CARISSIMI AMICI

inserisco da oggi, 17 agosto 2017, il tasto per ricevere vostre donazioni...

 

finora non vi ho mai chiesto nulla..

ho messo qui le mie opere perchè fossero a vostra disposizione e l'ho fatto come scelta politica e personale..

ma la mia vita è diventata durissima...

Mia madre non mi aiuta più in maniera costante ma solo molto saltuariamente.

i miei figli non mi parlano quasi...

il denaro che il mio ex marito mi diede in fase di divorzio, nel 2013, che mi ha permesso di sopravvivere fino ad ora, è terminato...

ricevo mensilmente 800 euro dallo stato ma 500 se ne vanno per l'affitto e le spese di casa..

capite che quel che resta non basta neppure per il cibo mio, per Brugola e per Stellina

 

Non vi chiedo un ingresso obbligatorio, chi non può o non vuole, continui pura a fruire dei contenuti del mio sito in maniera gratuita...

 

 

Ma tu, ora, che entri qui per leggere, guardare, ascoltare, puoi aiutare arianna amaducci...

 

grazie se lo farai..

 

fare una donazione è molto semplice, clicca sul tasto e segui le istruzioni... 

non vi è un tetto minimo... bastano anche 50 centesimi ogni volta che passi di qui...

 

 

grazie, sinceramente

 

pace e luce nel tuo cuore e nella tua vita

lun

31

dic

2012

IL VOLO DI UNA BAMBINA CHIAMATA ARI - CAPITOLI PRIMO, SECONDO E TERZO

IO A SEI MESI, MIA MADRE, MIO FRATELLO

 

CAPITOLO PRIMO

 

Si comincia

 

Oggi è il 31 dicembre 2012.

 

A 57 anni 10 mesi e 30 giorni dall'inizio di questo mio viaggio mortale vedo ormai delineato e quasi del tutto scritto il racconto della mia vita, questo volo di un angelo che nulla e nessuno ha saputo sporcare e spezzare.

Questo angelo che non sono io, Ari, ma che è dentro di me e si è vestito di questo sfortunato e doloroso karma umano per spezzare le sue catene, espandendo questa energia di rinnovamento in ogni direzione temporale spaziale e dinamica.

Sento che devo fare questo.

Lo sento e lo so da sempre, sin da bambina, quando, ancora alle elementari comprai un quaderno a righe e scrissi un titolo: ' Le avventure di Lucky, cucciolo coraggioso. '

Non scrissi altro, ma sentivo, sapevo che quel libro lo avrei dovuto completare.

E sapevo che quel cucciolo coraggioso – e sfortunato – ero io.

 

In questa mia autobiografia racconterò quanto mi successe, cercando di ritrovare la me stessa di ognuna di quelle avventure e lo farò come stessi raccontando ad un fantomatico ascoltatore, rivolgendo a lui in prima persona. Ma questo lui è un cumulativo di maschile e femminile. È un termine che non esiste mentre invece bisognerebbe inventarlo. Alcune lingue hanno il neutro, ma è da riferirsi ad animali e cose – ed anche qui io ho qualcosa da eccepire: un animale non è una cosa. Ed anche se sono fermamente convinta che pure le cose possiedano un'anima ed abbiano un loro modi di comunicare con noi, gli animali sono esseri a noi superiori, perché sono connessi con l'Uno in maniera totale e diretta, mentre noi abbiamo il vaglio di una mente affogata nelle illusioni da superare prima di giungere a questa fusione. -

Quindi vedo la necessità di coniare un termine che indichi lui e lei. Ci penserò su e cercherò di trovarlo.

 

Tornando al discorso sulla mia autobiografia, dato che alcune pagine sono già state scritte ed altro ad esse non ho da aggiungere, le integrerò qui, indicando la fonte dei miei vari scritti già esistenti da cui le ho tratte.

Infatti comincio questo mio lavoro con l'antefatto del mio romanzo – diario Io non sono di qui.

Questo scritto è stato composto nel maggio 2007, nella mia roulotte, quando Dana mi disse che non mi amava, che amava Elisa, ma che avrebbe accettato di continuare a fare l'amore con me ma direi che si adatta quasi perfettamente alla mia situazione odierna.

A distanza di cinque anni e mezzo mi trovo ad un punto della mia vita assai simile.

Anche se diverse differenze esistono: ora so chi sono e cosa sono venuta a fare qui. Allora non sapevo della esistenza di questo angelo dentro di me. Inoltre so per certo di aver concluso il mio percorso riguardante i rapporti di coppia. Ho imparato a stare da sola. Ho imparato la differenza tra il sesso e l'amore. Ho imparato a scegliere quello che voglio veramente e so non accontentarmi. Inoltre so che mi resta solo il compito di dare testimonianza.

 

CAPITOLO SECONDO

 

Lo specchio opaco

 

 

Solo attraversando il più intenso dei dolori, la peggiore delle paure, il più profondo sconcerto, la più acuta disillusione, si arriva veramente al fondo di sé, ci si spoglia di tutte le maschere e si resta nudi come bambini, puliti come coloro che non esistono e che non possiedono niente, puri come chi non ambisce a nulla, nuovi come chi non sente il desiderio di ricominciare, tranquilli come chi non deve aspettare.

 

Molte volte ho ripreso da capo la mia vita senza accorgermi che, in effetti, il mutamento che apportavo era solo un cambiarsi d’abito e mi sono accostata alle mie speranze e ai miei sogni con la certezza che li avrei raggiunti, che ce l’avrei fatta, che sarebbe stata la volta buona.

Ma regolarmente ogni volta mi sono infranta su completi disastri e fallimenti.

 

Io non so capire gli altri e non so farmi capire dagli altri.

 

Ho sempre avuto un forte bisogno di conferme dalle persone che mi sono state intorno, necessità di apprezzamenti, di riconoscimenti, come se tutte le mie azioni non avessero valore in quanto tali, ma solo agli occhi degli altri.

Sono sempre andata incontro alle persone che via via ho conosciuto, sempre affamata del consenso altrui, sempre condizionata dall’attenzione che gli altri erano disposti a concedermi.

Per questo motivo mi sono trasformata in una persona dal carattere accondiscendente, tranquillo e refrattario ai litigi, ma la mia tensione interiore, la mia profonda insicurezza, il non vedermi e il non conoscermi se non riflessa negli occhi di qualcun altro, ha finito per rendermi troppo esigente.

La mia totale disponibilità, la mia totale abnegazione in tutto quello che ho affrontato – lavoro, relazioni interpersonali, amicizie, legami sentimentali e sessuali – diventava così difficile da contraccambiare che, dopo un certo lasso di tempo, ognuno si è allontanato da me, in apparenza non per colpa mia, sempre senza accuse precise, senza litigi: così, solo per il fatto che ero insostenibile.

 

Io non so camminare sulle mie gambe, non so stare da sola.

Se non ho una persona alla quale pensare, se non ho qualcuno a cui scrivere poesie, se non ho qualcuno da aspettare, io non mi sento viva.

 

Oggi io ho rotto i rapporti con il genere umano.

 

Non chiederò più amore a nessuno. Non mi aspetterò più di essere cercata, compresa, capita, apprezzata, amata, perché io non rappresento nulla di tutto ciò.

Questo è il mio karma.

Oggi lo vedo chiaramente e lo accetto.

Non desidero più morire. Desidero vivere così, da sola come in effetti sono, facendomi compagnia, senza aspettare niente, senza dare niente.

Così non mi sentirò più incompresa e rifiutata.

Non coinvolgerò più nessuno nella mia vita, non deluderò e non asfissierò più nessuno.

 

Scruterò nella mia mente, scoprirò quello che c’è dentro.

Capirò quello che sono, quello che faccio e cosa devo aspettarmi dai miei comportamenti.

Se poi qualcuno richiederà qualche cosa da me, se riuscirò, gliela darò: qualche pensiero, qualche illuminazione, affetto e amore fisico per Dana.

Ma non c’è null’altro dentro di me se non la certezza che comunque questo mio essere ha un senso, - anche se non lo vedo e non lo capisco - e la certezza che la mia preghiera di protezione per le persone che mi stanno accanto ha un valore, ha un’effettiva necessità, perché io ho la capacità di assorbire il dolore degli altri, ho la capacità di trasmettere energia positiva.

 

Questo farò, ma null’altro, per il momento, finché la luce non avrà scostato le cortine del buio che mi avvolge, buio nel quale cerco una certezza.

Avendo elargito tutto sempre a tutti senza ricavarne mai niente di positivo, avendo cercato e offerto tantissimo amore senza mai essere ricambiata e senza che nessuno si sia sentito amato da me, senza che nessuno sia stato felice grazie a me, ora vedo: quello che devo fare è stare con me, non dare nulla, non chiedere nulla, non aspettarmi nulla da nessuno, vivere del sole che splende, della pioggia che cade, della terra che produce i suoi frutti, delle parole che mi sgorgano da dentro, del senso di appartenenza a un genere che non capisco ma del quale occasionalmente faccio parte, aspettando senza desiderarlo l’ultimo giorno della mia vita.

 

Non devo desiderare più nulla, non devo avere più bisogno di nulla e, come sono veramente riuscita a fare, non devo avere più nulla e più nessuno, affermando comunque che la mia vita ha un valore.

Sono l’espressione di una legge infinitamente saggia che in me trova un senso e una necessità e per questo semplicemente vivrò, come specchio di una mente sconvolta che afferma la sua unica verità…

 

PARTE PRIMA

 

La mia infanzia

 

CAPITOLO TERZO

 

Grida di vita e di morte Mia madre e Balena Quattrocchi

 



Sono nata il primo febbraio 1955 in via Natale dell'Amore.

Il mio vero nome conserva le stesse prime tre lettere iniziali del nome che ho scelto come nome d'arte, lettere che sono: Ari Ama.

Un nome, un programma..


- ciò che segue è tratto dalla seconda stesura di Io non sono di qui -

 

Non saper amare, non poter amare, non riuscire ad amare…

Il mio cuore: pensieri chiusi come un guscio, in una nuvola nera, in una nebbia densa che impastoia le parole.
I gesti si cristallizzano, la mano non si tende, il sorriso non nasce.
La carezza ritorna nella tasca sempre chiusa e quegli occhi che aspettano sono laghi di attesa, profondi e scuri.
Quelle labbra appena sfiorate sono archi tesi senza frecce.
Quel riso che non sgorga dalla gola è l’aborto di tutta la musica dell’universo.

Non saper amare è un buco nero.
Risucchia e inaridisce tutto dentro, prosciuga e indurisce tutto fuori.

Mia madre…

Ricordo la casa dove sono nata.
Avevo tre anni quando l’hanno demolita per costruirvi sopra e per volontà di mio padre, - ahimè -, un orrendo condomino di sette piani, nel quale ancora vivono mia madre e mio fratello con la moglie.
Ma allora la speculazione edilizia era appena cominciata e, invece che una terrificante piaga dell’umanità, sembrava, come sempre accade al sorgere delle cose malvagie, una meravigliosa possibilità di migliorare notevolmente il tenore di vita della gente comune.
Era una casa ottocentesca, a due piani, con la facciata di mattoni a vista, che correva con la lunghezza di due comuni caseggiati lungo una via di Imola appena fuori dalle mura del centro storico.
Ricordo il portone d’ingresso di legno scuro con la volta e l’inferriata alla sommità, come usava allora.
L’androne era lungo e ombroso. A destra correvano le scale per il piano superiore. In fondo c’era un’ampia cucina non troppo luminosa, con il camino in un angolo e una finestra vicino all’acquaio di granito, il tavolo centrale con le sedie impagliate e la credenza laccata color crema coi pomelli di vetro, sull’altra parete.
Vicino alla porta della cucina c’era quella che scendeva in cantina.
Per un scala stretta e ripida si accedeva a uno stanzone di due o tre vani, poco illuminati. Il pavimento era di terra battuta e le pareti di mattoni ricoperti di un graticcio di piccole e fini canne per mascherare le fioriture del salmastro e dell’umidità.
Nella polvere erano adagiati e abbandonati materiali vari, tra i quali damigiane, bottiglie di vino, cassette da frutta e tutta una popolazione di ombre alle quali io non ho mai attribuito una definitiva appartenenza, ma che erano vive e pulsanti, pur nel sonno della dimenticanza.
Erano creature sottilmente minacciose, anche se parzialmente addomesticate dalla protezione famigliare.
Erano odori e suoni attutiti provenienti dal passato.
Io scendevo di nascosto, col cuore in gola, per prendere bottiglie nelle quali stipare petali di rosa da far macerare nell’acqua con l’aiuto di un ago da calza rubato alla mamma e creare così la mia personale e originalissima «acqua di rose».
Oppure staccavo dalle pareti qualche pezzetto di quel canniccio per poi salire alla finestra del bagno e soffiare via bolle di sapone, diafane e coloratissime, fragili e piene di fantasie, attingendo acqua e detersivo per i piatti da un bicchiere che mamma mi aveva finalmente preparato, cedendo alle mie estenuanti insistenze.
L’odore della cantina mi avvolgeva come un mantello, quando aprivo la porta, ed era come se mi attirasse e mi respingesse insieme.
Era un odore vinoso e polveroso, acre di muffe e di salnitro, di terra umida e di ferraglia in disfacimento. Era l’odore di qualche topo e del nostro gatto, Giacomino.
Era qualcosa nel quale immergersi un attimo per poi scappare via, con la sensazione di aver vinto una sfida, assaporando nuovamente il profumo dell’aria fresca.
Una sfida che mi affascinava nonostante la paura provata nel lanciarla.

Io avevo un sacro terrore del buio e ho continuato a soffrirne fino all’età di ventitre o ventiquattro anni.
Ma la voce del buio mi chiamava e io mi avvicinavo a lei come attratta dal canto della mia sirena interiore.

 

Una volta ottenuto quello che cercavo, chiudevo trionfante e ancora allarmata la porta dietro di me e tornavo nella mia casa, quella che non aveva sottofondi oscuri e retroscena paurosi.
Correvo allora con la canna e il bicchiere di saponata alla finestra del bagno, che si trovava nel pianerottolo, tra le due rampe di scale.
Il bagno era stato costruito in un secondo tempo ed era esterno alla casa, adiacente solo con la parete sulla quale era stato ricavato l’ingresso. C’era un piccolo sgabello tra il lavabo e la tazza del water e io lo spostavo sotto l’orlo della finestra usandolo come piedistallo per poter far scendere le bolle e poi guardarle volteggiare lentamente e voluttuosamente verso il basso.
Qualcuna si accendeva di un ultimo sfavillio e poi, come gonfiata dall’espansione interna del suo essere, scoppiava in uno spruzzo di goccioline.
Altre, invece, mollemente adagiate nell’aria che le corteggiava, rubavano dolci e cangianti ricordi di un arcobaleno visto chissà dove e chissà quando e si posavano sulle superfici che al piano sottostante le accoglievano: il terreno, le foglie di una rosa, la ghiaia della corte, il ramo di un arbusto o il fiore dell’aiuola di trifoglio lilla che correva per tutto il giardino.
E dove si posava, esitava un attimo più o meno lungo, decorando l’oggetto che l’aveva accolta della sua lucida meraviglia e poi scoppiava, lasciando l’impronta di sé, che lo rendeva ancora per qualche tempo più vivo e colorato, come se la sua essenza durasse ancora un po’ dopo la sua dissoluzione.

La mia camera da letto era invece al piano superiore, vicina a quella dei miei e di mio fratello.
Quelle stanze io non le ricordo, ma sento ancora la voce dei miei che a letto parlavano tra loro prima di dormire, mentre io ancora non cedevo al sonno e, come un fantasma, riecheggia il colore rosa antico di una coperta matrimoniale e il bagliore un poco polveroso di un lampadario di vetro soffiato color giallo scuro e rosa, con foglioline e arzigogoli di metallo.
Nella mia camera c’era un’étagère di legno scuro.
Mi ha accompagnato nei miei spostamenti fino a non so più quale trasloco, per essere poi alla fine sacrificata all’immondizia quando ormai l’età era così avanzata che non era più proponibile alcun tentativo di restauro.
Il nome le dava una pompa che non aveva, dato che era una piccola mensola a tre ripiani, con ciascuna delle spalliere formata da tre listarelle di legno in scala triangolare, ma raccoglieva i miei pochi giocattoli e alcune cianfrusaglie: i miei tesori.
Così, nella mia accesa fantasia infantile, l'étagère appariva un mobile da re.


Sul lettino a una piazza, poi, c’era la cosa che mi piaceva di più della mia camera: la sopracoperta di cotone grosso e un po’ ruvido, con stampati tutti i personaggi della fiaba Bambi di Walt Disney.
Assieme all’allegro cerbiatto, con le belle macchie bianche sul dorso fulvo acceso, c’erano la madre non ancora morta, il coniglietto e le farfalle, nascosti nella vegetazione di un bosco luminoso e fiorito, del quale io percorrevo col dito i sentieri segreti e rubavo suoni e odori, così che i miei viaggi immaginari trovavano sempre nuovi itinerari fino a che il sonno non mi vinceva e non mi rapiva per i corridoi dei miei sogni.

Una mattina mi svegliai e chiamai la mamma, ma la casa era silenziosa e nessuno mi rispondeva.
La luce filtrava già dalle finestre, il giorno era sorto da un pezzo, ma nessuno rispondeva al mio richiamo, che diventò un pianto e poi un singhiozzo che mi stringeva così forte la gola e il petto da impedirmi di respirare.
Un senso di abbandono, gelido e spaventoso, invase ogni cellula del mio piccolo corpo.
Avevo due anni circa, come poi confermò mia madre nel risalire a questo ricordo.
Il tempo che trascorse finché lei, Renza, non giunse al mio richiamo mi sembrò e mi sembra ancora, rammentandolo, così vivido e presente come se lo stessi vivendo in questo momento, infinito e intollerabile.
Poi risuonò la sua voce che mi ammoniva dalle scale di smettere di piangere e la sua presenza austera, della quale sentivo un assoluto bisogno, finalmente mi sottrasse alla morsa della mia infinita paura.

Piangevo molto da piccola.

I seri problemi di salute dei primissimi mesi si protrassero fin quasi al primo anno di età, insieme alla penosa incertezza sulla mia sopravvivenza, e la gastroenterite che mi minava la salute mi provocava acute sofferenze.
Nelle foto di quando avevo sei mesi si vede una piccola ranocchia – e pensare che appena nata pesavo quattro chili e duecentocinquanta grammi! – con i capelli rasati a zero, un odioso vestitino di trine bianco e un’aria triste e sofferente, contrastante con il sorriso smagliante ma freddo di mio fratello, di cinque anni più grande di me e l’aria da azdora affaccendata ed efficiente di mia madre.

L’azdora era, nelle campagne romagnole, la moglie del fattore o del mezzadro, che gestiva il pollaio e l’orto, custodiva la chiave della dispensa ed esercitava il comando sui figli e spesso anche sul marito.
Era l’anima rustica e affaccendata delle nostre campagne, dove non si buttava via niente, dove la terra era generosa e l’estro del contadino molto scaltro nel ricavarne il massimo profitto.
Erano donne in carne, tornite ma non grasse, dal sorriso fiero e orgoglioso, indurite e rese asciutte dall’ambiente aspro in cui vivevano che prosperava grazie alla loro ingegnosa operosità.
Tale sembrava mia madre a trent’anni, quando mi mise al mondo.
Io ricordo perfettamente la mia nascita, come la rivivessi ora.

Lo stanzone della sala parto era gremita dalle sue grida, che cercava di soffocare ma che le squarciavano il petto, contro ogni sua volontà. Infermieri e medici biancovestiti si affaccendavano attorno a lei, cercando ogni nuovo o antico rimedio per farmi uscire da quello stretto canale di carne che mi stringeva come una morsa, al quale io mi aggrappavo e mi contorcevo con tutta la mia inconscia disperazione.
A nulla servì ogni tentativo e allora ecco la maschera con l’etere togliere la coscienza alla stremata partoriente ed il coltello, il bisturi affilato, incidere il suo ventre rigonfio e maturo come ad estrarre il nocciolo da una pesca.
La tagliarono da sotto lo sterno fino al pube ed ella ebbe il ricordo di me impresso nella sua carne come un marchio a fuoco, fatto per la vita.

Così mani estranee mi trassero da quella culla che era diventata quasi una bara, cianotica, anossica, morente o forse già morta.
E non respiravo.
Allora l'ostetrica si fece portare una bacinella di acqua molto calda ed una di acqua gelata e mi immerse ripetutamente d'alluna all'altra, sculacciandomi vigorosamente la schiena, in modo che lo shock termico e le scossa mi obbligassero a contrarre i polmoni e ad emettere quel primo assolutamente insostituibile respiro.
Io so che non sapevo che fare, che soffrivo che avevo paura, ma che, si, respirai, ruggii tutto il mio dolore, il terrore, il mio sollievo e il mio ego, fino a liberare ogni intoppo nei miei polmoni, nel naso e nella bocca, superando ogni ostacolo interiore solo per la volontà di esistere, di vincere quella stretta che mi voleva condurre nel regno dal quale io volevo uscire, il grembo della morte.


E vissi, vissi , vissi.

Ma lei, la mamma mia, colei che mi aveva voluta e tenuta dentro si sé per quei lunghi nove mesi, lei, dopo che fu ricucita come un grossolano sacco di iuta ormai vuoto e riportata ancora addormentata nel lettino della degenza, lei, fu trovata in un lago di sangue, ormai abbandonata all’oblio, alla fine, da mia zia, che, vedendola sbiancare innaturalmente, sollevò il lenzuolo e la coperta posta pietosamente, ma invano, a riscaldarla.

Lottò tre giorni tra la vita e la morte, ma mio nonno faceva il barelliere proprio in quell’ospedale, - che da fuori sembrava più una antica villa patrizia, con scalone semicircolare ad attorniare ai due lati l’ingresso immerso nel verde - e donava spesso il suo sangue in cambio di cibo e carne da portare a casa alla già numerosa nidiata affamata che aspettava il suo ritorno, accontentandosi per se stesso di un quarto di vino rosso, grosso e corposo.
Quella volta egli fece dono delle sue vene alla carne della sua carne e il rubicondo suo sorriso vinse dentro le membra esauste della sua giovane figlia, strappandola ad un amaro destino, riportandola a coloro che la stavano aspettando, tra tutti io.

Mi misero nome Arianna, - nome scelto da mio fratello in onore di una sua compagnetta che gli piaceva assai - battezzandomi in fretta e furia, così come in fretta diedero i sacramenti di morte a mia madre, non sapendo quanto tempo ci restasse da vivere, e mi adagiarono tra le braccia di un’altra puerpera, che aveva dato alla luce il giorno prima un bel bambino, sano e bello.
Lei era una donna forte di Romagna e aveva tanto latte anche per me: io, nonostante non riconoscessi l’odore di quella pelle estranea né la voce, mi avvinghiai al suo seno turgido di fluido vitale e lasciai che si placasse, suggendo con energia, la fame che da tante ore mi torturava, sentendo il liquido caldo entrare nella mia bocca, lievemente salato, e scendere nel mio stomaco ormai rattrappito: latte materno caldo e vivificatore, grato di sapore e di consistenza, giusto per me.
Per tre giorni bevvi di quel nettare, ignorando l’agonia della mia vera madre e saziandomi di quell’abbondanza generosa e offerta con amore da una madre in affitto, dolce donna dal grande cuore genitore.

Finalmente i medici decisero che Renza si era ripresa abbastanza ed era fuori dalla sua agonia di morte e quindi decretarono che fosse pronta anche ad attaccarmi al suo seno.

Così io provai per la prima volta il suo abbraccio, il suo calore, riconobbi il suo odore: mia madre.
Ma quanto dolore ancora nel suo povero corpo martoriato e nella sua mente sconvolta dalla paura e dalla sofferenza!
Le sue braccia erano rigide e non aveva sorrisi per me, poiché a stento ancora tratteneva la vita tra i denti e il suo latte, anche se abbondante, si era guastato e mi ammalò gravemente.

 

Aggiungo oggi che inoltre, quando mi vide per la prima volta, la mia testa di capelli rossi la ferì acutamente. Detestava le persone con quel colore. In Romagna, a ricordo dell'invasione gallica, c'è tutta una quantità di persone che hanno i capelli rosso carota, la pelle molto chiara, spesso ricoperta da efelidi e gli occhi azzurri o verdi o grigi. Questi vengono chiamati ' gaggi ', per l'esattezza: ' 'e gag ' oppure ' la gagia ', se si trattava di una femmina.

Ebbene, mia madre detestava quel colore e chi appartenesse a quella categoria, cosi spudoratamente non occultabile.

Vedermi così le provocò una immediata e viscerale repulsione che non le è passata mai. Ogni volta che mi ha guardato i suoi occhi mi hanno sempre raccontato quanto mi vedesse brutta. Sempre, ogni volta....


Cominciò così la mia lenta agonia, uno stillicidio durato sei mesi, perché ogni goccia di quel latte amaro rivoltava le mie viscere con dolori acuti e strazianti: perdevo peso e piangevo, giorno e notte.

A sei mesi pesavo come il giorno della mia nascita, quattro chili e duecento grammi ed ero una piccola triste, inconsolabile, insopportabile figlia.
Solo l’intervento provvidenziale e ormai insperato del farmacista con un rimedio antiquato come l’acqua seconda di calce, mi salvò la vita.
Mio padre sacramentava che avevano speso inutilmente un sacco di soldi per farmi visitare da tutti i dottori e i luminari di Imola: come poteva un rimedio così semplice e poco costoso rivelarsi efficace?
Ma mia madre insistette, tanto le avevano ormai provate tutte e la rovina ai rovinati non fa paura.
Infatti il farmacista mise in acqua della calce viva, poi la scolò e la rimise di nuovo in acqua: dopo un certo tempo di posa me la diedero da bere, disinfettando così il mio intestino malato.
Da allora ripresi a crescere di peso ed ebbi salva la vita, ma ormai il danno nel mio piccolo cuore era fatto: continuavo a piangere, dato che il meccanismo per attirare l’attenzione di mia madre e ottenere le sue cure, era quello.

Il mio pianto continuo aveva stancato incredibilmente i miei poveri genitori, che non potevano neppure dormire. Infatti mio padre, che essendo ragioniere doveva recarsi in ufficio e stare attento a quello che faceva, perché allora i conti si eseguivano a mente, finì per trasferirsi a dormire in un’altra stanza.
Mia madre si ritrovò ad affrontare la sua debolezza fisica e la mia, un altro bimbo, mio fratello, che pur essendo molto tranquillo comunque era pur sempre un impegno notevole, e tutta la casa da mandare avanti.
Mio padre per aiutarla le comprò la prima lavatrice, semiautomatica, che però risolveva solo in parte i problemi da affrontare.
A volte mia zia Teresina si prendeva cura di me, anzi spesso, dato che abitava col marito nella «casina», una dependance che sorgeva nel nostro vasto cortile. Ma era in attesa del suo primo figlio, che sarebbe nato dieci mesi dopo di me, quindi più di tanto non poteva fare.
Mi cantava le canzoncine.
Mi piaceva quella della Bella Fantina e gliela chiedevo continuamente. Lei mi stringeva al seno prosperoso e me la cantava con la sua voce viva e un poco stonata.
Mi appoggiavo al suo respiro caldo e mi sentivo felice…
Ma non era mia madre.

Mia madre era una donna severa e poco incline ai gesti d’affetto.

Nata dopo cinque fratelli, mia nonna, quando vide che era giunta una femmina, in preda ad oscuri presagi di sofferenze e difficoltà, fuori di senno per la preoccupazione ed il parto, avrebbe voluto buttarla nel canale e così porre fine a quella piccola vita innocente, già gravata di dolorose pesantissime responsabilità, appena venuta al mondo.

I presagi di nonna non si dimostrarono errati e Renza, che aveva un carattere forte ed indipendente, venne piegata a suon di busse e di privazioni ad una vita di piccola schiava, per aiutare la madre, perennemente incinta, a crescere i fratelli giunti dopo di lei, che le volevano stare sempre in braccio, anche se quasi pesavano più di lei: in tutto mia nonna diede la vita a tredici figli, di cui due morirono in tenerissima età.

Non patirono mai la fame più nera, neppure in tempo di guerra, quando Renza, che aveva dodici anni, gestì da sola un piccolo negozio di alimentari, col quale salvò la famiglia, perché gli annonari, i controllori delle schede delle merci che entravano e uscivano, tutte contrassegnate da bollini per evitare il mercato nero, chiudevano un occhio se mancava qualche chilo di zucchero o di farina, sapendo che dodici figli erano tanti da sfamare.
Ma il clima in casa era duro.
Tenere in riga tutti quei figlioli era una gran fatica per il nonno, che solo con i nipoti si mostrò dolce e affettuoso: con i figli, urla e cinghiate.
La nonna poi era una querula rompiscatole, sempre incinta e sempre a lagnarsi di tutto, poveretta.
E pure i fratelli di mia madre volevano fare le veci del padre nei suoi confronti e quindi lei crebbe vessata su tutti i fronti.
Non le fu permesso di andare a scuola, cosa che lei desiderava tantissimo, essendo dotata di viva intelligenza e desiderio di sapere ed emancipazione, mentre vedeva i fratelli maggiori studiare per diventare maestri.
Fu fermata alla seconda elementare, nonostante il suo continuo ribellarsi, tutto il giorno stava con i piccoli in collo e il bucato da fare.
Non si lamentava del duro lavoro, ma la domenica ella voleva uscire a passeggio tra i portici del centro dell’antico borgo, dandosi un velo di cipria e una lacrima di rossetto, come facevano le sue amiche che venivano da famiglie più agiate e aperte, però ad ogni passo doveva nascondersi dietro una colonna o la nicchia di un porta perché le amiche, che facevano buona guardia, l’avvertivano del passaggio di uno o dell’altro dei fratelli suoi controllori, che l’avrebbero ricondotta a casa e di nuovo rinchiusa, dopo una razione di cinghiate.
Erano offese e violenze che lei incassava senza battere ciglio, senza dare loro la benché minima soddisfazione, poi, fuggiva di nuovo di casa alla prima occasione, a volte, mentre dopo pranzo si faceva la siesta pomeridiana, calandosi dal balcone.
Furono colpi che le insegnarono così la supremazia maschilista e il suo duro destino di donna, nata per lavorare senza riposo e riprodurre figli, come animali.

Ma Renza era una persona orgogliosa e molto vitale.
Mise su una corazza di tutto rispetto e proseguì la sua vita a onta di coloro che la osteggiavano.

Era bella e vivace, senza sapere di esserlo, fiera come una puledra indomita, ma trovò chi le mise il morso e la piegò al compito di donna, moglie e madre.

Dopo la sbandata delle truppe italiane dell’otto settembre, tutta la famiglia si rifugiò in una grotta naturale nascosta tra colline lussuriose di vegetazione spontanea, dividendo fame e promiscuità con altre famiglie lì radunatesi per scampare alla ritirata dei tedeschi che risalivano la penisola italiana seminando morte e distruzione ovunque passassero.

Proprio lì Renza incontrò mio padre, che nello stesso luogo, abbandonata la divisa militare, si era nascosto con la sorella più giovane.
Si innamorarono, anche se lui, ragioniere e universitario, la trattava con sufficienza, perché ella era un fiore selvatico, nato tra le spine.

Appena tornò la pace, mia madre riuscì a vincere le resistenze del suo fidanzato, partorite dalle sue fissazioni mortifere, -dato che non voleva lasciare orfani poiché era convinto che sarebbe morto a 49 anni come entrambi i suoi genitori – cosa che poi accadde effettivamente - e si sposarono un mercoledì di giugno, la mattina alle sei, vestiti con gli abiti migliori ma senza pompa magna e senza pranzo nuziale, partendo poi immediatamente per un viaggio di nozze sul Lago di Garda, meraviglioso per lei che non aveva visto altro che il piccolo borgo dei suoi natali.
Di quel viaggio resta ancora un dagherrotipo in bianco e nero che mostra il suo fine e bel viso incorniciato da un foulard per proteggersi dal vento di poppa della barchetta che li portava a fare il giro del lago, accanto a lui, alto e distinto, con la folta capigliatura scura spettinata dall’aria frizzante di quella indimenticabile giornata di sole.

 

Essi erano vestiti alla moda degli anni cinquanta, lei con la gonna a ruota ed una semplice camicetta, lui con pantaloni sportivi ed un gilè di lana a scacchi e stavano a farsi fotografare a fianco della campanella per gli avvisi e gli allarmi.

Da quel giorno, Renza passò da una prigionia violenta ed ignorante, ad una più fine e apparentemente rispettosa, ma costretta alla sudditanza psicologica da quell’uomo tanto maggiore di lei per ceto ed autostima, che le incuteva, insieme ad un ardente amore e passione, anche tanta soggezione.

Andarono ad abitare nella casa avita dei genitori di mio padre, appunto quella bellissima costruzione che io ricordo, arricchita da un rigoglioso giardino interno ornato di palmizi, stile coloniale, grande e che però andava lentamente sgretolandosi e disfacendosi.
Dopo due anni di matrimonio nacque mio fratello Angelo, anche lui con taglio cesareo, un bellissimo bambino biondo con gli occhi azzurri, calmo e riflessivo, intelligentissimo e portato per le arti matematiche e la fisica, un figlio perfetto, che fu la loro gioia, che non diede loro nessun problema, crescendo sereno e fecondo di sogni e speranze.
Per questo mio padre si legò a lui di un affetto morboso, cercando di dargli tutto ciò che a lui era mancato dopo la morte prematura dei suoi genitori, diventando così geloso di quel figlio unico nel suo genere, amato ed adorato da tutti e reagendo in modo sempre più apprensivo nei suoi confronti, rasentando la patologia.
Fu per questo che Renza, pensando che un altro figlio avrebbe portato aria nuova in casa e avrebbe allentato la pressione sul primo di questo legame soffocante per tutti e tre, tanto fece e tanto insistette, che alla fine convinse mio padre a farla concepire.
Così, io venni procreata come un intervento curativo, non per un effettivo desiderio di me..

Mia madre mi narra sempre che, quando lei si ribellava alla ferrea disciplina impostale, sua madre si lamentava aspramente e le augurava di ritrovarsi poi in età adulta con una figlia ugualmente ribelle, che le avrebbe fatto provare quello che lei stava provando in quel momento.

La «maledizione» di nonna si era avverata puntualmente: io fui la spina nel fianco di mia madre.
La mia testa di riccioli rosso rame vagava indomita e velocissima in ogni angolo della casa e ogni oggetto era un fantastico gioco: la pentola e il suo coperchio una sonora batteria, una sedia sdraiata per terra con un cordino attaccato ed in mano un fuscello per frustino, era il mio cavallo Furia, col quale galoppavo sfrenatamente per le pianure estese della cucina dai muri ingrigiti dal fumo del camino.
Una grande scatola vuota era il mio vascello sul quale solcare le tempeste dei sette mari fino ed oltre le Colonne d’Ercole; due pezzi di legno legati insieme a croce erano Excalibur, brandita con coraggiosa arroganza per uccidere spaventosi draghi o malvagi maghi e salvare avvenenti principesse e poveri orfani.
Un tappeto sul quale mi sedevo afferrandomi saldamente alle nappe, era il magico strumento di volo per librarmi sulle dorate e ondulate dune di un remoto deserto africano, guardando in basso le fila dei cammellieri snodarsi, chiusi nei loro mantelli blu e recarmi così alla mia oasi gravida di palmizi dai dolcissimi datteri tra i quali risuonava una cristallina e perpetua fonte di acqua purissima che celava l’ingresso alla mia grotta segreta, dove custodivo, per poi distribuirlo ai poveri che incontravo lungo il cammino, un favoloso e inesauribile tesoro sfavillante di pietre preziose dai colori e le forme del mio adorato caleidoscopio.

 

Tutta la grande casa risuonava delle mie grida, dei miei canti, imparati alla scuola materna ed eseguiti perfettamente con una potente e intonatissima voce bianca.

E quando mia madre si lagnava di me con mio padre, cioè sempre, lui le rispondeva: «L’hai voluta? Adesso goditela!».
E lo diceva nel nostro bel dialetto colorito, lui che era figlio di maestri e parlava solo l’italiano, proprio per sottolineare la nemesi della realtà oggettiva.
Una nemesi che si era materializzata nella mia testa di capelli rosso rame, colore che mia madre odiava, fino al punto di tenermi rasata a zero per diverso tempo, nella speranza che scurissero. - Cosa che si avverò solo in età adulta, quando, se avessi avuto il mio gradevole colore originale, mi sarei risparmiata tempo e denaro dalla parrucchiera.-

Fu così che fui strappata dal seno caldo e accogliente della mia balia, che mi riscaldava e mi saziava facendomi addormentare serenamente e consegnata al seno colmo di quel latte avvelenato che mi contorceva le viscere, abbandonandomi ad un dolore incomprensibile senza abbracci confortanti.

Il mio pianto era continuo e una volta mia madre mi prese sulle ginocchia e mi sculacciò di santa ragione. Io avevo all’incirca un anno e lo ricordo sicuramente, ma questo racconto è fiorito più volte sulle labbra di lei con una specie di trionfo, come a sancire una vittoria e non invece una sua sconfitta, dato che io non avevo nessuna colpa del fatto di piangere e di stare male ed ero troppo piccola per essere educata a sculaccioni, soprattutto per superare un problema del genere.
Ma allora la pedagogia era quella e l’indole di mia madre l’assecondava.
Quando fui un po’ cresciuta (avevo ormai tre o quattro anni), poiché la mia abitudine di piangere persisteva, lei inventò un ottimo sistema per farmi smettere.
Facendo leva sul mio spiccato orgoglio e sulla mia permalosità molto accentuata, quando per strada qualche conoscente, incontrandoci, mi rivolgeva dei complimenti, sottolineando quanto fossi bella – cosa che forse era vera o forse no, dato che per lei bella non ero di sicuro – lei rispondeva sempre:
' Sarà pure una bella bambina, ma piange sempre! '
E fu così che io smisi di piangere, cosa che sicuramente significò fare dell'altro male a me stessa.

Mio fratello invece, che io adoravo, se ne stava quieto e silenzioso a studiare la sua amata matematica e a smontare radio, ricavandone valvole, diodi e strani congegni che poi ricuciva col piccolo saldatore a piombo che gli era stato regalato.
Io lo scrutavo, senza che lui se ne accorgesse, dallo spiraglio della porta socchiusa e mi sembrava un potente mago alla ricerca della pietra filosofale.

La sua calma e riflessività risaltava sulla mia vivacità da ragazzaccio e mia madre, che aveva sognato una dolce bambina da vestire di trine e pizzi che lei stessa era abilissima a confezionare, si trovava un figliolo maschio perfetto, sempre pulito e in ordine, al quale non rivolgere mai il benché minimo rimprovero perché non ne aveva bisogno e che quindi adorava e ammirava sconfinatamente e, di contrappasso, una figlia femmina che sembrava uno scugnizzo di Napoli, sempre con le mani sporche di terra o chissà cos’altro, con i delicati golfini dai colori pastello che mi faceva con tanta pazienza, tutti sfigurati da macchie d’erba o di fuliggine e polline di fiori.

Così erano eterni rimbrotti e sgridate e a volte sculaccioni, che lei mi impartiva con la sacrosanta intenzione di insegnarmi a diventare l’ educata e leggiadra fanciulla che avrei dovuto essere, lasciando nel mio animo sensibilissimo un amaro convincimento che ella non mi amasse affatto, che anzi mi disprezzasse, che non mi volesse accanto a sé, convincimento sottolineato e reso più saldo dal suo essere asciutto, senza baci né abbracci, che da bambina non aveva ricevuto mai, e dal fatto che non mi rivolgesse complimenti e vezzeggiativi, che io proprio non le ispiravo

Fu così che il forte disagio, la grande estraneità al comune essere che era già stampato in me dalla mia concezione, si sviluppò ogni giorno di più verso un futuro complesso e doloroso.

Il dolore è un abitante subdolo del tuo corpo, silenzioso, discreto, tanto che spesso non ti accorgi neppure di lui; ma non paga l’affitto.

Abita ogni tua stanza, si allarga mano a mano che ti allarghi tu, cresce un centimetro se tu sali di un centimetro e ti fa da contrappeso.

Io mi abituai presto al suo passo felpato e ad appoggiarmi a lui, cercando un equilibrio che non trovavo da nessun’altra parte.
Lui era sempre presente e mi porgeva, con il suo sorriso mesto, sempre qualcosa a cui pensare, qualcosa di cui scrivere, qualcosa da cercare o da cambiare.

Non so quando lui sia diventato il padrone della mia casa, quando anche l’ultima cambiale sia scaduta non pagata e lui si sia impossessato di tutti i miei averi, so solo che mi ha lasciato la possibilità di continuare ad abitare dove avevo sempre vissuto, ad usare le vettovaglie che mi avevano fornito, le risorse che mi erano state donate.

Cominciai allora ad irrobustirmi e così presero il via altre torture.
Avevo appetito, ma mi si centellinavano le razioni di cibo.
Mio fratello mangiava come un cavallo, ma era magro e stava crescendo. Quindi il suo piatto era sempre colmo.
Io guardavo la mia piccola porzione e soppesavo tutto nel mio cuore.
Meno cibo mi veniva concesso, meno amore ricevevo. Per me era così.
Stavo per morire a causa del cibo e questo il mio corpo non l’aveva dimenticato.
Cibo uguale vita uguale amore.
Mi alzavo la notte spinta dalla voglia di mangiare ma il frigo era tenuto appositamente vuoto.
Io divoravo qualsiasi cosa, anche la crosta avanzata del parmigiano. Non potevo dormire con quel vuoto dentro.
Ero molto miope dalla nascita e, non vedendoci bene, incespicavo spesso, cadevo e mi facevo male.
Ma non venivo consolata da mia madre: anzi, ella mi sgridava perché non avevo fatto attenzione.
Fu la mia maestra delle elementari che si accorse che non vedevo bene. Così l’oculista mi prescrisse gli occhiali.
Occhiali pesanti, dalla montatura scura, con la lente che faceva cerchi e rimpiccioliva i miei occhi verdazzurro.
I compagni di gioco mi chiamavano «Balena Quattrocchi».
Io li picchiavo forte e loro mi prendevano in giro sempre di più. Così correvo in camera mia a leggere.
Non piangevo, no, non piangevo quasi più. Fuggivo con la fantasia. Robinson Crusoe, Tom Sawyer, Spinarella, Zanna Bianca, Piccole donne, Pattini d’argento, Il corsaro nero, I viaggi di Gulliver, Moby Dick, Senza famiglia, Oliver Twist, Il piccolo principe, Il giardino segreto, erano la mia vendetta, erano la mia pelle, erano il mio orizzonte e alle tre di notte ancora la luce sul comodino brillava nel silenzio della casa.
Io, la mano premuta sull’occhio troppo stanco, leggevo con l’altro, che ancora mi seguiva e vagavo lontano dalla prigione del mio cuore solitario.

 

 

leggi di più 0 Commenti

dom

30

dic

2012

OGGI NASCE ED INIZIA LA PUBBLICAZIONE L'OPERA OMNIA DELLA MIA PROSA AUTOBIOGRAFICA

IL VOLO DI UNA BAMBINA CHIAMATA ARI - 2012 dipinto digitale - tecnica pastelli ad olio

 

IL VOLO DI UNA BAMBINA

 

CHIAMATA ARI

 

 

 

PEFAZIONE, ANTEFATTO ED INTENZIONI CON PIANO DELL'OPERA

 

Oggi è il 30 dicembre 2012. sono le 14 e 07

 

Avevo prenotato un posto in prima fila per la fine del mondo prevista da un sacco di ' visionari ' - anche antichissimi – per il 21-12-2012 ma evidentemente questo evento da me e da altri tanto atteso ed auspicato, non si è svolto.

Stamattina, - veramente era quasi mezzogiorno quando sono riuscita a scuotermi dal mio torpore che sono non è ma neppure veglia, - mi sono trovata con ancora una volta una lunga giornata davanti a me e. probabilmente, una lunga vita.

Non ho voglia di nulla e di nessuno. Né di parlare né di vedere nulla e nessuno.

Ho una tristezza infinita dentro ed il dolore del mio corpo spezzato che mi rode e mi morde, come fa ventiquattrore su ventiquattro.

I pensieri suicidi sono costanti e ricorrenti, sono veramente l'unico mio desiderio.

Ma a contrapporsi hanno due potenti forze.

La prima è il sapere che con il gesto estremo della rinuncia alla mia vita molti soffrirebbero e questo ancora mi dispiace.

È evidente che non sono ancora arrivata in quel punto, dove sono arrivata dieci volte nel corso della mia vita, in cui non mi dispiace più assolutamente.

La seconda forza sono proprio i dieci tentativi dietro di me.

Per raccontarla trascrivo qui una lettera che scrissi l'anno scorso alla donna che amavo ed ancora, ahimè, amo e che mi aveva accusato, come d'altronde molti altri prima e dopo di lei, di aver messo in scena ognuno di quei tentativi con due precisi intenti. Il primo creare una storia di pazzia alle mie spalle e quindi avere la pensione di invalidità – e oggi penso sorridendo che basterebbe un pensiero del genere per essere dichiarati irrimediabilmente e definitivamente pazzi.-

il secondo motivo è quello di attirare l'attenzione su di me e ricattare chi, di volta in volta, si voleva allontanare da me, interrompendo relazioni amorose, costringendolo quindi a ritornare sui suoi passi. - ed anche questo motivo è di gran lunga più folle dei tentativi in loro stessi, perché se una persona arriva a farsi così del male con un intento del genere non ha più nessuna rotella che gira per il verso giusto. -

 

No, io volevo ASSOLUTAMENTE MORIRE.

Ma non ci sono riuscita ed in modo davvero incredibile.

Quindi le scrissi questa lettera per cercare di spiegarle cosa era nella mia mente.

 

Febbraio 2012

Mi hai detto: ' Quando uno vuole morire sa come e cosa fare e non si fa ricoverare in ospedale. '

 

Rispondo....

 

Quando una persona decide di togliersi la vita, in quel momento è ancora vivo.

È un morto che pensa, che cammina, ma è ancora vivo.

La paura è un sentimento atavico, che ti resta nella carne: anche quando hai abbattuto l'ultima barriera, quello ancora resta.

Quando decidi di ucciderti vedi tutto nella tua mente.

Vedi il tuo corpo esanime. Chi ti troverà, o almeno chi pensi lo potrà fare. Vedi i congiunti che piangono. Il funerale solitario. Senti nella testa i pensieri di tutti. Sai cosa c'è stato tra te e coloro che ti hanno abbandonato. Sai cosa proveranno quando si troveranno di fronte alla tua morte. Sai benissimo che oltre a punire te stesso stai punendo anche loro. Ed in parte ti togli la vita proprio per quello. Solo in parte, ma anche quello è uno dei motivi per i quali arrivi a fare quel gesto.

Eccetto per chi si toglie la vita in un gesto di follia immemore e allora non ha pensieri, almeno credo, non so, a me non è mai successo, ma ha solo un vuoto che grida e a parte per chi si toglie la vita per i sensi di colpa, che allora è tutta un'altra cosa. Ma non è il mio caso.

 

Sembra impossibile ma ci sono cose di cui anche uno che sta per suicidasi ha paura.

Nei giorni o mesi nei quali tu pensi al tuo gesto, passi in rassegna i vari modi possibili.

Ma ci sono cose che tu non puoi fare.

 

Gettarti da un ponte, per esempio.

 

A parte che ci sono persone che sopravvivono a voli altissimi, - io ho conosciuto una ragazza che si è buttata dall'ottavo piano. E ra tutta storta e distrutta, sfigurata in viso, zoppa ,deforme ma viva e camminava pure. Ottavo piano..... che dici, sono pochi per morire, otto piani sul cemento?

Ebbene, io di quello ho paura.

Da ragazzina mi buttai per un tuffo da circa otto metri di altezza. Quegli otto metri furono infiniti. Li risento ancora tutti dentro di me. Avevo sedici anni, ne sono passati quaranta.

Ma li sento ancora. Quando toccai il pelo dell'acqua il dolore fu molto grande, deflagrante. Non mi ferii ne altro, perchè sono molto forte. Ci sono persone che hanno perso la vita per cose così. Io non mi feci nulla, ma non potrei mai gettarmi volutamente da un'altezza, almeno non in condizioni di facoltà mentale.

 

Una corda attorno al collo e poi giù.

 

Anche a quello ci sono persone che sono sopravvissute.

Ma, hai due tre minuti di agonia, se non ti si spezza l'osso del collo immediatamente. E con la fortuna che ho io, di sicuro non mi si spezzerebbe.

Due tre minuti di agonia. Senz'aria.

Sempre da ragazzina una volta rischiai di annegare: mi ero immersa in apnea ed ero entrata tra scogli sotto l'acqua. Incontrai una piccola caverna sommersa e mi infilai dentro. Poi cercai di tornare indietro ma per un lungo attimo non riuscii ad orizzontarmi. Infine, con un ultimo guizzo, cambiai direzione e ritrovai la via per uscire. Rimasi sotto quasi due minuti. Me lo dissero gli amici terrorizzati che mi videro finalmente riemergere. Ero allenata allora, un minuto e trenta secondi era un'apnea normale per me... Quella volta uscii sul pelo dell'acqua all'ultimo secondo possibile. Ancora pochissimo ed avrei aperto la bocca, - avevo la maschera - ed avrei respirato l'acqua. Perché ci sono movimenti che alla fine non puoi evitare di fare. Infatti chi muore annegato ha i polmoni pieni di acqua. Perché l'ultimo disperato gesto del corpo è quello di respirare. E respiri l'acqua nella quale sei immerso.

Quei trenta quaranta secondi che passai senza ossigeno, anche quelli li ho impressi indelebilmente nella carne.

Non potevo pensare di affrontare due tre minuti di quella agonia, appesa ad una corda. non potevo pensare al mio viso livido e sfigurato dopo la morte.

 

Ci sono cose di cui anche un suicida ha paura.

 

Un revolver.

 

A parte che bisogna procurarselo e senza soldi non è poi così facile. E a parte che ci sono moltissime persone sopravvissute a colpi di pistola.

Una volta ebbi in mano il revolver di Antonio, il mio secondo marito.

Freddo gelido quel metallo

Ma era incandescente nelle mie mani. Così pesante che non riuscivo a sostenerlo, pure se pesava meno di mezzo chilo ed io ne sollevavo facilmente cinquanta in quei tempi.

Lo riposi e lo obbligai a nasconderlo, smontato. Poi glielo feci riportare a casa dei suoi genitori. Io e quell'arma non potavamo vivere sotto lo stesso tetto. Sentivo la sua presenza, nel fondo dell'armadio dove era stato riposto. Mi inseguiva. Sentivo il freddo peso nelle mie mani.

Non potrei sparami, mai. Forse un retaggio delle mie vite precedenti, può darsi.

 

Ho sempre scelto due modi.

 

Le pillole, perchè ti addormenti. e te ne vai. Una morte dolce. perchè io voglio morire per smettere di soffrire, non per soffrire di più. Io cerco la pace a questa agonia che ho dentro.

Ma per me non è stato così, a parte per per due volte ho avuto delle convulsioni tremende, che non auguro al peggiore dei miei nemici.

L'ultima volta, soprattutto, quelle di ottobre duemilaotto. 12 ore di convulsioni, che sono immemori, a parte l'inizio, ma che il mio corpo ha registrato e ricorda.

Quella volta ingerii 850 pillole. Non le ho contate io, mi è stato detto dopo. Le hanno contate loro, dalle scatole vuote. Più di trecento erano di gardenale. Quando entrai in coma, dodici ore dopo, - e dico dodici ore di convulsioni e poi il coma – Ale proprio allora, o forse qualche ora dopo la mia entrata in coma, perchè non si erano accorti del mio stato, credevano che finalmente dormissi dato che mi avevano ulteriormente sedato, dopo avermi tenuta legata al letto di costrizione per dodici ore. Allora Ale, cercando il mio telefono, salì nella stanzetta in soffitta dove io avevo preso le pillole e dalla quale ero discesa, non so come, in preda alle convulsioni. E trovò la montagna di scatole vuote. Le mise in una busta e le portò a quei beduini, che non mi avevano fatto neppure un tossicologico, dando per scontato che fossi solo fuori di me per isteria.

Nessuno sopravvive. Lo dissero chiaramente che era impossibile. Quando mi fecero la lavanda gastrica, era già passato troppo tempo. Circa quattordici, quindici ore. Lo stomaco era vuoto, i medicinali tutti in circolo. Sei giorni di coma.

Ma io sono sopravvissuta. Sono andata nella morte, l'ho vissuta, la ricordo e l'ho descritta. Per tutti i sei giorni di coma, ho sorriso. Chiedilo ad Ale, a Maietta, che si sono alternate al mio capezzale. Mi sono svegliata sorridendo. Nessuno sopravvive, io si. Mi hanno rimandato di qua.

 

Il taglio delle vene.

 

Quello lo posso fare.

É un dolore che fa bene in quel momento.

La prima volta ero ricoverata in psichiatria nel 2001 e non avevo lo strumento adatto. Usai uno specchio rotto. Ma mi trovarono gli infermieri che non avevo ancora finito e mi ferii soltanto. Precedentemente avevo ingerito psicofarmaci ma non ero pratica: pensavo sarebbero bastati, ma non furano sufficienti. Quella volta il mio fu un tentativo confuso, stavo male ero sotto l'effetto di psicofarmaci, all'inizio delle cure, non capivo granché. Volevo morire, ma non sapevo quello che stavo in effetti facendo. Le volte successive ero completamente lucida.

 

La seconda volta è narrata nel mio libro 'Io non sono di qui'. Ma anche lì una telefonata di Dana allertò il proprietario del campeggio, che chiamò i soccorsi. Il dissanguamento – che per la maggior parte delle persone sarebbe stato più che fatale – per me non era ancora terminato. Io sono troppo forte.

La terza volta la stessa cosa, mi trovò la direttrice del centro di accoglienza. Mi raccontarono del letto intriso di sangue. Ma neppure quella volta mi fu dato di morire. Passò tutta la notte prima che mi trovassero. Mi tagliai le vene all'una, mi trovarono alle otto e più del mattino. Però io ricordo le lacrime della direttrice quando, qualche giorno dopo, credo due, me la trovai, io ancora semi incosciente, di fianco al letto. Non ricordo altro di quella volta, solo la fase attiva del taglio, effettuato all'inizio nel lavandino del bagno e alla fine nel mio letto, avvolta da asciugamani.

Anche quelle due volte non avrei dovuto sopravvivere, nessuno sopravvive a cose simili. Ma io si.

 

Ho visto molti animali morire per il veleno per i topi.

 

Non c'è nulla da fare. Quel veleno non perdona. Quando passano sei ore dall'ingestione non c'è nulla da fare. Il sangue si decoagula e te ne vai, per emorragie interne.

Ricordo l'autopsia fatta nella clinica veterinaria dove facevo assistenza quando studiavo, avevo ventun anni. Aprimmo l'addome di quel povero cucciolo di pastore tedesco. Lo feci io: mi insegnavano ad usare il bisturi su animali già morti.

Fui inondata dal sangue che quel povero animale aveva libero nella cavità addominale. Era stato curato per due giorni, ma morì lo stesso.

 

Quel tre aprile 2011 io feci il conteggio su internet della mia dose letale. Tanti grammi di veleno per dieci chili, una dose di trecento grammi di quei granuli erano più che bastanti.

Io ne ho ingerito cinquecento grammi. Ci ho messo sei ore per farlo. Anche se di questo non ne sono sicura. Ma ci sono i miei scritti che lo raccontano, basta rileggerli. Molte ore, comunque. Ho cominciato dopo le due del pomeriggio.. più o meno. Anche di questo non sono sicura, se le due, l'una o le tre. Ma lì attorno. Ale è arrivata che era l'una di notte. E ora che giunse l'ambulanza e che mi portarono in ospedale passò altro tempo.

Io ho rifiutato anche un comune sale. Neppure un bicchier d'acqua. Neppure una iniezione.

Per tre giorni.

Ma non è successo nulla. Non sono neppure andata in coma. Nulla, nulla.

Allora ho accettato la vitamina kappa, perchè, nel frattempo, ero uscita dal trip suicida e il pensiero di te e le lacrime di chi mi stava intorno mi hanno portato a farlo. Mi hanno fatto, sedandomi, la lavanda gastrica.

La dottoressa della rianimazione non voleva neppure farla. mi disse: ' è troppo tardi.' Lo psichiatra le rispose: ' fai il tuo lavoro.'

Non riuscii ad ingerire il tubo e mi sedarono. Ma lo stomaco era vuoto, per forza erano passati tre giorni o due, non ricordo, ma lo stomaco era completamente vuoto. Quando cominciai ad espellere quella roba le feci erano blu. Per diversi giorni restarono di quel colore.

 

Nessuno sopravvive. Io si.

 

Perché andare in ospedale?

 

Ricordo la voce del proprietario del campeggio, quando mi trovò: ' oh, mio dio, no.....'

Anche allora ero incosciente, ma sentivo. Non so come sia possibile, ma è così.

Ricordo il viso di pietra di mia figlia quando chiamò l'ambulanza, la prima volta, nel 2001. Ricordo il viso di Monica quando mi trovò nel letto tra urine e vomito, la volta delle 350 pillole, maggio 2008, tra il primo taglio delle vene, agosto 2007 e il secondo, agosto 2008.

Anche quella volta lo feci di notte. Bevvi vino per ingerire le pillole. Erano psicofarmaci potenti, tra cui tanto Tavor. Me lo prescrivevano ma io non lo assumevo. C'era anche En e Rivotril. Sono farmaci letali: di En ne ingerii tre bottigliette. Più le pillole. Sicuramente l'aver vomitato mi salvò, ma che ne so...

 

Non volevo che i vicini mi trovassero. Mi avrebbero trovato loro quando ingerii il veleno per topi. Secondo quello che avrebbe dovuto accadere sarei andata in coma nel giro di un paio d'ore. Anzi, quando chiamai Ale, già cominciavo a sentirmi male. Non volevo traumatizzare delle altre persone innocenti.

Poi c'era Gine.

Ricordo Jerome che abbaiava e non voleva far entrare i soccorsi quando mi tagliai le vene in campeggio. Venne una bambina della quale era amico. Lo fece uscire e lo prese. Lui abbaiava furioso. Il campeggiatore mi disse che avevano pensato di abbatterlo. Non volevo che Gine soffrisse: lei non lo merita. Così ho pensato di andare a morire dignitosamente in un letto di ospedale, senza sconvolgere più nessun altro.

 

Non lo credi? Fai tu.

 

Nessuno sopravvive, io si. Perché???

E che ne so, cazzo. Che ne so.

Ma Dio solo lo sa se vorrei essere morta.

 

 

Ecco, più o meno i pensieri che compongono questa seconda potente forza che mi separa da un suicidio sono questi: come farlo senza soffrire troppo. Come riuscire a morire sapendo di aver messo in atto azioni oltre il limite ultimo ed estremo per lo standard di un essere umano e di non essere morta.

Mi dico che accadrebbe ancora. Ed io non posso più affrontare altri ricoveri in psichiatria, altre cose così dolorose.

 

Mi chiedo perché. Mi chiedo cosa Dio, la vita, il destino, vogliano da me.

Stamattina ho pensato al primo comandamento:

Io sono il signore, Dio tuo. Non avrai altro Dio all'infuori di me.

Certo io non ho mai rispettato questo comandamento. Non mi basta essere certa della sua presenza per essere felice.

Le donne e gli uomini che ho amato sono stati per me, volta dopo volta, il mio Dio.

In altri casi il mio Dio è stata la mia mente, la mia intelligenza.

Mi dico che forse è questo che devo imparare: ad avere come unico Dio quello che mi sta imponendo la vita in ogni modo, contro la mia volontà.

 

Ma i giorni sono lunghissimi.

Il dolore del mio corpo spezzato è forte e continuo.

Il tormento esteso.

Il dolore della mia mente sovreccitata è immenso.

Il senso di vuoto e di solitudine è spaventoso.

Il non sense della mia esistenza è totale.

Ma, sopra di tutto, il dolore di questa donna che io amo così teneramente come una figlia e che mi odia tanto per quello che io le ho fatto, è devastante e lo sento dentro di me.

L'ho scritto e lo riscrivo: è una spada rovente che rovista eternamente nelle mie viscere.

 

Allora, quella voce, quel maestro interiore che mi obbliga a fare le cose, mi sta dicendo da mesi e poi da sempre, che devo redigere questa mia autobiografia.

Ho appena terminato di scriverne una, stringata – pur se è assai lunga – e l'ho intitolata: UNA BAMBINA CHIAMATA ARI.

Avevo già iniziato questo lavoro nel marzo di quest'anno in una parziale stesura che ho intitolato: IL VOLO DI ARI, interrotta perché sempre ho problemi con le persone di cui narro, che si arrabbiano con me per quello che scrivo, nonostante l'anonimato del mio nome d'arte e del camuffamento dei loro nomi..

 

Oggi ho deciso: qui comincio una stesura totale di quanto da me scritto in prosa e lo unirò seguendo l'ordine cronologico dello svolgimento dei fatti che narro.

Certo, il risultato sarà un libro poderoso, perché conterrà tutto quanto da me scritto, anche i miei libri, pubblicati in parte o meno. E poi, magari, aggiungerò altro che mi verrà in mente man mano.

 

Così, per avere qualcosa da fare, per obbedire a questa tirannica voce interiore e per allontanare da me progetti suicidi, do inizio a questa opera che intitolo:

 

IL VOLO DI UNA BAMBINA CHIAMATA ARI

 

 

Ma ho bisogno di un pubblico che mi legga.

Se ti piace leggere ed hai letto qualcosa di me, questa è l'occasione per leggere tutta la mia prosa.

Se hai già letto tutto o buona parte, ricomincia. Le riletture sono sempre foriere di nuove suggestioni ed illuminazioni.

Grazie se lo farai. Io scrivo per te.

 

Mi sto chiedendo se in questo momento sei tu, il mio Dio.

Credo di no. Non mi da felicità scrivere, anzi, è un compito, un obbligo tormentoso e tormentato.

Ma comunque scrivo per te.

 

leggi di più 4 Commenti

sab

29

dic

2012

UNA BAMBINA CHIAMATA ARI - SEDICESIMA ED ULTIMA PARTE

LA DANZA DELL'ALBERO - 2008 olio su tela 45 x 75

PARTE SEDICESIMA

 

Ci sono tantissimi giorni in una vita ma una vita umana, se rapportata all'infinita vita di un'anima, è come un battito di ciglia.

Io questo ben comprendo e so, eppure ciò non allevia per nulla il dolore di questi miei giorni che, così vissuti in questa terrena dimensione, sembrano lunghissimi, eterni..

Ci sono moltissimi accadimenti e ricordi di cui non ho parlato in questa mia autobiografia: alcuni perché mi sono sfuggiti di mente momentaneamente, altri invece per mia scelta.

È impossibile che io scriva per intero i miei pensieri e i miei ricordi.

L'altro giorno pensavo che sarebbe bellissimo ma anche mostruoso poter avere un programma ed un cavetto, tipo quello per il download dei dati dal telefonino al pc e poter scaricare così, tutto intero, quello che c'è nella mia mente. E temo ci vorrebbe una memoria molto grande per poter contenere tutti i dati.

Sono giunta con la narrazione ai giorni nostri.

Però c'è ancora qualcosa di cui voglio parlare.

