CARISSIMI AMICI

inserisco da oggi, 17 agosto 2017, il tasto per ricevere vostre donazioni...

 

finora non vi ho mai chiesto nulla..

ho messo qui le mie opere perchè fossero a vostra disposizione e l'ho fatto come scelta politica e personale..

ma la mia vita è diventata durissima...

Mia madre non mi aiuta più in maniera costante ma solo molto saltuariamente.

i miei figli non mi parlano quasi...

il denaro che il mio ex marito mi diede in fase di divorzio, nel 2013, che mi ha permesso di sopravvivere fino ad ora, è terminato...

ricevo mensilmente 800 euro dallo stato ma 500 se ne vanno per l'affitto e le spese di casa..

capite che quel che resta non basta neppure per il cibo mio, per Brugola e per Stellina

 

Non vi chiedo un ingresso obbligatorio, chi non può o non vuole, continui pura a fruire dei contenuti del mio sito in maniera gratuita...

 

 

Ma tu, ora, che entri qui per leggere, guardare, ascoltare, puoi aiutare arianna amaducci...

 

grazie se lo farai..

 

fare una donazione è molto semplice, clicca sul tasto e segui le istruzioni... 

non vi è un tetto minimo... bastano anche 50 centesimi ogni volta che passi di qui...

 

 

grazie, sinceramente

 

pace e luce nel tuo cuore e nella tua vita

sab

23

feb

2013

BOUQUET

BOUQUET - 2013 dipinto digitale
BOUQUET - 2013 dipinto digitale

 

BOUQUET

 

Altare

alla vita

nella neve

fiorisco

 

Infinita distanza

dalla fine

 

Lacrima

di sole.

 

 

 

carissimi amici..
è quasi tutto pronto per la mia partenza..
sono stanca ma contenta..
scrivo poco perchè non ho la mia postazione e non trovo il modo di essere comoda..
inoltre ho avuto ed avrò ancora qualcosa da fare, poi cerco di riposarmi per arrivare al viaggio nelle migliori condizioni possibile e non rischiare nulla...
però oggi ho sentito nostalgia dei colori..
così ho dipinto questo piccolo mazzo di fiori..
so che in molte parti d'italia nevica e piove, come qui, che piove molto..
allora una piccola primavera. .per tutti noi...
con il cuore , vi abbraccio e vi mando tutto il mio amore...

 

 

 

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mer

20

feb

2013

PREPARATIVI, SCARTOFFIE, BUROCRAZIA....

L'INTERO E' NULLO- dipinto digitale 2013

 

VADO SPARATA TRA MILLE COSE..

 

decisamente tante..

ogni giorno un ufficio o una cosa da sistemare oppure cambiare... l'elenco si allunga,,

stamatina la visita dalla diabetologa, ieri in posta per i conti, gli indirizzi ecc, domani la visita fiscale per la pensione...............

poi, il pomeriggio crollo...

ma anche un gran via vai di telefonate per sistemare i gattini e cento altre cose..

e ora scrivo su di un fianco con il pc a letto.

oppure mi devo alzare e stare sulla carrozzina, ma le ore che vi sto passando seduta sopra in questi giorni sono tantissime e le mie povere ossa protestano vivamente,,

 

così sono stanca ma motivata allo spasimo.

piena di dolori ma concentrata sull'obbiettivo.

 

ieri sera, tramite le meravigliose susy e lara, ho parlato con una associazione di olbia alla quale farò portare angelino e sofia che verranno inizialmente accolti nelle loro strutture poi verranno dati in adozione. e questo mi riempie di gioia.

 

adesso sono le 5 e 50... mi sono alzata ed ho portato il pc in cucina: sdraiata sul fianco è proprio impossibile scrivere..

volevo salutarvi e darvi mie notizie..

e poi devo preparare delle lettere che spedirò stamattina..

 

non vi leggo da almeno tre giorni e di questo mi scuso davvero.. sono contrita..

ho scorso solo la posta ed i messaggi privati per vedere se c'era qualcosa d'urgente ..

sono costretta a tralasciare il resto a tempi più tranquilli..

ma vi penso sempre... siete nel mio cuore, lo sapete...

 

il giorno della partenza si avvicina vorticosamente..

il countdown scatta con frenetica vicissitudine..

esagerata, direte voi, mica vai sulla luna!!!!!

beh.... sulla luna no, ma..............

so che siete curiosissimi..

pazientate ancora qualche giorno e poi vi rivelerò tutto con foto eccetera..

 

ora mi metto al lavoro con queste missive da scrivere in inglese...

cosa che mi crea qualche problema, dato che sono alquanto arrugginita in questa mia conoscenza lunguistica...

per il momento vi mando il più grande abbraccio di luce e pace che mi sia possibile... accoglietele in voi...

vi voglio bene..

grazie di essere i miei meravigliosi fantastici amatissimi amici..

 

 

 

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mar

19

feb

2013

IL DELIRIO........

RESPIRO DI FUOCO 2 - 2013 dipinto digitale

 

AVETE PRESENTE TUTTO QUELLO CHE PUO' ANDARE MALE?

 

non so se tutti lo ricorderete ma c'è una bellissima scena del filn frankestin junior che spiega perfettamente quello che mi sta succedendo.

ci sono loro due intenti ad esumare il cadavere per poi trapiantargli il cervello. uno dice all'altro: ' che schifo di situazione peggio di così....

e l'altro: ' potrebbe anche piovere.... '

e alla fine di queste parole si aprono le catarratte del cielo e viene giu un finimondo d'acqua...

 

ecco, così a me...

il grande pacco del mio letto con tutti i miei averi sopra dentro ecc è stato confezionato dai miei tre impavidi aiutanti, che ringrazio dal più profondo del cuore, sotto una pioggerellina davvero fastidiosa...

in qualche modo si è fatto.

.il paccone gigantesco 190X 80X 100 era pronto tutto rivestito di film plastico..

arriva il corriere verso l'una e mi dice: ' non c'è il pallet sotto, non lo sposso caricare,'

mi scende un colpo perchè io, al tizio con il quale avevo fatto la prenotazione telefonica, la prima cosa che avevo chiesto era se ci volesse una pedana e lui mi aveva risposto di no.

ho come testimone milli perchè mentre telefonavo era connessa con me su skpe e lo ricorda benissimo..

 

mi sono incavolata come una belva..

lui ha tirato fuori una pedana ed hanno cercato di mettergliela sotto.

ci stavano riuscendo ma evidentemente il trasportatore aveva altro da fare che risolvere il mio problema e quindi ha detto che doveva andare e che noi dovevamo smontare tutto e rifare tutto sulla pedana, che sarebbe passato alle 16 a ritirare il pacco.

 

sconforto rabbia delusione immensa stanchezza... sconforto totale....

poi ci siamo ribellati.

come smontare tutto?? ma quello era matto!!!!!!

un lavoro dalle 8 del mattino alle 13, cosa per cosa, èezzo per pezzo messi come un tetris, come un puzzle...

impossibile.

così abbiamo chiesto aiuto al vicino ed in quattro sono rusciti a piazzare la pedana al posto giusto

a quel punto c'era da legarla al pacco con il film trasparente.. cosa che è stata fatta anche se non senza difficoltà.

comunque alle 14, 30 il pacco era perfettamente confezionato,,,

e credo che quando dovrò aprirlo mi ci vorrà la sega elettrica per tagliare tutto quel nylon...;0)))

quando finalmente all 16 il corriere è errivato, si è dovuto persino tagliare un ramo di un albero che toccava sul camion.. ma in qualche modo il pacco è stato caricato...

e tutto sorro una pioggerella fine e fredda.. poveretti i miei amici.. sono stati davvero encomiabili..

 

io, sulla sedia a rotelle dalle 7 e 30 ero distrutta.

ho preso doppia dose dei miei medicinali ma il dolore era fortissimo e poi mi ero stancata a dire quello, aprire quell'altro afferrare quell'altro ancora..  insomma, troppo.

poi il letto non c'è più e sto dormendo su di uno normale, cosa che davvero........

 

oggi poi ho avuto una notizia sempre a riguardo di denaro -- della mia pensione non so ancora nulla -- denaro che mi doveva arrivare, che non arriverà..

 

racconterò tutto nella autobiografia.. ora non ce la posso fare..

ma stamattina, dopo aver fatto azione di violenza ed avermi fatto aprire la porta dei servizi sociali di sorso fuori orario ed aver puntato i piedi per parlare con la responsabie, dopo mesi e mesi che chiedo a destra e a manca senza ottenerere risposta e che mi fanno lo specchietto delle allodole: arrivano la settimana prossima, e poi ancora.. eccetera. ho saputo che non li avrò perchè a settembre era stato comunicato una cosa, richiesta un'altra  e nessuno, dico nessuno!!! mi ha detto nulla o ha fatto nulla..

 

non voglio dire altro che le mie ultime parole furiose ed indignate sulla porta mentre me ne uscivo:
DOVETE VERGOGNARVI. VOI GIOCATE CON LA VITA DELLE PERSONE INVALIDE CHE SOFFRONO.

 

il problema non è risolvibile e solo la generosità di mia madre e mio fratello ci ha messo una pezza...

devo dire che mio fratello si è dimostrato estremamente comprensivo ed ha cercato di consolarmi, e di calmarmi...

cosa che ho apprezzazzato anche più del denaro che mi ha dato..

 

comunque, amici cari: questo trasferimento s'ha da fare anche contro ogni maledetta rogna...

 

ma sono così stanca di lottare da sempre contro il mondo intero.....

 

però volevo scrivervi..

non ho più il letto nè il tavolino.. quindi ora sono al tavolo di cucina sulla sedia a rotelle e sono già troppo stanca e dolorante..

quindi i prossimi giorni non so cosa riuscirò a fare.. sono pieni di impegni tutti quanti fuorchè domenica..

però cercherò di farvi un saluto comunque..

 

molti di voi mi scrivono in privato.. scusatemi. .vi risponderò appena mi sarà possibile.. dal letto mi viene impossibile scrivere.. troppo complicato, per me, così, troppo dolore...

quindi vi prego di avere pazienza... ma vi ringrazio, che mi scrivete, che mi state vicini..

lo sapete.. siete la mia bellissima famiglia..

ed vi amo con tutto il cuore..

 

vi abbraccio di luce e pace.. cercando di far scendere la pace anche nel mio cuore arrabbiato...

 

 

 

 

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dom

17

feb

2013

IL MIO RI-COMPLEANNO

AUTORITRATTO - 2012 dipinto digitale

 

IL MIO COMPLEANNO E' IL PRIMO FEBBRAIO........

 

l'anno scorso, il 17 febbraio, aprii l'account ARI AMADUCCI, abbandonando il mio primo ARIANNA AMADUCCI - che è tutt'ora visitabile ed aperto a tutti con tantissime foto e materiale - che aveva 6000 contatti, per sottolineare che cambiavo vita, cambiavo me stessa, mi distaccavo da quella donna che avevo amato tanto e che mi stava facendo davvero molto male.

quindi misi la data 17 FEBBRAIO come data della rinascita..

quindi oggi è il mio RI - COMPLEANNO!!!!!!

e, a distanza di un anno devo dire che questa data segna davvero una rinascita totale e completa.

l'anno che è trascorso è servito tutto quanto per riuscire a distaccarmi complatamente da lei e per smettere di soffrire per lei.

ed è servito tutto quanto per arrivare in fondo a me stessa e trovare quello che stavo cercando da sempre con grande intensità: la connessione totale con la Forza creatrice che è in me ed in ogni creatura, minerale, animale e vegetale..

perciò vi ringrazio immensamente dei vostri auguri, che mi giungono graditi e che, sono certa, stanno aumentando la grande forza positiva di luce ed amore che è in me ed attorno a me.

 

ho ricevuto in dono il 2 febbraio scorso, una miracolosa forza di guarigione ed amore: LA LUCE DORATA.

mi sono accorta che posso mandarla esattamentente come l'ho ricevuta..

e quindi, a te che leggi questo messaggio, in questo preciso momento, se lo desideri, se lo vuoi e ci credi, connettiti con me ed io ti manderò questa bolla - perchè io la visualizza come una bolla - di luce dorata.

se vuoi assumerla dentro di te al massimo della sua potenza, immagina di essere una spugna naturale asciutta che viene a contatto con l'acqua e torna a recuparare la sua forma originale e la vita.

io, oggi, lascerò il canale di uscita aperto per tutto il giorno, in modo che ognuno di voi potrà attingere..

sappiate che questo è un dono bilaterale, perchè quando io mando luce dorata, indietro ne ricevo gli influssi benefici che fa in voi. quindi è un ricaricarmi, ad ogni emissione..

perciò non preoccupatevi che questo possa farmi star male in qualche modo, anzi!!!!

 

vi devo molto.

nell'ultimo ricovero mi avete sostenuto in modo meraviglioso, mi avete salvato la vita.

ma non solo.

da tre anni, da quando mi sono iscritta ad fb, voi fate questo...

e sono felice davvero di potervi mandare questo splendido dono che io ho a mia volta ricevuto e che viene dalla lontana isola di Thaiti, il luogo più bello della terra e più intenso per emissioni positive.

 

grazie amica mia..

grazie amico mio....

vi amo e non è una parola questa ma un reale sentimento che provo per tutti voi, per ognuno di voi, uno per uno.

 

vi abbraccio con la luce dorata.. vi porto nel cuore e lì resterete per tutta la mia vita.

grazie ancora di tutto...

 

ma non tiratemi le orecchie!!!!!!!!! siete troppi!!!!!!!!!!!!!!!! ;0))))))))))))

 

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sab

16

feb

2013

COSI' STANCA MA FELICE

IL SOGNO DI GIUNI - 2012 diointo digitale

 

 

IERI E' STATA UN'ALTRA GIORNATA CAMPALE...

 

inoltre ho scoperto perchè mi è stata bloccata la mia pensione, questo mese: per una lettera andata smarrita, che mi invitava alla visita fiscale, l'ottobre scorso, che è stata ritirata non da me e poi non mi è stata comunicata.

quindi ora sono senza pensione non so fino a quando..

venerdì prossimo per fortuna c'è un posto per andare di fronte alla commissione che certamente, visti anche i recenti peggioramenti, mi confermerà l'invalidità ed i diritti acquisiti..

quello che mi inceppa tutto sono i tempi tecnici che potrebbero arrivare anche a sei mesi, lasciandomi tutto quel tempo senza pensione.

poi, quando verrà ripreso tutto, mi saranno versati tutti gli arretrati, fino all'ultimo centesimo, ma nel frattempo per me sarà un problema notevolissimo..

 

ora, dopo una iniziale arrabbiatura, ho recuperato la calma: non serve a nulla preoccuparmi, se c'è una soluzione, come allo stesso modo non serve, se non c'è..

vedremo lunedì, andando in un certo ufficio, se mi dicono che l'erogazione potrà riprendere immediatamente dopo la visita..

ma non so..

 

per il resto, ieri ancora per uffuci e gli utlimi importanti acquisti.

prima di partire devo sistemare tutta una serie di cose.. anche la settimana prossima ogni giorno ho una situazione da affrontare, una visita da fare, un uffico dove recarmi per organizzare le mie cose...

ma sono felice che ho preso questa via.. continuo ad esserlo sempre di più..

e ciò mi da la forza di affrontare tutto..

oggi non devo uscire ma viene la mia assistente e comincia ad impacchettare ciò che mi porto dietro e a buttare ciò che non posso portare con me e che non interessa a nessuna delle persone che mi è accanto.

ed anche questa volta mi capiterà di assottigliare il mio bagaglio..

alla fine viaggerò leggerissima..

 

nella foro un dipinto digitale di qualche mese fa.. non sono stata in grado di dipingere, ieri..

difficile riprodurre la bellezza della prsnza che è in me, non en ho le armi, ma questo viso si sposa un po' a quello della mia voce interiore.. e della sua dolcissima presenza in me...

 

abbiate una giornata invasa dalla luce e dalla pace..

sappiate che il mio amore è costantemente accanto a voi..

 

 

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ven

15

feb

2013

LA VITA MI HA STUPITO

ARANCIO- 2012 dipinto digitale

 

QUESTA VOLTA LA VITA MI HA STUPITO IN MODO MOLTO FORTE

 

Se penso che poco più di venti giorni fa ero in fin di vita in ospedale, con nessuna voglia di sopravvivere, anzi, con il desiderio più totale di andarmene da questa valle di lacrime...

se penso a quello che è accaduto i giorni segenti con i miei figli, che mi ha fatto soffrire in modo assurdo,

se penso a come mi sentivo dentro, non dico nel corpo, che certo, sta meglio, perchè non c'è più la fase acuta che mi impediva i respirare ma ugualmente quello che resta di me è un bel catorcio...

 

ma proprio a come stavano

il mio cuore spezzato,

la mia mente tormentata,

la mia psiche sconvolta,

ogni speranza spezzata,

ogni prospettiva divelta.

Il mio destino era quello di venire istituzionalizzata a 58 anni in una struttura pubblica, quindi di ultima categoria,  che probabilmente sarebbe stato il San Giovanni Battista di Ploaghe, che è un ricovero certo decente, certo rispettoso del minimo della dignità umana, ma pur sempre un luogo dove anziani e molto più anziani, con varie patologie, tutte piuttosto gravi, vanno, in attesa del loro ultimo giorno.

Io avevo già deciso in cuor mio che mai sarei uscita dalla mia stanza, che mi sarei fatta portare i pasti a letto e non avrei mai condiviso gli spazi pubblici.

Ci sono stata una volta, lì, per fare una seduta di tearapia riabilitativa, e sono passata davanti al refettorio.

Tutti questi nonnini così vecchi, in sedia a rotelle oppure in altri ausilii atti a farli stare seduti che attendevano, attorno a questi tavoli, che fosse servito loro il pranzo... questi visi tristi, sofferenti, segnati, spenti, assenti.... questi occhi appena socchiusi.

Ed un silenzio assordante, nessuno proferiva parola, nessuno, ma l'aria era così gremita di grida, che io sentii benissimo, e la cosa mi sconvolse.

Allora pensai che avrei lottato con tutte le mie forze per non finire lì dentro.

Poi la vita mi ha portato quella storia sentimentale che mi ha spezzato definitivamente, portandomi sul ciglio della morte più volte e l'ultima volta propro il giorno del mio ricovero e quelli seguenti, fino al giorno del mio compleanno , nel quale ho subito da lei uno sgarro davvero inutile quanto crudele che mi ha colpito  non tanto per il gesto in sè ma per la sua totale stupidità...

è duro, molto duro, quando si ha amato molto una persona, rendersi conto di averla sopravvalutata in modo esagerato.

Di certo lei pensa lo stesso di me...

 

E qui la vita mi ha stupito

Il 2 febbraio è stata capace di ribaltare questa montagna di dolore e destino amarissimo che nessuno sembrava potesse neppure avvicinare, tanto era imponente ed aspra.

 

D'IO è grande.......

La potenza della vita è immane.

La forza che è dentro di noi, di ognuno di noi, è immane.

Perchè sì, quella mattina la vita mi ha donato qualcosa di bellisismo ma nel contempo mi ha chiesto altrettanto, in fiducia, coraggio, abbandono al mio destino, e quindi alla mano di quella potenza creatrice.

Mi ha imposto dei distacchi dolorosi, - da Gine, soprattutto, che al San Giovanni avrei potuto vedere ancora qualche volta in giardino,-

e poi mi ha chiesto di non farmi domande sul mio futuro.

Di non porre ostacoli, dubbi.

Mi ha chiesto un sì totale.

Che io le ho dato.

D'impulso, di slancio, senza pensarci su neppure un attimo, perchè avevo promesso a quella voce divina che mi parla dentro che avrei accettato ogni suo desiderio, ogni suo comando. che sarei stata perfettamente obbediente e diponibile.

 

Ed ora sto per partire..

Ma soprattutto il mio cuore è sereno, come lo sono la mia mente, la psiche..

E l'anima mia prova la delizia del sentirsi avvolgere dall'amore e dell'avvolgere nello stesso tempo.

Non l'amore per un'altra persona ma quello per la vita stessa che è in me.

Questo è un sentimento che non avevo provato mai, fino ad ora.

e devo dire che è ineffabile.

 

Rendo grazie a questa forza e potenza creatrice ed ogni giorno la prego perchè faccia sì che ogni mio pensiero parola azione ed intenzione non siano altro che il suo specchio e la mano della sua volontà. che io possa con il mio essere e vivere, dimostrae quanto grande essa sia, in modo da poter portare sollievo e speranza a chi soffre, come io ho sofferto.

