riottosa a tutto: non tollerava la brusca e la striglia per essere pulita, non dava spontaneamente il piede per la ferratura e per ricevere le cure quotidiane di cui un cavallo che vive in un box e viene montato ha bisogno.

Per chi non è pratico spiego che sotto lo zoccolo, tra la cornea abbastanza morbida che riveste l'interno del piede di un cavallo ed il ferro, proprio a causa di quello, sempre si ferma, compattato dal peso dell'animale, della paglia sporca, con feci ed altro, perché il cavallo non ha un altro posto dove depositare i suoi escrementi. Paglia che marcisce e può causare facilmente gravi infezioni che possono portare anche alla morte. Quindi, in fase di sellatura, il piede va afferrato e ripulito, svuotando con un apposito ferretto questa specie di nicchia. Poi, prima che il cavallo torni al suo alloggiamento, va di nuovo ripulito da eventuali sassi o fango che possa essersi fermato lì e protetto, almeno così facevo io, con una spennellata di catrame vegetale, che è un fluido vischioso che abbina proprietà disinfettanti a quelle isolanti. Sullo zoccolo esteriore poi mettevo strutto oppure un linimento speciale che curava indurimenti della corona, che è la parte del piede dove termina lo zoccolo ed inizia il tessuto vivo. Le apponevo poi le fasce da riposo, fasce di lana arrotolate attorno allo stinco del cavallo su della bambagia posta ad intercapedine, che esercitano un massaggio de faticante ed una protezione mentre l'animale riposa.

Per poter eseguire tutte queste azioni che richiedono anche un certo dispendio di tempo ed energie è necessario che il cavallo sia consenziente, anzi, che collabori, cosa che gli si insegna da piccolo, quando è facile per lui imparare ogni cosa.

Evidentemente nulla di tutto questo era stato insegnato a Tuba e di certo la prima ferratura le era stata praticata in modo coercitivo, - ferrare un cavallo è una operazione in sé indolore ma abbastanza lunga e disagevole perché il esso deve lasciarsi tagliate e limare l'unghia troppo cresciuta ed apporre il ferro che viene inchiodato con appositi chiodi nella parte cornea, che quindi non sente dolore ma che ugualmente, ad un animale non abituato, crea di certo qualche problema. -

Quindi la prima volta che io, in posizione laterale alla sua zampa posteriore per stare in sicurezza, feci per allungare la mano ed afferrare il suo zoccolo, lei mi rifilò un sonoro quanto robusto calcione.

Se non avete mai visto dal vero un cavallo scalciare, difficilmente potete immaginare quanto potente e veloce sia quel gesto. E pericoloso, perché se un essere umano viene colpito in pieno da un calcio di un cavallo che indossa ferri, di certo riposta ferite gravi, a seconda della zona dove il calcio arriva. Infatti, ricorderete che vi ho già raccontato che Tuba spaccò una gamba allo stalliere che andò ad afferrarle il piede per aiutare il maniscalco, una volta che io non c'ero, dato che ero andata in Inghilterra e l'avevo portata al circolo ippico perché si prendessero cura di me in mia assenza.

Fu una cosa difficoltosa e complessa che richiese diverse settimane di infruttuosi e pericolosi tentativi, convincere Tuba che poteva lasciarmi prendere il suo piede senza venire ferita o infastidita: reagì scalciando vigorosamente per giorni e giorni.

Io, per fortuna o per bravura, riuscii sempre ad evitare di venire colpita e non mi feci mai male.

Per assurdo un incidente con i suoi zoccoli accadde molto tempo dopo, quando lei era diventata docile e mansueta: mentre le stavo mettendo le fasce, in un clima di totale fiducia e tranquillità, lei fece un movimento improvviso con un piede anteriore, forse per scacciare una mosca e mi colpì sul naso, stendendomi a terra svenuta con un autentico e proprio ko pugilistico. Il mio naso non riportò fratture, in modo assai strano e miracoloso, dato il fortissimo colpo subito ma restò violaceo per un paio di settimane ed ancora conserva un leggero ingrossamento verso al radice, che mi ricorda quel fatto straordinario. Ero sola nella stalla, naturalmente e rinvenni quasi subito: mi rialzai veramente stordita ed impiegai parecchio per riuscire a recuperare tutte le mie facoltà...