 

L'ultima storia d'amore che ho vissuto e che si è appena conclusa in modo così tragico per me è stata davvero, lei stessa, ampia come la mia vita intera, se non di più.

Tramite la connessione avvenuta con Eugene io ho decisamente spazzato via i limiti della mia conoscenza, sia dal punto di vista mentale che da quello sensoriale che da quello sentimentale.

L'unione tra noi è stata di tale portata che mi ha condotto così profondamente dentro di me e altrettanto profondamente per le vie dell'infinito, accedendo a stadi dell'estasi, della memoria e della comunicazione telepatica che erano per me sconosciuti. Ed anche vedendo la realtà intorno a me mutare ed accordarsi ai nostri pensieri e sentimenti, udendo le canzoni cantare le parole appena scritte da noi, ammirando i colori del cielo e di nostra madre terra narrare il nostro vissuto.

Scoprendo le nostre parole, i nostri sogni onirici e le nostre realtà tessere una trama fittamente intrecciata.

Per lei ho scritto le mie cose più intense e vi è una immensa quantità di parole che giace non pubblicata, scritte per lei e con lei, che sono poesia pura.

A simbolo di ognuna di esse riporto qui un piccolo emblema che è stato più volte pubblicato ma che credo valga sempre la pena di rileggere.

E questo non perché l'ho scritto io ma perché è stato dettato da un sentimento d'amore che dovrebbe sempre vivere in ogni cuore.

È un capitolo del mio romanzo QUELLO CHE NON DICO A NESSUNO di cui trovate sul sito pubblicata una parte.

 

CAPITOLO VENTIQUATTRESIMO

 

LA DONNA CHE AMO

 

17 novembre 2010, 18;35

 

La donna che amo è immensa.

Non ha un volto perché di un volto non ha bisogno, dato che nessuna fattezza umana può racchiudere in angusti margini la sua bellezza.

Non ha una bocca, perché il suo bacio divorerebbe ogni fragile labbro e renderebbe muta ogni mobile lingua.

Non ha denti perché la neve non potrebbe che sciogliersi di fronte al candore dei suoi.

Non ha occhi perché non vi è oceano così profondo, non vi è fossa o vetta che raggiunga le infinite altitudini che si aprono all'ombra delle sue ciglia.

Non ha mani perché le sue sono di pioggia e sottili e dalle dita così affusolate che nessuna arpa o pianoforte potrebbe reggere alla grazia del suo tocco.

Non ha parole perché tutta la saggezza non le esprime, tutte le lingue dell'universo non le contengono, tutte le voci degli angeli non possono pronunciarle.

La donna che amo esiste e vive in me.

Io la cullo la notte come una madre assorta e tenera stringe a sé la creatura appena partorita dal suo ventre maturo..

Io veglio il suo sonno silenzioso come la luna, la giovane nube alla quale si impiglia.

Il ascolto il suo respiro delicato come ogni fronda, la brezza che rechi la promessa di una pioggia nella calura estiva.

Io accolgo il suo risveglio con i colori del cielo e del mare che fanno a gara per cangiare e risplendere in una rincorsa allo stupore e ogni angolo sopra i tetti, tra i rami e le rocce si spinge a cercare l'impossibile e il non contemplato per onorane il suo ingresso nel nuovo mattino.

Io accompagno ogni minuto del suo giorno come il canto gentile che nessuno strumento ha mai condiviso, perché l'aria non basta a contenere il mio amore per lei e ogni nota allarga lo spazio a lei intorno e lo moltiplica in rivoli e cascate di diamanti e gocce di platino.

Io tesso un'ode alla sua vita con ogni palpito del mio cuore ed ogni sollevarsi del mio petto, come filigrana antica ed ombreggiata dello sguardo dell'onice e della giada.

Perché lei è entrata dentro di me ed ha completato l'opera che iniziò mia madre.

Perché lei mi insegna la scrittura dell'amore come io fossi ingenua ed inesperta allieva al primo banco di scuola.

Perché lei apparecchia la tavola della mia mente con calici di ineffabile bevanda e cibi di squisito raro sapore come un'ancella devota e puntuale.

Perché lei affila il mio pensiero come la correggia felpata di cuoio di primo fiore la lucente lama del rasoio di Toledo.

Perché lei accende le mie carni come la fiamma la pineta resinosa in agosto, quando lo scirocco asciuga le forre nascoste ed ingiallisce l'erba sfinita dalla sete.

Perché lei spegne il mio rogo con la pace delle campagne che sotto la neve di gennaio accolgono il seme del grano per il pane dell'anno che verrà.

Perché lei completa la mia anima con quella parte che le fu strappata in un infinito lontano da un destino di dualismo, riunendo i lembi di una ferita che fino al suo venire sanguinava e bruciava intensamente e al tocco delle sue mani senza tempo si è chiusa lasciando solo un segno leggero a rammentare il destino che divide per riunire.

Perché non vi è uomo né Dio che possa e voglia ora dividere chi si è cercato per così tanto immenso spazio, percorrendo difficili e impervie strade di sassi e fango e ora non chiede altro alla vita di continuare a scorrere perché questo intero azzurro pianeta possa ascoltare sotto la volta del proprio orizzonte il limpido vibrato violino del nostro amore.

 

 

 

 

Ma in queste parole d'amore vi è una inesattezza.

Purtroppo vi è stato chi ha saputo dividere una così intensa unione.

Non voglio, dicendo questo, scaricare le mie colpe addosso ad altri.

Io ho fatto errori importanti con lei ma certo l'azione di alcune persone esterne a noi è stata basilare.

 

 

E qui interrompo quanto avevo cominciato a scrivere.

Mi accorgo che raccontare solo una parte di quella storia non è né possibile né giusto. Perché comunque tutto verrebbe ulteriormente travisato.

Eugene mi ha chiesto di non narrare di noi ed io ho promesso che non avrei scritto altro, oltre a ciò che lo era già stato .

Promessa che ho cercato di mantenere il più possibile.

Il fatto è che parlare di me senza parlare di quella storia non è più possibile, perché IO sono quella storia, IO sono quel dolore. IO sono quell'amore.

 

Volevo qui narrare di come tre persone si siano inserite tra me ed Eugene e abbiano potuto dividerci, tessendo malevole menzogne e manovre davvero squallide e subdole.

Persone che sono venute a me come amiche e sorelle, a cui ho dato tutta la mia fiducia il mio affetto ed anche tanto altro e che mi hanno tradito in modo così vile.

Ma non lo farò.

Questa ultima parte della mia vita resterà taciuta.

Ma di certo io non mi fiderò mai più di nessun essere umano.

Non amerò mai più nessuno.

Non sarò mai più amica di nessuno.

Alcune persone si sono salvate dal tremendo travaglio di quei giorni e sono ancora accanto a me e riscuotono la mia fiducia.

Sara, che, pur se geograficamente lontana, mi è accanto con il suo grande affetto, mi sostiene e mi aiuta con le sue lunghe telefonate.

Ale, che non sta affatto bene, purtroppo per lei, ma comunque è sempre disponibile, se ho bisogno.

Maietta, che resta una carissima amica e sorella di cui mi fido.

Poi vi sono altre due o tre persone con le quali ho amicizie e sorellanze telefoniche.

Per il resto io ho chiuso con gli esseri umani a livello personale.

 

E allora perché scrivo sul web e per giunta ho appena terminato questo lunghissimo racconto della mia vita?

Perché una voce interiore mi dice di farlo.

Non ho pace.

Negli ultimi mesi, da settembre, ho dipinto una cinquantina di ritratti digitali ed altre piccole opere.

Ho scritto svariate poesie.

Ho scritto il testo di dodici canzoni adattando le musiche, cantandole ed incidendo un cd.

Ed ora questa lunghissima autobiografia buttata giù in assai pochi giorni.

Non ho pace, non ho tregua, non ho riposo.

C'è questo mio padrone interiore che mi spinge a scrivere a creare. Per quanto io sia stanca addolorata e dolente, anzi, più io sono stanca addolorata e dolente, più dico basta a tutto e a tutti e più a tutti porto le mie piccole opere.

 

E quindi a questo punto desidero fare ancora qualche considerazione.

 

In questi giorni ho riflettuto di nuovo a lungo su quanto le insidie sessuali ricevute dal mio parroco mi abbiano profondamente segnato la vita.

Per sei lunghi anni, a parte i mesi estivi, ogni giorno lui mi metteva le mani addosso e mi parlava di sesso.

A sette anni già sapevo tutto quello che può vavenire tra un uomo ed una donna. Mi aveva raccontato come una donna potesse prendere in bocca un pene oppure nell'ano. Mi aveva spiegato come fare a masturbarmi.

E le sue manovre erano tali e tale il suo desiderio che io trascorrevo le mie giornate sempre iper eccitata, sfogandomi poi come potevo.

Certo a quella età si provano curiosità e prime sensazioni ma è totalmente anormale e mostruoso far vivere una bambina, che in quei giorni dovrebbe formare il suo carattere nell'amore e nella serenità, ogni giorno con quella enorme sovreccitazione addosso.

Io sentivo il suo desiderio, come sentivo anche il suo senso di colpa. Come sentivo quanto si odiasse per quello che stava facendo. Come sentivo il suo dolore di bambino che certo era stato fatto oggetto di altre e tali insidie.

 

SIAMO VITTIME DI VITTIME

 

Certo il mio sistema nervoso ha sviluppato una forte dipendenza verso il sesso. Cosa che ha accompagnato tutta la mia vita.

Non avendo poi conosciuto neppure l'amore dei miei genitori e di mio fratello, è comprensibile come io, da adulta, non abbia saputo distinguere tra chi mi volesse bene e chi invece solo godesse del mio dolore o approfittasse di me, dato che quello mi è sempre stato fatto, cioè dell'approfittarsi di me.

Come mi è stato tolto ogni senso del pudore ed ogni possibilità di distinguere tra la purezza e l'aberrazione, dato che l'aberrazione è venuta a me travestita della purezza della religione.

Ho dovuto vagare a lungo per le strade delle esperienze più svariate prima di giungere a conoscere chi ero e cosa volevo. E poi, alla fine, la differenza tra l'amore ed il sesso, tra l'amore vero e quello millantato.

Ora posso dire di saper distinguere il bene dal male, tanto è vero che ho messo tutti fuori dalla mia vita.

 

Ma ciò che aggravò immensamente il danno ricevuto dal sacerdote, fu che i miei genitori non mi dissero mai neppure una parola, quando vennero a conoscenza dell'accaduto e oggi mi chiedo come abbiano potuto non andare a spaccargli la faccia, a quello, come abbiano potuto non preoccuparsi per me, portarmi da uno psicologo, fare qualsiasi cosa....

Quando io ho visto i miei figli soffrire ho parlato loro o almeno ho cercato di farlo. Ed ho proposto loro aiuti esterni.

Ma se avessi saputo che un uomo aveva messo le mani addosso ad uno di loro io l'avrei ucciso. Non sarei stata capace di non correre da lui come una furia e fargli pagare quello che aveva fatto.

Nel mio caso, invece, nessuno ha avuto una reazione, nessuno mi disse nulla.

Anzi, parlando qualche anno fa con mia madre mi sono resa conto che lei si era completamente dimenticata di quello. Come non fosse mai accaduto.

 

Mi rendo conto che qui è necessario che voi leggiate quanto io scrissi in quell'estate del 2008 quando, nel centro di accoglienza, riemerse il ricordo di quanto avevo subito.

Non avevo mai dimenticato il fatto, no. Semplicemente mi ero sempre comportata come tutto fosse stato normalissimo. E non ne avevo parlato più con nessuno, né parenti né amici né mariti o compagni.

Quel giorno tutto riemerse con violenza ed io scrissi quello e che è diventato un capitolo di IO NON SONO DI QUI.

 

CAPITOLO QUINTO

 

 

Don Emidio

 

 

Il mio mostro…

 

Oggi sono l’abbandono.

La voce aspra della tua coscienza.

Il buco del tuo calzino.

Il dente cariato che cerchi di dimenticare ma che subdolo lavora di nascosto.

Oggi sono un tumore celato nella speranza.

Una breccia nel sorriso di un sistema perfetto.

L’afonia in un coro angelico.

Oggi sono il sasso che galleggia.

Il fiore che alimenta un brulichio di insetti schifosi.

Oggi io sono l’amore che divora.

La calura che toglie le forze.

Il miasma asfissiante da cui corre lontano chi ho amato e chi amo.

Oggi nego di esistere e di morire.

Oggi vivo per una stupida causalità che mi vuole matrice del mio stesso infinito dolore.

Che mi trasforma in un vuoto silenzioso, in un palcoscenico deserto su cui è calato il sipario.

 

Done, così lo chiamavamo tutti.

Era il parroco più amato dai bambini. Tutti gli correvamo incontro come al richiamo del flauto magico.

 

Era alto e dal bel viso solenne. La lunga tonaca nera ne snelliva la figura pingue. Sembrava non finire mai.

Ci tendeva le braccia come Gesù: sinite parvulos… E noi volavamo tra quelle braccia.

La sua voce tuonava dal pulpito.

Fine parlatore e pensatore, ammaliava. Le sue omelie erano racconti che ti penetravano nel cuore. Egli parlava a ognuno di noi in prima persona.

Ma sembrava che guardasse solo me. Amasse solo me. Vedesse solo me.

 

La parrocchia era la mia casa.

Lì si trovavano attività, svaghi, giochi, canti, studio, qualcuno che mi ascoltava, qualcuno che mi parlava, qualcuno a cui importava di me.

Tutti i pomeriggi dai sei agli undici anni io li ho passati in parrocchia. Il catechismo,poi il ping pong, il bigliardo, il bigliardino.

Era il paese dei balocchi.

 

C’era sempre qualcuno che passava di lì con cui giocare, parlare, o anche litigare.

Le favole di quel dio erano stupende.

Io studiavo e ricordavo ogni cosa. I nomi, i volti…

 

La chiesa era ben tenuta e riscaldata d’inverno, adorna della statua della Madonna che schiacciava il serpente, del grande quadro di San Lorenzo martire sulla graticola, delle candele accese, dell’altare con il tabernacolo sfavillante d’oro, di lini bianchissimi e di gigli.

Ovunque aleggiava l’odore acre dell’incenso.

Mi perdevo tra le navate, fra le panche di legno con le targhette dei defunti ai quali erano state dedicate, fra i libretti delle preghiere distribuiti ognuno al loro posto.

 

Done suonava la pianola od organetto: non conosco il vero nome di quello strumento dai cento suoni diversi, che aveva un motore ma non le canne e che lui adoperava con maestria, senza bisogno di uno spartito.

Io avevo una voce che incantava: forte, pura, intonata e altissima. Una voce bianca, la principale del coro. Se fossi stata un maschio, il ruolo di chierichetto mi sarebbe calzato a pennello. Li invidiavo tantissimo, i chierichetti. Le loro tonache bianche fino a terra. I ricami di filo dorato. Le pianete, i calici, le ampolle. L’acqua e il vino, simboli di vita eterna. Peccato non poter diventare prete, le monache invece quasi le detestavo.

La domenica pomeriggio, alle due e mezzo, si andava al cinema. Filmoni mitici che ci trasportavano

fra i ghiacci dell’Alaska o in mezzo ai flutti degli oceani, sulla luna o all’inferno, nell’antica Roma

o nella Parigi ottocentesca, nel gelo innevato di Mosca o nelle praterie sconfinate del Far West.

Viaggiavamo ovunque, a piedi, a cavallo, vedeva mo tutto, scoprivamo tutto. Per una settimana intera

rivivevo dentro di me il film visto in attesa del prossimo. Cosa avrei vissuto? Dove sarei stata? La sala era sempre gremita, e si entrava con le liquirizie, le brustoline, i lupini.

 

E poi c’era l’Operetta, che si metteva in scena ogni anno, nel Cineteatro dietro la chiesa: noi bambini guidati da lui e una serie di ragazzi grandi che curavano tutta la messa in scena. Con i costumi e gli scenari, con l’orchestra vera che suonava nella sua fossa. Le prove duravano tutto l’inverno. Il sabato pomeriggio dopo il catechismo e ancora il mercoledì.

Io ero nel coro. Non sapevo assolutamente recitare, e non ho mai ottenuto ruoli da protagonista.

Solo qualche impacciata comparsa. Ma nel coro ero la colonna. Dopo la prima prova già sapevo a memoria quasi tutte le parole. E lui ci insegnava cantando con noi. Niente da leggere, né da studiare.

Ma io mi facevo dare il libretto e me lo leggevo avidamente. Alla seconda prova lo sapevo già a memoria.

Le rappresentazioni venivano replicate due o tre volte. L’eccitazione era altissima. E gli applausi scroscianti. Le caramelle gettate sul palco a noi che ci inchinavamo davanti al pubblico. Tutta quella festa per noi, attorno a noi. Solo ai miei sembrava non interessare per niente. Mi sa che non vennero mai a vedermi. Io non lo ricordo. Anzi, mia madre mi zittiva quando in casa intonavo a gran voce i cori e le parti soliste di canto per allenarmi. Così uscivo fuori e andavo a cantare dove non davo fastidio a nessuno…

 

Done non era una persona pulita.

La tonaca si rivelava, a un occhio attento, lisa in molti punti, e l’odore che emanava vagamente rancido.

I capelli neri, lustri di brillantina, sicuramente non erano lavati troppo spesso. E l’odore che si percepiva dentro le stanze private dei preti e delle loro perpetue era forte, quasi opprimente.

Loro erano sepolcri imbiancati.

Non ricordo quando lo fece la prima volta. So che lo fece molte volte. Moltissime.

E io pensavo: sì, sì, sono qui.

La sua era una violenza sottile. Proprio perché entrava in me nel nome di Dio e dell’amore. Le sue mani erano dappertutto in me. La sua voce era dovunque. Il suo respiro era l’aria che respiravo.

Si fermava lì, non fece mai altro che toccarmi. Ma anche se avesse fatto tutto quanto era in suo potere, non sarebbe stato diverso…

Lui succhiava il mio sangue…

Lui beveva la mia vita…

Lui rubava la mia luce…

Durante le confessioni, Done, chiuso nel confessionale, mi chiedeva sempre se mi fossi toccata e cos’altro avessi fatto, se avessi toccato qualcuno dei miei amichetti o dei miei cuginetti. Anzi, fu lui a insegnarmi come procurarmi piacere da sola o con altri. Fu lui a spiegarmi come nascevano i bambini, non mia madre o mio padre e lo fece che io avevo sei o sette anni.

Col viso appoggiato contro la grata, la voce bassa ed emozionata, gli raccontavo le mie prime avventure erotiche con i miei coetanei, cosa avevo fatto e quante volte, cosa avevo provato io e cosa avevano provato i bambini che giocavano con me a quei giochi carnali.

Lui mi faceva domande molto specifiche, anatomiche, e io rispondevo con precisione.

Sentivo il suo desiderio passare attraverso i buchi della grata.

Sentivo i suoi occhi forare il buio.

Sentivo una mano malvagia che si impossessava di me.

Da allora, il piacere e il dolore si sono mescolati dentro di me. Per sempre.

Lì, alla mensa di quel pane amaro e guasto, ho imparato cosa vale la mia vita.

Piacere e dolore.

 

I miei scoprirono tutto, tramite la confessione della mia amica Sandra, che viveva quello che stavo vivendo io, come penso tutte le altre bambine della parrocchia. I genitori di Sandra erano i migliori amici dei miei genitori e vivevano nell’appartamento sotto di noi.

Ma non fecero niente.

Ci fu solo un po’ di tensione. A me non chiesero nulla. Seppi tutto da lei, i loro discorsi e la loro decisione di non agire in nessuna maniera. A me, nessuno rivolse una parola. Confermando così quello che mi era stato insegnato e cioè che la mia vita valeva solo come piacere e dolore.

Continuammo a frequentare la chiesa. Avevo undici anni. Lui non mi molestò più.

Poi mio padre morì. E qualche anno dopo mi allontanai dalla parrocchia e dalla religione cattolica.

Troppi conti non tornavano nella mia mente.

 

Troppo presto la mia innocenza è stata profanata da mani scaturite dall’ombra.

Mi chiedo quanta forza io possegga veramente per vivere con questa ferita dentro.

Per riuscire a continuare ad amare, nonostante questo. Per avere il coraggio di guardare questo.

Ora. Qui.

Ho cinquantatre anni. Ma sono ancora quella bambina abbandonata e violata. Sono una piccola geisha venduta per paura. È un miracolo che io sia viva. Che io non faccia la prostituta. Che io non sia un’assassina. Che io non sia pervertita o pedofila. Che io non sia completamente folle, ma solo tanto, tanto. Senza arrivare fino in fondo.

Oggi penso che lui ha sbagliato, così come hanno sbagliato i miei genitori. Che non è stata colpa mia. Che io sono altro, molto altro.

Non so se riuscirò a dare un altro valore alla mia vita.

Lo faccio con il pensiero, ma i binari segnati a fuoco dentro di me, nel profondo, dove la mente non ha dominio, sono quelli.

So però che il mio prossimo amore non sarà dolore, ma solo piacere.

Altrimenti sarò io ad andarmene.

A chiudere la porta per prima e ad affermare che io non merito tutto quel dolore.

 

 

 

Ma anche quelle mie parole del 2008 si sono dimostrate esattamente sbagliate, perché l'amore che è venuto dopo è stato il compendio della bellezza e del dolore della mia vita.

 

Un giorno di molti anni fa, mentre ero ricoverata in una clinica psichiatrica, un dottore più umano e gentile degli altri mi disse queste parole:

' Signora, nessun bambino che vive quello che ha vissuto lei potrà mai essere un adulto felice. Mai.'

 

Allora io oggi penso:

E' quindi più che evidente che io sono una persona profondamente ammalata e sofferente.

Da quando ho cominciato a narrare di me è stato detto via via dalle persone che hanno avuto la sfortuna di condividere parte della loro vita con me, che io mento, che io falso la realtà raccontando e scrivendo solo quello che pare a me, che soffro di vittimismo, di mania di persecuzione. Che sono megalomane, malvagia, cattiva. Mi è stato detto che sono cattiveria allo stato puro.

Mi è stato detto che ho mentito ogni tentativo autolesionistico sia per fini pensionistici che per ricattare chi voleva allontanarsi da me e costringerlo a tornare sui suoi passi.

Mi è stato detto che fingo i miei malanni, che mento l'invalidità, che esagero, che non sto poi così male.

Mi è stato detto che sono isterica.

 

E allora vorrei, ora qui su queste pagine, dire una cosa molto importante a tutti coloro che mi leggono e tra cui di certo alcune delle persone che pensano di me quanto ho sopra descritto

 

Se io sono ammalata, se io non sono in grado di riconoscere la realtà, di riconoscere le vere intenzioni di una persona.

Se io mi creo una realtà mia per sopravvivere e quindi, facendo questo, dico cose errate ed ho razioni sbagliate, se insomma tutto il mio comportamento è frutto di una così grave sofferenza psicologica che ha portato la mia mente ad ammalarsi, ma perché, invece di inveire così aspramente contro di me non capite la mia sofferenza e la mia reale difficoltà?

Se una persona ammalata di cancro ad un polmone non può più andare a correre per strada e a lavorare, nessuno se la prende con lui, dicendogli che è CATTIVO o che mente ecc ecc.

C'è differenza c'è tra un cancro ad un polmone ad ed il cancro psicologico di cui è affetta la mia mente?

Se i miei comportamenti aberranti sono dovuti a questo mio cancro mentale, perché mi dite che sono cattiva?

Perché?

Perché invece non vedete quanto ho sofferto e soffro di tutto questo, quanto ho bisogno di aiuto e di amore e di comprensione e di dolcezza?

Di perdono e di pace?

 

Inoltre, voi, donne che ho amato e avete detto di avermi amato e vi siete avvicinate a me leggendo le mie parole ed il mio dolore, voi che in questo momento siete le mie principali detrattrici e nemiche, vi ricordo che io avevo raccontato tutto di me, avevo narrato dei miei tentativi di suicidio, delle mie gravi difficoltà, dei miei gorghi psicologici.

 

Perché allora siete venute a me dicendomi che mi avreste aiutato, sostenuto, amato, mostrato e donato l'amore che non avevo mai conosciuto ed avuto ed ora siete proprio voi a rivolgermi principalmente queste accuse?

Perché avete voluto amare ed aiutare una persona ammalata se non eravate in grado di sostenere i suoi comportamenti aberranti?

Vi siete e vi state comportando come chi andasse da un paraplegico e si offrisse di accompagnarlo a fare una passeggiata e poi si lamentasse con lui di dover spingere la carrozzella e si aspettasse che lui scendesse dalla carrozzella e cominciasse a correre. Anzi, voi avete fatto di più: vi siete aspettate chi io portassi in braccio voi!

 

Vi siete sbagliate? Non credevate che io fossi così stronza, difficile, cattiva?

Va bene, avete sopravvalutato le vostre capacità e possibilità.

Va bene, andatevene.

Ma comprendete, perdonate. Smettete di dire di me cose inesatte.

Dite di me che sono ammalata e mettete pace tra voi e me. In modo di trovare pace in voi stesse, di capire che io non ho tradito offeso o ferito voi perché volevo farlo, come voi dite, per pura cattiveria, ma perché io sono fatta così e non so agire diversamente.

Io soffro immensamente di questo.

Non ho un'ora di pace né di quiete.

E questo perché io sono collegata in modo empatico e telepatico con tutti quanti ma soprattutto con voi.

Perché sento continuamente dentro di me la vostra rabbia, il vostro livore, il vostro odio.

Perché voi leggete quanto scrivo e mentre lo fate pensate di me quelle brutte cose ed io sento le vostre parole amare e dure e violente e rabbiose nella mia mente.

 

Vi conoscete tutte fra voi e vi frequentate, in un modo o nell'altro. E so che parlate di me. So che mi pensate. So che nessuna di voi ha messo pace tra lei e me.

E tutto questo io lo sento nella mia carne. È una spada piantata nelle mie viscere.

 

Io non odio nessuno.

Io vi ho amato ed amo ancora, come amo altre persone che sono state nella mia vita.

Perché l'amore non muore.

È ovvio che è un amore diverso, quello che provo per le persone delle storie che si sono concluse da tempo. Mentre la ferita dell'ultima storia è ancora aperta e sanguinante ed il sentimento d'amore acceso e forte.

Io ho bisogno di trovare la quiete. Ho bisogno di sentire che avete capito, compreso la mia sofferenza e le motivazioni di certi miei comportamenti.

Io ho perdonato e perdono voi, i vostri errori, le vostre bugie, i vostri tradimenti, le vostre fughe. Ho capito che aver a che fare con me è cosa assai dura, per tantissimi motivi.

Io vi ho inviato ed invio pensieri e parole d'amore e di pace.

E se qui ho cercato di difendermi raccontando quanto ho vissuto, l'ho fatto non per offendere ed accusare voi, ma per narrare quello che si è svolto dentro e fuori di me, così come IO l'ho vissuto.

Non per accusare ed offendere ma per capire.

Perché anche voi capiate.

E allora perché non lo fate? Perché non capite?

 

A lungo ogni giorno piango.

Il mio futuro è assai incerto.

Ancora mi alzo da sola per andare in bagno e riesco a fare la doccia da sola, se pur con una immane fatica.

Ma sono due mesi che non esco di casa, neppure per andare con la carrozzella elettrica a fare una passeggiata al mare, perché sono troppo stanca e triste per farlo.

E vivo sola, con un'ora al giorno di assistenza. Null'altro.

Una assistenza che viene, sì, svolta con gentilezza ed amicizia ma che è subordinata alle mie decisioni ed alla mia supervisione.

Se io non dispongo di fare una cosa, quella non viene eseguita.

Ma se io sono così profondamente ammalata, come posso sapere di cosa ho bisogno e cosa posso fare per stare meglio?

Come può una persona estranea prendersi cura della mia vita, così complessa e dolorosa?

A mala pena riesce a fare le pulizie, gli acquisti e cucinare un pranzo.

Io non ho bisogno di estranei. Nessun estraneo può prendersi cura di me.

Solo la mia famiglia può farlo.

Ma per loro pure io sono cattiva. E non hanno altro denaro per me, - mia madre ed il mio ex marito mi versano un piccolo contributo mensile rispettivamente di 100 e 150 euro - non hanno tempo, non hanno pensieri per me.

 

E, infine ma assolutamente non per ultimo, solo la donna che amo può mettere fine a questo devastante dolore che è il suo odio dentro di me.

Come accade che solo le altre donne che ancora hanno una influenza nella mia vita possono averla in modo positivo e non negativo mettendo fine alle loro azioni e parole a me contrarie.

 

 

CONCLUSIONE..

 

UOMINI E DONNE ANCORA VIVENTI di cui parlo in questo mio doloroso rivivere ciò che è stato, qui non ci sono i vostri nomi ed il mio è un nome d'arte.

 

- Pochissime persone sanno chi voi siate realmente e che siete coinvolti con me. E questo è accaduto per lo più perché voi stesse avete rivelato ad altri il vostro ruolo.

Una volta è successo che una persona che aveva la mia fiducia l'abbia tradito rivelando ad altri la vostra identità di uno di voi con scopi di vendetta e tramando alle mie spalle per invidia e gelosia. E di questo sono profondamente dispiaciuta e chiedo scusa. Ma di questo sono io la prima ad essere vittima. Perché io volevo bene a quella persona, e molto. E così profondamente mi ha violato.

Io ho mostrato le foto di alcune di voi ad una mia amica e che però non sa i vostri nomi veri. E tranquillamente ha dimenticato un minuto dopo i vostri visi.

Poi ho mostrato ad un'altra amica la foto di una di voi. Ma anche in quel caso è una persona assolutamente fidata che non ha rivelato alcunché.

Ma credo che mostrare la foto della donna che si ama ad una amica del cuore sia un gesto d'amore e non di sfregio.

E forse anche in questo sbaglio. -

 

E ancora, tutti voi, amici, conoscenti ed illustri sconosciuti che avete letto questa storia, so che questo scritto è impegnativo e difficile.

So che forse vi sentirete chiamati in causa... e magari lo siete davvero.

Forse questo mio scrivere è una implicita richiesta d'aiuto.

Forse un j'accuse di fronte al mondo intero.

Forse un j'accuse di fronte a me stessa.

O di fronte al solo Dio, che so essere l'unico a conoscere il vero senso di tutto questo.

Mi scuso se ancora una volta vi ho offeso con il mio scrivere.

Ma il tempo ben presto oblierà il mio nome ed i vostri e nel grande calderone della storia umana queste mie parole non saranno altro che pochissimi granelli di sabbia.

Vi lascio con un abbraccio di pace e con i miei aforismi preferiti:

 

SO DI NON SAPERE

 

MEMENTO MORI

 

SIAMO POLVERE E POLVERE RITORNEREMO.

 

pace e luce nei vostri cuori e nelle vostre vite...


 

 

 

 

 

leggi di più 10 Commenti

ven

28

dic

2012

UNA BAMBINA CHIAMATA ARI - QUINDICESIMA PARTE

LA MIA AMICA......

 

QUINDICESIMA PARTE

 

Ripropongo ora qui, integralmente, l'ultimo capitolo del mio romanzo – diario IO NON SONO DI QUI, scritto ad aprile di questo lunghissimo eterno 2012.

 

Alcuni dei fatti di cui parlo sono stati spiegati e narrati meglio o per esteso in questa mia autobiografia. Quindi questo scritto è stato qui superato ed anche sconfessato, soprattutto nel punto in cui dichiaro che non avrei pubblicato questa mia autobiografia che allora avevo appena cominciato a redigere.

In un prossimo capitolo esaminerò le cause ed i motivi di questo sconfessare.

Quindi dopo questa quindicesima parte ne verrà scritta e pubblicata una sedicesima e molto probabilmente una diciassettesima, nelle quali narrerò alcuni accadimenti che nel momento in cui scrissi le pagine che sto per postare qui, non avevo intenzione di rendere pubbliche.

 

Dopo di che riprenderò tutto quanto scritto così in poco tempo, davvero solo una manciata di giorni, per rivederlo e aggiungervi man mano le parti già scritte in precedenza, riguardanti momenti della mia vita che qui narro in versione stringata.

 

La mia intenzione è quindi di proporre due versioni della mia autobiografia.

La prima, questa, UNA BAMBINA CHIAMATA ARI - un attimo corretta nella forma ma non ampliata nella sostanza - ed una seconda - IL VOLO DI ARI – che conterrà in ordine cronologico tutto quanto di autobiografico da me scritto in prosa ed anche pubblicato nei miei due libri.

È ovvio che la seconda autobiografia risulterà un'opera lunghissima di migliaia di pagine.

 

Però questo ultimo capitolo del mio romanzo – diario contiene il racconto di una fase così importante della mia vita, ed è un racconto così lucido ed essenziale, che io davvero non potrei riscrivere meglio.

Lo propongo quindi alla lettura così com'è ma ricordando di nuovo che UNA BAMBINA CHIAMATA ARI non termina con queste ultime parole, dato che nei prossimi giorni ancora narrerò diversi accadimenti a cui poi seguirà un compendio filosofico, diciamo cosi, di tutta questa opera.

 

 

CAPITOLO TRENTASEIESIMO

 

Ancora sangue, la Sardegna fino ad oggi, 6 aprile 2012.

 

 

Oggi, 26 giugno 2008, alle ore 9.40, io, Ari Inusuale, sono qui.

Alcune cose le ho, altre non le ho, ma posso fare in modo di averle e lo farò.

Altre non le posso avere e le lascerò andare.

Oggi è una buona giornata.

La rondine ferita è tornata al suo cielo.

Ancora il volo è lento e incerto.

Ancora la piccola ala nera le duole e si piega un poco.

Ancora il suo cuore batte affannoso per lo sforzo ma batte e combatte.

Ha ritrovato le sue mille, duemila, centomila compagne.

Ha ritrovato il nido del suo cuore, quello al quale la riportano i suoi sogni e garrisce felice, un poco mesta, un poco spaventata, ma con tutta la forza che ha.

Non sa quando morirà.

Sa che morirà e poi tornerà a volare.

Perché una rondine è nata per volare e vola.

 

 

5 aprile 2012

 

Il libro termina così.

Volutamente l'editore ha voluto fermarlo su una nota di speranza e di coraggio che quel giorno era nato dentro di me.

Ma quel germoglio durò assai poco.

La vita nel pio istituto era assai difficile per me che sono diventata una solitaria e non amo affatto la promiscuità. Inoltre stavo malissimo.

Cercai ancora aiuto economico dai miei, dato che con i 250 euro di pensione e spendendone 220 per la stanza, davvero non mi rimaneva neppure di che mangiare: trovai solo male parole e litigi.

Dana, con la quale avevo continuato a sentirmi, mi aiutò in qualche modo, ma di certo non poteva fare molto e neppure io lo volevo.

Venne a trovarmi, mi portò tele e colori. Uscimmo per un breve giro in macchina. La passione tra noi non si era sopita, ma come gestirla?

Credetti che se avessi recuperato una parvenza di vita forse avremmo ritrovato il nostro rapporto. Tornai alla carica presso i miei per un aiuto economico e quella volta mia madre e il mio ex marito si misero una mano sulla coscienza e mi concessero un mensile. Non era tantissimo, ma sempre meglio di nulla. Allora mi misi a cercare un piccolo appartamento sul litorale. Desideravo tornare al mare. Trovai qualcosa, ma non me lo concessero: le garanzie che potevo dare erano insufficienti. Mi rivolsi ad un altro paio di amiche per cercare aiuto, ma non trovai nulla.

Dana di nuovo mi tagliò fuori e per me fu troppo.

A fine agosto, non ricordo al data esatta, ma verso il 20, una notte a mezzanotte, quando tutte dormivano e non vi era più nessuno in giro, mi recai in bagno e sul lavandino mi recisi le vene del solito polso sinistro con il cutter, aiutandomi con l'acqua calda. Resistetti fino a che mi fu possibile. Quando stavo per svenire, con le ultime forze tornai in camera con il polso avvolto in una asciugamano e persi i sensi.

Mi trovò la mattina dopo la direttrice, forzando al porta. Erano oltre le nove. Ero in coma ed il letto era completamente intriso di sangue.

Ma mi svegliai anche quella volta.

Ho pochissimi ricordi, solo il volto rigato dalle lacrime della bella councelor quando mi svegliai e una caduta tremenda quando dopo alcuni gironi mi alzai dal letto, svenendo. Battei la testa procurandomi una larga ferita e mi diedero diversi punti.

Poi mi dimisero. Al centro di accoglienza mi dissero che me ne sarei dovuta andare da lì, perché era inammissibile per la loro mentalità ' cristiana ' quello che io avevo fatto e mi concessero tre giorni.

Non sapevo cosa fare e dove andare, non volevo tornare a casa dai ragazzi, erano troppo arrabbiati con me perché avevo tentato di nuovo il suicidio.

Accettai allora l'aiuto di Ale.

Ale è una mia ex compagna con la quale avevo avuto una convivenza qualche anno prima, ma della quale non ero mai stata innamorata. Ma un grande affetto ci legava ancora. Lei è sarda ma venne in Emilia assai giovane per lavoro con il marito e i due figli. Poi si separò e più tardi conobbe me. L'estate precedente era ritornata a vivere in Sardegna, nella casa dell'ex marito in un paesino di collina vicino a Sassari.

Da allora mi diceva: vieni da me, riproviamoci.

Così accettai.

Il primo settembre sbarcò con la sua Micra attraversò l'Italia e mi raggiunse. Io avevo racimolato un po' di denaro vendendo qualche quadro a compagne di fede. Con quello avevo comprato i biglietti per il viaggio, Ale versava in condizioni economiche peggiori delle mie, anche se sembrerebbe impossibile. Caricammo all'inverosimile la piccola auto, con tutti i miei pochi averi, ma i quadri tenevano molto posto: legammo anche il tavolo bianco di plastica della chiocciolina sul tetto.

Alle 22 ci incontrammo con Dana e Sara, una mia nuova amica del forum, che erano venute per salutarci.

Io fingevo una folle allegria, ma dentro di me gridavo disperatamente: non mandarmi via, Dana, non lo fare, non lo permettere. La guardavo come avessi voluto mangiarla con gli occhi. Non l'avrei rivista forse più.

Ma Dana non mi fermò.

Prima di salire sull'auto ci abbracciammo e lei mi baciò.

Cosa mise in quel bacio? Tutto quello che non avevamo avuto e che non avremmo avuto. Mi entrò se possibile ancora più dentro.

Poi si staccò da me e si allontanò.

Salii in macchina, viaggiammo tutta la notte, guidai con il sonno, poi le ore di attesa infinite al porto di Civitavecchia dove arrivammo alle 5 del mattino. La partenza alle 13, la traversata infinita. Ale si addormentò e dormì, io non avevo pace.

Arrivammo come Dio volle: la terra di Sardegna, che io avevo visitato in vacanza con Ale qualche anno prima, ci accolse: io presi foto, feci in modo che la sua bellezza naturale mi avvolgesse, ma sentii feroci dita che artigliavano il mio cuore: quello non era il posto mio, non mi ero trovata bene neppure in vacanza, una mentalità troppo lontana dalla mia, il randagismo, la sporcizia per le strade e nei luoghi naturali, la lingua incomprensibile, la chiusura dei abitanti di quella parte dell'isola. Non erano condizioni adatte a me, ma di necessità, virtù.

Iniziò così il mio esilio volontario.

La casa nella quale viveva Ale era piccola e malsana, tutta macchiata di nero alle pareti e non vi era l'ordine e la pulizia che io desideravo. Mi misi come una forsennata a recuperare una parvenza accettabile, appesi i miei quadri, lustrai, misi in ordine, ma il risultato fu assai scarso.

Cercai rifugio tra le braccia affettuose ed ancora innamorate di Ale, ma il mio cuore grondava dell'ultimo bacio di Dana.

Mi sentivo al telefono con Sara, che cercava di starmi vicina, a volte anche con Dana.

Nella polverosa dissestata e disordinata soffitta di quella casa era stata ricavata una stanzina davvero piccola, senza finestre. Portai il mio tavolo, la mia piccola scaffalatura, i miei libri il cavalletto i colori e mi rifugiavo lassù a dipingere e a piangere.

Ai primi di ottobre Dana mi telefonò e mi raccontò che lei e Sara si erano incontrate. Era nata una passione che fu consumata e lei me ne descrisse i particolari. Io avevo detto più volte a Sara di non farsi scrupolo e di accettare la corte che molto evidentemente Dana le stava facendo. Credevo che non mi avrebbe fatto male il saperle insieme. Ma così non fu.

Mi fece così male che non capii più nulla.

La notte presi una bottiglia di vino, feci razzia di tutti gli psicofarmaci che trovai, i miei, quelli di Ale e quelli di sua figlia che, affette entrambe di epilessia, assumevano medicinali molto pesanti: ne trovai una quantità ingentissima.

Quando Ale si addormentò, salii sopra e piangendo le ingurgitai tutte, scolando la bottiglia, adagiata nella poltrona. Poi chiusi gli occhi, sentendo il torpore salire e sorridendo andai incontro alla fine della mia vita disperata.

Ma all'improvviso qualcosa mi scosse: sentii una crisi convulsiva assalirmi, come quella che avevo avuto la volta del precedente tentativo di suicidio con i farmaci.

Da quel momento non ricordo altro che in qualche modo raggiunsi la camera da letto e svegliai Ale. Non so davvero come feci.

Lei si allarmò moltissimo e chiamò il 118. Pensarono avessi una crisi della mia malattia, la Sindrome delle gambe senza Riposo. Mi agitavo convulsamente. Mi imbottirono di Valium e mi ricoverarono in psichiatria, all'ospedale civile di Sassari pensando io fossi isterica. Mi legarono al letto di contenzione e giù altri psicofarmaci. Non mi fecero esami tossicologici. Rimasi legata a quel letto 12 ore, riportando ferite ai polsi ed alle caviglie che guarirono solo molto dopo. Poi caddi in coma. Ad Ale, che era venuta a vedere come stavo, dissero che dormivo e di non disturbarmi. Lei allora tornò a casa. Cercò il mio cellulare per telefonare a qualcuno di cui non aveva il numero, ma non lo trovò di sotto. Era rimasto sulla poltrona, dato che, mentre mandavo giù le ultime pillole avevo scritto un messaggio d'amore a Dana, senza però dichiararle le mie intenzioni suicide. Così Ale salì su, vincendo la sua paura per i topi e trovò, oltre al mio cellulare, le scatole vuote: capì. Mise tutti gli involucri in una busta e corse più velocemente che poté in ospedale, mostrando il suo ritrovamento. Io ero in coma profondo. Mi portarono in rianimazione, mi fecero una lavanda gastrica, del tutto inutile perché il mio stomaco era totalmente vuoto. L'elettroencefalogramma era quasi piatto, i medici dissero che non vi erano speranze. Dana allertò il forum nel quale io scrivevo chiedendo alle amiche preghiere per me, anche se, scrisse, sapeva che io non sarei stata contenta del loro tentativo di tenermi qui.

Il coma durò sei giorni. Io sorridevo. Ero finalmente nel luogo immacolato e dolcissimo dove avevo voluto così fortemente andare. Cori di angeli mi cullavano, tutto era perfetto e luminoso e puro.

Mi sveglia sorridendo. Vidi i volti raggianti di Ale e di Maietta che mi guardavano increduli: erano state chiamate per essermi accanto al mio miracoloso ed inatteso risveglio.

Sorrisi loro impulsivamente di rimando, poi mi resi conto che ero di nuovo viva, sulla terra.

Mi infuriai disperatamente.

Pur con tubi flebo e senza poter parlare piansi gridai senza voce, mi disperai. Non poteva essere vero, non poteva essere vero.

Ma era vero.

Mi tennero a lungo in psichiatria: feci fatica a riprendere a mangiare, avevo la gola devastata dall'intubazione selvaggia che mi era stata praticata, ero sconvolta distrutta furente furiosa.

Una psichiatra si impietosì di me e mi propose di aiutarmi. Mi disse che aveva bisogno di quadri per arredare il suo studio e mi commissionò alcune opere in cambio di sedute psicoanalitiche.

Ero viva, distrutta ma viva. Qualcosa dovevo fare.

Tornai a casa di Ale, ma davvero non potevo vivere tra quelle mura derelitte. Cercai un'altra casa e la trovai. Mia madre mi aveva aumentato il mensile, potevo pagare un affitto, entrammo nella nuova casa il 23 dicembre.

Inoltre la casa aveva bisogno di lavori agli infissi che versavano in pessime condizioni e la padrona di casa mi commissionò l'opera su mia proposta, offrendomi 600 euro, che accettai con grande gioia: era una casa assai grande su due piani più abbaino e cantina.

Lavorai disperatamente arrampicata sulla scala ad oltre 5 metri di altezza, dati i soffitti vertiginosi. Mi gettai in quella casa, fu un'ancora di salvezza. Dopo quattro mesi di lavoro era diventata bellissima. Avevo reso tutto perfetto, come mio solito, avevo riempito il balcone le stanze e l'abbaino di piante e fiori, facendone un piccolo giardino tra i tetti.

Lavoravo tutto il giorno, pulendo, cucinando per la famiglia, dipingendo.

Parlavo al telefono con Sara e un poco anche con Dana che mi convinse di pubblicare il mio diario.

Sapevo che sarei andata incontro a problemi con la mia famiglia, anche uscendo con uno pseudonimo, ma a qualche cosa mi dovevo aggrappare. Così trovai un editore che accettò la mia opera, ponendomi però la condizione di mettere in prosa le parti in poesia e di trasformare il tutto in un romanzo e così mi misi all'opera.

I mesi passavano. Ale era dovuta ritornare in continente ed andammo insieme, così salutai i miei figli e presi con me il mio amato cane, il mio caro Jerome, che, rivedendomi, impazzì di gioia per poi tenermi il broncio per diversi giorni.

La psicoterapia proseguiva, mentre io scavavo dentro di me e tiravo fuori tutto.

Il dolore era immenso, immenso immenso immenso............

Passeggiavo a lungo con Jerome, ogni sera, l'inverno passò. Facevo il fuoco nel camino che aveva anche un ampio forno per il pane dove cuocevo verdure e frutta. A primavera accolsi un povero cucciolone, che battezzai Spago per il suo essere sinuoso e filiforme. Avevo già da qualche tempo stretto amicizia con lui, aveva 6 o 7 mesi, gli davo del cibo, ma era randagio per il paese. Una notte lo massacrarono di botte per nessuna ragione al mondo oltre la cattiveria. Io lo sentii abbaiare e piangere disperatamente, era poco lontano dalla mia abitazione che dava sul corso del paesino, uscii di casa gridando e mettendo il fuga il vigliacco aggressore che, per sua fortuna, io non vidi e non scoprii mai. Cercai la povera bestiola, sapevo dove si sarebbe rifugiato perché lui stesso qualche sera prima mi aveva portato al suo ' nido ' ed infatti lì lo trovai, terrorizzato e dolorante, ferito, ammaccato ma vivo. Riuscii a convincerlo a venire con me e da allora è mio ospite, anche se per sua incapacità di adattarsi alla vita casalinga, ora vive nel giardino della vecchia casa dell'ex marito di Ale con altri due profughi salvati anch'essi da morte, ed io mi prendo cura di lui economicamente, mentre Ale fattivamente.

I giorni passavano, io piangevo, dipingevo, pregavo, parlavo con la psicologa una volta alla settimana, al telefono con Sara, ogni tanto con Dana.

L'amavo ancora disperatamente. Sentivo che lei stava soffrendo, la sognavo e nel sogno la baciavo l'abbracciavo, l'amavo. Il desiderio e la mancanza di lei mi esasperavano e dilaniavano.

Il rapporto con Ale stava entrando in crisi: ci avevo riprovato, ma non funzionava, per me: lei mi amava ed io mi sentivo in colpa nei suoi confronti, percepivo le sue aspettative che non potevo reggere. La vita quotidiana con i suoi figli era sempre più difficile, io troppo pignola, loro troppo trasandati. Spesso la rabbia esplodeva in litigi. A giugno Ale si fece una indigestione di pillole. Disse che fu un errore, ma io entrai in crisi ancora di più. L'avevo trovata esanime, la corsa in ospedale, la paura. Poi sensi di colpa su sensi di colpa.

Avevo allestito una galleria in casa, nell'entrata che era grandissima e tenevo aperto ma non veniva mai nessuno: dopo i primi giorni di curiosità nei quali avevo ricevuto visite imbarazzate di una decina di persone che esse stesse si dilettavano nella pittura, non venne più nessuno. Regalai anche un mio dipinto al sindaco, che non mi ringraziò neppure e che regalò a sua volta la mia opera, che evidentemente non era piaciuta, ad una delle assistenti sociali. Cominciai a ricevere dispetti: piante rotte o divelte, fiori distrutti, colpi contro la porta, una zanzariera strappata, furto di decorazioni natalizie, urina contro il portone d'ingresso, - ed era urina di uomo - feci in un sacchetto davanti al medesimo uscio - ed erano feci di uomo, o almeno di bestia umana - . Il mio rapporto con il popolo sardo davvero non era dei migliori. Avevo invitato il vicinato a visitare la mia piccola galleria, ma solo la vecchietta di fronte venne e fu l'unica a legare con me. Era una donna deliziosa e gentile, ma morì all'improvviso pochi mesi dopo. Io mi recai a salutarla nella sua camera dove era stata composta, ma di certo non feci quello che era nelle usanze, che non conoscevo. Seppi poi che fui criticata aspramente perché non ero andata in chiesa, al funerale ecc. ecc. e questo contribuì ad isolarmi ancor di più...

L'estate fu caldissima.

Io dormivo ogni notte sulla mia amaca , sistemata nell'abbaino pieno di fiori. Guardavo le stelle, le lune, i venti, le rondini al tramonto e all'alba, che correvano in circolo nella loro gazzarra aerea come alla casa di accoglienza. Piangevo, continuavo a piangere Dana. Il suo ultimo bacio mi rovistava dentro, mi accendeva, mi prosciugava.

Era un'arsura di lei.

Continuavo a fare migliorie alla casa, chiusi la tromba delle scale con un tramezzo di cartongesso che affrescai con colori acrilici, dipingendo una cascata tra il verde e i fiori.

Lavoravo al mio libro, dipingevo e parlavo al telefono con Sara: era l'unica accanto a me eccetto naturalmente Ale e Maietta, che ogni tanto mi veniva a prendere per portarmi a fare un giro in macchina o a casa sua.

In casa i litigi erano sempre più fitti, i problemi economici di Ale erano pressanti, il figlio ribelle e in aperto contrasto con me. Non ce la feci più e dissi ad Ale che dovevano andarsene, che volevo stare sola ed in pace, che quella era casa mia, che l'avevo messa a posto io, era il mio rifugio, che facessero quello che volevano, tornassero nella casa dell'ex marito, ma che mi rendessero la mia libertà.

Ero impazzita di rabbia, di disperazione, avevo bisogno di stare sola.

La povera Ale trovò aiuto dagli assistenti sociali che le trovarono casa e tutto il resto. Capì il mio stato, lo vedeva ogni momento, lo viveva, non si arrabbiò con me, non litigammo io e lei, non interrompemmo i rapporti. L'avevo aiutata tanto, anche economicamente, negli anni precedenti, quando la disgrazia non aveva ancora bussato drasticamente alla mia porta, ed anche nei mesi appena trascorsi, dato che molte delle spese comuni erano state sostenute da me con l'aiuto di mia madre e i proventi della cessione di qualche quadro sul forum, per questo si sentiva in debito nei miei confronti. Ma anche sapeva e vedeva quanto soffrissi..

Venne così dicembre ed ella fece trasloco nella nuova casa. Io avevo acquistato una cucina di seconda mano, vendendo qualche altro quadro, avevo prenotato un volo per passare il Natale con i miei figli e stavo preparando la casa ad accogliere Sara che sarebbe tornata insieme a me il 28 dicembre e si sarebbe trattenuta qualche giorno. Quello che provavo per lei era un amore quieto e dolce che mi aveva aiutato molto dal giorno del nostro incontro sul web, a maggio 2008, un amore che purtroppo lei non riusciva a ricambiare, ma che però mi ripagava con un affetto grande e una presenza costante, soprattutto la notte quando, libera dagli impegni di lavoro e di famiglia, stavamo lunghe ore a raccontarci i nostri rispettivi dolori e cammini spirituali.

Era il 23 dicembre, appena passata la mezzanotte. Lavoravo dalla mattina prestissimo e volevo che fosse tutto perfetto per accoglierla.

Avevo quasi finito, ma c'era quel gancio attaccato al soffitto che rovinava la mia opera pittorica murale sopra ed attorno al camino. Pensai allora di attaccarvi una grossa palla di panno che avevo comprato dai cinesi per pochi spiccioli e che era tutta colorata. Salii sulla scala, ero stanca ma talmente abituata a quell'attrezzo dato che vi avevo passato centinaia di ore nei mesi scorsi per accomodare finestre porte muri, e fu quella mancanza di paura che mi tradì: calcolai male la distanza, mi sporsi troppo e, dato che avevo posto una gamba di qua ed una di là ed ero in cima senza più alcun appoggio, precipitai giù.

Il colpo fu tremendo, il rumore del mio corpo che si schiantava rimbombò in tutta la casa e nel mio cervello.

Ma c'era un divanetto accanto al camino e caddi con la parte superiore del tronco su di esso, salvando così la testa. Sbattei invece fortemente le gambe per terra.

Rimasi ferma e pensai: questa volta l'ho fatta grossa.

Ascoltai il mio corpo, ma non sentii nessun dolore. Rimasi immobile ancora per un poco, poi cominciai a muovere lentamente prima le mani, poi i piedi poi le bracia le gambe la testa: tutto funzionava, non mi ero fatta nulla. Mi misi allora a sedere sul divano. Vidi una grossa ecchimosi sulla gamba destra che si stava inscurendo, ma altro non vidi ne sentii. Sorrisi tra me e me con sollievo e, ringraziando la mia ottima stella, risalii sulla scala per attaccare la famosa palla. Poi discesi, misi via quello che ancora era in mezzo e andai a dormire qualche ora prima della partenza: avevo il volo alle 6 circa.

Il viaggio fu un incubo: nevicò improvvisamente e l'aeroporto di Bologna dove dovevo atterrare fu chiuso. Mi dirottarono così su Siena, trattenendomi fino al giorno dopo, quando mi portarono a destinazione con un pullman. Nel frattempo, a botta fredda, il dolore del fortissimo colpo subito era venuto tutto fuori. E stavo malissimo

In evidente stato confusionale, non ricordo molto di quel viaggio, solo i soliti problemi con Betta, mia figlia minore per il mio stare al telefono e le mie recriminazioni nel constatare che loro non si erano curati affatto di stare con me neppure quei pochissimi giorni, dato che ci vedemmo solo qualche ora di sera. Ricordo un po' la traversata notturna sulle poltrone con Sara e la mia gamba che era gonfia e rossa violacea e mi faceva un male terribile, null'altro.

Quando lei ripartì io mi recai al pronto soccorso, ma mi rimandarono a casa con una cura antidolorifica, diagnosticandomi una lombosciatalgia: nella lastra non vi era nulla di rotto ed io mantenevo i riflessi ad entrambi gli arti.

Furono tre mesi terribili. Il dolore aumentava solo, le cure non sortivano nessun effetto. Tornai altre tre volte in ospedale, rimandata a casa ogni volta con cure più forti e la raccomandazione di continuare a muovermi. Io, testarda e cocciuta, facevo tutti i lavori, portavo a spasso i cani, ma ogni ora che passava era sempre più difficile, ormai mi strascinavo tra dolori lancinanti. Tornai in ospedale e l'ennesimo ortopedico che mi visitò, mi prescrisse una forte cura di cortisone e 15 giorni di assoluta immobilità.

Fra 15 giorni sarà come nuova, mi disse, dimettendomi.

Io tornai a casa e mi misi a letto, ma sapevo che da quel letto non mi sarei più alzata come prima.

Nel frattempo il mio libro, questo romanzo – diario IO NON SONO DI QUI, aveva visto le stampe ed il mio editore, divenuto mio amico, mi spingeva da diverse settimane a creare un account su FB, dicendo che era un luogo necessario per farmi conoscere e che il forum era un'area troppo ristretta.

Così quel giorno, dato che avevo di fronte a me 15 giorni di assoluta immobilità e qualcosa avrei dovuto fare per non impazzire, gli diedi retta e così nacque Arianna Amaducci su FB.

I 15 giorni passarono, ma non il dolore. Mi procurai una sedia a rotelle e scrissi su FB:

 

2 aprile 2010

 

 

 

La sedia a rotelle

 

Mi ci sono seduta.

Era tardi ormai, anche l’ultimo acquirente se ne era andato, portando con se un arto inferiore snodabile per sostituire il suo originale che era andato evidentemente perduto.

Il negozio di ortopedia era assorto nel silenzio dei suoi pallidi manichini indossanti cavigliere, ginocchiere, busti e scarpe speciali.. Bastoni, grucce, carrellini d’appoggio, deambulatori dichiaravano implicitamente la loro comprensione, il loro sostegno.

E lui, il proprietario di quel luogo di dolore e miracoli, pallido come i suoi manichini, alto, col viso magro e appuntito dal

naso fine, rivolto verso il basso, lungo il quale scivolavano lentamente un paio di occhiali lustri e indefinibili, per venir

poi riportati al loro posto con un gesto meccanico ma accorato, mi stava accanto, lievemente ricurvo su di me,

con una attenzione lieve ma presente, cogliendo in pieno il mio sgomento e il mio dolore, filtrandolo attraverso lo staio del suo sorriso mesto.

 

La sedia mi ha accolto con un gemito – o era un gemito del mio cuore sanguinante, quello che ho sentito?- e le sue braccia d’acciaio hanno sancito un matrimonio definitivo, forse, inappellabile, forse, ma sicuramente presente ora.

 

Ora essa giace nel piccolo ingresso posteriore della mia casa, quello che dà sui vicoli, dove non ci sono scalini ed attende..

Attende che io decida e accetti di essere diventata un tir, un semi-articolato, una donna su ruote..

Aspetta che io trovi il coraggio di prenderla per le sue corna cromate e la vinca, girandole a terra il suo collo di leone poderoso perché si trasformi in mia amica, in mia preziosa collaboratrice e non in una condanna.

Io mi dichiaro innocente, vostro onore! “

Ma se questa gabbia di tela sarà da ora la mia libertà, sia la benvenuta, la benedetta.

 

 

Ma non riuscii a spingerla mai, quella sedia a rotelle, per le stradine e stradette sgarruppate e piene di buche di quel paesino, inoltre tutto in salita e discesa, ovviamente, e dovetti attendere il gennaio seguente per averne una elettrica che potesse ridarmi una parvenza di indipendenza.

Cercai e trovai una collaboratrice familiare che si prendesse cura delle mia necessità e per molti mesi la pagai di tasca mia, solo a settembre il comune si fece carico delle mie necessità e mi diede gratuitamente un aiuto domestico per 6 ore settimanali.

Il dolore non passava, il cortisone gli antidolorifici, gli antiinfiammatori: acqua fresca.

Intanto il numero degli amici su FB cresceva molto velocemente: in quattro pochi mesi raggiunsi il tetto massimo di 5000 contatti: passavo le ore al pc, pubblicavo il mio diario, parlavo di me e di quello che provavo, poi i miei quadri e le mie poesie.. la presenza di quelle voci silenziose si era inserita nella mia vita ed era diventata indispensabile.

 

Andai a Modena a fare una prima presentazione del mio libro, ospite di amiche del forum e lì rividi Dana. Le avevo detto per telefono che l'avrei baciata davanti a tutte che le sarei saltata addosso, che so, la volevo spaventare, che so.. io stavo così male.. stavo troppo male. Ovviamente non lo feci....

Ero terrorizzata dall'idea di restare così tutta la vita.

Il mio corpo, abituato a muoversi tantissimo, ancora assai muscoloso e forte, ruggiva per l'obbligata immobilità. Non avevo pace né di giorno né di notte. Alternavo disperazioni profondissime e reazioni altrettanto forti, proclama di non resa. E intanto pensavo al suicidio, ancora e sempre.

Venne pasqua e Dana venne a passare qualche giorno in Sardegna, vicino a casa mia, ospite di una comune amica.

Venne a trovarmi, ma se ne stette lontana da me, guardandomi appena e stette a parlare tutto il tempo con Ale.

Mi chiesi perché fosse venuta.

Rivederla mi squarciò di nuovo.

Alla fine di aprile mi recai a fare la risonanza magnetica, ma la macchina non mi conteneva perché io ero più larga di lei. Questa cosa mi fece adirare in modo terribile: ma come, macchinari così costosi e come era possibile che una persona di poco più di cento chili, quindi non di trecento, non vi entrasse??????

Ma nulla da fare. Mi diedero un nuovo appuntamento per ottobre all'ospedale di Sassari dove vi era una macchina più capiente.

Furente scrissi la mia rabbia su FB e Vania, un mio contatto che lavorava all'ospedale di Sassari, ebbe pena di me e si adoperò per agevolare il ricovero che da mesi mi veniva negato.

Davvero se non si ha una conoscenza qui non si va da nessuna parte ed io conoscenze non ne avevo avute almeno fino a quel momento.

A maggio entrai in ospedale: furono dieci giorni assurdi, passati interamente sulla mia sedia a rotelle perché il letto era una fossa delle marianne e la mia povera schiena assolutamente non lo reggeva. In una camera con povere ammalate allettate, quindi in condizioni di promiscuità assurde. Ma in qualche modo resistei fino alla risonanza ed al suo referto che non arrivava mai.

Appena ebbi il dischetto mi dimisi, sfinita, ma in tempo per farlo vedere ai neurologi del piano superiore che mi prospettarono una triste realtà.

Le lesioni alla colonna e le ernie erano tali che io non ero operabile e non sarei mai più tornata normale. Inoltre una artrosi deformante degenerativa, scatenata anch'essa dalla caduta, avrebbe reso il mio decorso peggiorativo, con assoluta certezza.

Quello che in cuor mio io sapevo dal giorno dopo della caduta era l'effettiva irreversibile realtà.

La disperazione mi prese.

A giugno ebbi una crisi micidiale. Resistei non so come all'alzarmi e a porre fine alla mia esistenza con il metodo infallibile che che tenevo pronto, celato nel comodino.

Decisi allora che avrei fatto qualcosa per cercare di migliorare le mie condizioni, che sarei dimagrita, che avrei smesso tutti gli psicofarmaci che stavo ancora prendendo, pur se in dosi ridotte, che avrei recuperato una serenità, che avrei cercato una compagna. Mi diedi la scadenza di un anno: se alla fine di quel lasso di tempo la mia vita non fosse stata risolta io avrei salutato questa valle di lacrime definitivamente e nulla e nessuno avrebbe potuto fermarmi perché avevo individuato un metodo sicuro al cento per cento, quello che che tenevo nel comodino: una dose tripla di veleno per topi, al quale era impossibile sopravvivere dopo sei ora dalla assunzione perché il processo di disgregazione delle cellule del sangue sarebbe stato irreversibile e quindi avrebbe resistito a qualsiasi rianimazione in extremis.

Mi misi allora a dieta e comincia la ricerca su internet della mia compagna, dato che Sara si riteneva solo una amica, ma gli incontri che feci si rivelarono tutti delle tragicommedie.

Alla fine di maggio mi recai a Bari per una presentazione del mio libro e l'esposizione di alcuni miei dipinti, ospite di una mia amica di FB, Cris, con la quale avevo legato molto bene.