 

Se l'ho fatto io, se ci sono riuscita io, se è accaduto a me, può accadere anche a voi....

 

Vi abbraccio con immenso amore di luce e pace.

 

 

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gio

14

feb

2013

ORGANIZZO.... E DORMO SFINITA.....

 

 

POI CAPIRETE PERCHE' HO COSI' TANTE COSE DA ORGANIZZARE..

 

in questi giorni ho parlato e parlo con varie persone,

ho dovuto prendere delle decisioni in base al costo che portavano ed al distacco affettivo..

quindi sono veramente caotici..

ore intere al telefono ed al pc per vedere questo e quello

confrontare prezzi, servizi..

nulla di semplice..

altri imprevisti - tipo la pensione non mi è ancora stata accreditata per un errore di un numerino del cavolo -

altre cose che vengono in mente...

mamma mia..

e il dolore è forte, qui..

è inutile, questa casa è umida.. nulla da dire..

e poi a fatica mi alzo..

credo di aver un po' mollato dal punto di vista del sostegno nervoso..

sono più tranquilla e questo è un bene ma anche mi da meno forza perchè l'incaxxatura galattica dei brutti giorni passati mi faceva stare peggio ma mi dava più forza fisicamente..

mi fanno così male le gambe che, nonostante sia dimagrita almenno sette otto chili, fatico a starci sopra per più di pochissimi secondi ed il gesto di alzarmi dalla sedia a rotelle mi è difficilissimo..

quindi poi, appena mi metto al pc per rispondervi..... mi addormento!!

senza neppure accorgermene..

è successo ieri pomeriggio, ieri sera stanotte stamattina...

uffa..

scusatemi..

inoltre ieri ho avuto la glicemia a trecento tutto il giorno.. stamattina è più bassa a 160, ma ieri era altissima e non avevo mangiato nulla che potesse giustificare..

ma il mio diabete non è mellito bensì da shock cortisonico..

e quindi siccome sono ancora a pieno ritmo con cortisone ed anche un po' di antibiotici... vi lascio immaignare..

ieiri poi il disturbo intestinale - oggi sto meglio -

insomma, avete capito...

 

stamattina devo uscire per scartoffie...

e domattina per acquisti..

vedete bene che sto messa davvero come un tapezziere monco che deve costruire tre divani in mezz'ora.....

 

ma ci sono, sono qui..

sono sempre più che convinta di aver fatto la scelta giusta..

e sono serena e felice...

 

oggi è il giorno di san valentio e siccome io vi amo tutti, tutti tutti vi dedico questo mio ritratto digitale che rappresenta il feeling di specie, l'unione tra sensibilità affini e l'amore eterno che va oltre le vite, oltre i destini, oltre i distacchi: quello delle anime..

noi siamo uno, come pesci in un grande oceano d'amore e di luce....

 

grazie miei dolci insuperabili amatissimi amici..

 

 

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mer

13

feb

2013

E' DAVVERO DURA...

ARIANGELO - dipinto digitale 2013

 

IL MIO ANGELO CUSTODE HA IL SUO DAFFARE, QUESTI GIORNI..

 

qui a casa è davvero dura..

 

fa molto freddo ed umido.. ho acceso il condizionatore ma ho risentito enormmente lo sbalzo dall'ospedale...

tre ore fa ho avuto una fortissima scarica intestinale con dolori..

sono quasi svenuta in bagno.. c'è mancato nulla..

ed anche ora ho dolori e sento che non è finita così..

mi alzo davvero con una fatica incredibile.

poi i dolori ossei sono agguerritissimi.

sto assumento quasi una ventina dii medicinali diversi..roba da matti, amici miei..

ad ogni ora del giorno c'è qualcoa e alla 8 e alle 20 praticamente facco colazione e ceno con le pillole..

poi inalazioni, punturina nella pancia...

eh si, , ce n'è per tutti i gusti..

 

comunque il mio viaggio e trasferimento sta procedendo di gran carriera.. ieri ho acquistato il biglietto aereo...

 

scusate le poche parole ma sono davvero sfinita..

ora cerco di dormire ancora un po'

vi abbraccio con amore..e vi ringrazio ancora infinitamente di tutto quello che fate per me...

 

 

 

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mar

12

feb

2013

NON E' TUTTO PASSATO.....

a casa..
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mar

12

feb

2013

RITORNO A CASA MA.......... APPELLO PER BAINJO ED ANGELINO

ANGELINO DA PICCOLO

 

RITORNO A CASA...appello per angelino e bainjo


a metà pomeriggio...

stanca assai assai: il trasporto e tutto il resto..

appena entro in veranda trovo una brutta sorpresa:

i miei gattini sono tutti ammalati di raffreddore e sono in uno stato pietoso, irriconoscibili.

fatico a riconoscere angelino, ma poi sì, è lui, gli occhi cisposi il naso che cola, magro spaventato. ma mi riconosce, si fa subito accarezzare, miagola, ha fame.. il cibo non è mai mancato loro, in questi giorni: maia, la mia assistente, è venuta tutti i giorni a lasciar scorte. ma ha fatto freddo e loro erano abituati a dormire con me.. e poi, in questa colonia felina, la rinite è presente e ne uccide molti anche alla nascita.

bainjo non c'è..

mi metto a piangere..

metto cibo e cerco di pulire gli occhi a destra e a manca e mettere la pomata oftalmica ma riesco solo con sofia che ha un occhio completamente chiuso e con angelino.

poi maia mette un po' in ordine in giro, attacchiamo il pc e se ne va.. e sono le 17..

mi addormento..

sono troppo stanca..

poi sto al telefono con varie persone, faccio conti liste eccetera..

non resterò qui, alla fine del mese me ne andrò.. vi dirò dove quando sarò lì......

quindi devo organizzare una miriade di cose..

mi alzo alle 20 e torno dai gatti. c'è bainjo che quando mi vede sgrana tanto d'occhi come fosse stato colpito da una visione..poi comincia a miagolare a gridare forte, mi morde la mano, si fa accarezzare. lui non è ammalato è solo un po' più magro.

allora faccio entrare in casa lui ed angelo. do abbondante cibo a tutti.

ceno con frutta, prendo la mia caterva di medicine e poi ancora telefono progetti eccetera..

poi crollo. fatico persino ad alzarmi dalla sedia a rotelle ed il dolore torna forte..

strano, in ospedale era passato notevolmente.. forse l'unidità di quwsta casa, il trasporto.. anche ora ho male.

credo che sia l'umidità che c'è qui che si fa sentire...

angelino non mi ha più lasciato. è qui accococlato tra le mie gambe. bainjo non è venuto è di là..credo si sia molto offeso della mia fuga.

vi prego, io non voglio lasciate qui questi due gattini.

portarli con me è oltremodo difficile.., quasi impossibile.

sono sterilizzati entrambi affettuosi e bellissimi, pulitissimi.

PER FAVORE, QUALCUNO LI ADOTTI!!!!!!!

vi prego..

gli altri sono selvatici, avranno il loro destino, ma loro due hanno bisogno della vicinanza umana. vi prego aiutatemi. vi prego.....

 

per il resto, che dirvi??

sono felice di essere uscita dall'ospedale e che una nuova sistemazione mi aspetti alla fine del mese. davvero non sono più in grado di vivere sola... per troppi motivi, sia fisici che psicologici..

ma i miei due gattini.. VI PREGO!!!

gina resta da ale, sta bene con lei e la figlia, le conosce da sempre.. anche se mi cerca, là è felice..ha pure un giardino tutto suo con l'altro mio cane adottivo, spago ed i due di ale..

ma i miei gattini.....morirebbero in fretta.. VI PREGO ANCORA....

grazie..

ora mi alzo, do la pappa ai felini,  faccio colazione, prendo un'altra caterva di medicine e torno a salutarvi e a rispondervi..

abbiate una giornata di pace serenità e grande dinamismo..

vi abbraccio con tutto l'amore che mi è possibile..

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lun

11

feb

2013

DIMESSA!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! NUOVA LINFA

NUPVA LINFA - 2013 dipinto digitale

non lo sapevo quando ho dipinto questo, stanotte..che sarei stata dimessa... ne avevano, certo, parlato, di martedì, mercoledì..

ma gli ultimi esami sono tutti in ordine, la saturazione è a posto ed i polmoni sono notevolmente migliorati.... il cuore stanco e l'insufficienza respiratoria restano, il diabete pure, le cure andranno continuate ma

 

SONO DIMESSA!!!!!!

 

dopo le 14 sarò di nuovo nella mia casetta...

e poi ...cambierò tutto nella mia vita, tutto.. quindi questa poesia è decisamente azzeccata..

sono felice, amici miei..

e vi devo moltissimo..

grazie, vi amo..

quindi 

 

 

 NUOVA LINFA

 

Distende

disseccate vene

fessurate mani

devastate membra

dilaniate menti

derubati ventri

 

Delizia dorata

senza peso

perfusa

fino alle inerstirpabili

radici

di D'Io.

 

 

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lun

11

feb

2013

LA MIA AUTOBIOGRAFIA- CAPITOLO VENTUNESIMO

LA PICCOLA  CASA - 2012 olio su tela 13 x 18

 

CAPITOLO VENTUNESIMO

 

Gabriele. Io lavoro di nuovo, il bar, la

 

decisione di Angela

 

 

 

 Quanti abbracci di passione ci furono tra me e Antonio? Due o tre ma dopo un mese sentii di nuovo la medesima sensazione che avevo provato quando ero rimasta incinta della piccola.

Pensai: “ Mio Dio, no. “

Ed invece fu si. Ero di nuovo incinta. Gli ormoni sballati ci avevano tratto in inganno così come gli altri metodi, diciamo così, naturali.

Glielo dissi subito.

Lui mi disse semplicemente: “ E' una scelta tua. “

Tornai dalla ginecologa che mi visitò accuratamente e mi confermò la nuova gravidanza. Mi disse che rischiavo la vita se l'avessi portata avanti: il cesareo precedente era troppo fresco, l'utero poteva spaccarsi all'improvviso, era molto pericoloso. Ed anche c'erano grandi possibilità di una interruzione naturale per distacco della placenta. Mi consigliò assolutamente di abortire.

Fu un grave colpo, per me. Io avevo sempre pensato che avrei voluto avere un altro figlio, perché non desideravo un'altra figlia unica. Avevo sofferto troppa solitudine per non pensare che Betta avesse diritto di avere un fratellino od una sorellina di un'età più simile alla sua, dato che Angela più che una sorella avrebbe potuto essere per lei una seconda madre. Ma non ero affatto sicura che fra le mie due figlie si sarebbe potuto instaurare un rapporto sereno ed affettuoso e anche per quel motivo avevo pensato ad un terzo figlio. Però non così presto! E poi con Antonio le cose erano tutto fuorché chiare e tali da infondere fiducia. I problemi economici erano già fortemente palesati e su tutto pesava quella seria possibilità di perdere la vita. Ma ugualmente il pensiero di uccidere quella mia creatura mi era insopportabile.

Avevo bisogno di pensarci su e chiedere consiglio.

 

Parlai con Scilla. A suo dire era una follia aver un altro figlio. Il mio compagno percepiva uno stipendio di un milione al mese.. avevamo molte spese perché lavorava a diversi chilometri da lì ed usava la macchina per recarsi sul luogo, quindi erano necessarie due auto. C'era la piccola che era certo un costo notevole da sostenere. C'era la più grande: anche se percepivo un mensile dal primo marito di duecentomila lire il costo degli studi e di tutto il resto era assai oneroso: Angela aveva sempre molte necessità: occhiali scarpe e una marea di altre piccole grandi necessità e vizi che non potevo sottrarle ora, in un momento così delicato.

Certo in quattro con quell'introito non era uno scherzo. Poi il mio compagno fumava e molto, inoltre comprava tutta una serie di giornali e pubblicazioni.. non so, il denaro che lui portava a casa nel conto comune se ne andava subito: già dai primissimi mesi avevo cominciato ad intaccare il piccolo gruzzolo che mi era rimasto dalla vendita della latteria.

Ad aggravare il tutto la villetta era rimasta invenduta a lungo e quindi, alla fine, svenduta a quarantasette milioni. Pagati i notai vari, di quel denaro non era rimasto più nulla.

La mia amica aveva ragione.

Con la morte nel cuore decisi che avrei abortito: feci tutte le carte, gli esami preparatori, i colloqui con gli psicologi; era tutto pronto, mancava solo la visita dall'anestesista da effettuarsi il giorno prima della data dell'intervento.

Ma ogni giorno piangevo.

Sulla culla della mia bambina parlavo con quel figlio che avrei ucciso di lì a poco. Gli chiedevo di perdonarmi, gli chiedevo di non soffrire. E poi pensavo che non avrei mai visto il suo viso, le sue manine, i suoi occhi. Che non avrei mai ascoltato la sua voce che mi chiamava mamma.

La piccola cominciava allora a chiamarmi con quel dolcissimo nome.

Quello che sentivo nel mo cuore e nella mia mente era un rifiuto totale a quell'omicidio, perché era un omicidio.

Avevo naturalmente sostenuto la legge per la liberalizzazione dell'aborto perché le donne erano troppo spesso le vittime in una serie di situazioni limite e quindi in quelle storie di vita la soluzione estrema era assolutamente necessaria ed inalienabile. Ma io? Io non ero un caso limite.. forse sì, dal punto di vista fisico ma, per il resto ero lì, ero cosciente, presente... E poi, ero davvero padrona di quella vita che era fiorita in me? E ancora, se avessi abortito, come avrei potuto vivere con quel peso sulla mia coscienza così esigente?

No, non ce la potevo fare, più il giorno si avvicinava e più chiaramente sentivo che non avrei dovuto, potuto, voluto uccidere il mio bambino, si un bambino, erché ero certa fosse un maschio. Lo avevo sognato ed era biondo e così bello: mi aveva sorriso, guardandomi con il suo sguardo luminoso, da angelo

Decisi che avrei accettato rischi e difficoltà: che fosse il destino o Dio o chi per lui a prendere quella decisione, che io sentivo non fosse assolutamente mia.

Così parlai ad Antonio. gli raccontai il mio dolore, gli chiesi aiuto. Lui mi promise che, se avessimo avuto dei problemi economici, sarebbe andato a lavorare per qualche anno all'estero con la sua ditta, percependo così stipendi notevoli, ed avrebbe sistemato tutto lui.

Gli credetti e fui felice: avremmo avuto un altro bambino, un fratellino per Betta, quella creatura angelica che mi si era mostrata sarebbe giunta tra noi.

 

Dopo aver preso la decisione, lo dicemmo a tutti i nostri parenti: mia madre mi disse che ero pazza e la stessa cosa mi dissero gli suoceri.

Avevo tutto il mondo contro.

Ma io non potevo assolutamente uccidere il mio bambino, possibile che nessuno mi capisse? Possibile che questo cavolo di mondo andasse avanti solo di soldi e scelte apparentemente logiche e ' comode '?. Ma era ' logico e comodo ' vivere con il peso dell'omicidio di un bambino nel cuore e nella mente?

Ma davvero nessuno la pensava come me?

 

I mesi passarono, io, sola contro tutti: il mio uomo non mi cercava quasi mai, era freddo e distaccato. Di certo, pensavo, la gravidanza non lo metteva a suo agio.

I suoi genitori cambiarono atteggiamento e divennero piuttosto ostili, soprattutto mio suocero col quale ebbi una sgradevole discussione. Quando io, punta sul vivo dalle sue parole di riprovazione della mia scelta di vita gli ricordai quello che Antonio sempre mi diceva e cioè che la grande e bella villa nella quale vivevano era stata costruita anche e soprattutto con il suo contributo economico, dato che allora lavorava in trasferta e percepiva uno stipendio notevolmente alto, lui lo negò vigorosamente, dicendomi che io non avevo capito nulla di suo figlio, che Antonio aveva le mani bucate e si era speso sempre in futilità tutto quello che aveva guadagnato – cifre considerevoli -.

Mi rinfacciò di avere una figlia non sua e mi dichiarò che da lui non avrei avuto nessun aiuto economico di nessun genere. Mi aveva avvertito ed ora sarebbero stati cavoli miei.

Rimasi colpita profondamente da quelle parole astiose: percepii ancora più chiaramente che il mio compagno celava nel suo cuore segreti, parti oscure della sua vita che non voleva affrontare: mi aveva raccontato di un periodo assai difficile vissuto ai diciotto anni, risolto anche con l'aiuto di uno psicologo e poi con la decisione di non proseguire gli studi, per non pesare più sulle spalle del padre; vedevo ormai chiaramente il carattere collerico ed ombroso dei due uomini ma sotto c'era altro, qualcos'altro che però rimase un fantasma che non mi fu rivelato mai.

Ma amavo Antonio ed allora avvertii solo un sottile senso di paura. Mi dissi che i genitori sono sempre troppo negativi nei confronti dei loro figli, come d'altronde mia madre era sempre stata con me e rimasi con il mio malessere.

Altri mesi passarono....

Per fortuna quella gestazione fu buona. Avevo la bambina piccola e lavoravo giorno e notte per mandare avanti tutto come desideravo. Ripresi con me il mio Last, il levriero, che non si era mai ambientato con il nuovo proprietario ed accolsi uno dei cuccioli di levriero a pelo ruvido nati con il primo marito, era una femmina che avevo chiamato Alchemilla, venduta qualche anno prima a tre mesi dalla sua nascita ma poi abbandonata al canile; la mia amicizia con il custode mi rese, quella volta, un servizio: lui riconobbe la razza e, dato che allora ero l'unica in Italia ad averne degli esemplari, mi telefonò, avvertendomi.

Avere i miei due levrieri con me mi rese felice. Ma i due cani scappavano sempre, seminando il panico tra le galline dei vicini ed anche qualche vittima, con notevole disagio mio e spese per riparare il danno. Ebbero anche una bellissima cucciolata: era l'incrocio di due razze diverse ed io non avrei voluto che nascessero ma Last, nottetempo, troppo innamorato della sua Milla, come chiamavamo affettuosamente quella dolcissima cagnona, riuscì ad aprire la porta dello stalletto dove lei era rinchiusa e si accoppiarono. Regalai i cuccioli ad amici ma non fu facile piazzarli, perché cani così grandi e particolari, ma uno Thunder, andò a vivere presso una vicina che lo regalò a Marcello, il suo figliolo adolescente. Così potei vederlo crescere e togliermi la curiosità di scoprire come sarebbero state poi le sue fattezze anatomiche, in verità molto simili a quelle della madre. Infatti tutti i cuccioli avevano ereditato il tipo ed il colore del mantello del Deerhound.

Non ho raccontato di quando Neroli ebbe i cuccioli, nel 1980, a novembre. L'avevamo fatta coprire da un grande campione tedesco che viveva con la sua allevatrice nel sud della Germania: fu quella l'occasione per un viaggio bellissimo sul Bodenshee. Il lago di Costanza. Mai più visto un luogo così civile ed ameno, con abitanti così cordiali.. visitammo anche l'isola di Mainau, detta anche L'isola dei fiori: era settembre e i colori e le varietà ci accolsero lussureggianti. Vidi lì, inoltre, delle sculture vegetali davvero incredibili. Non che fossi mai stata entusiasta di coloro che potavano gli alberi facendoli assumere delle forme geometriche o altro ma quello che mi si mostrò là era davvero una fantastica espressione artistica e gli alberi che davano vita a quelle figure: gruppi di persone, animali a grandezza naturale e paesaggi sembravano incredibilmente soddisfatti del loro stato, come dire? Come fosse avvenuta una fusione tra il mondo vegetale e l'altro che veniva rappresentato.

Nacquero nove cuccioli ma il parto fu molto lungo e difficile e ne sopravvissero solo cinque. Avevamo deciso di dare loro nomi particolari: il primo nome legato al mondo di Carlo, le piante officinali e il secondo un aggettivo latino, che ricordava la mia impronta, gli anni del liceo.

E così furono: Amaranthus Vir Fortius, che significa Uomo più forte perché era il cucciolo maschio più grosso e sembrò, proprio da appena nato, un vero adone canino, Alchemilla Prima Lux, perché fu la prima a vedere la luce, Artemisia Pulcherrima, perché era appunto, bellissima, Achillea Magna Domina che vuol dire: grande padrona, perché era la più prepotente del gruppo ed infine Agropiron Puer Rex dato che, come un piccolo re bambino, si accoccolava sempre tra le mie braccia.