Ma fu davvero un incidente involontario. All'inizio, invece, lei aveva intenzione di colpirmi per togliersi da torno questa ' matta ' che le faceva ogni sorta di cose a cui non era assolutamente abituata: tre tipi di spazzole passate una dopo l'altra su tutto il copro per avere un mantello perfettamente privo di polvere e lustro, la spugna bagnata per lavare il muso: occhi froge e bocca, la cura di zoccoli e zampe che vi ho appena descritto, spesso un bagno parziale o integrale, questo nei mesi estivi, ovviamente, con shampoo, schiuma e tutto il resto – acqua tiepida, naturalmente -... poi la ferratura ogni due mesi, la tosatura all'inizio dei mesi freddi per evitare pericolose infreddature e relativo uso di coperta. Il lavaggio delle zampe se si tornava a casa tutte inzaccherate di fango, cosa comunissima, poi, vaccini, medicinali contro i parassiti intestinali...

Quante cure vengono prestate ad un cavallo, se lo si vuole tenere sano e bello. A tutto questo si aggiunga la pulizia della paglia o torba o altro strame dove vive, - io usavo la paglia - e la somministrazione del cibo almeno tre volte al giorno. Poi la sellatura, - cosa che Tuba odiava – e la cura dei finimenti stessi con grassi appositi ed altro.. via, vi rendete conto che per anni la mia cavalla è stata la metà della mia giornata, tra una cosa e l'altra.

So che non tutti fanno questo, so che si può essere meno esigenti ma io... io sono esagerata sempre in tutto e troppo puntigliosa, desiderando sempre il massimo, se non la perfezione, per ognuna delle cose a cui mi dedico. Quindi la cura di Tuba ed il cavalcarla mi assorbiva tantissimo tempo. Per questo non posso fare a meno di raccontarvi questi particolari che forse a voi sembreranno meno influenti di altri: perché, la prima volta che allungai la mano per prendere il suo piede e lei non scalciò, io mi sentii percorrere tutta da un brivido di calda emozione che ha un solo nome: amore, il mio per lei, il suo per me.

E l'odore del catrame vegetale, della sua pelle, del letame, del cuoio della sella, del nostro sudore tutto si mescola,insieme, nel mio ricordo, con la più bella sensazione di purezza e di bellezza da me mai provata fino allora e che nulla mai eguaglierà.

Perché si, ho amato assai di più, mi sono fusa assai di più, molti anni a venire da quei giorni che sto ora ripercorrendo con il ricordo ma poi sono stata strappata da quell'unione, a viva forza e contro la mia volontà. Quell'essere unico che si era formato con quell'altro essere da me amato è stato di nuovo dilaniato, squartato diviso, con il dolore che solo chi ha provato una esperienza simile alla mia può capire. Un dolore che porta alla follia ed alla morte.

Tuba no. Tuba, si unì a me e mai si divise. Neppure quando io mi divisi da lei, neppure quando morì. Lei rimase me ed io lei, mai si sottrasse alla bellezza che eravamo, alla purezza all'amore che ci univa. Ed è per questa ragione che affermo che ciò che ho vissuto con lei non ha eguali, nella mia esistenza.

Perché tutta la casa viveva di lei, dei suoi profumi, dei suoi rumori.

Io stessa, per anni, dal 1978 al 1982, ho vissuto di lei.

E dal momento in cui lei divenne la mia compagna equina, per giorni, per mesi, ebbi le palpitazioni.

Quella volta, per l'emozione e per la gioia.

 

La nostra fattoria ha avuto centinaia e centinaia di abitanti. Capra e capretti pecora conigli galline oche anatre scimmia gabbiano civette colombi criceti canarini puzzola lepri, oltre naturalmente i diversi levrieri la bulldog la dobermann i bassotti e un numero imprecisato di gatti. Ma Tuba è stata il suo cuore. Ed anche il mio.

Mi rendo conto che ognuna di quei cani, quei gatti e di tutte le altre bestioline che hanno abitato con me io dovrei scrivere, narrare. Per alcune un romanzo intero, per altre solo un racconto. Magari lo farò ma non ora. Ora voglio proseguire con il racconto principale.

Voglio però di nuovo sottolineare quanto la mia vita di quei giorni sia stata intessuta a quelle creature che l'essere umano chiama, con grande grettezza e stupidità, 'animali' quindi esseri inferiori. Loro non lo sono, loro sono uniti all'uno, ancora e con grande empatia e ne seguono sempre le leggi, senza mai discostarsi. Quello che gli uomini chiamano istinto altro non è che la genuina essenza della vita, la verità, la via.