A Bari scese per conoscermi una bellissima ed assai giovane ragazza che mi aveva conosciuto su FB, che si era invaghita di me e che io avevo battezzato Sheeva .

Passammo la notte assieme.

Non avevo più fatto l'amore se non qualche tentativo assai poco riuscito con Ale e neppure sapevo come avrebbe reagito il mio corpo così dolente.

Ma non bisogna essere dei ginnasti quando la passione accende. L'incontro con lei fu bellissimo.

Ma neppure lei risultò essere libera. Mi aveva detto che si era lasciata con la sua ultima lei da qualche mese, ma ciò non rispondeva a realtà, perché loro erano ancora in contatto e la ex era assai agguerrita.

Io spinsi Sheeva via da me: avevo giurato a me stessa che mai più avrei avuto un rapporto con una donna non libera ed ero certa che così sarebbe stato, ma non sapevo che tiro mancino il destino stava preparandomi e che era già in atto, seppure io lo ignorassi completamente.

Così rifiutai la bella danzatrice del ventre bionda e con due azzurri laghi al posto degli occhi che per una notte aveva riacceso la mia vita, lo feci facendomi odiare, facendo maltrattare, facendomi tanto male, ma lo feci.

Tornata da Bari presentai il mio libro in una grossa libreria nel centro di Sassari. Fu bellissimo, io recitai le parti scelte con una accorata enfasi. L'amore per Dana era intatto nel mio cuore. Fu ricoperta di applausi dalla cinquantina di presenti. Ma di libri ne furono comprati solo tre. Fino ad allora anche nelle altre presentazioni non se ne erano vendute che poche copie, tutte quelle che erano state cedute erano state comprate dalle amiche del forum e di FB. Due mie benefattrici me ne avevano regalato, comprandole dall'editore, 300 copie, che sono, più o meno, tutte quelle che sono andate per il mondo fino a questo momento. Mi resi conto che di certo il mio libro non mi avrebbe arricchito, ma ugualmente alla fine di agosto venne dato alle stampe la mia seconda opera, una raccolta di racconti autobiografici a cui diedi il titolo di Kaiki ed altre novelle. Di questo mio libro ne sono andate una 60ina di copie circa. Di certo vivere con la letteratura non è cosa così facile e da tutti.

A giugno incontrai, sempre su FB, Vanessa che mi chiese in moglie, immediatamente presa da me. Io accettai un po' per gioco, un po' per speranza e ci sposammo pubblicamente sulla mia bacheca, ricevendo una valanga di auguri, ma in tre giorni tutto finì: lei non era quello che aveva dichiarato di essere, mi aveva riempito di bugie.

 

Stavo dimagrendo ma il dolore restava invariato. E la disperazione anche. FB era tutta la mia vita, assieme alle telefonate di Sara.

A fine giugno mi recai ad Ariccia per una presentazione del mio libro e rividi Dana. La sua freddezza mi fece tanto male.

A luglio venne a trovarmi Sara e qualcosa sembrò cambiare per lei. Io ero ebbra di felicità, ma Sara se ne andò troppo presto, dopo pochi giorni e a casa ripiombò nelle sue crisi. Non mi amava, non mi amava. Vennero allora Saura e Lu ed altri due o tre contatti più fuggevoli ma, nulla.. … erano scintille che si spegnevano affogate in storie assurde.....

 

A luglio fui ricoverata all'ospedale di Ozieri, perché all'improvviso ebbi dei grossi problemi alle braccia, al collo alla testa. Una serie di parestesie al viso alle braccia alle spalle alle mani mi assalirono e da allora non sono mai passate: quelle parti del mio corpo sono sempre come peste e tramortite, friggono informicolite e una mano mi tira da dentro gli angoli della bocca del naso e degli occhi. Il mal di testa si alzò notevolmente di tono e divenne perenne.

Mi furono eseguiti tutta una serie di accertamenti ed una risonanza magnetica a tutta la colonna, dato che la prima volta mi era stata fatta solo alla zona lombo sacrale. De essa e da altre radiografie risultò che il mio bacino era crollato dalla parte destra di più di un centimetro, che avevo discopatia anche alla zona dorsale con numerose ernie e che la mia cervicale era assai compromessa, pur se non vi erano ernie. Fui dimessa 15 giorni dopo un ricovero in un caldo insopportabile chiusa in una stanzuccia arroventata senza aria condizionata con il collare fisso per 40 giorni.

E il morale distrutto.

Chiesi un letto ortopedico per stare meglio, dato che non avevo pace, ma mi fu rifiutato perché il medico che mi aveva in cura nel reparto di neurologia mi disse che se mi fossi messa a letto non mi sarei alzata mai più.

Devo dire che aveva ragione: ora il letto me lo sono comprato, ma almeno ho un posto dove giacere con una relativa pace. È vero che ora mi alzo pochissimo, ma anche allora stavo sempre a letto, con il risultato che però soffrivo molto di più. E se adesso il dolore è quasi insopportabile, prima era da impazzire.

Cominciai una cura di infiltrazioni in un paesino a distanza di 50 chilometri dal mio, prima infiltrazioni di ozono, poi di cortisone ed antidolorifici e mangiai una quantità industriale di costosissime pillole che avrebbero dovuto farmi bene, ma nulla fece effetto.

Alla fine la dottoressa algologa che si era presa cura di me con grande umanità e gentilezza, mi prescrisse l'oppiaceo, dato che non aveva più risorse.

E a tutt'oggi l'oppiaceo è l'unico medicinale che riesce a portare la mia sofferenza continua 24 ore su 24 ad una soglia sopportabile.

Ma i giorni erano e sono lunghissimi.

 

Arrivò agosto e Sara mi stupì. Io avevo cominciato a scrivere il mio terzo romanzo: Quello che non dico a nessuno, che terminai qualche mese dopo e che non pubblicherò mai.

Il titolo rende abbastanza chiaro il taglio del mio raccontare: avevo cominciato a narrare di quella parte intima che era la mia avventura, la mia vita erotica, il complesso processo che mi aveva portato alla omosessualità, il duro lavoro di accettazione, la mia vita sentimentale inusuale ed anche scandalosa, se guardata con un occhio tradizionalista.

Scrivevo fino all'esaurimento delle forze, come sotto dettatura, troppe cose urgevano, come se poi non fossi stata più in grado di raccontarle ed in effetti sarebbe stato proprio così.

Scrivevo e poi leggevo a lei e questo ci unì e risvegliò in lei quel sentimento di amore che io avevo sempre intravisto tra i suoi no. Mi trovavo assai male in Sardegna e cominciammo a parlare di tornare in continente, magari a vivere in un qualche paese non troppo lontano da lei, forse a metà strada tra lei e i miei figli, in modo da poter ricevere agevolmente le visite di tutti.

Ma il fato ha i suoi piani e non si cura dei nostri.

Agli inizi di settembre ebbi uno stranissimo presentimento e scrissi nella mia bacheca: Qualcosa succederà. Devo aver paura?

Il 19 settembre la donna che io ho battezzato Eugenie mi telefonò per la prima volta e il 21 dello stesso mese ci trovammo indistricabilmente unite da una esperienza di eros astrale.

Tutto quello che era stato prima di lei, compreso Sara e Dana, sparì all'incanto e da quel giorno esistette solo lei.

Ed ancora è così.

Non narrerò molto di quella storia.

Solo che erano mesi che io e lei ci scrivevamo, che io non sapevo che lei fosse la compagna di quella Vania che mi aveva così gentilmente aiutato, che quando l'ho saputo era troppo tardi per staccarmi da lei. Che io e lei ci abbiamo provato in tutti i modi, a staccarci ed alla fine lei ci è riuscita.

Che io ho fatto di tutto perché questo non avvenisse, perché ogni volta che lei si è staccata da me, ed è successo innumerevoli volte nei 17 mesi della nostra storia, era come mi strappasse le viscere, come mi squartasse.

Per questa ragione ho fatto e detto di tutto per convincerla a stare con me, anche le ho fatto ricatti affettivi, certo, minacciando il suicidio e dichiarando che, come tutt'ora credo, quella nostra storia era il punto focale del nostro karma ed andava vissuta comunque.

Dirò solo che il 3 aprile dell'anno scorso, dopo quasi 7 mesi di un tira e molla micidiale, dopo che ci eravamo incontrate ed amate solo alla fine di dicembre – decisamente la fine di dicembre per me è assai impegnativa – ho ingurgitato quel famoso mezzo chilo di veleno per topi, rifiutando per tre giorni ogni cura, ma inutilmente, perché anche questa volta non sono riuscita a morire, anzi, non sono andata neppure in coma, tanto che è stato messo in dubbio la veridicità della assunzione da parte mia di quello, provata poi dagli esami del sangue, anche se inutilmente, poiché questo dubbio ha minato indelebilmente la sua fiducia nei miei confronti, facendole pensare al mio gesto come una manovra per fini pensionistici e per ricattarla.

Dirò solo che il 17 febbraio di questo maledetto 2012 lei si è staccata definitivamente da me.

 

Ma continuando la mia particolare storia di vita, ad ottobre 2010 accolsi presso di me Gine, cucciola di 50 giorni di meticcio simil bracchetto, di color fuliggine, da qui il suo nome che è per intero Fuliggine Amaducci, che da allora è la mia inseparabile ombra e fonte di amore irrefrenabile ed incontenibile.

A marzo 2011 ho cambiato casa e paesino di residenza trasferendomi in un residence a Sorso, in riva al mare, dove mi trovo molto bene anche se sono molto più isolata e ho spese molto più alte, per stare più vicina a lei, ad Eugenie, per avere la possibilità di incontrarci anche se solo ogni tanto, facendomi aiutare economicamente da mia madre ed acquistando anche una vecchia auto usata. Nell'amore di lei avevo ritrovato il coraggio di rimettermi al volante e pur se per brevi tratti, avevo ricominciato a guidare.

A giugno 2011 è morto il mio caro Jerome, a quasi 15 anni di età, minato da un tumore incurabile. Ciao, piccolo grande cane, grazie.

Ad agosto 2011 ho preso presso di me Bainjo, un gattino maschio europeo colour point, comunemente detto siamese, che è diventato amico indivisibile di Gine e mio, micione ora di quasi 4 chili, vivace e con lo sguardo di ghiaccio e dalla espressione agguerrita e nervosa.

A giugno 2011 finalmente sono stata dichiarata invalida civile al 100 per 100 con accompagnamento e legge 162 per gli aiuti domiciliari, che sono partiti solo a gennaio 2012 per un totale di 4 ore e mezza settimanali, aumentate ad aprile fino a 7 ore settimanali, della cui pensione ho ricevuto gli arretrati a settembre con i quali ho acquistato il letto ed altre cose di assoluta necessità.

A ottobre 2011 mi è stata sospesa la patente, che di certo non mi verrà mai più riconsegnata anche per i miei gravi problemi visivi che sono subentrati dopo l'ultimo rinnovo e che quindi ora sono appiedata definitivamente.

Che a gennaio 2012 mi è stata assegnata anche una seconda sedia a rotelle, dopo quella elettrica, questa volta manuale, che uso in casa e per gli spostamenti in macchina, dato che è pieghevole mentre l'altra no ed essendo ingombrante serve un furgone per caricarla.

 

 

Oggi è il 6 aprile da 55 minuti ed io scrivo da diverse ore.

Tante cose, troppe cose dovrei ancora raccontare, ho cominciato un mese fa a scrivere la mia autobiografia ed ora che ho finito la riedizione di questo Io non sono di qui, mi ci dedicherò.

La comporrò mettendo insieme tutto quanto già scritto in precedente, questo libro e gli altri due e scrivendo man mano che ricordo quello che non ho ancora narrato, ma non credo la pubblicherò, anzi, ne sono certa, perché ho deciso che voglio scrivere tutto quello che penso e sento, ma questo offenderebbe troppe persone ancora in vita. Per questo motivo la mia autobiografia sarà scritta e lasciata ai posteri, se ne vorranno avere un interesse, cosa che davvero non so..

Nel frattempo farò un sito web con la raccolta di tutti i miei scritti e le poesie e i quadri.

 

Il mio stato di salute che con l'amore di Eugenie aveva registrato un notevole miglioramento, pur se nei limiti di una vita a metà, ha segnato un repentino peggioramento. Vivo sempre a letto ma quando mi alzo sto sulle sedie a rotelle. Se prima riuscivo a portare Gine a fare i bisogni a piedi per una ventina di passi e poco più e per qualche minuto, ora non riesco più perché le gambe non mi reggono ed il dolore alla schiena diventa troppo forte. Ora non riesco più neppure a vestirmi da sola

Inoltre un grave problema polmonare mi è subentrato, che di certo mi porterà presto, ancora prima, spero, alla agognata fine di questa mia tragedia umana.

Ho qui narrato, in questo libro, un po' della mia infanzia, le parti salienti e dal 2007 ad aggi, anche se gli ultimi due anni possiedono narrazioni e scritti per migliaia di pagine, che restano, anch'esse, per i posteri, quando io sarò andata ed anche lei, oppure se e quando lei desidererà che questi scritti, in parte suoi, siano resi pubblici.

 

Ma qui non sono narrati gli anni della mia adolescenza terribile, della mia giovinezza difficile, della mia precocissima maternità, avevo 19 anni quando nacque la mia prima figlia, di quegli anni e poi della fine tribolata di quel matrimonio e del secondo, che fu per me una prova notevole.

Della nascita e dell'infanzia degli altri due figli, dell'inizio dei miei problemi economici che mi hanno portato alla povertà sulla cui soglia ancora orgogliosamente siedo, felice di appartenere alla schiera dei derelitti e non degli affamatori.

Dei miei primi problemi di salute, dell'inizio dei miei viaggi tra le dimensioni, della fine dolorosa e tribolata negli anni del secondo matrimonio, dei cinque anni seguenti di solitudine, della beffa atroce di Rodolfo, da me amatissimo e al quale non chiesi nulla, che tutto mi promise e in un giorno mi negò precipitandomi dall'altissimo nel quale mi aveva portato agli inferi, e tutto a causa del vil denaro.

Non ho narrato dei miei primi cinque tentativi di suicidio, di cui il primo a 12 anni, della mia ricerca della mia identità sessuale attraverso esperienze estreme e finalmente della luce che arrivò, unendo il mio cuore al mio corpo nell'amore di una giovanissima donna , Kiara, che ovviamente mi amò e mi gettò nell'arco di pochi mesi, lasciando un cordoglio che mai fu sopito se non da colei che fu ultima.

E neppure ho scritto di colei che venne dopo di questa giovanissima e che era schiava di droghe, che io tentai di salvare, che amai come mai avevo amato prima, ma che alla fine dovetti abbandonare al suo destino, scegliendo la mia vita alla schiavitù nella quale mi aveva gettato, non della droga che lei usava, ma della sua follia e di quella della sua famiglia. La lasciai quindi dopo due anni e lei pochi giorni dopo si gettò sotto un camion, in preda alla disperazione ed a quel mostro sintetico che era il suo padrone.

Non morì, ma perdette una gamba ed io ne fui separata allora con la forza e passai mesi e mesi a disperarmi in atroci sensi di colpa e a cercarla, ma quando poi la trovai e volli dedicarmi a lei, di nuovo la sua famiglia ci divise.

E non racconto della parentesi della storia con Ale che celò nel suo grembo la fine di quella con la giovanissima Kiara, che proprio la notte in cui io fui certa, dopo averla attesa per cinque anni, che sarebbe stata mia, mi tradì sotto i miei occhi con una di cui non le importava nulla e del dolore che questo scavò in me.

Non narro qui se non in parte dei 14 anni di cure psichiatriche. E dei successivi problemi di salute.

 

Ma soprattutto non narro delle sconvolgenti esperienze in dimensioni mai conosciute che ho condiviso con la mia Eugene.

Non narro di quanto io l'abbia amata e la ami tutt'ora, di come, di quante volte io l'abbia perduta e ritrovata, fino a perdere completamente la testa e non capire più nulla e non sapere più nulla e l'abbia perduta nel modo peggiore, senza neppure la sua comprensione ed il perdono dei miei errori.

 

Non esiste un oceano abbastanza grande per contenere le maree delle mie lacrime, di quelle che ho versato, che verso ogni giorno e che verserò.

Non esiste un infinito abbastanza grande per contenere il mio dolore di lei ed il mio rimpianto.

E soprattutto non esiste qualcosa di talmente vasto perché possa contenere il mio amore per lei, che non avrò più e non vedrò più, di cui non udrò più la voce e vedrò il colore degli occhio sentirò il tocco della mano.

 

Non vi è ora o minuto del giorno in cui io non dica a mia madre, ciò che gli umani chiamano morte, ma che io chiamo pace e luce, di venire a prendermi, che tanto ho dato, che troppo ho vissuto e che troppo soffro.

Io l'attendo, con fede, perché so che verrà, perché ella verrà e su questo non vi è nessun dubbio.

E se ogni donna, ogni uomo che io ho amato mi ha rifiutato e se anch'ella mi ha rifiutato più volte, io so che, come di certo non avrò gli abbracci che ho perso, per cominciare con quelli di mia madre e di mio padre per terminare con quelli di Dana ed Eugene, ebbene, io quell'abbraccio lo avrò.

E sarà l'unico che non perderò mai più.

Sarà quell'amore bianco che io avrò finalmente e per sempre.

 

Requiem.

Amen.

 

 

 

 

leggi di più 2 Commenti

gio

27

dic

2012

LA REGOLARE ARRABBIATURA DA: ' BUON NATALE '

LA SOSTANZA DELL'INFINITO - 2008 olio su tela 35x45

 

OGNI ANNO MI DICO CHE NON LO DEVO FARE..

 

che devo rispondere con gentilezza a chi mi fa gli auguri, che devo tacere la grande rabbia che mi sale dentro..

ma l'ipocrisia del  ' buon natale, siamo tutti più buoni' ogni anno mi fa arrabbiare teribilmente.

non siamo tutti più buoni, siamo tutti più stronzi, perchè pure ce la facciamo su, la nostra coscienza, con questa melensa favola natalizia dove impera solo il consumismo, neppure tanto travestito..

siamo gli stronzi di ieri, i cattivi, gli stupidi di ieri, i perdenti di domani.

con nulla dentro e fuori della nostra vita..

mentre il pianeta va a rotoli, esplode di ogni violenza e vigliaccheria, mentre i rapporti umani sono semrpe più falsi e squallidi.

mentre...

 

e voi potrete dire: parla per te!! io sono buono, io amo e sono amato, io non sono solo, io sto bene, per me la vita è bella...

 

allora sono felice per te, se puoi in tutta coscienza dire questo.

 

io, il giorno di natale ho pranzato con la mia assistente, che chiamo così, pomposamente, ma che è la mia badante, dato che io non sono autosufficiente.

e mi è andata bene, che è voluta venire, altrimenti sarei stata sola..

io vedo lei un'ora una volta al giorno. null'altro..

qualche volta ricevo qualche visita da qualcun altro..

tutto lì..

ma anche quelle visite non sono nulla perchè le persone che dovrebbero essere accanto a me, quelle che sole possono fare qualcosa per me e potrebbero sollevare in grande parte la sofferenza del mio cuore,  non ci sono.

nessuna di loro, per un motivo o per un altro.

 

colpa mia???

io sono ammalata.

nella mente e nel corpo.

da sempre, dalla nascita..sono nata ammalata..

tutti sono d'accordo.

ma poi, quando mi comporto come tale, tutti mi dicono che sono CATTIVA

mentre, quando cerco di non far pesare le mie varie infermità e di vivere come se fossi ' noomale', allora dicono che sono FALSA... che mento malattie e infermità ed invalidità..

 

queta è la mia rabbia post natalizia..

a che serve che io la racconti a voi? a nulla...

e infatti mi sto chiedendo perchè lo faccio...

e credo che smetterò..

mah...s pero poprio che non vedrò il prossimo natale..

e, a coloro che mi diranno: la vita è bella, non dire così, già rispondo: sarà bella per voi, e ne sono contenta.

per me non lo è affatto...affatto...

 

 

leggi di più 5 Commenti

gio

27

dic

2012

UNA BAMBINA CHIAMATA ARI - TREDICESIMA PARTE

IL MANDORLO DI MAURIZIA - 2007 olio su legno 45 x 55

 

TREDICESIMA PARTE

 

 

Di nuovo un ottobre a fare i conti con la fine di un sogno che come coprotagonista aveva visto Chiara. Ma quella volta avevo dalla mia parte la recitazione buddhista.

Mi chiesi perché. Non che non me lo fossi chiesto, prima di allora... eccome se lo avevo fatto. Lo avevo fatto continuamente ed in modo persino persecutorio. Qualche risposta parziale l'avevo anche trovata. Ma io desideravo sapere il perché totale, quello essenziale.

Quello che trovai, però, tra le maglie di un dolore che si rinnovava come un disco inceppato sulla medesima situazione, fu, ancora una volta, la voglia di vivere ed il bisogno impellente di amare.

Mi iscrissi ad un forum di donne lesbiche: il famoso Miss 777: mia figlia maggiore aveva aderito ad una offerta di un gestore telefonico ed ero riuscita ad inserirmi anche io ricevendo in uso di comodato un bellissimo telefonino con il quale, usato come modem e dopo avevo acceso un contratto molto economico, navigavo sul web piuttosto liberamente. Il computer, un vecchio pentium cinque, era stato acquistato quando ancora lavoravo per eseguire la fatturazione e, dato che aveva un valore di pochissimo conto, era riuscito a passare inosservato tra le maglie del disastro economico.

Ero completamente autodidatta, sia nell'uso del pc che del net ma, attuando un po' di tentativi, riuscivo più o meno sempre a portare a termine le azioni che mi interessavano.

Così trovai quel sito e mi iscrissi. Cominciai a frequentare il forum ed a pubblicarvi thread: quello che mi lanciò ben presto come una delle protagoniste di quella comunità virtuale fu : ' Amare per vivere, Vivere per amare ' , nel quale raccontavo molto a grandi linee la mia storia con Chiara, il mio dolore che ne derivava ed i miei annosi interrogativi.

Era chiaro che per me la vita senza amore non avesse nessun sapore, nessuna attrattiva ma non solo, diventasse assolutamente impossibile tanto che avevo fatto scelte scomode ed avevo avuto reazioni limite quando mi ero trovata ai bivi cruciali della mia esistenza. Era come se l'amore, che volta per volta si incarnava nella persona che suscitava in me quel sentimento vivificatore, fosse una droga senza la quale io andassi incontro a violente crisi di astinenza. Quindi, nelle mie elucubrazioni, avevo perfettamente capito che vivevo si, per amare ma non solo, amavo per poter vivere.

E questo faceva di me una amante meravigliosa quanto altrettanto impegnativa.

Infatti, man mano che il dolore per la fine così assurda ed inattesa della storia con Chiara si attenuava, la delusione e l'offesa che sentivo di aver ricevuto risvegliavano in me il desiderio di ricominciare. Dentro di me sentivo che altro mi attendeva, che ancora non era giunto il momento della resa.

Ripresi a frequentare il Cassero ed una sera conobbi Maurizia.

Assai bella, alta e snella, con i lunghi capelli corvini che le scendevano sulle spalle con aggraziate volute ed un viso che esprimeva bellezza dolcezza rabbia e solitudine nello stesso tempo, come stesse ponendo sul piatto del tavolo da gioco un rilancio ma nello stesso tempo sapesse che avrebbe comunque perduto.

Ci agganciammo subito.

La nostra storia durò cinque fine settimana nei quali io mi recai da lei, che abitava una deliziosa casetta tra le montagne alle spalle di Bologna, condivisa con un discreto numero di cani e gatti, che erano gli evidenti amori incondizionati della loro vita. Il luogo era bellissimo, praticamente disabitato e la primavera precoce di quell'anno in cui l'inverno fu decisamente latitante, già aveva ornato di una bianca esplosione il mandorlo che era a fianco della casa.

Ma che strano rapporto era il nostro! Se pur ci trovavamo assai bene nel parlare insieme, anche se lei metteva in discussione tutti i miei discorsi, dalla visione delle vite passate, alla filosofia e pratica buddista, al mio affermare che già l'amavo; pur se lei, quindi, non credeva ad una sola parola di quanto io le dicessi, però passavamo le ore parlando e bevendo birra. Sedute al tavolo della cucina mentre la luna faceva il suo corso notturno, svisceravamo a fondo ogni concetto, ogni postulato, lei rimanendo nelle sue posizione ed io nelle mie. Ma lo facevamo senza litigare od irritarci, pur se la discussione era piuttosto animata. Oppure lei mi raccontava della sua vita, che era stata di certo assai avventurosa, ed io le narravo della mia, trovando punti in comune tra i quali spiccava, su tutti, un aberrante rapporto con la madre.

Ma quando finalmente decidevamo di andarcene a dormire ed io cercavo di amarla, desiderandola e desiderando essere desiderata da lei, Maurizia, se non mi respingeva decisamente, rifiutando di baciarmi e di essere toccata, le volte che mi lasciava fare, restava immobile, senza provare nessun tipo di passione e piacere, cosa che non mi era assolutamente mai successa e che mi sconvolgeva profondamente.

Facemmo alcuni tentativi ma il risultato fu il medesimo, tanto che, alla fine, quando andavamo a dormire io mi limitavo ad abbracciarla e li, che mi volgeva le spalle, si addormentava così, senza altro aggiungere.

Inoltre era assai evidente la disparità di importanza che i nostri incontri avevano nelle nostre rispettive vite. Io non pensavo che a quando l'avrei rivista e sarei stata da lei, e ogni volta le portavo piccoli doni, libri da leggere, cd da ascoltare. La prima volta preparai tutta una apparecchiatura per la tavola, come se io e lei fossimo in un lussuoso ristorante, anziché a casa sua, e stessimo avendo una romantica cenetta al lume di candela.

Fu un gioco buffo e dolce allo stesso tempo, quando tolsi da dentro la capiente borsa di carta che avevo appoggiato sul tavolo, tovaglietta e tovaglioli, posate e bicchieri e una porta - candele con relativo lungo cero rosso – tutto era infatti in tono di blu e rosso ed acquistato appositamente per l'occasione e quindi nuovissimi - ed una bottiglia di Moet e Chandon, tenuta in fresco fino all'ultimo minuto disponibile.

Ovviamente per me quelle erano spese assai impegnative da sostenere, dato che non avevo un reddito preciso ma per Natale mia madre mi aveva regalato una piccola somma, tutta per me, dicendomi di non darla a mia figlia e di tenerla per le mie necessità personali e quindi riuscii a mettere in scena tutta la faccenda.

In tempi migliori avevo più volte offerto a Marika e a Chiara cenette intime e deliziose in qualche ristorantino di mia conoscenza, adatto alla bisogna. Quella volta, con Maurizia, giocai ad essere io il ristorante intero, dato che anche cucinai per lei, quella sera.

Quindi ogni mio pensiero e desiderio era rivolto a lei mentre lei ogni volta era incerta se darmi o meno il permesso di raggiungerla, adducendo motivi che a me suonavano solo ed esclusivamente come pretesti.

E poi era assai critica sul mio aspetto fisico, sia sulla mia mole, che sul colore dei capelli, - che lei stessa, un pomeriggio, mi tinse di rosso con l'hennè ravvivandone il colore, secondo lei troppo spento.

Mi diceva che ero brutta, grassa e che vestivo male. - cosa del tutto vera -

Persino trovava sgradevole i piccoli nevi che ho, soprattutto sulla guancia destra, e me lo disse con così pungente attenzione che io, ritornata a casa, presi subito l'appuntamento dal dermatologo della mutua e me ne feci asportare due, i più evidenti.

Anche quella volta l'anestesia funzionò in modo limitato e quando lui affondò il laser per bruciare la piccola escrescenza, una fitta dolorosissima si propagò per tutta l'innervatura del viso, del braccio e del tronco fino alla vita. Cosa che mi fece decidere che i rimanenti non erano poi così antiestetici.

Quando, verso la fine di gennaio, Maurizia mi chiese di non andare da lei per il fine settimana io decisi che era ora di mettere fine a tutto quanto, fra di noi. Che di certo lei non era innamorata di me né attratta come io lo ero di lei e, dato che mi ero giurata che mai più avrei elemosinato amore, la salutai con tristezza, piansi sopra a quell'altra storia naufragata un po' di giorni e poi rialzai la testa per guardarmi di nuovo intorno.

Con Maurizia mantenni un rapporto di strana amicizia che tra riavvicinamenti e mesi e mesi di silenzio, dura tutt'ora. Venne fuori poi, dopo diverso tempo, quando io ritornai a parlare di quello che era successo tra me e lei, che io non avevo assolutamente capito nulla. Che non era vero che io a lei non piacessi, tutt'altro. Che se veramente avesse pensato di me che ero brutta eccetera non me lo avrebbe mai detto. Mi disse che avevo avuto troppa fretta e che, se le avessi dato più tempo, di certo sarebbe stato piuttosto bello tra noi. Io, a quelle parole, rimasi piuttosto male e le chiesi la ragione per cui, quando io le comunicai la mia intenzione di rompere, lei non mi avesse spiegato meglio come stessero le cose.

La sua risposta fu che lo aveva fatto ma che io, semplicemente, non l'avevo ascoltata.

Ma se io non desideravo altro che Maurizia mi dimostrasse almeno un po' di interesse! Figurarsi che le avevo trovato un soprannome, con il quale la chiamavo sempre, riscuotendo la sua ilarità: lei era il mio ' ghiacciolo di legno '.

 

Beh, decisamente anche quella storia sottolinea il fatto che io e gli altri esseri umani non parliamo la stessa lingua.

 

Venne così il giorno del mio compleanno, primo febbraio 2007.

Ero molto triste e mi sentivo sola ma non finita tanto che decisi di farmi un regalo e misi un annuncio sulla relativa rubrica di Miss 777, con il quale cercavo una mia lei.

Non ricordo tutto il testo ma di certo rammento bene le prime parole: ' La mia porta è aperta '.

E di certo, quando si apre una porta, qualcuno entra.

Ciò che seguì è narrato piuttosto per esteso nel mio primo romanzo – diario IO NON SONO DI QUI, che trovate pubblicato per intero sul mio sito.

Infatti io scrissi un diario di quei mesi e da quello fu poi tratto il mio primo libro.

 

Perciò qui metterò solo un sunto stringatissimo dei fatti.

Dana entrò nella mia vita il 18 marzo con un messaggio privato su Miss 777, rispondendo ad un mio thread nel quale dicevo che il giorno dopo avrei subito un intervento agli occhi. Siccome anche lei soffriva di problemi oculistici, mi scrisse per darmi sostegno, dato che eravamo sulla stessa barca, proponendomi de remare insieme per un po' e di lasciar remare lei, qualora io fossi stata stanca.

Tra noi partì una immediata fortissima attrazione che si manifestò attraverso strani flussi di energia, come una scossa elettrica tra la mia mano e la sua, entrambe appoggiate allo schermo del proprio pc a più di cento chilometri di distanza. Inoltre se io la abbracciavo con il pensiero lei davvero si sentiva stringere da me, come io fossi stata lì. Due giorni dopo saltai su di un treno, senza neppure chiederle il permesso, per andare a conoscerla. Dopo un primo imbarazzo e senso di estraneità, incontrandoci, quando fummo nella sua auto, io le toccai la mano e tra noi si ripeté quello sconvolgente passaggio di energia che mi fece innamorare nell'immediato e completamente.

Lei aveva una storia da sei anni con un'altra donna sposata, Elisa ma costei, dopo un lunghissimo tira e molla, sprofondata nei sensi di colpa versa la propria famiglia, aveva detto a Dana che tra loro vi sarebbe stata solo una amicizia, da quel giorno in avanti.

Fu questo che aveva spinto Dana sul sito di Miss 777 e, leggendomi, a rispondermi.

Dana dunque era sposata, lavorava ed aveva una vita molto piena. La distanza tra noi avrebbe giocato un ruolo decisivo di allontanamento, per mancanza di tempo e di denaro atto a sostenere tutte quelle trasferte.

Proprio in quei giorni io avrei ricevuto una piccola soma di denaro, circa 2000 euro, che erano gli arretrati della pensione di invalidità civile che mi era stata concessa dopo che io, un anno prima, avevo presentato la domanda. Infatti da quel mese di marzo 2007 io percepisco una somma che ora ammonta a duecento sessanta euro mensili.

In casa con i miei figli la tensione era sempre maggiore: mia figlia continuava a sottolineare che stava mantenendo me e mio figlio, seppur io le devolvessi ogni mese la piccola cifra che mi dava mia madre. Mia figlia inoltre non sopportava più nulla di quanto io facessi, né una telefonata né il pc, nulla. Era un continuo rimbrotto, cosa che io assolutamente non reggevo più.

Pensai allora che avrei comprato una roulotte e che sarei andata a vivere in un campeggio in riva al mare, vicino a dove abitava Dana. Quello per i mesi estivi, poi, per quelli invernali, avrei trovato un'altra soluzione. E così feci.

Dana mi aiutò a trovare il campeggio giusto per lei, dato che per me erano perfettamente tutti adatti e validi ed il 17 aprile di quell'anno feci portare là la roulotte, battezzata Chiocciolina per l'inevitabile paragone con le bestioline da me tanto amate.

Mia figlia non apprezzò affatto quella mia scelta, dicendomi che ero una barbona e cose del genere, appoggiata e condivisa dagli altri figli. Anche mia madre non approvò e sospese il versamento mensile, cosa che aveva d'altronde già preventivato, dato l'arrivo della pensione di invalidità.

Ma io non cambiai idea: mi sentivo prigioniera in casa mia, mi sentivo un peso e poi volevo assolutamente poter vivere l'amore con Dana.

Fino a maggio fu un sogno: lei era innamorata ed affettuosa quanto me ed i nostri incontri erano deliri di passione e pura estasi.

Ma Elisa, accortasi di un cambiamento evidente in Dana e di un suo graduale allontanamento dal suo dispotico potere sull'altra, le disse all'improvviso che forse si era sbagliata, che forse l'amava davvero. Che aveva bisogno di un po' di tempo per decidere cosa fare del loro futuro.

Dana, folgorata da questo discorso che, di certo, le apriva di nuovo una possibilità su quanto aveva desiderato così fortemente e per lungo tempo, venne da me, mi comunicò la cosa e mi disse che tra noi era tutto finito.

E lì, a rimanere folgorata, fui io.

Ma come? Come era possibile tutto ciò? Dove era andato tutto il suo amore per me? Volatilizzato.

Alla mia evidente disperazione lei mi disse che avrebbe potuto continuare a vedermi, dato che ormai ero lì, - e beh, sì, avevo fatto una piccola scelta, per stare vicina a lei...... - ma che tra noi sarebbe stato solo sesso, che il nostro era un amore terminale e che non sarebbe stata in grado di dirmi fino a quando avrebbe retto il senso di colpa di tradire Elisa con me.

Io accetta, dato che non avevo un'altra possibilità. E quindi cominciò una delirante sequela di rotture e riprese della nostra storia che durò fino al tre di agosto.

Dana veniva da me, mi diceva che quello era il nostro ultimo incontro, facevamo l'amore con una passione sempre più travolgente e poi se ne andava sulle mie lacrime disperate, per poi ricomparire il giorno dopo o anche solo dopo alcune ore con un messaggio o una telefonata di risposta ai miei nei quali la supplicavo di tornare da me.

Perché io, senza Dana, mi sentivo morire.

La stessa dinamica si ripeté innumerevoli volte fino ad agosto, il tre, come sopra detto, quando lei sembrò decisa a rompere senza possibilità di ripensamenti. Dana ed Elisa erano state in vacanza insieme. L'altra le aveva detto che sì, l'amava, ma che non avrebbe mai abbandonato la famiglia, come invece aveva lasciato che si paventasse. Dana era rimasta un po' delusa, da questo ma il fatto che Elisa le avesse di nuovo dichiarato il suo amore, le bastava per sentirsi ancora una volta e definitivamente pronta a mollare me. Il fatto fu che Elisa, durante quella vacanza, concesse di nuovo il proprio corpo all'altra e questo aveva portato Dana a non aver più bisogno del sesso che le davo io, scaricandomi.

Per me fu impazzire e mi tagliai le vene. E qui mi sembra giusto riportare il capitolo di IO NON SONO DI QUI riguardante quel giorno.

 

CAPITOLO VENTESIMO

 

La bestia dentro

 

 

Rumori di gente, suoni.

Ed emergo dal sogno con la gioia di un incontro.

Sento la mia casa intorno a me che pulsa e la tua voce, come se mi facesse festa.

Mi sveglio col sorriso sulle labbra, preparata all’abbraccio e al bacio agognato… ma la crudele realtà mi avvolge, mi scuote e mi brutalizza.

Sono in ospedale.

La ferita al polso reciso piange come un’ala di rondine spezzata.

Lacrime asciugate sul mio viso, vinto dal sonno artificiale dei sedativi, mi bruciano sulla pelle riarsa.

Tu sei così lontana che non bastano tutti i tuoi voli a riportarti da me e io così smarrita che non c’è luna piena che possa mostrarmi la via.

Quello che mi resta è reclinare il capo tra le braccia e morire un

po’ di più ogni giorno.

 

Ieri ho firmato per la mia dismissione dall’ospedale e sono tornata nel mio rifugio.

Questa mattina alle 5.30, dato che non dormivo più da un pezzo neppure con il sonnifero, mi sono alzata per andare a risciacquare il bucato e stenderlo, spazzare le foglie e finire di mettere a posto i disastri che i miei soccorritori, che io ringrazio di cuore, hanno combinato nel mio giardino.

Sul cancellino rudimentale che fa accedere alla mia area c’era una chiocciolina.

Era giovane e tenera, con il bel guscio arrotolato su se stesso, lucido e

fresco; le sue piccole antenne erano tese e vibravano. Sembrava felice. Ho appoggiato una mano accanto a lei e quella dolce creatura vi è salita sopra, senza paura, toccandomi lievemente con i suoi peduncoli così mobili. Poi è scesa e ha continuato il suo cammino.

Io ho fatto tutti i miei lavori e mentre stavo spazzando dentro la veranda, spostando la poltrona del mio adorato cane, che è ancora dai miei figli e mi manca da morire, ho trovato un cumulo di terra sicuramente smossa di fresco.

Forse un topolino, ho pensato, ma data la mole di terra, con la quale ho riempito un grosso vaso, probabilmente si trattava di una talpa, perché la

galleria si inabissava sotto terra fuori dalla veranda per sparire nel profondo.

Allora nel mio cuore è sorto un ringraziamento per la mia piccola amica Corinne, la bimba della roulotte di fronte, che col suo intervento mi ha salvato la vita: le ho augurato ogni bene e felicità.

E anche a tutti quelli che in qualsiasi modo mi sono stati vicini e per quelli che non hanno voluto o non hanno potuto.

 

Ora sono molto stanca, ma sto bene.

 

Mentre scrivo, Cheryl Porter canta i suoi gospel. Non per ringraziare Dio che io sono ancora qui, ma perché voglio che la gioia della vita riempia il mio cuore.

 

Questa è la cronaca del mio tentato suicidio.

 

Quella mattina, era il 3 agosto 2007, una sola voce era nella mia mente.

 

E diceva: BASTA.

 

Ho preso la bici e il mio cane, ma per la strada, siccome lui non mi seguiva abbastanza celermente, l’ho lasciato andare, io che amo il mio cane come un figlio. Sono entrata in farmacia e ho comprato un flacone di soluzione glucosata, l’occorrente per fare una flebo e una siringa da 50 cc.

Poi di corsa a casa. Lungo la strada ho sentito Jerome che abbaiava.

Due ragazzi lo avevano trovato e lui mi aveva sentito arrivare: così l’ho ripreso con me.

Arrivata nella roulotte, ho appeso la glucosata al soffitto con un chiodino e ho preparato il tutto.

Mi sono praticata l’endovena.

L’ago era perfettamente in vena e il sangue defluiva regolarmente. Con la

grossa siringa, riempiendola volta per volta di aria, l’ho iniettata nello stantuffo che serve per aggiungere medicinali all’infusione. Ma l’aria non si immetteva nella vena. Io riprovavo e il sangue rifluiva, ma l’aria continuava a disperdersi nel sottocutaneo.

 

Così ho ripetuto l’operazione più volte, non ricordo quante, nelle braccia, nelle mani, in un piede, gonfiandomi d’aria. Ma anche se l’ago era in vena,

l’aria non ci entrava. Poi la valvola dell’ago si è otturata ed è diventata inservibile.

Allora ho deciso di tagliarmi le vene del polso sinistro.

 

Avevo una lametta di quelle per la depilazione femminile. Con le forbici ho tolto tutta la parte di plastica che impediva alla lama di entrare nella

mia carne. Mi sono sdraiata sul letto e ho piazzato una grossa quantità di carta da cucina per terra, per raccogliere il sangue, per non sporcare la mia amata Chiocciolina.

Poi ho cominciato a incidere.

Faceva un po’ male, ma era un dolore leggero, sottile, acuto come una voce bianca. Il sangue ha cominciato subito a scorrere. Io sorridevo e gli dicevo:

«Ecco, bravo, così, così».

Ma durava poco, poi si fermava. Allora io ancora incidevo, allargavo e approfondivo il taglio. Il sangue scorreva di nuovo e io lo incitavo. Ormai era un dolce filo rosso continuo che andava a inzuppare la carta. Io controllavo il flusso, aprendo e chiudendo il pugno. E piegando il polso per facilitare la fuoriuscita.

Ma ancora si fermava.

Allora, con il dito della mano destra, entravo nella ferita per rimuovere i

coaguli che impedivano al mio sangue di uscire e ancora tagliavo.

Faceva male, ma sorridevo.

Cominciavo a sentirmi stanca, sentivo la testa che mi girava e il cuore che lentamente si adagiava. E incitavo il mio sangue a scorrere via da me.

Poi, è risuonata una voce che diceva il mio nome,

Jerome si è messo ad abbaiare.

Ecco, penso, bravo figlio mio, non fare entrare nessuno. Ci sono quasi… ho

quasi finito.

Ma le voci incalzavano.

Allora con lo spigolo della lametta ho inciso più che ho potuto e lo zampillo è diventato un piccolo torrente.

A quel punto Jerome si è lasciato condurre via da Corinne e Massimo, il proprietario del campeggio, è potuto entrare.

Io avevo abbandonato il braccio a penzoloni giù dal letto e non sentivo più nulla.

Ero felice e serena.

Massimo ha esclamato: «No, mio Dio!»

Ha preso la cinghia della mia maschera subacquea e mi ha stretto il braccio fermando il poco sangue rimasto.

Poi ha chiamato l’ambulanza.

Io sentivo tutto, ma non c’ero più. I medici e i paramedici hanno detto

che ero incosciente, ma io sentivo tutto. Non vedevo, anche se aprivo gli occhi, ma sentivo.

Un gran affaccendarsi attorno a me…

Poi non sapevano come fare a farmi uscire dalla piccola porta della roulotte e parlavano di rompere tutto. Allora io ho detto: «Esco con le mie gambe». E la dottoressa che era china su di me ha assunto l’espressione di chi avesse appena visto un fantasma. Poi sono scesa dal letto, sorretta da non so quante persone e mi hanno caricato sull’ambulanza.

 

Il resto è banale storia di ordinaria follia.

 

La sera sono caduta e ho riportato un taglio in testa con commozione ed ematoma. Punti di sutura: quattro.

Al polso me ne hanno dati più di dieci. E, ancora, tutte le volte che cambio posizione la testa mi gira vorticosamente.

 

Dopo due giorni o tre, non ricordo, ho firmato per la dismissione dall’ospedale.

Prenderò i farmaci che mi hanno prescritto.

Ora sono a casa, nella mia chiocciolina: ho riparato i danni subiti dalla mia dimora, ho pulito e ho piantato nuovi fiori.

Sono abbastanza tranquilla, anche se ieri ho avuto una forte crisi di pianto, perché ancora mi ero illusa che lei potesse tornare da me.

 

Ora penso: Chi le parla? Chi le tiene compagnia? Chi farà l’amore con lei come solo io so fare? Chi scriverà poesie per lei? Chi la vedrà come l’essere più sublime e perfetto? Chi l’adorerà? Chi penserà a lei costantemente?

Chi sarà sempre accanto a lei? Chi le comprerà le sigarette? Chi vedrà accendersi una luce tutte le volte che poserà lo sguardo su di lei? Chi la troverà eccezionale, perfetta, spiritosa, intelligente, simpatica, originale, unica?

Chi l’amerà come l’ho amata io?

 

Io sono viva e vivrò. Ma chi le renderà il mio amore?

 

E mentre tentavo di morire ho sempre recitato, senza mai smettere un attimo, la preghiera Buddhista per accompagnare la mia vita nella nuova dimensione.

Non ho paura della morte.

Ora non ho neppure più paura della vita, perché ho davvero perso tutto

e non posso perdere più niente.

Se sono ancora qui ci sarà una ragione che prima o poi saprò riconoscere.

 

La notte è incalzante.

I miei pensieri come un sasso colpiscono lo stagno fermo della mia vita. Ma il sasso non fende l’acqua e non genera cerchi concentrici. La superficie resta immota, senza echi.

 

Dana, come una libellula in fuga, ha abbandonato la mia casa.

I polmoni si dilatano, il cuore imprime forza centrifuga al sangue che scorre portando ossigeno ai muscoli. Lo stomaco scioglie il cibo che

riceve, le orecchie sentono suoni diversi fra loro.

Gli occhi distinguono i colori, le membra mi sostengono. Le cellule metabolizzano ormoni e sostanze atte alla vita, le reni depurano le scorie. E il cervello è l’autorevole regista della messa in scena.

 

E io che faccio? Nulla.

 

Ascolto il tempo passare su di me e portarsi via uno a uno ogni attimo.

Felice di averne ogni volta uno in meno da trascorrere.

Vedo la bestia nera e violenta che alberga nel mio cuore. Non so da dove viene né in che modo io abbia potuto dotarla di tanta forza e virulenza. Vedo i suoi occhi d’ombra inghiottire ogni luce. La sua gola afona risucchiare ogni suono. Le sue orbite vuote annerire ogni colore.

 

Ma io sono lei? Lei è me?

No, non lo sono.

Io sono la manifestazione umana della legge che guida il cosmo, l’eterno flusso che accoglie e genera ogni espressione di vita. Nella luce si annida il buio, nel silenzio risuona la voce, nella felicità si cela la paura dell’oblio.

E questo è il motore dello svolgersi delle cose.

Questo è l’espediente dell’apparizione di ogni entità.

Io sono il buio? No. Io sono la luce che scaturisce dal buio.

 

Ti conosco, ora, bestia, demone, vita violata, offesa alla legge, karma.

Ancora una volta sei quasi riuscita a prevalere su di me, sulla mia preziosa unicità.

Ancora una volta ti sei vestita di abiti così eleganti, hai assunto parole così suadenti, hai scelto note così struggenti che in te io ho visto l’amore, la pace, il perdono a cui tendo.

L’abbraccio che sempre mi manca.

Ma c’è in me, anche quando tutto brucia come nel fondo dell’inferno più abissale, una terra pura, dove uomini e dei vivono felici e a proprio agio, si suonano tamburi celesti e piovono fiori profumati.

 

Il fuoco dell’inferno della sofferenza è un espediente perché io possa desiderare di vedere la pura terra della felicità assoluta.

Ora che al mio corpo si sono aggiunte altre cicatrici che mai scompariranno, ora che ho percorso ancora un miglio su sassi aguzzi che mi ferivano i piedi, ora che la mia vita si è spogliata ulteriormente di tutto ciò che avrebbe potuto distogliermi dalla luce, io vedo la pura entità luminosa che sono.

 

Qualche pietoso dio sconosciuto mi ha salvato, ha impedito che infliggessi questa offesa atroce alla mia vita.

 

E se la persona che io sono non ha avuto una madre, non ha avuto un padre, non ha avuto un fratello, non ha avuto un marito, non ha avuto un porto sicuro in cui approdare, ha comunque tutto ciò a cui anela dentro di sé, in un luogo dove nulla e nessuno può rubarglielo, dove niente può finire, dove nulla può mancare.

 

Io sono la dispensa dell’amore che cerco.

Devo solo aprire la porta e attingere a piene mani il cibo del cuore che mi nutre, senza più attendere chi non può arrivare.

Senza illudermi, senza sperare invano.

Vivendo ogni attimo per l’immenso valore del suo stesso essere, perché non torna, perché è mio, intessuto di me.

E senza di me non esiste perché io sono il metronomo che lo scandisce.

 

La bestia è violenta ma io, come un saggio pitagorico, l’ho domata con la melodia del mio flauto ed essa si accuccerà quieta ai miei piedi, dormendo al suono dell’eternità senza inizio e senza fine.

E la musica da me scolpita negli antri del dolore che illuminerà la via a me e a chi mi cammina accanto.

 

Riprendo la narrazione in diretta.

Ma certo quella luce che io vedevo quel giorno di tale terribile altalena tra la disperazione e la speranza era assai fioca ed intermittente, tanto che, quando il 14 di agosto, in risposta a quel famoso annuncio che contò più di cento richieste diverse di contatto, un'altra donna bussò a quella famosa porta chiedendo di entrare, io non seppi che dirle: ' Benvenuta! '.

 

 

leggi di più 0 Commenti

gio

27

dic

2012

UFFICIALMENTE IN LETARGO...

GINE SOTTO LA COPERTA....

 

COME VEDETE DALLA FOTO IO E GINE SIAMO UFFICIALMENTE IN LETARGO

 

a stento tengo gli occhi aperti..

ancora qualche linea di febbre ogni tanto viene a visitarmi...

ho scritto una nuova parte della mia autobiografia, praticamente dormendo..

ora la pubblico..

poi cercherò di rispondere alle notifiche ed ai vostri messaggio..

spero che voi siate più attivi di me ma, a giudicare dai pochi movimenti, credo sia una cosa generale...

 

allora, buon letargo a tutti...

leggi di più 0 Commenti

mer

26

dic

2012

UNA BAMBINA CHIAMATA ARI - DODICESIMA PARTE

NAUFRAGIO mio primo quadro 2006 olio su legno. 25 x 30

 

DODICESIMA PARTE


 

- Ciò che racconto qui di seguito è potrebbe essere

 ( se io lo scrivessi ) l'ultimo capitolo del romanzo interrotto   E TUTTO FU.... CHIARA -

 

Chiara deflagrò.

Mi chiese un incontro ed io corsi da lei, animata dalle più rosee ed accese speranze.

Nel suo appartamentino fuori Bologna lei preparò una pranzo, per me. Parlammo. Quanto parlammo.

Era diversa, dall'ultima volta che l'avevo incontrata, anche se, ovviamente, era sempre la stessa. Ma tre anni, alla sua età, segnano e mostrano cambiamenti notevoli.

La sua sconvolgente bellezza di bimba angelica e dannatrice aveva preso qualcosa di maggiormente conscio, più grave e profondo.

Come avrei voluto baciarla, amarla con tutta la tenera passione che bruciava in me! Ma la sua porta era decisamente chiusa. Pure se sembrava che ad ogni parola, ad ogni misurato sguardo, mi dicesse: ' Sto per aprirla, l'aprirò, stanne certa.'

Così rimasi ferma, allungando appena una mano per posarle una leggerissima carezza sulla sua, posata sulla tovaglia candida. E me ne tornai a casa, un poco mesta, - dopo aver sognato di trascorrere la notte con lei - ma con quella possibilità, quella quasi certezza rinsaldarsi dentro.

Certo, mi chiesi perché mi tenesse lontana, certo mi dissi che c'era qualcosa che non andava, nel suo comportamento: dopo tanto tempo passato – tre anni -, dopo che mi aveva ricercato, dopo che alludeva ad ogni parola, dopo che mi lasciava nei messaggi telefonici baci che non erano meno corporei che se non me li avesse concessi direttamente la sua bocca, perché allora ancora esitare?

Ma come far ragionare un cuore innamorato? Impossibile.

Quindi tre o quattro giorni dopo mi telefonò di nuovo e mi chiese a bruciapelo se volessi accompagnarla a fare un giro di acquisti.

Ed io di nuovo volai a Bologna e di nuovo me ne tornai a casa dopo aver trascorso anche tutta la serata con lei e non averla sfiorata neppure con un dito, o quasi, unica eccezione ancora quella esile carezza sognante ed impacciata sulla sua manina di bimba, una manina così fragile e sottile che pur teneva stretti in pugno con fermezza ed incredibile forza i fili del mio destino e della mia vita.

Dopo qualche giorno ancora mi chiese di accompagnarla ad una di quelle feste da ballo a cui mi recavi io. Ma non ci saremmo andate io e lei sole: con noi sarebbe venuta anche la sua amica storica, quella che era innamorata di lei dai tempi della scuola e che vedeva stretti, con fermezza ed incredibile forza, i fili del proprio destino nell'altra mano della mia micidiale amica.

E fu così che anche quella volta tutto si risolse con una altro nulla di fatto. Però incontrammo quella ragazza che a me piaceva molto e che era con me la notte che io conobbi Marika.

Ci eravamo perse di vista da tempo, però, come spesso accade, ritrovammo la nostra ' amicizia ' immediatamente, quando ci incontrammo per caso nella grande sala da ballo gremita di donne lesbiche. E, mentre Chiara ballava con la sua amica, io e la mia amica discorremmo del nostro appena trascorso vissuto. Io le raccontai in sommi capi di Marika e di Ale e lei mi narrò della fine del rapporto con la bambola bionda che io ben ricordavo.

Le presentai Chiara, naturalmente ma tra loro corse una incolore stretta di mano ed un sorrisetto di rappresentanza.

La mia amica mi fece le congratulazioni, dicendomi che Chiara era davvero bellissima ed io feci la ruota proprio come il più vanesio dei pavoni.

Certo dentro di me io pure mi chiedevo come potessi piacere ad una creatura così divina: da sempre io mi ero guardata con gli occhi colmi di riprovazione e quasi disprezzo di mia madre che, di certo inconsciamente ma piuttosto chiaramente, ogni volta si posavano su di me, esprimevano il suo totale rifiuto del mio modo di essere.

Ed anche le sue parole non erano state mai da meno. Giusto per la cronaca ricordo le punte di diamante dei suoi ' complimenti'.

Quando stemmo parecchio senza vederci, in seguito ai miei primi tentativi di suicidio, la prima volta che io mi recai da lei, - dopo aver lottato a lungo con la mia coscienza di figlia, dato che sapevo lei stesse soffrendo nel non vedermi e la mia arrabbiatura di quel frangente, - la prima cosa che esclamò, vedendomi, fu: ' Ma sei enorme! '

non che non avesse ragione, gonfiata come ero dagli psicofarmaci e da tutto il mio dolore, però.........

un'altra cosa molto carina che mi disse, quando le mostrai la foto di Ale, dopo pochi giorni del nostro incontro, fu, alzando lo sguardo dal display del cellulare e posandolo su si me con una espressione malignamente incredula; ' Ma come fai ad avere delle amiche così giovani e carine??? ?'

Ed io non seppi che distoglier lo sguardo e dirle a bassa voce che si vedeva che qualche cosa bella ce l'avevo pure io, se loro ci venivano, con me.

E come ultima cosa di questo particolare leif -motiv della mia vita aggiungo come candelina su quella amara quanto abbondante torta, quanto successe l'ultima volta che ci siamo viste, quest'anno, a giugno 2012, appunto, dopo due anni e più che non mi vedeva e la prima volta che mi incontrava seduta su quella sedia a rotelle sulla quale è relegata la mia età matura e finiranno – si spera il più brevemente possibile – i miei giorni. Io, temendo sopra ogni altra cosa i suoi commenti velenosi, pur se ultimamente le cose tra noi erano migliorati di molto, l'avevo avvisata del mio essere ulteriormente ingrassata a causa della notevole quantità di medicinali che ancora giornalmente ingurgito e della mia totale mancanza di movimento. Eppure, quando mi vide, non seppe assolutamente reprimersi dall'esclamare, e quella volta in coro con mio fratello, accompagnando il tutto con sguardi molto eloquenti: ' Ma quanto sei grassa!!. '

Ebbene si, ora sono molto grassa ed anche quella notte in quella discoteca lo ero, - pur se non a questi livelli, - e quando la mia amica sottolineò la bellezza di Chiara io mi sentii decollare: così grassa eppure...eppure lei sarebbe stata di nuovo mia, fra pochissimo.

Per tutto questo farraginoso giro dei miei pensieri non ebbi nessun sospetto quando quella mia amica mi telefonò, qualche giorno dopo, invitandomi per il sabato prossimo, a mangiare una pizza con lei e tutto un gruppo di amiche sue, tra le quali l'altra che era con noi sempre la famosa sera dell'incontro con Marika. E concluse l'invito dicendomi di portare Chiara, naturalmente, se l'altra fosse stata ne contenta.

Io, tutta entusiasta, accettai la mia parte e subito chiamai Chiara, estendendo l'invito a lei che pure accettò con altrettanto entusiasmo.

Mi disse che la notte alle quattro era di turno al lavoro ed avrebbe avuto un volo – era hostess per una grande compagnia internazionale -ma avremmo potuto stare insieme un po' da sole, dopo la serata con le altre e prima del suo recarsi in aeroporto.

Quelle sue parole mi esaltarono. Sempre più intimo il suo tono di voce, sempre più disponibile il suo modo di fare: mi sembrava di sognare.

Infatti quella sera mi recai a Bologna con dentro la certezza che il nostro rapporto proprio nelle prossime ore avrebbe avuto una svolta decisiva. E la mia premonizione si rivelò perfettamente azzeccata.

Veramente tutta la serata fu stranissima ma io ero così felice che riuscii a deglutire tutto senza scompormi.

Innanzitutto a cena, la mia amica si sedette di fianco a me e Chiara era di fronte, di fianco all'altra amica comune. Le altre, che io non conoscevo, facevano contorno. Io mi ero seduta di fronte a Chiara perché volevo guardarla.

Credo che solo chi sappia cosa vuol dire amare per anni una persona senza sapere nulla di lei e senza vederla, possa rendersi conto di cosa si prova quando finalmente quel sogno, che sembrava infranto per sempre, pare invece stare per avverarsi. E davanti agli occhi c'è l'amato bene, in carne ed ossa.

Quindi io, per nulla al mondo avrei rinunciato a quella ineffabile gioia di riempirmi gli occhi al mente ed il cuore della bellezza di lei.

Ma la mia amica si mise a fare la stupida con me, come ci provasse, coadiuvata dall'altra che sottolineava quando ci fosse del tenero tra noi.

Io ben presto mi risentii a quello scherzo di cattivo gusto: mi stavano mettendo in forte imbarazzo di fronte alla mia Chiara e quindi, arrossendo violentemente, chiesi loro di smettere con quel giochino scemo. Cosa che fecero pur se tutto venne seppellito in una sensazione di presa in giro generale.

Ma poi la serata proseguì con tono più gradevole.

Dopo la pizzeria ci recammo al Cassero.

Erano i primi di ottobre ma era una notte assai calda. Ci sedemmo fuori nel giardino estivo, che per il protrarsi della bella stagione era ancora aperto: io, Chiara e la mia amica, e dialogammo molto piacevolmente, parlando di tutto e di nulla, come si fa sempre in quelle occasioni. La mia amata mi rivolgeva sguardi apertamente avvolgenti, sorrisi dolci. Io mi sentivo volare come un palloncino appeso al suo filo.

Poi decidemmo di entrare dentro e di ballare un po'. La musica che veniva dalla porta aperta era assai invitante: un revival di disco anni '80.

Io ho sempre amato ballare e, a dispetto della mia mole, ero piuttosto aggraziata ed agile. Quindi, trascinata dalla mia euforia e dalle note di Donna Summer and company mi immersi con loro nella calca della pista.

Ma prima di entrare nella sala Chiara si appartò con me un attimo e mi disse: ' Mi raccomando, Ari, alle due andiamo via. Voglio davvero stare sola un po' con te, prima di andare a lavorare. Se mi passasse l'ora, ricordamelo tu! ' ed io la rassicurai, ancora più sparata verso l'alto dalla mia certezza che si, quella notte io l'avrei finalmente baciata, le avrei chiesto di essere la mia ragazza e Chiara si sarebbe incendiata d'amore per me, tra le mie braccia.

Così, ballai e ballai, ammiccando a loro, che si scatenavano sulla pista assai più di me, a tutti gli altri attorno ed anche a Dio, che certamente era anch'egli presente. Ma verso l'una di notte passata da poco, la mia mole e la mia età ebbero il sopravvento sul mio entusiasmo. Mi si accorciò il fiato, ero in un bagno di sudore e non ce la facevo più. Dissi allora alle due fanciulle che avevo bisogno si uscire un po' a prendere una boccata d'aria e a riposarmi un po'. Loro accennarono, comprensive, al volermi seguire per farmi compagnia ma io risposi loro di restare lì a ballare e divertirsi, godersela, che la giovinezza era un tempo fuggitivo e di non privarsi di nulla, a causa mia. Chiara di nuovo mi chiede di tornare dentro alle due, per andarcene. Io di nuovo confermai.

Ero senza fiato, assolutamente senza fiato e mi tremavano pure le gambe, prese dalla stanchezza del ballo e dalla emozione di tutta quella magica serata. Passai dal bar ed ordinai una coca, ma senza rhum, dato che avrei dovuto guidare e mi sedetti fuori, ad uno dei soliti tavolini sotto la notte metropolitana di Bologna.

Lasciai che il mio cuore ed il mio respiro riprendessero un ritmo normale, bevendo a piccoli sorsi la mia bibita ghiacciata. Mi asciugai la sudata, riequilibrando la mia temperatura corporea. E me ne stetti lì, ad assaporare il buio, il suono della musica attutito dai muri, la stanchezza delle mie gambe che risuonava come un passo di danza nei miei pensieri.

Si fecero le due.

Allora mi alzai dal tavolino, mi sistemai ulteriormente capelli e vestiario ed entrai nella sala che era andata parzialmente svuotandosi. Come fui sulla soglia incrociai una delle altre ragazze che mi rivolse uno sguardo strano. Mi interrogai per un attimo su cosa potesse significare quello sguardo ma erano le due. Avevo un appuntamento con il mio destino. Ed entrai.

Dentro era buio, interrotto solo dalle luci stroboscopiche di faretti più o meno psichedelici, quindi mi ci volle qualche manciata di secondi, forse più, per abituare la mia vista menomata alla nuova situazione. Mi guardai in giro per vedere dove fossero a ballare le due ragazze e non le scorsi, nel mezzo della pista, tra gli altri corpi che si muovevano ondeggiando a ritmo di musica. Mossi allora qualche passo per cercarle meglio ma d'altronde quella era una sala unica, assai grande ma tutta aperta, quindi era impossibile non le avessi viste. Infatti scorsi la camicetta bianca di Chiara in un angolo, verso il fondo della sala, dove, approfittando della presenza di una colonna erano appoggiati alcuni divanetti come per assomigliare ad un salottino.

Contro quella colonna era la camicetta di Chiara.

Io sorrisi e pensai: ' Eccola! ' e mi recai decisamente verso di lei. La distanza che ci divideva era di una quindicina di passi ma c'era ancora parecchia gente. La visione non era nitida e precisa, nel buio della sala. Camminai verso di lei e quando fui a tre passi alzai la mano destra per appoggiarla sulla spalla della mia ragazza, che mi dava la schiena. Solo in quel momento vidi.