Rimasero con noi Amaranthus e Artemisia. Il primo divenne il più bel Deerhound dei suoi tempi, esposto in numerosissime manifestazioni, anche in Francia e Germania, risultò sempre imbattuto. Fu un cane così elegante e signorile che venne ammirato da tutti, anche dai non amanti della razza. Ma il destino non aveva finito di accanirsi sui miei più amati: a poco più di due anni contrasse una micidiale epatite virale ad una esposizione e dovette morire dopo una lunga agonia durante la quale lo curai con tutto l'amore che mi fu possibile, dato che venne a mancare proprio nei mesi della separazione da Carlo. Fu come se quanto di bello avevo progettato lì non potesse sopravvivere, senza e dopo di me. Artemisia si dimostrò, molto stranamente, di un carattere pauroso e schivo e un giorno fuggì da casa riparando in pineta dove visse in modo selvatico ancora qualche anno, avvistata spesso dal mio amico guardacaccia che me ne dava notizia. Di Alchemilla ho raccontato, aggiungo che finì i suoi giorni da Carlo, morendo di tumore, molto vecchia, come pure la madre Neroli e la cugina Iska. Achillea fu ceduta alla allevatrice del padre, la gentilissima signora tedesca, che accettò uno scambio di femmine, dandoci al suo posto una sua cugina, di nome Iska vom Ahslachoff, che venne regalata ad Angela come suo primo cane personale. Iska fu esposta da Carlo per qualche tempo divenendo campionessa ma poi lui, evidentemente, aveva vissuto la passione per le esposizioni canine in riflesso dalla mia. Achillea fu una grandissima campionessa in vari paesi d'Europa e madre di diversi campioni.

L'accoppiamento fra Neroli ed il suo zio tedesco, padre dei cuccioli, che io studiai lungamente a tavolino prima di eseguirlo, risultò molto azzeccato ma, con la separazione, tutto finì e fu un vero peccato.

Ma non posso non raccontare di Neroli, attesa per un lungo anno, acquistata con un notevole investimento di tempo e di denaro, che crebbe bellissima, elegante e femminile ma, prima di poter debuttare nei ring, correndo nei campi dietro casa, si ruppe una zampa anteriore, sotto i miei occhi, a pochi passi da me, semplicemente inciampando in un fossetto di dieci centimetri: correva felice e poi, come un fiore reciso dalla falce, si schiantò a terra con un gemito acuto. Corsi verso di lei con il cuore in gola, che già sapevo cosa fosse successo: infatti la vidi gemente a terra con l'arto spezzato. La presi delicatamente in bracco e la riportai in casa, piangendo. Fu operata immediatamente dal miglior veterinario della zona, che era uno dei migliori chirurghi ossei d'Italia che le infibulò la lunga tibia infranta. Guarì bene e camminò bene senza avere problemi ma, dato che al mio destino non ne sfuggì nemmeno una, l'arto rimase piegato verso l'esterno, nonostante che io, per un mese, le abbia impedito di camminare portandola in braccio sempre, anche di sotto per i suoi bisognini. La esponemmo qualche volta ma un cane con una zampa storta, pur a causa di un incidente e pur se così bello da venir scelto per la pubblicazione come emblema della sua razza su di una prestigiosa enciclopedia delle razze canine uscita a quei tempi, edita da De Agostini, non può avere un futuro in una competizione canina e così desistemmo. E tutti i miei sogni andarono in fumo un'altra volta. Neroli fu una cagna davvero intelligente: conosceva sia l'inglese che l'italiano, dato che noi ci rivolgevamo a lei nelle due lingue. Amava spasmodicamente il tea inglese con un goccio di latte, tanto che ne beveva sempre una tazza lei pure, quando lo sorbivo io. Inoltre sapeva cogliere le fragole - solo quelle mature! - con i denti delicatamente dalla pianta, senza rovinarle per nulla.

Quanto potrei scrivere sui miei animali..

E qui, ancora una volta, mi riprometto di farlo, se avrò vita avanti a me.

 

Tornando alla narrazione in diretta, il primo Natale con la piccola Betta, che aveva quasi un anno, fu una gioia. Vederla ad occhi sgranati davanti a doni ed albero riccamente illuminato e decorato, fu bellissimo. Le regalammo un cavallino a dondolo che fu poi il ' cavallo di battaglia ' di suo fratello, più che il suo...

Io però, in quella gravidanza non riuscii a a contenere il peso, come nella precedente, e sorpassai di nuovo gli ottanta chili.

Ma non mangiare con tutto quel da fare e quei pensieri nella testa non mi fu possibile.

 

Dieci giorni prima del compimento del settimo mese ebbi delle contrazioni.

Il parto si era aperto.

Mi ricoverarono d'urgenza in ospedale, mi fermarono a letto con flebo 24 ore su 24. Non potevo alzarmi neppure per andare in bagno: il bambino si era girato con la testa verso il canale del parto, aveva appoggiato i piedi contro il mio fegato e spingeva con tutte le sue forze, per uscire, lo sentivo distintamente.

Per quanto era stata tranquilla e delicata Betta, nei suoi movimenti intrauterini, per quanto esagitato fu quel terzo figlio. Si seppe subito che era un maschio e non solo a causa del mio sogno e della ecografia, che fu interrogata a proposito, a differenza della volta precedente ma anche e soprattutto perché mi sembrava di avere una intera squadra di calcio in allenamento perenne, custodita nel mio pancione.

Dopo dieci giorni i medici mi dissero che il pericolo era scongiurato e che lunedì, quel giorno era sabato, sarei potuta tornare dalla mia bimba, che era con i nonni. Mi asserirono che certamente avrei portato a termine la gravidanza.

Ma io sentivo il bimbo spingere: glielo dissi e loro risposero che era solo una mia impressione.

Mi alzai, dopo dieci giorni, presi una bellissima doccia e mi feci una lunga dormita. La mattina dopo mi svegliai, mi misi a sedere sul letto e sentii le acque rompersi.

Altro che mia impressione!!

Fu convocato il chirurgo e il mio bambino nacque a mezzogiorno e mezza di quella domenica dei primi di febbraio 1986, anche lui sotto una nevicata. Avevo 31 anni appena compiuti.

Quella volta il parto non fu così semplice. Sempre eseguito con la epidurale, l'utero però era così legnoso che non voleva cedere e lasciar uscire il nascituro.

Il chirurgo ostetrico mi strattonava in malo modo, staccandomi dal tavolo operatorio. Chiesi cosa stesse succedendo e con molta malagrazia mi fu detto di non disturbare.

Ma tutta la questione partì male.. appena arrivarono i medici uno di loro fece un commento assai sarcastico e scortese sulla mia mole. L'anestesista, molto imbarazzato, gli disse che io ero sveglia. Il medico si scusò ma a me rimase un amaro groppo in gola. Che bestie che sono certe persone.... ma molto peggio di bestie, che nessuna ' bestia ' tratta male una sua pari solo perché............ è in possesso di una laurea...

Ci vollero diversi minuti di strattoni prima che il chirurgo riuscisse a tirare fuori il mio bimbo.. la tensione era tangibile. Io tremavo ma non avevo paura per me: tremavo per il mio piccolo. Finalmente sentii il suo grido, un vagito piccolino ma deciso.

Era nato.

E lì lacrime scesero. Ma il sarcasmo di quel giorno era destinato a rovinare tutto. Qualcuno disse: “ Ma dai, invece guarda, è bellino.... “

Che simpaticoni, quelli lì.. che rabbia che mi venne lì per lì..... ma poi me lo portarono, il mio Gabriele.

Era due chili e mezzo. Piccolino piccolino... ed era......blu... o meglio, azzurro.

Mi dissero che aveva ancora quello che viene chiamato ' il velo o la camicia della Madonna'. Mi commossi ancora di più.

Pensai, guardandolo con amore, che lui aveva voluto assolutamente venire al mondo, contro tutti i ragionamenti logici e basati sulla convenienza; chissà a cosa sarebbe stato destinato.

Guardavo quel visino da vecchietto, completamente pelato, - che poi gli venne una testa di capelli incredibile, fini lisci e biondo cenere, come nel mo sogno, - sentii di nuovo quel buon odore: il profumo della vita.

Poi lo portarono via, come avevano fatto un anno un mese ed un giorno prima per Betta, per lavarlo e sistemarlo. Era tutto sano e vitale, non c'era necessità della incubatrice. Mi ricucirono, io mi abbandonai: ero sfinita. Sfinita.

Quando mi riportarono in camera non ricevetti le ovazioni della volta precedente. Niente fiori anello e dichiarazioni d'amore.

Ma perché??

Qual'era la differenza? Non capii.. ero triste vedendo che quel bambino, quella creatura che aveva gli stessi diritti della sorellina non venisse accolto con il medesimo entusiasmo..

Stetti male nei giorni successivi: l'addome mi diventò tutto blu e pesto, mi faceva un male cane. Le gocce per le contrazioni per ripulire l'utero mi provocavano dolori fortissimi, avrei potuto partorire non so quanti figli con parto normale, con quelle doglie; inoltre la ferita non ci stava affatto chiudendo per colpa del fatto che il taglio era stato eseguito su quello precedente e quindi il tessuto era cicatriziale e non rispondeva in modo normale alla richiesta di produrre le nuove cellule per riparare la ferita. Dopo qualche giorno ancora non si parlava di tornare a casa.

Io ero in grande pena per la mia piccola Betta che diceva cose strane: raccontava alla nonna, alla zia ed alla giovane che avevamo assunto per prendersi cura di lei per non gravare troppo sulle spalle dei miei suoceri, di avere due mamme.

La bimba aveva tredici mesi, non camminava ancora ma parlava benissimo, così bene che era meraviglioso ascoltarla. Me la portarono spesso in ospedale, perché mi cercava e chiedeva di me insistentemente: io le avevo parlato a lungo del fratellino che sarebbe arrivato, le avevo raccontato quanto saremmo state felici a giocare con lui e lei volle subito vederlo. Lo guardò, quella prima volta che glielo mostrarono, con uno sguardo d'amore che mi commosse. Così, quando arrivava all'orario di visita, volava tra le mie braccia e si rifugiava con il suo visino contro l'incavo della mia spalla, facendosi accogliere e coccolare per un bel po', poi, quando portavano il suo fratellino per la poppata, lei lo guardava mangiare, seduta sul letto accanto a me e gli sorrideva contenta. Lele era così bellino, io sono certa che a lei sembrasse il suo bambolotto che era per incanto divenuto vivo. E gli parlavamo insieme ma lei mi diceva che io ero la sua mamma ' americana ' e che la sua mamma vera era a casa.

Che strano discorso.

Mi ci volle un po' per capire questi suoi ragionamenti e che cioè lei pensasse che la sua mamma fosse a casa e che quella che si recava a trovare fosse come un clone. Di certo la parola ' americana ' aveva il significato di qualcosa di fantastico e mirabolante ma non reale.

Ebbi paura di traumi, per lei ma io stavo male, non potevo firmare e tornare a casa: ci avevo pensato ma davvero non era qualcosa di assennato da fare, anche perché durante l'operazione di taglio cesareo avevo chiesto che mi venissero recise le tube, per evitare un'altra gravidanza che assolutamente non avrei potuto superare viva.

Anche quella era stata una decisione difficile e dolorosa, perché sentivo dentro di me che rinunciavo per sempre a qualcosa di meraviglioso: il diventare madre e cioè essere donna nell'eccellenza di quel dolce nome. Ma davvero restare incinta un'altra volta sarebbe stato con una eccessiva probabilità fatale, per me. E non era la paura di perdere la vita che mi spaventava ma il dolore di lasciare i miei tre figli soli, senza la loro mamma, come cuccioli abbandonati. Così firmai e chiesi l'intervento risolutivo perché anche il legare le tube aveva a volte generato strane sorprese. Quindi avevo subito due interventi in uno e stavo davvero in una situazione delicata, appesantita anche da una montata lattea con febbre alta e dolore diffuso, esattamente come mi era successo per Betta. Evidentemente il mio corpo si ribellava al dover eliminare quel latte che riteneva, in totale accordo con me, assolutamente prezioso.

 

Dopo dieci giorni, quando finalmente il tutto cominciò a rischiararsi, il mio bimbo smise di mangiare. Me lo portavano dalla nurse che dormiva, io gli mettevo il biberon in bocca ma nulla, non succhiava più, mentre i primi giorni era avido. Era sceso persino di trecento grammi di peso, che per lui erano una quantità notevolissima. Io cercavo di scuoterlo, di dargli dolci colpetti di fargli il solletico, ma lui dormiva, ammantato da un torpore dal quale sembrava non volesse riemergere.

Trascorsero così tre giorni. Gli fecero flebo ma non si vide mutare nulla: il mio Lele, dormiva, dormiva e dormiva, di certo il cucciolo più quieto di quella nidiata di fagottini che mettevano su di un carrello, tutti in fila, per portarli alle loro mamme e poi ritornarli nelle loro culle. Era così buffo vedere quella sfilata di ometti e donnine, ognuno già così diverso, con il suo carattere e la sua peculiarità: ciuffoni di capelli scuri scuri, testoline pelate, qualcuno gridava giorno e notte; di certo il mio bimbo era il meno difficile da trattare....

Mi dissero che se non avesse ripreso a mangiare, il giorno dopo lo avrebbero messo nella incubatrice.

Allora, quella sera, io gli parlai.

Gli raccontai della sua sorellina che ci aspettava, dei cani, del verde dei campi, delle partite a pallone che avremmo fatto insieme, io e lui. Della sua bici.. dei giocattoli. Delle gite, del mare delle montagne. Gli chiesi, per favore, di destarsi dal suo letargo, di mangiare, almeno un pochino. Lui dormiva. Gli aprii la bocca forzando lievemente sul mento e gli misi la tettarella in bocca. Cercai di fargli scendere qualche goccio di latte caldo.

E lui mi ascoltò, come all'improvviso mosse la piccola delicata boccuccia, quasi da femmina, così simile alla mia, che ora, che è un bellissimo giovanotto, gli da un fascino da sciupa femmine.... allora succhiò e bevve qualche grammo di latte.

Io piansi di gioia.

Si rimise in fretta, cominciò a mangiare regolarmente e crebbe di qualche grammo: dopo un mese di ricovero finalmente tornai a casa.

 

Avevo due bambolotti tutti per me.

Angela aveva deciso di rimanere a vivere con il padre: dato il protrarsi del mio ricovero mi chiese, un giorno che mi venne a trovare, se mi sarei offesa ad una eventualità del genere. Io le avevo promesso, quando mi separai da suo padre, che le avrei lasciato sempre la libertà di scegliere dove vivere, il tempo da dedicare ai suoi due genitori. E quindi non le dissi quanto male mi fece quella sua proposta. Ma la capii. Con Antonio assolutamente non andava d'accordio, c'era un sordo e muto astio, tra i due, inoltre tutti quei bebè volevano dire vedermi presa in tutto e per tutto attorno a loro mentre lei, in quel momento, aveva la nuova donna del padre, Rosella, che le prestava un sacco di attenzioni, coinvolgendola nei suoi progetti artistici e portandola con sé ovunque, per negozi, per musei.. decisamente meglio di quella mamma troppo mamma.

Suo padre, inoltre, mi aveva chiesto il divorzio annunciandomi che si sarebbero sposati il prima possibile e la sua nuova ' mamma ' sarebbe andata a vivere con loro, in quella che era stata le ' mia ' casa.

Quanto mi sembrò strano, tutto quello: vedere Carlo che mi portava a casa libri, fumetti, le centinaia di foto che aveva scattato a noi e a tutti i nostri animali, le tendine all'uncinetto, altra biancheria della casa, i poster, i soprammobili in legno grezzo e quelli acquistati a Londra, anche il servizio da tea di Sheffield, persino le sue amatissime caricature eseguite da un suo amico molto famoso e ricercato e la serie dei quadretti inglesi con gli uccellini.... vederlo arrivare ogni giorno carico di cartoni e buste, così, senza guardarmi in faccia, come se adesso fosse lui, il ladro. Sapere che gettava via i mobili, persino quella cucina così bella e pure costosa, di legno di ciliegio e la sala di legno di castagno, rustica, fatta a mano, il davano a fiorellini azzurri, la pelle do mucca che avevamo comprato agli inizi del nostro matrimonio, che era il nostro bellissimo tappeto e che lui aveva sbattuto così tante volte dalle finestrine di quella grande casa di mattoni... immaginarlo che smontava il nostro armadio, il letto, bruciando tutto, senza neppure dirmi nulla.

Mi sentii violare, rifiutare ma pensai che di certo Rosella non voleva vivere in quello che era diventato un tempio ed aveva tutti i diritti di buttare a terra le effigia della divinità che spodestava. Eppure mi fece male lo stesso come mi fece male dire di si alla mia bambina - che bambina non era ormai più -, che sottolineava quanto io non contassi più nulla: ma ben vedevo che vivere con noi, in quella strana famiglia esplosa in un paio di anni, per lei era una sofferenza.

Però, per fortuna, Carlo nel frattempo aveva cambiato lavoro e per uno strano gioco del destino aveva il suo nuovo ufficio ad un chilometro dalla mia nuova casa. Così Angela non dovette cambiare scuola, già frequentava le medie, che già aveva fatto troppi travasi in pochissimi anni. Anzi, alla fine dell'orario scolastico, veniva a casa da me per il pranzo e per fare i compiti, trascorrendo ogni pomeriggio con me ed aspettando il padre che la veniva a prendere alle diciassette, all'ora di rincasare.

In quel modo il distacco non fu così terribile.

Ma lei, la mia ragazzina, che allora aveva dodici anni, era sempre più aspra con me. Aveva cominciato ad ingrassare dopo che, finalmente, tornato l'elettroencefalogramma normale, le furono sospese quelle malefiche compressine di Luminale e da una bambina iper attiva divenne una statua di piombo perennemente davanti alla tv, mangiando tantissimo e continuando ad essere ribelle in tutto: non studiava, non ascoltava, era sgarbata con me e con i piccoli, e con l'uomo che avevo accanto erano sguardi di nero rancore reciproco: certo Antonio ci aveva provato ad essere gentile con lei ma non ci era mai riuscito.

Davvero con il padre lei stava meglio e così accettai quel parziale distacco e mi concentrai sui due germogli che avevo generato: lei mi aveva rifiutato dalla nascita.

Io mi ero chiesta migliaia di volte cosa avessi fatto per scatenare tutto ciò ma non lo avevo mai capito. Lei era stata sempre troppo terribile, troppo vivace e ribelle, sempre troppo ammalata o incidentata.

E non ho parlato delle botte che dava a tutti i compagni di scuola.. non ho parlato di troppe cose.. di tante.. ma impossibile narrare tutto.

Angela era sempre stata molto intelligente ma rifiutava di comportarsi in un modo intelligente, almeno con me ed a scuola, non accettando nessuna gerarchia né imposizione: fu così difficile crescerla.

 

Invece i miei due piccoli erano dolci e tranquilli.

Il maschietto per i primi mesi ebbe il sonno spesso disturbato perché soffriva di coliche gassose e quindi gli faceva male il pancino, che si gonfiava come un barilotto. Allora io lo giravo per cambiarlo di posizione, lo massaggiavo, gli facevo emettere aria, lo ninnavo, gli cantavo la sua canzone preferita, - ' La bella la va al fosso – e lui si riaddormentava.

La piccola Betta era buonissima e deliziosa, sempre sorridente ed affettuosa, non piangeva mai: dove la mettevo, lei stava.

Dopo i primissimi mesi divennero come due gemellini: vivace e precoce lui, nei movimenti e nel mettere i denti, tranquilla e lenta lei, - camminò a diciotto mesi ed il primo dentino lo mise dopo la nascita del fratello. -

Così si trovarono presto a pari passo. Però nel parlare lei lo sopravanzava di gran lunga: lui solo verso i tre anni cominciò ad esprimersi in modo più articolato.

 

Lele piangeva parecchio Certo le coliche gli avevano indotto l'abitudine di esprimersi così e ci vollero diversi anni prima che cambiasse quel suo modo di affrontare le piccole – grandi difficoltà quotidiane. Era molto vivace, anche se meno della sorella maggiore ma abbastanza obbediente, almeno nei sui primi anni di vita. Era poi allegro e molto affettuoso: erano entrambi così tanto affettuosi.

Mi adoravano ed io adoravo loro.