È la nostra mente che ci distacca dal vero e dal giusto ed ha creato, macchinosamente e malvagiamente, questa nostra società fondata sul guadagno e sul potere.

Gli ' animali' non vivono che non seguendo le leggi del loro essere e ciò fa capire quanto siano puri.

Io credo e sento che loro siano venuti qui, su nostra madre Terra, per insegnarci che vi è un modo di vivere naturale, che si fonde all'ambiente che ci circonda, che non lo cambia, che non lo altera o lo rovina. Ma, soprattutto, credo che gli ' animali ' siano qui giunti per amarci, per dare a noi, esseri che non sanno amare e farsi amare, quel sentimento incondizionato e totale che solo loro sanno provare.

Quindi, ad ogni nuovo abitante che si univa, per scelta e per avventura, alla nostra fattoria, io, Carlo ed Angela, vivevamo di lui o lei, imparando la sua storia, la sua natura ed arricchendoci di quanto, meravigliosamente, lui o lei ci donava. A chiosa di quanto sopra scritto, riporto questi miei versi e poi riprendo la narrazione cronologica...

 

IL SOGNO E' ANCORA QUELLO

 

Era il 12 luglio 2010.

in una notte troppo calda e sola scrivevo questo:


La cavalcata per me sarà in serata

sul mio arabo pomellato che tiene su la coda

come un principe del deserto

Un maschio intero

fremente come il vento

docile come una fanciulla


Cavalcheremo tra dune

di sabbia giallochiaro

e macchie di vegetazione inattesa

rubata all'arsura del ghibli

e là raccoglierò il mio sogno

e lo terrò stretto tra le mani

Gli legherò un lungo filo

d'aquilone

alla coda

perchè gareggi col vento

né si spenga mai

e rida di ogni nuvola che passa

di ogni riccio di vento

di ogni palmizio addormentato

al sole


A notte accenderemo il fuoco

e lui appoggerà il suo muso di

seta e velluto contro la mia spalla:

saremo racchiusi nel cerchio

di luce del fuoco che tiene lontane

le serpi velenose e

i malvagi della notte


Saremo insieme in una vita

che sempre è sogno

che sempre è sonno

che sempre mescola i confini

Saremo io

il cavallo e ..

tu.

 

Carlo si sentì male ed ebbe diverse coliche biliari.

Lui che era così forte e resistente, che non diceva mai nulla, che non si lamentava mai, sbiancava in viso e doveva coricarsi per ore, finché con Buscopan ed altro non gli passava. Le coliche si susseguirono e alla fine si arrese andò dal medico, si fece fare gli accertamenti e si vide che aveva la colecisti zeppa di calcoli. Così lo ricoverarono e gli praticarono una colecistectomia.

Io caricavo la bambina sul motorino ed andavo in ospedale a trovarlo, era gennaio. Faceva molto freddo, ma non avevo nessuno a cui lasciarla. Allora le mettevo il maglioncino bello caldo caldo, la infilavo nella tutina imbottita impermeabile, che sembrava un palombaro rosso, poi, sciarpa fin sul naso, berretto fino agli occhi e guanti, la assicuravo bene bene ad una seggetta fatta apposta che avevamo comprato e via, si correvano quei dodici chilometri che ci separavano dal papà.

E poi, al ritorno, mi fermavo al piccolo supermercato dove andavamo di solito, a fare la spesa. Ma mi sentivo così sola ed abbandonata, senza di lui.

Ricordo un giorno che c'era la nebbia ed era quasi buio: le nebbie del ravennate sono famose per la loro densità, quando ci si mettono sul serio è come essere immersi in un bicchiere di latte. Andavo pianissimo, ero a qualche chilometro da casa ma non vidi la rotaia che c'era per terra: la ruota del motorino ci si impigliò un po' dentro o scivolò ed io caddi. Ressi il peso con il mio corpo, parandomi tra la moto e l'asfalto, in modo che Angela non toccò terra. Si spaventò solo e cominciò a piangere ma io mi rialzai subito e la rassicurai. Solo che le buste della spesa, in parte colpevoli dell'accaduto, che erano attaccate al manubrio da ambedue i lati della moto, si erano rotte e tutto era caduto per terra. Alcune bottiglie si erano infrante, le mele le arance si erano schiacciate.. era buio, avevo paura che ci investisse un'auto ma non volevo perdere la mia spesa. Così, il più velocemente possibile, riuscii con due buste a farne una che tenesse almeno un po', raccattai da terra, aiutata dai fari della moto, ciò che si era salvato e ripartii, giungendo dopo poco a casa. Diedi la cena ad Angela e poi la misi a letto e, quando fu addormentata, potei piangere a mia volta, sentendomi come un randagio abbandonato e tanto spaventato che dovesse però sostenere il proprio cucciolo nonostante fosse in così grande personale bisogno. E quella sensazione, lo sentivo, non era data solo dall'assenza di Carlo, che di certo era il mio faro nella nebbia ma da qualcosa di assi più profondo.