Come se una cortina pesante si fosse rialzata all'improvviso ed i miei occhi avessero riacquistato la loro luce, improvvisamente vidi che Chiara e la mia amica si stavano baciando.

Una dolorosissima saetta mi folgorò, da quella mano che arrivò appena a sfiorarla, scaricando la mia vita direttamente nel più profondo degli inferi.

Come un automa dissi: ' Chiara, sono le due.' poi girai i tacchi e mi allontanai da loro, uscendo di nuovo dalla sala.

Appena fuori mi appoggiai con la schiena alle spesse mura: tutto mi ronzava intorno, mi gridava dentro: Chiara stava baciando un'altra....

Non trascorsero che pochi attimi che le due ragazze mi raggiunsero trafelate e la mia amica mi guardava preoccupata chiedendomi: ' Sei arrabbiata Ari? ' e lo fece diverse volte. Chiara evitava il mio sguardo. Io dissi semplicemente che era tardi e che Chiara doveva recarsi in aeroporto. Quindi le due si salutarono alquanto frettolosamente e noi salimmo lo scalone di metallo, tornammo al piano di sopra, che poi era il piano terra che dava sul parcheggio ed entrammo nella mia macchina. Chiara, come se niente fosse aveva riacquistato la sua disinvoltura e, mentre io misi in moto, feci manovra e mi avviai verso il parcheggio decentrato dove era la sua auto, cominciò a parlare a raffica. Non ricordo assolutamente cosa disse: in me era calato un silenzio attonito che copriva le sue parole. Arrivate di fianco alla sua macchina io spensi il motore ed ella tacque. Le chiesi, senza preamboli: ' La stavi baciando? ' lei annaspo, farfugliò che no, che me lo direbbe, se così fosse, che semplicemente stavano facendo un po' le cretine...io le dissi: ' E' tardi, devi andare. Grazie per la bellissima serata. ' mi chinai verso di lei e guardandola fissamente negli occhi, depositai un lievissimo bacio sulla sua guancia. Poi distolsi lo sguardo da lei che, abbozzato un saluto impacciato, in fratta uscì dall'abitacolo per entrare nel proprio. Io non attesi che mettesse in moto, accesi il mio motore, girai le ruote e tornai a casa.

 

Quello che strideva forte, dentro di me, era l'enorme evidenza della differenza di posizione tra me e Chiara. Come potevo essere io certa che quella sarebbe stata la ' nostra ' sera se poi le cose erano andate così? Non me lo spiegavo. Ancora una volta io vivevo altrove, rispetto a chi mi era accanto e condivideva la realtà con me. In un altrove che era lontanissimo.

 

Il giorno dopo la mia amica mi cercò con un messaggio telefonico, abbozzando una qualche parvenza di scuse. Io tagliai corto, dicendole che Chiara non era la mia ragazza e che comunque, anche lo fosse stata, io non ero la padrona della vita di nessuno. Le scrissi che se Chiara avesse accettato di baciarla era ovvio che lo desiderava e che, contro quello, io non avevo alcun potere. La mia amica mi rispose che ero una grande. Ed io pensai: magra consolazione. Non scrissi più a Chiara né lei cercò me.

Dopo una settimana circa di nuovo la mia amica si fece viva per chiedermi che fine avesse fatto Chiara. Io le risposi che davvero non ne avevo la minima idea. Venne fuori che loro due, la notte dopo o ancora quella successiva alla malaugurata della discoteca, non lo ricordo con precisione, avevano avuto un incontro intimo piuttosto travolgente. Poi Chiara era sparita, negandosi al telefono, non rispondendo ai messaggi. Dissi alla mia amica che conoscevo benissimo quella tattica. Lei si adombrò talmente con l'altra che mi disse mai più avrebbe avuto nulla a che fare con lei. Ma sentivo quanto stesse soffrendo e la capivo perfettamente: l'innocente maliarda aveva fatto un'altra vittima.

 

Io e la mia amica ci perdemmo di vista fino a marzo del 2007. Racconto qui quel piccolo aneddoto che accadde. Allora avevo stretto un altro rapporto virtuale con un'altra ventenne, bellissima ed assai intelligente, Iole, che mi aveva veramente coinvolto. Ma quando lei mi chiese di salire su a Milano dove stava studiando, perché voleva fare l'amore con me, io le chiesi se stesse pensando ad una storia. Lei mi rispose che no, non pensava affatto ad una storia, che la differenza di età era troppo grande, che doveva laurearsi, che la madre eccetera eccetera eccetera. Allora io mi negai. Le dissi che in quel modo sarei stata votata al macello. Che ero molto presa di lei e che avrei sofferto troppo. La giovane insistette per qualche giorno ma io avevo giurato a me stessa che di Chiara non ce ne sarebbe stata un'altra e non cedetti. Però quando vidi che Iole aveva assolutamente voglia di una storia di sesso e stava mettendosi nei guai, infilandosi in un giro strano con uomini, le dissi che avevo io per lei la persona che avrebbe fatto al caso suo. Secondo una mia teoria, - la teoria transitiva dell'amore e del minimo comun divisore, sentivo che se io avevo provato per Chiara e Iole il medesimo tipo di trasporto e coinvolgimento, pur se con i naturali ed ovvi distinguo e che se la mia amica bolognese si era innamorata di Chiara, così avrebbe potuto innamorarsi di Iole. Dall'altra parte se Chiara aveva potuto essere attratta da me e dalla mia amica, Iole, che aveva desiderato me, avrebbe potuto desiderare la mia amica. Quindi, vincendo con un notevole impegno le rispettive timidezze e resistenze, feci in modo che si conoscessero. Scrissi alla mia amica che avevo un regalo per lei, le raccontai tutta la storia così come si era svolta e la spinsi a contattare Iole, raccomandandole di trattarla bene, che era una creatura speciale. Ma avevo potuto toccare con mano quanto la mia amica , pur comportandosi veramente male con me, aveva poi dimostrato di essere una persona di valore.

La mia teoria si rivelò così esatta che le due si innamorarono immediatamente ed al giorno d'oggi stanno ancora insieme.

 

Io conobbi altri mesi molto duri.

Dicendomi che avevo buttato via il bel rapporto che avevo con Ale la cercai di nuovo. Facemmo pace. Le raccontai la storia di Chiara. Non le feci illusioni ma le dissi che se volevamo provarci di nuovo io ne sarei stata felice. Ma ormai l'incantesimo tra me ed Ale si era definitivamente rotto: a gennaio 2007 ci lasciammo definitivamente.

 

Poco prima delle feste di Natale accaddero nello stesso momento due avvenimenti assai importanti per me,.

Non avevo denaro – avevo fatto un altro tentativo presso un altro ristorante ma era naufragato tragicamente anche quello -ma volevo ugualmente fare qualche regalo di Natale ai miei figli, mia madre ed Ale. Decisi che avrei dipinto dei quadretti.

Avevo in casa dei colori a tempera, residuato bellico scolastico dei ragazzi, qualche pennello ed il retro di alcune di quelle semplici cornici per foto con le clip di metallo. I vetri erano andati rotti ed erano rimasti i fondi di faesite, che io avevo conservato. Erano perfetti per essere dipinti. Dissi a me stessa che non mi sarei importata del risultato che sarebbe scaturito da quel esperimento: desideravo dipingere, da tempo ci pensavo ed era una di quelle cose che avevo amato moltissimo da bambina senza riuscire, purtroppo, ad ottenere risultati accettabili. E quello era una spina che mi era rimasta nel cuore.

Fu così che cominciai a dipingere quadri. Il primo fu un naufragio, un piccolo quadretto molto scuro ed agitato, che regalai a mia madre e che ha ancora appeso sul suo comodino. Il secondo un ghiacciaio, ispirato ad una foto, che regalai a mio figlio. A mia figlia maggiore dipinsi dei cani, a quella minore una vallata montana con delle ingenue mucche al pascolo. Ad Ale un campo di papaveri. Il risultato mi parve meno pessimo di quanto avevo immaginato, presi fiducia in me stessa e continuai.

Ma durante l'esecuzione di uno di quelle opere, all'improvviso credetti di essermi spruzzata gli occhiali con del colore. - avevo già subito il primo trapianto di cristallino, credo un anno prima, più o meno e quindi portavo gli occhiali su di una lente a contatto, per cercare di equilibrare ciò che continuava a rimanere assolutamente sbilanciato. Mi tolsi gli occhiali e li esaminai ma erano puliti. Li indossai di nuovo e quello schizzo era ancora lì. Allora credetti di essermi sporcati i capelli che allora portavo un po' più lunghi con il mio solito ciuffo ribelle. Ma nulla: i capelli erano puliti. Feci per acchiappare con la mano nell'aria quello che vedevo e mi accorsi che era dentro i miei occhi.

Mi recai al pronto soccorso e mi dissero che avevo avuto un distacco emorragico dell'umor vitreo. Che era un processo irreversibile, che la mia retina era in sofferenza. La cosa mi portò poi al secondo trapianto di cristallino e la secondo distacco del vitreo con relativi due interventi al laser per puntare la retina la fondo dell'occhio onde evitarne la caduta e la cecità. Uno di quei due interventi fu dolorosissimo: ricevetti trecentocinquanta colpi di laser che furono come altrettanti cazzotti sull'occhio. Il tutto, naturalmente, perfettamente da sveglia e senza alcuna anestesia.

Dal quel lontano giorno di dicembre 2006 nell'occhio destro vedo ciò che io chiamo' Quel ramo del lago di Como' dato che l'emorragia non si è mai riassorbita, nonostante le cura e mi disegna come una fronda che si muove ad ogni movimento dell'occhio. L'anno dopo a quello si contrappose, nell'altro occhio, ad una visione di righe e pallini, altrettanto mobili secondo il movimento del mio globo oculare.

Se devo dire che ci ho fatto l'abitudine, si, è vero, in parte mi ci sono abituata, ma solo in parte. Il tutto resta notevolmente fastidioso e menomante, per la mia vista. Ma, data la mole di tutto il resto, non è che una piccola goccia nell'oceano.

 

 

leggi di più 0 Commenti

mer

26

dic

2012

DECISAMENTE TUTTO STORTO....

GINE CON LA FACCIA DA POVERA ORFANELLA

 

STANOTTE HO AVUTO LA FEBBRE E GINE SI è FATTA PIPI' ADDOSSO NEL MIO LETTO...

 

disastro totale!!!!!!

ha bagnato tutto e pure me che, pur se stavo decisamente male, ho dovuto farmi una doccia e cambiarmi.

 

propbabilmente ieri sono stata troppo seduta o non so cosa e lei...lei.. non so che le sia successo.

dalla vicina c'è il grosso cane del figlio.. magari si è sentita scombussolata..

quindi un disastro totale..

 

e ora devo assolutamente riposare...

leggi di più 2 Commenti

lun

24

dic

2012

UNA BAMBINA CHIAMATA ARI - UNDICESIMAMA PARTE

SCIA DI PRUA - foto scattata da me

 

UNDICESIMA PARTE

 

Stetti male, male male...

Ma che potevo fare, cosa? Mi dicevo che era stata colpa mia, che non avrei dovuto lasciarla mai, che lei aveva solo me.

Ma io non ce la facevo più. La madre sempre aveva vanificato ogni sforzo fatto dalla figlia per staccarsi da quella voragine selvaggia di pazzia che era la loro famiglia.

Ogni volta che si era resa conto che Marika aveva una reale chance per quello, l'aveva riportata verso di sé usando ogni tattica psicologica e il denaro, comprandole tutto quello che lei desiderasse allora.

Esattamente come per il cibo la mia ragazza aveva un desiderio compulsivo di acquistare cose, come a molti succede. Ed io, di certo, mai avrei potuto comprarle tutte gli inutili cosmetici profumi vestiti che l'altra in quei momenti le offriva.

Marika era una bambina ammalata. Non era in grado di fare scelte, di resistere ai propri gorghi interiori. E la madre sapeva benissimo come e cosa fare per potervela ricacciare dentro.

Avevo perduto ogni stramaledetta battaglia, giocandomi la vita.

 

Mi ripetevo tutto quello mentre ancora cercavo di trovarla, di sapere dove fosse, scontrandomi sul silenzio di tutti.

Era arrivata l'estate e faceva un gran caldo. Con quel furgone pesante e senza aria condizionata caracollavo su e giù per le cittadine della Romagna, tra il mare e le colline cercando di vendere un po' di più, di trovare qualche altro cliente.

Ma la crisi incalzava, i nostri prezzi erano alti, più della diretta concorrenza ed, anche se la qualità era maggiore, la gente doveva fare i conti con quello che aveva in tasca.

E poi, io ero sempre più stanca.

Sempre più spesso dovevo fermarmi all'ombra di qualche albero per dormire perchè quelle maledette medicine mi obnubilavano la mente, mi portavano via la volontà, mi assopivano contro il mio volere.

Il mio capo non era contento. Qualcuno gli disse che mi avevano visto dormire nel furgone. Me ne chiese conto ed io gli spiegai per sommi capi quello che stavo vivendo. Capì ma aveva bisogno di fatturato. Anche gli altri furgoni erano in calando con le vendite. Nonostante si fosse in estate e con i gelati avremmo dovuto incrementare, il fatturato dell'azienda era diminuito. Per contro le spese crescevano: carburante, assicurazioni, materie prime di ogni genere: tutto aumentava.

Egli decise che avrebbe eliminato due furgoni, concentrando sui venditori migliori che aveva il peso delle due zone che sarebbero rimaste scoperte.

E, naturalmente, io fui lasciata a casa.

Ma io non ce la facevo più: era la fine dell'estate ed ero esausta.

 

I miei ragazzi avevano quell'anno frequentato un liceo privato, pagato dal padre, per il recupero degli anni che avevano perduto.

Furono molto bravi: la femmina recuperò i due e il maschio i tre che mancavano loro a conseguire il diploma. All'esame di maturità furono promossi con buone votazioni.

Fui molto orgogliosa id loro. Ma d'altronde altri erano stati i motivi che li avevano allontanato dalla scuola, non certo la mancanza di intelligenza.

Io avevo sempre pensato che avrebbero frequentato entrambi l'università.

Dicevo sempre a mia figlia che avrebbe dovuto fare l'avvocato perché a sua logica determinata e lucida era notevole, come la capacità che aveva nel trovare argomenti per perorare le proprie cause. Erano cose che venivano dette di lei da quando era bambina.

Ma di fronte alla mutata situazione, insieme al padre si decise che solo il maschio si sarebbe iscritto all'università, a psicologia.

La mia figliola avrebbe cercato un lavoro, almeno per il momento, per poi decidere se andare a lavorare con al sorella, che nel frattempo si era divisa dalla socia ed era tornata sola a gestire la toelettatura, oppure aprire una attività lei stessa.

Le interessava avere un bar oppure un negozio di abbigliamento. Ma prima voleva fare esperienza.

E poi io ero senza lavoro e non avevo nessuna idea su cosa avrei potuto fare né nessuna forza per farlo.

Alla fine dell'anno avrei smesso di girare con il furgone dei surgelati ed il mio futuro si presentava assai nebuloso.

Lei trovò subito lavoro in un bar di quartiere, nell'orario pomeridiano e serale. E si vide da subito che era assai brava.

Io mi trascinai come potei per arrivare in fondo all'anno.

 

Ma a settembre ebbi una telefonata da parte di una ragazza che aveva avuto il mio numero da un mio amico che lei aveva conosciuto al mare, dove lavorava facendo extra nei fine settimana.

Lei stava cercando una relazione ed il mio amico, uno dei pochi con i quali avevo mantenuto i contatti, sapeva che ero sola e molto triste.

Così Ale entrò nella mia vita.

Lei abitava a Reggio Emilia, era separata ed aveva due figli: una femmina ed un maschio, entrambi alla soglia dell'adolescenza. Ma avevano accettato da tempo l'omosessualità della madre senza problemi.

Decidemmo che il primo incontro sarebbe avvenuto da me, dato che i miei ragazzi nel fine settimana erano fuori, dal padre.

Lei venne in treno ed io andai a prenderla alla stazione. Dentro di me pregavo: ' Dio, fa che mi piaccia, fa che sia carina... fa che nasca qualcosa fra di noi. '

Solo lui sapeva quanto io avessi bisogno di un po' d'amore.

Quando la vidi uscire dal portone della sala d'attesa della stazione sorrisi.

Certo che era carina e che visetto simpatico aveva!

Piccolina, rotondetta ma senza esagerare, la carnagione assai scura, i capelli neri corti a zazzera e due occhi accesi e molto luminosi.

Le feci cenno con la mano: ero io!!

Sorrise con un luminoso squarcio di denti bianchi che risaltavano assai sulla notevole abbronzatura.

Entrò nell'auto e sentii subito di come restasse fortemente ed immediatamente presa da me.

Mi confermò poi che per lei si trattò di un immediato colpo di fulmine.

io... io fui presa dal mio piacerle. E il bisogno d'amore fece il resto.

 

Facemmo l'amore quel giorno stesso e decidemmo di stare insieme. Perché no?

Ci piacevamo molto, ci saremmo conosciute strada facendo.

Io sarei andata da lei nei fine settimana e poi, dopo pochi mesi, sarei rimasta senza lavoro e magari, nella grande città in cui viveva lei avrei potuto trovare altre occasioni che nella mia cittadina erano più rare.

Lei lavorava in una fabbrica. Non che nuotasse nell'oro, anzi, aveva avuto dei grossi problemi anni prima, dovuti ad una grave malattia che l'aveva costretta sei mesi sulla sedia a rotelle. Ma si era ripresa. Era stata assunta da quella ditta con uno di quei contratti agevolati per invalidi civili e tra lo stipendio e le pensioni sue e della figlia, che a sua volta era epilettica, era riuscita a risollevarsi.

Mi disse con grande slancio di generosità che avrebbe pensato lei a me. Io decisamente non ero d'accordo su questo, mi sarei data da fare avrei cercato qualcosa ma la sua offerta d'amore che mi giungeva così all'improvviso e del tutto gratuita mi sollevò alquanto.

 

Cominciò la nostra storia: io andavo per i fine settimana da lei. Eravamo molto felici, insieme. I suoi bambini mi si affezionarono molto subito, accettandomi con naturalezza. C'era un po' di disordine e di confusione, a casa loro, ed io mi misi d'impegno a rimettere tutto in ordine. Regalai loro un acquario assai grande che giaceva inutilizzato dai tempi del negozio, allestendolo in modo fantasioso. Furono così contenti, guardando i pesciolini guppy tutti colorati e con le loro sontuose code a ventaglio nuotare tra piantine verdi, anfore rotte e vecchi relitti affondati. Avevo in negozio ancora un po' di quella fantastica paccottiglia che si usa per decorare gli acquari e ne portai un po' a loro, giocando con loro, direi più bambina di loro.

Mangiavamo insieme, io ed Ale dormivamo insieme nel suo grande letto matrimoniale, regalo di sua nonna. I bambino erano perfettamente a loro agio, anche con i loro compagni di scuola o dell'oratorio che venivano spesso a trovarci e che diventarono subito anche amici miei. Il giorno di Natale lo trascorsi lì mentre Santo Stefano, come di consueto, con i miei ragazzi. Venne anche Ale a pranzo con noi, ovviamente, e fu accolta bene, soprattutto da mia figlia maggiore e mio figlio. La più piccola era tirata e poco incline ma cercò di dissimulare.

Dentro di me si agitavano sempre i miei fantasmi, le cure di psicofarmaci continuavano, così come le sedute con lo psichiatra, monologhi perenni che terminavano sempre e solo con un aumento delle varie pastiglie o un cambio di qualcuna di loro.

Ma quella nuova storia mia aveva riequilibrato un po'.

Ale era molto innamorata ed era dolcissima. Io... beh, io sapevo di amarla ma sapevo anche che non era quella fiamma che avevano acceso altri dentro di me.

Però, alla fine, la cosa non mi dispiaceva neppure: quando avevo amato in quel modo avevo sempre sofferto troppo.

Mi sentivo un po' meglio e cerai un lavoro, avendo terminato il contratto con la ditta di surgelati.

Seppi che cercavano un aiuto cuoco in un grande ristorante lì vicino. Andai a presentarmi e mi accettarono per un periodo di prova.

Facevo io turno di mattina ed il servizio di pranzo.

Ci misi tutta la mia buona volontà, nelle tre settimane pattuite ma la cuoca era davvero dispotica e nevrastenica, mi metteva in una agitazione notevole. Nulla di quanto io facessi le andava bene. E poi, ero troppo lenta.

E così non mi confermarono. Presi quelle due lire e me ne tornai con le pive nel sacco.

Con mia figlia minore erano cominciati i rimproveri e le rimostranze.

Lei diceva che io la costringevo a mantenere mio figlio. Che erano scelte che le imponevo. Io le rispondevo che era una decisione che avevano preso di comune accordo. Che, se aveva cambiato idea, ne parlasse con il fratello ed il padre. Io, in quel momento, non avevo altre possibilità.

In casa quindi regnava una atmosfera davvero pesante. Solo quando ero con Ale respiravo un po'. Lei, inoltre, dato che non lavoravo, mi chideva di trascorrere più tempo a casa sua. Quindi allungai il periodo settimanale trascorso a Reggio, fino a portarlo a metà settimana lì e l'altra metà a casa mia.

Questo a mia figlia minore non andava assolutamente bene ed erano litigi continui.

Il fatto era che quando ero a casa lei non si curava minimamente di me, anzi, tutto quello che facevo le dava fastidio: lo stare al telefono oppure al pc. Il mio camminare la notte per casa in preda a strane smanie assurde che mi impedivano di per stare sdraiata e mi costringevano a percorrere in continuazione i pochi passi della sala-cucina e del corridoio per mettere fine a quelle contrazioni tetaniche che mi assalivano le gambe. Lei aveva il sonno leggerissimo ed udiva qualsiasi piccolissimo rumore. Erano rimbrotti continui. Perciò io le chiedevo perché mai si lamentasse che io andassi a casa di Ale: in fondo le toglievo di torno la mia ingombrante ed insopportabile presenza.

Ma, qualsiasi cosa facessi o dicessi, lei era comunque scontenta.

Continuava a dirmi che avrebbe tanto voluto una madre normale. Non una donna che parlava di visioni di vite passate, di altri pianeti e di altre dimensioni, non una donna che, dopo aver avuto due matrimoni e tre figli, si era messa ad andare con le altre donne e lo faceva alla luce del sole, avendolo detto a tutti. Non una madre che prendeva psicofarmaci ed aveva tentato più volte il suicidio e che ora non aveva più un lavoro.

Certo, dal suo punto di vista io ero una madre terribile ma dal mio le cose erano assai diverse.

Credo che la vita abbia messo la mia vita ed il mio modo di essere sempre contro tutto e tutto, come poi hanno confermato le storie seguenti. Perché io non posso essere diversa da quello che sono. Non ho un altro modo di vivere e di esprimermi. Io seguo un mio codice interiore che è assai rigido e non mi permette di andarvi contro. Ma questo codice è assolutamente in contrasto con quello di tutti gli altri.

Mi è stato detto che in tutta la mia vita ho fatto da specchio agli altri. È vero? Non so, so solo che non ho mai e poi mai avuto l'intenzione di far soffrire nessuno ma ci sono riuscita perfettamente con tutti.

Così, per quanto avessi amato quella bambina ella era ora diventata il mio spietato giudice ed antagonista. Ed io non avevo pace da nessuna parte.

Perché se stavo a casa, Ale si lamentava perchè mi voleva con sé e diceva che mia figlia era egoista. Se stavo da lei mia figlia diceva la stessa cosa di noi. Io mi trovavo nel mezzo e non avevo una soluzione a tutto quello, non la trovavo.

Non essere più in grado di lavorare, dopo aver lavorato tanto, essermi impegnata a quel modo in tutto, averle provate tutte, mi umiliava profondamente.

Dover chiedere a mia figlia i dieci euro per la ricarica telefonica era per me terribile.

Chiesi così aiuto a mia madre che decise di darmi un aiuto mensile di duecentocinquanta euro. Io ne davo duecento a mia figlia e il resto lo tenevo per me per le mie strettissime necessità. Ma dentro mi sentivo una persona totalmente fallita.

Perché lo ero: avevo fallito in tutto, nei matrimoni, come madre, come imprenditore, come compagna di vita, come amica. Come figlia, come sorella.

Quale mostro selvaggio e nerissimo viveva dentro di me, che io non vedevo e che spingeva gli altri a rifiutarmi in quel modo?

Perché io sapevo, come ora so, di aver sempre seguito sempre in tutto quello che mi ha detto il mio cuore, senza mai scendere a compromessi con quella imperiosa voce interiore e allora perché nulla era andato come io avevo desiderato e mi ero attesa?

Era dunque, quella mia voce interiore, così malvagia?

Queste domande mi si agitavano violentemente dentro ed io non ne trovavo la risposta, come non l'ho trovata mai.

 

Ma un altro accadimento giunse a sconvolgermi ancora di più.

Un pomeriggio squillò il telefono con numero privato ed io risposi.

Una voce assai nota mi chiese, a bruciapelo: ' Ti ricordi di me? ' E come potevo averla dimenticata?

Era Chiara.

La sua voce mi percorse come una scarica elettrica. Tutto quello che avevo vissuto dopo di lei sembrò liquefarsi e sparire in un fumoso spolverio di un nulla insignificante.

L'amavo. Quanto l'amavo. E non avevo smesso un attimo di farlo.

Pur amando Marika con tutta me stessa. Pur amando Ale, ora, desiderando di farla felice e sentendo che vivere con lei fosse bello.

 

Chiara mi diede qualche parziale spiegazione: aveva incontrato un'altra donna, Antonella, e credette di essersene innamorata. Non mi seppe dire perché fosse sparita così. Mi disse che non aveva le risposte da darmi e che le fu più facile, anzi, l'unica cosa che poté fare era stata quella. Mi raccontò che ora aveva un'altra storia con una donna sposata e che stava soffrendo molto, che era incerta, che era in crisi anche con il lavoro e con la famiglia.

Io ascoltavo tutte le sue spiegazioni ma non pensavo a quello che mi stava dicendo.

Sentivo solo il suono della sua voce entrarmi dentro ed occupare tutto quanto, buttando fuori ogni cosa che trovasse.

Mi resi conto davvero che fino a quel giorno ero sopravvissuta, avevo tirato avanti ma che la mia vita era lei. Anche se lei, era assai chiaro, non aveva posto per me, nella sua vita.

 

Parlai con Ale.

Le dissi che Chiara mi aveva telefonato e che io mi ero resa conto di amarla ancora perdutamente. Le chiesi piangendo di perdonarmi ma quella era la realtà. Ero terribilmente dispiaciuta ma tutto era cambiato, in me. E come avrei potuto tacere, fingere ciò che non c'era più?

Ero alle solite: non ce la facevo.

Ale mi chiese di non lasciarla. Sapeva che Chiara era un amore platonico e mi disse che lo avrebbe accettato. Che mi avrebbe lasciata libera di parlare con lei, anche di incontrarla, ma che non la abbandonassi. Io, sapendo cosa lei stesse soffrendo, accettai. Anche perchè io pure le volevo tanto bene ed avevo un immenso bisogno di lei.

Però piombai in una disperazione nera e in uno sconcerto di me ancor più forte e totale.

Non vi era una sola parte della mia vita che quadrasse, che mi desse un po' di felicità

amavo i mie figli e loro mi detestavano. Amavo mia madre e la costringevo in qualche modo a dovermi aiutare economicamente, cosa che mi pesava tantissimo anche perché non riscuotevo in nulla il suo plauso. Amavo Ale e la stavo facendo soffrire così.

Ancora una volta l'unica soluzione che mi sembrava plausibile era la morte.

Ne parlai con il mio psichiatra ed egli mi fece ricoverare un'altra volta a Villa Azzurra, dove trascorsi un altro mese.

E lì la mia vita incontrò un'altra svolta epocale e per narrarla uso mie parole già scritte: il decimo capitolo del mio romanzo - diario IO NON SONO DI QUI.


 

CAPITOLO DECIMO

 

 

LA PERGAMENA


 


Il 18 marzo dell’anno scorso la Legge dall'universo è venuta a me.

E io oggi, ad un anno di distanza, non posso fare a meno di ricordare.

 

Ero in clinica psichiatrica e stavo molto male.

L'ennesimo ricovero e ancora nulla sembrava mi sollevasse dalla mia profondissima angoscia di vivere: né cure, né psichiatri, né psicologi.

Avevo perso il senso di tutto e non lo trovavo più da nessuna parte.

La disperazione aveva un unica idea nella mia mente.

Farla finita.

Passavo le ore nella mia stanza, in quella clinica moderna ed accogliente, dove, una volta tanto, a differenza del solito, eravamo trattati da esseri umani e non da mostri, ma ugualmente il divario tra me e la mia vita, tra me e gli altri, il mondo, era nettissimo.

Le ore trascorrevano tra lacrime, rabbia, domande senza risposta, ricordi che mordevano il cuore come cani affamati ed un senso di irrisolto che sfumava e sgretolava ogni orlo, ogni bordo al quale io cercassi di appigliarmi.

Quale futuro avrei avuto, ingabbiata tra medicine che mi facevano solo stare peggio e medici indagatori e distaccati e sguardi di rabbia dei miei famigliari?

Le ore passavano ed io pensavo solo: quando torno a casa, lo farò.

 

Ricoverata con me c’era una ragazza di Ravenna, Nadia, anche lei malata di depressione.

Era una ragazza piccola, sui trent'anni, dai lunghi capelli scuri inanellati

Ma aveva nello sguardo una luce che mi colpì subito.

Era una luce profonda, che spiccava vivamente tra gli occhi dei ricoverati, spenti dagli psicofarmaci.

Tutti andavamo in giro per corridoi e sale della clinica con quello sguardo assente e doloroso, con gli occhi pesti e gonfi che erano il marchio inequivocabile: malato di mente.

 

Parlando, Nadia mi disse di essere Buddhista.

 

A me la parola Buddhismo faceva venire in mente grandi statue panciute, ceri, incensi e monaci rasati che vivevano come asceti in monasteri sperduti tra le vette himalaiane.

E lei non assomigliava per niente a questo stereotipo.

Le chiesi in cosa consistesse il suo essere buddista, come svolgesse la sua pratica religiosa,

Mi parlò allora di una frase, di una preghiera che, recitata, risolveva tutti i problemi.

La guardai un po' stupita un po' incredula, colpita ma già in difesa: la soluzione di tutti i miei immensi problemi in una frase?

Mi sembrava impossibile, eppure qualcosa mi impose di continuare a domandare.

Le chiesi allora perché, se aveva nelle mani un miracolo così grande, se aveva uno strumento così deflagrante e risolutivo, fosse lì.

Lei mi rispose parlandomi del karma, concetto che io già conoscevo e questa spiegazione mi fu più consona.

Sapevo che il karma incarnava quella ruota del destino che dà alla vita umana una direzione alla quale non ci si può sottrarre fin quando il calice non è stato bevuto fino all'ultima goccia.

Ma le sue affermazioni mi lasciavano perplessa.

 

Come può una frase risolvere i problemi del mondo? — mi e le chiedevo, molto scettica.

Ma vedevo che lei ci credeva.

 

Questo mi fece entrare in una specie di lotta con me stessa, tra la mia razionalità, che escludeva a priori una sciocchezza così grande, e la mia voce interiore che stava dicendo: si, è così.

Presi allora il mio quaderno, dove annotavo pensieri e poesie e mi feci scrivere quelle parole misteriose.

Naturalmente le conservo ancora: Nam-myoho-renge-kyo.

La ringraziai e mi accomiatai da lei.

Nadia se ne tornò nella sua stanza, io i chiusi nella mia.

 

Rimasi a pensare, sdraiata sul letto guardando il soffitto, provando a pronunciare quei suoni, che mi si inceppavano tra i denti.

L'ora era tarda e la sera aveva spento la luce del giorno. La notte, una ennesima notte insonne annegata nelle mie lacrime, mi stava attendendo con le sue dita ferine.

 

Fu come un lampo, una vampata di desiderio di quella dolcezza perduta che mi invase.

 

Mi alzai del letto e senza indugio bussai alla porta della sua camera: lei aprì sorridendo ed io le dissi a bruciapelo:

  • Nadia, voglio pregare. Fammi pregare con te.

 

Ricordo che mi guardò molto intensamente, senza però apparire stupita dalla mia richiesta, come conoscesse a fondo quello che io stavo vivendo in quel momento.

Trasse dalla sua borsa due librettini con la copertina rosso scuro e un piccolo oggetto bianco. Lo aprì e me lo mostrò.

Mi spiegò che si trattava del Gohonzon, l’Oggetto di culto e che avremmo pregato davanti ad esso.

Il suo era minuscolo, quello da viaggio, ma mi raccontò che ogni Buddhista ne conservava in casa uno di dimensioni maggiori.

 

Guardai quella piccola pergamena custodita in quella semplice piccola teca di plastica.

La sua bellezza mi avvolse, come sollevandomi tra le sue braccia e un amore immenso, inspiegabile, mi pervase in ogni fibra.

Non avevo mai provato nulla del genere.

Girai lo sguardo e fissai gli occhi di lei che mi osservavano come sospesa tra la gioia e la commozione.

Sentivo il battito del suo cuore sorridere sulle sue labbra.

 

Cominciammo allora a recitare il Daimoku, cioè la sequenza del mantra, lentamente ma subito le parole, che fino ad un attimo prima mi sembravano impronunciabili, si sciolsero nella mia bocca.

Era una musica che entrava nelle mie cellule, nelle mie vene esauste e gonfie di veleni, che riempiva i miei pensieri ormai vuoti, allargandoli, distendendoli, vivificandoli.

Le mie spalle stanche si raddrizzarono, gli occhi riacquistarono lucidità.

Le parole erano come miele e balsamo, era come se in ognuna di quelle lettere fosse celata una potente medicina che si scioglieva nella mia bocca per poi profondersi ovunque ed ovunque riparare guasti, danni, suturare ferite, disinfettare cancrene che sembravano troppo avanzate, ormai, per essere guarite.

 

Cantammo il mantra per qualche minuto che mi sembrò immenso ma velocissimo, poi Nadia mi chiese se volevo provare a fare Gongyo, cioè a recitare i versi del Sutra del Loto – la bibbia dei buddisti - che si leggono ogni mattino e sera.

Mi ammonì del fatto che mi sarebbe sembrato difficile, perché era cinese antico trasposto nei nostri fonemi e mi consigliò di seguire come avessi potuto.

Accettai con gioia. Il libretto mi urgeva tra le mani.

Quella preghiera sconosciuta era come avesse abbattuto una porta eretta in me da molti anni ormai, senza che io neppure me ne fossi resa conto.

 

Ma con suo grande stupore non trovai difficoltà a leggere quelle parole arcaiche.

Fu semplice ed immediato trovarne il ritmo e la pronuncia.

Mi appoggiai alla sua voce e cantai con lei: le nostre voci fuse inseme in un coro senza tempo.

Fu come ritrovare il cammino perduto, la strada di casa.

 

Da quel dì ogni giorno recitai regolarmente, intensamente e a lungo.

Mi alzavo la mattina con il desiderio di sedere di fronte alla mia vita disperata ed inondarla di quella grande bianca ineffabile luce. Cominciai a studiare la filosofia Buddhista e leggendo quegli antichi comandamenti spirituali e morali. Sentii quelle parole aderire ai miei comandamenti interiori. Ad ogni concetto, ad ogni rivelazione io sentivo che già sapevo, che era così che andavano le cose, che proprio così avveniva, che questo era accaduto.

Fu come trovare la chiave di volta e scrivere quella di violino alla quale le note sparpagliate e dissonanti dei miei confusi spartiti si andavano via via accordandosi.

I perché si scioglievano come neve al sole, trovando una collocazione che io sentivo completamente logica.

Misi un obiettivo davanti a me, da raggiungere tramite quella recitazione, dato che era nella mia vita che volevo vedere gli effetti di quella meravigliosa scelta. La cosa che mi premeva di più in quel momento per me così difficile era uscire dal tunnel assurdo della malattia psichiatrica.

E la Legge mi diede la forza di arrivare a quello che mi sembrò un dono immenso e immediato.

Aver ritrovato un senso alla creazione dell'universo intero e della mia vita mi aveva reso la speranza che avevo perduto.

A giugno non prendevo più nessun psicofarmaco, a settembre i valori del mio povero fegato, sull’orlo del collasso a causa dei troppi medicinali assunti, erano tornati normali.

 

Ho vissuto mesi di intensa gioia conoscendo persone meravigliose, ricominciando ad uscire di casa, ad andare in bicicletta, a portare a passeggiare i miei cani, a parlare a scrivere.

 

Dopo alcuni mesi di intensa pratica e preparazione ho ricevuto il Gohonzon: quel giorno ho sentito che avevo messo un caposaldo nell'intera struttura della mia vita, come avessi coronato il mio sogno.

 

Una persona come me, dopo un fatto del genere, dovrebbe dedicare l’intera sua giornata a portare il Buddhismo agli altri esseri umani e non pensare più ad altro.

Alcuni lo fanno.

Ma in me l’ego è prevaricante, i miei demoni personali sono agguerriti, i fantasmi del passato subdoli.

E il dolore è ancora fortemente invasivo nella mia vita.

Ma la strada è stata imboccata, ne sono certa, e la felicità ha ricominciato a visitare i miei giorni.

 

A un anno di distanza dentro di me si è profondamente affermato il valore assoluto della mia vita per quella che è: umana e imperfetta e che non poggia più su nessun mattone, ma solo sulla forza della Legge Mistica, quindi su di me.

Ho capito che se il Buddha che è in me ha deciso di scegliere questa

mia forma, con le mie idiosincrasie, le mie enormi contraddizioni, i miei tragici errori, vuol dire che è tramite quelli che io ho il compito di affermare la potenza e il valore della Legge dell'universo.

 

Quindi io lo farò, ogni giorno, con le mie parole, le azioni, le preghiere e i pensieri, con la gratitudine, la mia umanità, con la mia felicità e il mio dolore, l'amore e la solitudine, la luce e l'ombra, con le sconfitte e le vittorie.

Senza più sensi di colpa.

Ammettendo i miei errori e cercando di non ripeterli, ma conscia che

ognuno di noi è l’unico artefice della propria esistenza.

 

Il dolore del mondo ancora urla nella mia mente e nel mio cuore.

Il bisogno d'amore stringe il mio cuore senza tregua, ma adesso la speranza,la fede e la preghiera sono in me e so che daranno i loro frutti.

E che io sarò quel frutto.

 

 

Questo è quello che scrissi esattamente un anno dopo, alla vigilia precisa di un altro incontro decisivo nella storia della mia vita ma io, naturalmente, riprendo la narrazione dove l'avevo interrotta. È che nulla come le mie parole scritte allora, in quel momento in cui la fede aveva riacceso tutto, possono esprimere il grande sollievo e la immensa gioia che provai.

Infatti tornai dal ricovero rinnovata nella forza di volontà.

Dissi al mio psichiatra che volevo smettere o ridurre al minimo gli psicofarmaci, che sentivo, ero certa che mi facessero solo male e quindi lo costrinsi a farmi una scaletta di riduzione progressiva delle dosi. Dopo tre mesi ne ero completamente fuori.

 

Ale, all'inizio, mi disse che lei aveva la sua fede cattolica e non voleva prendere in considerazione altro. Le chiesi se le disturbasse che io recitassi il mantra a casa sua e lei, naturalmente, disse che no, certo, che ero libera di pregare chi volessi. Ma dopo una settimana, vedendomi così radicalmente cambiare, mi chiese di farla pregare con me. Condividemmo allora il cammino della pratica e dello studio, ricevendo il nostro Gohonzon lo stesso giorno. E ciò fu fonte per me di immensa gioia.

 

Parlai naturalmente anche ai miei ma per loro non fu che un allungare solo la lunga sequela dalle mie stranezze e follie. Però mia madre, vedendomi stare meglio, ne fu contenta e mi spronò a continuare.

A giugno ebbi una grave crisi epatica e fui ricoverata tre settimane in una clinica medica. Di certo l'interruzione abbastanza drastica dell'enorme quantitativo di psicofarmaci che assumevo fece collassare tutto il mio fisico, che cedette nel suo punto più debole. Ero ad un passo dal blocco epatico e dalla cirrosi, nonostante avessi bevuto sempre pochissimo, nella mia vita.

Ma, con le cure, gli esami lentamente migliorarono e, come ho scritto, a settembre erano tornati normali.

 

Veramente gli obiettivi che mi ero posta e per cui recitavo, erano tre: oltre al primo già rivelato, avevo determinato di portare avanti il mio sogno di scrivere uno o più libri e quindi fare della mia vita un veicolo di arte. E direi che anche quell'obbiettivo al giorno d'oggi si può dire raggiunto.

Il terzo era quello di trovare la compagna della mia vita, la donna da amare con tutta me stessa, che mi avesse ricambiato con la medesima intensità e con la quale poter vivere una vita fatta di quotidianità, di felicità, di serenità e di speranza.

E questo obiettivo, ahimè, non è stato raggiunto.

 

Da marzo i mesi avevano cambiato ritmo: il tempo, che sembrava bloccato ed involuto nello svolgersi di lentissimi e lunghissimi giorni, aveva ricominciato a scorrere.

Avevo ripreso tante attività, facevo parte di un gruppo di compagni di fede che erano persone meravigliose e con le quali mi trovavo benissimo.

Trovai anche un'altra possibilità di lavoro come aiuto cuoco in un ristorante pizzeria ma anche quella volta, dopo il periodo di prova, non mi confermarono. Ero brava ed accurata ma troppo lenta. ' Accidenti!! ', mi dissi e ci rimasi male. Ci avevo sperato, ce l'avevo messa davvero tutta. Ma il lavoro era faticosissimo, le mie incombenze innumerevoli ed io non avevo la forza fisica per stare al passo con quello che veniva richiesto.

Sentivo Chiara regolarmente mentre continuavo a recarmi a casa di Ale per qualche giorno alla settimana. E la lotta tra lei e mia figlia minore continuava, senza esclusione di colpi. Ma io, avendo un nuovo stato d'animo, ero certa avrei superato ed appianato anche quel problema.

 

Giunse l'estate e Ale, che è sarda di origine ed aveva in Sardegna tutta una serie di parenti, espresse il desiderio di andare a trascorrere là una vacanza, io, lei ed i suoi bambini. Ma il denaro che aveva era poco, non sufficiente per la bisogna.

Infatti, nel frattempo lei si era fatto un grave strappo al tendine di una spalla, mentre lavorava.

Era stata a casa sotto infortunio ma non stava affatto bene neppure psicologicamente: l'arrivo di Chiara nel nostro rapporto l'aveva sconvolta. I problemi con mia figlia l'agitavano alquanto, aveva avuto altre difficoltà con i suoi ragazzi ed il mio ricovero di giugno l'aveva alquanto preoccupata. Si era così infilata in un tunnel di depressione e a sua volta aveva cominciato a prendere psicofarmaci. Per quello era stata ulteriormente a casa dal lavoro e si era fatta sfuggire il conto dei giorni di copertura assicurativa che le dava il suo contratto.

La ditta non aspettava altro e, il primo giorno di assenza ingiustificabile, la licenziò in tronco, noncurante del fatto che fosse stato un macchinario inceppato a distruggerle la spalla. Ale era in causa, con loro ma le cose si prospettavano piuttosto lunghe.

L'idea di una vacanza in Sardegna, dove non ero mai stata, dopo tutta quella serie di terribili vicissitudini, mi allettava molto. Chiesi quindi aiuto a mia madre che, molto generosamente, mi diede il denaro per pagare il viaggio a tutti quanti.

In fondo lei era assai preoccupata per la mia salute e pensò che una vacanza mi avrebbe aiutato.

 

Partimmo i primissimi di agosto ma io ero assai agitata: la situazione tra Chiara ed Ale diventava sempre più difficile da far quadrare. La mia giovanissima amica aveva lasciato la donna sposata e sembrava stesse ritrovando l'interesse in me, che probabilmente non aveva mai perduto.

Si dimostrava gelosa della rivale: mi aveva chiesto di incontrarci ed io mi ero negata. Questo l'aveva disturbata molto. Le sue telefonate divennero sempre più lunghe e frequenti, il tono della sua voce sempre più intimo ed io cominciai a sperare che il miracolo tanto atteso potesse avverarsi.

Ma, nel frattempo, i piani per il viaggio in Sardegna erano stati fatti già da un po'. quando la situazione con Chiara era assai meno invadente e non me la sentii di privarci di quello che sarebbe stato di certo bellissimo.

Ci imbarcammo.

Io mi dicevo che avrei dovuto essere contenta, mi davo della stupida ma ero nervosissima. Per prima cosa mi irritai perché non trovammo posto da sedere. Non avevamo prenotato una poltrona né una cabina. Io non ero a conoscenza delle abitudini di quel traghettare. Ale mi aveva assicurato che avremmo trovato comodi divanetti su cui passare le lunghe ore della traversata. Per di più aveva insistito per imbarcarci verso la fine della coda d'ingresso delle auto, per essere tra le prime ad uscire dal gigantesco garage galleggiante, una volta che avessimo attraccato, giunti sull'isola.

Per tutte quelle ragioni invece, dato che la nave era affollatissima, ogni divanetto stipetto o trapuntino era occupato e noi trovammo posto per sederci solo su di una dura panchina di legno in uno dei ponti di poppa.

Il vento era micidiale, il sole lo stesso ed io, che sopportavo male troppa luminosità, ne ero assai infastidita. Quel viaggio fu un tormento e fu la prima pietra di quel disastro che poi si sarebbe notevolmente consolidato.

Quando, finalmente, esauste, assetate ed io bruciata dal sole, -dato che loro erano scuri di carnagione e non avevano nessun problema, mentre io, che sono chiarissima e che al sole non ci stavo da almeno quarant'anni, avevo le braccia e il viso quasi ustionati,- arrivammo alla casetta dell'ex marito di Ale, che ci avrebbe ospitato, trovai che quella, più che una casa, era una stamberga. Inoltre il contratto della luce era stato fatto scadere e quindi non vi era corrente elettrica, né acqua calda mentre dentro il frigo ed il freezer, in sovrappiù, c'era una montagna di cibo andato a male, maleodorante in modo orribile.

La casa, con i muri sgarruppati, macchie di muffa nera ovunque, il mobilio ridotto al minimo, era sepolta nella polvere di un anno e nell'incuria più totale.

I primi tre giorni, quindi, furono un intenso lavoro di corvè e dovetti spendere altro denaro non previsto per fa riallacciare la corrente. Ciò mi fece irritare ancor di più.

Il posto poi non era tutto quel paradiso che mi era stato descritto, tutt'altro: Ploaghe è uno dei più brutti luoghi che io abbia mai visitato e questo lo dicono gli stessi sardi, non solo io, a scanso di equivoci.

Nulla andò per il verso giusto.

Le cittadine e le spiagge che mi portò a visitare successivamente erano si, assai belli ma immondizie ed incurie ne rovinavano la naturale bellezza, cosa che mi fece imbufalire, abituata io a cittadine spiagge e colline che ricevono una cura scrupolosa sotto quel punto di vista. Inoltre venni a contato con qualcos'altro che mi fece un male terribile: dovunque ci recassimo branchi o gruppi di cani abbandonati tiravano una vita randagia fatta di stenti e malattie e per le strade sempre cadaveri , anche di gatti ed altri animali, funestavano la vista, inorridendo il mio animo assai sensibile a quegli spettacoli che io ritenevo e ritengo indegni di qualsiasi popolo che voglia chiamarsi civile.

Io esprimevo il mio disappunto ad alta voce con grande convinzione e questo faceva irritare Ale che si sentiva punta sul suo amor patrio. E questo è un problema che, anche successivamente, come si vedrà, ha segnato la mia vita.

 

Il cinque d'agosto era il compleanno di Ale e lei volle recarsi al mercato di Sassari dallo zio pescatore per acquistare del pesce e fare festa a pranzo.

Io amo il pesce, anzi, i pesci e cioè vivi, possibilmente immersi nel mare, in un fiume o in un bel lago. Non amo il sapore della loro carne e tanto meno l'odore, che mii disturba in un modo notevole, pure se da bambina sono stata una grande pescatrice di mare con mio zio, che aveva una barchetta e ci portava sempre al largo a prendere gli sgombri con la lenza. Ma una cosa è l'odore di un pesce appena pescato un'altra quello di un mercato con banchi di pietra vecchi di secoli, dove il pesce era adagiato sul blocchi di ghiaccio che andavano disfacendosi e quindi per terra colava un sughetto con il quale si poteva anche già direttamente condire la pasta. Questo, protratto nel tempo, aveva creato un odore così forte che mi prese alla gola appena entrai nel grande luogo vociante.

All'odore del pesce poi si mescolava quello di carni e formaggi caprini, di salumi e carni anche equini – e per me, uccidere un cavallo è come uccidere un bambino, la stessa identica cosa -. Io, che ero all'epoca ormai diventata quasi del tutto vegetariana mi sconvolsi sia nell'odorato che nella vista. Ma cercai di non rompere troppo le scatole e seguii la mia compagna nel suo giretto tra i vari banchi fino ad avvistare lo zio e raggiungerlo ed acquistare da lui delle orate che erano assai belle, fresche del mattino. Ma il fatto fu che, mentre io a stento trattenevo i conati del vomito, quegli, per fare un favore alla nipote, spaccò il pesce sotto i nostri occhi e lo ripulì delle interiora, decapitandolo pure.

E quello per me fu troppo.

Quando, finalmente tornate a casa e sedute al tavola lei mi presentò quel povero pesce così martoriato e poi, ovviamente cotto, perché io ne gustassi, mentre lei e i suoi figli lo facevano sparire nelle loro bocche con grande entusiasmo, io non ne potei assaggiare che un piccolo pezzettino, dando poi loro tutta la mia parte. Davvero il mio stomaco si ribellava a tutto ciò.

E questo irritò me ed Ale ancor di più.

Ma la goccia che fece traboccare il vaso fu che loro avevano comprato anche delle lumache, cibo che in Sardegna è ritenuto assai prelibato. Io ne avevo mangiato una paio di volte, molto tempo prima in un ristorante ma me le avevano servite condite in un nodo che non erano per nulla riconoscibili. E comunque non mi erano piaciute un granché. Mentre invece ho da sempre avuto una grande simpatia per lumache lumaconi e chiocciole, guardandole con affetto ogni volta che mi è capitato, studiandole persino da vicino, mettendole a camminare sulla mia mano per guardarle bene, senza fare loro alcun male. Questo lo facevo da bambina ma anche da adulta, trovando quegli animaletti straordinari ed anche assai socievoli, una volta che si erano abituati all'inedito contatto con la mia mano.

Quindi, quando vidi, la sera, che lei e la figlia buttavano quelle povere bestioline ancora vive nell'acqua bollente e come quelle cercassero di scappare in qualche modo attaccandosi alle mani ed al bordo della pentola, mentre Ale gridava alla figlia: ' Acchiappale acchiappale e gettale dentro!! ', io sconvolta ed infuriata comincia a gridare più forte che erano una massa di assassini primitivi e tutta una serie di insulti piuttosto coloriti verso la mia amica, i suoi figlie tutti i sardi della terra.

Gettai a terra una sedia, alzandomi di scatto, uscii dalla stanza urlando e sbattendo la porta e mi andai a rifugiare in camera da letto.

Proprio in quel momento mi telefonò Chiara e quindi, quando Ale entrò in camera per terminare la litigata, mi trovò che parlavo al telefono con lei.

Successe il finimondo, mancò assai poco che venissimo alle mani. Lei mi accusò di averle rovinato non solo il compleanno e la vacanza ma anche la vita intera.

Io riparai nell'altra stanza, che era una una sala con un divano nel quale dormiva il ragazzo.

La notte dormii lì, senza cena, senza neppure qualcosa da bere.

Al telefono con Chiara cercai di studiare qualcosa da fare. Le chiesi di aiutarmi a fare un biglietto d'aereo per rincasare al più presto.

Ma Ale, davvero impazzita dalla gelosia, l'indomani, a mattina inoltrata, sentendomi ancora al telefono con l'altra, mi gettò le mie cose in mezzo alla stanza, valigia e zainetto e mi ingiunse di andarmene.

Io, infuriata ed inferocita, senza una parola e senza pensare a nulla, desiderosa solo di andarmene da lì, raccattai le mie cose ed uscii da quell'inferno, scardinando la porta con un colpo micidiale.

E mi trovai sola, in strada, il sei d'agosto a mezzogiorno, senza cappello, senza acqua, e con pochissimi soldi.

Decisi di recarmi a Sassari per prendere il treno ed andare a Porto Torres e poi imbarcarmi per Genova. Chiara non era riuscita a procurarmi un biglietto aereo e non vi era un modo con il quale io potessi avere del denaro in velocità, dato che allora non possedevo una poste pay, che avrebbe risolto il problema in un battibaleno. Mi incamminai per la strada provinciale che dal paesino porta al capoluogo: distanza, venti chilometri circa. Pensai di fare l'autostop ma nessuno dei pochissimi che passarono, si fermò. Io camminavo sotto il sole a picco ed ero sfinita, furiosa, e talmente fuori di me che non mi accorsi di sentirmi male. Dopo un paio di chilometri, forse più, c'è un distributore. Era già chiuso ma mi fermai per vedere se qualche automobilista che fosse giunto per fare rifornimento mi avesse poi dato un passaggio per la città. Fu infatti un automobilista che mi trovò, semi svenuta e quasi delirante, seduta a terra ed appoggiata con la schiena ad una pompa di benzina. Chiamò l'ambulanza ed i carabinieri. Avevo un effettivo colpo di sole, con disidratazione, ustioni su labbra naso e viso, febbre alta.

Solo più tardi, in ospedale, dopo flebo e altre cure del caso, riuscii a raccontare la mia storia, anche ai carabinieri. Mi chiesero se volessi sporgere denuncia ma, naturalmente non lo feci. Mi dissero che in un'area lì vicino partivano gli autobus per il porto. Avevo solo mezz'ora. Poi, fino al giorno dopo, più nulla. A stento convinsi la dottoressa a lasciarmi andare. Riuscii a prendere l'autobus per un pelo, dopo un'altra barcollante camminata di qualche centinaio di metri.

Ma quando arrivai finalmente alla biglietteria del porto trovai che le navi erano tutte piene. Non vi era alcun posto libero. Mi informai per cercare un pernottamento ma lì, al porto, il bar e tutto il resto, dopo la partenza delle navi, quindi verso le 22, avrebbero chiuso completamente i battenti. E non vi era più un mezzo per tornare alla piccola cittadina che distava diversi chilometri, forse cinque ma non ne sono sicura. Io ero esausta e febbricitante. Mi recai dalle forze dell'ordine del porto che mi accompagnarono ad una biglietteria obbligando l'impiegato a farmi un biglietto, anche se quello protestava che non aveva più posti liberi. Ci fu una lunga discussione, venne chiamato un superiore e finalmente accettarono di farmelo...ma..... ma quella era una nave delle più costose e mi mancavano venti euro. Chiesi come si potesse fare, che so un bonifico il giorno dopo o altro ma assolutamente il biglietto andava pagato in contanti nell'immediato. Io stavo per mettermi a piangere, disperata. Davvero non ne potevo più. Ma che posto, che infermo era mai quello?? Ma possibile che non si potesse trovare una soluzione? Avrei dovuto trascorrere la notte in spiaggia, senza cibo senza acqua. Ma che cavolo, mi sentivo peggio di un rifugiato, un fuggitivo...

Per fortuna una signora, che si disse sarda da parte di madre e che sono certa fosse il mio angelo custode travestito, mi mise in mano trenta euro. Venti per il biglietto e dieci per bere e mangiare qualcosa.

Non volle dirmi il suo nome, dicendo che il denaro andava a veniva..

Io accettai, cosa potevo fare? Accettai con le lacrime agli occhi e la benedii, pregando per lei per tutti gli anni a venire.

Come dio volle mi imbarcai sulla nave, trascorrendo la notte sdraiata sul pavimento, in fondo ad una saletta gremita di gente. Ma ero così stanca che non mi accorsi di quanto fosse duro quel giaciglio.

A Genova, poi, mi recai in stazione con la navetta gratuita che arrivò immediatamente dopo il mio sbarco, mi recai negli uffici del personale addetto al servizio clientela, spiegai tutta la mia situazione e fui messa su di un treno con un solo scalo che mi portò a casa mia, con il cedolino in tasca per pagare il biglietto con un comodo conto corrente postale, pur se aggravato da costi extra.

Ero furiosa. E che cavolo, ci voleva così poco per essere civili!!!

A chi raccontai la mia odissea, terminavo dicendo che nessuno più mi avesse parlato di Ale, di sardi e di Sardegna.

E mai mia affermazione fu più inutile e fuori posto di quella.

 

 

 

 

leggi di più 2 Commenti

lun

24

dic

2012

BUON NATALE A CHI HA SBAGLIATO

BUON NATALE 2012 - dipinto digitale

 

A CHI E' GIUSTO ED HA MOLTO, LA VITA HA GIA' DATO LA SUA BENEDIZIONE....

 

io, oggi, voglio fare un augurio di pace a chi ha sbagliato.

a chi ha fatto sempre le scelte sbagliate

 

a chi ha ucciso

rubato

tradito

mentito

 

a chi si droga

a chi beve

a chi è violento

ignorante

cattivo

avaro

infingardo

viscido

 

a chi è solo

a chi soffre, come me.......

 

mando un augurio di pace nel cuore.

 

gli altri, i giusti, la pace, l'hanno già..........................

 

 

 

 

leggi di più 2 Commenti

dom

23

dic

2012

NON SONO RIUSCITA A DIPINGERE

ALBA SUL CONERO - 2007 olio su legno 35 x40
leggi di più 0 Commenti

sab

22

dic

2012

UNA BAMBINA CHIAMATA ARI - DECIMA PARTE

LA DONNA D'EBANO 2009 olio su tela 100x120

 

DECIMA PARTE

 

Caricai di nuovo tutte le cose di Marika sull'auto e la portai in quell'appartamentino al mare. La madre aveva pagato caparra ed affitto, l'anticipo per la luce ed il gas, il cibo da mettere nel frigo e nella dispensa. Ma il lavoro lo feci tutto io.. la ragazza era riottosa, bloccata. Aveva paura di stare sola, non aveva voglia di fare nulla: di tenere la casa in ordine, di cucinarsi qualcosa.

Mi preoccupavo. Ma durò pochissimo: dopo tre giorni successe qualcosa che io mai avrei immaginato.

Marika mi telefonò, dicendomi che era tornata a casa dai genitori perché aveva capito il mio piano: io ero una profittatrice, le volevo portare via il lavoro, imparando a sue spese con la sua attrezzatura e la sua scuola, dato che cantavamo sempre insieme e lei quindi mi stava insegnando. Disse che io stavo con lei anche per i suoi soldi, che volevo arrivare a farmi affidare li suoi introiti – pensione di invalidità ed assegno dei genitori – per poter vivere di rendita alle sue spalle.

Ma cosa stava dicendo, cosa??

Mi infuriai, cercai di farla ragionare ma capii subito che Marika era fuori di senno.

Seppi poi che la madre era andata a prenderla, le aveva dato coca, fumo alcol e pillole di vario genere e che le aveva detto tutte quelle cose su di me.

Le dissi che stesse pure con sua madre e che non mi cercasse mai più. Che ero troppo stanca delle loro follie. Che tra noi era tutto finito.

 

In effetti ero davvero stanca di tutto quello che stavo vivendo: quanto di bello c'era stato tra noi, le uscite spensierate, le cene affettuose in famiglia, i pomeriggi a cantare io e lei, in casa, oppure accompagnarla al lavoro, montare tutta l'attrezzatura e vederla esibirsi, vero animale da palcoscenico, tutto quello non c'era più.

Da quando aveva ripreso a farsi, inoltre, lei era cambiata profondamente. Era diventata autistica, viveva solo in funzione della sua dose. Davvero il mio sogno si era frantumato, si era dissolto, scoppiando come una bolla di sapone.

 

Stetti male, caddi in una profonda depressione. Tutto mi divenne difficile:alzarmi la mattina, andare al lavoro, parlare con i clienti. Il fatturato precipitò. Restavo a letto fin dopo mezzogiorno. Non dormivo propriamente: me ne stavo raggomitolata nel letto, al buio, in silenzio, contornata dai miei cani e dai miei gatti, con gli occhi chiusi ascoltando il folle inceppato rimuginare dei miei pensieri che ripercorrevano il mio cammino dal giorno della mia nascita, ancora ed ancora, soffermandosi su ogni punto sanguinante, su ogni ferita, su ogni offesa ricevuta o inferta, sulle domande senza risposta.

Da mesi avevo smesso di andare da Francesco. Così mi recai dal mio psichiatra chiedendogli di aiutarmi. Non avevo le forze per affrontare l'iter che il mio maestro mi proponeva: la sua guarigione si basava su di una fattiva collaborazione totale da parte mia, compreso il cambiamento delle mie abitudini alimentari, dato che ero ritornata a mangiare carne e schifezze varie assortite.

Avevo bisogno di qualcosa che si aiutasse da solo, che facesse lui lo sporco lavoro di tirarmi fuori di lì.

Continuavo anche ad avere visioni, ricordi di altre dimensioni e vivevo in uno stato tormentoso di assoluta aliena impotenza e negatività.

Naturalmente lo psichiatra mi riempì di pillole. Altrettanto naturalmente, come si capì solo più tardi, furono proprio quelle a portarmi ad un nuovo tentativo autolesionistico.

 

Se leggete sul bugiardino di ogni psicofarmaco, noterete che negli effetti collaterali indesiderati si trovano gli stessi sintomi che quelle medicine avrebbero dovuto curare: depressione, astenia, psicosi, alterazione dell'umore e dell'equilibrio, induzione al gioco d'azzardo o ad altri comportamenti compulsivi, desiderio di farsi del male, auto-lesionarsi, fino al suicidio.

Infatti dopo una decina di giorni che avevo ripreso quelle cure, in una notte nella quale la terribile difficoltà della mia vita mi apparve in tutta la sua grandezza, mi feci una scorpacciata di pillole e gocce, cadendo in un sonno profondo.

Fu chiamata l'ambulanza e fui ricoverata in psichiatria, mi fecero la lavanda gastrica e un paio di giorni dopo ne ero fuori ma totalmente spezzata e sfinita.

Allora mi fu proposto il ricovero in una clinica di un paesino montano non troppo lontano dalla mia cittadina: la Clinica Villa Azzurra.

Accettai. Avevo assolutamente bisogno di aiuto.

In quella clinica erano assai avanti rispetto al reparto di psichiatria e molto più umani.

Nel reparto dei meno gravi nei quale io fui accolta vigeva anche una discreta libertà. Potevamo uscire per il paese, ricevere visite, ovviamente sotto il controllo dei medici e dietro il loro consenso.

Inoltre, oltre alle cure farmacologiche che mi vennero messe a punto, seguii tutta una serie di colloqui con psichiatri e psicologi e partecipai ad un piano di recupero con delle operatrici che ci facevano fare ginnastica, rilassamento, stretching, ci guidavano nel fare qualche lavoretto, oppure scrivere oppure leggere. Organizzavano piccoli tornei di ping pong o bigliardino. Insomma, facevano qualcosa per aiutarci a riscuotere dal nostro malessere e torpore. Per di più la clinica era immersa in un vasto parco, verde ed ombroso ed io avevo il permesso di passeggiarvi negli orari prestabiliti.

Trascorsi lì un mese.