Cantavamo le nostre canzoncine, giocavamo al leone ed al cavallo e loro sul lettone mi strapazzavano in tutti i modi, a cavalcioni della mia schiena.

Ogni giorno ci perdevamo in lunghe passeggiate per i campi e le stradine di quelle campagne a raccogliere fiorellini. Era bellissimo essere la loro mammina.

Mettevo Betta nel passeggino e Lele mi trotterellava accanto, sempre incuriosito da qualcosa: li portavo ovunque, dove io ero, loro erano e la gente di quel paesino ci vedeva passare ogni giorno per andare alla latteria o a comprare il pane e ci fermava, colpita dalla bellezza delle mie due creature.

Entrambi avevano i capelli tagliati alla paggetto, lunghi fino alle spalle, lei così castana intensa, quasi d'ebano, lui biondo cenere, con queste fattezze così fini che tutti si chinavano esclamando:” Che due belle bambine!! “ Lele si adombrava a quelle parole, perché sapeva e sentiva di essere orgogliosamente un maschietto e ben presto ci chiese di tagliargli i capelli. A me dispiacque tanto!!!! Erano così belli, così dorati ma capii lo stato d'animo del mio bimbo e lo portai dal barbiere del paesino che, dopo averlo messo seduto sul sedile a forma di cavallo ideato per far stare più tranquilli i bambini, gli fece un taglio corto corto, salvando solo un lungo ciuffo posteriore, un codino alla moda del famoso calciatore, che Lele fu orgoglioso di portare fino alla sua adolescenza. E da quel giorno nessuno più gli disse di essere una bambina....

 

Ma quelle gioie erano interrotte da tanti tanti problemi.

Si vide subito che il denaro non sarebbe bastato, con un bimbo in più. Ma il mio compagno non mantenne mai la promessa che mi aveva fatto.

Quando il maschietto ebbe otto mesi mi chiese bruscamente se io non avessi intenzione di lavorare mai più, se avessi voluto farmi mantenere da lui.

Ci rimasi così male che reagii con rabbia. Io farmi mantenere?? Ma mai al mondo.

Dopo una settimana lavoravo già.

Iscrissi i bimbi al nido e cominciai a vendere i libri per la Mondadori, porta a porta. Feci un corso serale e presi l'iscrizione all'albo degli agenti e dei rappresentanti.

Fu una campo di battaglia assai duro ma importante per iniziare il lavoro della vendita e mi arricchì di esperienze molteplici: i libri si vendevano, io ero portata, si vide subito e chiudevo i contratti da sola ma era dura anche perché mi sentivo di essere una invadenza, nella vita delle famiglie, che venivano contattate in un modo un po' subdolo, consegnando ai bambini all'uscita della scuola elementare una cartolina che prometteva loro un bellissimo regalo se avessero accettato di rispondere ad un questionario. E il regalo c'era e piaceva ai bambini, come c'era il questionario che però era un pro forma per accedere con le domande alle informazioni basilari di quella famiglia e dare a noi venditori lo spunto per inserire e proporre l'acquisto di una delle opere librarie. Era anche il momento in cui si regalava un computer con l'acquisto di una enciclopedia per ragazzi ma in effetti, io lo sapevo benissimo, che il pc veniva più che pagato.

I libri erano importantissimi nella vita di ogni bambino, io ne ero convinta e in quei paesini di campagna, in quelle case di piccoli contadini di certo non erano il pane quotidiano: sapevo perciò che non stavo truffando a facendo del male a nessuno ma avrei preferito una maggiore trasparenza. Il fatto era che, diversamente, nessuno avrebbe acquistato mai neppure un volume.

Accadde allora che un giorno in una famiglia in cui mi ero recata per un appuntamento, - portavo a termine quattro o cinque visite al giorno, - invece di acquistare i libri, colpiti dal mio entusiasmo, dal mio modo di fare e dalla mia abilità, comprarono me, proponendomi un lavoro di rappresentanza per la loro ditta di generi alimentari. Accettai.

Mi affidarono una zona già avviata, con diversi esercizi che acquistavano regolarmente la merce del nostro catalogo, quindi un minimo di fatturato già consolidato, sola da incentivare.

Iniziai subito con immensa carica, aumentando con grande facilità sia il numero dei punti vendita che il fatturato: nel giro di tre mesi divenni la seconda venditrice in un gruppo di sei, seconda solo, anche se con distacco, al genio di turno, all'affascinante Giuliano.

 

Purtroppo i bimbi si ammalarono diverse volte e non fu proprio possibile mandarli al nido.

Cominciava Lele con il mal di gola, la tonsillite ed il febbrone e poi ecco che arrivava Betta con l'otite e la febbre alta, lei pure: non si poteva farli andare avanti ad antibiotici una settimana si ed una no.

Non avevo un'altra possibilità per continuare a lavorare e smettere era impossibile. Allora assunsi a tempo pieno una tata, una donna giovane e bravissima che li seguì fino a quando restammo nel ravennate, nel 1996.

Io lavoravo come una matta, fuori di casa alle sette del mattino, percorrendo anche duecento chilometri al giorno. Comprai un'auto più comoda, adatta al mio nuovo incarico, una bella Renault Nove grigia metallizzata, usata ma messa benissimo.

Il fatturato cresceva a vista d'occhio, i negozianti mi volevano un gran bene: ero puntuale e cortese, simpatica, ricordavo tutto; davo tutti gli sconti possibili, il catalogo era ottimo.

Triplicai in pochi mesi … mi piaceva da morire girare per i paesini della Romagna vendendo le mie buone cose da mangiare: era come fossi la vivandiera di una grande famiglia.

Mi mancavano tanto i miei bimbi ma quando ero a casa, tutto il mio tempo era per loro, dato che la tata faceva anche tutte le faccende: restavano solo l'onere delle spese e del rifornimento del cibo ed io mi organizzavo in modo tale che fosse sempre tutto a posto e potermi dedicare il più possibile ai due bimbi: i loro sorrisi, al mio ritorno, le loro vocette, i giochi i bacetti.. erano un sogno.

 

Non così andavano le cose con lui, con Antonio.

Era sempre più ombroso e torvo e beveva. Non si ubriacava, no, reggeva l'alcol in modo stupefacente, ma la bottiglia del vino e le vodke al bar erano giornaliere. Fra noi era sceso un gelo grande, non mi cercava più. Tra un rapporto e l'altro passavano mesi.

Io soffrivo intensamente di questo. A letto mi avvicinavo a lui, cercavo di abbracciarlo ma lui rimaneva indifferente. Oppure mi respingeva accusandomi di cercare solo sesso, da lui. Così offesa da quello, cominciai a dirgli davvero che il suo pene era la sua parte migliore.. tanto mi faceva soffrire ed arrabbiare la sua freddezza.

Ero un po' ingrassata, va bene ma ero ancora assai bella... eppure sembrava che Antonio non mi vedesse più.

Sul lavoro. un collega mi fece la corte, quel bel ragazzo, campione di tutto: cedetti alle sue lusinghe, un pomeriggio, dopo un pranzo di lavoro con tutta la ditta. Era un bellissimo uomo, così dolce ed ardente mi fece complimenti, mi lusingò, io non ressi e tradii per la prima volta il mio compagno, da quando, dopo essere rimasta incinta la prima volta, avevo chiuso con tutti gli altri miei 'amici ', perché quando il mio uomo prese un impegno con me, io lo presi con lui.

Ma la sua freddezza mi feriva, mi umiliava. Non era il sesso, solo il sesso. Era essere donna. Essere amata.

Così lo tradii ma fu una cosa di un pomeriggio: non volevo assolutamente avere un amante. Amavo il mio compagno, volevo lui.

Scossa da quanto accaduto cercai di capire cosa gli stesse succedendo, cercai di parlargli di farmi spiegare cose ci fosse che non andava ma non ottenni risposta.

Le uniche che mi diede in quei lunghi anni di tormenti furono: l” Io lavoro, non rubo non ammazzo. Cosa vuoi di più da me?”

Il nostro rapporto prese uno strano andamento: lui si raffreddava sempre di più, si allontanava. Più un bacio, una carezza, assolutamente nessun amplesso. Passavano i giorni. Era sempre più duro e collerico, instabile. Lo temevo. Non sapevo mai come comportarmi, sbottava per un nonnulla. Non facevo non dicevo mai bene. Era come un crescendo rossiniano.

Poi, una notte mi cercava.

Io, ferita, lo respingevo. Allora lui piangeva, chiedeva il mio perdono, mi diceva che erano problemi sul lavoro, che mi amava e finiva che ci amavamo con la nostra consueta passione, Io, ogni volta credevo che la crisi fosse risolta.. stava sereno qualche giorno poi, tutto ricominciava. E il periodo tra un rapporto d'amore ed il seguente andò sempre allungandosi. D settimane a mesi.. due tre... io ingrassavo. Mangiavo, soffrivo piangevo

A volte mi svegliava di notte mentre era addormentato: era come se i nostri due corpi, staccate le menti nel sonno, si riallacciassero nell'amore. Ma anche queste notti si diradarono fino a sparire definitivamente, nel corso degli anni.

E più gli chiedevo spiegazioni, meno me ne dava.

 

Un brutto giorno litigai con il proprietario della ditta di alimentari. Fu una brutta storia: si scoprì che lui era il nemico giurato di giovinezza del mio compagno.

Io non lo sapevo né Antonio mi spiegò mai cosa ci fu con precisione fra di loro. Ma l'odio tra i due era folle.

Successe così: il mio datore di lavoro organizzò un tranello e mi scoprì mentre ritiravo, rimborsando di tasca mia, della merce che era stata venduta con il patto del ritiro sullo scaduto. Il negoziante, d'accordo con il mio capo, parlando, mi portò a dire che il mio superiore aveva sbagliato a quelle parole lui saltò fuori. Era nascosto dietro una scaffalatura.

Uscì gridando urlando bestemmiando che lui era il capo ed io dovevo fare solo quello che lui mi comandava. Io gli mollai la borsa con il catalogo in mezzo al negozio e me ne scappai piangendo.

A casa, quando raccontai al mio uomo l'accaduto, presi altre grida urla e bestemmie.

Mi licenziai. Dopo una settimana il mio collega, quello con cui avevo avuto quella storia, venne a portarmi le scuse del titolare e a chiedermi di tornare con loro ma per rispetto ad Antonio rifiutai.

 

Allora una mia amica mi propose una affare. Il cognato era morto improvvisamente, investito da un auto mentre era in bicicletta.

Quel povero giovane uomo, caro e simpatico che io pure avevo conosciuto, aveva inventato un brevetto; era un macchinario che stampava piccoli pezzi di teflon per le barche, un prodotto innovativo e molto interessante. Per dodici milioni mi avrebbe venduto macchinario, brevetto, un po' di materia prima e la clientela esistente.

Mi sembrò un affare, una cosa bellissima. Avremmo potuto mettere il macchinario nel garage e lavorare in casa, senza dover lasciare i bimbi con la tata e risparmiando il suo salario che era di seicentomila lire al mese.

Vedevo un grande avvenire per quella tecnologia. Studiai un po' la cosa e immaginai altre possibilità: facendo fare altri stampi si sarebbero potute forgiare altre parti per altre necessità: il teflon era un materiale assolutamente futuribile, secondo me.

Ma non ci fu nulla da fare.

Sebbene avessi trovato facilmente il prestito presso la mia banca, senza ipoteche od altro, solo con una piccola rata di rientro, Antonio non ne volle sapere.

Discutemmo a lungo: o gli dicevo che lui avrebbe potuto aiutarmi in quanto aveva molto tempo libero: usciva alle sedici dal lavoro, anche se prima delle diciotto diciotto e trenta non era mai a casa. Aveva i sabati e le domeniche in festivi liberi, più di un mese di ferie l'anno.

Ma fu irremovibile.

E come avrei potuto fare quello contro la sua volontà??Mi arresi dopo giorni e giorni di di aspre discussioni.

E feci assai male.

La persona che acquistò quel brevetto si arricchì in fretta, lo seppi con certezza.

 

 

Era l'inizio dell'estate del 1987.

Nel paesino dove vivevamo c'era una piccola ditta di ingrosso di bevande che serviva bar ristoranti stabilimenti balneari: d'estate la mole del lavoro cresceva a dismisura. Il proprietario seppe della mia bravura e mi propose di prendermi cura del settore balneare. Accettai con gioia.

Il denaro scarseggiava, senza un secondo stipendio davvero non si poteva tirare avanti. Ero stata ferma solo tre settimane ma ero assai preoccupata e così cominciai subito quella nuova avventura.

Alle sei del mattino ero già in macchina, fino alle nove di sera.

I punti da visitare erano moltissimi ogni giorno, la cadenza delle visite frenetica, perché nessuno aveva la possibilità di stivare troppe scorte e la birra l'acqua il vino le coca cola scorrevano a fiumi.

In quegli anni la gente aveva soldi da spendere, le spiagge erano gremite, i tavolini dei bar e dei ristoranti sempre pieni.

Lavoravo e lavoravo, vendevo e vendevo. Faceva un caldo pazzesco, in macchina con il tailleur e le scarpe chiuse ma ero contenta, molto: guadagnai assai bene in quella estate.

Però – ed è ovvio che c'è un però... - mi stancai moltissimo, troppo.

Alla fine di agosto, una mattina, il braccio destro cominciò a formicolare. Si gonfiò la mano. Risalì lungo la spalla, il collo la guancia.

Spaventata mi recai nell'ambulatorio del mio medico che era lì vicino: lui mi spedì di corsa con un'ambulanza al pronto soccorso e mi ricoverarono in neurologia.

Non si capì mai bene cosa fu. I sintomi persistettero per settimane. Feci un mese di ricovero, poi mi dimisero praticamente senza una diagnosi ma io ero disperata per i miei bimbi e volli tornare a casa.

Imparai a sopportare quel fastidiosissimo stato e a conviverci. Una successiva visita da un luminare di Bologna a cui portai tutti i miei esami e trecentomila lire, rivelò che forse avevo avuto una infezione virale spinale. Il grande scienziato mi disse che se si fossero aggravati i sintomi, avrei dovuto recarmi da lui che mi avrebbe ricoverato nella sua clinica e fatto accertamenti più approfonditi, come la puntura lombare con esame del midollo. Intascò il mio denaro e mi congedò.

Ma le cose, in casa, nonostante il mio evidente malessere, peggiorarono.

 

Il mio compagno era geloso del mio titolare.

Non ho mai capito veramente cosa avesse contro di lui. Fra noi non ci fu mai davvero nulla, neppure l'intenzione. Era un ometto piccolo piccolo, sfortunato, un po' strano. Io però mi ci ero affezionata, lui era molto gentile con me, forse galante ma senza intenzioni, almeno a mio vedere.

Per Antonio lui era come il fumo negli occhi.

E poi, alla fine dell'estate il lavoro crollò di botto.

Cercai di recuperare un po' di fatturato andando a vendere del vino a nuovi ristoranti. E, per vendere, vendevo ma di certo la mole del movimento estivo era assai lontana.

Il mio titolare mi suggerì di aprire io stessa un bar.

Avevo già l'iscrizione al REC, dovevo solo far aggiungere la somministrazione di alimenti e bevande, con un esame integrativo.

C'era un baretto in una via centrale di Ravenna, ma un po' defilata. Era assai piccolo ma lavorava abbastanza. Era giusto per una persona sola, come ero io.

Mi piacque così tanto, quando lo vidi, me ne innamorai a prima vista, come egli non stesse attendendo altri che me e si mettesse a scodinzolare felice, nel vedermi entrare per la prima volta dal suo portone di vetro con l'infisso di metallo nero satinato. Ne chiedevano settanta milioni, da pagarsi in due rate a distanza di dodici mesi l'una dall'altra.

Ne parlai con il mio compagno, lui non ne fu entusiasta ma io, quella volta, non mollai e lo comprai.

 

Ma altre novità grosse accaddero in quel 1988.

Il mio ex marito, che si era risposato, un giorno comparve con la macchina piena delle cose di nostra figlia. Mi disse, lì, in piedi sull'orlo del fosso, con il portellone aperto mentre scaricava tutto, che io avevo goduto abbastanza della libertà, che adesso era il suo turno, che la sua nuova moglie gli aveva posto un aut aut: o la figlia o lei.

E lui aveva scelto la moglie.

Mi disse che aveva diritto di un po' di felicità. Scaricò le cose e senza dare altre spiegazioni alla sua ' amata 'figliola, che ovviamente non aveva ascoltato quel terribile discorso, se ne andò e scomparve dalla sua vita.

A quel punto la casa era diventata davvero piccolissima. Non era più pensabile continuare a vivere lì, con i tre bambini, in due stanze più una cameretta di due metri ed un bagnetto nel quale chiudevi la porta senza alzarti dal wc.

Seppi che in paese era in vendita da tempo una grande casa: aveva solo quattrocento metri di giardino ma era grandissima. S

Disposta su due piani, quattro camere di sotto, quattro di sopra, un capannone trasversale con camino e sopra a quello un lunghissimo mansardato grezzo. C'era anche un capannetto in muratura nel giardino: i vecchi proprietari vi avevano venduto i fiori e quella era la stanza coibentata e refrigerata.

L'andai a vedere e mi piacque. Nella grandi stanze vuote sentii già le voci dei miei figli, vidi i loro giocattoli per terra, sentii che era il posto nostro.

Tornai a casa e dissi al mio compagno che l'avrei acquistata.

Ormai ero troppo arrabbiata con lui.

Le sue scelte si erano rivelate sbagliate, scelte fatte con il mio denaro.

Il peso della famiglia era tutto sulle mie spalle. I bambini col padre non dicevano mai nulla, ero io quella che doveva sempre risolvere i loro piccoli problemi. Tornavo a casa dal lavoro e loro mi raccontavano quello e quell'altro: avevano fatto una cosa, avevano male lì, c'era bisogno di comprare o andare là.. Betta aveva cominciato a frequentare la scuola materna.

Ma al padre non chiedevano mai nulla.

Lui, tornato dal lavoro due ore dopo aver staccato e congedata la tata, sedeva al tavolo della cucina, leggeva il giornale e loro giocavano, in silenzio. Solo al mio ritorno ed a me rivolgevano i loro piccoli grandi quesiti.

Ed io avevo già da tempo cominciato a pensare che quell'uomo non era poi così fantastico come mi era sembrato.

Inoltre mia madre stava male ed aveva bisogno di essere accudita: nella grande casa c'ara posto anche per lei.

Nel giro di tre mesi vendetti la casetta rosa a cinquanta milioni, comprai quella più grande, che era giallo ocra, per settantacinque.

Il bar per settanta, pagando i primi trentacinque in contanti.

La grande casa aveva bisogno di diversi lavori per diventare comoda come dicevo io.

Gli impianti di riscaldamento ed elettrici, i pavimenti, gli infissi, i due bagni, la recinzione.. accesi un mutuo di ristrutturazione prima casa di quaranta milioni da pagare in rate mensili di trecentomila lire. E, naturalmente, tutto a mio nome, assolutamente tutto a gravare sulla proprietà mia di quella casa.

Facemmo diverse cose da soli: Antonio era bravo a fare quasi tutto, lavorammo come matti anche se era sempre più iroso e mi strapazzava come fossi il più scemo dei garzoni... lavorare con lui era un incubo: bestemmiava, gridava, gettava oggetti per terra, non finiva mai un lavoro del tutto, restava sempre una vite che mancava, una placchetta da montare o vattelappesca non so cosa.. lasciava la sua strumentazione in casa ovunque, le scarpe, i vestiti, era disordinato.... se faceva qualcosa, tipo imbottigliare il vino, cucinare la carne nel camino, per la cena, sporcava tutto il piano terra, che aveva il pavimento a grandi piastrelle bianche e grigie, con gli stivali a carrarmato bagnati, infangati... la nostra tata lasciava tutto immacolato ma dopo dieci minuti sembrava che nessuno avesse pulito quella casa da anni.

 

A settembre 1988 vi andammo ad abitare.

Il bar aveva aperto da un paio di mesi.

Mi alzavo alle cinque del mattino, quindici chilometri di macchina con tutti i tempi, nebbie intense e ghiaccio compresi.

Alle sei ero operativa: panini sandwich tartine paste cotte da me, oltre quelle del pasticciere.

Avevo fatto un ottimo lavoro in quella bomboniera: messa carta da parati azzurra così carina, tovaglie nuove, due videogiochi: l menù dei panini caldi era allettante. Usavo solo prodotti freschissimi e della migliore qualità: il latte fresco intero della centrale cooperativa, il migliore caffè.