Ma mi feci forza e lui fu forte, si rimise in piedi presto: dopo una decina di giorni fu dimesso e tornò a casa, dimagrito e pallido ma pronto a riprendere immediatamente il lavoro, nonostante gli avessero lasciato un piccolo catetere che io gli disinfettavo più volte al giorno. Ma per lui il lavoro è sempre stato sopra ogni cosa: ha lavorato sempre, ogni giorno, anche con la febbre, in ogni condizione. Perché si fermasse ci voleva qualcosa di davvero grave e forte, come appunto un'operazione al fegato.

Parlando di questo ho rammentato la sua dolorosissima tonsillectomia, qualche mese prima del nostro matrimonio e il suo incidente con la vespa, qualche anno prima, nel quale si scorticò tutto: pancia gambe braccia. Era come l'avessero spellato vivo. Ma, a parte quegli episodi, Carlo ha sempre goduto e gode di ottima salute.

Ora è un austero signore canuto e pelato, imponente ma non più grasso, che vive ancora per il suo lavoro....

 

La vita scorreva veloce e la nostra bambina diventava sempre più vivace, autonoma, testarda e a me avversa.

Cominciò a frequentare la scuola materna. Ricordo benissimo il primo giorno: mi recai all'appuntamento, dopo aver sostenuto i giorni precedenti un paio di colloqui per spiegare lo stato di salute di Angela, fare il punto delle sue abitudini alimentari e delle necessità. Inoltre, portandola con me, la lasciammo giocare un po' con gli altri bimbi per vedere quale fosse la sua disposizione d'animo verso un gruppo: aveva appena compiuto i tre anni e, fino ad allora, aveva conosciuto solo Margherita.

Si vide subito che la piaceva giocare e che era vivace. A quel proposito io dissi alle maestre che lei era MOLTO vivace, spiegando loro i motivi. Le maestre mi guardarono con un mezzo sorrisetto tra il sornione, il sufficiente e la piccola derisione e mi risposero che noi mamme dicevamo tutte la stessa cosa e che loro erano abituate, che un bambino vivace era una benedizione di Dio eccetera eccetera eccetera. Io le guardai a mia volta con un tono di sfida e lasciai loro la mia creatura.

Quando tornai a prenderla mi confessarono, con gli occhi fuori dalla testa, che avevo ragione che si, Angela era DAVVERO molto vivace.

Infatti i tre anni di frequenza furono costellati di continui aneddoti.

Uno tra tutti ne racconto, che credo piuttosto esemplare. C'era un bimbo che la mordeva e lei venne a casa più volte con i segni dei suoi denti. Ne parlai con le maestre ma la cosa si ripeté. Angela era spaventata di questo e minacciò di non voler più andare a scuola. Allora il padre le disse, con la sua fredda logica: ' Se lui ti morde, tu dagli un pugno sul naso! '

Non so se Carlo pensasse che la figlia avrebbe eseguito alla lettera il suo consiglio ma così fu: ci telefonarono le maestre tutte arrabbiate che Angela aveva dato un pugno sul naso ad un bambino e di andare subito a parlare con loro. Io lasciai che lo facesse lui ed infatti so che si sistemarono piuttosto definitivamente. E, risultato tra i risultati, quel bimbo rispettò nostra figlia per sempre e come nessun altro.

Di certo a me non sarebbe venuto neppure in mente di consigliare a mia figlia di tre anni di spaccare la faccia ad un coetaneo e forse anche per questo la fede e l'amore per suo padre crebbe a dismisura, dopo che le aveva dato decisamente il consiglio giusto.

 

Ma ogni giorno per Angela e con Angela ce n'era una nuova.