Stavo meglio. Mi stavo riscuotendo. I colloqui con i medici focalizzarono che il mio problema era una distorta visione della realtà ed un buco affettivo, una voragine che era stata creata in me dalla mia infanzie. Erano concetti che avevo già da tempo fatto miei ed avevo cominciato a sviscerare ma, dopo quel tentativo di suicido e quella indigestione di pillole era come la mia mente fosse regredita ad uno stadio piuttosto confuso e la mia anima si fosse perduta.

Mentre ero in clinica Marika mi ricercò. Le cose con la madre ed il padre erano precipitate, esasperate dal suo continuo chiedere dosi di droga. Per quello era stata internata in una comunità dove si cercava di prendersi cura di lei.

Mi disse che aveva smesso di sniffare e fumare ascisc, che solo beveva qualche drink. Che i medici avevano sancito l'interruzione dei rapporti con i suoi genitori, dai quali solo percepiva il denaro per le sue necessità. Mi disse che stava meglio, che aveva capito che le manovre della madre erano state dettate dalla sua folle gelosia e dal suo grave disturbo di personalità. Mi chiese di perdonarla e di rimettermi con lei. La madre era definitivamente fuori: non avrebbe più fatto del male a noi.

 

Io stavo soffrendo troppo la sua mancanza.

L'amavo ancora tantissimo e rimpiangevo tutto quello che di bello avevo trascorso nei primi mesi della nostra storia. Mi sentivo talmente sola ed anche fortemente in colpa per non aver saputo fare ciò che avrebbe fatto star meglio la mia ragazza.

La sua telefonata mi riempì di gioia. Accettai di rimettermi insieme a lei e cercai di farmi una maggiore forza per riprendere una parvenza di vita normale.

Il mio diretto superiore mi riassunse al mio posto di lavoro. Non ero mai stata licenziata, lui si era preso cura dei miei clienti e mi aveva sostituito. Erano i mesi estivi, il lavoro era fiacco. Fu molto contento di vedermi stare meglio. Lui era davvero una brava persona e mi voleva bene. Avevo sempre lavorato duramente con impegno. Aveva capito che il mio era un malessere profondo e fece di tutto per aiutarmi.

Fui dimessa dalla clinica, tornai a casa ed al lavoro.

I miei figli erano molto arrabbiati con me e mi trattarono molto freddamente, la maggiore con rabbia. Ci fu un notevole distacco tra noi: i nostri contatti si ridussero al minimo.

Io lavoravo poi, la sera, facevo altri trenta chilometri andata e trenta ritorno per andare a trovare Marika.

Questo durò un paio di mesi, poi lei espresse il desiderio di ritornare a casa dai suoi. La vita in quella comunità era dura e anche non c'era stato tutto questo miglioramento che si era prospettato all'inizio: più che una comunità era una casa di accoglienza e vi era un notevole andirivieni che presentava pure situazioni critiche, con l'arrivo di gente fuori di testa, in piena crisi.

Io andai a parlare con i medici che avevano in cura la mia ragazza. Loro fecero da tramite con la madre, che mi chiese scusa, dicendo che lei pure aveva avuto una crisi, dato il comportamento della figlia. Ora stava meglio, aveva fatto cure e psicoterapia e desiderava che tutto tornasse come all'inizio.

Davvero quella casa di accoglienza non era il massimo e mi sembrò che la madre di Marika fosse lucida e presente.

Così acconsentii ad un riavvicinamento. Riportai la ragazza e le sue cose dai suoi e ricomincia la vita di famiglia. Con le uscite programmate, il karaoke, il denaro contato per i drink della ragazza e qualche po' di fumo per tenerla più tranquilla possibile.

La coca, ovviamente , la faceva partire di testa, un po' di fumo la calmava, la faceva dormire..

Passò ancora qualche mese e giunse il 2004. non che io stessi bene come all'inizio ma ero abbastanza serena.

 

Ma vi fu un'altra fuga di Marika che, agganciata chissà come da un altro cocainomane, fuggì di casa e stette via una settimana senza dare notizie.

Io la cercai dappertutto, telefonando a tutti i tipi bacati con i quali ero stata in contatto nei mesi precedenti ed infatti la trovai. Era in casa di un tipo, completamente fatta ed ubriaca un'altra volta.

Mi arrabbia furiosamente e a viva forza la caricai in macchina, riaccompagnandola dai suoi. Arrivata a casa lei ebbe un furioso alterco con il padre, sempre a causa di tutti i soldi che quello doveva sborsare per lei – infatti il padre era fissato su quello e solo di quello si curava e parlava. -

Egli era un ometto piccolo e magrissimo, perchè mangiava a malapena, pur di non spendere denaro. Ogni suo pensiero era incentrato sul denaro, ogni sua azione era attuata per risparmiare denaro. Era un delirio totale.

Ma io ci avevo sperato in quel litigio, così chiamai i carabinieri che vennero subito e fecero un bel TSO – trattamento sanitario obbligatorio - a Marika, facendola ricoverare in psichiatria.

Così, ogni sera io andavo a Ravenna a trovarla nella sua stanzetta nella quale era chiusa a chiave, separata da tutti gli altri degenti. Avevo avuto dal medico un permesso speciale: egli aveva finalmente capito che io ero l'unica persona ancora in grado di ragionare, in tutta quella assurda storia. Si, certo, io pure avevo i miei bravi problemi ma si capiva che erano causati anche da tutto quel complicatissimo intreccio di follie nel quale cercavo di barcamenarmi.

Di nuovo si prese in considerazione un appartamento autonomo per Marika, son l'aiuto economico della madre e la mia supervisione effettiva.

Di nuovo io mi misi alla ricerca e trovai la casa adatta. Questa volta era una porzione in una grande casa colonica, immersa nel verde di alcune colline vicine.

Marika, a cui era stata ritirata finalmente la patente, non avrebbe potuto recarsi da nessuna parte da sola, avrebbe avuto sempre il bisogno di avere me o la madre ad accompagnarla. La situazione tranquilla, secondo i medici, l'avrebbe aiutata. Avrebbe potuto cantare a squarciagola senza infastidire i vicini – con i quali c'erano annosi problemi -. io e la madre avremmo potuto recarci da lei a sere alterne, aiutandola nella gestione della casa e delle sue cose. Io avrei dormito con lei i fine settimana.

Marika fu entusiasta ed anche la madre.

Seguì così l'ennesimo trasloco di tutte le sue cose, che erano una quantità ingente dato che, ho dimenticato di dire, lei era una fanatica del look ed aveva sempre un gran daffare a truccarsi, cambiarsi di abito, comprare cose nuove, vestiti, scarpe accessori. Tinte per i capelli. - per un periodo se li era tinti di blu, costringendo la madre ad un lungo lavoro di ritocco sulla ricrescita e sporcando ogni cosa sulla quale posasse la testa. -

Quindi ogni volta erano macchinate pieni di abiti, biancheria, di cui era altrettanto fanatica e cosmetici. Devo dire, a parziale discolpa del padre, che le cifre spese dalla figlia, appoggiata in quello dalla madre che di certo giocava con al figlia come si fa con l e bambole, era ingentissima perché, naturalmente, ogni capo ed ogni prodotto era rigorosamente di marca.

 

Alla fine dell'ennesimo trasloco si vide che l'abitazione era davvero carina. Addirittura avevo portato lassù il mio barbone gigante, perché facesse compagnia a Marika quando era sola. Lui le voleva molto bene ed accettò tranquillamente quel trasferimento. Io glielo spiegai, la prima sera: ' Mamma vine sempre a trovarti. Tu fai il bravo e stai con lei: ha bisogno di te. Falle compagnia e sorvegliala. '

Lui capì, ne sono certa e non le si staccava di un passo, dormendo con lei, accompagnandola anche in bagno.

Ma anche quella volta durò poco: dopo una settimana Marika mi telefonò dicendomi che voleva tornare a casa dai genitori, che andassi a prendere il cane. Che non capiva come mai io volessi sempre dividerla dai suoi ed altri discorsi deliranti del genere che, sapevo ormai per certo, l madre le aveva conficcato nel cervello sconvolto e minato dalle droghe, dall'alcol e dalle ingenti quantità di psicofarmaci che sempre assumeva.

 

Quella fu la famosa goccia che fece traboccare il vaso.

Andai a prendere il mio cane, che fu felicissimo di tornare a casa sua e dissi alla ragazza che la lasciavo al suo destino, che non si poteva aiutare chi non voleva assolutamente essere aiutato.

Lei rincarò le accuse e litigammo. Io me ne andai sbattendo la porta.

Ero stomacata, sfinita, non ce la facevo più.

 

Dopo un paio di settimane lei mi telefonò e chiese di parlarmi. Mi recai da lei:

in tutto quel trambusto io mi ero licenziata dalla ditta di ferramenta. Alla ripresa delle attività non ero più riuscita ad ingranare. Ero comunque imbottita di psicofarmaci io pure e davvero quel lavoro richiedeva una presenza a se stessi che io avevo totalmente perduto.

Dall'inizio del 94 avevo cominciato a vendere surgelati porta a porta, guidando un furgone refrigerato.

Era un lavoro duro. Alle sei e trenta dovevo essere in magazzino per fare il carico del giorno, stivando nel furgone le scatole della merce che mancava dal giorno precedente e facendo la bolla di accompagnamento. Poi visitavo case a decine fino anche alle venti, salendo e scendendo dal furgone innumerevoli volte e guidando sempre nel traffico, dato che i clienti si trovavano nei centri abitati, con i problemi annessi di parcheggio e di nervosismo.

Ogni tanto la stanchezza e il sonno indotto dalle medicine mi costringevano a fermarmi e dormire qualche decina di minuti.

Lo stipendio era a provvigione, quindi dovevo recuperare il tempo perso, tanto che ero sempre l'ultima a rientrare la sera in magazzino.

Era un delirio ma non avevo trovato di meglio.

Ricordo benissimo quindi che mi recai da lei con il furgone dei surgelati, la feci salire e mi allontanai da casa sua, per parcheggiare un paio di chilometri lontano, in una zona tranquilla.

Marika mi chiese piangendo di tornare con lei. Aveva ripreso a sniffare e il padre non le voleva dare i soldi per la roba. Stava malissimo. Era una continua lite con entrambi i genitori. Mi abbracciò, scossa da lacrime convulse.

La guardai: aveva il viso disfatto, i lineamenti contorti. Nulla era rimasto della bellissima pur se assai stramba ragazza che avevo conosciuto. Gli occhi erano spenti. Mi fece una pena immensa e mi dissi che dovevo assolutamente aiutarla ma dentro di me qualcosa si ribellò.

Avevo sofferto troppo a causa delle loro follie. Avevo vissuto i mesi più assurdi ed impensabili della mia esistenza e di tutto quel tormento non si intravedeva neppure un barlume di soluzione. Le avevo davvero provate tutte.

Così l'abbraccia stretta, la baciai dolcemente sulla fronte e le dissi che non ce la facevo. Stavo male forse quanto lei ma non ce la facevo. Che avrei potuto lottare contro i suoi problemi se non avessi avuto la madre contro ma che così per me era una battaglia persa a prescindere.

Fui irremovibile. E la riaccompagnai a casa.

 

Un paio di settimane dopo, una amica comune mi telefonò e mi raccontò cosa era successo.

Due notti prima Marika, più fatta a bevuta del solito, si era buttata sotto un camion che passava sulla trafficatissima provinciale a poche centinaia di metri da casa sua.

Non era morta ma lei non sapeva come fossero le sue condizioni, sapeva solo che era ricoverata all'ospedale di Ravenna.

Mi precipitai là e corsi dal suo psichiatra che mi dirottò in chirurgia.

Quando giunsi di sopra, immediatamente vidi i genitori della ragazza che stavano in attesa nel corridoio. La madre mi si avventò contro, aggredendomi, urlando che era tutta colpa mia. Le infermiere la trattennero a fatica.

Lei gridava che me ne dovevo andare ma io fui irremovibile: volevo vedere la ragazza. Chiamai su lo psichiatra che costrinse la madre a tacere ed a lasciarmi parlare qualche minuto con Marika.

Proprio in quel momento la ragazza uscì dalla sala operatoria.

Le avevano amputato la gamba destra.

 

Non dimenticherò mai quella visione.

In quel letto con le sponde, le mani e le braccia tutte escoriate, flebo e tubi dappertutto, Marika giaceva, tremante e sconvolta, chiedendo insistentemente alle infermiere che le erano accanto, di fumare.

Mi avvicinai a lei e la chiami per nome. Piangevo.

' Marika, - le dissi -cosa hai fatto, bambina? -

Lei mi guardò per un momento come non mi riconoscesse. Poi un sorriso le fiorì su quel volto sfigurato dalla sofferenza, dalla droga e dall'anestesia. Rispose con un filo di voce, tendendomi una mano con le unghie tutte rotte ed annerite dal sangue rappreso: :

' Ari, sei venuta, sei qui! Non mi lascerai più, vero? '

Io mi chinai a baciarle le labbra riarse.

' Sono qui, amore, sono qui. '

Ma le infermiere già se la portavano via, allontanandomi da lei, spingendomi da una parte, mentre facevano girare il letto per introdurlo nella stanza di degenza.

Ad una ventina di passi da noi, in fondo al corridoio, con la coda dell'occhio vedevo la madre che parlava animatamente con un'altra infermiera, inveendo contro di me.

Captai chiaramente le parole: ' Ora basta, mandatela via. '

Infatti quella infermiera venne verso di me e in modo deciso mi chiese di andarmene.

Marika era stata dichiarata incapace di intendere e di volere, i genitori erano i tutori, almeno provvisoriamente e quindi la loro volontà era legge.

Chinai la testa mestamente tra le lacrime e uscii da quel reparto.

Il giorno dopo tornai ma mi dissero che Marika non c'era più.

La cercai dappertutto. Mi recai a parlare con medici, psichiatri, l'infettivologa, l'assistente sociale, quella del SERT. Ma invano.

Tutti mi dissero che non sapevano che fine avesse fatto, cosa evidentemente falsa. Ma di certo rispettavano il volere della madre di Marika.

 

Non seppi più nulla di lei fino all'estate del 1995, quando il mio cellulare squillò mettendo in evidenza il suo nome sul display.

In quei giorni io stavo con Ale, come racconterò più avanti. Fui stupita ma contenta di sentirla. Mi disse che di nuovo aveva litigato con la madre e questa volta credeva definitivamente, dato che le avevano tolto la potestà ed era stata affidata ad un tutore esterno. Era ancora ricoverata in ospedale: da allora non era mai stata dimessa.

Mi chiese di andarla a trovare.

Io le risposi che adesso stavo con un'altra donna. Che, se avesse voluto, sarei andata a trovarla accompagnata da lei. Marika fu d'accordo e così io ed Ale ci recammo da lei, il giorno dopo. Era ricoverata in psichiatria. Si era ripresa abbastanza ma ancora il moncherino non era guarito e quindi non aveva una protesi.

Entrammo nella sua camera ed lei era a letto con le cuffie nelle orecchie che ascoltava musica. Vedendomi mi tese le braccia ed io corsi ad abbracciarla. Le diedi un bacio sulla guancia ma lei cercò le mie labbra. Io la lasciai fare per un attimo poi mi staccai da lei, col fare di presentarle Ale che già la guardava assai preoccupata ed a disagio.

Marika allora ci chiese se le potevamo offrire un caffè. Come sempre era alle prese con il denaro che le veniva dato contatissimo per evitare che si ingozzasse di porcherie al distributore automatico del reparto. Naturalmente noi le dicemmo di si ed allora lei si alzò dal letto per sedersi sulla sua sedia a rotelle

Fu terribile vederla così. Aveva lo sguardo assente, di certo le cure di psicofarmaci non erano mai state interrotte.

E delle sue bellissime gambe lunghe ed affusolate ne restava una sola. Dell'altra restava un moncone ben sopra al ginocchio, con il pantalone tagliato e chiuso in fondo a protezione.

Mi si riempirono gli occhi di lacrime che non seppi trattenere. Anche lei pianse.

Poi mi ripresi e cercai di sdrammatizzare, la accompagnai al suo caffè ridendo della sua ' carrozza ' e spingendola correndo, mentre lei esclamava ad alta voce: ' Più forte, più forte!! '

Come sempre eravamo le buffone della situazione e lo sguardo dell'infermiera lo confermò.

Tornammo a trovarla ancora qualche volta poi lei iniziò una relazione a distanza con una donna e non mi cercò più.

Si rifece viva alla fine del 2006. io ero single, allora – e di questo narrerò più dettagliatamente qui di seguito -.

 

Avevo sempre pensato a lei, sentendomi terribilmente in colpa di quanto le era accaduto. Dopo l'incidente avrei voluto prendermi cura di lei, starle accanto ma mi fu vigorosamente impedito.

Quando mi ricercò mi disse che la storia con quella donna era finita e che ora voleva costringere il suo tutore a renderle la libertà. Era ancora ricoverata in ospedale, dopo più due anni, era ancora lì. Mi chiese di aiutarla.

Io ci pensai sopra, riflettendo a lungo. Dopo un settimana di pensieri tormentati e contrastanti mi recai da lei e le dissi che avrei potuto esserle accanto come assistente, come badante. Non come compagna perché le volevo bene ma non l'amavo più. Se poi le cose fossero cambiate, fra noi, si sarebbe visto il da farsi.

Per il momento potevo darle quel genere di appoggio ma, dato che ero senza lavoro, non avrei potuto sostenere molte spese di trasferimento: il suo tutore avrebbe dovuto assegnarmi una piccola cifre per coprire il costo del carburante. Altro non volevo, il resto sarebbe stato solo quello che io mi sentivo di doverle.

Lei fu assai felice di ciò che le dissi e quindi prendemmo un appuntamento con il suo tutore ed i suoi medici.

Quando ci ricevettero lei comunicò loro il suo volere, le sue richieste di andare a vivere in un appartamento adatto alle sue necessità, disse che io l'avrei assistita ed aiutata e che avrei percepito un minimo di rimborso spese.

Seguirono al primo altri incontri. I medici ed il tutore alla fine di lunghi interrogatori sulle mie condizioni ed intenzioni, si dissero disposti ad un periodo di prova.

All'inizio sarebbero state solo uscite pomeridiane di qualche ora. L'avrei accompagnata dove avesse voluto andare. Qualche cena al ristorante. Per vedere le sue reazioni ed, ovviamente, il mio comportamento, la mia affidabilità e, non ultimo, il grado di affiatamento che si sarebbe creato fra di noi.

Marika era abbastanza lucida. Ovviamente non si era drogata né ubriacata più. Ma le cure che seguiva avevano ancora dosi forti. Quindi era come fosse distaccata da tutto e vivesse seguendo un suo percorso interiore di cui solo lei vedeva lo snodarsi.

Uscimmo qualche volta. La portai a fare acquisti in profumeria, al mare, a mangiare una pizza.

Quando mi recavo a ritirarla l'infermiera mi consegnava il denaro per la benzina e per le altre spese.

Lei sembrava molto contenta. Quando non andavo a trovarla le telefonavo. Passavamo diverso tempo chiacchierando. Le parlai del buddismo e lei si interessò molto, chiedendomi di aiutarla ad incominciare a praticarlo. Io, felicissima di questo, mi diedi da fare e trovai una persona disposta a recarsi da lei per sostenerla in quello. Io non ero ancora all'altezza, allora.

Tutto sembrava andare avanti alla perfezione. Io cominciavo ad aprire di nuovo il mio cuore al sentimento che provavo per lei che, evidentemente, non era del tutto spento ma solo massacrato dal dolore delle circostanze. Pensavo che avrei voluto prendermi cura di lei per sempre. Che avrei voluto renderle la vita migliore, il più possibile.

La sera dopo dovevo portarla a mangiare al pizza. Lei mi telefonò poche ore prima dicendomi che avrei dovuto pagare io.

Le dissi: ' Va bene, lo farò, ma perché, Marika? '

E lei mi rovesciò addosso tutto un delirante discorso che sua madre le aveva fatto sulle mie presunte intenzioni di sfruttare il suo denaro, che in quei tempi era diventato più sostanzioso e consistente, avendo lei ricevuto varie erogazioni assistenziali.

Le chiesi se stesse scherzando e quando avesse rivisto la madre, dato che io sapevo che l'avevano interdetta dall'avvicinarsi alla figlia. Lei mi rispose che era stata lei stessa a ricercare la madre, convincendo i medici che era pronta ad avere un rapporto sereno con quest'ultima.

Sentii un gelo invadermi tutta: eravamo alle solite.

' Ciao Marika, - esalai a bassa voce al telefono, - goditi tua madre e non cercarmi più.'

e il giorno stesso cambiai il numero di telefono.

 

Dopo qualche tempo seppi per caso da conoscenti comuni che aveva avuto grossi problemi con la protesi ed il moncone ma che era stata finalmente messa in una appartamento da sola, seguito da una associazione di sostegno per casi del genere.

Da allora non ho saputo più nulla.

Chissà come sta, ora e cosa fa...

 

Sono certa che la narrazione di questa parte della mia vita non è perfettamente coincidente con la realtà. So che ho di sicuro dimenticato qualcosa, tralasciato appositamente altro, - sul suo comportamento sessuale, che non ho voglia di ricordare né di raccontare, - e che ho confuso la cronologia di altro ancora. Quel periodo fu troppo caotico. Io ero imbottita di psicofarmaci. Davvero credo che il mio cervello abbia cercato di dimenticare il più possibile di tutta quella follia. Ma i capisaldi sono questi e di ciò sono certissima.

Narrarla, questa storia, è stato difficile e mi ha sommerso di tristezza.

Il mio senso di colpa nei suoi confronti non si è mai sopito: io volevo salvarla e non ci sono riuscita.

Ma come si può salvare chi non vuole essere salvato?

 

E, soprattutto, chi salverà mai me da me stessa?

 

 

 

 

leggi di più 2 Commenti

sab

22

dic

2012

E' BELLO STARE NELLE VOSTRE CASE, ACCANTO A VOI.....

UN DESTINO BALLATO IN TANGO - COPERTINA DLE MIO CD - 2012 dipinto digitale.

 

 

A COLORO CHE STANNO ASCOLTANDO LA MIA MUSICA....

 
paola mi scrive sul mio sito: 


Dunque mia carissima ,questa notte voglio farti io questo breve racconto , che penso forse t'interesserà....Allora stasera giungo tarduccio nella mia dimora dopo una giornata di lavoro un po' intensina.Con la distrazione e la noncuranza tipica della stanchezza , poso le mie varie carabattole così a caso , dove capita ... Con la coda dell'occhio ma senza nessun reale interesse , scorgo sul tavolo di cucina una bella piletta di buste , fogli e foglietti che immagino essere le solite robe della posta e perciò le ignoro come sempre anzi forse più di sempre ... Mentre scombinatamente con la testa cerco di mettere in fila le cose da fare , mi giunge da dietro la voce di mio marito che mi dice : " C'è questa cosa per te !" : Io presa dai miei piccoli e disordinati pensieri , non gli do nessuna importanza e continuo nel mio fare distratto ...Poi , improvvisamente mi si accende una lucetta che mi dice : " E' il CD , è arrivato !". Mollo tutto quanto stessi facendo , cioè niente , per verificare se la mia sensazione fosse corretta. E infatti è corretta : è proprio lui , arrivato dentro quelle belle carte gialle e spesse da imballaggio che non si vedono più ed addirittura con l'indirizzo scritto a mano , con una PENNA , che anche quelle poverelle non si usano più e sono perciò tristi e sconsolate ! E invece è successo il MIRACOLO e cioè che una signora gentile ha preso questa penna , i francobolli e pazientemente ha scritto ogni indirizzo e probabilmente una o più parole a un sacco di persone ....E' diverso , è strano " vedere" la grafia di una scrittura peraltro ormai diversamente nota......Guardo quindi questo strano oggetto , inconsueto : lo apro , lo giro ,lo stringo , lo tasto ... mi è comunque familiare perché l'immagine forte di quei colori accesi , la vedo da tempo su un certo blog...Noto la cura , la precisione quasi scientifica con cui è stato predisposto .Ecco , penso , adesso ci familiarizzo un po' .........e poi ma POI , SOLO POI , esprimerò il MIO ESIMIO ED INSINDACABILE PARERE ,ma con calma , facendo un giro largo , come è cosa buona e giusta ....Quindi rassegnati perché c'avrai d'aspettare un bel po' ................ma sono piu' che sicura che SAPRAI FARTENE UNA RAGIONE !!!!!Buonanotte e sogni d'oro e d'argento che costan cinquecento ......e ....GRAZIE .


ed io le rispondo...


io prendo questo tuo commento, lo incollo così com'è sulla mia bacheca di fb, quella nuova, sempre ari amaducci..

perchè ho visto tutto..ed adesso so che sono lì, da qualche parte, su di una scrivania, un mobiletto o chissà dove, dentro un lettore o il tuo pc... e canto. per te...

come canto per tutti coloro che l'hanno voluto presso di sè.

come per ognuno di voi ho scritto a mano l'indirizzo, e una piccola parola dentro.

come ad ognuno di voi ho inviato un po' del mio cuore e della mia vita.

grazie..

grazie..

come ho scritto ad altri, sono felice di esserti ed esserti, esservi così vicina.

aono felice di questo...

 

grazie...

 

leggi di più 5 Commenti

ven

21

dic

2012

UNA BAMBINA CHIAMATA ARI - NONA PARTE

IL BACIO - dipinto digitale 2012

 

NONA PARTE

 

Fu proprio al cassero che incontri Marika.

Era un sabato sera di fine gennaio2003, pochi giorni prima del mio compleanno.

Ero seduta vicino all'ingresso, all'interno, dove vi erano dei divanetti e dove sempre qualcuno faceva crocchio, prima o dopo il gettarsi nella calca della sala da ballo che era al piano inferiore.

Quella è una costruzione molto singolare, un antico magazzino del sale, credo, o torrione di difesa, insomma, un altissimo stanzone di pietre a vista, blocchi grossi e diseguali incastrati l'uno contro l'altro con manuale perizia di altri tempi.

L'ingresso, quindi, chiuso da un pesante cancello di ferro battuto, si trova ben al di sotto di dove la città ha ore il suo piano di scorrimento e, per andare giù, c'è una scalinata di metallo zincato, che porta alla vasta area che circonda il grande maschio di pietra. In quei giardini, l'estate, è molto bello trattenersi nei tavolini del bar all'aperto, per parlare e bere un drink. Ma allora, che era inverno e piuttosto freddo, l'attività era tutta incentrata nella vasta antica sala e di sopra, dove c'è l'ingresso, la sede dell'associazione femminile, la biblioteca e questa specie di salottino aperto nel quale sedevo io quella sera.

Ero in compagnia di tre ragazze conosciute de poco, delle cui una mi piaceva assai. Ma lei, proprio in quei giorni, aveva conosciuto l'altra che era con noi, più giovane ancora, assai bella e dai lunghi capelli biondi inanellati in larghi riccioli di bambola. La terza era la sorella della prima.

Eravamo lì sedute e bevevamo il drink che ci eravamo portate su, uscendo dalla sala troppo affollata e rumorosa, per noi, in quel momento.

Parlavamo tra noi ma in realtà la giovane che piaceva a me stava vivendo il suo incontro da favola con la bellissima bionda ed io e sua sorella ci sentivamo assai al margine.

Quando arrivò Marika fu come un tifone avesse fatto pulizia di tutto quello che non era solidamente ancorato.

Era vestita con una tuta da sci azzurra e rosa, di quelle imbottite e tutte aderenti, aveva i capelli biondissimi ossigenati e tagliati molto corti ed il viso molto truccato ma di un celeste assai vivo, con una saetta glitterata appiccicata sulla guancia sinistra, come fosse stata una bambina di sei anni che aveva avuto il permesso dalla madre di giocare con i trucchi ricevuta in regalo per il compleanno.

Arrivò sulle sue lunghe gambe con quel suo passo molleggiato e strambo che non dimenticherò mai, soprattutto adesso che so come è andata a finire la storia.

Era evidentemente ubriaca e parlava con la sua voce potente da cantante.

Si aggiunse alla conversazione senza neppure chiedere permesso, come fossimo noi ad essere lì in sua attesa.

E cominciò senza indugi, dopo essersi presentata, stringendo la sua manina infantile a quella di tutte noi con un gesto compito e gentile di brava bambina educata, a raccontare di sé.

Raccontò di essere una cantante e ci cantò un pezzo a cappella, alzandosi in piedi nella sua discreta altezza – mi sovrastava di una decina di centimetri – spiegando un'ugola di tutto rispetto, degna di una Pavarotti in gonnella, solo che era chiaro, la gonnella lei, non l'aveva indossata mai.

Le facemmo un applauso rumoroso e lei si sentì rincuorata così che continuò a parlare, narrando di una madre e di un padre pazzi esauriti, dei suoi problemi di bulimia, di cure psichiatriche, di un passato di cocainomane, il tutto espresso come stesse parlando di qualcun altro.

Vidi le altre ragazze, infastidite dal suo ingresso ingombrante ed inatteso, che la guardavano con aria di compatimento, muovendole alcune domande perché lei potesse ancor di più raccontare particolari scabrosi in modo da diventare ancora più assurda e ridicola.

Ciò mi provocò un immediato moto di simpatia e di protezione verso quella fanciulla sfortunata che, evidentemente, stava chiedendo aiuto alla vita ed a chiunque, perfettamente conscia di non essere in grado di proseguire da sola. E mi dispiacque tantissimo che si esponesse così al giudizio evidentemente negativo di estranei, solo per attirare l'attenzione su di sé.

Allora la invitai ad uscire con me, per prendere una boccata d'aria, far svanire un po' i fumi della evidentissima sbornia e magari raccontarsi a me con più privacy ed una maggiore attenzione che io mi sentii subito di poterle rivolgere.

Aveva gli occhi di bambina, castano scurissimo, vivaci ed inquieti con una grande ombra che si agitava nel fondo, era assai bella ma la sua bellezza era completamente rovinata da quella sua espressione istupidita dall'alcool e dalle pillole di cui era imbottita.

Accettò il mio invito, non chiedeva di meglio, anzi, proprio quello stava cercando.

 

Parlammo a lungo, sedute fuori all'aperto sulle sedie estive che ancora avevano qualche acquirente che necessitava di una rinfrescata ai propri pensieri, sepolte nel buio di un giardino invernale di alberi spogli ed uno spicchio stranito di luna tra i tetti di una grande città.

Scoprimmo che abitavamo non troppo lontano, una quindicina di chilometri ma soprattutto che lei era nata e viveva in uno di quei paesini attorno a quello in cui avevo abitato tanti anni e gestito il mio ristorante.

Infatti lei, allora, mi riconobbe e da lì cominciammo a parlare di conoscenze comuni, di ricordi comuni. Mi disse che era venuta qualche domenica con i genitori a prendere la pizza da asporto ma io non me la ricordavo, perché in quei momenti di lavoro frenetico io me ne stavo davanti al forno a stendere le pizze, farcirle, infornare e sfornarle per poi metterle nelle scatole e farle uscire con la maggior velocità possibile.

Chiedendomi sempre perché, poi, quella dannata gente dovesse mangiare la pizza solo una volta alla settimana e tutti quanti insieme alla stessa ora.

Domanda alla quale non trovai mai una risposta.

 

Fu così che lei mi chiede di accompagnarla a casa: era arrivata a Bologna con il treno, i soldi per qualche drink ed il biglietto per il ritorno in tasca, proprio come una bimba in vacanza premio.

Era evidente che la madre sapeva benissimo che si sarebbe sbronzata e che avrebbe speso fino all'ultimo centesimo che lei le avesse dato.

Così mi dissi felice di accompagnarla ed in effetti lo ero davvero.

Avevo bevuto un paio di coca e rhum anche io e, pur se abbastanza tempo era passato, ancora mi sentivo euforica.

Poi c'era il suo profumo che mi catturava, quel suo muovere le mani come fosse una compita signorina di buona famiglia in preda ad una follia temporanea, quel suo guardarmi franca negli occhi con quel retrogusto disperato che chiedeva aiuto.

Sulla via del ritorno, che fu più lento del necessario, cantammo insieme.

Mi venne spontaneo accompagnare la mia voce alla sua, quando intonò una canzone d'amore, per dedicarmela, così disse, in ringraziamento dell'accompagnarla a casa.

Lei si stupì della mia – allora – bella voce e mi spronò a cantare ancora con lei.

E a me sembrava di essere ancora con i miei bambini nel viaggio di ritorno da una gita anche se, quello che provavo in un angolo del mio cuore ed in fondo alle mie viscere non era assolutamente simile.

Marika avrebbe compiuto ad aprile 33 anni, io, pochi giorni dopo, 48.

mi trovai a desiderarla ma mi dissi che era impossibile lei potesse desiderare me.

La vedevo si, stramba, problematica, in evidente crisi e necessità ma mi sembrava così superiore a me che non l'avrei di certo neppure sfiorata con un dito.

Ma mi sbagliavo alla grande.

Arrivate davanti al cancello del suo giardinetto, che girava attorno ad una piccola costruzione indipendente ad un piano, tutta circondata da alberi e cespugli, in una via quieta e totalmente silenziosa di quel paesino addormentato, lei mi chiese, sfrontata e divertita ma con un piglio un po' preoccupato per una eventuale risposta negativa, se le avessi voluto dare un bacio.

Io rimasi folgorata dal suo ardire, proprio come se tutte le esperienze di sesso disinibito e sfrenato che avevo vissuto si fossero volatilizzate completamente.

In effetti incontrare ed amare Kiara mi aveva resettato talmente che ero come un'adolescente al suo primo appuntamento.

Io e Kiara non ci eravamo mai baciate perché in quei giorni io avevo contratto una infezione da treponema ed ero infettiva.

Racconto di questo episodio così doloroso della mia vita nel mio romanzo interrotto, E TUTTO FU..... CHIARA, che, come già detto nel capitolo precedente, si trova pubblicato nel mio sito alla pagina omonima.

Fu quella la ragione per cui, pur avendo contatti intimi, io non l'avevo mai baciata, per paura di passarle quell'incubo che mi era stato regalato da qualcuno dei miei 'amici '.

 

Avevo desiderato baciare le labbra della mia giovanissima innamorata come mai avevo desiderato qualcosa prima di allora nella mia vita.

Un desiderio che non fu soddisfatto mai.

Così, quando mi chinai sulle labbra di Marika che, ad occhi chiusi, mi porgeva con un gesto dolce, infantile e malizioso insieme, io pensai che quello sarebbe stato il mio primo vero bacio.

E da quel giorno, ogni volta che baciai quelle labbra, provai la medesima sensazione sconvolgente.

Ci baciammo a lungo, senza riuscire a staccare le nostre bocche ma senza entrare subito in un bacio profondo e passionale.

Ci baciammo a lungo solo con le labbra, appena, davvero come fossimo due adolescenti inesperte, cosa che assolutamente in realtà non era.

Quando mi staccai da lei ero già innamorata e le dissi, con voce tremante:

' Ma queste sono le porte del paradiso! '

e lei rise a voce spiegata tanto forte che avrebbe svegliato di certo qualcuno ed io non ebbi modo di fermare quelle risa che con un altro bacio e poi un altro ancora e un altro ancora......

Tutto il resto del mondo sparì dalla mia mente e, incurante che qualcuno potesse sopraggiungere e vederci, non la fermai quando le sue mani cercarono il mio seno e si insinuarono tra le mie gambe, rispondendo in pieno e con passione alle sue richieste d'amore.

Ci amammo in macchina, così, alle quattro di una domenica mattina di gennaio, in una via per fortuna un po' decentrata di quel paesino ma che certamente non era il luogo adatto per una cosa del genere, di fronte alla casa dei suoi e con di fianco una lunga serie di altre abitazioni addormentate.

 

Solo quando mi scossi da quel travolgente piacere e quella premente passione mi resi conto di quello che avevo rischiato: c'è persino l'arresto per una cosa del genere.

Ne ridemmo insieme, ricomponendoci, esattamente quanto ce ne stupimmo e ce ne spaventammo. O almeno, io me ne stupii e me ne spaventai.

Marika era davvero un tifone tropicale e non aveva più remore per nulla a per nessuno.

Ma io, quello, ancora non lo sapevo.

Sapevo solo che avevo varcato la soglia ed ero entrata in quel paradiso di cui conoscevo istintivamente l'esistenza ma che non avevo mai trovato prima: le labbra di una donna di cui ero innamorata.

Perché avevo baciato tante labbra di donna, prima di allora ma mai quelle che amavo: sempre e solo avevo potuto avere bocche estranee, cercate per gioco erotico e per pura libidine, mentre le altre le avevo solo a lungo desiderate, sognate, agognate e mai neppure sfiorate: quelle di Chiara, quelle della mia ex socia, persino quelle della mia compagna di liceo, che sì, mi donò un contato ma fu così breve ed a sorpresa, che non ebbi neppure il tempo di accorgermi di cosa stesse succedendo..

Fu solo quella notte, ad oltre metà del mio cammino umano, dentro la mia macchina, che conobbi e toccai con mano la differenza tra il sesso e l'amore.

 

Mi gettai a capofitto in quella storia, senza domandarmi nulla, solo piena di quella inebriante situazione.

Marika il pomeriggio seguente sarebbe partita per la montagna, per andare a sciare una settimana, con i suoi genitori a Courmayeur.

Io le dissi che non avrei potuto attendere una settimana prima di rivederla e le chiesi il permesso di andarla a trovare.

Lei ne fu entusiasta.

Così, tre o quattro giorni dopo mi presi un giorno di ferie dal lavoro, anticipando e posticipando le visite programmate per quel giorno, partii a notte fonda percorrendo alla maggiore velocità possibile il lungo viaggio fin là, ed arrivai a bussare alla camera della suite dove dormivano lei ed i suoi alle otto del mattino.

Mi aprì la madre, che era stata avvertita del mio arrivo, in vestaglia, con i capelli un po' scomposti e mi fece entrare.

Mi presentai e lei mi squadrò dalla testa ai piedi. Era una donna piuttosto bassa, con il viso da popolana, non bello ma neppure brutto, solo, un bel po' arcigno.

Avessi saputo quanto mi sarebbe stata nemica, certo me ne sarei fuggita via.

Era più giovane di me di un paio d'anni, avendo avuto la figlia a poco più di venti anni ma ne dimostrava assai di più di me.

Dopo avermi esaminato con una lunga indagatrice e sapiente occhiata, -lei sapeva benissimo cosa guardare per rendersi conto di chi le aveva portato a casa quella volta quella matta di sua figlia - mi sorrise e mi chiese se avessi gradito un caffè. Io ringraziai e mi schernii: non bevo caffè, di solito, se non in casi di assoluta necessità. Non amo il sapore di quella bevanda per la quale tutti quanti sembrano impazzire e vi ricorro solo se devo stare sveglia per una qualche ragione.

Le chiedi dove fosse Marika. Avevo in mano un pacchettino tutto colorato.

Lei mi rispose che stava ancora dormendo, che aveva cercato invano di svegliarla da più di un'ora e che, se volevo provarci io, quella era la porta della sua camera e mi mostrò un uscio socchiuso.

Io le sorrisi e la varcai, entrando in una penombra che aveva profumo di lei. Mi avvicinai al letto, mi inginocchiai di fianco, avvolsi le mie braccia attorno al suo collo e l'abbracciai, baciandola dolcemente sulle labbra dischiuse nel sonno.

Ma che miracolo era quello?

Con Chiara avevo avuto pochissimi incontri, di cui uno solo in casa sua, tutti gli altri nella mia auto. Ma mi ero sempre sentita un'invasore, un'estranea, un'infiltrata della sua vita.

Ora invece ero lì: la madre mi aveva accettato senza una parola, ammettendomi alle intimità della figlia.

Mi sentii ubriacare.

 

Marika si destò all'improvviso: aprì gli occhi e li fissò come increduli nei miei, ancora assonnati. Poi si riscosse e gridò: ' Ari, sei venuta davvero! ' e mi gettò le braccia al collo coprendomi di baci.

Io mi sottrassi a fatica a quell'impeto e le misi in mano il pacchettino. Lei lo accolse con la meraviglia di una bambina e lo aprì strappando la carta con foga. Dentro vi era un piccolo peluche che stringeva una cuore di pezza pieno di cioccolatini.

Era un oggettino così sciocco e poco costoso che avevo temuto lei lo avrebbe snobbato. Invece ne fu così felice e lo accolse con battimani e grida di gioia, abbracciandomi di nuovo e tirandomi a sé, contro di sé, nel letto sfatto della notte appena trascorsa e ancora caldo del suo corpo.

Ero già innamorata ma tutto quello mi catturò completamente.

 

Passammo una giornata io e lei sole, nella neve, a spasso per il bellissimo paesino montano pieno di turisti. Io non avevo l'abbigliamento adatto perché non ho mai sciato.

Quindi ci limitammo a giardini pubblici, vie, piazzette, la pista di pattinaggio sul ghiaccio, sulla quale pattinammo insieme, dato che invece in quello ero più brava di lei, ridendo come pazze e giocando come due monelle che avevano bigiato la scuola.

I mie problemi si erano volatilizzati.

I miei dolori le mie sofferenze tutto il terribile vissuto che avevo alle spalle, non c'era all'improvviso più. Ero nuova nuova e mi piaceva un sacco quello che ero.

Pranzammo con la madre che mi volle sua ospite, nel ristorante del residence di cui erano ospiti.

Mentre mangiavamo la donna mi rivolse diverse domande. Non le rivelai chi fossi, del ristorante eccetera. Io e Marika preferimmo tacerlo, dato che si dissero cose sul mio conto, allora, infangandomi di un fallimento che di certo era doloroso e forse colpevole ma non delinquenziale.

Le dissi dei miei figli, del mio lavoro. Non millantai ricchezze o cose che non avevo ma neppure volli gettarmi ad una gogna che sentivo di non meritare. Avevo captato istintivamente quanto il comportamento della madre sarebbe stato l'ago della bilancia in quella storia che mi accingevo a vivere.

 

Invece cenammo da sole, io e Marika, in un posticino assai costoso ma così romantico, con lume di candela, caminetto acceso, un piano che suonava languidamente percosso da un etereo pianista, nella penombra di un angolo.

Io presi la sua mano tra le mie, sopra la tovaglia immacolata e, mentre la guardavo negli occhi, le dissi: ' Ti amo, Marika. Vuoi essere la mia donna? '

lei era sobria, non aveva più quella strana espressione un po' istupidita di qualche sera prima. Era raggiante e luminosa. Era bella e giovane. Era così vitale ed espansiva, senza freni, senza atteggiamenti. Sapevo che aveva grossi problemi esattamente come sapevo che aveva un estremo bisogno di me.

Ma sentivo altresì di quanto io avessi bisogno di lei.

E fui travolta dalla felicità, quando lei mi disse, quella volta abbassando il tono della sua potentissima voce: ' Si.... '

 

La nostra storia durò fino a giugno dell'anno successivo. Raccontarla non è una cosa facile.

I suoi genitori erano davvero pazzi furiosi, con problemi comportamentali assai gravi. Il padre tirchio all'inverosimile e violento, la madre mitomane e tirannica. Tentativi di suicidio, liti furibonde con piatti stoviglie sedie gettate a terra fino all'intervento dei carabinieri erano state e furono una costante della loro vita.

Per quanto l'avevano angariata da bimba, vietandole anche uno yogurt per la merenda – per risparmiare denaro – e non che fossero poveri, tutt'altro – per quanto la viziarono poi quando si ammalò, appena adolescente, di bulimia.

Marika mangiava e mangiava poi, per non ingrassare, rigettava tutto nel wc.

Era seguita da una psichiatra ma anche i genitori lo erano e, secondo me, quelli ad averne più bisogno erano assolutamente loro.

Ma io non lo capii subito.

All'inizio mi accettarono come la salvatrice della patria, la donna con la testa a posto che si sarebbe presa cura della loro figliola scapestrata.

Mi invitavano a cena tutte le sere. Mi fecero una bellissima festa di compleanno, con torta candeline, fiori e spumante di qualità. E Marika mi regalò un profumo costoso di marca.

Beh, era parecchio tempo che nessuno mi rivolgeva tante attenzioni.

Io uscivo dal lavoro e, una sera si ed una no, andavo a cena da loro. La sera seguente invece, cenavo con i ragazzi e mi recavo dalla mia innamorata dopo essere stata con loro un po', a seconda dei loro impegni, necessità e programmi.

La madre ci dava il denaro per uscire due volte alla settimana.

Portavo Marika a mangiare la pizza oppure a cantare al karaoke. La domenica il giro fuori porta con relativa cena lo offrivo io.

La musica ed il canto furono l'unica costante di quella follia. Lei aveva un impianto piuttosto costoso per piano bar e lavorava in due locali diversi, il giovedì ed il sabato notte. Almeno all'inizio.

Io presi ad accompagnare le due donne e ad aiutare la madre, che fungeva da tecnico del suono e guardia del corpo. Il giovedì era un bar paninoteca e Marika intratteneva i clienti fino alla chiusura dopo le quattro del mattino. Il sabato era una discoteca molto rinomata.

Lei fungeva da accoglienza dalle 23 fino alla mezzanotte e mezza nella pista principale, cantando pezzi classici di pop e rock. Poi, quando cominciava la serata vera e propria, ci si spostava con tutta la baracca, casse, tastiera, mug, microfoni ed altre diavolerie, in una pista al pano di sopra, dove intratteneva chi voleva vivere una serata meno caotica.

In brevissimo tempo fui in grado di montare e smontare tutto da sola, anzi, dato che la madre era una paranoica apprensiva che non faceva mai le cose con discernimento, divenni subito più brava di lei. E Marika le chiese di lasciarci andare da sole.

Lei fece finta di esserne contenta, adducendo il terribile mal di schiena che la devastava e la stanchezza di anni di quella vita ma solo più tardi mi accorsi che fu quella la causa della sua folle gelosia che poi dimostrò nei miei confronti e che la portò a comportarsi come poi accadde.

Nei primi due mesi Marika si dimostrò molto innamorata ma poi andò in crisi, disse che io ero troppo grassa, che non le piacevo più. Mi lasciò un paio di volte, per qualche ora sola, però, perché poi mi richiamò subito indietro, presa dalla nostalgia e dal rimorso.

Ebbe anche un flirt, una sera nella grande discoteca, con una ragazza più giovane. Io la vidi e ci rimasi malissimo. Lei mi chiese tempo. Non era sicura. Glielo concessi. Si videro qualche volta ma poi tutto finì lì.

L'altra era assai carina, era poco più di una ragazzina ed aveva a mala pena la testa da stare dritta.

Si vide subito che il principale problema di Marika, almeno fino ad un certo punto, era l'alcol.

Io ero piuttosto severa con lei, per questo e le contavo e misuravo i drink. La giovinetta era sbandata e con lei Marika si prese delle sbronze colossali.

Ma alla fine si allontanò e Marika non la rimpianse. Mi disse che aveva capito che amava me e che con me era felice.

Fu allora che una sera mi disse ad occhi bassi che aveva da confessarmi una cosa:

era sieropositiva.

 

La notizia mi attraversò come una scarica elettrica.

Ma perché cazzo non me lo aveva detto prima, le gridai!

Lei, ovviamente, mi rispose che aveva timore di perdermi.

Piansi.

Ma non di paura per me, di un contagio. Da tempo anelavo alla morte come alla dolce liberatrice, fin dalla mia infanzia.

Piansi per la mia giovane compagna, per quello che l'attendeva e che credevo stesse attendendo anche me.

Volli recarmi a parlare con la sua infettivologa, che la seguiva da tempo.

Marika aveva fatto uso di cocaina per diversi anni. Negò sempre l'eroina ma chissà. Comunque aveva venduto il suo corpo molto spesso per procurarsi le dosi. Era sieropositiva ma non conclamata. Ora non faceva più uso di stupefacenti – e questo lo si teneva costantemente monitorato con gli esami del sangue – era in buona salute fisica, prendeva le medicine con regolarità.

Il pericolo di contrarre io pure la terribile malattia era evidente ma poi non così aggressivo. Tra donne la cosa è meno tragica. Ma c'era, eccome.

La dottoressa mi fece un quadro preventivo, per difendermi da quello, di guanti di lattice, appositi diaframmi e cose del genere.

Io e Marika, in quei due mesi, avevamo fatto l'amore così spesso, in modo così bello ed appassionato......

 

Mi presi qualche giorno per riflettere. Mi feci mille viaggi mentali, vagliai mille possibilità.

Poi mi accorsi che non me ne importava assolutamente nulla.

Che fosse stato quello che doveva essere.

La dottoressa mi aveva fatto un prelievo e si era visto che io ero negativa ma potevo benissimo essere già in stadio di incubazione. Il solo pensiero di vivere mesi, anni, misurando ogni gesto, cercando costantemente metodi per proteggermi mi parve insopportabile. Mi dissi: ' O l'accetti com'è o la lasci. '

E l'accettai.

Non ho mai contratto quella malattia. Ormai sono passati gli anni e questo ora è certo. Ma io vissi serenamente tutto quel periodo ed anche quello successivo. Il vero mostro tra noi non fu L'AIDS.

 

Trascorse ancora un po' di tempo. Due musicisti cercarono Marika, proponendole di cantare qualche loro pezzo e provare ad incidere un cd.

Sognammo ad occhi aperti. Scrivemmo anche a due mani le parole per un paio di pezzi. Il titolo di uno di quelli era: DONNE NELLA BUFERA.

- Quello fu decisamente il sottotitolo della nostra storia. Io le dicevo sempre che lei fosse un cespuglio di rovi. -

Ci recammo alla sala di incisione di quei due, saltati fuori all'improvviso dal nulla, per diversi giorni. Il gioco era assai bello. I pezzi erano fantastici. Loro favoleggiavano di successi. Io amavo quella ragazza, avrei dato non so cosa per vederla felice. La musica era davvero la sua vita e la sua anima. Cantava in modo stupendo, avrebbe meritato un successo senza limiti ed io cercai di aiutarla il più possibile.

Ma lei un giorno sparì all'improvviso.

Non rispose alle telefonate per un pomeriggio una sera, una notte, il mattino e il pomeriggio dopo. Appena smisi di lavorare mi recai a casa sua. Lei non c'era. La madre, stravolta e furiosa, mi disse che non si era fatta vedere dal giorno prima, quando si era recata alle prove.

Io mi preoccupai e corsi di volata a casa dei due musicisti. Naturalmente lei era lì.

Sbronza e completamente fatta. E pure era stata a letto con tutti e due.

 

Sconvolta me ne fuggii da quella vista assurda che mi violava il cuore in un modo tremendo. In macchina telefonai alla madre di lei e le dissi quello che avevo visto, comunicandole la mia decisione di lasciare Marika.

Lei pianse, si disperò. Mi chiese di recarmi da lei per parlare. Ed io. Ovviamente, lo feci. Intanto che io guidai fino alla loro casa lei telefonò al maresciallo dei carabinieri che sempre l'aiutava in queste difficoltà, gli diede l'indirizzo e lui andò a prendere la ragazza, caricandola così, fatta ed ubriaca com'era, minacciando i due loschi figuri di arresto immediato se solo le si fossero avvicinati di nuovo.

Quando arrivò a casa sua Marika stava male. Molto. Aveva bevuto chissà quanto e chissà quale sostanza aveva assunto. Fu chiamato il medico che le praticò delle iniezioni e poi fu messa a letto.

Io e la madre parlammo a lungo. Lei mi chiese di non abbandonarla, che io ero la prima persona pulita nella vita della figlia da chissà quanto tempo.

Io ero furiosa ed anche spaventata ma la pena era immensa, assai più di tutto il resto. Pena anche per quella madre che avevo di fronte a me, con gli evidenti segni di un dolore lancinante sul viso. Accettai di rimanere.

Si fece un piano di recupero, che scoprii essere l'ennesimo di una lunga serie: la ragazza aveva cominciato a farsi nell'adolescenza e quindi il suo cammino era stato irto di ricadute.

L'indomani si sarebbe chiamato il suo medico referente al SERT, io vi avrei accompagnato Marika e l'avrei obbligata, almeno se ci fossi riuscita, a frequentare l'iter per la disintossicazione. Lei mi disse che se la figlia non avesse accettata, l'avrebbe cacciata fuori di casa.

E così cominciò l'incubo.

 

Visite bisettimanali al SERT, anche se non sono totalmente sicura della frequenza con cui portavo Marika là, pastiglie pericolosissime che avrebbero dovuto distoglierla dall'alcol, ma che funzionavano solo in parte, altre medicine per sostituire la coca.

Ma lei aveva smollato.

Ci ricattò entrambe, me e la madre. Ci disse che se non le avessimo pagato un minimo di stupefacenti per non stare male, in attesa di trovare di nuovo la forza per distaccarsene, se ne sarebbe andata di casa, vivendo per strada e prostituendosi.

Io l'amavo, come potevo permettere quello?

Così cominciò la follia del procurarsi la dose di fumo oppure di coca.

La madre mi dava il denaro. Poi si partiva per le cittadine sul mare alla ricerca. Prendemmo un sacco di bidonate fino a che non riuscimmo a trovare un pusher serio, se così si può definire un pusher, dal quale rifornirsi costantemente e con una relativa sicurezza e serenità.

Devo dire che in quei mesi ne ho viste di tutti i colori.

Io le tenevo la roba e le rateizzavo il consumo. Ma era un continuo contrattare. Lei era sempre più esigente, sempre più insaziabile.

Perse il lavoro, per ovvi motivi. Ci fu un litigio furioso con il padre, sotto i miei occhi. Porte rotte, vetri infranti, spuntò persino fuori un coltello. Vennero i carabinieri.

E Marika fu cacciata di casa.

La madre disse che ero stata io a riportarla sulla cattiva strada.

 

A quella vista ed a quelle parole io mi sentii diventare di pietra. Capii fino in fondo quanto la ragazza fosse innocente della sua disperata situazione: quei due erano completamente pazzi da legare.

Dissi ai tutori dell'ordine che mi sarei presa cura io di Marika, mi feci caricare le sue cose in macchina e me la portai a casa.

Fu un errore gigantesco, che pago ancora ora. Mia figlia minore non me lo perdonò mai. In quei giorni, una notte, credette di sentire che io e la mia ragazza stessimo facendo sesso. Comincio a gridare come una pazza che dovevamo vergognarci.

Marika invece, stava piangendo ed io cercavo di consolarla.

Ma mia figlia non lo credette mai. Odiava Marika.

 

Restò lì a casa mia una settimana durante la quale la madre mi ricercò, pentita del suo gesto assurdo di quella notte più assurda ancora. Io le dissi che l'unica possibilità di risolvere quella ingarbugliata situazione era che Marika andasse a vivere da sola, esattamente come avevano detto i suoi medici, con il mio aiuto pratico e sotto il mio controllo ma con il contributo economico dei genitori.

La madre dette allora il consenso: davvero non sapeva più che fare.

Le trovai un appartamentino in un paesino in riva al mare, poco lontano dalla mia abitazione. Io dovevo anche lavorare, avevo anche dei figli, che pur mi davano diversi problemi: entrambi avevano lasciato la scuola e passavano le giornate in giro per la nostra cittadina.

 

Anche con loro erano lunghe discussioni, liti: da quando avevo cominciato a vivere la mia vita omosessuale, avevo iniziato ad uscire e poi mi ero messa con Marika, mi detestavano apertamente. Scoprii che il maschio fumava ascisc o altro ma poi le sorelle lo coprirono facendomi credere che fossero solo i suoi amici a farlo.

Io mi fidavo di loro. Ero certa che non avrebbero mai potuto fare una cosa del genere. E credetti a quanto mi venne detto. Ma devo dire che di certo mi rifiutai di vedere.

Esattamente come mi rifiutai di vedere che il denaro che spariva dal mio portafoglio non fosse un qualcosa che io avevo dimenticato di aver comprato ma un furto che mio figlio aveva fatto.

Per una madre è impossibile ammettere che il proprio figlio possa fare cose del genere: sono sempre gli altri che le fanno.

Così quando il padrone di casa accusò mio figlio di avergli rubato la bicicletta, dato che il mio ragazzo negava, come negò sempre, io lo difesi a spada tratta, dicendo al vecchio che la sua bici l'aveva presa chissà chi.

Come lo difesi quando una pattuglia di vigili urbani venne a casa, accusandolo di avere sottratto un fotocamera digitale dal loro furgone.

Lo avevano fermato perché girava in motorino senza casco, gli avevano sequestrato il mezzo e lo avevano riaccompagnato a casa con il loro furgone. Poche ore dopo tornarono lamentando il furto ed accusando mio figlio che negò, negò, furioso e piangente.

Che attore che fu.

Io abboccai come un paganello, come si dice da noi. - Il paganello è un pescetto di scoglio, tutte spine, che abbocca a qualsiasi cosa gli di porga sopra un amo. -

Dissi ai vigili che si stavano sbagliando. Va bene, aveva guidato senza casco, avevano fatto il loro dovere ed io li ringraziavo di quello. Ma mio figlio non era un ladro. Se avevano prove, le producessero, altrimenti, lasciassero stare il mio povero ragazzo che aveva già una vita abbastanza difficile. Infatti era seguito da un centro specializzato per adolescenti riottosi, dato che era sempre arrabbiato e che non voleva più andare a scuola. Il padre gli aveva trovato quell'appoggio e lui accettò di recarvisi. Lo fece per due anni. Io sapevo quanto tutta la storia del nostro matrimonio avesse segnato i miei ragazzi. Ma un ladro, no.

 

Che stupida madre che sono stata. A volte, spesso, penso che avrei dovuto rinunciare alla mia vita, come fanno quasi tutte le altre oppure agire di nascosto dai miei figli.

Avevo vissuto tutta e solo per loro fino al 2001 per cinque lunghi anni dopo la separazione.

Ma io pure stavo male. Avevo bisogno, un assoluto bisogno di amare. E mentire, nascondermi, io non lo sapevo fare. E non lo trovavo giusto.

In fin dei conti, non amavo meno i miei figli, non portavo loro via nulla. Da tempo non stavano più in casa, uscivano la sera avevano il ragazzo e la ragazza che erano ben accetti, come figli, da me. Avevano il permesso di portare il loro innamorati ed i loro amici a casa ogni qual volta lo volessero, di stare con loro in camera, di dormire con loro di fare l'amore con loro al sicuro delle loro stanze.

Se io non avessi avuto una compagna non lo avrei amati di più, anzi, sarei stata tanto più infelice.. averla non portava loro via nulla. Erano grandi, ormai, non stavano più con me, piuttosto il contrario, mi avevano completamente abbandonata.

Allora perché rifiutarmi così?

 

Ma per un figlio, ho capito, la madre non è una donna ma un'entità. Che non ha diritti ma solo doveri. Che non può avere una vita privata,, sessuale amorosa.

Ciò è una assurdità ma è lo stato delle cose..

 

 

 

leggi di più 0 Commenti

ven

21

dic

2012

UNA BAMBINA CHIAMATA ARI - OTTAVA PARTE

IN VIAGGIO PER MARTE - dipinto digitale 2012

 

OTTAVA PARTE

 

francesco mi diceva: tu cerchi la mela nella cassetta delle patate!!

 

io credevo lui volesse dire che io cercavo amore in quei rapporti sessuali. E gli spiegavo che sapevo che comunque amore non avrei trovato, che amore non esisteva, almeno per me, che tanto, nella mia infanzia, era stato posto un binario che espletava la terribile equazione: AMORE = DOLORE e che non avrei potuto innamorarmi che di persone anaffettive e quindi incapaci di prendersi cura di me e ricambiare, rendermi, il sentimento che io invece ero in grado di provare, o che almeno credevo di provare.

Lui mi ascoltava, proseguivamo insieme nel cammino verso il centro contorto e doloroso del mio essere e continuava a ripetermi quella frase.

A gennaio 2002 compresi finalmente cosa lui intendesse: nella mia vita entrò Kiara.

 

Qualche mese fa ho iniziato a narrare la storia di quell'incontro in un romanzo dal titolo E TUTTO FU...... CHIARA, che trovate sul sito alla omonima pagina.

Purtroppo ho interrotto quello scrivere per una serie di miei blocchi personali. Se domani, 21 12 12 non finirà il mondo davvero, dopo che avrò concluso e riguardato questa biografia, terminerò anche quel raccontare. Per il momento attingo a quanto già scritto per narrare il mio incontro con lei.

 

Un amico comune ci aveva fatto incontrate a gennaio di quel 2002, un uomo fatto che andava gloriandosi di avere una giovanissima amica lesbica in cerca di signore mature.

Bene, io ero decisamente una signora matura e un incontro del genere mi attirava immensamente.

Gli chiesi allora di mettermi in contatto con lei e lui mi propose una pizza insieme.

Mi recai al luogo dell'appuntamento, in una cittadina poco lontana dalla mia. Arrivando gli telefonai e lui mi disse che mi stavano aspettando all'interno del locale, così entrai e li cercai con gli occhi tra i pochi tavoli occupati in quella serata infrasettimanale.

Quando la vidi, che mi guardava, dato che mi aveva vista arrivare, tremai.

Mai avevo visto una creatura così bella.

Come raccontare il volto di un angelo? Come descrivere il viso di una bimba? Come narrare la malia della seduzione sciolta dentro due occhi? Come cantare la meraviglia di una donna appena sbocciata?

Non ebbi e non ho parole adatte, solo posso ricordare il turbinio dei miei pensieri:

bella, bella, bellissima

pura

maliziosa ammiccante

dolce

amara selvatica

felina

rosa e spina spina e rovo rovo e prigionia

un giunco un'erba al vento della sera

calamita baratro illusione oblio

droga oppio assenzio

profumo sorriso di viola

 

E gli occhi suoi, dove gettarmi a capofitto, perdermi, né più desiderare di ritrovarmi.

 

Il passo incespicò ma comunque riuscii a raggiungere il tavolo, mi sedetti e vidi che la mia emozione era evidente, che sia lui che lei ne erano eccitati, ma che lei ne era toccata e felice.

Mangiammo bevemmo parlammo.

Lui scomparve.

Ogni tanto provava ad inserirsi e a riportare il discorso verso il suo desiderio, un incontro a tre, ma invano.

Noi parlavamo, io l'ascoltavo, le parlavo, lei mi ascoltava, mi parlava: sembrava che non vi fosse altro.

I suoi occhi erano sempre più profondi ed io sempre più a fondo mi immergevo in essi, bevendo la loro luce.

Le parole erano facili, così facili. Così combaciavano, come fossero nate dalla sua e dalla mia bocca cucite insieme.

I suoi pieni nei miei vuoti, i miei pieni nei suoi vuoti.

Aderimmo.

Alla fine della cena lui mi invitò a salire con loro nella sua macchina per continuare a parlare più intimamente.

Mi chiese, sfrontato e desideroso di concludere, se lei mi piacesse ed io risposi sorridendogli, senza dire una parola.

Mi disse di prenderle la mano ed io obbedii come un automa, ma davvero non desideravo altro, solo, una timidezza improvvisa mi bloccava, come avessi paura di sporcarla ma anche come se per afferrarla avessi dovuto sporgermi troppo da una altura scoscesa e precipitare di sotto.

Ma presi tra le mie la sua diafana mano infantile e dolce di studentessa del primo banco, di allieva di pianoforte e lei me la donò, abbandonandola come una regale concessione.

Palpitava come una colomba, quella tenera mano ed io portai il palmo alle mie labbra e vi deposi un casto lievissimo bacio, perduta in un coro mai udito, mai neppure sognato.