I miei cappuccini si presentavano con una soffice densa schiuma: avevo imparato in un attimo tutto.

Comprai tutto un assortimento di ' caramelle di plastica ', come le chiamavo io, che stavano spopolando fra bimbi e ragazzetti: lì vicino c'erano tre scuole.

Nelle primissime ore del mattino si entrava a stento, tanta era la ressa.

Io diventai velocissima: facevo tutto da sola, anche la cassa, naturalmente.

La clientela crebbe in modo notevole, all'ora di pranzo i miei panini gustosi, grandi e a buon mercato attirarono diverse persone ed ero molto soddisfatta.

Solo che il locale, purtroppo, era davvero piccolo: due tavolini accanto al bancone e quattro in un soppalco rialzato, a fianco, quindi più di tanto non si poteva lavorare.

E poi, avevo solo due mani.

Il pomeriggio era più tranquillo, allora approfittavo per ripulire tutto, fare gli acquisti. Incrementai gli aperitivi serali inventandomi nuovi pastrocchi colorati da servire con canapè e salatini: nel corso serale che avevo frequentato prima di aprire il bar ce ne avevano insegnato, di cose......

Chiudevo alle venti e trenta, lasciando tutto pulito e pronto per l'indomani.

Il giorno di chiusura era la domenica.

E poi correvo a casa, dai miei figli, che mi accoglievano festanti, almeno i due più piccoli.

 

Nella nuova abitazione si viveva magnificamente.

A lui non piaceva, diceva che c'era poco spazio intorno, poco giardino.

Ma a cosa erano serviti quei tremila metri di terraccia se non a spendere soldi per tenere l'erba più bassa di una giungla??

provai un anno a piantarvi dei fagiolini, ma non recuperammo neppure le spese.

La mia amica, l'ex socia, mi disse più volte che avrei dovuto acquistare qualche cagnolina di razza e vendere i cuccioli. In quei casotti, che erano rimasti inutilizzati ed abbandonati ricettacoli di polvere, si potevano ricavare dei comodi caniletti. Ma Antonio, al solito, non volle: non voleva gente per casa, telefonate, affari.. nulla di tutto quello che girava intorno al mondo dei cani gli piaceva.

Allora tutto si era risolto nel vivere tre anni in due stanze, senza nessuna comodità per i due bebè ma soprattutto per me.

La nuova casa era perciò per me un sogno.

 

Mia madre si trasferì da noi ed apportò ulteriori tensioni.

Litigava con la nipote maggiore, era dispotica con i due più piccoli, sempre in contrasto con il mio uomo.

Ma stava molto male. Fu operata alla schiena poi al fegato: era necessario sopportarla. Inoltre lei ci aiutava economicamente. Ci aveva dato quindici milioni per sistemare la casa e farle camera e bagno a sua necessità e ogni mese contribuiva con una cifra che non era piccola.... non la ricordo. Credo trecento mila lire ma non ne sono sicura.

Il caro vita aumentava, i prezzi salivano vertiginosamente, la famiglia di sei persone era assai dispendiosa.

Poi c'era la tata; io ero fuori casa tutto il giorno, era assolutamente impensabile fare senza di lei.

La tensione in casa crebbe a dismisura. Il mio compagno era sempre più agitato nervoso scontroso ed irascibile.

 

Finalmente anche Lele andò alla scuola materna.

I due bimbi crescevano bene: lui era più vivace e birbante, anzi, molto di più, lei era una donnina e gli faceva da mamma. Il piccolo si arrabbiava molto, per quello, dicendole che di mamma gliene bastava una ma la sorellina non mollava: gli faceva persino il letto.

Li avevamo sistemati in due grandi camere contigue ma loro vollero unire i lettini, che si potevano trasformare a castello e dormire insieme: Lele sopra e Betta sotto.

Erano inseparabili: li sentivo chiacchierare tra loro mentre si addormentavano, dopo che li avevo messi a letto.

Quanti salti su e giù da quei due lettini rossi ed azzurri!! E una volta poi, Lele, sognando di fare un tuffo in mare, come facevamo sempre, che io andavo sott'acqua, lui mi saliva con i pedi sulle spalle, tenendosi alle mie mani tese verso di lui ed io mi alzavo di scatto, catapultandolo in alto in alto e facendogli fare tonfi incredibili, si buttò di sotto e diede una botta notevole, piangendo disperato per almeno mezz'ora ma, per fortuna senza altre conseguenze.

Quel fatto, però, restò negli annali e loro se lo raccontavano sempre...

La vedo ancora, quella grande camera dal pavimento di mattoni vecchi che avevamo fatto levigare e le due grandi finestre ampie, con le tendine bianche ed azzurre, che davano sui campi, al di là della strada e la casa colonica sulla destra con l'immenso platano frusciante al vento.

E sento le loro voci, i loro discorsi, rivedo i loro pigiamini, i colori delle magliette preferite.

Quando tornavo dal lavoro, loro avevano già mangiato. Dopo aver giocato e parlato un po' li portavo di sopra e gli facevo il bagnetto, entrambi insieme dentro la capiente vasca da bagno piena di acqua calda schiuma e barchette che avevo fatto installare nella nuova stanza da bagno del piano superiore.... come ho amato quella stanza!! Dopo tanti disagi in quel bagnetto, questo era grandissimo e lo avevo fatto rivestire di piastrelle grige chiare a scure col il piano di marmo rosa del lavabo... era così bello... c'era anche un ampio box doccia, non mancava davvero nulla. Loro giocavano scherzando, non volevano mai uscire dall'acqua, gridavano cantavano, si facevano dispettucci. Finalmente riuscivo a farli venire fuori, li asciugavo, gli mettevo i pigiamini. Che belli, i loro corpicini sani, dolci guizzanti, che tenere membra, che dolci pelle e labbruzze e bacetti ed occhi stanchi.... e poi si infilavano tra le lenzuola. Io mi trattenevo un po' con loro, raccontavo una favola, cantavo una canzoncina. Stanchissimi, scivolavano presto nel sonno. Io mi recavo in bagno per rimettere tutto a posto e sentivo i loro ultimi discorsi del giorno. A volte Betta finiva di raccontare lei la favola al fratellino.

Altre sere, però se avevano fatto già il bagnetto con la tata, io, finalmente rincasata e stanchissima, dopo aver cenato amavo rilassarmi con un bel bagno caldo, d'inverno, ovviamente,

Allora salivo al piano superiore e loro dietro, tutti. Ma TUTTI dietro......

Abbiamo avuto diversi cani e gatti in quella casa, negli anni, difficile parlarvi di ognuno di loro, ora qui, cercherà di farlo man mano.. ma quelli che c'erano in casa in quel momento, tutti su a fare il bagno con me.

Riempivo la vasca di schiuma e mi ci immergevo: a quel punto Lele cominciava a farmi navigare le sue barchette palline ed altri giochi vari e tanto alla fine si bagnava lui più di me, mentre Betta, seduta sul sanitario di fronte con il coperchio abbassato, rosa come il piano di marmo, chiacchierava chiacchierava e mi raccontava di tutto il suo mondo.. e i cani e i gatti accucciati qui o lì, appollaiati sul lavabo.. a molti piaceva bere l'acqua saponata.... e leccavano le bollicine.... e, almeno due volte, due di loro hanno fatto il bagno con me: Yuki, la piccola terrier giapponese e un gatto, Thor, gattone bianco con i fanaloni gialli di un tir.... c'entrò sempre Lele, ovviamente lui era la pietra dello scandalo, e che risa che grida che acqua dappertutto, da asciugare....

Erano due creature meravigliose. Intelligenti e dolcissime. Così diversi dalla loro sorella maggiore, sempre dura ed anaffettiva. Io mi scioglievo di tenerezza.

Ma era la mia sola dolcezza.

Con il mio uomo le cose andavano sempre peggio.

Con la figlia grande ci fu da passare una grossa crisi.

 

Dopo che il padre me l'aveva scaricata così brutalmente ed era sparito completamente, se non per qualche breve impacciata telefonata, lei pazientò qualche mese, poi mi fece domande precise: volle sapere cosa fosse successo.

Aveva quasi quindici anni, era ormai una donna: alta più di me, forte, assai robusta, volitiva, di certo non la si poteva trattare come una bambina.

Dopo le scuole medie, finite un po' per il rotto della cuffia, la moglie di suo padre la convinse di iscriversi alle magistrali. Io ero contraria.

Angela era molto intelligente ma assolutamente non aveva voglia di studiare e non tollerava nessuna disciplina.

Infatti frequentò qualche settimana e poi passò il resto dell'anno in giro per la città con i più sbandati che trovò. Divenne punk e dark e si truccava pesantemente con quello stile che io trovavo davvero di dubbio gusto. Ma non mi opposi. Giudicavo che avesse il diritto di seguire un suo stato d'animo; a scuola però ci doveva andare.

E, dato che non lo faceva, la ritirai, per non farla bocciare e la costrinsi a venire ad aiutarmi un po' nel bar.

Ma era una frana. Tutto quello che faceva mi complicava di più la vita. Così le lasciai la libertà. Si mise con un ragazzetto brutto e stupido. Mi chiesi mille volte – e lo chiesi a lei – cosa ci trovasse ma, ricordando i discorsi di mia madre quando io avevo la sua età, accettai anche lui. Passavano dal bar per bere o mangiare.. io davvero non ero felice nel vederli così: mi dava l'impressione che stessero sbagliando tutto.

Quando mi chiese del padre io le dissi la verità: cercai di addolcirla un po' ma non le mentii.

Per lei fu un colpo durissimo. Forse sbagliai ma io ho sempre creduto che la verità non sia mai un errore.

Divenne ancora più riottosa ribelle prepotente aggressiva.

Litigava con tutti, con me la nonna e il mio compagno, per ogni piccola sciocchezza.

Fuggì di casa.

Venne vista per strada con una sua amica. Me lo vennero a dire dei ragazzi che venivano sempre a mangiare i panini da me e che quella mattina mi avevano vista sconvolta e a cui avevo raccontato che la mia ragazza la notte non era rincasata ed io non sapevo dove fosse.

Avevo telefonato al padre, il quale mi disse che non sapeva cosa fare e mi invitò a rivolgermi alla polizia. Io volli attendere qualche ora ancora e feci bene.

Quando mi indicarono dove fosse, chiusi il bar di corsa ed andai a riprenderla, riportai a casa l'amica e cercai di parlare con mia figlia.

Volevo che smettesse di vagabondare così, che decidesse cosa fare del suo futuro. Che si cercasse un ragazzo migliore; anche lui aveva lasciato gli studi e fumava canne. Scoprii che lei pure fumava, dall'età di undici anni, lei che aveva sempre torturato il padre, grandissimo fumatore, perché smettesse.

Mi cascò il cielo sulla testa.

Ma come fare??? Io ero dentro quel bar tutto il giorno..

e cominciai a stare male.

Presi una prima broncopolmonite. Tenni chiuso il bar una settimana. Stetti malissimo. Poi una seconda, più lieve, che curai in piedi lavorando.

Poi cominciarono le coliche. Veramente erano cominciate ancora quando stavamo nella casetta rosa. Tutto ad un tratto mi coglieva un fortissimo dolore allo stomaco, tanto forte da piegarmi le ginocchia e farmi accasciare a terra.

In quei mesi si intensificarono. Feci esami. Si parlò di calcoli alla cistifellea. Feci una gastroscopia.

Risultò una brutta ulcera pilorica con stenosi. In pratica il piloro, immerso nei succhi gastrici ,si era eroso e stringeva l'anello dello sfintere. I boli del cibo non fuoriuscivano, lo stomaco si riempiva di gas ed arrivava la colica.

Mi curarono e i sintomi dell'ulcera migliorarono ma peggiorarono le coliche epatiche. Però,calcoli non se ne vedevano.

Giunse l'estate, mi prese una colica fortissima e mi ricoverarono un'altra volta.

In quei giorni mia figlia maggiore fuggì di nuovo di casa.

Rubò i gioielli di mio padre e mio nonno, anello medaglia al valore, vecchissimo orologio d'oro a catena, anello con topazio e le mie spille e catenine e anellini e braccialettini di battesimo e comunione. Razziò tutto, anche il denaro che trovò in casa, qualche centinaio di mila lire, della nonna e fuggì con la sua vespa ed il suo ragazzo.

Quando il mio compagno me lo disse, io stavo malissimo, in preda da tre giorni a quella colica che non passava con nulla.. Telefonai al mio primo marito ma anche quella volta se ne lavò le mani.

Furono due giorni di assoluta angoscia. Poi la polizia ferroviaria li trovò su di un treno diretto ad Amsterdam.

Li fermarono e li portarono a Milano... di certo io non potevo andare a prenderla. Il padre di mia figlia si negò di nuovo. Allora solo il mio compagno si fece avanti, quella volta si comportò assai bene: prese la macchia ad andò a Milano a recuperare i fuggitivi.

Ma la portò il giorno stesso direttamente dall'auto. Piangente, sporca puzzolente, fumata visibilmente, distrutta. Io l'abbraccia in preda ad un grandissimo dolore. Piangemmo così su quel letto di ospedale. Lei mi raccontò che il suo ragazzo aveva avuto una strana reazione alla pelle, che era stato certo avesse contratto L'AIDS, dato che si bucava, che fosse il morbo di karpof. E quindi era certa l'avesse contratto pure lei. Per quello erano fuggiti. Le chiesi di tornare in sé. Promise. Furono fatti esami che, per fortuna, risultarono negativi: lui aveva solo una crisi di acne.

 

Mi dimisero senza diagnosi: i calcoli non si vedevano, gli esami erano perfetti, dissero che somatizzavo. Ma io continuai a stare male. Tornai al bar, che questa volta avevo lasciato nelle mani di due mie amiche, pagandole, ovviamente, per non chiuderlo di nuovo.

Ma stavo male.

Però sembrava che mia figlia si fosse calmata. Non usciva più. Disse che aveva lasciato quel ragazzo; invece scoprimmo che usciva di nascosto la notte, scavalcando la finestra.

 

Mia madre, in tutto quel trambusto, si arrabbiò tantissimo e se ne tornò a vivere accanto a mio fratello.

Mi disse che ero pazza, che la mia vita era una follia. Le chiesi se avesse una ricetta per risolvere tutto con la bacchetta magica. Mi rispose che il problema era mio, che quello era il frutto delle mie scelte.

Io ribadii che quello era il frutto soprattutto di scelte altrui ma di certo io avevo lasciato fare. Le dissi che una buona parte di tutti quegli errori dipendevano dal mio non sapere mai cosa volere. Se facevo di testa mia sbagliavo, se davo retta ad altri sbagliavo. Lei mi disse che non sapeva cosa dirmi che aveva dato la vita per me, che mi aveva aiutato in tutti i modi. che non resisteva più. E se ne andò.

Lasciandomi così anche senza aiuto economico, oltre che senza la sua presenza che comunque si dimostrava preziosa nei momenti di vuoto. In casa lei c'era sempre ed i bambini potevano così non rimanere mai soli, permettendomi di risparmiare qualche ora della tata.

La capii, però. Casa mia era davvero un girone infernale.

 

Quando scoprii che mia figlia usciva di notte scavalcando la finestra mi arrabbiai tantissimo. Le vietai di vederlo. Montai una guardia armata. La chiusi in casa.

Ma ormai era troppo tardi: dopo pochissimo mi confessò di essere incinta.

Rimasi di sasso.

Ma non la sgridai. Le dissi che potava contare su di me. Che scegliesse in tutta libertà cosa fare. La portai a fare colloqui con una psicologa che disse che la colpa era tutta mia, che la ragazza aveva sofferto troppo sin da neonata e la responsabilità era solo mia.

Mi sentii un mostro.

Pensavo a questo bambino, immaginavo potesse assomigliare al padre, che era quasi anormale, e rabbrividivo. Ma era un bambino, era una creatura, era sacro. Era mio nipote.

Lo amai.

Ma mia figlia decise di non farlo nascere. Con dolore accettai la sua decisione. La portai a fare tutto quanto, cercai di starle vicina ma lei si chiuse in se stessa.

Ed anche si chiuse in casa. Non uscì più. Fino all'autunno del 1989, quando si iscrisse alla prima istituto alberghiero, - cucina - e cominciò a frequentare regolarmente le lezioni.

Io piansi in silenzio per mesi, anni, per tutta la vita quella piccola vita spezzata. Ma mia figlia non voleva avere bambini. Aveva sempre affermato quello sin dai suoi primissimi anni. Non voleva sposarsi né avere figli. Mentre invece i figli vanno desiderati amati. E poi è difficilissimo anche così.

La vita era la sua: aveva diritto di scegliere. Ma io piansi quella piccola vita mai nata.

E, per terminare di parlare di questo, riporto qui un brevissimo passo tratto da ' Io non sono di qui ', in corsivo.

 

Non ho visto mia figlia piangere per questa perdita, ma sono sicura che dentro di lei questo dolore è ancora vivo e acutissimo.

Io ho pianto per lui, che ho sempre chiamato il mio piccolo Angelo, dato che gli angeli non hanno sesso e corpo, ma sono presenze poetiche e dolcissime. Ho pianto per molti anni…

Da allora ne sono passati quasi venti. Ora sarebbe adulto.

 

Le cose in casa, però, si acquietarono un po'.

 

 

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lun

11

feb

2013

I PREPARATIVI FERVONO

VIE DI FUGA- 2012 olio su tela 13 x 18

 

 

VIE DI FUGA

 

si intitola questo mio quadretto 13 x 18, dipinto l'anno scorso..

 

fuga dal dolore a spirale nel quale sono entrata tantissimi anni fa, e da cui sembrava, io stessa ero certa, non sarei uscita mai.

 

la vita mi ha stupito profondamente.

e, acchiappando al volo il treno che si fermerà a raccogliermi per portarmi lontanissima da una realtà che sembrava conclamata, sto organizzando  - in modo teorico - tutto quanto c'è da fare per portare a compimento il mio prossimo immediato trasferimento.

 

un modo bellissimo per attuare questo mio profondo desiderio: trovare e percorrere le vie di fuga dal dolore...

è una sensazione inebriante..

 

e la pace che si è distesa in me, per entrarmi dentro e poi sollevarmi, io l'ho tratta da una intima fusione con la Potenza Ceatrice che uso chiamare D'io..

 

ad essa ho anelato per lunghissimo tempo,

ad essa ho teso nel mio più ntimo della coscienza.

io so che, pur commettendo diverse azioni sbagliate e che mi hanno allontanato dal mio proposito, ero con la totale convinzione ed onestà di intenti.

resta in me la meraviglia di un miracolo: l'ave ricevuto la pace del cuore, della mente e dell'anima ed il desiderio di vivere..

 

la mia è una felicità totale, che va oltre al dolore di questo povero corpo martoriato - se vedeste come sono ridotta, il cortisone mi ha distorto persino i lineament e sono completamente coperta di ecchimosi e lividi, nelle braccia e sull'addome. il braccio della coronografia poi, è ancora gonfio e fa male. inoltre è interamente viola-

i dolori del mio corpo restano ma ormai...

quasi più non mi accorgo i averli.

perchè guardo in me e vedo che, qualsiasi difficoltà o dolore io verrò chiamata ad affrontare, la connessione a D'io mi sosterrà sempre tra quelle immani e leggerisisme bracia di madre-padre...

alle quali mi affido e mi abbandono continuamente.

 

 

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dom

10

feb

2013

LA MIA AUTOBIOGRAFIA RIPRENDE LE PUBBLICAZIONI...CAPITOLO VENTESIMO : ANTONIO. BETTA. UNA NUOVA CASA

MADRE PER SEMPRE - 2012 olio su tela 13 x 18
MADRE PER SEMPRE - 2012 olio su tela 13 x 18

 

CAPITOLO VENTESIMO


Antonio. Betta. Una nuova casa

 

 

Il sabato sera andavo a ballare in una sala dove si recavano per lo più uomini e donne sopra i trent'anni, in cerca di storie. Andavo da sola ed era terribilmente eccitante.
Ebbi diverse avventure di una notte.
Cosa stavo cercando?

L'emozione profonda che avevo provato con Roberto mi aveva dato la prova tangibile dell'esistenza di una dimensione alla quale io avrei potuto avere accesso ma che ancora non avevo conosciuto fino in fondo.
Sapevo però che in quel locale più che altro si recavano uomini in cerca di storie facili eppure, in fondo in fondo, così in fondo da tenerlo quasi celato a me stessa, qualcosa mi diceva che lì ero attesa.