 

Problema numero uno: le dovemmo mettere gli occhiali per un astigmatismo. Le facemmo scegliere il colore della prima montatura e sembrava allora un topolino con gli occhiali ma ne faceva fuori un paio alla settimana, no so come facesse, forse tirava in quelle stanghette finché non fossero rotte ma ci riusciva benissimo, nonostante noi le acquistassimo sempre le migliori e le più robuste. Una volta un paio andò perso. Si cercò ovunque ma non venne trovato mai. Mesi e mesi dopo, un giorno che alla scuola materna portarono via il grande mucchio di sabbia nei quali i bambini giocavano, perchè venne ritenuto ad un tratto anti igienico, sul fondo de quella notevole montagnola si trovarono gli occhiali di mia figlia: come fossero riusciti a giungere sin lì, resta un mistero messo al novero degli annali della storia.

 

Problema numero due: siccome lei, come me, aveva avuto problemi con le anche e aveva dovuto portare il cuscino divaricatore dai sei ai nove mesi. - particolare che mi era sfuggito e non ho narrato a suo tempo – di conseguenza crescendo si vide che aveva il ginocchio valgo ed il piede piatto, così le ci vollero delle scarpe ortopediche che costavano una fortuna. Ci recavamo a Bologna a farle fare tutte le lastre, le visite ortopediche i controlli, dato che il piede di un bimbo cresce in fretta ed ogni tre , quattro mesi ci voleva un paio di scarpe nuove. Per fortuna potevamo permettercele ma per lei fu comunque un problema, che avrebbe voluto indossare le varie scarpe, scarpette ciabattine di Barbie ed invece doveva indossare quegli scarponcini blu, molto duri e pesanti che mi riempivano le gambe di ecchimosi, quando la tenevo in braccio, dato che non stava ferma un minuto ed agitava le gambe continuamente, colpendomi: quella suola così rigida faceva un male notevole.

 

Problema numero tre: se alla scuola materna dette parecchio da fare alle insegnanti, nulla fu però in confronto alle elementari. Non le piaceva studiare era molto disordinata, poco attenta, non stava mai ferma, non riconosceva la disciplina: le maestre dovevano farla uscire dall'aula e permetterle di correre nei corridoi, perché era incontenibile.

Ma tutti le volevano bene lo stesso.

Era un micro paesino, quello in cui abitavamo, fatto per lo più di case sparse, proprietà di piccoli contadini e poi una scuola una chiesa un negozio - bar. Eravamo conosciuti da tutti: Carlo era il fattore della cooperativa, io quella che aveva il cavallo.

 

Problema numero quattro: Angela era molto intelligente e sveglia, sapeva quello che voleva e come, cosa che si vide da subito. Ma quello che voleva non era mai ciò che volevo io.

Lotte infinite e continue per lavarla, vestirla, convincerla ad andare in bagno prima di bagnare le mutandine e fare qualsiasi altra cosa: lotte che vinceva sempre e solo lei. Non c'era modo che io la convincessi di nulla,.

Poi mi chiedeva ripetutamente di lasciarla sola in casa, non voleva mai venire con me.

Le regalavamo giocattoli in grandi quantità, soprattutto quelle famose bambole Barbie, di cui ne usciva un modello nuovo ogni piè sospinto e che noi, distrutti dalla sua insistenza, capitolavamo e le compravamo ma che lei distruggeva e tagliava con le forbici, troncando mani, piedi, togliendo scalpi.

 

Problema numero cinque: anche con la televisione avemmo uno scontro epocale ed epico con lei: io e Carlo eravamo dei rivoluzionari ed eravamo contrari al consumismo ed all'intruppamento di stato. Possedevamo solo una vecchia tv in bianco e nero che prendeva esclusivamente i canali della RAI. Noi guardavamo la tv assai poco, giusto qualche film ed un po' di informazione e ci rifiutavamo assolutamente di seguire le tivù commerciali che stavano sorgendo giusto allora. Preferivamo trascorrere la serata leggendo, ascoltando musica oppure giocando a carte o a Mah – jong con gli amici. Ma i compagni di scuola di Angela vedevano i cartoni animati e ne parlavano tra loro: lei ovviamente era tagliata fuori da questo e ciò la faceva arrabbiare terribilmente. Inoltre era incuriosita e quando aveva occasione di vedere tivù a colori da Margherita o altrove poi a casa ci faceva una testa così per averla lei pure. Come spiegare ad una bambina piccola le nostre idee? Ci provammo ma tutto fu inutile. Alla fine capitolammo e lei divenne tivù – dipendente come tutti gli altri.