La voce di lui mi riscosse: le stava chiedendo se lei volesse darmi un bacio.

La vidi quindi avvicinare il suo viso al mio e posare con un moto fuggevole ma ardente, per un attimo brevissimo che continuò a ritoccare sulle mie labbra, le sue labbra in un contatto di seta.

Poi si discostò ridendo, distogliendo gli occhi da me, adducendo scuse di ora tarda e la volontà di rimandare ogni altro contatto.

Chiese di essere riaccompagnata a casa ed io scesi dalla macchina restando ferma lì accanto per guardarli partire e cogliere il suo saluto con un cenno della mano ed un ultimo penetrante sguardo.

 

Mentre guidavo verso casa avvolta in una sensazione di irrealtà e sospensione mi giunse un suo messaggio. Ce ne scambiammo diversi, anche quando io ero già nel mio letto, frastornata, sognante, rapita, incredula felice.

Al mattino dopo arrivò presto il suo buongiorno, ma io non risposi.

Quel baratro era troppo profondo.

Mi dissi che la fanciulla era troppo giovane e che non sarei stata io a profanarla in giochi senza amore: lei ventun anni, io quarantasette.

Mi dissi che non ero la donna adatta per lei: piena di problemi, ammalata, povera.

Sapevo che avrei sofferto. E così non le risposi.

All'amico dissi la verità, quello che pensavo e rifiutai altri incontri.

Di certo la piccola Chiara si offese al mio silenzio e così cadde il sipario su tutto: possibilità, desideri, paure.

 

Passarono i mesi, tra un amante e l'altro una follia e l'altra, lavorando e dedicandomi alla famiglia di giorno per sei giorni su sette e fuggendo in quell'oblio di corpi il sabato notte.

 

15 giugno sera inoltrata.

Sola nella mia cucina sentivo il vuoto riempirmi, un vuoto pieno di tanti nomi maschili, troppi.

Di tanti visi, di tante storie inutili, dannose, aride.

Eccitazioni e piaceri che facevano male, che lasciavano un retrogusto così amaro da nauseare.

Ma qualcosa io dovevo trovare, io sapevo che qualcosa c'era e andavo avanti.

Così come sono io, senza paura, a testa bassa, senza interruzione, senza inibizioni.

Senza vergogna, perché io non facevo nulla che la mia coscienza mi dicesse sbagliato.

Non mentivo, l'intento era dichiarato. Non rubavo, prendevo solo quello che mi veniva donato. Non violavo, perché erano giochi senza alcuna prevaricazione.

Amavo quello che facevo, lo trovavo importante, insostituibile e c'ero fino in fondo.

Per quanto potesse sembrare perverso, io cercavo e donavo solo amore.

Se non poteva essere mio l'amore del cuore, se dopo tutte le mie storie naufragate, nessuno poteva o voleva condividere con me il sentimento al quale io avevo dedicato la mia vita, allora mio sarebbe stato l'amore dei corpi.

I corpi hanno una musica, i corpi hanno parole. Hanno un fluire, hanno un'essenza.

Muti, avvinghiati nel piacere, innalzano un inno alla vita che non ha secondi fini, che non ha menzogne.

Che vive di impulsi non schiavi della mente illusoria.

I corpi sono schietti, i corpi sono onesti.

Chiedere e donare il corpo mette al riparo dalle menzogne degli esseri umani, taglia la gola alle falsità di chi, in nome dell'amore, entra solo per rubare, dominare.

Io, quello sentivo allora chiaramente e di conseguenza mi comportavo.

Ma la mia via, quella, non l'avevo ancora trovata.

 

Così, a tarda sera, che era quasi mezzanotte, stavo al fresco di una estate giovane giovane ma già assai calda e respiravo i miei pensieri muti.

Il cellulare squillò.

Lo presi in mano, era appoggiato sul tavola di fianco a me e lessi il nome di chi mi stava chiamando. Non erano certo inusuali chiamate a quell'ora: magari qualche amico aveva avuto desiderio di me.

Il nome che lessi mi scosse di stupore: Chiara.

 

Leggere il suo nome sul display fu un colpo basso che io accusai per intero.

Ero sguarnita, senza difese: la regina nera non aveva né alfieri né cavalli né torre che le salvassero la vita dall'attacco improvviso. E così la regina bianca ebbe vinta la partita interrotta.

 

Chiara stava piangendo.

Al telefono la sua voce era quella di una bimba sola e triste. Mi raccontò che aveva bisogno di parlare con qualcuno, che aveva scorso i numeri della sua rubrica e che si era soffermata sul mio nome, interrogandosi, poi, d'impulso, aveva schiacciato il pulsante della chiamata.

E fummo là, voce nella voce, in un attimo, come quella mano di colomba non avesse mai lasciato la mia.

Mi raccontò di un uomo maturo, un professore, di un incontro, di un amore breve e tormentato, di scelte di quell'uomo che sentiva, troppo e a ragione, il peso della sua giovane età, di un sogno che sembrava vero, di nostalgia e sconcerto a collocare l'amore per un uomo nella sua certezza omosessuale che datava già diversi anni. Mi raccontò di disagi e desideri, di impeti e ripensamenti. Era smarrita e molto dolente.

Io allargai le mie grandi braccia e lei vi si adagiò dentro.

 

Era quasi mattino che ci separammo, salutandoci con accorata tenerezza, la sua voce che aveva preso da un po' il colore del sonno e la mia, che aveva del tutto carpito il colore dell'amore...

 

Coup de foudre.

Quello il mio modo di innamorarmi ed amare. Da sempre.

L'incontro è per me un calice di vino ambrato dolce e liquoroso che la mano del destino mi porge e che io bevo, d'un fiato, ritrovandomi così: ebbra, senza più avere il tempo di tirarmi indietro, senza poter fare calcoli e ragionamenti, senza la possibilità di conoscere la persona di cui mi innamoravo.

Come quella vita, quel viso, io li conoscessi da sempre, come tutto io già sapessi, pur se nulla sapevo, come non ci fosse paura incertezza.

Ave Caesar, morituri te salutant.

E via, incontro alla morte per folgorazione con il sorriso sulle labbra, la vita tra le mani, il passato dietro le spalle, il futuro a tappeto per i suoi piedi.

 

Così fu, anche con Chiara, soprattutto con Chiara.

E, ancora una volta, dopo Rodolfo, il tramite di quell'amore furono i messaggi telefonici, tra un cliente e l'altro, tra uno spostamento e l'altro, tra una suo impegno e l'altro, intercalati da lunghe lunghissime telefonate, soprattutto a notte fonda, fin quando la sua voce si spegneva nel sonno.

 

Pochissimi furono gli incontri, tra noi.

Il 30 di quello stesso mese scrissi:

30 giugno 2002 ore 21;30

Ho scritto finalmente il tuo nome sul mio computer: ho tracciato il solco.

Ho fatto il passo.

Dichiaro al mondo dopo averlo dichiarato a me stessa e poi a te che ti amo.

Affermo di essere una donna omosessuale. Sono orgogliosa, di esserlo.

Lo sapevo da sempre, proprio quella è stata la paura che mi ha allontanato da te quando ci siamo conosciute: ho sentito che tu mi avresti portato proprio qui dove sono.

Ed ora ci sono e ci resto e mi sembra di aver trovato l'approdo.

Nessun uomo mi ha mai fatto provare il piacere con il suo membro, solo le mie mani potevano farlo e l'idea di prenderli, di possederli.

Io assomiglio a loro, non sono una donna, non sono un uomo, sono omosessuale, adesso lo so, adesso sono completa.

Più di un uomo, più di una donna. Così come tu sei e chi mai può capirci? Chi mai può accettarci?

Quale uomo può non restare schiacciato, annientato da tutto questo?

Ecco perché ogni rapporto con ognuno di loro è stato solo distruttivo: o fuggivo io o fuggivano loro.

Mentre io sono creativa, io sono sincera, io sono composita, sono piena d'amore.

Tu puoi capire il mio amore, tu puoi amare il mio amore. Tu puoi volere il mio amore. Tu puoi avere bisogno del mio amore.

Tu puoi amarmi.

Forse non lo vuoi, ma puoi farlo. E farti amare da me.

Chiara, come è tutto chiaro finalmente adesso, come la risposta che ho trovato, come la speranza che è appena nata. Come il futuro che è davanti a me.

Chiaro dopo tante tenebre.

Mi batterò per me, adesso, mi batterò per noi e per tutte quelle come noi.

Io voglio fare qualcosa per affermare la nostra razza.

Io voglio raccontare a quelle come noi che non hanno il coraggio di accettarsi come devono comportarsi per farlo. E perché devono farlo.

Aiutami.

Tu sei una bambina, io una donna matura.

Ma mi sento appena nata.

Tienimi a battesimo.

Varami.

Stai con me, amiamoci. Abbandonati a me, lascio che io finalmente mi abbandoni a te.

Se così non fosse allora io davvero non avrei più una riva. Mi sentirei sputata fuori da me stessa. Non saprei più dove andare.

Dammi la mano e vieni via con me.

 

Ecco il rito della trascrizione dei nostri messaggi telefonici.

Vorrei che fosse una verginità ma nella mia mente lo è.

Te l'ho detto che sei dilagata dentro di me.

Ed ora ti tengo sotto la mia pelle.

Così affido alla memoria della carta le nostre parole, gli emblemi del nostro amore.

Ed è giusto così.

Sorgo dalle acque.

 

Riprendo la narrazione in diretta.

Fu uno tsunami. Lei travolse tutto ed aprì tutto.

Andai da mia madre – con la quale avevo ripreso i rapporti pochi mesi prima - e le dissi di essere estremamente innamorata e felice.

Lei se ne rallegrò e mi chiese chi fosse quell'uomo, se fosse un bravo ragazzo..

io le risposi guardandola dritta negli occhi: mamma non è un ragazzo ma una ragazza.

Mia madre restò interdetta. Mi disse: ma ti piacciono tanto gli uomini!!

cercai di spiegarle ciò che facile da spiegare non era.

Allora lei mi chiese dove avesse sbagliato. Ed anche allora cercai di spiegarle che non era un suo errore, quello, che omosessuali si nasce..

per qualche mese ci stette male. Ascoltò tutte le trasmissioni televisive nelle quali si parlava di omosessualità. Poi si convinse della mia tesi e mi disse, un giorno: sei mia figlia. E ti voglio bene come sei.

Lei, che era stata era e fu la mia maggiore antagonista accettava quello e ciò fu meraviglioso.

Nel giro di poco lo dissi anche ai miei ragazzi.

Non erano affatto stupidi e se ne erano già accorti. Non sentivano parlare altro che di quella fantomatica chiara.

La maggiore mi disse: era ora! Forse voleva sottolineare il miei enormi problemi con gli uomini.

I due più piccoli si dimostrarono un po' allarmati e preoccupati. Cercai di rassicurarli. Ma per il momento problemi non ce ne furono,

quelli, seri, vennero più avanti.

 

Io ero follemente innamorata di quella ragazza. La storia durò fino a settembre ma già da luglio non ci vedemmo più.

Perché mi respinse io non lo seppi mai.

So che cominciò a tirare indietro ed io a tirarla verso di me.

Dopo sei sette incontri che mi sconvolsero e aprirono il mio corpo ed il mio cuore alla mia anima, lei cominciò a negarsi.

Ci fu un tira e molla notevole.

Io alternavo immense sofferenze e pene d'amore ad assolute felicità e speranze.

Un giorno di settembre mi disse al telefono: vado a fare acquisti con mia sorella, ci sentiamo fra un paio d'ore.

invece sparì.

Io, nei giorni seguenti, la tempestai di telefonate e messaggi, impazzita, chiedendole almeno una spiegazione. Ma non ebbi neppure una parola.

Fui disperata.

E qui, davvero, ogni parola umana perde potenza e sbiadisce di fronte al dolore che provai.

Ma una strada, la ' mia ' strada, si era aperta di fronte a me.

Sapevo, per la prima vota dal mio ingresso in questa folle corsa che noi chiamiamo vita, chi ero e cosa volevo.

Ero una donna omosessuale e volevo amare ed essere riamata da un'altra donna, dalla MIA DONNA. E quelle due parole erano come un faro luminoso in una tempesta perenne.

 

Con chiara, un pomeriggio che venne a casa mia, avevo buttato nel cestino del pc tutti gli scritti e le poesie che narravano delle mie storie con gli uomini.

Stessa fine aveva fatto la scheda telefonica sulla quale mi chiamavano i miei ' amici '.

salvai giusto il numero di qualcuno che mi era caro a livello personale, che era diventato proprio un ' amico ' vero.

Dopo tre mesi di lutto, ai primi del 2003 cominciai a frequentare l'ambiente omosessuale di bologna.

Nella mia cittadina non vi era proprio nessuna attività di quel genere, solo un circolo ARCI che faceva riunioni, a cui partecipai qualche volta, ma alle quali vennero quasi solo uomini.

Inoltre i miei due figli più piccoli mi espressero il desiderio che mantenessi la mia nuova vita segreta il più possibile.

' fai quello che vuoi,' mi dissero ' ma fuori dalla nostra città.

E così io feci.

Andai al cassero e entrai a far parte della associazione culturale lesbica che lì aveva sede, partecipando a tutte le attività e conoscendo moltissime donne come me.

Inoltre andai assiduamente a feste per sole donne che si tenevano in giro per vari locali da ballo.

Nella seconda realtà, più che altro, avevo delle full immersion con quello che io e non ero stata e non sarei potuta essere più: una giovane donna lesbica che cerca storie, anche solo per una notte, oppure l'amore della sua vita ma anche che va a divertirsi con le amiche in luoghi dove era possibile essere se stessa senza trovarsi addosso occhi scandalizzati o peggio ancora violenti oppure bramosi di uomini etero in cerca di avventure dal sapore piccante.

In effetti io ero di solito la decana di quelle riunioni e non fu mai facile per me attaccare discorso e fare conoscenze. Allora mi mettevo a parlare con la cassiera o la barista e guardavo. Guardavo quelle ragazze libere e felici o anche meno felici, ballare, muoversi, incrociare sguardi, stringersi addosso le une alle altre, baciarsi.

Il mio non era squallido voyeurismo, tutt'altro. Io provavo gioia, nel guardarle, sentivo la loro bellezza. Era come se vivessi attraverso loro. E respirassi la mia natura negata per così lungo tempo attraverso loro.

Al cassero, invece, instaurai diversi rapporti diretti di amicizia. Partecipai e incrementai attività culturali ma anche mi divertii alle feste da ballo che erano però per lo più miste, nel senso che erano aperte anche ai ragazzi.

Ma anche guardare i ragazzi gay vivere liberamente le loro storie in quella grande sala, fu bellissimo.

Avevo capito che io, dentro di me, avevo un uomo, che era gay. E quello, fino ad allora, aveva fatto si che io fossi stata così incerta sulla mia vera natura.

Perciò provavo una intensa emozione altresì guardando due ragazzi innamorati che si guardavano negli occhi, si tenevano le mani, si baciavano.

Infatti strinsi rapporti belli di amicizia anche con diversi di loro.

 

Ma anche qualcos'altro di straordinario si era aperto in me.

Non ricordo con precisione quando cominciò. So per certo che già lavoravo per la ditta di ferramenta, perché mi recai a quell'appuntamento con il BX nero. Ho perfettamente stampata nella memoria la scena di me che scendo dalla macchina dopo aver parcheggiato ed entro in quell'ombroso cortile di una casa a due piani della periferia di forlì. Non avevo giaccone quindi doveva essere la primavera inoltrata del 2002.

sempre la mia cara amica pittrice mi aveva detto che a forlì vi era una giovane donna che eseguiva la pratica di re- birthing.

con quel nome si designa una azione energetica che una persona illuminata e medianica apre i canali bloccati e permette il riaprirsi il flusso in comunione con la grande legge energetica dell'universo, come se appunto si nascesse di nuovo. Poi, ci sono vari modo per eseguirla e recepirla, dato che tutte queste cose sono estremamente personali.

Quello che io desideravo sopra ogni cosa, in quel momento, era comprendere perché. Perché nessuno mi potesse amare.. volevo che le porte del tempo e dello spazio si aprissero mostrandomi la risposta a quella domanda. Ciò che mi accadeva mi sembrava intollerabile ed ingiusto.

Ero emozionata, quella mattina.

Entrai in quella stanza in penombra e la giovane donna mi accolse gentilmente, parlandomi a bassa voce.

Mi fece alcune domande che non ricordo poi mi fece adagiare su di un lettino da fisioterapista che era lì.

Intorno brillavano tremule luci di candele, incensi profumavano l'aria che vibrava di dolci note con sapore orientale. Ma non cinese o giapponese, piuttosto indiano, con suoni di sitar e bassi fiati.

Mi fece sdraiare a pancia in giù e sentii le sue mani che si posavano sulla mia schiena. Al livello centrale della zona lombare.

Proferiva a bassa voce parole che non ricordo.

Poi disse: nella tua ultima vita passata eri...

e in quel momento si squarciarono per me le cortine del tempo.

Fui io che cominciai a parlare narrando a lei con i più minuziosi particolari la storia della mia ultima vita e morte.

 

Naturalmente ho narrato quella mia prima visione.

La trovate, questa narrazione, nel mio secondo libro KAIKI ED ALTRE NOVELLE alla pagina omonima del mio sito. Come troverete un'altra visone di una vita passata precedente, il ricordo di ANTRON, il pianeta dal quale discendo, la visione dell'aldilà, che ebbi durante due coma successivi al giorni di cui parlo ora e il ricordo, o sogno lucido del momento esatto in cui la mia anima da uno si trasformò in due.

Essendo racconti abbastanza lunghi, soprattutto i primi due, non credo sia il caso di accluderli qui. Chi è interessato li legga là direttamente.

Comunque quello che vidi fu una storia di guerra, violenta e crudele e mi sconvolse profondamente.

Non fu come vedere qualcosa in un film ma fu come essere lì.

Suoni odori emozioni erano esattamente come li stessi vivendo in quel momento.

Quando tutto ebbe fine io piangevo disperatamente.

Guardando le mie mani le vidi lorde di quel sangue innocente che avevano versato.

La medium mi disse che di certo mi si era aperto il canale della memoria e che ora io ero portatrice della possibilità di viaggiare nel tempo ed accedere alle stanze dove erano conservati i ricordi.

Cercò di consolarmi in qualche modo ma mi disse anche che io sarei stata sola a dover affrontare tutto quello e che nessun altro l'avrebbe potuto fare per me. Io sola avrei avuto le possibilità di cavalcare quell'onda gigantesca e gestire la mia fragile nave.

 

Quella fu solo la prima di centinaia di visioni che io ebbi da lì e negli anni a seguire.

All'inizio pensai di essere impazzita.

Ma francesco mi rassicurò salutandomi come portatore di luce.

Anche se le sue parole accesero in me una felicità inaudita, anche se io credevo a lui ed a ciò che mostrava, alle filosofie che insegnava, eppure dentro di me il tarlo di quella certezza non svanì mai..o almeno solo dopo molti molti anni.

Vissi mesi durante i quali ad un tratto sentivo prudere e formicolare l'orecchio e la tempia destri e poi venivo immediatamente catapultata in qualche mondo o tempo lontano. Vidi vite violente ma anche colme di santità, dato che fui più volte sacerdote, vestale, monaco buddista.

Davvero credetti di essere impazzita.

Poi incontrai per caso in una edicola i libri di brian weiss, che lessi d'un fiato e nei quali trovai la conferma di quanto stavo vivendo.

Mi sentii infinitamente meglio. Trovai anche un libretto nel quale si parlava di anime gemelle e si insegnava una meditazione. Seguendo le indicazioni di quel libro ebbi per a prima volta accesso spirituale alla spiaggia di ANTRON, imparando a convogliare in quei momenti le visioni, riuscendo a dominarne l'afflusso.

Ebbi anche esperienze di contatti con il mondo dei defunti.

E durante una visione ricevetti in dono una forbice ed una spada spirituale che servivano per recidere legami karmici ed energetici, liberando le persone da influssi negativi e ripulendo le aure. Mi venne indicato che avrei potuto svolgere quei riti per gli altri solo su richiesta e senza chiederne un compenso. Dettame che ho seguito scrupolosamente fino ad oggi.

In una delle prime meditazioni simili che intrapresi, ripulii a fondo il legame con mia madre, che da quel momento cominciò a guarire. Lei, inoltre, dopo poco tempo, raggiunse una serenità che non aveva mai avuto e cominciò una nuova fase della sua vita, affrontando diversamente i suoi problemi e l'intera sua difficilissima a esistenza.

 

La mia vita era diventata sconvolgente e così intensa, come avesse sfondato un muro che da sempre l'avesse limitata.

Ma il mio desiderio e bisogno più grande restò quello di trovare l'amore e la mia compagna.

 

 

leggi di più 0 Commenti

gio

20

dic

2012

UNA BAMBINA CHIAMATA ARI - SETTIMA PARTE

IN GINOCCHIO - 2008 olio su tela 25 x 35

 

 

PARTE SETTIMA

 

vi è una bella favola mitologica, raccontata da aristofane e poi ripresa da platone, che narra le origini dell'amore.

Un tempo vi erano tre tipi di creature divine e umane allo stesso tempo: i figli del sole, che erano due poli entrambi maschili. Le figlie della luna, altri due, entrambi femminili e quelli della terra, uno femminile ed uno maschile. I figli del sole e quelli della luna combaciavano perfettamente, quelle della terra invece si intersecavano, penetrando l'uno nell'altro. Queste creature vivevano felici.

Ma giove, invidioso, prese una saetta e li divise a meta. Cauterizzò le ferite e poi li lanciò sul pianeta terra, a vivere di stenti e di lavoro.

Da quel momento ogni parte di quegli esseri separati dal loro intero, vivono e viaggiano per i giorni della loro avventura terrena sempre cercando la loro metà perduta.

E il grande dolore che riprovano, nel ritrovarsi, è il ricordo della loro scissione e il rimpianto di quello che hanno perduto. La grande felicità invece è data dalla immensa energia che ricevono attuando la riunione.

E tutto questo viene chiamato amore.

 

Dal primo giorno della mia vita io ho sempre saputo che c'è, che c'era questa immensa felicità, questa persona che mi avrebbe portato a non sentirmi più così sola e disperata.

Ma la nostra non è una società a misura umana, piuttosto è un insano crudele meccanismo di potere esercitato da pochi su molti attraverso la schiavitù economica, l'ignoranza, la superstizione religiosa e i tabù sessuali.

Per questo solo con la maturità ed un lungo cammino ho capito perfettamente cosa sono e cosa voglio.

Fino a pochissimi anni fa la mia era una affannosa ricerca portata avanti per un imperioso istinto interiore che mi spronava ma che era senza consapevolezza.

E quindi, a causa di questa mancanza di coscienza di me, ho cercato quella mia parte perduta in ogni persona che la vita mi ha messo vicino, illudendomi ogni volta di averla trovata.

 

Gli esseri umani hanno profondi legami karmici con diverse persone, che si rinnovano vita dopo vita attraverso sempre nuove situazioni di amore o di contrapposizione.

Le anime più antiche hanno emanazioni, dato che l'anima si riproduce per gemmazione quando giunge la maturazione spirituale.

Questo è il motivo per il quale l'universo è in continua espansione ed anche la causa che porta queste anime – madri, che già hanno raggiunto il nirvana, a tornare sulla terra e riprendere l'esperienza karmica. Ciò viene fatto per sostenere l'anima figlia e allevarla, nutrendola con l'amore gratuito ed incondizionato che solo le madri sanno avere.

Quindi è possibile amare più volte intensamente, nel corso di una vita.

Ma una sola è la vera anima gemella, la nostra metà esatta, la primigenia parte di noi che ci fu strappata. L'inizio del dualismo tra la luce e l'oscurità, tra la vita e la morte, tra l'amore e l'odio.

Poi, che si venga accettati e rifiutati da quella o che la si trovi, dipende dal punto di esperienza karmica a cui si è giunti.

 

Ogni volta che io ho amato, nella mia vita, l'ho fatto totalmente.

Non vi è nulla per me di più importante in una esistenza del rapporto di coppia.

Non vi è nulla che io non faccio per chi amo, nulla che mi spaventi e mi trattienga dal cercare di riunirmi con la metà che credo di avere finalmente ritrovato.

Quindi, ogni volta che ne sono stata rifiutata non ho perduto ' qualcosa ' della mia vita, una parte di me. Ho perduto me.

Perché lontana da quella metà per me vi è un immenso senso di vuoto, vi è tristezza infinita ed un totale senso di sconfitta.

 

Fino a quel momento avevo reagito, credendo pensando che avrei avuto altro, trovato altro. Che un giorno o l'altro sarebbe giunta anche per me il lieto fine delle favole di walt disney.

La fuga vigliacca di rodolfo invece mi disse che quello non sarebbe mai arrivato e così cercai la morte.

Dopo i tre tentativi successivi di uscire dalla scena, ricoverata in psichiatria, i medici mi diedero una dose così forte di psicofarmaci da bruciarmi le mucose, ridurmi all'impotenza e non autosufficienza e farmi vivere due esperienze di visioni allucinatorie che mi terrorizzarono.

Passai due notti vagando per la camera ed i corridoi del reparto e vedendo ogni cosa con i margini dilatati e luminescenti. Questo trasformava ogni piccolo particolare di una sedia, del letto, del mio corpo, delle stanze, in mostri assurdi e violenti che stavano per divorarmi.

Fu quella l'esperienza più folle e spaventosa della mia vita.

Tornai a casa, dimessa, che ero una larva.

Ma per sostenere i miei figli, mi riscossi e mi rimisi in piedi.

Il ricovero avvenne a luglio, mi dimisero i primi di agosto, a settembre già lavoravo in una fabbrica di alimenti surgelati.

Era un lavoro duro, ripetitivo, da catena di montaggio, che veniva eseguito in una temperatura costante di meno un grado.

Il freddo non mi dava fastidio, quello che faticavo molto a sostenere era la ripetitività e la mancanza di creatività. Ma l'aver mollato la mia ditta di vendita mi aveva ridotto di nuovo sul lastrico.

Il furgone mi era stato confiscato. Il berlingo lo avevo già venduto mesi prima, dato che non avevo più pagato le rate e quindi me lo avrebbero portato via lo stesso. La merce era stata resa alle ditte che me l'avevano venduta come annullamento in parte delle pendenze debitorie nei loro confronti.

Ma io avevo emesso tutta una serie di assegni postdatati, come era comune fare allora, e questi vennero tutti protestati. Le fatture vennero impugnate contro di me e l'ufficiale giudiziario venne più volte a casa mia a rastrellare ciò che si poteva. Ma, oltre ai beni della ditta, davvero non vi era nulla che avesse un valore da poter essere venduto.

 

Al dolore si aggiunse l'umiliazione.

Così promisi a me stessa che mai più avrei lavorato in proprio, anche dopo il trascorrere dei tempi tecnici della validità di riscossione dei miei debiti.

Quindi il lavoro in fabbrica mi metteva in uno stato di serenità emotiva che mi aiutava, anche se, dall'altra parte, non era assolutamente connaturato alla mia natura.

Ma una mattina, una delle immense porte scorrevoli verticali, dall'alto verso il basso, ebbe un guasto alla fotocellula proprio mentre io transitavo sotto e mi si richiuse sulla testa. Io indossavo un berretto imbottito con la visiera calcata sugli occhi e non me ne avvidi, aiutata in questo anche dalla mia vista difettosa. Ricevetti un terribile trauma da schiacciamento. Svenni e fui portata al pronto soccorso. Non furono riscontrate fratture ma le mie vertebre cervicali avevano ricevuto un grosso danno ed il colpo di frusta si era ripercosso lungo tutta la colonna vertebrale.

Il dolore era forte e portai un collare ortopedico.

Stetti tre settimane sotto infortunio poi tornai al lavoro ma non riuscii più a stare lì dentro.

Mi assalì, appena i macchinari vennero accesi per l'inizio del turno, un malessere così forte che ne scappai a gambe levate.

Certo, se avessi fatto causa alla ditta avrei avuto un ottimo esborso in denaro ma io non ci pensai neppure.

Decisi di tornare a lavorare come agente di commercio.

Vendetti per qualche mese di nuovo libri e poi trovai un ottimo contratto con una ditta di ingrosso di ferramenta e similari che vendeva i propri prodotti a falegnami fabbri ed altre categorie di artigiani. Fu scelta tra una vasta rosa di pretendenti, tutti maschi.

Avevo uno stipendio fisso, - che mi veniva erogato solo però dopo il raggiungimento di un fatturato minimo non terribilmente alto, - di 2000 euro mensili, moneta che nel frattempo era stata adottata mettendo fuori campo la nostra vecchia e svalutatissima lira. Erano previsti pure incentivi se avessi superato una tal soglia di fatturato, cosa più impegnativa. Acquistai una vecchia citroen BX nera, una grande nobile decaduta delle auto di classe, che era in ottimo stato, nonostante i quattordici anni di età ed aveva anche l'aria condizionata, e mi rimisi in corsa.

Di nuovo francesco aveva effettuato un miracolo, in me. Di nuovo io mi ero riciclata.

 

Gli artigiani che visitavo non erano abituati a ricevere donne, in quella veste. Io fui una delle prime femmine che si avventurarono in quel settore.

All'inizio acquistarono per galanteria. Poi, perché il gioco meritava la candela. Raggiungevo perciò, ampiamente, il minimo di fatturato previsto e percepivo il mio stipendio regolarmente.

Inoltre, essendo un lavoro a provvigione, i miei debitori non potevano pignorarmi. E questa era davvero una gran cosa.

Mia madre, quando rifiutai di piegarmi al loro volere di mandare i ragazzi dal padre e di internarmi in una clinica, mi tolse ogni aiuto economico e mi disconobbe come figlia. Appoggiata da mio fratello. Ebbi accanto a me solo il mio ex marito. Come ho già scritto anche la primogenita andò a vivere da sola.

Avevo lo sfratto e lasciai la villetta a tre piani. Traslocando al piano terra di una casetta singola. Il proprietario, un anziano vedovo, viveva sopra, noi sotto. Vi erano due metri quadrati di giardino ma il bello era che la casa si trovava a tre chilometri dal centro ma di fronte e dietro aveva solo campi. Vi era un viottolo lungo chilometri che si inoltrava per queste coltivazioni ed io, la notte, prendendo con me il mio barbone gigante e li percorrevo, perdendomi nel cielo stellato e nei profumi della terra e dei frutteti.

La lotta per pagare tutto era sempre agguerritissima: i costi che sostenevo di benzina e tasse e contabilità e pasti fuori e telefono e un minimo di vestiario decente e tutto il resto erano alti. Quello che rimaneva di guadagno era la metà, forse meno. Debiti vecchi ne saltavano sempre fuori da ogni direzione: ne pagavo una minima parte ma qualcosa proprio non se ne poteva fare a meno. E poi, i ragazzi andavano a scuola. La vita era sempre più cara.

Era una continua rincorsa al centesimo.

Ma in qualche modo ce la facevo.

Il peggio sembrava essere stato scongiurato anche quella volta.

 

Ma la venuta di Rodolfo mi aveva riaperto all'amore.

Dopo quasi cinque anni di quasi totale solitudine nei quali l'unica eccezione furono gli incontri trasgressivi con il mio amante, che dell'amore non avevano neppure la parvenza, mi ritrovai con una voragine dentro.

Solo che ero totalmente disillusa e non credevo più che esistesse qualcosa che si potesse chiamare con quel nome, sulla faccia della terra.

Se era il mio corpo che gli uomini volevano, quello avrebbero avuto. E così facendo io avrei preso il loro, diventando la loro padrona, dominandoli, schiavizzandoli.

Cominciai a frequentare locali, tipo privè, prima con il mio amante, poi con persone conosciute in questi ultimi. Poi entrai in giri di case private, dove si tenevano regolarmente incontri di gruppo.

Era un piacere amaro, quello che ne traevo ma me ne drogavo e non potevo farne a meno.

Provai tutti gli abbinamenti possibili, fermandomi solo davanti a rapporti di sadomasochismo.

Di certo il masochismo lo stavo praticando alla grande, dato che mi stavo punendo in modo atroce di essere ancora viva, ma sadica non lo ero e non lo sarò mai.

Per il resto non mi fermai di fronte a nulla.

Ho scritto qualche racconto di quel periodo, romanzando un po' la realtà..

. ma poi, cos'è la realtà? Solo un taglio, un punto di vista personale ed irripetibile. -

se vi interessano li trovate sul mio sito alla pagina QUELLO CHE NON DICO A NESSUNO.

Qui ne riporto uno, una delle svariate avventure che vissi in quei lunghi assurdi complicati sconvolti mesi... essendo un racconto erotico vi invito a non leggerlo se pensate che possa offendervi in qualche modo...

per quanto riguarda il chiedervi se fu tutto vero e proprio così, rispondo che certo, la storia fu esattamente quella. I particolari erotici: no comment... decidete voi....

 

 

Corrado era un camionista.

Parcheggiava il rosso lucido muso del suo bisonte, staccato il carrello a billico, nel grande parcheggio dietro casa e seguiva danzando i propri passi fino alla mia porta.

Il Mercedes blu, parcheggiato alla sua partenza, lo aspettava quieto all'ombra del grande fico dalle foglie lattiginose.

Faceva sempre guidare me, stanco delle lunghe interminabili ore di guida e amava chiudere gli occhi e non pensare, mentre io ci portavo al luogo dell'appuntamento.

Il ronfo sordo un poco liquido del potente motore a bassa coppia lo avvolgeva in un sonno breve ma profondissimo.

Io, il volante tra le mani, assaporavo la strada che sfuggiva buia, illuminata solo dal bianco della mezzeria, assaggiavo nella memoria, mentre scalavo la marcia per affrontare la curva che a 190 stringeva l'autostrada fino a farla diventare un polveroso viottolo di campagna, la curva netta del glande di lui..

Era il rito, il drink prima di partire per il giro di esplorazione tra le dark-room del privè, il rito gustato con il caldo là che batte e il turgore che spinge, mentre il sorriso sfilava via lesto tra le gambe di una, sotto una mini all'inguine e il pantalone bianco attillato di uno che la seguiva col bicchiere in mano e tra i denti la voglia di farsela.

Poi la caccia come lupi affamati con alle spalle la protezione del branco, l'intercettamento di sguardi, di gesti e ammiccamenti, di sorrisi e di dinieghi, in una giostra sempre nuova e sempre uguale.

In ogni locale una stanza speciale: qui l'auto dai finestrini abbassati nella quale farsi sbirciare da occhi indiscreti e lucidi di eccitazione, là la teoria di feritoie ad altezza ammiccante tra le quali scegliere il più bello e forte e resistente degli oggetti di carne messi in mostra, nell'altro la piscina calda e fumosa nella quale immergersi nudi sentendo l'acqua invadere senza ostacoli gli intimi luoghi sempre costretti dal costume da bagno, dove scambiare amplessi e carezze penetranti mentre al di là della grande vetrata altri uomini e donne, vestiti e con il bicchiere in mano, guardano commentando vicino al bancone del bar, dove il passaggio è più intenso e sentire la propria nudità spiccare sugli abiti da sera lunghi delle signore luccicanti di gioielli e i completi eleganti con farfallino o fiocchetto degli uomini.

Altrove poi, il grande letto circolare e girevole, vestito di raso, sul quale una sola donna si appropria a suo piacimento dei maschi che desidera, mentre il marito è legato ad una sedia e guarda con occhi bramosi e feriti le carni di sua proprietà regalate ad onta sua.

 

I giochi erano vari e il piacere intenso, malato al punto giusto da essere ancora più forte senza portare al rifiuto, ammantati di gentilezza a cavalleria millantatrice nella menzogna che quella libertà portasse più lontano dall'angolo del bagno.

Ma io, che cercavo quello che ancora non avevo trovato, lo cercavo dovunque e molto attentamente, senza farmi sfuggire una sola nicchia nella quale indagare a fondo.

 

Corrado era un giovane amante forte e tarchiato col viso simpatico e il sorriso franco, la parlata modenese gentile e strascinata, le mani da lavoratore ma ben tenute.

Negli anni dell'infanzia e dall'adolescenza fino all'età matura era sempre stato obeso e mai aveva avuto una ragazza con la quale avere una storia d'amore.

Pur se onesto e dolce, le donne lo rifiutavano allontanate dal suo aspetto fisico. Solo le professioniste si rivelarono assai più umane ed accoglienti delle femmine per bene, non trovando alcuna differenza tra il denaro di lui e quello degli altri.

L'amore con una donna per lui nacque e si consumò per anni tra night e case di appuntamenti: il denaro non gli mancava, pur se guadagnato duramente ed egli comprava ciò che gli serviva.

 

Però l'amore, quello no, non si compra.

 

Corrado si sottopose ad una operazione di riduzione dello stomaco e dell'intestino, perse cinquanta chili di peso e divenne così quel se stesso che era stato sempre, sepolto dentro il suo imponente dolore.

Divenne quello che non era mai stato: un uomo normale.

Ma poiché la vita era stata avara con lui, egli non aveva mai imparato a corteggiare una donna, ad aspettare sognando che gli venisse concesso un bacio: per lui l'amore era un contratto, uno scambio di affari e quindi, sognando la propria rivincita su amici parenti e conoscenti, si recò in una agenzia matrimoniale tramite la quale cominciò a conoscere giovani donne dell'est che cercavano il marito italiano per risolvere i loro problemi di sopravvivenza.

Egli la desiderava bionda, bella alta con gli occhi azzurri, giovane, di onesti costumi e possibilmente molto bramosa di sesso.

Anche se la sua fantasia più accesa era quella di entrare al bar dello sport con lei a braccetto destando l'invidia corale degli astanti, gli stessi che per anni lo avevano sfottuto acremente e chiamato ' ciccio-bomba '-

 

Questo mi raccontava sognando, mentre ci recavamo nel luogo prescelto per la serata oppure andavamo al ristorante ed io guidavo pigiando sull'acceleratore come mi inseguisse qualcuno.

Io mi ero affezionata a lui e lo guardavo con tenerezza, gli preparavo colazioni abbondanti e variate, regalandogli attimi di matrimonio che mai lui aveva vissuto, accogliendolo a dormire nel mio letto, quando i miei figli erano dal padre per il fine settimana, mettendo candidi asciugamani puliti accanto ai miei in bagno e uno spazzolino da denti per lui, nel bicchiere, accanto al mio.

Ogni settimana lui mi portava un piccolo regalo, cioccolatini, un cd, un libro e si deliziava alle mie feste e alla mia gioia per quelle piccole preziosità.

I mesi passavano lenti e della donna giusta per lui nessuna traccia: pure se in cerca di una buona sistemazione, quelle ragazze erano molto esigenti, almeno quelle belle, le altre, non erano abbastanza belle per destare lo stupore e l'invidia tra i giovani del suo paesino.

Corrado ogni week end giungeva a casa mia sempre prima, mi accompagnava al supermercato a fare la spesa e ridavamo come matti giocando al marito e alla moglie che facevano provviste, riempiendo il carrello di deliziose schifezze che poi restavano ad allietare le sere solitarie quando lui non c'era. Alla mia proposta di saltare qualche volta i locali, lui acconsentì, inizialmente per gentilezza, poi apprezzando sempre di più l'amore fra noi due soli, che non aveva bisogno di letti girevoli e feritoie, ma si dipanava lungo un desiderio semplice e naturale che non stancava mai.

Io però, non sapevo cosa mi premeva dentro, cosa si accendeva forte per il corpo di lui, per spegnersi immediatamente e definitivamente quando lui era dentro di me.

Mi interrogavo e non capivo.

Il gioco erotico che lui mi aveva regalato non risolveva il problema e solo mi piaceva quando lui lo usava su di me raccontandomi di quello che aveva fatto alle sue mille e mille amanti e me le descriveva minuziosamente, tanto che io vedevo quei seni, quelle gambe e quei fianchi così chiaramente come fossero stati lì con noi.

Ma anche in quei frangenti, il culmine del piacere solo le mie mani erano in grado di procurarmelo.

Giocando sempre curiosi di nuove emozioni, una sera gli dissi perentoria, inseguendo non so quale mia fantasia (o ricordo ?): stasera l'uomo sono io e tu la mia donna.

Egli sorrise e vedendo il mio sguardo acceso, fu coinvolto dall'idea e mi lasciò fare, assumendo un atteggiamento remissivo e un poco timido, imbarazzato.

La finzione si prolungò lungo le posizioni canoniche o meno nelle quali io, appoggiato il membro finto al mio pube, mimavo ogni gesto da me ben conosciuto e studiato in tutti gli uomini della mia vita.

L'eccitazione mi prese forte, mentre lo vedevo così arreso al mio volere, alle mie voglie e alle mie richieste e cosi gli comandai di girarsi a pancia in sotto.

Lui obbedì pretestando una sua verginità mai colta da nessuna ed io gli imposi di lasciarmi fare, promettendogli che se avesse avuto dolore o altro problema mi sarei fermata.

Lui mi scherzò dicendomi che non lo avrei fatto, non ci sarei riuscita e mi lanciò una sfida, che raccolsi con entusiasmo.

Quando gli fui dentro e lo sentiti godere spasmodicamente sul membro finto appoggiato al mio pube e seppi che avevo vinto e scoprii che il piacere di possedere era assai più forte intenso e completo di quello dell'essere posseduta e che io lo avvertivo in un luogo che non era propriamente fisico, ma come se il membro finto eretto fosse frutto dei mie stessi lombi.

Da quel giorno non ci fu da parte sua più alcun desiderio di andare nei locali e il gioco dello scambio di ruoli si avvicendava con sempre nuove sfumature e al primo attrezzo erotico se ne affiancò uno più sottile e adatto e soprattutto da indossare con una specie di cintura, che mi permetteva di manovrarlo lasciandomi le mani libere e facendomi sentendomi sempre più maschio, sempre più completo.

 

Nel frattempo della donna dei suoi sogni neppure l'ombra e Corrado cominciò a parlare della possibilità di portarmi una domenica a casa sua, dai suoi, per presentarmeli e presentarmi a loro. Io mi schernivo dicendogli che ero troppo vecchia per lui, non ero così bella come lui avrebbe desiderato e che soprattutto non avrei potuto mai dargli i figli che lui desiderava.

Ma la dolcezza e complicità del nostro rapporto mi avvolgeva a mi vinceva.

Cominciai a crederci, a sperare che un altro amore avrebbe bussato finalmente alla mia porta, che io pure ancora avrei potuto non sentirmi più così sola.

 

Era domenica mattina ed io dormivo sola nel mio letto: Corrado non era venuto, trattenuto da un impegno con la sua famiglia.

Qualcuno suonò al portone di casa ed io mi alzai un po' imprecando per l'ora troppo mattutina nell'unico mio giorno di riposo dal lavoro, sempre molto impegnativo.

Andai ad aprire e mi trovai di fronte a lui, vestito elegante con giacca e camicia pur senza cravatta, mentre il Mercedes dal suo posto di fronte al cancello mi salutava.

 

Nascondeva le mani dietro alla schiena

Con un sorriso ed un grido gioioso di sorpresa, gli buttai le braccia al collo chiamandolo per nome, mentre lui mi scostava da sé e tirando fuori le braccia da dietro la schiena, mi mostrava le mani che stringevano in una una bottiglia di ottimo champagne francese e l'altra una rosa rossa velluto, poco più che in boccio dallo stelo lunghissimo.

Restai esterefatta e, al massimo della gioia, lo invitai ad entrare.

Lui era felice delle mie spontanee lacrime di commozione. Ci amammo come non avevamo mai fatto prima, gli occhi negli occhi, chiamandoci per nome e dando il nostro nome all'amore.

È così dolce vedere un sogno che si avvera.

Ma mentre mi abbracciava teneramente, dopo che i nostri respiri e i nostri cuori avevano ritrovato i loro ritmi consueti, egli mi disse con lo sguardo ora molto mesto e mortificato che la sera precedente aveva finalmente conosciuto la donna che sarebbe diventata sua moglie.

Era russa, molto giovane, molto bella, capelli lunghi biondi, occhi azzurri e un corpo da mozzare il fiato: il suo sogno era diventato realtà.

Pure se ancora non avevano dormito insieme e fatto l'amore, però avevano ugualmente deciso di sposarsi al più presto.

Mi sembrò di precipitare da una grande altezza. Non riuscivo a credere alla mie orecchie: non era amore quello che lui mi aveva dato e aveva preso poco prima?

Piansi a lungo, scossa dalla delusione così improvvisa ed aspra quanto esaltante era stata la sorpresa a trovarlo così, davanti alla porta di casa mia e poi, dopo, nel mio letto. Piansi, lottai ancora per qualche giorno, ma lui era sicuro di sé quindi irremovibile e dovetti accettare il distacco definitivo.

Ancora una volta scomparirono dalla mie giornate le telefonate tenere, i messaggi telefonici ammiccanti, la compagnia, la speranza, l'amore.

Ma il distacco fu netto e, anche se molto doloroso. fu irrevocabile.

 

Per non soccombere alla delusione ed alla mancanza di lui e di tutto il bello che avevamo condiviso insieme, trovai un nuovo amico in un qualche locale e ripresi la vita senza regole e senza affetti che fu mia compagna per tanti anni e che mi è compagna anche ora, di nuovo e come sempre, con la sola differenza delle ferite e cicatrici che nel frattempo sono aumentate davvero tanto.

 

Quasi due mesi dopo il suo nome si illuminò sul display telefonico e la sua voce gentile e calda mi salutò chiedendomi come stessi.. io fui molto cordiale e affettuosa con lui, in fondo non mi aveva mai promesso nulla.

Ma Corrado era in preda allo sconforto più nero: far sesso con la sua fidanzata gli era impossibile.

Io esclamai di stupore e gli chiesi spiegazioni, ricordando vivamente la sua virilità e prestanza.

' E' molto bella e dolce ' mi spiegò, ' ma è troppo magra, non è morbida come te, non è maliziosa, non è fantasiosa. Ci mette tutto l'impegno possibile, ma io non mi accendo. A volte, se le parlo di te e dei nostri giochi matti, il piacere mi prende e ritorno quello che ero prima, ma quando entro dentro di lei, è così tanto più magra di te, che sento le sue ossa, è così rigida, così immobile e silenziosa che l'eccitazione mi passa improvvisamente.

Ti prego Ari, torna con me in un locale: ho bisogno di di te: il dottore mi ha persino dato il Viagra, ma non è possibile fare paragoni. '

 

ma io, al telefono, tra silenziose lacrime di dolore e un sorriso straziante di soddisfazione, gli dissi di no.

 

 

 

 

leggi di più 4 Commenti

gio

20

dic

2012

UNA BAMBINA CHIAMATA ARI - SESTA PARTE

AL LAVORO - 2008 olio su tela 25 x 35

 

SESTA PARTE

 

venditori si nasce.

Quando andavo alla scuola materna, un giorno tornai a casa con una monetina da una lira. Mia madre mo domandò dove l'avessi presa ed io le rispose che avevo venduto un grissino della mai merenda.

Io sono il tipo che, in teoria, potrei vendere i famosi frigoriferi agli esquimesi. Se non fosse che il mio senso etico è più forte.

Durò qualche mese, la mia avventura con le assicurazioni.

Dopo il primo corso di formazione cominciai carica come una sveglia e vendetti, vendetti.

Il lavoro era decisamente meno faticoso. Giravo con il mio capo o da sola. Entravo nelle case e mostravo il prodotto assicurativo. Spiegavo tutto per bene, rispondevo alle domande. Sedavo i dubbi. E, dato che quel prodotto lo avevo acquistato io per prima già da un paio di anni, poiché credevo fosse un ottimo investimento, ero davvero convincente.

Ero certa di lavorare anche per aiutare la gente. Proponevo una ottima copertura assicurativa, poi un facile modo di accumulare dei risparmi che altrimenti non si sarebbero avuti. Per terzo ma non meno importante, il risparmio fiscale detraibile.

Ero così convinta di quello ed ispiravo tanta fiducia che le polizze fioccavano. In tre mesi mi venne proposto di diventare sub–agente, di gestire un gruppo di sottoposti, sei o sette e di fare il corso per operatore finanziario, in modo di poter poi aprire, in un secondo tempo una mia agenzia.

Mi sembrava di sognare, ero al settimo cielo.

Accettai e iniziai il nuovo incarico. Ma li arrivarono i primi intoppi. Non ero poi così brava a spingere gli altri nella vendita. Se uscivano con me, si vendeva, da soli, non concludevano nulla. Il mio capo mi parlava per ore su come avrei dovuto fare per dar loro la carica, quella che poi lui dava a me, ma io, decisamente, non ero così brava come lui. Ero molto più capace di diventare un po' la mamma e confidente di tutti quei ragazze e ragazzi e di stare ore ad ascoltare i loro problemi per cercare di aiutarli. Questo poteva andare anche bene ma di certo non era redditizio.

Infatti, il fatturato della mia cellula era sempre un po' insoddisfacente. anche perché prodotto quasi per intero da mie dirette vendite.

Ma il vero problema fu che, studiando approfonditamente tutti i meccanismi perversi di quei prodotti finanziari, mi accorsi che io non aiutavo le persone ma le stavo imbrogliando. Vidi che non era che io dicessi bugie, quando dimostravo il mio prodotto, semplicemente non dicevo tutta la verità. In effetti, se la polizza, che di solito era trentennale, riusciva ad andare in fondo, un guadagno ci sarebbe anche stato ma se solo si fosse toccato una sola virgola del primo contratto originale per una qualsiasi ragione, tutto sarebbe statoeroso da strane follie economiche.

E mi accorsi anche che era praticamente impossibile che le polizze arrivassero in fondo senza subire rimaneggiamenti e che anzi, il giochino era proprio quello: proporre dei pseudo miglioramenti che per il venditore era come fosse stipulata una polizza ex novo, quindi con un forte guadagno, ma per l'assicurato era un azzerare tutti gli ammortamenti positivi e far ripartire quelli negativi.

Ci rimasi malissimo. E caddi in una profonda crisi.

Successe anche che mi trovai proprio di fronte a qualcuno di questi casi e potei toccare con mano l'imbroglio. Di fronte al cliente mi vergognai come un cane, anche se quella polizza non glie l'avevo accesa io.

Ancora di più stetti male quando un altro, incontrandomi per strada, mi assalì con furia, per un problema simile, tanto arrabbiato che a momenti mi metteva le mani addosso.

Quella notte, sveglia come sempre, mi interrogai a lungo. Stavo guadagnando, era vero. E il lavoro non era massacrante come i precedenti. E dio solo sapeva quanto io avevo bisogno dell'una e dell'altra cosa. Ma avrei potuto guardarmi nello specchio, la mattina.?La risposta fu chiara: no, non avrei potuto.

Così mi licenziai, dando però la mia disponibilità ancora per un mese, solo per rispondere al telefono ed occuparmi di altre incombenze di routine. In modo tale che il mio capo, al quale ero sinceramente affezionata, avrebbe avuto il tempo di cercare un mio sostituto. .

Ma una delle ultime mattine di quella attività mi successe un altro dei particolari accadimenti che mi cambiarono la vita.

Uscii di casa alla solita ora, in macchina, per andare al lavoro.

Poi, non so cosa accadde.

So che mi ' svegliai ' e che non ricordavo chi ero e dov'ero. Guardai l'ora e vidi che era quasi mezzogiorno. Dopo una mezz'ora di sconcerto recuperai tutte le mie facoltà e mi accorsi che ero ferma in auto a trecento metri da casa.

Mi spaventai a morte.

Di certo avevo avuto una amnesia, o chissà cosa di più grave. Ciòmi sconvolse. Ma non tanto la paura, che era una certezza, di stare male, quanto la sensazione provata, in se stessa. Ero uscita dal mio corpo, ne ero certa. Ero stata altrove.

Ma dove?

E come era potuto accadere? Non avevo risposte a quelle domande.

Venni colta da una forte crisi di pianto. Cercai aiuto, recandomi in negozio da mia figlia. Telefonai a qualche amico. Ma nessuno sapeva cosa dirmi. Uno di loro, uno psicologo, mi consigliò di recarmi al centro di salute mentale.

Così, non so come , perché ero davvero alterata, entrai in quella che divenne la mia gabbia per i quattordici seguenti lunghissimi anni.

Un medico, una dottoressa, mi ascoltò. Io le raccontai tutto. Mi fece domande sulla mai situazione. Poi mi disse che ero terribilmente depressa. Che stavo molto male che ero sull'orlo di una grave crisi di pazzia e schizofrenia. Mi fece una flebo di un potente ansiolitico che mi stese per ore..

poi a sera, mi mandò a casa, con una cura forte di pasticche varie ed un piano di visite presso il centro ad intervalli stabiliti e piuttosto ravvicinati.

Io mi spaventai ancor di più ma nello stesso tempo, all'inizio, almeno, ci credetti che quelli avrebbero potuto aiutarmi. D'altronde io mi fidavo del mio amico. Se lui mi aveva consigliato il loro aiuto, era certo la via giusta.

La crisi di pianto era passata: non che mi sentissi bene, tutt'altro ma almeno avevo recuperato un minimo di governo sulle mie facoltà.

Così cominciai la cura. Ma subito mi accorsi che quella roba mi faceva stare male, molto più male. Era come se una furia scatenata mi si arrovellasse dentro ma non trovasse la porta per uscire e continuasse a sbattere, sfinita ma sempre più furiosa, contro del pareti del mio cervello.

Ma cosa mi stava succedendo? Come potevo vivere così?? e poi, un dolore assurdo mi attanagliava il cuore ed i pensieri. Cominciai a pensare e ripensare a tutto quello che mi era successo fino ad allora, a piangere a disperarmi. A chiedermi ripetutamente cosa avevo fatto di tanto sbagliato per meritarmi tutto quello: ero di nuovo senza lavoro ne sapevo cosa avrei fatto. Ero senza denaro. Con i miei c'erano solo problemi. Ero sola disperata senza amore, senza un appoggio, senza nessuno che pensasse a me, che si prendesse cura di me.

Stavo così male che desiderai morire. Solo morire.

Ai colloqui con la psichiatra raccontavo quei pensieri e lei rincarava la dose con le medicine.

Io ero sempre più confusa. Nei mesi scorsi ero riuscita a perdere diversi chili ma li riacquistai con una velocità supersonica: sembrò che qualcuno mi stesse gonfiando con una pompa da bicicletta.

 

Per fortuna, un giorno, parlando con una mia amica e raccontandole tutto questo, una delle ragazze che avevano dipinto la vetrata del ristorante, che mi voleva molto bene e che mi riteneva quasi una seconda madre, lei mi disse che stava seguendo una particolare terapia comportamentale presso un illuminato maestro spirituale e che questo la stava aiutando moltissimo a risolvere i suoi annosi problemi di personalità, non ultimo un notevole sovrappeso.

Fissai un appuntamento presso questo meraviglioso santo vivente ed andai da lui con il cuore pieno di speranza.

Egli era davvero un maestro illuminato e santo vivente.

In tre settimane mi disintossicò da quella robaccia con fiori di Bach ed altro, mi diede una apposita dieta nella quale mangiavo tantissimo ma dimagrivo, mi guidò in esercizi spirituali, meditazioni e introspezioni che mi risollevarono immediatamente. Mi ascoltò e cominciò a pormi domande. Portandomi a ricercare in me le risposte. Oppure a cercare quelle alle mie, angosciose e ritorte, sempre ripetute e avviluppate su loro stesse, dandomi appigli ed aperture filosofiche e religiose che io non conoscevo,

mi parlò del karma, della legge di attrazione e di tanto altro.

Era così paterno che non volle neppure essere pagato. Mi disse che lo avrei fatto quando avrei avuto denaro.

Francesco, così si chiamava, fu la luce che si aprì nel mio buio e che cominciò a diradarlo.

Nei nostri colloqui fu subito chiaro che il punto da cui partiva ogni mia domanda era mia madre.

Cominciarono ad affiorare tutti quei ricordi che qui ed altrove ho narrato. Fino a quel momento non era così chiaro dentro di me quanto quelle esperienze mi facessero soffrire. Per mesi io non feci che parlare di mia madre. Sempre e solo di lei.

La cosa più difficile, per me, fu accettare la regola buddista che afferma che i genitori ce li scegliamo noi. Ovviamente a livello di karma. Io, proprio, quello non potevo buttarlo giù.... ma quanto mi ero voluta male? Ed invece lui insisteva che proprio tramite quella sofferenza e difficoltà io accoglievo dentro di me la luce della consapevolezza che veniva chiamata illuminazione.

Oltre alle sue goccine naturali, alla dieta ed ai colloqui, partecipavo a due incontri corali alla settimana. Si danzava, si facevano esperimenti spirituali..era davvero bello..era bellissimo. Sentii tornare la forza in me.

Francesco poi mi disse: fa qualcosa che ti piace. Qualcosa per te. Di solo tuo. Non preoccuparti dei soldi che spenderai. Fallo. Ne hai diritto.

E cos'era che mi piaceva tanto? Che era solo mio?

Tornai a cavallo. In pineta, lungo la palude. Tornai alla purezza.

 

Un mese dopo già lavoravo di nuovo. Uno dei rappresentanti di prodotto per animali che serviva il nostro negozio, anzi, il mio ex negozio, mi chiese se volevo prendere una parte della sua zona, che era troppo vasta geograficamente e che quind gli impediva di incentivare ed arrivare dovunque. Mi fissò un colloquio con i proprietari. Era una ditta molto grossa a livello nazionale.

Dimagrita, ritemprata andai all'appuntamento con le mie migliori speranze e disposizioni d'animo.

Conoscevo quell'ambiente forse più di loro, dato che ero stata da entrambe le parti della barricata. Ed infatti ebbi l'incarico.

Il catalogo era splendido, erano i migliori prodotti, anche se i più costosi, che si trovassero sul mercato in quel momento.

Io avevo esperienza a gestire una zona, conoscevo la geografia dell'area assegnatami ed anche, personalmente, una grande quantità di esercenti: come avrei potuto fallire?

E così, un'altra volta mi rimisi in macchina, tailleur, capello a posto, trucco leggero, borsa catalogo copia d'ordine, telefonate fax appuntamenti, attese nei negozi, traffico, chilometri, chiacchiere, tante chiacchiere, riunioni, presentazione nuovi prodotti, campagne sconti, promozioni, colleghi, addetto spedizione, segretarie, chilometri chilometri chilometri. Un bar un panino un latte macchiato una brioche una bottiglia d'acqua. Caldo freddo sole pioggia traffico chilometri..sorrisi strette di mano.. tabulati, conteggi, gare interne, grafici di vendita, statistiche, chilometri chilometri chilometri..

il lavoro del commesso viaggiatore, i suoi paradisi, i suoi inferni.

Ma avevo ritrovato lo slancio ed ero molto contenta: il fatturato era discreto, abbastanza buono, anzi e la zona era tutta da riattivare ed incrementare.

Smisi di andare a cavallo ma continua a frequentare la scuola filosofica di francesco, riuscendo a pagargli anche un po' di sedute.

Avevo lasciato l'associazione dei toelettatori, dato che non ero più nella categoria, ufficialmente ma continuavo a seguire il mio amico allevatore ed a preparargli i cani.

 

Nell'ambiente ormai tutti mi conoscevano e questo mi aiutava anche con le vendite. Non ricordo come nacque l'idea, come venne fuori.

Però ad un certo punto mi trovai a parlare con i proprietari della ditta progettando di vendere i nostri prodotti, che erano piuttosto specializzati, all'interno delle esposizioni canine.

Moltissime ditte erano presenti sul quel mercato assai fiorente e a loro interessava entrarci.

Le esposizioni canine erano state la mia passione, il mio lavoro, il mio svago per tantissimi anni.

Con i primo marito avevamo girato l'italia e l'europa con il nostro grande camper e i nostri bei levrieri. Non ho raccontato molto, di quello, ma per anni viaggiammo in lungo ed in largo, da soli, con amici. Era una festa.

Io cucinavo per tutti grandissime spaghettate. Altri portavano vino, dolci. Poi si parlava delle nostre belle bestie, usando quel termine per distinguerli dagli esseri umani, che noi ritenevamo – come io ancora faccio – assai inferiori.

Si parlava di loro, della morfologia, della cinotecnia, della genetica e poi si discutevano le vittorie le sconfitte, l'operato dei giudici. Si facevano programmi di cucciolate, di accoppiamenti. I nostri grandi e quieti cani acciambellati pigramente sulle loro coperte o sui lettini del camper ci guardavano un po' si sottecchi: a volte sembrava che si chiedessero cosa ci fosse poi di così tanto eccitante.

Avevo una collezione di tutto rispetto di premi coppe coccarde, oggettini guinzagli, spillette foto libri specializzati ed altre chincaglierie simili.

Dopo lo stop del cambiamento di vita e marito, al mio ritorno sui ring, avevo ritrovato vecchi amici ma anche me ne ero fatti dei nuovi.

Non esponevo più levrieri ma terrier ed altre razze che necessitavano di essere toelettate. Quindi il giro si era allargato.

Ero davvero addentrata, nell'ambiente e tutti mi volevano bene perché ero sempre stata molto sportiva, ogni volta delle innumerevoli che avevo perduto, anche meritando di vincere.

Ero la persona adatta per portare avanti quel progetto.

Partecipai alla prima esposizione canina come espositore di merci e non di cani.

Eravamo ai primissimi dell'anno 2000.

poi feci un altro paio di prove anche con un linea di prodotti per la cosmesi del pelo. Si aprì una bellissima possibilità, almeno così mi parve ed io la presi al volo.

Quando avevo cominciato a vendere i prodotti per cani avevo acquistato un nuovo bellissimo berlingo citroen blu metallizzato, perché la specie di jeep stava tirando gli ultimi. Avevo acceso un prestito, dato un piccolo anticipo e avevo portato a casa quella splendida macchina. Già si caricava moltissima merce su quel monovolume. Ma nel giro di due o tre esposizioni, avevo aumentato il numero dei prodotti che intendevo vendere. Quindi acquistai un carrello da attaccare al gancio, che feci montare al berlingo.

Acquistai anche tutto l'occorrente per uno stand, dall'ombrellone ai tavoli all'illuminazione, presi una partita IVA e iniziai quella ennesima avventura.

Per un po' continuando anche il lavoro di agente sulla zona con i prodotti della ditta, poi vendendo direttamente io, come grossista

misi insieme un ottimo catalogo, arricchendolo di prodotti tecnici per toelettatori.

Così il sabato e la domenica ero ambulante in esposizioni canine, il lunedì preparavo le spedizioni e facevo gli ordini della merce mancante, gli altri giorni giravo per le attività di tutta la romagna e dintorni.

Il giro del denaro aumentò.

Comprai allora un furgone, un vecchio ducato fiat e con quello fui più comoda e sicura: il carrello era alquanto pericoloso.

Migliorai l'attrezzatura dello stand e lo resi più bello. Giunsi ad avere circa quaranta milioni di merce d'inventario. Stipata ordinatamente in cassoni, che scendevo dal furgone, ogni sabato mattina presto o venerdì pomeriggio, -dopo aver viaggiato fino a raggiungere il luogo dell'esposizione, - alloggiavo negli appositi espositori, vendevo fino alla domenica sera quando smontavo il tutto, risalivo e stipavo tutto sul furgone.

Poi ripartivo e tornavo a casa.

Milano torino firenze bari foggia livorno empoli genova roma imperia palermo ancona bastia umbra napoli reggio emilia udine e tantissime cittadine minori...

i chilometri non si contavano.