Infatti a novembre, il 27, uscendo di casa sentii chiarissimo il segno della predestinazione.

Era una notte non fredda, lievemente nebbiosa. Quando arrivai, il parcheggio delle auto era già gremito: mi strinsi nel giaccone sentendo l'aria fresca entrarmi sotto la camicetta leggera che indossavo. Avevo scelto per quella sera un completo di blusa e gonna pantalone, color ruggine intenso e tutto decorato con piccoli arabeschi dorati, rifinito con il colletto alla coreana. Il foulard grigio perla e rosa chiaro dava un piccolo tocco ingenuo al mio viso truccato in modo più marcato del solito. Quel pomeriggio ero andata dalla parrucchiera ed i miei capelli erano così giovani e vitali.
Dopo il rito della biglietteria e del guardaroba entrai nella sala e mi diressi direttamente al bar per prendere il mio Cuba Libre: avevo bisogno di entrare subito in sintonia con le luci basse, la musica anni settanta, le coppie abbracciate sui bassi divani ed il frullio dei “pretendenti” tra una pista e l'altra.
Tirando con la grossa cannuccia nera il primo sorso della bevanda gelata, cercai con gli occhi un tavolino un po' appartato e solitario, lo raggiunsi, appoggiai il bicchiere e mi sedetti, sprofondando lievemente. Ripresi il bicchiere fra le mani e sorseggiando lentamente cominciai a guardarmi intorno: non avevo ancora voglia di ballare ma non volevo neppure restare a fare tappezzeria, per ciò cercavo di vedere se vi fosse un ragazzo simpatico che avevo conosciuto due sabati prima, giusto per spezzare il ghiaccio e anche quel nodo che sentivo allo stomaco.
Ero ancora in tenta a frugare con lo sguardo fra i tavolini e le piste da ballo quando passò davanti a me un uomo alto, dalle spalle larghe, con i capelli un po' lunghi e la barba ben curata, appena brizzolata. Indossava una giacca di camoscio beige chiaro, un paio di pantaloni scuri ed una camicia bianca senza cravatta con il colletto aperto, entro il quale era elegantemente adagiato un foulard di seta scura.
Lo guardai mentre passò oltre, si fermò, si volse verso di me, tornò sui suoi passi e, senza sorridermi, mi disse a bruciapelo:
“Ma dove è stata tutto questo tempo una ragazza bella come te?”
Io gli sorrisi e gli risposi che non ero poi così bella e lui, perentorio:
“Lascia che sia io a deciderlo”
Poi, posando il bicchiere che aveva fra le mani, dove un doppio whisky senza ghiaccio era già in parte stato bevuto, mi chiese – ma non era una domanda - :
“Vuoi ballare?”
Ballammo. Io gli cinsi le braccia al collo e lui mi appoggiò una mano, la sinistra, alla vita, mi avvicinò a se ma non troppo, guardandomi con quella sua aria tra il serio, l'imbronciato ed il canzonatorio.
Io mi sentii indagata da quegli occhi nocciola intensi e quella mano posata alla sorgente dei miei fianchi era come volesse entrarmi dentro.
Eppure il Cuba Libre era stato appena assaggiato, perché mi girava la testa?
La musica era alta anche se lenta, lui mi chiese avvicinando le labbra al mio orecchio e quindi frugando tra i miei capelli:
“Come ti chiami? Io Antonio”
Il suo respiro disegnò una carezza sulla mia guancia ed io istintivamente mi posai su quell'alito che vibrava, mi scaldava, “Ari.“ gli risposi alzando un poco gli occhi verso di lui che non fece un vero gesto ma mi guidò a posare la testa nell'incavo della sua spalla.
Ballammo in silenzio.
Ma non era silenzio tra noi..... il suo torace potente sussurrava i movimenti del suo respiro contro il mio seno, il suo bacino aveva allacciato un dialogo intenso con il mio ventre e quella mano aperta, scivolata appena un po' verso la curva del mio fianco, era come cantasse: “Vieni qui. Vieni da me.”
Ed io mansueta ingenua e felice acconsentii a quel richiamo.

La notte stessa fui sua.
Rientrata come volando nella mia casetta silenziosa che era già mattino, così colpita da quell'incontro, come prima cosa presi dalla mensola il grosso volume rosso dell'Oracolo Cinese e, sedendomi al tavolo, gettai sei volte le tre monetine dorate, interrogandolo.
- Cosa è giusto che io creda sarà Antonio per me? -
La risposta dell'oracolo mi sorprese vivacemente: La Casata.
Una nuova famiglia? Impossibile!!...... sorrisi tra me, deposi il libro e me ne andai a dormire sfinita.
Ma l'oracolo cinese non sbaglia mai.

Fu un colpo di fulmine anche per lui e ci tuffammo a capofitto in una storia.
Io lo trovavo bellissimo, tenebroso, intelligente... perché lo era.
L'attrazione fisica tra noi era potentissima e fin da subito ci legammo in amplessi esplosivi e completi tra amore e piacere. Di nuovo con lui provai l'estasi, almeno l'assaggio.

Ma lui mi disse che non voleva legami.
Ci vedevamo massimo due volte alla settimana, a volte neppure una ed io continuai a frequentare anche gli altri: il mio primo marito mi amava e non vedeva altre all'infuori di me, gli altri tre miei amanti erano i miei cavalieri serventi, pronti a soddisfare i miei capricci.
Il lavoro andava sempre più a gonfie vele, avevo acquistato una piccola auto nuova e presi un cane, un altro levriero a pelo raso bianco e tigrato che chiamai: The First and last love of mine. (il mio primo ed ultimo amore).

Naturalmente lo chiamavo Last ma quel lungo nome imposto sul pedigree di quel puledrino dalle lunghe gambe aveva una lunga storia dietro di sé: quella razza era stata il mio primo amore ma quel cucciolo sarebbe stato l'ultimo, se non avessi avuto un po' più di fortuna con lui.
La vita mi sorrideva.
Il mondo era stretto nel mio pugno, che io guardavo con soddisfazione e senso di potere.

Ma nulla mai dura, nella vita umana e ben presto arrivarono cambiamenti.
Il mio ex marito si innamorò di un'altra.
Rimasi davvero di stucco quando me lo disse.

Fui felice per lui... la nuova arrivata era un'artista e anche mia figlia ne era affascinata, tanto che provai persino gelosia ma non me lo permisi.
Lui aveva tutti i diritti di essere felice e che la sua nuova compagna si trovasse benissimo anche con mia figlia era assolutamente splendido....
Solo che non me lo sarei mai aspettato: mi sentivo come un'istituzione nella vita di Carlo e ad un tratto mi trovai detronizzata.
Comunque, io ero proiettata in quel nuovo amore che stavo vivendo, sempre più presa ed affascinata da Antonio, anche se lui aveva momenti di un vuoto assoluto, amaro... e sparizioni che mi lasciavano sofferente.
Come emblema, racconto un piccolo accadimento: un brutto giorno a mia madre fu diagnosticato un tumore alle ossa.


- Ho dimenticato di dire che, quando la mia bambina aveva quattro anni, lei riportò la prima frattura spontanea ad una costola. Cominciò così il suo lunghissimo calvario che non è ancora terminato.
Tra diagnosi certe: osteoporosi ed artrite, altre meno certe ed azzardate, come quella accennata più sopra, si diede il via ad una serie di visite specialistiche, indagini di laboratorio, ricoveri in tutti i centri specializzati limitrofi: Ferrara, Firenze e Bologna. Così cercavamo consigli a destra e a manca e si facevano indagini ma lei stava sempre peggio e il dolore aumentava. Io la portavo dappertutto, la seguivo da vicino.
Era sempre stata una donna più che attiva ma ora ogni cosa che le costava un dolore ed una fatica tremenda.
Decise di vendere il negozio. Io mi trasferii da lei per qualche mese, portando con me la bimba che fu iscritta pro tempore in una scuola materna lì vicino, dove insegnava mia zia.
Il negozio vendeva merceria, maglieria e intimo. Un negozietto piccolo piccolo, stipato fino all'inverosimile, tanto che io lo chiamavo scherzando “ l'uovo sodo”.
Ero sempre andata ad aiutare mia madre, sin dagli inizi dell'attività. Quando si recava a fare acquisti con la mitica Erre Quattro Renault grigia metallizzata, io ero con lei.
Spostavo pacchi, davo consigli.... ero l'addetta all'acquisto delle cravatte. Si vide subito che il mio gusto era molto apprezzato dai poveri mariti che troppo spesso si vedevano regalare cravatte di bellezza davvero dubbia.
Evidentemente il mio uomo interiore amava le cravatte.... quindi ero io che le sceglievo.
Spessissimo, fino alla nascita della bambina, trascorrevo ore in negozio per sollevare mia madre dall'onere molto gravoso che era tutto sulle sue spalle. Ogni giorno mi recavo da lei ed ero in grado di vendere qualsiasi cosa, così sotto le festività e nei giorni di lavoro più intenso o quando mamma aveva una qualche altra necessità, io la sostituivo e la supportavo.
Ero beneamata ed accettata dalle clienti: quella era una vera borgata e la vita allora era alquanto corale.
Le clienti erano sempre le stesse: donne più o meno giovani, madri di famiglia che cucivano da sé gli abiti per tutti i componenti del loro clan. Così bottoni, cerniere, filo da cucito, fettucce varie ed elastico per me non avevano più segreti e anzi mi divertivo tanto con tutte quelle scatoline, quei colori e le chiacchiere, spesso argute, di quelle comari.
Poi con il tempo mia madre aveva aggiunto la maglieria, l'intimo e l'abbigliamento per i bambini. Aveva veramente di tutto, era brava ed onesta nei prezzi, così la clientela crebbe a dismisura.
Ma io mi sposai, lasciai la città e lei dovette fare da sola.

Quando si ammalò nessuno poté prendere in considerazione l'idea di mettersi al suo posto: l'unica a poterlo fare ero io ma, a quei tempi, neppure il pensiero di separarmi da mio marito e dalla mia casa mi era tollerabile.
Così si vendette.
Si effettuò una grandissima svendita e tutto il contenuto, diverse decine di milioni, di merce, fu ceduto a prezzi scontati, pezzo dopo pezzo.
Quella fu la definitiva demolizione di mia madre.
Io soffrii con lei e l'aiutai il più possibile. Abitava ancora con mio fratello, che aveva nel frattempo avuto un altro figlio. Ma, con l'avvento della sua malattia e la perdita del negozio, sorse presto la sua necessità di vivere sola, perché era divenuta insofferente a tutto: era disperata.
Andò a vivere in un piccolo appartamentino in affitto.
Negli anni successivi ne girò parecchi. Trascorse anche molti mesi al mare, in appartamenti o pensioncine familiari. Praticamente l'inverno lo passava là, perché in città i dolori le aumentavano notevolmente.
Era sempre stata dura ed inquieta e lo divenne ancora di più. Non faceva altro che parlare della sua malattia.
Ben presto non fu in grado di camminare se non appoggiandosi su due stampelle ma, forte e combattiva, dato che tutti i medici le dicevano che non doveva smettere di muoversi, pena la perdita della sua indipendenza, - cosa che lei non poteva assolutamente ammettere - ogni giorno camminava per chilometri, appesa alle sue grucce, solitaria ed arrabbiata con tutti, soprattutto con quel Dio che l'aveva ancora una volta così duramente punita.
Il suo è stato un calvario di più di trenta anni che qui riassumo in poche righe.
Fu, inoltre, sottoposta ad un delicatissimo intervento chirurgico alla colonna vertebrale: le venne rimosso uno scrigno osseo che le stringeva il midollo e quello le alleviò quasi completamente il dolore feroce che provava.
Poi fu operata più volte alle mani ed ai polsi per il cedere dei tendini.
Le si ruppe la colecisti e fu gravissima, in coma per giorni. Le dovettero asportare anche un pezzetto di stomaco ma ce la fece.
Le asportarono per due volte alcuni noduli tiroidei.
Provò tutti i medicinali per la cura dell'osteoporosi che erano in commercio, subendo e sopportando i loro terribili effetti collaterali.
Fu davvero un calvario, anche perché lei era assolutamente solo incentrata su di quello. Io la portavo dappertutto e, che fosse a casa, all'ospedale o al mare, ogni settimana l'andavo a trovare.
Feci e disfeci decine di valigie.
Ascoltai migliaia e migliaia di volte le stesse cose: gli stessi ricordi gli stessi lamenti. Venne a vivere con me e se ne andò, sempre ogni volta con problemi e liti, quattro/cinque volte...
Io le fui sempre accanto, almeno fino ad un certo punto ma di questo parleremo più avanti.

Oggi ha ottantotto anni e sta meglio di me: si muove ancora e fa ancora molto da sola, aiutata della sua assistenza ma non esce più da qualche anno. Vive vicino a mio fratello che si occupa di lei ed è serena, cosa che è davvero miracolosa perché a quei tempi fu tutto una grande tragedia: vendere il negozio fu la sua tragedia.... forse ancora più grande della morte di mio padre. -

 

Tornando al 1983, quando le diagnosticarono quella gravissima malattia che poi non risultò reale, io piombai in una profonda crisi.
Stetti male per qualche giorno, colpita dalla notizia ma lui, il mio uomo, sparì per una settimana....
Io lo perdonai comunque, pensando che non avesse potuto far di meglio: il confronto con la morte era sempre arduo da affrontare.
Il fatto è che già allora, ogni volta che io ebbi bisogno di lui, Antonio si defilò velocemente. Avrei dovuto insospettirmi ma non lo feci, per me lui era bellissimo e stupendo, sempre... Anche se non mi dava la mano o il braccio in pubblico, lo scusavo dicendo che era riservato. Anche se non mi diceva mai: ti amo. Anche se non commentava mai le poesie d'amore, tantissime, che io scrivevo per lui in piccoli quaderni che poi gli davo da leggere e che mi riconsegnava senza una parola. Anche se non stette con me il giorno del mio compleanno e del Natale....
Anche se quando io gli chiedevo qualcosa era proprio la volta che ottenevo ancor meno del solito.

 

Io, comunque, avevo gli altri “amici” attorno a me e le sue mancanze mi facevano meno male.
Non so se lui pure avesse altre “amiche”... forse... ma era un qualcosa che non ci interessava. Lui non chiedeva mai cosa io facessi quando non ero con lui e questo era la pace di tutto.

Però la decisione di lasciare la toelettatura, cosa che accadde quando io e lui ci eravamo già incontrati, fu una scelta che spinse in modo deciso: il mio lavoro non gli piaceva assolutamente e quando gli chiedevo di venire in laboratorio si sentiva fortemente a disagio: non legò neppure con la mia socia e a lei non piaceva affatto, così come non piacque affatto a mia madre, quando glielo presentai.
Io mi chiedevo come potessero non restare affascinate da lui: per me era splendido in tutto.....

Arrivò così la Pasqua del 1984. il Lunedì di Pasqua, per l'esattezza.
Trascorremmo tutto il giorno insieme, perché il precedente lui lo aveva passato con la famiglia.
Furono quelle le mie prime festività solitarie: il natale 1982 lo trascorsi da sola piangendo sul divano a righine bianche ed azzurre della mia nuova bellissima casetta.
La mia bimba era andata con il padre dai nonni, mia madre stava male e volle restare da sola... io non andai dalla zia che mi aveva invitato....
Restai così, a sentire che l'era delle feste allegre era finita per sempre.
Quel lunedì di Pasqua Antonio venne a pranzo da me, che preparai il mio meglio per lui. Mangiammo, bevemmo ottimo vino bianco, che con lui avevo cominciato ad apprezzare, e passammo il pomeriggio e la notte a letto, avvolti nei turbini della passione.
Ero felicissima: l'amavo e lui era travolgente.

Dopo pochi giorni mi sentii cambiare e pensai di essere rimasta incinta, lo dissi al mio primo marito, quando ci trovammo a giocare a tennis. Lui mi scherzò e ci rise su, però il ciclo non arrivava ed io ero davvero certa di aspettare un figlio.
Ma a lui, al mio amato, non dissi nulla.
Attesi qualche giorno e feci un test di gravidanza di quelli di farmacia: risultò negativo.
Respirai di sollievo anche se in fondo mi dispiacque un po'.... attesi ancora.... ma nulla... il ciclo era un fantasma. Portai le urine al laboratorio...
Negativo.
Continuavo la mia vita: lavoro tennis uscite varie ma dentro sentivo che stava per cambiare tutto.
Attesi ancora: il ciclo non venne.
Prenotai una visita dalla ginecologa e lì non vi furono dubbi: ero davvero in attesa di un bambino.
Che colpo fu.
Ma dentro io già sapevo e già avevo deciso che avrei dato alla luce quella creatura.
Scilla mi disse che ero pazza, così pure Carlo.
Io volevo quel bambino, anche se il padre non avesse acconsentito alla nostra unione.
Così glielo dissi.
Lui restò di pietra. Si rabbuiò profondamente e mi chiese tempo per riflettere.
Si alzò dal tavolo del bar al quale eravamo seduti e se ne andò così, senza neppure girarsi, a malapena salutandomi.
Restai ferita dal suo comportamento. Sparì per dieci giorni: divenni certa che non avrebbe accettato quel figlio ma rafforzai in me la volontà e la gioia di averlo.
Quel bambino che era sbocciato in me, quella miracolosa nuova vita nata da un giorno di così grande amore e felicità era per me solo gioia: gioia allo stato puro.
Poi lui ricomparve e mi disse che accettava, a patto che io avessi venuto il negozio e mi fossi presa cura di nostro figlio.
Mi rassicurò dicendomi che avrebbe cercato fonti di lavoro aggiuntive, oltre al suo lavoro fisso di operaio specializzato, se ci fossero stati problemi di ordine economico.
Io lo abbraccia commossa fino al pianto.

 

Salutai Lorenzo e gli altri due miei “ amici “ con un ultimo brindisi alle rispettive saluti. Fu soprattutto Lorenzo che si dimostrò molto dispiaciuto di perdermi e mi chiese se fossi davvero certa della mia scelta ma il mio incrollabile entusiasmo lo portò ad abbracciarmi con molto affetto ed a lasciarmi andare senza altro aggiungere.

Rividi ancora una volta quel caro ragazzo: diversi anni dopo lo ricercai ma lui viveva in quel momento un'altra storia parallela al suo matrimonio e, ovviamente, io proprio non potevo più avere alcun ruolo. Però ci incontrammo per bere qualcosa insieme e per parlare.

Non lo dimenticherò mai quel suo sguardo, così colmo di tenerezza e rimpianto di non potere più portarmi in giro a divertire per i locali più belli, festeggiando le notti di una giovinezza che andava velocemente fuggendo tra le bollicine dello champagne.

 

Io ed Antonio demmo la notizia della mia futura maternità ai suoi, che conoscevo già da un po', durante uno dei rituali banchetti domenicali. Furono felicissimi, anche la sorella di lui, ancora nubile. Mi accolsero a braccia aperte nella loro famiglia.
Erano ottime persone, mia cognata era gentilissima, mio suocero, anche se un bel po' burbero e collerico, fino a quel momento aveva evitato di esagerare. La mamma di Antonio era una donna dolce, sottomessa e così generosa che io amai con tutto il cuore: dopo quell'arpia della prima suocera, lei era un sogno.
Misi in vendita il mio negozio ed in meno di un mese lo vendetti. Guadagnai anche una sommetta: era stato acquistato per 18 milioni, merce esclusa, cioè licenza arredamento ed avviamento e lo cedetti per 37 milioni, sempre merce esclusa.
Inoltre c'erano una decina di milioni di inventario.
Mi dispiacque venderlo, perché mi sentivo orgogliosa della trasformazione che quella piccola bottega vuota e dimessa aveva subito col mio avvento. Chi entrasse ora nella mia latteria veniva assalito dai colori e dai profumi: la varietà era tale che, per forza di cose, usciva avendo acquistato qualcos'altro oltre il litro di latte di sua intenzione.
Il lavoro mi riempiva e mi rendeva piena di energie ma mi attendeva di nuovo una famiglia. Ed io ero così felice proprio perché, pur vivendo quelli che furono gli anni più belli e divertenti della mia vita, sentivo comunque la mancanza di un uomo accanto a me, nel mio letto.....
E non certo per il sesso, che assolutamente non mi mancava visto che in quel periodo ne ebbi in quantità e qualità da me mai provate ma per l'amore delle cose quotidiane, per la presenza: nonostante avessi tutti quegli uomini per me, comunque continuavo a sentirmi sempre sola....