 

Problema numero sei: o cercavo di andarle dietro con le buone, desiderosa di essere una buona madre e assolutamente convinta che le maniere forti non fossero efficaci, con i bambini, anzi, il contrario, fossero distruttive. Quindi le spiegavo sempre tutto, le parlavo, cercando di farle vedere il lato logico e conveniente delle mie richieste ma i miei discorsi cadevano tutti nel vuoto. E non è che io fossi una madre asfissiante: lasciavo che giocasse, che si sporcasse, che avesse momenti di libertà. Ciò che le chiedevo era di rispettare le semplici regole dall'alzarsi per andare a scuola, di lavarsi i denti dopo mangiato, di andare in bagno, di lavarsi e cambiarsi, di non toccare certe cose che erano pericolose, di lasciare i giochi e venire a mangiare se era ora di cena o andare a letto se era giunta l'ora di dormire. Di rispettare le sue cose, di non romperle appositamente, di non camminare a piedi nudi d'inverno, cosa che la faceva sempre ammalare con le conseguenze pericolose che questo aveva, di raccogliere i suoi giocattoli libri ed altro e di rimettere in ordine la stanza, all'inizio insieme a me poi, da più grande, in autonomia. Ma Angela sapeva rispondermi sempre di no.

Mi capitò spesso di perdere la pazienza e gridare, anche di allungarle qualche sculaccione, non sapendo più a che santo votarmi.

Una volta le diedi uno schiaffo a mano aperta sul viso.

Non ricordo più cosa avesse fatto per farmi perdere le staffe a quel modo ma comunque rivedo perfettamente la scena dalla mia mano che partiva, come avesse una volontà sua e si andava a scontrare con la sua guancia dove rimasero impresse le mie cinque dita per due o tre giorni.

Mi sentii un mostro e piansi tra le braccia di suo padre, la notte.

Gli chiedesi tra le lacrime dove io stessi sbagliando, se lui sapesse dirmi cose avrei dovuto fare per risolvere quel problema così spinoso. Lei era felice solo se stava con lui e a lui era portata ad obbedire di più. Ma il fatto era che a Carlo importava meno dell'igiene e dell'ordine, lasciava più correre: per evitare di entrare in contrasto con lei, gliele dava tutte vinte. Quella notte mi disse che avrei dovuto essere più giocosa, più allegra. Io già mi impegnavo a fondo in tutte le attività scolastiche di nostra figlia,, partecipando come responsabile dei genitori eletta per tutti gli anni che abitai lì. Mi impegnai sempre in prima persona per organizzare carnevali, feste e tutto quello che c'era in ballo. Ero il portiere della squadra femminile di calcio delle ammogliate. Ogni qual volta che il paese, la scuola od il parroco organizzavano qualcosa io ero sempre disponibile alla preparazione e partecipazione. La portavo dove voleva, cercavo davvero di fare il mio massimo. E non capii mai e poi mai come farmi voler bene da quella figlia. Rifiutava i miei baci, gli abbracci, le coccole. Rifiutava tutto, da me e di me. E così è ancora oggi.

 

Anche questa fu una delle ragioni per cui, quando lei cominciò ad andare alla scuola materna, io mi iscrissi all'università di Bologna, alla Facoltà di Veterinaria.

I miei amici, che ancora a volte sentivo o vedevo, quando tornavamo nella nostra città natale e loro erano lì oppure se venivano loro stessi a trovarci, studiavano tutti.

Io cominciai presto a pentirmi di non aver proseguito gli studi ed espressi il desiderio di voler ricominciare a studiare e prendere la laurea in veterinaria, altro mio grandissimo desiderio, da molto tempo ormai.

Carlo, manco a dirlo, non fu d'accordo, non voleva, continuando, ogni qualvolta io esprimessi il desiderio di fare od avere qualcosa, a reagire sempre immediatamente con un bel no, come mia madre prima di lui e come sua figlia.

Dovetti impiegare giorni, mesi per convincerlo ma anche quella volta raggiunsi il mio obiettivo: mi iscrissi all'Ateneo di Bologna.

 

Non frequentavo le lezioni, però studiavo a casa.

Era impossibile per me farlo perché recarmi in treno a Bologna tutti i giorni voleva dire star fuori di casa fino a sera e quindi non avere più tempo per la casa la bambina la cavalla, per nulla. Così compravo il libro di testo dell'esame che intendevo dare e studiavo.