Viaggiavo quasi sempre da sola. A volte mi raggiungeva mia figlia maggiore, giungendo con qualche cliente per esporre i cani ed aiutandomi un po'.

A palermo mi accompagnò mia figlia minore ma fu uno strazio: sembrava che separarsi per tre giorni dal suo ragazzo fosse una tragedia.

Ma il più delle volte ero solo. Facevo tutto io.

Era un lavoro faticosissimo e bellissimo.

Le avventure che mi capitarono furono innumerevoli.

Un pneumatico scoppiato in piena corsa ed io che riesco a reggere i furgone che sembrava un bisonte impazzito, a fare lo slalom tra due camion e appoggiarmi al bordo della strada, incolume.

Un sasso scagliato da un cavalcavia che, per fortuna, colpì la lamiera due dita sotto il vetro, lo bucò, e mi fece prendere lo spavento più grande della mia vita: ma me la cavai con una scarica di dissenteria.

Una febbre improvvisa in albergo da stare così male da no riuscire neppure a chiamare aiuto.

Temporali piogge improvvise, folate di vento fortissimo che si portavano via ombrelloni ed il resto.

Le chiavi del berlingo chiuse dentro al termine di una domenica lunghissima ed io, sotto un'acqua torrenziale, completamente bagnata fradicia, a cercare di prenderle con un filo di ferro attraverso uno spiraglio del finestrino. Poi dovetti chiamare un fabbro che forzò la serratura. Mi asciugai un po' con la carta igienica nel servizio di un bar lì vicino e mi cambiai parzialmente. Il resto lo fece il riscaldamento dell'auto. Ero vicina a genova: fu un viaggio lungo da fare così bagnata e stravolta, alle due di notte.

Un furto dell'intero incasso, diversi milioni, di certo effettuato da una persona conosciuta perché il cane posto a bada della cassa non abbaiò. Io ero di fianco allo stand e stavo vendendo de guinzagli. Me ne sarei accorta. Quella volta fu terribile. Mi sentii profanata in modo violentissimo.

 

Potrei proseguire ma mi fermo qui..

all'inizio di quella avventura dormivo nel furgone, quando dovevo trattenermi il sabato sera.

Quindi zanzare caldo freddo e tutto quanto potrete immaginare.

Poi non ce la feci più e cominciai a scendere in piccoli alberghi, decenti e puliti ma poco costosi.

Per lavorare, lavoravo, per vendere, vendevo. Però le spese erano molto alte. Le fiere e le organizzazioni chiedevano prezzi esosi per il noleggio dell'area espositiva. Il carburante e l'autostrada erano sempre più cari. I costi dei pernottamenti dei pasti incidevano parecchio.

Certo, il denaro che mi passava per le mani era tanto, ma quello che vi restava non moltissimo. Però ero contenta. Adoravo quel folle lavoro, quel circo semovente e tenevo duro, nella speranza di incentivare ancora la clientela. In fin dei conti i mesi passavano ma la mia attività era assai recente.

Almeno con quel giro di denaro avevo di che pagare le bollette. Inoltre i ragazzi erano cresciuti e con loro le loro necessità. Il maschio volle il motorino. Si iscrissero entrambi al liceo. Uscivano, andavano a ballare e in giro con gli amici. Vestivano solo alla moda e firmato.

Ed io, che mi sentivo sempre più in colpa e li vedevo assai straniti, cercai di accontentarli in tutti i modi.

 

Venne il 2001. ogni tanto ero uscita con il mio amante ma davvero non pensavo a nulla. Il mio cuore ferito, ero certa, non si sarebbe rialzato mai più. Amavo ancora mio marito ma avevo troppa paura per pensare ad una nuova storia. Nessuno poteva amarmi.

E me ne stavo da sola.

 

Un giorno dei primi del nuovo anno mi telefonò rodolfo.

Per raccontare di lui metto qui quanto già scritto: un capitolo del mio romanzo: quello che non dico a nessuno.

 

 

La avevo incontrato un anno prima quando ero tornata ad andare a cavallo.

Andai al circolo ippico che già conoscevo, in quella meravigliosa pineta, con i tramonti infuocati e le tracce di lepri nella sabbia dei sentieri, mentre i voli meccanici e pesanti dei fagiani sfrullavano al mio galoppare.

La felicità tornò in me. E con lei la forza e la speranza.. ma i figli erano la sola cosa.

A cavallo avevo conosciuto Rodolfo. Io avevo 46 anni lui 58.. era un brutto ometto dolce e triste, maltrattato da una moglie acida e dispotica.

L'istruttore del circolo mi chiese di portarlo con me in passeggiata in pineta e cavalcammo a lungo insieme.. lui non era bravo come me, io sono una valchiria, o almeno le ero, un'amazzone e così io moderavo la velocità e facevamo tanto passo..

I cavalli affiancati e lo spettacolo dei verdigrigiazzurri sfumati ci stringevano vicini

Ma io non capii che a lui piacevo..

Ripresi vigore, cambiai lavoro, aprii una ditta di vendita itinerante e comincia ad andare in giro per l'Italia col mio furgone e lo stand, da sola..

Smisi di andare a cavallo

Rodolfo mi cercò per un anno intero sempre chiedendomi di tornare in pineta con lui, ma io non penso mai che qualcuno possa avere interesse per me.

Pensavo solo che lui avesse voglia di galoppare e trottare in tranquillità e rifiutai sempre, gentilmente.

Dopo un anno di telefonate brevi e generiche, anche se affettuose, un giorno che lui mi chiamò io avevo uno dei miei soliti problemi agli occhi, alle lenti a contatto.

Lui era ottico, aveva una catena di cinque negozi: gli chiesi un consiglio e lui mi disse che mi avrebbe spedito una cosa da provare.

Due giorni dopo mi arrivò un pacchettino di lenti a contatto monouso: che gentile che era stato, pensai.

Le provai e mi trovai subito assai bene.

Così lo chiamai per ringraziarlo..

Due giorni dopo mi venne recapitato un altro pacchetto con dentro una confezione per sei mesi di quelle lenti.

Rimasi commossa. Da tanto, troppo tempo nessuno mi regalava più nulla.

Lo chiamai di nuovo e lui mi chiese di uscire. Io per forza di cose accettai

Era piccolo e magretto, col nasone, ma aveva gli occhi azzurri, una bella voce, mani gentili

In macchina mi baciò.. io non me lo ero immaginato ancora cosa lui potesse volere da me, nonostante avessi già avuto diverse esperienze, ero ancora una piccola bimba insicura ed ingenua. Come sono tutt'ora.

Fu bello sentirmi di nuovo desiderata.

Nei giorni seguenti lui mi corteggiò in modo gentile e garbato, affettuoso, con telefonate e messaggi, dato che abitavamo in due cittadine diverse e che, essendo sposato, non aveva facoltà di movimento, Quando mi chiese di fare l'amore con lui, io accettai.

Andammo in un motel.

Lui era molto emozionato, non riusciva ad avere l'erezione perché da tantissimi anni non aveva più rapporti con la moglie e se ne scusava imbarazzato. Io lo avvolsi di dolcezza: che mi importava di una erezione?

Lo amai come non era mai stato amato e me ne innamorai.

Durò tre mesi.

Lui era di una dolcezza estrema e così presente, se pur ci vedessimo solo due ore alla settimana, il giovedì pomeriggio, era così presente come nessuno mai era stato nella mia vita.

Gli scrivevo lunghe pagine di noi, lui beveva le mie parole

La sua voce era bassa e cara.

Io facevo una vita difficile:lavoravo sette giorni su sette, 20 ore su 24. Lui mi seguiva in tutto, se pur a distanza, io avevo in lui una costante per tutto.

Quando ci incontravamo era bellissimo.. lui mi amava ed era tornato vigoroso come un giovane.

Era felice, io lo ero

Venne a casa mia, era l'8 marzo, con una scusa di lavoro

Una intera giornata insieme

Lo presentai ai miei figli che lo accolsero con gioia.

Lui era ricco, aveva il camper due barche..fantasticava di viaggi e mare

Io ero felice davvero

Dopo tre mesi non ce la faceva più: mi disse che voleva che io e i ragazzi fossimo venuti a vivere nella sua città per prendersi cura di noi.

Io stavo così in difficoltà e stavo lottando contro tutto che mi sembrò di sognare

Pensai che la vita mi stesse rendendo tutto quello che mi aveva tolto.

Era venerdì sera: mi disse che avrebbe parlato con la moglie.

Poi, fino al lunedì, più nulla.

Io non potevo chiamare, tanto per cambiare...

 

Il lunedì mattina mi disse che lui e la moglie si erano ritrovati, dopo 15 anni di totale distacco e che sarebbe rimasto con lei, che tra noi era finita.

Fu una pugnalata

Mi feci male graffiandomi e picchiandomi, ebbi una crisi terribile, lui si spaventò e mi disse che saremmo rimasti insieme.

Ma il suo era un piano. Divenne freddo, sparì dal mio cuore, non volle più vedermi a parte una sola disgraziata volta che io andai nel suo negozio e facemmo l'amore per l'ultima volta.

Io lo imploravo di amarmi

Che fosse rimasto pure con la moglie, che non ci fossimo visti pure più, ma che avesse continuato ad amarmi

Ma lui aveva paura di essere scoperto da lei, che gli aveva promesso che lo avrebbe lasciato, chiedendogli la separazione e mettendolo sul lastrico.. i beni erano in comunione

Gli scrivevo ogni giorno una lunga lettera per cercare di fargli sentire il mio amore e tutta la sua bellezza e gliela spedivo col fax

Poi cominciai ad implorarlo di dirmi che non mi amava più, in modo che io potessi staccarmi da lui, ma non lo fece mai

Io entrai in una profonda depressione

A giugno mi misi a letto non uscii più a lavorare

Tutto era perduto

A luglio lui partì con la figlia e la moglie in camper per Parigi.

Io mi imbottii di psicofarmaci e gli telefonai con l'ultimo filo di voce

Ma lui ugualmente sparì

Mi salvarono, ma in ospedale ci riprovai ancora tagliandomi le vene con uno specchio rotto e poi soffocandomi con una busta di plastica, ma fui salvata sempre dagli infermieri

Poi mi sedarono talmente che mi bruciarono.

Non riuscivo più neppure a parlare, avevo il pannolone.

Mi mandarono a casa, ero persa

mia madre e mio fratello volevano mandare i miei figli più piccoli dal padre, loro non volevano: io ascoltavo il loro furioso litigio, non riuscivo a parlare ma sentivo.

Cominciai a far finta di prendere le medicine che mi davano, ma poi appena sola le sputavo, Nel giro di qualche giorno riuscii a chiamare una mia amica, che mi portò da Francesco

Dopo un mese ero tornata al lavoro, andai in fabbrica per qualche mese poi tornai a fare l'agente di commercio.

mi sequestrarono tutto quello che avevo

Mia madre mi abbandonò d'accordo con mio fratello, mia figlia più grande se ne andò di casa.

Io avevo lo sfratto, ma riuscii con l'aiuto del mio ex marito a trovare un'altra casa.. ricominciai

Per i miei ragazzi.

Ma avevo un furioso bisogno d'amore.. seguirono 18 mesi di follie sessuali

Poi Chiara

 

E questa è un'altra storia che racconterò qui di seguito.

Per chiudere il discorso su rodolfo voglio aggiungere solo che lui mi spezzò.

Perché io non lo avevo cercato, io non gli avevo chiesto nulla.

Quello che lui mi dava era per me così tanto e così bello che per non perderlo avrei fatto qualsiasi cosa. Anche accontentarmi di sentirlo dieci minuti al telefono al giorno.

Perché il suo amore mi aveva guarito.

Fu lui a decidere di parlare con la moglie. Io gli chiesi se ne fosse davvero certo. Ero titubante. Lui fu drastico, in quella decisione.

E così, mi spezzò. Mi portò su quella riva, dove siedo tutt'ora, anzi, più che mai, dove vivere è molto più difficile che morire.

 

 

 

 

leggi di più 0 Commenti

mer

19

dic

2012

UNA BAMBINA CHIAMATA ARI - QUINTA PARTE

UN BARBONE NERO  IN TOELETTATURA DA SHOW

 

QUINTA PARTE

 

ero tornata a vivere nella mia città natale.

Era cambiata ma era sempre la stessa, esattamente come io ero sempre la stessa ma ero cambiata.

Mi aggiravo per le strade ed i luoghi che mi avevano vista incontrastata padrona, sentendo un misto di malinconia e di estraneità.

Dov'erano le persone che io conoscevo? Quelle che riempivano allora i bar le strade, in gruppetti vocianti di cui tutti ci si conosceva? Avevo avuto moltissimi amici, in gioventù. Ma soprattutto ero conosciuta da tutti e quando passavo o mi recavo da qualche parte era sempre un coro di saluti e cenni che si incrociavano. Era una siepe di volti e storie note.

Io poi me ne ero andata ma gli altri?? tutti gli altri dov'erano? Sapevo che qualcuno aveva cambiato città, anzi, proprio i miei due amici più intimi, lo scrittore e la poetessa che si suicidò quando ero in attesa del mio maschio, erano emigrati in grandi città dove la cultura aveva poli importanti e si trovavano appigli e conoscenze per poter accedere alle riviste che successivamente avrebbero regalato loro la fama.

Lo scrittore tornò un paio di anni dopo a presentare una sua nuova opera. Ci incontrammo ma...il tempo di quei giorni era passato, ormai.

La poetessa, la mia dolce amica sorella delle medie e del liceo, con la quale avevo trascorso innumerevoli pomeriggi a cantare e suonare la chitarra, a discorrere fitto fitto di tutto, lei, aveva scelto di volare giù da un cavalcavia.

Fu terribile quando mio fratello mi telefonò per dirmelo. Ero in attesa del bimbo e a pranzo dagli suoceri con tutto il clan riunito. Io quasi svenni dal dolore. Mi chiesero cosa fosse successo. Raccontai. Lo suocero mi redarguì aspramente che non era una cosa poi così grave. Era solo un'amica. Di certo lui non aveva mai avuto un amico vero, altrimenti non si sarebbe espresso così.

Mi sentii in colpa nei confronti di quella meravigliosa anima che aveva sofferto così a lungo in silenzio. Rilessi tutte le sue lettere, lunghe missive scritte a matita con una calligrafia fine ed elegante ma un po' contorta, che ci eravamo scambiate negli anni. C'eravamo anche riviste, qualche anno prima: io mi ero recata nella sua città per stare un po' con lei, a casa sua. Parlammo tanto, di tutto ma evidentemente non mi disse le cose giuste. Oppure io non fui attenta. Mi stavo separando dal mio primo marito, allora, ero molto presa dall'amore per la mia socia. Lei aveva situazioni molto complesse. Eravamo di certo troppo dentro ai nostri problemi: l'ascolto dell'adolescenza non c'era più.

Mi sentii in colpa nei suoi confronti e piansi per lei. Tante tante volte negli anni a venire. Se il bimbo che stavo attendendo allora fosse stato un femmina, le avrei imposto il suo nome. Ma era un maschio e quel nome che mi era così caro non aveva un corrispettivo maschile. E non mi restò che tenerla nel cuore. Con il rimpianto di ciò che non era stato.

Ma tutti gli altri? Spariti. Ne incontrai qualcuno ma non vi era più nulla.

Non vi era più nulla dentro di me. Un deserto salato mi aveva asciugato gli occhi.

 

Lavorai.

 

Lavorai ed incrementati tutto. Nel pomeriggio di chiusura mi recavo in un allevamento a preparare i cani per il futuro show in programma. Il sabato e la domenica in gara oppure in assemblea con l'associazione. Seguirono vittorie, sconfitte, premi, conferme smentite.

Ma ero sempre più conosciuta ed apprezzata. Acquistai un altro cane, il famoso barbone gigante di cui ho narrato nel mio primo libro. Poi me ne venne donato un altra. Due cani che mi diedero notevolissime soddisfazioni. Strinsi rapporti con altri allevatori, allargai il numero delle razze che ero in grado di preparare. A quei tempi fui l'unica in grado di preparare per le esposizioni a livello vincente un numero di razze così grande. I soggetti da me curati spopolavano.

 

Nel resto del tempo mi dedicavo alla casa e ai figli.

A settembre, quando accompagnai il più piccolo nella nuova classe, lui si mise a piangere disperatamente, dicendomi che voleva i suoi amici, le sue maestre.

Io mi sentii morire. Lo abbracciai e rimanemmo a lungo a piangere insieme, in un angolo del corridoio, mentre la nuova maestra ci guardava con pena.

Ma i bimbi sono forti. La vita urge loro dentro e riescono ad uscire dai blocchi di dolore.

Dopo pochissimo nuovi amici, nuove attività sommersero lui e la mia casa con lui. Io lo assecondai in tutto, desiderosa solo che ritrovasse la sua strada.

La femmina frequentava la prima media. Era brava ma non le piaceva. Non si trovò mai molto bene ma anche per lei si aprirono nuove amicizie. Lei, però, era molto più introversa del fratello.

Io strinsi conoscenza con qualche mamma. Uscii qualche volta con loro, andammo persino a ballare. Furono rapporti che durarono qualche anno, cordiali ed affettuosi, ma c'era in me un distacco forte: non riuscivo più a coinvolgermi fino in fondo

Incontrai di nuovo il mio ex amante e riallacciammo i rapporti. Uscii qualche volta con lui e lui mi propose per la prima volta di andare insieme in qualche privee. Acconsentii ma furono incontri distanziati l'uno dall'altro. E nel mezzo vi fu il vuoto più totale. Quelle esperienze erano forti e coinvolgenti, mentre le vivevo ma mi lasciavano in bocca un amaro tale, il giorno dopo, che mi necessitava tempo per metabolizzarle.

I problemi economici non avevano mollato la presa.

Il denaro ricavato con vendita della casa non era stato sufficiente. Saltarono fuori debiti che non sapevo di avere, con lo stato. Rate di IVA che credevo di avere pagato e che invece non risultavano saldate. L'INPS reclamò il suo avere.

Gli interessi di mora di questi esosissimi enti erano assurdi. Le cifre di debito venivano raddoppiate. Dovetti chiedere nuovi prestiti alle banche.

Poi, il denaro stava perdendo velocemente potere d'acquisto. Tutto aumentava mentre noi, che non eravamo un genere di prima necessità, non potemmo alzare i prezzi adeguatamente.

Lavoravo tantissimo ma non guadagnavo abbastanza.

E poi... e poi la solita cosa: le spese di casa erano ingenti. I ragazzi costavano cari ma cari ed io non sapevo dire loro di no alle loro richieste.

Con la grande furono sempre contrasti e durezze.

Non fui regolare con il pagare l'affitto e l'ente che reggeva il caseggiato mi 'consigliò' caldamente di cercare un'altra sistemazione. Inoltre mia madre era di nuovo peggiorata ed aveva bisogno di maggiore assistenza e lì non avevo come ospitarla. Io stessa dormivo sul divano.

Quando mio fratello ebbe bisogno di un ' rifugio ' per qualche tempo, per sue vicissitudini personali, dovetti chiedere ai due piccoli di tornare a dormire di nuovo insieme. Ma il problema di mio fratello durò solo pochi giorni e poi se ne tornò in seno alla sua famiglia.

Così cercai una casa più grande e trovai una villetta a schiera, un po' in periferia a tre-quattro chilometri dal negozio, che aveva anche due micro giardinetti, uno davanti ed uno dietro.

Lì vi erano le camere per tutti, anche se per il maschietto era una mansardina nel sottotetto e per me quella che era nata come garage e poi era stata trasformata in lavanderia. Ma andava benissimo.

Mia madre aveva un'ampia stanza luminosa con il balcone, cosa importante per lei che non usciva quasi più, mentre le due femmine presero possesso delle due stanze al terzo piano. Era infatti una casa a tre livelli, di cui il primo, dove dormivo io, di altezza più bassa. Ma di fronte vi era un giardinetto pubblico con campo da calcio annesso e io la sera o la notte prendevo i miei cani e, nella solitudine e nel silenzio più totale, mi immergevo ancora nel verde degli alberi e tra le braccia del cielo.

Il trasloco fu un altro micidiale affare. Ma alla fine trovammo le nostre sistemazioni.

La secondogenita, ancora quando abitavamo nell'appartamento vicino al negozio, ebbe crisi di si sonnambulismo. Una note mi svegliò battendo da fuori sul balcone alla finestra della cucina, gridando di farla entrare. Inveendo contro di me perché non la volevo far entrare.

Quel balcone correva lungo le camere e la cucina e tutte vi si affacciavano.

Ci spaventammo a morte. Pensai che rischio aveva corso: se si fosse gettata di sotto sarebbe certamente morta: eravamo al terzo piano.

Le feci fare visite, indagini. Risultò tutto normale. Le proposi un aiuto psicologico ma lo rifiutò. Accettò un po' di valeriana e cercammo di starle tutti vicino.

Lei cambiò radicalmente atteggiamento nei miei confronti.

All'improvviso, da affettuosa in un modo quasi inverosimile, dall'essere la mia ombra, dal volere sempre stare con me, abbracciata a me, mi allontano drasticamente.

Si fece un ragazzo, il suo primo.

Anche quello, come fu per la più grande, era un essere amorfo ed infinitamente problematico ma lei mi disse che l'amore che aveva dato a me ora era per lui.

E non accettò più un abbraccio, un bacio, un contatto fisico con me.

Se mi avvicinavo a lei, seduta sul divano, per guardare la tv insieme e la sfioravo, mi comandava di scostarmi. I suoi occhi e la sua voce erano duri e di ghiaccio

I ne venni sconvolta.

Lei era la mia bimba, la mia dolcissima bambola, la mia consolatrice con i suoi abbracci amabili, i bacetti, il richiedermi sempre accanto.

Per lei io ero sempre stata il suo sole.

Mi diceva che ero così grassa perché avevo un cuore troppo grande per essere contenuto in un corpo di dimensioni normali.

Per me lei era la fonte principale d'amore, era il sapere che finalmente qualcuno che io amavo mi ricambiava.

Non che il maschio non fosse affettuoso ma era diverso. Era più pieno delle sue cose, amici sport e vivacità. La mia bambina era come vivesse solo riflessa della mia luce.

Fu terribile.

Le chiesi più volte di spiegarmi i suoi sentimenti, cose le stesse accadendo, cosa avesse vissuto per arrivare a ciò. Cercai di capire, vagliai ogni possibilità, le proposi di nuovo un aiuto psicologico. Nulla. Non ne venni a capo. Le cose restarono così.

Io stavo malissimo.

Ogni giorno erano salti mortali con le banche le bollette le scadenze le fatture da pagare.

Ogni giorno erano problemi di vario genere da affrontare.

La mia vita è sempre stata costellata da miriadi di difficoltà pratiche giornaliere.

Faccio qualche esempio.

La fuga del pappagallo che durò tre giorni e che io riacciuffai salendo su di un pesco.

Un incendio, più che altro di fumo, nella mia camera—lavanderia, partito da un corto della lavatrice, che affumicò tutto e rovinò mezzo mondo. Lo spense con un atto eroico mia figlia maggiore, prima che arrivassero i pompieri.

Fu uno spavento ed un problema notevole.

C'era sempre qualcosa che si rompeva, una bici che veniva rubata, una lite tra compagni di scuola.

Un veterinario ci creò problemi con un talloncino di una vaccinazione di un cuccioletto che avevamo venduto. L'aveva apposto l'allevatore ma mia figlia mise, sotto, il timbro del nostro negozio. Vennero i carabinieri, mi fecero chiudere tre giorni e mi accusarono di abuso della attività di veterinario. Andai in causa penale e fui condannata ad una multa di cinquecentomila lire con diffida.

Ci fu qualche incidente con qualche cliente, una ferita inferta ad un gatto, - tosandolo, la pelle si squarciò, - un cane che morì d'infarto, un terzo di anemia per zecche. Ce lo avevano portato ormai in fin di vita e morì mentre tentavamo di liberarlo da migliaia di parassiti.

Un cane morse mia figlia. Un gatto mi perforò una mano. Un altro cadde dal tavolo e si lussò una spalla, un altro ancora si ferì alla coda.

La vendita dei prodotti ebbe un fermo improvviso e notevole: ad un tratto non si vendette quasi più nulla. Noi avevamo molta merce, il giro delle fatture era notevole e mi trovai ancora nei problemi più grandi.

Feci un ingente acquisto in prenotazione di collari antiparassitari. Mi venne proposto con un prezzo davvero notevolmente conveniente. Era il quantitativo che avevo venduto i due anni precedenti. Peccato che non sapevo – ma forse il grossista si – che le zecche e le pulci non sarebbero più morte, con quel prodotto che fino a quel momento era stato efficacissimo: proprio quell'anno venne l'avvento del più famoso spray insetticida di tutti i tempi e delle goccine sulle scapole. Così io mi trovai a dover acquistare i nuovi prodotti, se volevo liberare i miei clienti dai fastidiosi e pericolosi parassiti ,mentre dovetti comunque pagare quella montagna di collarini antiparassitari che rimasero anni ed anni a prendere la polvere nei loro scatoloni.

Si ruppe il furgone camperizzato e comprai un altro mezzo, una specie di jeep.

Mi chiamarono in questura dove mi dissero che avevano fermato i miei figli accusandoli di ave fumato spinelli in un parco.

Quello anche fu terribile.

Passai giorni in questura, a parlare con i miei ragazzi, che inventarono tutto un racconto strampalato a cui io credetti completamente, accecata dal mio amore per loro. Prendendomela a morte con i militari che avevano fatto quello. Credetti i miei figli vittime di accadimenti fortuiti e mi infuriai notevolmente. Lo shock fu grande.

Solo molto più tardi, ma molto più tardi, capii che quegli spinelli erano davvero loro, del loro gruppetto di amici.

Ma in quel momento mi sentii e sentii i miei figli vittime delle istituzioni.

 

Poi vennero la macchinetta per i denti per il maschio. Gli occhiali per la femmina....

e mia madre, in continuazione, come un disco rotto, che mi diceva: lavori troppo. Spendi troppo. Fai questo, non fare quello... mangi troppo.. sei troppo grassa...

la levriera di mia figlia si ammalò e mori improvvisamente.

La terrierina ebbe il suo secondo parto ma di quattro cuccioli ne sopravvisse uno solo esclusivamente perché la mia figlia più piccola lo allevò con una cura da madre.

 

Potrei continuare all'infinito a narrare tutta la serie di difficoltà ma mi fermo qui. Ho citato le più macroscopiche.

Tutto era sulle mie spalle.

Io dovevo correre, risolvere, fare da cuscinetto tra mia madre e i miei figli, che erano sempre in contrasto, tra i miei figli ed il padre, con altri contrasti.

Dovevo fare il giocoliere con i soldi: mettili lì, toglili di là. - avevo acceso tre conti e giostravo il contante giocando sulla valuta per pagare le varie scadenze.

Era un delirio.

La figlia maggiore sempre contro.

L'ex marito sempre in contrasto: ogni volta che dovevamo affrontare qualche problema o decisione per i ragazzi erano liti furiose.

Era un delirio.

La notte non dormivo. Da anni era così. Il ritmo del ristorante mi era rimasto nel sangue.

Non dormivo, facevo la contabilità. Scrivevo il mio diario, a volte, e mangiavo: smangiucchiavo le cose più insane ed assurde: dolce poi salato poi ancora dolce fino alla nausea. Fino a crollare quasi tramortita, lo stomaco gonfio e l'anima scoppiata.

I dolori alle ossa e ai muscoli erano sempre più forte. Una forte asma allergica mi rendeva la vita difficilissima. Non respiravo più. I prodotti cosmetici che usavamo per il lavaggio erano il più naturale possibile e della migliore qualità. Ma gli antiparassitari non scherzavano. Avevo la pelle delle mani che cadeva a pezzi, oltre ai polmoni. Avevo avuto diverse ricadute da bronchite asmatiforme e lo streptococco era ritornato più volte positivo nel tampone faringeo.. La testa piena di troppo, di tutto.

Non ce la facevo più.

 

Decisi allora di vendere la mia quota di negozio. Una cliente, diventata amica, era fortemente interessata alla cosa. Mia figlia fu d'accordo. D'altronde la mia presenza le impediva di crescere professionalmente. Ero io quella che faceva i tagli a forbice le toelettature da show. Lei lavava ed asciugava, tosava a macchina strippava ma si fermava lì.

non spiegherò qui la particolare tecnica. Chi fosse interessato cerchi sul web: ' stripping ' e legga –

Io ero stata proclamata campionessa italiana ed internazionale di toelettatura. Ero stata invitata al campionato europeo che vedeva venti concorrenti scelti da una apposita giuria. Era un onore notevole che mi venne fatto due anni di fila ma non potei mai parteciparvi

Il mio barbone gigante aveva vinto premi prestigiosi a livello europeo. Altri premi vennero con i cani dei clienti.

Gli allevatori che seguivo io vincevano alla grande.

Ma io non ce la facevo più.

 

alla fine del 1998, il 31 dicembre, passai le consegne del negozio.

Un mio cliente mi aveva proposto di andare sotto di lui a vendere polizze assicurative. Mi aveva offerto un fisso più incentivi e possibilità di carriera. Accettai.

E fu così che si chiuse un'altra era della mia vita.

Continuai a seguire i cani di un allevatore che mi era particolarmente caro, ma ritirai i miei soggetti dalle gare.

Tosai il mio barbone gigante: le mie figlie dissero che non gli avrebbero tenuto il pelo curato: aveva un pelo così lungo e folto che si impiegavano tre ore per lavarlo ed asciugarlo. In teoria era stato acquistato come cane da esposizione per la più piccola ma lui divenne mio sin dall'inizio. Lei aveva i suoi due terrierini e di lui non si prese mai cura. Non riuscii a lavarlo per un mese di fila perché stavo troppo male ed il mantello si era tutto raggrumato. Chi conosce la materia sa di cosa sto parlando.

Allora via, presi la macchinetta e recisi i lunghissimi boccoli che avevo curato per mesi e mesi con grande attenzione e dispendio di forze. Ho conservato a lungo la treccia che gli facevo con i peli della sommità del cranio, che erano i più lunghi.

Basta, via tutto, via tutto.

Fermate il mondo, voglio scendere.

 

 

 

 

leggi di più 0 Commenti

mer

19

dic

2012

UNA BAMBINA CHIAMATA ARI - QUARTA PARTE

MIO PADRE BAMBINO E SUA SORELLA

 

QUARTA PARTE

 

 

quando mi accorsi che le cose andavano male, per il ristorante, economicamente parlando, - perché la clientela era affezionata e sempre presente e si lavorava in modo costante e quindi il problema era proprio di costi e di ricavi e di dove venivano messi i soldi incassati, - io virai le mie scelte commerciali. Cercai di risolvere il problema.

Aprii a mezzogiorno con un menù fisso ad un costo davvero contenuto.

Ma poi si capì, mi venne detto che il locale aveva un look troppo elegante: spaventava quel tipo di acquirenti. Poi la sua posizione geografica era sì, al crocevia delle due strade principali del luogo, ma era un attimo nascosto, in una rientranza del caseggiato di cui era parte. Avevo messo insegne luminose, feci porre – pagando costi notevoli – cartelloni grandissimi ovunque, pubblicità su radio e giornalini locali, ma nulla. Gli avventori di quell'esperimento furono sempre pochissimi. Anzi, il risultato fu un aumento delle spese e della mia già infinita stanchezza e quindi lo sospesi.

Allora cercai di contenere i costi.

Feci smettere alla mia tata di fare la pasta in casa ed acquistai un prodotto surgelato.

Era un ottimo prodotto davvero. I clienti capirono. Notarono la differenza, per forza di cose ma non mi abbandonarono e si abituarono. La scelta era comunque più vasta ed alcune specialità davvero notevoli, come gli strozzapreti, che erano addirittura migliori di quelli confezionati da noi.

Certo costava molto ma molto meno.

Poi eliminai i fiori freschi, tolsi i grissini dai tavoli, che venivano consumati in grandissima quantità anche da chi si fermava solo per una birra. Li portavo solo a chi mangiava alla carta del ristorante.

Verso la fine della gestione, tolsi anche il tovagliato, lasciando i tavoli com'erano, con il loro piano di formica tipo granito, bordeaux e nero. Non erano poi così brutti.

Diminuii la scelta dei vini, tolsi alcune voci dal menù, che erano costose da tenere sempre disponibili. Cercai materie prime più a buon mercato, senza però eccedere nello scadere. In effetti il risultato finale della qualità dei cibi non variava di molto e solo qualche acquirente si accorse che so, del cambio del prosciutto crudo, quando passai da un prodotto nazionale molto costoso ad uno europeo decisamente più economico ma decisamente più salato.

 

Nel mio ristorante si mangiava benissimo: tutto veniva cotto espresso, tutto era fresco e scelto. Le porzioni abbondanti. Io cucinavo per loro come fossero la mia famiglia.

La pulizia era scrupolosa. Anzi, di più.

Quando entrai in quella cucina trovai una quantità di scarafaggi che non avrei mai immaginato. Vi combattei per mesi, prima di riuscire ad eliminarli definitivamente.

Sapevo che qualche piccolo inconveniente di quel genere, anche con topolini vari, è facile e comune che accada, ma così!!!!

io tenni costantemente apparecchietti ad ultrasuoni che allontanavano ogni cliente non gradito. E spruzzatori in angoli strategici, di quelli automatici, contro gli ospiti volanti.

La mia tata era talmente brava a pulire che ogni giorno riportava tutto ad un aspetto immacolato, anche le ditate unte sulle superfici d'acciaio dei miei aiutanti, mia figlia ed il cuochino latin - lover, che, presenti il sabato e la domenica sera, non avevano certo la mia accortezza nel non sporcare.

Che il locale fosse perfetto fu sottolineato due volte dalla venuta degli ufficiali sanitari, di certo inviati dalle mie carissime ex cuoche che imperversavano duecento metri lontane da me, nel loro bar, che andava alla grande.

Gli ufficiali vennero ogni volta all'improvviso, controllando tutto, anche l'interno dei cassetti frigorifero. Tutto ma tutto fu testato con tamponi appositi per controllare lo sviluppo di germi. Ma non vi fu nulla da fare, perché la cura che io mettevo in ogni cosa era totale.

 

Amavo quel posto.

 

Quando tutti se ne erano andati, a mattino ormai sopraggiunto, mentre la luce cominciava a filtrare piano dalle tende della vetrata che dava ad est, sedevo nel silenzio e mi guardavo intorno. Scrutavo in ogni particolare, abbracciavo ogni piccola cosa con l'amore di michelangelo che chiede al suo david: perché non parli??

così per me.

Perché non funzionava?

I clienti c'erano, ma avrebbero potuti essere tanti ma tanti di più.

Certo i paesini erano decentrati ma la gente, in quegli anni, amava spostarsi per andare a mangiare bene.

Una volta alla settimana facevo il piano bar. Trovai due ragazzi bravissimi, una coppia di giovani sposi, che poi anche facevano cantare i clienti con il karaoke.

Sedevo nel buio e nel silenzio e mi chiedevo: perché?

Certo il bar di fronte era gestito da gente del paese che aveva tante conoscenze. Certo, l'altra pizzeria nell'altro paesino aveva una gestione trentennale. Ma si mangiava decisamente peggio. Decisamente. Ed il locale era proprio squallido.

Ecco, io penso che, alla fine, il motivo per cui il mio non si riempì mai fu perché era troppo bello.

Era radical chic. Era originale. Era personale.

Mentre la massa vuole solo cose massificate.

 

Ed io stavo sempre peggio.

Dopo averle provate tutte ma tutte, dopo aver pianto tutte le mie lacrime, dopo aver fatto tutti i discorsi e le liti possibili con il mio compagno, nell'estate del terzo anno di gestione, crollai.

Era il 1992.

la malattia reumatica mi stremava, il ginocchio si fermò.

Fui ricoverata sia per una causa che per l'altra. Subii una operazione ai tendini del ginocchio e la riabilitazione fu molto lenta e dolorosa. Ma non camminavo più, la scelta fu giocoforza.

Dovetti chiudere. Nel frattempo avevo messo in vendita l'attività, facendomi anche fregare da un tizio che mi fece spendere cinquecentomila lire per aderire ad una specie di trappola pubblicitaria. Quando si è disperati si diventa bocconi fin troppo facili.

Ebbi anche una richiesta d'acquisto ma il denaro che mi fu offerto era troppo poco. Vendendo non avrei risolto nulla. Il debito si era allargato troppo. Avrei perso comunque la mia casa. E così non vendetti. Ancora avevo delle speranze.

Ma quell'estate crollai: la trascorsi praticamente in ospedale, tra una cosa e l'altra. Cambiando anche città, per capire cosa vi fosse nel mio sangue che non andava.

Furono fatte decine di ricerche: c'erano diversi parametri sballati ma non vi era un quadro deciso. Mancava sempre un franco per fare uno scudo, come si dice da noi.

Inoltre situazione con il mio compagno era giunta nel frattempo ad un bivio. Ad un certo punto lui mi accusò di non essermi mai voluta sposare, con lui, di non essermi mai impegnata fino in fondo.

Gli chiesi se lo sposarsi avrebbe cambiato qualcosa per lui. Non che me lo avesse mai chiesto, prima. Lui asserì di sì.

Gli risposi che mi sembrava una follia ma che se il problema era quello avrebbe dovuto dirmelo molto prima. E acconsentii al matrimonio. Anche ai nostri genitori fece piacere. Sia mia madre che i miei suoceri pensavano che i bambini erano come ' diversi ' dato che noi non eravamo regolarmente sposati. Io non la vedevo così, io pensavo che ormai la nostra unione era completamente ed irrimediabilmente compromessa ma non mi tirai indietro di fronte a quello che dentro di me sentivo inutile, quasi folle.

Così a luglio ci sposammo nella bellissima chiesa romanica del luogo. Una cerimonia per pochissimi intimi, come la relativa piccola festa: mia madre, mio fratello con la famiglia, gli suoceri, la sorella con il marito e la figlia - nel frattempo anche mia cognata si era sposata e le era nata una bambina – poi la mia amica ex socia con il suo amante, che furono i miei testimoni mentre lui scelse la sorella ed il cognato, come testimoni. E, naturalmente i miei figli.

Ci sposammo in chiesa perché il mio matrimonio precedente era stato solo civile e quindi potevo farlo. E volli chiamare dio a testimone del mio impegno totale con quell'uomo che ancora amavo con tutta me stessa.

Indossai una gonna grigio perla ed una camicetta a grandi fiori pastello, gialli e salmone chiaro. Semplice ma elegante. Superavo ormai i cento chili. La mia ciccia aveva vinto la sua battaglia.

i nostri bimbi erano fiori colorati su di un prato. La primogenita una signorina imponente ed algida, di una bellezza notevole. Lui si vestì di grigio. Era molto bello ed elegante. I capelli che si erano ornati di fili argentati.

Lo guardavo ed ancora dentro di me tremavo d'amore. Ma quanto era scontroso, antipatico freddo scostante..

quel giorno, dopo il matrimonio lui e mio fratello si ubriacarono di brutto.

Lui sembrava felice. Ci fu un riavvicinamento che durò un po' più del solito, qualche mese.

Ma di certo i pressanti problemi economici non ci aiutarono.

Io piangendo gli chiesi più volte di mantenere la promessa che mi aveva fatto prima della nascita di nostro figlio. Di andare a lavorare all'estero. Gli proposi persino di andare tutti quanti a vivere all'estero, dove si sarebbe potuto aprire per lui una realtà lavorativa diversa ed una vita diversa e migliore per tutti. Ma lui non fece mai quel passo.

Allora i passi li feci io.

 

Mi ritrovai tra le mani quei dieci milioni dell'ultima rata della vendita del bar.

Il buco scavato nelle mie finanze era così grande da essere una voragine: passava i duecentocinquanta milioni. Quei dieci milioni sarebbero stati risucchiati senza spostare assolutamente nulla. E poi, di cosa avremmo mangiato, quando avrei perduto tutto. Cosa avrei fatto io?

La mia ex socia mi disse che vi era una toelettatura in vendita nella mia città natale.

Andai a vederla. L'avevano aperte due ragazzine che decisamente non erano portate per quel lavoro tanto particolare. Ma il laboratorio era carino, la posizione discreta. E poi nella cittadinanza c'era una effettiva necessità di quel servizio, diventato ormai essenziale. Senza por tempo in mezzo l'acquistai.

Come sempre facevo scelte basilari decidendo in un attimo.

In una settimana era tutto fatto. Anche quella volta misi il mio compagno di fronte al fatto compiuto.

Si era dimostrato inetto, da quel punto di vista. Da quel momento in avanti avrei agito solo di testa mia.

Il due novembre aprii la nuova gestione della toelettatura. Nel frattempo, a settembre, avevo riaperto il ristorante. Mia figlia aveva terminato gli studi. La costrinsi a prendere il mio posto pomeridiano e a fare ciò che io avevo fatto fino ad allora. Ma la chiusura aveva decimato gli avventori,

il lavoro in toelettatura partì di slancio.

Io ero brava, gentile competente.

Certo, erano anni che mi ero allontanata dal mondo dei cani e delle esposizioni, ma quando si è imparato ad andare in bicicletta non lo si dimentica più.

Quindi i clienti fioccarono.

Respirai di nuovo.

Ma lavorare il giorno in toelettatura, da sola, per di più, cosa non facile per tutta una serie di motivi che non sto qui ad elencare e poi al ristorante la sera e la notte, era pesantissimo. Io non stavo neppur tanto bene. La stanchezza di quella malefica malattia reumatologica mi minava. La febbricola era una costante, soprattutto di sera. I dolori ossei e muscolari erano costanti essi pure e notevolmente fastidiosi.

In fretta si vide che così non avrei potuto reggere. Inoltre il ristorante era una continua perdita.

Così lo chiusi definitivamente. Vendetti la licenza per una ventina di milioni, tappando qualcuna delle falle più urgenti. Poi cedetti l'attrezzatura un po' di qua e un po' di là, tappando qualche altro buchetto con la manciata di milioni che ricavai.

Ad ogni pezzo che se ne andava, era come mi strappassi un mio organo interno. Quando tirai giù le tende, le mie bellissime tende e cancellai la donna bionda dalla vetrata, fu come sciogliessi nell'acido muriatico la mia stessa carne.

But the show must go on..

e io ero proiettata di nuovo verso una nuova realtà.

Tenni per me le mie lacrime, le mie angosce. Nascosi la mia profonda delusione. C'era la nuova attività.

Un capitolo era chiuso, se ne apriva va un altro.

In primavere il ristorante non esisteva più. Le chiavi del locale vennero rese al proprietario.

Ma il buco economico era ingente.

Mi recai allora dal commercialista di mio fratello con lui e mio marito.

Gli portai tutte le carte. Lui fu categorico e disse: non ce la può fare, signora. Deve dichiarare fallimento, chiedere un concordato con le banche, prendere tempo, intestare la nuova attività a sua figlia maggiore – che nel frattempo aveva espresso la volontà di lavorare con me, lasciando perdere il mestiere di cuoco, dato che gli orari erano assai sballati e chi esercitava quella professione aveva una effettiva difficoltà ad instaurare rapporti personali con le altre persone ' normali ' che vivevano con gli orari 'normali ' - prendere tempo e con il nuovo lavoro cercare di salvare il salvabile. Ma il fallimento porterà ad una notevole riduzione del debito. È assolutamente necessario.

 

DICHIARARE FALLIMENTO!!!!!

 

accidenti che roba... e dopo aver lavorato così tanto dopo essermi impegnata così tanto. Uscii da quell'ufficio che ero demolita. Accanto a me, uno da una parte e uno dall'altra, i mie giudici e detrattori: mio fratello e mio marito. I loro sguardi dicevano: hai visto???????? hai visto cosa hai combinato tu, che tutto sbagli che nulla mai combini di buono??

per strada corsero parole gravi. Andammo da mia madre. ed il suo sguardo che dalla nascita si puntava su di me con tutta la riprovazione possibile ed immaginabile, fece il resto.

Ma il mo fallimento non era un fatto esclusivamente mio personale. Ricadeva su tutta la famiglia. Era come un marchio che avrei impresso a fuoco anche nelle loro carni. Mi dissero che il fallimento era l'ultima cosa. Che mi avrebbero prestato del denaro, mia madre e mio fratello, naturalmente. Mio marito avrebbe chiesto un prestito in ditta da rendersi un po' alla volta direttamente ritirato dallo stipendio. Questo per tappare i buchi più gravi. Io davvero ero annientata. Non avevo più nulla da dire, più una briciola di sicurezza in me. E li lasciai decidere ancora una volta della mia vita.

 

Nei mesi successivi girarono diversi soldi per le mie mani. Chiusi un buco qui, ne aprii un altro lì.

I particolari non li ricordo assolutamente ma so solo che fino al 2005 non ho fatto altro che accendere nuovi prestiti bancari e con quelli chiudere quelli inceppati o le moratorie di altre cose non pagate.

Quella decisione si rivelò sbagliatissima ma naturalmente mai nessuno lo ammise.

Parlandone successivamente la colpa era stata mia e solo mia. Anzi, avevo messo tutta la famiglia nei problemi, prosciugando i risparmi di tutti.

Denaro che avevo promesso di restituire ma che non fu mai restituito.

Ma come potevano pensare che lavando cani e con tutto quel po' po' di famiglia da mantenere, io avrei potuto tirare fuori tutte quelle decine di milioni?

Non so. Io di certo ero in un grave stato confusionale e depressivo ma direi che neppure loro avevano le idee chiare. Inoltre, perché andare da un commercialista e poi non seguire i suoi consigli?

Quella decisione ha segnato la mia vita da quel giorno fino alla mia morte ed oltre.

Fino che sono riuscita a continuare a lavorare, nel 2005, non ho fatto altro che pagare pagare pagare una montagna di interessi more multe eccetera. La casa fu perduta comunque e debiti ingenti sono rimasti.

Al giorno d'oggi non so l'INPS e l'erario dello stato quanto denaro debbano avere da me e non mi interessa, tanto non lo avranno mai, dato che non possiedo nulla ma nulla. Di certo si passa la cifra di centomila euro. E tutto questo è derivato da quella decisione. Che non ho preso io.

 

Comunque mi buttai nel lavoro con rinnovata forza, caparbietà e testardaggine.

I mesi passavano e la clientela aumentava. Chi veniva per la prima volta, ritornava e portava gli amici ed i conoscenti.

Mai quei cagnetti e cagnoni erano stati lavati e tosato o toelettati così bene, profumati curati con tanta cura ed amore.

A quel punto decisi che volevo ritornare sui ring delle esposizioni perché il giro dei clienti si allargasse ancor di più e divenisse di una qualità maggiore.

Sapevo che mio marito non era d'accordo. Ma lo feci lo stesso.

Negli anni successivi acquistai qualche cane di ottima genealogia e bellezza, qualcuno mi venne regalato da amici toelettatori.

Ripresi le gare di bellezza.

Entrai a far parte della associazione nazionale professionale ne divenni consigliere e poi, un anno dopo, ne fui eletta presidente.

Cominciai ad insegnare ad allievi di varie parti d'italia.

Quello era decisamente il mio mondo.

Premi piovvero da ogni parte con i cani ed anche direttamente a me, dato che partecipai a diversi contest e campionati di toelettatura in italia e in europa: gare nelle quali si andava con un cane lavato e pettinato ma non toelettato ed in tre ore di tempo si eseguivano le operazioni tramite le quali poi si sarebbe poi potuto esporre lo stessa cane in una gara di bellezza. Ma in quelle particolari competizioni veniva preso in considerazione anche tutta una serie di componenti sulla bravura e la tecnica della cosa, sulla capacità di gestire l'animale il lavoro in sè e sul feeling con l'intera situazione.

Vinsi diverse gare ma anche altrettante ne perdetti, arrivando seconda, cosa che mi faceva dannare più che arrivare ultima.

Vennero in negozio proprietari di cani che mi pagarono per presentare i loro beniamini al posto loro. Vennero allevatori che mi affidarono la gestione dei loro soggetti di punta.

Non metterò qui altri particolari. Sono fin troppo riconoscibile anche così.

Lo faccio sempre per proteggere la privacy delle persone di cui parlo che so sempre minata da queste mie esternazioni.

Ma furono anni molto pieni di lavoro e fecondi.

Purtroppo però c'era sempre la lotta all'ultimo centesimo, i debiti sovrastavano e schiacciavano ogni cosa.

Il mio negozio era a ventidue chilometri da casa ed i costi della benzina erano alti. Uscivo di casa la mattina alle sette e mezza e rientravo alla sera alle venti... ma anche alle ventuno e più tardi ancora, se il giorno dopo c'erano gare.

Il sabato notte si partiva per ogni parte d'italia. Mio fratello aveva un vecchio furgone camperizzato che lui non usava più. Me lo vendette per una cifra molto limitata, - che io però, alla fine, non gli pagai mai – e questo ci permise di affrontare i viaggi in un modo migliore.

Ma lui non voleva che i bambini mi seguissero in esposizione. Loro piangevano, protestavano, ma lui fu irremovibile: temeva incidenti ma anche, soprattutto, detestava quell'ambiente e chi lo frequentava.

Anche se ci dava da mangiare.

I nostri rapporti divennero sempre più tesi. Lui sempre più instabile e collerico freddo e lontano io sempre più insofferente.

Io lo vedevo dallo sguardo. Gli si accendeva qualcosa di amaro negli occhi e sapevo che da lì a pochissimo, qualcosa, qualsiasi cosa io avessi detto o fatto, lui sarebbe esploso oppure avrebbe trovato da ridire nel suo modo caustico che faceva più male di uno schiaffone. Si viveva nel terrore, tutti noi, io ed i miei figli, delle sue reazioni.

Non tutte le domeniche io andavo in esposizione, naturalmente, almeno all'inizio.

Così c'era il rito della gita da qualche parte con i bimbi. Far loro passare una bella giornata all'aperto o portarli a divertire in qualche modo.

Ma i suoi improvvisi malumori, i suoi sguardi torvi in tralice, le sue frasi amare rovinarono sempre tutto.

Mi chiedeva: dove vuoi andare, domani? Io gli proponevo due o tre possibilità ma lui ne sceglieva un'altra. Gli dissi tante volte che me lo chiedeva per essere sicuro di non farmi contenta, neppure per sbaglio.

I piccoli erano dolcissimi. Era così bello stare con loro nei prati, nei boschi, sui torrenti, nelle spiagge. Ma non vi era pace con lui.

Il fatto era che lui diceva che era mia la colpa, che ero fissata io, che lui era sempre il medesimo.

 

Furono anni difficilissimi. Eppure avevamo così tanto, almeno secondo il mio punto di vista. Una casa piena di bambini cani gatti, allegra, in campagna, alla fine il cibo non mancava, pur se era complicatissimo far quadrare il bilancio.

Certo se lui avesse rinunciato all'auto e fosse andato a lavorare in tram..

se fosse tornato a casa prima per poter tenere i bambini, invece di pagare la tata. Se avesse pulito, in casa, invece di sporcare e mettere in disordine. La tata era un costo notevole. Due macchine la benzina, i bimbi.. io non ero capace di negare tutto ai miei bambini. Io volevo che loro avessero balocchi libri, divertimenti. Già i loro coetanei avevano tanto di più e questo pesava da morire soprattutto al maschietto, che era sempre pieno di richieste e pretese.

Quindi, soprattutto quando tornavo da uno dei miei viaggi, portavo sempre loro un balocco. Qualcosa, anche piccola, per far loro vedere che li pensavo, che li amavo sopra tutto il resto. I costi dei viaggi per le gare erano sostenuti dai clienti e il giro stava continuando a crescere. Eravamo sempre più famose e ricercate, io e mia figlia, che mi coadiuvava e mi seguiva.

Lei, all'inizio, era stata molto molto lenta nel cominciare ad impegnarsi veramente. Quello non lo voleva fare, quell'altro nemmeno. Ci furono moltissime tensioni tra noi però pian piano divenne assai brava.

La mole maggiore dell'impegno era sulle mie spalle, di certo, ma cominciò ad appassionarsi a quel lavoro e ad uscire dal suo blocco di pigrizia ormai cronica che la portava a non volere mai fare nulla.

La sua camera da letto era un caos. E dire caos era un eufemismo. Per tutto il resto era assai difficile trattare con lei ma sul lavoro cominciò ad essere un aiuto e non un peso. E questo mi riempiva il cuore perché la vedevo finalmente rinascere dopo la terribile coltellata che le aveva inflitto il padre.

Di certo, tra noi, le ruggini erano antiche. Non voglio dire con questo che io con lei non ho sbagliato mai. Certo che io ho sbagliato, come tutti. Un fosso si fa sempre con due sponde. È evidente che io non ero la madre che lei desiderava.

Però io ce l'ho messa sempre tutta, tutta.

Ma in casa era un inferno, ormai. Le liti erano giornaliere. Io e mio marito ormai non eravamo più capaci di parlarci senza litigare.

E la notte ognuno si girava dalla sua parte. Io ero disperata.

Le provai tutte. Gli chiesi di nuovo di farsi aiutare, di dirmi cosa non andasse in me, cosa lo allontanava. Qualche problema di ordine meccanico nei nostri sempre più radi rapporti sessuali venne messo a nudo. Ma lui non fece nulla per indagare di più, per risolverli.

Più di una volta gli dissi piangendo di fare qualcosa di aiutarmi, di risolvere. Io gli chiedevo di amarmi, di trattarmi bene. Gli chiedevo baci abbracci carezze. Ascolto sostegno ma ricevevo solo silenzio freddezza oppure grida e gesti d'ira.

 

Successe un po' di tutto in quei quattro anni. Troppo per poterlo raccontare così. Cuccioli di cani nati, una gattina morta e mia figlia disperata come avesse perso un figlio, altri cani scappati e morti sulla strada, feste di compleanno in maschera e la casa piena di decine di ragazzini urlanti, tonsilliti, otiti, pasti silenziosi, canzoncine cantate a squarciagola in macchina da me e i due piccoli. Gite con il camper sempre con quel terrore addosso che scoppiasse la crisi.

Il lamentarsi dei bambini che non ero mai a casa. Marachelle del più piccolo che ne fece un po' di tutti i colori con susseguenti punizioni, mai corporali, però.

Tante tante tante lacrime mie, silenziose, nascoste ai bimbi.

I debiti aumentavano.

Quando squillava il telefono io sobbalzavo. Mi è durato per anni ancora. dopo la fine di quell'incubo, che a sentir squillare il telefono mi si raddrizzassero i capelli in testa: i bancari bussavano alla porta, sempre a chiedere denaro che io non avevo.

Io cercavo di rappezzare un po' qui ed un po' là ma l'incasso non era certo faraonico. Il giro di denaro era assi inferiore a quello del ristorante.

Chiesi di nuovo a mio marito di mantenere la sua promessa ma invano.

Allora provai ad incrementare il lavoro nel negozio. Dato che cani, più di tanti non se ne facevano, chiesi la licenza e misi su un piccolo negozietto, riducendo a metà la superficie della toelettatura. C'erano prodotti che nei negozi specializzati della città non si trovavano e i nostri clienti li avrebbero acquistati volentieri.

L'incasso aumentò, anzi, raddoppiò e più. Certo, la percentuale di guadagno sulla merce era inferiore rispetto a quello di una prestazione di toelettatura, ma il giro del denaro si fece più imponente e ciò mi aiutò a tenere duro.

Certo che anche il mio impegno raddoppiò. Ero io che mi prendevo cura del negozio, servivo i clienti, facevo gli acquisti, mettevo la merce sulle scaffalature, pulivo il tutto. Ma lavorare mi piaceva immensamente e non mi tiravo indietro, anzi, se avessi lavorato il doppio sarei stata il doppio felice.

Mia figlia lavorava duramente anche lei, era molto giovane e si stava impegnando. Certo io spesso mi lamentavo con lei che avrebbe potuto fare di più. La spronavo.

Lo sapevo che lei non percepiva stipendio. Né riuscii mai a metterla in regola. Ma viveva con me. Non le facevo mancare nulla, cibo sigarette dischi film libri – che erano i suoi hobbies -e cercai di accontentarla il più possibile. Le comprai uno dei grandi levrieri che avevamo quando era piccola ed anche un pappagallo, doni che desiderava molto. fu costoso ma lo feci volentieri perché credevo ne avesse diritto. Se le mie condizioni economiche fossero state migliori, lo stipendio glie lo avrei dato di certo. D'altronde ancora più volte le dissi, quando si lamentava della mancanza di denaro, che, se avesse voluto, avrebbe sempre potuto tornare a fare la cuoca, percependo uno stipendio assai alto. Ma lei mi rispondeva che stava bene lì. Non era una bambina, sapeva benissimo qual'era la situazione. Quella era una sua scelta. Ed io di più non potei mai fare.

Il negozio di vendita dei prodotti decollò subito e si vide che era stata una buona scelta.

Un giorno, palando con un mio giovane cugino, scoprimmo che lui stava cercando qualcosa in cui impegnarsi, lavorando in proprio.

Nacque così un progetto di spostarci con toelettatura e negozio in un locale più ampio e di iniziare la vendita di animaletti vari, pesci uccellini, roditori, qualche cucciolo di cane e gatto e pure rettili, anfibi ragni ed altri animali strani. I giornali del settore, che noi leggevamo sempre, indicavano quella come la scelta da fare, per incrementare il volume d'affari.

Lui sarebbe entrato come socio. La parti sarebbero state tre alla stessa percentuale. Ci avrebbe dato una cifra di circa cinquanta milioni che sarebbe stata la sua quota di acquisto. Con quella io avrei sostenuto le spese per lo spostamento del negozio e l'acquisto delle attrezzature necessarie. La merce destinata alla vendita invece sarebbe stata pagata a sessanta - novanta giorni dalla nuova ditta, a rotazione di acquisto.

Trovammo subito un bel negozio grandissimo ad un prezzo accettabile, un milione al mese, contro le cinquecento che pagavamo ora.

Era in centro storico ma in una stretta via laterale. Un negozio in una via di passaggio aveva costi che non erano affrontabili, per noi.

I lavori per la piastrellatura, l'installazione della vasca, la tinteggiatura e altro li eseguimmo io ed il padre del ragazzo, con un suo amico. Sempre, quando c'erano pennelli da usare, io ero chiamata in causa.

Avevo cominciato a quattordici anni, aiutando un amico del mio allora ragazzo ad imbiancare la casa dei nonni. Lui ci chiese di aiutarlo in cambio di notevoli merende a base di piadine vino salumi e frittate con la cipolla. Così mi insegnarono e da allora decine di volte ho esercitato la nobile arte dell'imbianchino, con una grandissima soddisfazione personale e stipendi molto meno elevati di quello che ricevetti quella prima volta....

il risultato fu buono, ne fui soddisfatta. Ma bellissima venne la parte destinata alla vendita. Acquistai scaffalature e teche riscaldate per i rettili, acquari, voliere e di tutto per i nostri ospiti.

Andammo a bologna in una grande negozio all'ingrosso e portammo con noi tutta una serie di meravigliose creature: serpenti rane tartarughe pesci esotici d'acqua dolce e salata. Da allevatori seri prendemmo cinque cuccioli di cane e due gattini. Da altri allevatoti della zona acquistammo uccellini e roditori.

Mettemmo riscaldatori, luci apposite, case apposite per tutti. Bellissime ambientazioni naturali nelle teche e negli acquari. I cuccioli vennero accolti in un box ampio e adatto, come quelli per i bambini, tanto per intenderci.

Riempimmo le scaffalature di ogni genere di beni adatti alla cura ed alla gioia degli animaletti da compagnia.

Lavorammo come pazzi. Ma il risultato del negozio fu veramente spettacolare: entrando si sentivano canti e richiami, lo scorrere dell'acqua delle pompe degli acquari, come si accedesse ad una foresta.

Erano i primi di dicembre 1995 ed io ero certa che avrei avuto moltissime soddisfazioni da tutto quel lavoro.

Inoltre la presenza del baldo giovane, accanto a noi ci avrebbe sostenute. Io cominciavo a sentire fisicamente il peso di tanto lavoro. Il ginocchio mi faceva spesso male, il dolore alle ossa ed ai muscoli non era più passato.

Ma anche quella volta presi un grande abbaglio.

Ci eravamo divisi i compiti: mia figlia e mio cugino avrebbero lavato ed asciugato le bestiole. Io le avrei toelettate. Lui si sarebbe occupato della pulizia delle abitazioni dei nostri ospiti e io e mia figlia della merce, - acquisto e vendita -.

gli acquari sarebbero stati di mia esclusiva cura, come la contabilità.

Mio cugino venne la prima mattina, accompagnato dalla madre, poi non si fece più vedere.

Disse che era ammalato poi sparì. Io di certo non lo cercai. Avevo capito già, da come si era comportato durante i lavori di allestimento, che la fatica e l'abnegazione non erano sue amiche.

Ci trovammo così di nuovo sole, io e mia figlia. Per fortuna la società non si era ancora formata, dovendo essa partire dai primi dell'anno.

Il negozio ora costava il doppio d'affitto e di tutte le altre spese. E di certo noi non avremmo avuto la forza di occuparci di tutto. Questo si vide da subito. Il lavoro era già troppo dove eravamo state fino ad allora. Se si stava in negozio a vendere non si stava in laboratorio a lavare e toelettare. E, dato che la richiesta maggiore era quella e quella la nostra passione, vendemmo un po' alla volta le nostre bestioline, smettendo anche le teche, ma ci volle parecchio, più di un anno, mantenendo i pesci di acqua dolce e qualche criceto o topolino e riprendemmo a fare il nostro lavoro. All'inizio la vendita della merce aumentò notevolmente, poi, con l'apertura dei grandi centri commerciali calò drasticamente in pochissimo tempo.

I giornali specializzati avevano detto tutta una serie di sonore stupidaggini ed io ero stata la solita ottimista del cavolo che si era fidata di qualcuno.

Il bello fu che mia zia ebbe anche il coraggio di arrabbiarsi in modo furibondo con me, tacciandomi di disonestà e voleva i suoi soldi indietro, che erano i suoi risparmi. Io volevo bene a quella donna e mi spiacque infinitamente la sua reazione. Le dissi che suo figlio aveva fatto un investimento ed acquistato il diritto di lavorare con noi. Che il guadagno se lo sarebbe dovuto fare con la fatica delle sue mani.

Impietosita dei suoi pianti le resi una manciata di milioni e cercai poi di rendergliene altri ma proprio non ce la feci. Mio zio non venne mai però neppure a parlare con me. Non chiese ma neppure capì. E, ancora una volta, passai per cattiva.

 

Ma, accidenti a me, mi fossi legata le mani e le idee, una volta per tutte!!!!

 

però il mio dolore maggiore era la crisi con mio marito che solo andava peggiorando.

Venne il mio compleanno del 1996. lui mi regalò uno scadenzario dove archiviare le cose da pagare.

Io credo che questo esprima benissimo ciò che lui pensava di me e cioè che non facevo nulla a modo e che ero la causa di tutti i problemi.

Che io non fumassi non bevessi non spendessi nulla per me, tanto che mi ero ridotta a non avere ormai neppure la biancheria intima, che io lavorassi anche la domenica, portando avanti tre attività – il negozio, la toelettatura e le esposizioni, oltre all'associazione, che comunque portava allievi, quindi le attività erano quattro, evidentemente a lui non sembrava abbastanza.