Così vendetti la mia latteria e prenotai quindici giorni in un alberghetto al Parco Nazionale degli Abruzzi, regalando al mio futuro compagno una vacanza/viaggio di nozze.
Lui si sarebbe trasferito da me dopo la nascita del bambino.


Ebbi un po' di paura quando parlai di quanto mi stava accadendo ad Angela, che non sembrava legare in nessun modo con il mio nuovo amore ma lei non rimase male alla notizia, tutt'altro, sembrò contenta di avere un fratello o sorella, - cioè, sorella, l'opzione fratello non fu neppure contemplata: doveva essere una sorellina a tutti i costi. -
Quindi partii per quel viaggio come nuotando in una nuvola di felicità.


Furono giorni bellissimi per me, anche se lui non sembrava poi così felice.
La natura là, eravamo a giugno, era stupenda. Facemmo lunghissime passeggiate, vedemmo i lupi, gli stambecchi, un orso.... come era luminoso quel luogo dove l'essere umano ancora non aveva messo le mani più di tanto.... era puro....
L'alberghetto poi, era delizioso e si mangiava divinamente, infatti presi un paio di chili ma mi dissi che li avrei smaltiti subito, tornando alla mia ferrea dieta di mantenimento che mi aveva fino ad allora permesso di rimanere in quei fantastici sessantotto chili.
In effetti, in quegli anni, io mangiai pochissimo.. ma pochissimo... perché il cibo continuava a trasformarsi immediatamente in grasso.
Il parco, dunque , fu un'esperienza stupenda ma lui non si dimostrò così affettuoso come io avevo sperato e per tutto il nostro soggiorno si rifiutò d'avere rapporti d'amore con me. Si sentiva a disagio, pensai, in un posto estraneo.

Io attesi in silenzio, notte dopo notte, che lui ritrovasse quella passione con la quale mi aveva più volte avvolto: il mio sogno romantico era che quei giorni ci avrebbero uniti come mai eravamo stati in effetti ma nulla avvenne. Lui si addormentò sempre, girandosi sul suo fianco e dandomi le spalle, dopo avermi augurato la buonanotte, senza altro aggiungere.
Antonio non mi diede mai molte spiegazioni del suo comportamento, anzi, non me me diede mai, punto.
Purtroppo io avevo già un timore reverenziale di lui, quando lo vedevo rabbuiarsi negli occhi e diventare torvo, quindi non facevo domande, accettando quella sua peculiarità, amandolo così com'era.
Ero davvero felice e pronta a capire e perdonare ogni cosa.

 

Tornai a casa raggiante ma dopo pochi giorni ebbi crampi e perdite di sangue: di certo mi ero strapazzata troppo in quel viaggio, dato che avevamo camminato per chilometri e chilometri ogni giorno.
Infatti la ginecologa che mi visitò urgentemente mi disse che rischiavo un aborto.
Mi prescrisse riposo assoluto: dovevo alzarmi solo per andare in bagno e sperare che tutto si rimediasse.
Il pensiero di perdere quel bambino mi era insopportabile.
Mi misi a letto e finì che vi trascorsi tutto il resto della gravidanza, perché la minaccia d'aborto restò costante.

Quell'anno c'erano le olimpiadi ed io guardai tutti gli sport a qualsiasi ora del giorno e della notte. Il mio cane Last, il mio bellissimo levriero, se ne stava sdraiato a letto accanto a me... ma era inquieto. Era molto giovane e facevo fatica a tenerlo tranquillo senza poterlo portare in spiaggia a correre come avevo sempre fatto fino a quel momento: il moto gli mancava moltissimo. Così il suo allevatore mi propose di cederlo ad un suo conoscente che aveva un vastissimo giardino e che desiderava uno dei suoi levrieri. Io accettai: non avevo mai legato molto con quel cane, era un po' tonto, troppo vivace, non so.. non c'era un grosso feeling tra noi.. era disubbidiente, nervoso. Quando lo avevo preso, da cucciolo, certo non potevo immaginare che dopo poco tempo avrei avuto un altro cucciolo e decisamente più esigente.
Così lo cedetti, sentendomi molto in colpa ma lo feci...
Non potevo in quel momento prendermene cura, rischiavo di abortire tutte le volte che mi alzavo dal letto... d'altronde sarebbe stato benissimo, di certo meglio, nella sua nuova casa.

I giorni passarono.
Mia suocera mi cucì dei comodi vestiti prema-man.
Stavo rigidamente a dieta, aumentai solo del minimo indispensabile dei chili: dieci a fine gravidanza.
Il parto cesareo era stato programmato dall'inizio, anzi, quando la ginecologa mi annunciò che ero in attesa di un bambino, le dissi subito che l'avrei accettato solo se avessi potuto contare su quel tipo di parto: un'altra esperienza come quella precedente mi terrorizzava.
Giunto lo scadere del termine, alla data prestabilita, mi ricoverai.: sentivo già muoversi delle contrazioni, era assolutamente necessario non fare aprire il canale del parto.
Erano i primi giorni di gennaio 1985, avevo trent'anni, li avrei compiuti dopo meno di un mese. Anche mia madre aveva trent'anni, quando io nacqui: corsi e ricorsi storici.....


Antonio mi accompagnò in ospedale che già cominciava a nevicare. Continuò per tre giorni e fu una nevicata storica: mia figlia nacque nell'unica sala operatoria funzionante di tutto l'ospedale di Ravenna.
Alle 17 e 45 me la posarono tra le braccia, dopo averla estratta dal mio utero tagliato.
Io ero sveglia: avevo scelto l'anestesia epidurale per non far dormire il mio bambino mentre nasceva, per non avvelenarlo subito così. Ma anche e soprattutto perché non volevo perdere il momento della sua venuta alla luce.
Antonio non aveva voluto sapere il sesso, così durante le ecografie chiedemmo che non ci venisse rivelato ma io ero certa che sarebbe stata una femmina.
Durante l'iniezione lombare rimasi calmissima, anche se non fu di certo gradevole e mi mantenni molto serena per tutta l'operazione. L'anestesista accanto a me si stupì alquanto del mio comportamento ed io trovai strano il suo stupore: perché non avrei dovuto essere tranquilla? Anzi, io avrei voluto vedere tutto quello che stava accadendo al mio corpo: trovavo questo naturale e logico. Infatti all'inizio, mentre mi preparavano, guardai tutto nello specchio che non era ancora stato coperto. I medici, seguendo il mio sguardo, poco dopo se ne accorsero e l'oscurarono, mettendo un telo poco davanti al mio viso.
Protestai dolcemente, chiedendo loro di farmi assistere all'estrazione della mia creatura ma furono irremovibili: peccato, avrei voluto davvero vedere.
Molte volte avevo pensato che mi sarebbe piaciuto fare il chirurgo ed ero comunque stata assistente di sala operatoria nella clinica veterinaria: nulla m'impressionava.
Ma il mio parto non mi fu permesso di vederlo.

Sentivo i medici affaccendarsi intorno a me, li sentivo muoversi e premere contro la parte superiore del mio corpo ma dal seno in giù non avvertivo nulla.
Fu solo la sua voce a darmi la notizia della sua entrata in questo mondo.
Qualcuno mi disse: “E' una bellissima bambina di tre chili!!”.... E poco dopo l'ebbi tra le braccia.
Com'era bella...
Lacrime scivolarono lungo le mie guance e l'anestesista mi chiese se stessi bene.
Gli risposi che quello era il giorno più bello della mia vita.
Aveva odore di buono, avvolta nella tela verde della sala operatoria, sembrava un miracolo appena sbocciato.
Guardavo quel viso di bambola dai capelli corvini ed i lineamenti perfetti. Agitava le piccole mani dalle dita lunghe e perfette, come se non avesse fatto altro che suonare il pianoforte nel mio grembo e pensai che mai avevo visto una creatura più bella.
Mi sentii una teca preziosa che aveva levato il suo coperchio e mostrato all'intero universo un frutto inaudito ed inatteso.
Poi me la tolsero dalle braccia dicendomi che l'avrebbero lavata, visitata e vestita. Lasciai fare, finalmente stanca e mi abbandonai chiudendo gli occhi a quella sensazione che sapevo irripetibile. Qualche passo più in là sentivo i suoi piccoli vagiti e la voce della levatrice che dolcemente le parlava, raccontandole di quanto fosse bella. Io pensai, dietro le ciglia socchiuse, che era la mia bambina, mia figlia, che di me si era cibata per quei lunghi nove mesi, del mio sangue e del mio amore e ciò l'aveva resa perfetta.
Sentivo come da molto lontano i medici che terminavano il loro lavoro ma il mio corpo era come fosse volato via: io e la piccola Betta eravamo abbracciate tra petali di gioia purissima.

 

Quando mi riportarono in camera Antonio, appena diventato padre, circondato dai suoi erano lì ad aspettarmi. La camera era invasa di fiori.
Lui si avvicinò commosso e m'infilò un anello al dito. Un anello di oro giallo con un corallo rosa, molto elegante e semplice ma bellissimo.
Lo guardai in viso e vidi un altro uomo: emozionato, presente, innamorato. Gli presi la mano e feci per sussurrare qualcosa; lui si chinò su di me ed io dissi piano al suo orecchio: “E' la nostra bambina.”

Sembrò una lacrima quella che vidi brillare nei suoi occhi? Forse lo era ma con un dolce bacio lui fece chiudere i miei.
“Ti amo.” e sorrise.... ero mai stata così felice?

Tutti mi si fecero intorno ripetendomi che ero stata bravissima e meravigliosa a partorire una bambina così perfetta, trattenendosi alquanto accanto a me.
Poi se ne andarono lasciandomi ad un sonno ristoratore.
La notte mi portarono la piccola per la prima poppata: ero così ansiosa di rivederla e di stringerla tra le mie braccia!

Avevo dormito non in modo profondo: il mio corpo si stava risvegliando dall'anestesia e rilasciava dolori e strane sensazioni ma il mio pensiero era fisso su di lei. Mi chiedevo cosa stesse provando, se sentisse la mia mancanza, se avesse paura, fame, qualche piccolo dolore. Non mi piaceva l'abitudine che vigeva in quel reparto di maternità, di tenere i neonato divisi dalle madre e tutti raccolti in una nursey ma non vi fu modo di evitarlo. Così dovetti attendere la sera inoltrata per poterla avere di nuovo con me.

Finalmente me la portarono ed era così carina, tutta vestita di bianco. Anche i piccoli abiti erano dell'ospedale ed erano assai semplici e comodi ma la sua bellezza risaltava come fosse avvolta di pizzi e trine preziosissimi.

Le diedi il suo primo latte, purtroppo con il biberon ma cercai di porre tra le mie braccia tutto il calore, l'amore, la meraviglia che il mio seno le avrebbe dato.

Lei era serena, sembrò adagiarsi e sprofondare nel mio abbraccio, succhiò il suo piccolo pasto e poi si addormentò come per incanto, affondando in me ancor di più. Io faticavo un po' a muovermi, il taglio al mio ventre si faceva sentire ma non ascoltai nulla se non quella pace e quella delizia.

Quando tornarono le infermiere a prenderla ci trovarono addormentate entrambe.

 

Nei giorni seguenti tutto proseguì con serenità: la piccola stava bene, mangiava e cresceva normalmente. Io mi rialzai subito dal letto. Avevo un po' di dolore ma di certo non era nulla, in tutta quella felicità.

Venne Angela con il padre a vedere la sorellina.

Quel giorno la mia primogenita indossava il bel vestitino scozzese con il colletto bianco che le aveva cucito la mamma di Antonio, per farle capire che lei pure era importante come la nuova nata. Credo che quella fu l'ultima volta che la vidi ancora bambina: aveva undici anni, il suo tempo ero alle porte ma quel pomeriggio provai una grande tenerezza per lei. Volle prendere in braccio la sorellina e le rivolse un sacco di moine e complimenti: Betta era davvero un bambola, nessuno, neppure gli infermieri, i medici, gli altri visitatori potevano esimersi di notare e lodare la sua bellezza. Anche Carlo ne fu conquistato ma tra noi vi fu un po' di imbarazzo: di certo le nostre strade si erano definitivamente divise.

La neve cessò. Quando uscii dall'ospedale, gli spazzaneve l'avevano accumulata in enormi montagne in ogni angolo disponibile: faceva un freddo acutissimo, in quei giorni il termometro scese fino a venti sette sotto lo zero e quindi la neve restò a lungo a ricordare un evento che restò negli annali del secolo.

Io tornavo a casa con la mia bimba e Antonio sarebbe sempre stato con me.

Fu quel giorno che promisi a me stessa che mai avrei spezzato un'altra famiglia.

 

Ma le mie felicità sono sempre di breve durata.

Lui cominciò ben presto ad essere troppo inquieto.

Quella piccola casetta, quella villetta sul mare, non gli piaceva: era vissuto in campagna da quando era nato e il suo ambiente naturale gli mancava troppo.

Poi la villetta era davvero minuscola: ingresso - sala da pranzo con angolo cottura, tre gradini per salire alla zona notte, due camere non troppo grandi, un bagno con doccia, un balcone, un minuscolo giardino, un garage. In quattro eravamo strettini: una cosa diversa era stato quando mia madre aveva trascorso diverse settimane con me ed Angela, c'era familiarità tra noi; poi, nel fine settimana, la bambina andava dal padre e mia madre a casa sua per stare un poco con mio fratello e gli altri.

Ma per la nostra nuova famigliola quella si delineava come una situazione stabile.

La mia primogenita ben presto divenne piuttosto gelosa della sorellina: i primi giorni voleva sempre tenerla in braccio e darle il latte ma poi quel bambolotto le venne presto a noia e di certo vedere che il ritmo della casa fosse incentrato su quello della piccola la infastidì parecchio. Era sempre stata lei il centro e l'orologio di tutto, fino a quel momento. Inoltre con Antonio non era sorta nessuna simpatia tanto che si parlavano a malapena, anzi, cercavano entrambi deliberatamente di ignorarsi e quando si rivolgevano parole quelle erano tese e dure.

Io mi curavo di loro ed accudivo la mia piccola che cresceva senza alcun problema: era buonissima, non piangeva mai. Le facevo lunghi discorsi, le cantavo mille canzoncine, esattamente come avevo fatto con la prima ma allora i problemi che erano sorti furono tanti e tali, le sofferenze vissute così grandi, che tutto trascorse in una dilagante angoscia.

Ora con lei era tutto diverso.

Se solo il mio compagno fosse stato felice...... Invece era sempre più torvo ed ombroso.

 

Una sera a cena ebbe la sua prima – almeno davanti a me – crisi collerica.

Avevo preparato un bel piatto di spaghetti alla carbonara. Eravamo soli: la bimba più grande era dal padre, la piccola dormiva. Io lo guardavo con occhi adoranti ma lui, alla prima forchettata, la buttò contro il piatto sbottando che la pasta era troppo salata troppo cruda e che io non ero capace di fare nulla di buono..

Mi disse altre parole molto cattive. Io reagii, mi alzai, lui gridava, io gli urlai contro più forte. Fece per alzare le mani contro di me.

Gli afferrai un polso e sibilai: “ Fallo. Ma se lo fai è l'ultima cosa che avrai con me. “

All'improvviso lui si blandì, come riscuotendosi da un incubo.

Allora dispiaciuto mi chiese di scusarlo, quasi alle lacrime. Mi disse che c'erano tensioni sul lavoro, mi raccontò di problemi con i colleghi, il suo capo.. era davvero contrito.

Mi dispiacque per lui, così tanto che lo perdonai immediatamente e lo consolai.

Parlammo a lungo. Mi confessò che in quella casa non si trovava.

Gli dissi che non era un problema, che ne avrei acquistata un'altra, in campagna come suo desiderio.

Io pure amavo la campagna e mi mancava.

Lui era tutta la mia vita, io lo amavo: che mi importava una casa oppure un'altra? Io volevo solo che fosse felice con me.

Mi misi così alla ricerca di una nuova casa per noi, ponendo in vendita la villetta marina.

Scegliemmo come zona dove andare ad abitare una cerchia di paesini tra Ravenna a Forlì, assai vicini al suo natale; il luogo lo scelse lui, tanto per me una posto valeva l'altro.

Vidi diverse case da sola, accompagnata da un mediatore. Poi, quelle che mi sembrarono adatte, le tornai a visitare con lui.

Dopo diverse delusioni ne trovai una che mi entusiasmò ed avrei voluto acquistarla, tanto mi piaceva: era ben rifinita, ristrutturata da poco e molto capiente. C'era il riscaldamento, bei pavimenti, un camino nella sala, una camera per tutti, due bagni molto belli ed il prezzo era assai conveniente: costava solo 40 milioni. Questo perché non risultava del tutto indipendente ma era la parte centrale di una grande abitazione colonica dalla quale erano stati tratte tre frazioni.

In pratica vi era un cancello di ingresso comune ed un cortile comune, poi giardini recintati divisi per ciascuna famiglia.

Posta su di una stradina per nulla frequentata, con un bellissimo portico sul retro che dava su di una vigna, a me parve un posto da sogno. Ma a loro, al mio compagno ed ai suoi, non piacque, anche perché era ubicata in una frazione che ritenevano di seconda scelta.

Io non capivo, secondo il mio punto di vista quei paesini erano tutti uguali ma non ero nata lì e questo aveva una decisiva importanza.

Loro, -e qui continuo ad usare il ' loro ' perché ci fu una massiccia ingerenza dei miei suoceri nell'acquisto di quella casa, - ne preferivano un'altra.

Era una casetta singola ad un piano con 3000 metri di terreno da un lato. La parte abitabile era davvero piccolissima: due stanze, camera e cucina, entrambe 4 x 5, un corridoio troppo vasto che era stato interrotto con un tramezzo di vetro e legno per farne un ingresso e, in fondo, un'ala appoggiata di contro alla casa nella quale era stata ricavata una stanzina, un bagnetto minuscolo con doccia e un altrettanto angusto disimpegno dal quale, tramite un portoncino di metallo, si usciva all'esterno. Di fronte, a tre passi, si trovava un'altra piccola costruzione ancora più bassa che serviva da sgombra roba. Di seguito c'era una specie di porcile a due piani nel quale i proprietari allevavano colombi e dieci metri più in là, costruito in parallelo, una garage di metallo ed ondulato..

Una parte della terra, una piccola parte, era recintata come giardino, nell'altra c'era una vigna con diversi alberi da frutto ed un antico noce.

La casa aveva già in essere il progetto per venire soprelevata di un piano ed era sita in un micro paesino, su di una stradina asfaltata ma molto stretta, esattamente a metà tra due curve consecutive e contrarie di verso.

Era certo un posto molto tranquillo.

C'erano un paio di case di fianco e null'altro. Ma, pur con tutto questo spazio vuoto, la recinzione dall'altro lato passava a mezzo metro dal muro, in linea con il confine del vicino, rendendo difficile ogni lavoro si dovesse eseguire lì.

Il riscaldamento aveva una caldaia alimentata a GPL con il bombolone già installato poco lontano al garage. Quando l'andammo a vedere era tutto molto verde, perché tra la vigna, il noce e i susini e gli albicocchi vi erano altri arbusti.

Quel verde mi piacque, ma la casa davvero no. I pavimenti erano di ceramica ma assai brutti, così come i rivestimenti. Il colore delle mura esterne spiccava di un rosa acceso che non mi piaceva per nulla mentre gli annessi dietro, anche se area edificabile, però versavano in uno stato di notevole abbandono. Inoltre erano costruiti di mattoni forati e neppure intonacati: insomma, davvero una povera cosa.

A me non sembrava tutto quell'affare ma a lui piaceva e allo suocero pure.

Il progetto l'avrebbe rialzata creando al primo piano la zona notte con tre stanze ed un bagno, dietro sarebbe sorto un portico che l'avrebbe collegata ai presenti stalletti i quali sarebbero stati demoliti per far sorgere al loro posto un vasto bagno e una bella camera da letto per noi. Le due stanze attuali con una parte dell'ingresso sarebbero stati trasformati in un vastissimo salone con zona cottura all'americana. Il colore sarebbe stato mutato in bianco e una nuova recinzione avrebbe abbracciato l'intera area, trasformata in un bellissimo parco - giardino.

Sì, certo, il progetto era bello, ma il costo?