Il primo che tentai fu istologia ma fui bocciata: ero appena uscita da una polmonite contratta in pieno inverno per aver preso freddo cercando di asciugare un nostro cane fuggito e ritornato tutto bagnato. Per evitare che si ammalasse lei, era la nostra bulldog, Pirata, lo feci io.

Era gennaio e faceva molto freddo, di nuovo come quella volta che Rufus ci avvisò di quell'incidente automobilistico. Pirata, una femmina di bulldog che ci aveva regalato lo stesso allevatore di Bessy, - dato che dopo diversi tentativi non era mai riuscita ad avere cuccioli, - era in calore. Era il tempo in cui non tutta la nostra area cortilizia era recintata ma solo un piccolo quadrato davanti al casotto, dove tenevamo Lazlo.

Laszlo era un bellissimo levriero ungherese che era stato rubato da un gruppo di cacciatori italiani che avevano fatto una partita di caccia lassù: l'avevano visto, l'avevano preso, caricato sul furgone e portato in Italia. Ce lo raccontò lo stesso autore del furto che poi lo aveva chiuso in un piccolo box assai sporco e lasciato lì a vita, senza più curarsi di lui. Io vidi il povero animale una volta che con la mia carissima amica che aveva la sorellina di Lady, che si chiamava Bambi, ci recammo nel macello di polli di quest'uomo per acquistare una piccola partita di carne congelata per i nostri cani. Avevamo Bambi con noi e l'uomo credette che il ' suo 'levriero fosse della sua razza. Ma il cane era ricoperto di piaghe ferite e croste, era magrissimo e così triste ed abbattuto che mi ribellai furiosamente a quel vedere. Avrei ucciso quell'uomo ma, desiderose di salvare il cane, io e la mia amica gli parlammo in modo il più amichevole possibile e lo convincemmo di darmelo, in cambio di un suo futuro cucciolo con la levriera. In fondo a quell'essere spregevole del cane non interessava nulla ed acconsentì, pensando di certo che il cucciolo sarebbe stato facile da rivendere. D'altronde il povero animale era così male in arnese che sarebbe morto tra non troppo tempo. Così portai a casa nostra il bel levriero fulvo e lo chiamai Laszlo, nome che mi piaceva molto.

Lo curammo e con antibiotici cortisone cibo buono e carezze si riprese presto. Era molto docile ma poco ubbidiente e molto agitato, quindi difficile da tenere in casa, dove stavano Pirata e Batù, col quale andava assai poco d'accordo. Così lo tenevamo molto in quel recinto, nel quale poteva correre ed essere più libero. Non tutti i cani amano vivere tra le mura di un appartamento e Laszlo era uno di quelli. Quella notte portai giù Pirata per i suoi bisogni e feci uscire Laszlo dal suo recinto per giocare un po' con lui ed accarezzarlo: avevo sempre paura che si sentisse troppo solo. Era uno spettacolo vederlo correre, velocissimo come il vento, quando lo liberavamo e quindi cercavamo di farlo più spesso possibile: il recinto era di circa venti metri di lato ma non abbastanza grande per permettergli di spiccare i suoi prodigiosi balzi di galoppo.

Ma quella volta feci un grave errore: Pirata, resa disubbidiente dal calore, fuggì via, sorda ai miei richiami disperati e Laszlo, chiamato dalla natura, le corse dietro. Era buio, cercammo con l'auto nei dintorni ma era come cercare il famoso ago nel famoso pagliaio.

Così ci arrendemmo ed andammo a dormire, sperando che presto sarebbero tornati da soli entrambi.

Infatti, alle due di notte sentimmo l'inconfondibile abbaiare di Pirata che, davanti alla porta di casa, ci stava chiamando a gran voce perché scendessimo ad aprirle la porta: era bagnata fradicia ed era sola: di Laszlo neppure l'ombra. Io scesi di corsa in ciabatte e pigiama, a piedi nudi, senza pensare al freddo che faceva, per asciugarla subito con la paglia ed il fon ed evitarle una polmonite che di certo le sarebbe stata fatale, data la natura delicata di quella razza.

Fui così premurosa che la cagna il giorno dopo stava benissimo mentre io avevo quaranta di febbre. E di Laszlo, purtroppo, non sapemmo mai più nulla, nonostante avessimo chiesto a tutti, cercato dovunque per mesi. Non tornò più, con mio immenso dispiacere e senso di colpa.

 

Per guarire dalla polmonite dovetti farmi una forte cura di iniezioni di antibiotico e quando venne la data dell'esame non avevo potuto finire di prepararlo bene ed ero così debole che ragionavo a stento.