Cinquanta milioni la casa così com'era. Il resto un po' alla volta, dicevano i due uomini con il fare: ci pensiamo noi, facciamo tutto noi.

 

Uno dei più grandi motivi di litigio con mia madre è sempre stato il fatto che, secondo lei, io avevo sempre voluto fare di testa mia, non ascoltando mai nessuno.

Me lo disse e ridisse tante di quelle volte che ogni volta che desideravo fare qualcosa o avere qualcosa non capivo più se era un mio vero bisogno o soltanto la necessità di contrastarla.

Provai a perorare l'altra casa, che era accogliente, già ristrutturata in modo moderno e pronta subito. Aveva, sì, quella servitù ma costava ben dieci milioni di meno.

Ci provai, in fondo i soldi erano i miei ma assolutamente le mie considerazioni non li convinsero.

Lui si rabbuiò, diventando taciturno e solitario.

Allora io mi sentii la solita testona e zuccona ed acconsentii: comprai la casetta rosa.

 

Era maggio quando ci trasferimmo: intanto i due uomini avevano già lavorato.

Avevano divelto la vigna perché sarebbe stata da seguire e non ne avevano voglia o tempo; degli alberi da frutto ne furono salvati solo due o tre e tutti gli arbusti, anche quelli fioriti, venne abbattuti, per dare aria alla casa, dissero.

Anche il noce, pochissimi mesi dopo, venne abbattuto perché i suoi rami si estendevano troppo vicino al tetto in modo, quindi, pericoloso.

Quanto piansi, quel giorno. Quel grande albero era vivo, era una creatura bellissima sotto la quale mettevo la piccola Betta, adagiata nella sua carrozzina rossa, mentre io lavoravo a far tornare nuove le tapparelle delle due stanze, che erano tutte scorticate e screpolate. Mentre mi davo da fare, sentivo la bimba che emetteva strilletti e versetti di gioia, come se parlasse con le fronde ed il vento, come se vi giocasse, ne venisse cullata, tanto che poi si addormentava tranquilla. Ma loro furono irremovibili.

Quindi tutto quello che era piaciuto a me, di quel posto, fu eliminato immediatamente.

Furono piantati un paio di piccoli sempreverdi là nel mezzo della terra, che fu arata, con il risultato che di tremila metri ora se ne potevano calpestare solo seicento compresa la casa. Quindi il sogno delle mie sieste sotto il noce e i filari, dei giochi a rincorrersi con le bimbe nel frutteto, tra bianche margherite ed azzurri non ti scordar di me furono immediatamente depennate dalla realtà.

Quello che restava era piuttosto squallido.

E scomodo.

Il bagno era piccolissimo, con la doccia. Per lavare la piccola dovevo armeggiare non so quanto con bacinelle ed acqua calda sul tavolo della cucina.......

Ebbene sì, fui subito infelice, lì, ma lui sembrava trovarvisi a suo agio.

Si riavvicinò a me.

Il lungo periodo di post parto era finito e Antonio una notte mi cercò di nuovo: io ancora sentivo dolore alla ferita ma averlo ancora tra le mie braccia mi consolò un po'.

Così mi feci coraggio: ero forte, davvero non era un bel bagno comodo ciò che importava nella vita..................

 

 

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dom

10

feb

2013

DOMENICA OSPEDALIERA

ALLAGARSI DI LUCE - variazione de  la regina degli angeli - dipinto digitale 2013

 

ANCORA UNA DOMENICA QUI....

ed è la terza...

ma il morale è alto, sono molto vicina alle dimissioni..

continuo ad alzarmi da sola, stamattina mi sono fatta fare una bella doccia e mi sento decisamente meglio..

sono debole, amici miei, mi reggo davvero a stento, alzarmi è molto faticoso..sono ancora imbottita di cortisone e antibiotici, anche se in diminuzione, ma la cosa importante è che la saturazione senza ossigeno si mantiene sui 95, 96...e quindi va bene..

stanotte ho dormito abbastanza.. un po' ho scritto. ho un nuovo capitolo della mia autobiografia, che era stato lasciato a metà, da pubblicare..

ed ora lo farò..

poi, se non mi vedete fino a questa sera, non vi preoccupate..la navigazione di giorno è da incubo e mi stresso troppo.

 

quella voce che io chiamo Dio, ma che potrebbe essere anche D'Io, continua a parlare nella mia mente e a dirmi tante cose..

le metterò giù tutte ma stamattina desidero ripetere qualcosa che lui mi ha rivelato nelle sue prime chiacchierate con me.

 

amici e fratelli miei, non siamo bambini.

non sappiamo cosa sia bene per la nostra vita.

noi facciamo decidiamo, ma in effetti le nostre sono solo  marachelle, quando ci va bene.

lui mi ha fatto un esempio: mi ha detto che è come un neonato, la mattina si alzasse ed andasse a dirigere uno vastissimo stato.

a parte che credo che peggio di quello che fanno i nostri governanti non potrebbe fare, i risultati si vedono..

se noi riconosciamo una entità creatrice, che sfugge a tutte le religioni alle congragazioni alle associazioni ai centri di potere, che possiamo chiamare in qualsiasi modo ci possa piacere e riconosciamo ed essa il diritto di decidere cosa sia meglio per noi, accettando con gratitutdine ed amore anche ciò che non ci sembra giusto, esattamente come il bmbo pensa che non sia giusto non poter vivere solo di nutella a cucchiaiate, tanto per fare un altro esempio stupido, se noi riusciamo ad accettare questo nel profondo del nostro cuore e smettiamo con i : voglio esigo è giusto eccetera, finalmente entreremo in vibrazione assona con la forza creatrice e la vita stessa ci darà solo fonti di gioia. perchè anche nelle prove dolorose dalla vita, l'amore che nutriremo per essa ci sarà unico ed insostituibile sostegno.

ma finchè ciò non accadrà, saremo dissonanti a noi stessi ed attireremo solo ed esclusivamente dolore.

ho sperimentato di persona questo passo.

il mio atto di fede è giunto pochi giorni prima del mio ricovero.

nei seguenti venticinque giorni la mia vita, che sembrava tragicamente conclusa o destinata ad una perenne incosolabile sofferenza, è cambiata radicalmente.

non vi dico che non soffro più.il orpo è spezzato, e questo è un dato di fatto ma la delizia che provo della vita mi riempie poro per poro, fin dentro la sofferenza, elevandola..

non sono parole gettate al vento..

o raccolte da qualche libro.

vi porto la mia testimonianza, la mia vita, i miei pensieri e le mie emozioni.

ma davvero la vita mi ha dovuo portare via tutto per piegare il mio smisurato ego ed orgoglio ed arroganza nei confronti della creazione...

 

sono stata decisamente una testa dura.. me l'ha detto persino il mio D'Io.

 

abbiate una serena domenica...so che sta nevicando in molte parti d'<italia. attenti a quello che fate..

ancora vi ringrazio di avermi salvato la vita con il vostro amore...

un bacetto festivo sul naso a tutti ed un immenso abbraccio di pace..

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sab

09

feb

2013

VENTUNESIMO GIORNO DI RICOVERO - ABISSI IN FUGA

ABISSI IN FUGA - 2013 dipinto digitale
ABISSI IN FUGA - 2013 dipinto digitale

 

ABISSI IN FUGA

 

io cambio..

cambio innanzitutto perchè lo voglio, perchè vedo altre vie di condurre me stessa, vie esteriori, certo, per me in questo momento ma soprattutto interiori.

io cambio non perchè ciò che sono stata sia stato sbagliato ma perchè ha superato se stesso, perchè è evoluto.

 

oggi è il mio ventunesimo giorno di ricovero e di certo è stata una degenza molto sofferta.

sono stata davvero male.

ho vissuto giorni deliranti senza respiro, inoltre con l'intestino completamente bloccato.

ho ricevuto offese da parte dei miei figli, un trattamento che è fuori ogni concezione umana.

ho ricevuto altri pesanti attacchi di cui narrerò a suo tempo.

ho desiderato di morire come credo mai nella mia vita, nonostante i dieci tentativi autolesionistici che ho alle spalle.

e almeno per tre volte il mio cuore si è fermato.

gli elettocardiogrammi hanno registrato la sofferenza del mio povero cuore.

ma, per fortuna, esso è davvero forte ed ha retto.

 

so di avervi chiesto di lasciarmi andare. e vi ringrazio di non avermi obbedito.

vi ringrazio di esservi attaccati alla mia camiciola ospedaliera e di avermi trattenuto qui.

 

perchè ora ari, cambia, anzi, è cambiata già.

 

vi parlerò del mio nuovo progetto di vita.

non sto facendo la preziosa, scusatemi ma ho dei nemici che si stanno dimostrando molto tenaci: forse non hanno davvero nulla di meglio da fare nella loro esistenza che stare a guardare ciò che faccio io...

quindi vorrei cercare e magari riuscire a tenere le loro lunghe mani e i loro lunghi sguardi malvagi dai miei progetti.

una volta a destinazione, saprete tutto..

 

ma ari ha condotto a termine un periodo della sua vita. era necessario io lo vivessi: ha fatto di me ciò che sono.

io ringrazio quella bambina ari che ha tanto tanto sofferto senza farsi sporcare mai dalla cattiveria e sporcizia altrui.

mi prenderò cura di lei.

le farò capire che è in salvo, che nessuno mai più le farà del male, che può cominicare a crescere, che può lasciare la paura che può guardare in faccia alla vita.

perchè. quando verrà di nuovo qualcuno che vorrà farle del male lei ora ha, possiede le forze per ribellarsi, per gridare, per reagire, per fuggire o per allontanare.

 

la vita umana è intessuta con il dolore ma la mia è stata costruita sul dolore, con il dolore e per il dolore.

 

ari cambia.

ari, vuole essere felice.

 

 

e, nel ventunesimo giorno del mio ricovero vi mostro questa variazione su di un dipinto digitale di diversi giorni fa, dato che stanotte ho dormito come un ghiro e non ho dipinto, a cui ho dato il titolo di ABISSI IN FUGA.

credo che sia il contenuto che il titolo siano piuttosto chiari: abissi del dolore, fuggite da me. io vi accompagno, spalancando la porta della mia vita e lasciandovi uscire, nè il vostro mulinello mi trascinerà con voi, perchè ari ha oggi un'alba di speranza nella sua esistenza pratica.

e una di certezza, quella sua interna: cambiare si può.

 

voglio vivere, come potrò, con i miei problemi e i miei dolori fisici, con le ferite di quanto ho vissuto che piano piano si stanno rimarginando.

non sarà oggi e forse non domani che saranno completamente rimarginate, ma io le curerò. le guarderò con amore

mi guardo con amore e mi dico:

ari, sei bella.

 

buona giornata a tutti voi.

non so come potrò mai sdebitarmi ma ci proverò.

che la vostra giornata sia pace e luce, ovunque come voi, lo siate.

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ven

08

feb

2013

ARIANGELO

ARIANGELO - 2013
ARIANGELO - 2013 DIPINTO DIGITALE

BELLISSIME NOTIZIE

 

ho avuto un exploit notevolissimo, oggi.

se ieri i medici mi paventavano l'ossigeno fisso a vita gli esami di oggi rivelano che, almeno per il momento, sto respirando bene anche senza ossigeno.. e questa è una notizia da brindisi.

i polmoni recano una diminuzion funzionale che rimarrà cronica, quindi potenzialmente pericolosa e da tenere costantemente curata e sorro controllo, ma niente ossigeno.

il cuore presenta un affaticamento cronico anch'esso, migliorabile però con la perdita di peso, cosa che invece non è per i polmoni

 

seconda grande neravigliosa librazione: mi hanno tolto il catetere ed oggi ho urinato normalmente, con una mia grandissima infinita soddisfazione - e scusatemi se ciò è poco poetico, ma......

 

di scontro ho cominicato a fare l'insulina, dato che la glicemia oggi era superiore ai trecento....ma..vedremo quando si cesserà il cortisone, se si potrà a tornare a livelli migliori

 

quindi oggi mi sono alzata già due volte da sola soletta e domani, dopo venti giorni, indosserò di nuovo un pigiama, togliendo questi camicioni da sala poeratoria.. che via, saranno anche comodi ma......

 

il braccio è stato di nuovo visitato ed è emerso che una notevole quantità di sangue è uscito da una diramazione dell'arteria spargendosi nei tessuti circostanti, creandomi questo grosso versamento. duole ed è tutto nero.. ma nero...

domani mi visiterò un chirurgo, ma devo dire che di farmi stagliazzare un braccio ho poca ooco pochissima voglia.

quindi, se tutto procede come si deve, i medicinali stanno venendo gradualmente ridotti e tra qualche giorno verrò dimessa.

tornerò nella mia villettina al residence per preparare il definitivo esodo..

 

quindi, stasera sono così contenta che non sto nella pelle.

mi fa male tutto, sono stanca sfinita, ma...sono qui..ed allora, vo propongo questa virazone di colore, come ne ho fatte altre, sul mio angelo salvatore che stamattina vi ho poatato con il titolo: LA REGINA DEGLI ANGELI, dandogli nome ARIANGELO, che penso poprio sia il mio angelo custode che ha avuto il suo daffare, questi giorni e che quindi merita un segno di encomio e ringrazia mento...

 

a questo punto non posso che ringraziarvi e spero di riuscire a leggervi, la linea è sempre più un pio desiderio.

vi amo

pace nei nostri sonni , cuori, pensieri, azioni.

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ven

08

feb

2013

LA REGINA DEGLI ANGELI

LA REGINA DEGLI ANGELI

buongiorno amici miei!!!!
è la vostra ari che vi scrive

- e in cuor suo sta comincinado a pensare di concedere qualche giorno di vacanza a pix e a tutte le sue aiutanti, se ce la faccio ;0))) --

ho dormito abbastanza stanotte, merito anche dei forti antidolorifici che sono stati necessari per domare l'assurdo dolore di questo braccio..

voglio precisare che una parte di quelle ecchimosi che vi ho mostrato nella foto sono quelle delle felbo e dei prelievi dei giorni precedenti.
comunque si sono presi uno spavento terribile e in due e due quattro tutto il team dell'emocinetica che mi aveva eseguito la coronografia era qui.
temendo la rottura dellìarteria mi hanno fatto altrettanto d'urgenza, portandomi con il letto e tutto, una eco dopler che, per fortuna ha evidenziato solo qualcosa di amorfo attorno ai vasi principali.
quindi c'è stato solo bisogno di sopportare.
stamattina va meglio, si sta sgonfiando..
non che non mi faccia male.
  sono convnta che tutti quanti voi, al mio posto, sareste:
a) morti di paura
  b) distrutti..

ma, dato che la mia natura aliena è sempre più chiara, io invece, alle 5 mi sono svegliata ed ho dipinto per voi..
  trovate qui anche dei versi, sotto la foto.


  e smettetela di sgridarmi perché devo riposare,..
riposo, faccio quello che mi sento, ma io ho bisogno della mia mente, per sopravvivere, dei miei colori...
sono il modo che ho di guarirmi.
oggi credo che farò un summit con i medici per decidere il da farsi.
voglio guarire, ma anche in fretta, se è possibile, perchè ho un una sorpesa da fare a me stessa e poi a voi tutti.
e la voglio il prima possibile.
  come vedete neppure questa volta la vostra Ari ha mollato.

e, credetemi, non mollerà più.

vi sono infinitamente debitrice..
  quindi.. preparatevi a sopportarmi.
  mi avete voluta qui??
e adesso....... godetemi..

vi amo
dio sia lodato, quel dio che nessuno conosce ma che c'è
ed è in ognuno di noi.
sia lodato prchè gli esseri umani sono solo una piccola tappa della sua creazione..

  un abbraccio di pace di forza e di luce..

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gio

07

feb

2013

NON E' STATO AFFATTO DIVERTENTE

 

VI AVEVO PROMESSO UN SORRISO MIGLIORE..

 

 e questo è davvero il mio massimo per questa sera!!!

ma sotto vi voglio far vedere il mio braccio...

 

poi mi riposo..

troppa fatica scrivere..

vi leggerò più tardi..

 

scusate le poche parole..

un immenso grazie a tutti.. vi amo

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gio

07

feb

2013

OGGI LA CORONOGRAFIA

 IN CORSA NEL  CUORE

MA  CHE MERAVILGIOSI AMICI SIETE!!

 

Ma che dolci che siete... via, mi avete commosso.. tutti qui, a parlare di me.. io non ho neppure pensato di connettermi, ieri, la linea è così brutta che c' è da diventare idrofobi e siccome mi sentivo un po' stanca, ho lasciato pedere..

Avevo mandato un messaggio ma non devo aver specificato che fosse pubblicato e così... tranquille per stamattina ma questo ve l'ho detto già... amici miei, l'ho già scritto altrove, io non ho avuto ansia nei giorni scorsi ma ho sofferto terribilmente per tre cose inumane che mi sono capitate mentre il mio corpo stava lottando contro la morte: la prima la freddezza crudele e venale dei miei figli, la seconda: la certezza di dover trascorrere i miei ultimi tempi in una struttura di carità pubblica di uno sperduto paesino sardo, la terza la racconterò in sede di autobiografia, quando sarò giunta a parlare di questi giorni.

So con certezza che nelle mie condizioni in molti sarebbero spirati. ed in effetti il mio cuore, lunedì notte, ha cessato di battere tre volte.. ma si è sempre poi ripreso.

So per certo che alcuni di voi non hanno rispettato il mio ordine di lasciarmi andare e che si sono attaccate alla mia sottana svolazzante in ascesa, come matte.... ed ora sono felice di questo. La nuova sistemazione c'è, è reale e sto già preparando tutto.. per questo ho urgenza di mandarvi i quadri... e di venderne anche altri.. Mi spiace che vi siate preoccupati

Oggi, ho già promesso a Rossana che darò notizie appena tornata in camera..

 

Vi aspetto tutti intorno al mio letto..

Pregate per me..

 

Pace in voi

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lun

04

feb

2013

UNA SISTEMAZIONE DIVERSA

VIRARE - DIPINTO DIGITALE - 2013
VIRARE - 2013 dipinto digitale

 

EH SI...

 

carissimi amici miei, decisamente la mia vita è una fucina di eventi e di colpi di scena.
molte volte mi avete esortato ad avere più fiducia nel domani, che dopo il temporale tornava sempre il sole ma, dato che sono 58 anni che vivo bagnandomi abbondantemente, pensavo che questo valesse solo per gli altri.

invece, sembra che anche per me si apra uno spiraglio di sole
e quindi non andrò in una struttura, ma altrove, dove mi saranno vicine persone in grado di farmi stare meglio....

devo comunque sostenere un trasferimento e per questo ho bisogno di denaro. inoltre i quadri sono in numero tale che è difficile e dispendioso il loro trasferimento, collocazione, eccetera...
come avete potuto vedere dalle foto la mia casetta ne è interamente tappezzata..

quindi faccio questa rettifica per correttezza ed anche perchè voglio condividere con voi la fine di un incubo: l'idea di andare a finire in una struttura per anziani a 58 anni, giuro, mi terrorizzava e mi umiliava profondamente..
se devo essere sincera, il mio sorriso di stamattina veniva proprio da questo...;0)))

ed io credo, sono certa, che voi tutti ne sarete felicissimi..

vi amo, amici miei...

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lun

04

feb

2013

IL MIO SORRISO PER VOI

 

CHE BELLO, AMICI MIEI POTERVI DARE MIE NOTIZIE DIRETTAMENTE SCRIVENDO AL PC....

 

ieri avevo promesso il mio miglior sorriso.. ed eccovelo..

 

sto meglio.. sembra che la nuova cura antalgica funzioni di più rispetto a quella vecchia..

il pugno che stringe in cuore c'è ancora così come il peso il catetere e l'ossigeno ed il dolore ai polmoni e sotto la scapola ma non sono più così lancinanti e posso sopportarli.

poi l'intestino si è messo in movimento in modo autonomo e questo, credetemi, non è cosa da poco..

resto sfinita che già ho scritto troppo..

ma volevo essere qui..

stamattina ho fatto la tac con il mezzo di contrasto.

avevo avuto anni fa uno grave shock anafilattico con un mezzo simile..mi salvarono per un pelo..

questa volta mi hanno somministrato una cura preparativa ed è andato tutto bene..

 

ora devo stendermi un po' e rilassarmi.. vi leggerò..

sappiate che ogni mio mi piace è un abbraccio, un bacio, uno scambio d'amore, un grazie grande grande grande..

vi amo..

 

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