Così, al primo tentativo, non lo passai e fu davvero una delusione enorme. Ma poi, alla sessione successiva, presi 28.

In meno di un anno diedi otto esami, di cui uno, chimica inorganica, tre volte, dato che la chimica che avevo studiato al liceo classico era assai superficiale. Inoltre, la professoressa di quella materia allora richiedeva una prova scritta molto difficile. Fu quella a darmi dei problemi: studiando da sola sul libro di testo non avevo trovato nozioni adeguate per superare quello scoglio. Dopo il secondo insuccesso mi feci dare una decina di lezioni private da una ragazza appena laureata in chimica e passai la prova con ventitre.....

Alla fine delle prime tre sessioni di esami, ad un anno dalla mia iscrizione, la mia media era di ventisette.

Poiché non sempre sui libri si trovava tutto quello che i professori spiegavano a lezione, io, studiando da sola, speso mi trovai in difficoltà: allora avevo imparato ad andare qualche giorno ad ascoltare le interrogazioni prima della mia, in modo da rendermi conto ed imparare quelle nozioni che, appunto, fossero state imprecise sul libro od assenti.

 

Così mi iscrissi al secondo anno ma dovevo ancora superare cinque esami del primo. Avevo già fatto i conti con il fatto che non sarei mai riuscita a laurearmi in cinque anni ma ciò non mi importava: intanto Angela sarebbe cresciuta ed io avrei avuto perciò più tempo e modo da dedicare allo studio. Fino ad allora, infatti, avevo praticamente sempre studiato di notte, nel mio tempo libero.

Mi misi così a preparare Anatomia Comparata Uno, di gran lunga l'esame più difficile dei primi tre anni: studiare tutte le ossa, i muscoli i tendini, gli organi e le funzioni di tutte le grandi famiglie di animali domestici: bovini equini ovini suini uccelli e roditori comparandoli all'anatomia dell'essere umano, non era uno scherzo. Ma un giorno mentre studiavo cominciai a vedere macchie, lampi, nebbia che offuscava tutto.

Capii immediatamente che i miei occhi stavano male.

Mi feci visitare d'urgenza da un oculista che mi trovò una grave sofferenza alla retina con un primo piccolo parziale distacco. Allora il laser non era cosa usata comunemente. Mi prescrisse delle iniezioni dolorosissime, - venti, che mi feci iniettare soffrendo una breve ma intensa e dolorosa paralisi alla gamba ogni volta, - e poi mi consigliò di indossare lenti a contatto e smettere di studiare.

Fu un colpo pesante, per me.

Nei mesi precedenti avevo cominciato ad andare presso la clinica della mia veterinaria per fare pratica e lì mi ero trovata benissimo anche perchè avevo conosciuto persone a cui mi sentivo legata e non potevo pensare di richiudermi in casa a fare la casalinga.

Ma in verità il fatto era che studiare da sola, senza poter frequentare le lezioni, risultava davvero molto pesante, difficile. Tutte le volte che dovevo andare a Bologna erano problemi con la bambina e poi Carlo continuava a non essere assolutamente contento che io studiassi. La tensione in casa stava salendo, sembrava che io facessi un torto a tutti.

Così decisi di smettere. Con il cuore a pezzi, conscia che stavo chiudendo una porta basilare della mia vita e della mia felicità ma decisi.

Fosse ora non lo farei assolutamente. Avessi saputo allora quanto la vita possa essere ingrata e difficile, a costo di morire e di perdere davvero la vista, mi sarei laureata. Avrei dovuto assumere una baby sitter per aiutarmi con Angela, tanto stava meglio con chiunque che con me.

Ma le favole di Walt Disney mi avevano insegnato che sarebbe bastato impegnarsi fino in fondo ed ogni cosa sarebbe tornata al suo posto ed io, allora, non sapevo che quella era la più grande menzogna sulla faccia della terra.

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lun

14

gen

2013

GIORNI SFOGLIATI

GIORNI SFOGLIATI - 2013  dipinto digitale - tecnica pastelli ad olio

 

GIORNI SFOGLIATI

 

Emorragie

di parole

racchiuse

in petali di nulla

 

Vento

di grani perduti.

 

Inverso passo e

profondità marine

di pianto

 

Eludo

i giorni sfogliati

in risacche di me

 

E' il tempo

che resta

irrisolto.

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