Avevo persino da poco imbiancato, cioè azzurrato, il piano terra dalla nostra casa che aveva i muri tutti sporchi dalle ditate e pedate di cani e bambini ed aveva le persiane esterne che perdevano i pezzi. Certo, a lui il colore non piacque, forse non era bello davvero, era troppo intenso. Sarcastico lui la chiamava la casa dei puffi. Però io avevo fatto una fatica notevole. Caddi persino dalla scala. Il cavalletto che lui aveva costruito per me – e che doveva essere robustissimo, - cedette, ed io volai con la scala ed il secchio della vernice. Non so come feci a non restarne ferita se non uccisa. Ma fu solo un grande spavento ed uno sporco micidiale.

Ma tutto quello che facevo io era sbagliato.

 

Quel suo gesto, quel regalo cosi pieno di disprezzo e cinismo, mi fece arrabbiare da morire. Mi sentii offesa umiliata calpestata e qualcosa mi si ruppe dentro. Alle mie rimostranze lui si arrabbiò e litigammo furiosamente. Gettò terra un bel vaso a cui tenevo tanto. Io scappai piangendo.

I bambini assistevano immoti ed attoniti a quelle liti.

 

Lui stette male. Non ricordo di preciso il mese. È tutto un po' confuso. Ebbe un aneurisma che gli si fermò nel nervo ottico e perse la vista ad un occhio.

Fu ricoverato in ospedale. Le sue condizioni erano pericolose. Il sangue troppo denso, problemi di colesterolo ed altro. Ci spaventammo molto.

Ma proprio in quei giorni io mi recai a parlare con le maestre dei due piccoli che mi chiesero, tutte e quattro, cosa fosse successo ai miei bambini.

Erano cambiati, non erano più gli stessi,. Erano sempre tristi scontrosi privi di entusiasmo, privi di capacità di concentrarsi, di partecipare.

La femmina era sempre silenziosa triste ed isolata, lei che era stato un uccellino dolce e cinguettante.

Il maschio sempre più attaccabrighe, più irrefrenabile, sempre più suscettibile. Il rendimento scolastico era sceso molto per entrambi, la piccola aveva smesso di disegnare. Il maschio piangeva troppo spesso.

I disegni della mia bimba erano stati qualcosa di delizioso. Nel suo stile preciso ed ordinato, come lei era, dipingeva scenette domestiche con tutti i particolari: cani gatti il nostro viottolino, dove continuavamo ad andare appena ci era possibile, uccellini farfalle alberi fiori il sole le nubi la nostra casa. Poi io il fratello la sorella ed il padre. La chiamava: la famiglia cuore. Erano disegni così pieni di vita che mi incantavo a guardarli. Le dicevo che da grande avrebbe fatto la pittrice. Ad un certo punto non volle più disegnare. Neppure per gioco.

Alle parole delle maestre rimasi sconvolta. Era evidente che, tutta presa dai miei immensi problemi non mi ero accorta di quanto i miei bimbi stessero soffrendo.

Più volte avevo pensato di chiedere la separazione da mio marito però i fermavo: mi ero fatta una promessa, di sopportare tutto pur di non far soffrire i miei bambini più piccoli come avevo fatto soffrire la più grande.

Ma ora le cose erano assai diverse.

Tornai a casa, quel giorno il negozio era chiuso per turno e, senza farmi vedere da mia figlia maggiore, perché volevo che quel discorso avvenisse solo tra me e i miei piccoli, li feci salire in macchina, li portai a prendere un gelato e mi fermai in un posto tranquillo. Era sera.

Molto semplicemente dissi loro quello che mi avevano detto le maestre. Chiesi loro scusa di non essermene accorta da sola. Spiegai che a volte capitava che i genitori non riuscissero ad andare più d'accordo per problemi che i figli non potevano capire ma che erano troppo pesanti e difficili da risolvere. La femmina era in quinta elementare ma essendo di inizio anno aveva già compiuto gli undici anni. Il maschio ne aveva appena compiuti dieci ed era in quarta, per lo stesso motivo. Erano piccoli ma poi, non così tanto. Io, a undici anni, ero già una donna.

Dissi loro che avevo tentato di tutto per recuperare il rapporto con il padre. E che non sapevo più cosa avrei potuto tentare. Che l'unica soluzione che potevo proporre era la separazione. Avrei venduto la casa, dato che eravamo oberati di debiti, ne avrei cercato una in affitto vicino alla nostra toelettatura, così che lo stare insieme non sarebbe più stato così difficile, e avremmo così recuperato la nostra serenità. Mi dicessero loro se erano d'accordo. Se volevano questo. Oppure mi dicessero cosa avrebbero preferito che io facessi, per poterli aiutare a stare meglio.

La femmina fu categorica. Disse che non sopportava più il padre, infatti da tempo i loro rapporti si erano incrinati profondamente, affermò che non ce la faceva più e che era felicissima di questa idea.

Il maschio si mise a piangere, dicendomi che anche lui stava male così ma che gli sarebbe dispiaciuto molto lasciare i suoi compagni di scuola e di gioco ai quali era molto legato. Parlammo a lungo esaminando vari problemi. Erano altre le cose che sarebbero cambiate. In quel momento avevamo sei cani e cinque gatti e di certo non avremmo potuto portarli tutti con noi. Ci saremmo distaccati dalla loro amata tata che era come una seconda madre, per loro. Avrebbero cambiato tante abitudini andando a vivere in una cittadina piuttosto grande rispetto al microscopico paesino di campagna nel quale erano nati. L'idea della città li allettava assai di più di quanto non facesse a me. Gli altri erano tutti distacchi dolorosi. Anche la casa.. la nostra bella grande confortevole amata casa. L'avremmo perduta per sempre. E quello di certo faceva più male a me che a loro.

Parlammo di tutto, di ogni particolare ma, alla fine, la decisione fu presa: andare avanti così non sarebbe stato più possibile.

Tornammo a casa. Comunicai la decisione alla figlia maggiore, che sapevo sarebbe stata solo felicissima perché più e più volte aveva espresso quel desiderio.

Cosa che puntualmente accadde.

L'unico dolore sarebbe stato perdere la casa e doversi separare da qualcuno dei nostri animali.

Quando furono tranquilli, uscii di casa di nuovo e mi recai in ospedale, dove era ricoverato mio marito. Che stava meglio.

Gli comunicai la nostra decisione.

Così a brutto muso.

Lo stavo odiando per quello. Per tutto ciò che mi aveva fatto soffrire e per aver fatto soffrire così i suoi figli. Che erano stati sempre e solo i miei figli.

Non gli permisi di replicare, gli voltai le spalle e me ne andai. Non avrei neppure preso in considerazione nessun'altra soluzione.

 

 

Il 22 giugno di quel 1996 dormimmo per la prima volta nella nuova casa.

Si dice che quando si è pronti le cose si compiono. Ed è verissimo. Io ho potuto constatarlo più volte.

È come si apra una porta e tutto entri.

Trovai immediatamente una acquirente per la casa che fu venduta a centoottanta milioni in contanti. Non bastavano ad estinguere i miei debiti ma di certo, tolte tutte le spese di compra -vendita, di trasloco, del nuovo contratto d'affitto eccetera, ci avrebbero permesso di respirare un attimo.

Trovai un appartamento con tre camere da letto, una vasta sala cucina, bagno e terrazzo proprio di fianco alla toelettatura, dieci metri neppure. L'affitto era alto, cinquecento sessanta mila lire al mese ma solo di benzina avremmo risparmiato cifre immense. E comunque, per meno non si trovava nulla.

Il trasloco fu una cosa straziante.

Avevamo una casa di trecentocinquanta metri quadri ed andavamo in un appartamento di cento.

Nella grande mansarda grezza c'era conservato di tutto: giocattoli, vestitini, quaderni....

quante cose buttai via, quante... troppe. Ad ogni tonfo del cassonetto il cuore mi si spaccava. Cedetti a persone adatte i tre cani terrier più grandi. Regalai a mio marito, che stava per diventare il mio secondo ex marito, la terrier media e portammo con noi la grande levriera a pelo ruvido di mia figlia e la piccolissima terrier dell'altra figlia. E tre dei quattro gatti. Il grosso maschio bianco venne lasciato alla nuova proprietaria della nostra casa, perché lui era molto più selvatico e cacciatore e sapevamo già che non si sarebbe abituato. Era un maschio intero, mentre le altre erano femmine sterilizzate. Lo lasciammo a vivere dove era nato. Tutti vennero sistemati alla perfezione ma quanti pianti.

Qualche giorno prima del trasloco mio marito prese le sue cose e tornò a vivere con i genitori.

In quei mesi appena trascorsi aveva cercato di farmi cambiare idea, dicendomi che mi amava e voleva stare con me.

Ma accadde un'altra cosa che mi consolidò nella decisione.

Si sentì di nuovo male e fu di nuovo ricoverato.

Mi telefonò per dirmelo.

Mi allarmai: pur se furiosamente arrabbiata con lui, lo amavo ancora. Anzi, forse ero così arrabbiata perché lo amavo ancora così tanto.

Corsi di volata all'ospedale. Non ero al lavoro, quel giorno, era il pomeriggio di riposo. In un quarto d'ora ero di fronte alla porta della camera che mi indicò una infermiera.

Bussai ed entrai, trafelata.

Rimasi gelata sulla soglia.

Seduta su di una sedia accanto a lui una donna gli stava parlando, tenendogli la mano.

Lui, imbarazzato me la presentò come una sua amica.

Io salutai, direi abbastanza cortesemente: le strinsi la mano. Direi che feci tanto, data la situazione. Mi sincerai delle sue condizioni di salute, che non erano gravi, salutai e me ne andai.

Seduta in macchina nel parcheggio dell'ospedale mi misi a piangere a dirotto, sconvolta dalla gelosia.

Ero arrivata pochissimi minuti dopo la sua telefonata, era evidente che aveva chiamato prima lei, se non addirittura, l'avesse accompagnato direttamente lei, lì.

Gli avevo chiesto non so quante volte se avesse una amante. Quel giorno ne ebbi la certezza.

Il loro modo di fare non era quello di due amici.

Certo, anche io lo avevo tradito ma.....

e ricordai i silenzi, i baci e gli abbracci negati, i ritardi costanti nel rientrare a casa. La freddezza. E tutto il resto.

Ora tutto quadrava.

 

Salutammo la tata, i luoghi le abitudini. Gli amici, gli ex clienti del ristorante.

Il giorno del trasloco, caricato il superstite, demmo le chiavi della casa ai nuovi proprietari e seguimmo il grosso camion nel suo viaggio verso la nuova sistemazione.

Ci volle tutto il giorno per rimontare tutto, a sera gli operai se ne andarono lasciandoci con tutta la nostra roba da mettere a posto, cosa che avremmo fatto i giorni seguenti.

Mangiammo una pizza, quella sera, seduti nella nuova cucina. Spaesati tristi ma cercando di non darlo a vedere. Misi a letto i bambini e cominciai a mettere a posto le nostre cose. Lavorai tutta la notte. Era quasi mattino quando mi fermai pure io. Ero sfinita. Un paio d'ore di riposo e poi sarei scesa in negozio.

Mi stesi sul divano al buio. Io non avevo voluto una camera da letto per me, ne avevo data una a ciascuno dei figli. Io avrei dormito su divano. I miei abiti stavano in poco spazio in qualche cassetto.

 

Io non esistevo più, non avevo neppure più lacrime ma solo una fredda pietra tombale posata sul cuore.

 

 

 

 

leggi di più 2 Commenti

lun

17

dic

2012

UNA BAMBINA CHIAMATA ARI - TERZA PARTE

IO A DUE ANNI E MEZZO

 

 

TERZA PARTE

 

 

fu una serata che segnò la mia vita ma non nella direzione che mi ero attesa.

Lei non mi piacque e questo allontanò ancor di più il mio desiderio di avere una storia con una donna.

Invece stefano assunse un ruolo, quello di amante, che mantenne a lungo.

Io avevo un assoluto bisogno di essere amata.

Lo aveva il mio corpo, la mia mente. Lo aveva quella parte di me che ancora si sente morire, se non ama ed è riamata.

Amavo il mio compagno, lo amavo molto. Ma lui non mi voleva più.

E questo per me era un buttarmi deliberatamente nelle braccia di un altro.

Impossibile che lui non si rendesse conto. Che non si chiedesse, che non capisse.

Mi dissi che se lui si fosse comportato da buon marito io non lo avrei tradito mai.

E sono ancora perfettamente convinta di questo.

Il mio primo marito non lo avevo tradito mai, mai. Nonostante io non lo desiderassi più ma lui c'era. Lui era fedele alla sua promessa di amarmi e rispettarmi come donna. Invece il mio attuale compagno quella promessa, che per me era valida anche se non l'avevamo sancita di fronte a nessuno, se la metteva sotto i piedi e la calpestava.

 

Lui aveva conosciuto la mia natura passionale. Ci eravamo frequentati a lungo prima di decidere di formare una famiglia. Non eravamo più due ragazzetti alle prime esperienze. Lui aveva avuto altre relazioni importanti, prima di me. Era un uomo navigato. Come poteva pensare che io sarei stata una vita intera ad aspettare che lui si decidesse di tornare un compagno affettuoso e presente?

Se aveva dei problemi ne parlasse con me. Se aveva delle richieste da farmi le portasse avanti. Se non mi amava più, me lo dicesse. Invece per lui era tutto normale.

Io gli facevo notare i suoi repentini cambiamenti d'umore, i suoi assurdi sbalzi. Lui mi rispondeva: sono sempre io.

Cominciai presto a proporgli di seguire una terapia da uno psicologo. Se non poteva parlare dei suoi problemi con me, che lo facesse con qualcuno che di certo lo avrebbe saputo aiutare.

Gli proposi una persona di mia conoscenza, nella mia città natale, uno stimatissimo professionista. Acconsenti di andarci. Gli fissai un appuntamento.

Tornò a casa da quel colloquio che sembrava un'altra persona. Era l'uomo che io sapevo giacesse in lui. Mi abbracciò, gioì con i suoi bambini. Mi disse che tutto sarebbe stato diverso, da quel momento.

La notte mi amò con trasporto.

Ma nel giro di due o tre giorni, tutto tornò come prima. Non prese mai un secondo appuntamento. Addusse la scusa che non vi era abbastanza denaro.

Io lo pregai più volte, dicendogli che la sua salute era la cosa più importante di tutto. Che avremmo fatto a meno di qualche altra cosa. Ma non ci fu nulla da fare.

 

Mi dicevo che non mi amava, perché quando si ama non si riesce a negarsi.

Si può non essere d'accordo, si può litigare. Ma quando ci si ama e si è vicini, uno di fianco all'altro, a prescindere del sesso dei componenti la coppia, - quando ci si ama la sola cosa che si può fare è abbracciarsi, baciarsi, perdonarsi, fare l'amore.

Io l'avevo fatto tante e tante volte con lui, di perdonargli le sue durezze ed intemperanze.

Per me era impossibile resistergli. Anche se ero fortemente arrabbiata, quando allungava una mano per cercarmi, sempre mi trovava. Sempre io c'ero.

L'equazione è semplice e non lascia scampo: non c'è amore senza passione.

Non c'è.

Così stefano divenne il mio amante ed io, che vivevo di sensi di colpa verso tutto e tutti non mi sentii affatto in colpa.

 

Ma i colpi di scena continuarono.

 

Ebbi di nuovo coliche forti,

fui ricoverata all'ospedale della mia città e sottoposta a nuovi accertamenti.

Nel momento in cui mi misero una flebo con un mezzo di contrasto per eseguire una apposita radiografia, mi venne un grave shock anafilattico. Persi i sensi e mi risvegliai sotto gli schiaffi di un medico che cercava disperatamente in quel modo di scuotermi.

Decisamente ci riuscì.

Allora l'unica possibilità che era rimasta, dato che con l'ecografia non si vedeva assolutamente nulla, a parte un fegato molto ingrossato, era quella di praticarmi una RCP.

Ho dimenticato di dire che un mese prima la nascita della secondogenita gli esami di routine mostrarono che io avevo contratto una epatite di tipo B, asintomatica e che questa mi aveva rovinato il fegato.

Mi presi uno spavento terribile, temendo per la vita e la salute della mia piccola. Lei fu vaccinata alla nascita, così come fu per il terzo arrivato e la figlia più grande.

Il mio fegato si era ingrossato moltissimo ed era steatosico ma la funzionalità era intatta.

I due piccoli furono seguiti per diversi anni, controllati con cadenza obbligata per monitorare lo stato di salute del loro fegato. Ma stettero sempre benissimo, per fortuna.

Ma il mio fegato si era preso una bella batosta.

Però gli esami erano nella norma e di calcoli neppure l'ombra.

Ma ero giunta ad un punto che persino bere un bicchier d'acqua mi scatenava una colica. E allora finalmente si convinsero che non poteva essere somatizzazione. E poi, accidenti, io andavo dal medico solo quando ero in situazioni gravi. Lavoravo con tutti gli stati d'animo e di salute. Perché mai avrei dovuto ' fingere ' quelle terribile coliche??

dissi ai chirurghi riuniti in consesso attorno al mio letto di operarmi comunque per vedere cosa c'era ma loro si negarono e mi proposero questa RCP.

Era una indagine endoscopica che non era scevra da pericoli. Infatti firmai una carta nella quale mi assumevo tutte le responsabilità, scagionandoli a priori.

Mi sedarono un poco con del valium. Ero impossibilitata a muovermi ed a reagire ma ero completamente cosciente e sentivo tutto. Anche il dolore.

Mi inserirono il rubo endoscopico con una fibra ottica., varcarono la soglia del mio piloro stretto ed ammalato, confermarono la profonda ulcera, però in via di guarigione, entrarono nel coledoco. Io sentii tutte queste manovre dentro di me.

Fastidio, senso di vomito per l'ingestione del tubo, dolore nella ferita ulceroso, altro dolore nel coledoco.

La fibra ottica vide finalmente una colecisti terribilmente ingrossata e piena di calcoli.

Confabularono tra loro. Estrassero il tubo, cambiarono il terminale inserendo un bisturi laser. Di nuovo mi inserirono il tubo in gola.

Ma il mio esofago si era gonfiato e non voleva più far passare quel coso, grosso più di un dito. Per cinque volte provarono a spingerlo dentro, senza riuscirci. Alla sesta lo inghiottii con uno sforzo estremo.

Sentii di nuovo il passaggio attraverso il piloro, con un dolore ancora più forte, l'ingresso nello stretto coledoco e lì, sentii tagliare.

Due volte. Come se un paio di grosse forbici mi avessero reciso le viscere.

Quasi svenni dal dolore.

Fu terribile, assurdo.

Finalmente estrassero il tubo e mi riportarono in camera.

La sera mi spiegarono che era stato molto strano che io avessi sentito tutto quanto. Che la dose di sedativo che mi avevano data era assai maggiore di quella che facevano di solito e che bastava per togliere ogni dolore al paziente.

Altresì mi dissero che quel taglio che avevo sentito, quei due tagli erano serviti per sganciare la colecisti dal coledoco e quindi rendere l'operazione programmata il giorno dopo assai più agevole e meno pericolosa. Lo stato del sacchetto di bile era molto precario. Rischiavo una peritonite da un momento all'altro.

E infatti quella sera, per la prima volta, negli esami si vide abbondante bilirubina e un po' di colesterolo.

Il giorno dopo mi operarono.

Io ero stremata.

Quell'esame endoscopico mi aveva prostrato.

La colecistectomia fu eseguita con anestesia totale. Almeno avrei dormito un po', anche dopo. Non ero in grado di affrontare altro.

L'intervento andò bene, solo che il fegato era talmente ingrossato che, dato che non lo si può piegare, causa la rottura dei suoi tessuti, per estrarlo dal mio addome e girarlo dall'altra parte e tagliar via la colecisti, mi dovettero aprire da un lato all'altro.

Mi diedero quarantasei punti di metallo. Graffette di una grossa cucitrice cannibale conficcate nella mia carne.

I calcoli risultarono trentadue, di cui uno grosso come una nocciola. Vi era poi una grande quantità di sabbia organica. Erano formati da colesterolo e altri elementi minerali.

Il taglio era davvero immenso ma stetti subito meglio. Ero arrivata ad un punto, prima che mi operassero, che quell'enorme squarcio ricucito mi sembrava una bazzecola.

Ma la ferita, come al solito non si rimarginava. Mi trattennero in ospedale qualche giorno in più. Io smaniavo per tornare a lavorare. Il bar era ancora affidato alle mie due amiche. Poi c'erano i bambini che sentivano terribilmente la mia mancanza.

 

Quando provarono a togliermi i punti, videro che la ferita si apriva come fosse appena stata tagliata. Allora mi dimisero lo stesso, con tutti i punti, consegnandomi il compito di curare la ferita facendomi seguire dal mio medico.

Ci vollero tre mesi per una totale guarigioni. I punti si incarnirono e quando il mio condotto me li tolse mi fece un male cane.

Ma che potevo farci? Sopportai. Almeno non avevo più coliche.

Non che stessi bene. Ero a dieta strettissima e davvero comunque non avevo appetito. Fu uno dei pochissimi periodi della mia vita in cui l'appetito mi abbandonò. Persi diversi chili, con mia grande soddisfazione.

Il mio peso era salito notevolmente, nei mesi precedenti, veleggiando verso i novanta chili. I miei begli abiti non mi stavano più. L'incubo del grasso era tornato ed io mi sentivo sconfitta.

Così quel dimagrimento fu accolto con entusiasmo. Ma durò poco.

Appena le mie condizioni migliorarono cominciai a mangiare di nuovo molto e male e ad ingrassare.

Nel bar era un continuo. Cioccolatini caramelle paste. C'era ogni ben di dio. Ed io non sapevo resistere.

Nel mio cervello stremato da tutto, quanto mulinava il solito ritornello per ore: domani mi metto a dieta. Ma quel domani non veniva mai.

 

Cominciai ad essere stanca di quel lavoro. Inoltre il mio compagno si lamentava in continuazione che io non ero mai a casa. I bambini piangevano lo stesso problema.

Ebbi una offerta di acquisto. Piovve all'improvviso, a ciel sereno, portatami dal mo ex datore di lavoro delle bevande.

Centoventi milioni. Sessanta subito, il rimanente un milione al mese escluso gli ultimi dieci, in un'unica soluzione.

Accettai senza pensarci sopra. Ero sfinita. Non ce la facevo più.

E poi, il guadagno non era poi così alto. Le spese influivano parecchio. Soprattutto lo stipendio della tata.

Lei andava a prendere i bambini dalla materna, anzi, li riceveva dal pulmino che li scaricava davanti a casa.

Al mattino era il mio compagno che li preparava e ve li issava. Io andavo via troppo presto per poterlo fare. Non si potevano svegliare quelle povere creature alle cinque.

Mia figlia maggiore andava a scuola e poi non era per nulla collaborativa, anzi, tutt'altro.

Così la tata li ritirava e stava con loro fino a che non tornava il padre. Nel frattempo eseguiva le faccende domestiche.

Il mistero dell'orario di uscita non venne mai chiarito.

Lui cessava il lavoro alle sedici ma rientrava verso le diciotto e trenta, a volte le diciannove. Lui adduceva il tempo della doccia, dato che si sporcava molto. Poi il traffico del ritorno.

Ma io, molto presto ebbi sospetti che lui mi tradisse. Gliene chiesi conto, ma lui negò. Negò sempre.

Fatto sta che rientrava sempre tardi. E le ore della tata, a fine mese, erano molte.

 

Così accettai di vendere il mio bar.

Mi dispiacque troppo. Ci piansi sopra, amavo quel posto.

Ma non avevo altra scelta.

E poi l'offerta economica era troppo importante per lasciarsela scappare. Io l'avevo acquistato per sessanta milioni. Il guadagno, in un anno e mezzo di gestione era altissimo.

Con la cifra che presi in contanti chiusi tutte le pendenze. Chiusi il prestito, il fido bancario. Pagai tutti i fornitori, con i quali avevo un giro di pagamenti a sessanta giorni. Mi rimasero una trentina di milioni perché l'inventario della merce mi fu pagato in contanti.

Ero contenta.

Avevo un gruzzolo in banca ed una rendita per quattro anni circa di un milione al mese.

Avrei percepito uno stipendio senza lavorare. Ero assai fiera di me.

Ma, passato un mese dalla chiusura della saracinesca, l'ultima sera, quando appoggiai un bacio al vetro della porta ormai chiusa e consegnai le chiavi al mio acquirente con le lacrime agli occhi, già smaniavo.

Mi mancava il mio lavoro, mi mancavano i miei clienti. Sia in toelettatura, nella latteria, che nel mio bar avevo avuto meravigliosi rapporti con la clientela. Cosa che era accaduta anche nei due lavori da agente di commercio.

Le persone si affezionavano a me e mi trattavano come una di famiglia. Ed io volevo bene a loro. Diventavo facilmente la confidente. Mi raccontavano i loro problemi. Mi chiedevano consigli. Più che una commerciante ero una psicoterapeuta istintiva.

Solo con il mio compagno non riuscivo a parlare. Lui si chiudeva e si allontanava sempre di più, seguendo il ritmo sinusale che ho già descritto.

 

Il lavoro mi mancava troppo. Sì, c'erano i bimbi, c'era il mio amante, che incontravo regolarmente. Ma dopo aver pulito la casa da cima a fondo, aver fatto le spese ed i pasti restava un vuoto grande, nella mia giornata.

Così il mio amico ex datore di lavoro mi propose l'acquisto di un piccolo pub pizzeria ristorantino ad un chilometro da casa mia.

Aveva il forno elettrico. L'attrezzatura della cucina era quasi inesistente. Ma il bancone bar era bellissimo.

Era aperto solo la sera. Dalle diciotto alle due di notte. Ne chiedevano trentasette milioni più uno sparuto inventario. Mi piacque molto. Volevo acquistarlo.

 

Ne parlai a lungo con il mio compagno.

Era vicinissimo a casa. Avrei potuto recarmi al lavoro anche in bici o a piedi. La sera c'era soprattutto lavoro di pizzeria d'asporto, quindi avremmo potuto cenare insieme tutte le sere.

Io avrei potuto ritirare i bambini da scuola e li avrei portati con me lì, mentre preparavo per l'apertura. C'era un bel giardino, fuori, un terrazzo immenso dietro. Potevano giocare, fare i compiti con me, quando sarebbero andati alle elementari. Non avremmo avuto alcun problema.

Inoltre la mia primogenita studiava per diventare cuoca. Avrebbe potuto aiutarmi nei giorni di maggior lavoro e, una volta preso il diploma dei tre anni, avrebbe avuto già un posto tutto suo. Lei ne sembrava contenta.

Lui mi disse di non contare sul suo aiuto, lì dentro, io gli risposi che lo sapevo benissimo. La sua non era certo una personalità estroversa adatta a trattare con la clientela di un luogo del genere..

Lui era contrario all'acquisto. Diceva che il mio ex titolate mi voleva fregare. Gli dava un fastidio immenso il fatto che lui mi avesse procurato un guadagno così alto con la vendita del bar. Questo proprio non lo poteva buttare giù. Quando si incontrarono per discutere insieme dell'acquisto del pub, per poco non vennero alle mani.

Ciò era assurdo.

Io volevo prendere quel locale. A tutti i costi.

Avevo già in mente un sacco di idee per portarlo in auge come avevo fatto con tutte le attività precedenti. Ero certa che non avrei sbagliato.

Ma non volevo acquistarlo senza il consenso del mio uomo. Lo forzai con lunghi ragionamenti. Alla fine si convinse e si disse d'accordo.

Io gli feci promettere che, comunque sarebbero andate le cose, mai mi avrebbe accusato di averlo acquistato contro la sua volontà.

 

E fu così che feci quell'affare che avrebbe cambiato di nuovo radicalmente la mia vita.

 

I lavori per la nuova apertura furono intensi.

Mi recai da un commercialista, amico del mio ex datore di lavoro, per chiedergli consiglio su come acquistare le attrezzature che desideravo.

Avevo pagato l'arredamento e l'avviamento trentadue milioni, riuscendo ad avere uno sconto sul prezzo richiesto.

Volevo accendere un prestito, oppure un leasing.

Avevo intenzione di migliorare l'arredamento e di arredare la cucina in modo completo. Avevo un preventivo di spesa di circa trenta milioni, compresa la merce per l'apertura.

Lui mi sconsigliò sia il prestito che il leasing. Mi spinse a chiedere un fido di quaranta milioni. Mi disse che avrei lavorato, avuto un giro e pagato solo lo scoperto. Che avrei potuto rientrare nel capitale solo quando il lavoro fosse stato avviato. Il mio bancario, lo sapevo già, mi avrebbe concesso il fido senza problemi. C'era anche la casa, a garanzia.

Mi fidai di lui. Ma feci proprio l'unica cosa che non avrei dovuto fare. Solo che non lo sapevo. Lo imparai solo più tardi.. quando era troppo tardi.

Quindi così agii.

 

Assunsi una squadre di tre operai venezuelani per rifare i pavimenti, che erano assai brutti, attaccare la carta da parati ed altri lavoretti all'impianto idraulico in cucina. Mi furono consigliati da un conoscente.

scelsi delle bellissime piastrelle 40 x 40 antiscivolo di gres opaco. Verde scurissimo. Erano stupende. Le dovevano montare in diagonale con le fughe larghe due centimetri. Acquistai un cuoci - pasta con tre cestelli, per avere sempre l'acqua pronta per la cottura, dato che avrei servito solo esclusivamente piatti espresso. Una friggitrice a due cestelli. Un banco refrigerato, un grande tavolo da lavoro e pensili. Tutto in uno splendido acciaio inossidabile. Ah, anche una bellissima cappa aspirante con filtri. che fu posta sopra la cucina a gas che era già in dotazione. Quella andava bene. Misi solo in sicurezza i fuochi comprando ugelli nuovi.

Misi una scaffalatura nuova alta e capiente nella dispensa. Mi feci dare dal mio ex datore di lavoro ed ora fornitore, in comodato d'uso un bel frigorifero verticale per i salumi ed uno per i vini da mettere in sala. Un banco gelati con vetrina, da porre accanto al bancone sempre in sala, dal fornitore dei gelati e dessert ed anche una vetrina verticale che fu posta accanto a quella del vino.

Acquistai una meravigliosa carta da parati combinata alle tende che avrebbero coperto l'intera vetrata di fondo, quella che dava sul balcone, dove d'estate avrei posto una pergola con tavoli all'aperto. Aveva il fondo verde scuro e su di esso spuntava un fogliame di verdi acqua tenui e più cupi, fiori di passiflora gialli ed arancio.

Misi tovaglie di lino color verde acqua sui dodici tavoli, il copri tovaglia, di sbieco, bianco candido. Un candelabro con campana di vetro e un piccolo vaso verde scuro a foggia rotonda su d ogni tavolo. Fiori freschi e candele rosse.

Acquistai stoviglie eleganti ed originali, posate di acciaio brillantissime e particolare, bicchieri coppe per ogni occasione.

Vassoi da portata di acciaio, piatti giganteschi per la pizza, taglieri di legno per gli antipasti e le fornarine.

Comprai di tutto.

Fu uno dei giochi più belli della mia vita.

Ma gli operai si rivelarono disastrosi. Alla fine dovetti cacciarli e, con l'aiuto di un amico, cercare di riparare al mal fatto. Il pavimento, purtroppo, aveva le fughe discontinue di colore, perchè erano state riempite in un secondo tempo da noi. E non erano perfettamente a squadro.

Questo provocò di ritardo notevole sulla tabella di marcia ed io, che non volli spostare la data di apertura fissata il primo novembre, lavorai una settimana intera giorno e notte, senza dormire mai. Assolutamente mai.

Feci un contratto con un cuoco, proprietario di un grosso ristorante balneare: sarebbe venuto due mesi a lavorare per me ed avrebbe insegnato al mio personale di cucina, una cuoca ed un aiuto, tutto quello che non sapevano, compreso la ricetta per l'impasto della pizza. Io andavo sempre a mangiare da lui e la trovavo speciale.

Lo avrei pagato due milioni al mese, compreso di ogni ricetta che mi avrebbe lasciato dagli antipasti ai dolci.

Assortii un menù vastissimo. Di antipasti crostini paninoteca, primi, secondi, contorni pizza dolci e gelato.

Tutto fatto rigorosamente dal mio personale, compresa la pasta all'uovo, sia semplice che ripiena, che in romagna è una tradizione importantissima.

Insomma, da me si potava mangiare dall'hamburger con patatine al filetto al pepe verde, fino alla panna cotta al mascarpone in coppa, passando per tagliatelle cappelletti ravioli strozzapreti garganelli. Il tutto condito con una decina di sughi diversi.

Le pizze presentavano una grande scelta tra le classiche e le speciali, sulle quali spiccavano il mo famoso ' calzone atomico ' - una pizza doppia con dentro di tutto, ma proprio tutto – e la celeberrima pizza agli spaghetti, ricetta carpita in gioventù in una pizzeria di rimini e che io trovavo stratosferica. Un po' impegnativa, da mangiare, ci voleva un buon appetito per arrivare in fondo ma ci furono molti clienti che poi le fecero onore.

Alle mie amiche, clienti del bar e studentesse dell'accademia di belle arti, commissionai un dipinto sulla vetrata d'ingresso. Altra due metri e mezzo e lunga sette.

Lavorarono per una settimana, indefessamente, con colori speciali indelebili.

Quando ebbero finito una bellissima donna dalla bionda capigliatura fluente accoglieva i miei clienti adagiata su di una onirica nuvola di fiori inediti ,di ogni colore, tenui, però..

era stupenda. Un vero colpo d'occhio. Solo un oblò trasparente di circa un metro di diametro permetteva lo sguardo in sala. Ed era come entrare in un sogno, venendo da un sogno, accompagnati da un sogno.

Il pomeriggio del primo novembre guardavo il frutto di tanto lavoro. Il forno era caldo, il personale in cucina era pronto con tutto. Io mi ero comprata una elegante camiciona turchese a pallini neri, davvero bella. I capelli freschi di parrucchiera, un lieve trucco. Collana ed orecchini di bigiotteria artigianale molto originale. Sorridente entusiasta raggiante. Emozionata come poche altre volte nella mia vita.

I miei piccoli correvano altrettanto emozionati tra i tavoli, i buffet per l'apertura era pronto. La mia primogenita era dietro il banco del bar, anche lei elegante e truccata, pronta, quella sera almeno, a coadiuvarmi servendo le bevande ed i caffè. Io avrei preso gli ordini e servito ai tavoli. tutta la cittadinanza dei paesi vicini era stata invitata con volantini e locandine. Feci pure passare l'auto con il megafono, come si usava allora.

Bei tempi quelli, quando ancora ci si ascoltava a vicenda. Almeno ancora un po'.

 

Ma non tardai ad accorgermi che il sogno era piuttosto un incubo.

Non vi fu, la sera dell'apertura, l'afflusso pensato e desiderato, nonostante si offrisse da bere e stuzzicare gratis.

Invece quelli che vennero a cena dovettero aspettare parecchio per essere serviti.

Il cuoco quella sera incappò in una giornata no e fece di tutto, dal bruciare le pizze a sbagliare la cottura della pasta. Eppure era assai bravo. Solo più tardi, molto più tardi, capii che l'aveva fatto apposta.

Persino dimenticò di evadere una comanda per un tavolo di sei persone, che attesero un'ora per un piatto di cappelletti.

Io andai in confusione, non capivo più nulla. Fu una cosa assolutamente caotica.

 

Quando tutti se ne andarono restai nel locale vuoto, in un disordine totale. E lo stesso disordine vorticava nella mia mente. Un presentimento terribile mi attanagliò il cuore.

Ma ormai era troppo tardi: il gioco era fatto, le jeaux son fait.

Seguirono due mesi da incubo.

Il cuoco continuava a far uscire cibo cucinato male con una estrema lentezza. Si scusava dicendo che si sentiva poco bene, che aveva una brutta influenza. Così alla fine del primo mese gli dissi che potevamo andare avanti da sole.

Lo pagai e lo congedai. piuttosto delusa. Lo avevo considerato un amico ed il suo comportamento mi stupì assai.

Ma ancor di più restai esterefatta quando, due sere dopo, la cuoca ed il suo aiuto, che erano due giovani donne del luogo, conosciute e stimate da tutti, mi annunciarono che avevano preso in gestione il circolo bar arci che era dall'altra parte della strada e che avrebbero aperto lì una pizzeria.

Tutto mi fu chiaro.

Mi arrabbiai furiosamente e le cacciai in malo modo, liquidano loro il compenso pattuito.

Ciò che mi stava capitando era assurdo!! ma come poteva accadere??

mi misi allora alla affannosa ricerca di un cuoco ed in qualche ora trovai un giovane diplomato che era libero. Venne subito il giorno dopo, al primo pomeriggio.

La mia tata, la mia gloriosa tata, che avevo tenuto con me per le pulizie del ristorante, accettò di fare la pasta a mano, era bravissima, e l'impasto per la pizza, al mattino, con l'impastatrice. In modo che io potessi dormire un'ora in più, dato che prima delle quattro non potevo andare a letto.

Io mi sarei recata alle due per fare le palline e metterle a lievitare e poi preparare dolci macedonie ed il resto. I sughi e i condimenti spettavano al cuoco che sarebbe arrivato alle diciotto. Il suo stipendio sarebbe stato di un milione e duecento mila lire al mese, in regola. Alla tata sarebbe andato un milione, perché nei suoi compiti erano comprese anche le pulizie di casa nostra, il bucato e lo stiro. Eravamo cinque, non so se lo ricordate.

Io avevo gli acquisti, la contabilità, la gestione di tutto e servivo ai tavoli e dietro il banco. Tenevo la cassa, la banca...

Non era uno scherzo.

Ma in breve anche quel cuoco si dimostrò inadeguato. Non era bravo come si era vantato d'essere.

Inoltre, una sera, lo scoprii che occultava nel suo borsone un pacchetto piuttosto pesante di prosciutto crudo tagliato a fette. E avevo già notato che era uno sprecone: si cucinava, per esempio, una pizza, - dato che nel compenso era compreso un pasto e bevande, - la faceva molto farcita e poi ne mangiava un morso, buttando nel secchio il resto.

Mi indignai e lo licenziai in tronco. Potevo farlo. Lo avevo colto sul fatto che rubava le mie materie prime.

Eravamo vicinissimi alle festività natalizie. I menù e le prenotazioni per il cenone di san silvestro erano già al completo: in quei giorni la clientela stava aumentando un po'.

Disperata mi chiesi come potevo fare ad arginare quello scempio.

Capii che avrei dovuto andarci io, in cucina.

Ero sempre stata un'ottima cuoca ed ormai avevo imparato a fare ciò che prima non conoscevo, anche a stendere la pizza. Non ero certo velocissima, ma avrei migliorato senz'altro in fretta le mie prestazioni, ne ero certa.

E il prodotto, la qualità dei cibi sarebbe stata sempre costante. Eliminando gli sprechi e i furti.

E così feci.

Trovai allora su due piedi un cameriere diplomata, che si dimostrò assai bravo e che lavorò per me due inverni, lasciandomi per la sua campagna estiva che svolgeva da anni nel miglior ristorante della riviera di quei paraggi.

Fu una scelta azzeccata.

Inoltre io lasciavo la porta dalla cucina aperta e dalla sala si poteva guardare dentro, si vedeva come io lavoravo.

Ero perfettamente pulita ordinata ed organizzata: non avevo nulla da nascondere.

La clientela cominciò ad aumentare. Il cenone di fine anno, preparato e cucinato tutto da me, mia figlia primogenita ed un suo compagno si scuola che abitava nelle vicinanze, - di cui lei si innamorò poi, perdutamente – fu un successo. Alla mezzanotte stappai il magnum di dom perignon che avevo comprato per l'occasione e che fin dall'apertura, faceva bella mostra di sé sul bancone del bar.. demmo da mangiare a cento persone e tutto filò via benissimo. Fu tutto buonissimo e tutti si divertirono enormemente.

Noi pure, in cucina, eravamo euforici.

Brindammo, così, con i clienti, con i grembiuli macchiati dal gran lavoro e gli strofinacci sgualciti alla cintola, lo champagne di quella notte di festa ci fece sperare nel meglio

 

era l'anno 1990.

Anno nuovo, vita nuova, si diceva, ma nulla cambiò, neppure le mie catastrofi personali.

 

Caddi e mi feci male ad un ginocchio.

Dovetti chiudere una settimana: nessuno mi poteva sostituire, ma riuscii a salvare il week end. Ripresi il lavoro zoppicante con il ginocchio gonfio, ma che fare?

Il lavoro stava crescendo.

Ero tutta assorbita da quello e dai miei bimbi, che finalmente mi potevo godere meglio.

Il pomeriggio lo passavamo un po' a casa e un po' al ristorante. Poi si cenava tutti insieme. Tanto, in prima serata, non c'era mai molto da fare, esclusa la domenica, che avevo l'assalto delle pizze da asporto.

I bimbi erano molto contenti di stare con me e mangiare al ristorante piaceva loro moltissimo.

Con il mio compagno ebbi qualche bella notte, dopo la chiusura, complice qualche bottiglia di ottimo bianco pregiato di ribolla gialla o muller turgau. Sembrò che lui volesse riavvicinarsi. Io ne fui felice. Ma ugualmente incontravo, anche se non spessissimo, il mo amante. Mi aveva donato di nuovo un cane, un levriero femmina stupenda e dolcissima. Così ebbi finalmente un cane nella casa gialla, dato che last ne era fuggito il primo giorno, restando ucciso, investito da un'auto. Recuperammo la sua compagna, quella a pelo ruvido, ma chiesi al mio ex marito di tenerla presso di sé. Quel cancello era troppo basso per lei, che era abituata ad evadere e lì, a differenza della casa rosa, il traffico era notevole, almeno in certe ore del giorno.

Lui, per fortuna, fu d'accordo e venne a prenderla. Era sempre desaparecido dalla vita di mia figlia ma né lei né io osavamo spezzare quel tenue filo che ancora ci univa.

 

La nuova cagna era un sogno, dolce ubbidiente. Era come la mia fatina bianca. Il pomeriggio quando era bel tempo, andavamo per il viottolino che era di fronte a casa e che si perdeva tra i campi coltivati. Io i bimbi con le loro biciclettine e la cagnona che correva giocando con loro.

Era lungo sette ottocento metri, quel viottolo ma era come entrare in un altro universo. Là nel mezzo, silenzio, campi fiori farfalle alberi uccelli. Io e i mie bimbi e il mio cane. Null'altro: era bellissimo.

Ma a primavera presi una brutta influenza. Stetti un paio di giorni a letto con la febbre alta. Poi ripresi il lavoro. Una sera, pochi giorni dopo, stefano venne a vedere la cagna e la trovò che stava male. La prese senza dirmi nulla, era al lavoro, e me la portò via. Mi telefonò accusandomi di averla trascurata, di averle dato da mangiare gli avanzi del ristorante. Mentre io le davo solo il suo cibo specializzato e piuttosto costoso.

Io non capii. Mi disse che forse sarebbe morta. E buttò giù la cornetta del telefono in malo modo. Io sapevo che le sue accuse erano false. Certo, ero stata male, ma proprio il pomeriggio prima l'avevo portata a spasso con i bambini e lei stava benissimo...

ebbi una illuminazione: forse aveva bevuto acqua inquinata da trattamenti agricoli.

Telefonai al mio amico - amante, per dirglielo, ma non mi rispose. Allora telefonai a marina, sua moglie e mia ex amante. Avevamo avuto ancora qualche incontro a tre ma tra noi non era mai funzionato. Però eravamo amiche. Credo non fosse certa che io e stefano ci vedessimo. Seppi da lui che si era ingelosita. Ma non si rifiutò mai di parlare con me. Piangendo le spiegai il mio dubbio. Le chiedi di dirlo a lui di fare esami, di somministrare gli antidoti giusti. Mi feci dire dal mio ex marito quali erano i trattamenti che si facevano in quel periodo, per centrare i medicinali attivi, chiesi alla mai amica di spingere il marito a fare pace con me. Tenesse pure la cagna con sé. Facesse quello che voleva, anche che non si facesse più vivo, ma che si rendesse conto che le sue accuse erano false.

Ma non ci furono santi.

Lui era furibondo e chiuse tutto.

Soffrii piansi, ricaddi nell'influenza, nella febbre. Un languore assurdo mi assalì. Una stanchezza mortale.

Non avevo più la febbre alta ma una febbricola continua. Mi trascinavo.

Continuai a lavorare, cambiando, sotto la guida del mio medico, diversi antibiotici. Mi faceva male la gola e la testa. Avevo dolore per tutte le ossa.. e questa stanchezza innaturale.

Passarono le settimane e non i riprendevo.

Finalmente il mio dottore mi prescrisse un tampone faringeo. Risultò positivo allo streptococco aureus.

 

Che roba!!!!

 

il medico mi fece ricoverare in medicina e chiusi il ristornate dieci giorni. Non era possibile fare diversamente.

Era vietato lavorare in una cucina con quella patologia. Rischiavo la chiusura definitiva dai NAS.

La mia primogenita non era in grado di sostituirmi.

Feci una lunga serie di esami.

C'era il rischio che la proteina c reattiva risultata positiva insieme al reuma test mi provocassero danni irreversibili al cuore ma l'eco cardiogramma risultò negativo. Mi praticarono dolorosissime punture di penicillina. Mi paralizzavano la gamba per decine di minuti.

Poi mi dimisero con una cura di una di quelle micidiali iniezioni ogni venti giorni con infusione intramuscolare profonda, per cinque anni.

Ero stremata, quando mi dimisero.

Il tampone era tornato negativo. Ed io ripresi il mio lavoro. Ma che fatica.

 

Inoltre ero tristissima per la storia con stefano.

E i conti del ristorante non quadravano mai.

 

Di certo la mia gestione non fu oculata. Le materie prime che io sceglievo erano troppo costose.

La mia clientela si era consolidata ma era formata da giovani che non potavano certo permettersi di spendere cifre esose. Erano lì da me tutte le sere. Il nostro divenne quasi un covo di amici. Per me quei ragazzi divennero come figli. Dopo la chiusura prendemmo l'abitudine di fermarci a giocare a mah -jong, non per denaro, non volli mai, neppure una lira. Ma per puro divertimento.

Loro, ogni sera, bevevano e mangiavano ed io tenni sempre i prezzi piuttosto ridotti.

Continuai a gestire il locale come se fosse un fine bistrot di parigi: candele sempre accese, fiori freschi ad ogni tavolo, grissini e piccole stuzzicherie sempre a disposizione in modo gratuito. La biancheria dei tavoli sempre perfetta, lavata in modo meraviglioso dalla migliore lavanderia specializzata dei paraggi.

Li trattavo con i guanti bianchi. Sceglievo per loro il meglio. Loro mi adoravano, ma di certo non guadagnavo abbastanza.

Ma ciò che portò il tutto al tracollo furono tre cose: primo, la legge che faceva pagare per i prestiti bancari tipo fido gli interessi sugli interessi.

Questo fece si che la cifra iniziale di quaranta milioni aumentasse sempre e solo fino a diventare duecentocinquanta, tre anni dopo l'apertura.

Secondo, il costo troppo alto del personale: il cameriere, in regola che poi fu sostituito da una cameriera che poi lasciò il posto a lui che tornò per poi avvicendarsi di nuovo con l'altra e in mezzo la parentesi della bellissima dominicana che alzò a dismisura la mia clientela ma che sparì nel nulla due mesi dopo e di cui non seppi più niente.

E poi at last but not least, l'eccessivo costo di gestione della nostra famiglia.

Se i soldi di una attività commerciale vengono prelevati ed usati per pagare altro, è certo che quella attività fallirà.

 

Eravamo cinque. Lo stipendio del mio compagno bastava a malapena a soddisfare le sue spese personali - macchina benzina, giornali libri pubblicazioni sigarette bevute e vestiario -il resto, compresa rata del mutuo stipendio della tata, bollette, i bimbi la più grande ed io. Veniva tutto prelevato dalla cassa del ristorante.

Io pure feci un errore, una spesa che non avrei mai dovuto sostenere: acquistai un altro cavallo.

Era un giovane maschio castrone di sei anni, figlio di un arabo, dal mantello candido. Era bellissimo. Lo vendeva il figlio della fioraia per un milione e mezzo, compreso di sella. Aveva un piccolo problema ad un gamba – una schinella ad un tendine, per gli addetti ai lavori - ma nulla di grave. Mi fece vedere la lastra e il certificato del medico che dichiarava che era una cosa lievissima e che non precludeva nulla all'animale. Rimasi folgorata dalla sua bellezza. Il suo proprietario lo vendeva perché era troppo veloce e lui aveva paura ed era caduto più volte: lo stupendo animale era troppo insanguato. Me lo fece provare ed io e lui, nonostante fossero anni che non tornavo a cavallo, ci trovammo a volare al galoppo sfrenato a briglie sciolte per i filari di una vigna. Io non avevo paura. Mi abbandonai a lui e gli dissi, con il pensiero: vai, figlio del vento e del deserto. E lui mi riportò in quel luogo di purezza che io avevo dimenticato. Il ragazzo mi guardo esterrefatto al mio ritorno, con il suo cavallo, sempre riottoso ed in contrasto con lui, camminare sciolta a briglie abbassate, completamente felice e tranquillo.

Mi disse: compralo, e mi fece uno sconto di duecentomila lire. Lo comprai senza neppure chiedere il permesso al mio compagno. I soldi erano i miei. La freddezza tra noi era tornata. La questione della levriera lo aveva fatto imbufalire e sa la prese con me. Litigammo. Ma ormai i litigi erano continui. Lui ogni tanto gettava qualcosa a terra, rompeva qualcosa. Spaccò una porta con un pugno.

Le cose andavano sempre peggio. Ed io comprai tex.

Il cavallo era tenuto in una specie di maneggio, un po' trasandato direi, un bel po', anzi. Ma attorno vi erano campagne per galoppare ed il proprietario del maneggio, un eccentrico solitario che dormiva nella stalla con le sue bestie, amava molto quegli animali. E li trattava con i tutti i riguardi. il costo mensile era centocinquanta mila lire al mese, compreso di tutto: paglia fieno avena pulizia.. era una cifra molto bassa. Pensai: accidenti lavoro da una vita. Me lo merito. E feci quell'errore.

Errore due volte perché, nonostante l'immensa felicità che mi diede, mi fece soffrire anche atrocemente. Dopo qualche mese zoppicò. Ci accorgemmo che aveva un cancro al fettone del piede, la parte molle dentro lo zoccolo. Lo stalliere lo curò con una cosa sua segreta. Sembrò guarito. Tornò a volare con me ma poco dopo era di nuovo zoppo.

Non vi era più nulla da fare, disse il veterinario. Non reagì più a nessuna cura. Soffriva molto. Il male stava risalendo l'arto. Il figlio del vento e del deserto fu fatto addormentare con una iniezione letale e sepolto vicino al maneggio. Io non volli assistere. Ma seppi che tutto fu fatto a puntino.

Fu troppo doloroso, per me. E pure, il denaro speso gravò sul bilancio zoppicante.

Ma ora ripenso a quei pomeriggi: io indossavo larghi camicioni a fiori di campo e i pantaloni giallo chiaro da equitazione. Le foto mi ricordano così. Giunonica ma ancora assai bella, i capelli ramati, mossi, alle spalle ed i miei bimbi, a piedi nudi e in costume da bagno, entrambi sulla groppa del dolce cavallo bianco, che pascolava serenamente l'erba del recinto.

Ciao tex, grazie.

 

 

leggi di più 2 Commenti

lun

17

dic

2012

UNA BAMBINA CHIAMATA ARI - SECONDA PARTE

IO E LA MIA TUBA -

 

SECONDA PARTE

 

 

poi arrivarono i cambiamenti.

Il mio ex marito si innamorò di un'altra.

Rimasi davvero di stucco, quando me lo disse..

fui felice per lui.. la nuova arrivata era un'artista.. anche mia figlia ne era innamorata..

provai gelosia. Ma non me lo permisi..

lui aveva tutti i diritti di essere felice.. e che lei si trovasse benissimo anche con mia figlia era assolutamente splendido.. solo che non me lo spettavo..

io ero comunque proiettata in quel nuovo amore che stavo vivendo.

Ero sempre più presa ed affascinata da lui.

Anche se lui aveva momenti di un vuoto assoluto, amaro.. sparizioni che mi lasciavano sofferente.

A mia madre fu diagnosticato un tumore alle ossa.

 

Ho dimenticato di dire che, quando la mia bambina aveva quattro anni, lei ebbe la prima frattura spontanea. Ad una costola. Cominciò così il suo lunghissimo calvario che non è ancora terminato.

Tra diagnosi certe,- osteoporosi ed artrite – altre meno certe ed azzardate, come quella accennata più sopra, si diede il via ad una serie di visite specialistiche, indagini di laboratorio, ricoveri in tutti i centri specializzati limitrofi: ferrara firenze bologna. Io la portavo dappertutto. La seguivo da vicino. Nel frattempo ero riuscita a prendere la patente. Le lenti a contatto avevano acceso la luce, per me e finalmente potevo dire di vederci..

così cercavamo consigli a destra e a manca. E si facevano indagini.

Lei stava sempre peggio. Il dolore aumentava.

Era stata sempre una donna più che attiva ma ora tutto le costava un dolore ed una fatica tremenda.

Decise di vendere il negozio. Io mi trasferii da lei per qualche mese, portando con me la bimba che fu iscritta pro tempore in una scuola materna lì vicino, dove insegnava mia zia.

Il negozio era una merceria e maglieria più intimo. Un negozietto piccolo piccolo stipato fino all'inverosimile. Io andavo sempre ad aiutare mia madre, sin da quando lei lo aprì. Quando si recava a fare acquisti con la mitica erre quattro renault grigia metallizzata, io ero con lei. Spostavo pacchi, davo consigli.. ero l'addetta all'acquisto delle cravatte. Si vide che il mio gusto era molto apprezzato dai poveri mariti che troppo spesso si vedevano regalare cravatte davvero di dubbia bellezza. Evidentemente il mio uomo interiore amava le cravatte.. quindi ero io che le sceglievo. spessissimo, fino alla nascita della bambina, trascorrevo ore in negozio per sollevare mia madre dall'onere molto gravoso che era tutto sulle sue spalle. Ogni giorno andavo da lei. Ed ero diventata in grado di vendere qualsiasi cosa. Così sotto le festività, nei giorni di lavoro più intenso o quando mamma aveva una qualche altra necessità, io la sostituivo. Ero beneamata ed accettata dalle clienti.. quella era poi una vera borgata e la vita, allora, era alquanto corale. Le clienti erano sempre le stesse. Donne, madri di famiglia, che cucivano da sé gli abiti per tutti i componenti del loro clan.. così bottoni cerniere filo da cucito fettucce varie elastico per me non avevano più segreti.. mi divertivo tanto, con tutte quelle scatoline, quei colori, le chiacchiere delle donne.. poi con il tempo mia madre aveva aggiunto la maglieria e l'intimo e l'abbigliamento anche per i bambini. Aveva veramente di tutto. Era brava ed onesta nei prezzi. La clientela crebbe a dismisura.

Ma io mi sposai,, lasciai la città. Dovette fare da sola.

Quando si ammalò nessuno poté prendere in considerazione di mettersi al suo posto. L'unica a poterlo fare ero io ma in quei tempi neppure il pensiero di separarmi da mio marito e dalla mia casa mi era tollerabile.

Così si vendette.. si effettuò una grandissima svendita e tutto il magazzino di diverse decine di milioni fu ceduto, a prezzi scontati, pezzo dopo pezzo.

Quella fu la definitiva demolizione di mia madre.

Io soffrii con lei e l'aiutai il più possibile. Abitava ancora con mio fratello, che aveva nel frattempo avuto un altro figlio. Ma, con l'avvento della sua malattia a la perdita del negozio, sorse presto la sua necessità di vivere sola, perché divenuta insofferente a tutto.

Era disperata.

Andò a vivere in un piccolo appartamentino in affitto. Negli anni a venire ne girò parecchi. Trascorse anche molti mesi al mare, in appartamenti o pensioncine famigliari, praticamente l'inverno lo passava là, perché in città i dolori le aumentavano notevolmente.

era sempre stata dura ed inquieta: lo divenne ancora di più. Non faceva altro che parlare della sua malattia. Ben presto non fu in grado di camminare se non appoggiandosi su due stampelle. Ma, forte e combattiva, dato che tutti i medici le dicevano che non doveva smettere di muoversi, pena la perdita della sua indipendenza, cosa che lei non poteva assolutamente ammettere - ogni giorno camminava per chilometri, appesa alle sue grucce. Solitaria ed arrabbiata con tutti, soprattutto con quel dio che l'aveva ancora una volta così duramente punita.

Il suo è stato un calvario di più di trenta anni che qui riassumo in poche righe.

Fu operata alla colonna vertebrale: le venne rimosso uno scrigno osseo che le stringeva il midollo e quello le alleviò quasi completamente il dolore feroce che provava. Poi fu operata più volte alle mani ed ai polsi per il cedere dei tendini. Le si ruppe la colecisti. Fu gravissima. In coma per giorni. Le dovettero asportare anche un pezzetto di stomaco, ma ce la fece. Fu operata due volte a noduli tiroidei. Provò tutti i medicinali in commercio. Fu davvero un calvario, anche perché lei era assolutamente solo incentrata su di quello. Io la portai dappertutto. La andai a trovare. Feci e disfeci decine di valigie. Ascoltai migliaia e migliaia di volte le stesse cose. Gli stessi ricordi gli stessi lamenti. Venne a vivere con me e se ne andò - sempre ogni volta con problemi e liti – quattro o cinque volte...

ma io le fui sempre accanto, almeno fino ad un certo punto. Ma di questo parleremo più avanti.

Oggi ha ottantotto anni e sta meglio di me. Si muove ancora,fa tutto ancora da sola, con l'aiuto della sua assistenza. Ma non esce più da qualche anno. Vive vicino a mio fratello che si occupa di lei. È serena. Ma anche di questo parlerò più avanti.

Allora fu una tragedia, vendere il negozio fu la sua tragedia.. forse ancora più grande della morte di mio padre.

 

Tornando al 1983, quando le diagnosticarono quella gravissima malattia che poi non risultò, io piombai in una crisi.

Stetti male per qualche giorno, colpita dalla notizia. Ma lui, il mio uomo, sparì per una settimana..

io lo perdonai, però, pensando che non aveva potuto far di meglio.

Il fatto è che già da allora ogni volta che io avevo avuto bisogno di lui, si era defilato velocemente. Avrei dovuto insospettirmi ma non lo feci.

Per me lui era bellissimo e stupendo sempre..

anche se non mi dava la mano o il braccio in pubblico. Lo scusavo dicendo che era riservato. Anche se non mi diceva mai:ti amo.

Anche se non commentava mai le poesie d'amore, tantissime, che io scrivevo per lui in piccoli quaderni che poi gli davo da leggere. Me li riconsegnava senza una parola. Anche se non stette con me il giorno del mio compleanno, del natale.. anche se quando io chiedevo qualcosa era proprio la volta che ottenevo ancor meno del solito.

Ma io, comunque, avevo gli altri ' amici ' attorno a me e le sue mancanze mi facevano meno male. Non so se lui pure avesse altre amiche.. forse, ma era un qualcosa che non ci interessava. Lui non chiedeva mai cosa io facessi quando non ero con lui. E questo era la pace di tutto.

Ma la decisione di lasciare la toelettatura fu molto spinta da lui, che avevo già incontrato. Il mio lavoro non gli piaceva assolutamente. Quando gli chiedevo di venire in laboratorio si sentiva fortemente a disagio. Non legò neppure con la mia socia. A lei non piaceva affatto.

Come non piacque affatto a mia madre, quando glielo presentai.

Io mi chiedevo come potessero non restare affascinate da lui. Per me era splendido in tutto..

arrivò così la pasqua del 1984. il lunedì di pasqua, per l'esattezza. Trascorremmo tutto il giorno insieme, dato che il precedente lui lo passò con la famiglia.

Furono quelle le mie prime festività solitarie. IL natale 1982 lo trascorsi da sola piangendo sul divano a righine bianche ed azzurre della mia nuova bellissima casetta, tutta arredata di bianco, con le ante a persianina..

la mia bimba andò con il padre dai nonni. Mia madre stava male e volle stare da sola.. io non andai dalla zia che mi aveva invitato. Restai così, a sentire che l'era delle feste allegre era finita per sempre.

Così quel lunedì di pasqua lui venne a pranzo da me, che preparai il mio meglio, per lui. Mangiammo, bevemmo ottimo vino bianco, che con lui avevo cominciato ad apprezzare, e passammo il pomeriggio e la notte a letto. Avvolti nei turbini della passione.

Ero felicissima. L'amavo e lui era travolgente.

Dopo pochi giorni mi sentii cambiare. Pensai di essere rimasta incinta. Lo dissi al mio primo marito, quando ci trovammo a giocare a tennis. Lui mi scherzò, ci rise su.

Ma il ciclo non arrivò. Ed io ero certa di aspettare un bambino.

Ma a lui, al mio amato, non dissi nulla. Attesi qualche giorno e feci un test di gravidanza di quelli di farmacia: risultò negativo. Respirai di sollievo anche se in fondo mi dispiacque un po'.. attesi ancora.. ma nulla..il ciclo era un fantasma. Portai le urine al laboratorio..

negativo.

Io continuavo la mia vita: lavoro tennis uscite varie ma dentro sentivo che stava per cambiare tutto..

attesi ancora. Il ciclo non venne.

Prenotai una visita dalla ginecologa e lì non vi furono dubbi: ero davvero in attesa di un bambino.

Che colpo fu.

Ma dentro io già sapevo. E già avevo deciso che avrei avuto quel bambino. La mia amica ex socia mi disse che ero pazza, così pure il mio ex marito.

Ma io volevo quel bambino, anche se il padre non avesse acconsentito alla nostra unione.

Così glielo dissi.

Lui restò di pietra. Si rabbuiò profondamente e mi chiese tempo per riflettere.

Si alzò dal tavolo del bar al quale eravamo seduti e se ne andò così, senza neppure girarsi, a malapena salutandomi.

Restai ferita dal suo comportamento. Lui sparì per dieci giorni. Io divenni certa che non avrebbe accettato quel figlio. Ma rafforzai in me la volontà e la gioia di averlo. Quel bambino che era sbocciato in me, quella miracolosa nuova vita nata da un giorno di così grande amore e felicità era per me solo gioia: gioia allo stato puro.

Poi lui ricomparve e mi disse che accettava, a patto che io avessi venuto il negozio e mi fossi presa cura del bambino.

Mi rassicurò dicendomi che avrebbe cercato fonti di lavoro aggiuntive oltre il suo lavoro fisso di operaio specializzato se ci sarebbero stati problemi di ordine economico.

Io lo abbraccia commossa fino al pianto.

Demmo la notizia ai suoi, che conoscevo già da un po', durante uno dei rituali banchetti domenicali. Furono felicissimi, anche la sorella di lui, ancora nubile. Mi accolsero a bracci a aperte nella loro famiglia.

Erano ottime persone. Mia cognata gentilissima, mio suocero un bel po' burbero ed collerico ma fino a quel momento aveva evitato di esagerare. La sua mamma era una donna dolce sottomessa e così generosa che io amai con tutto il cuore. Dopo quella arpia della prima suocera, lei era un sogno.

Misi in vendita il mio negozio ed in meno di un mese lo vendetti. Guadagnai anche una sommetta: era stato acquistato per 18 milioni, merce esclusa, cioè licenza, arredamento ed avviamento e lo cedetti per 37 milioni, sempre merce esclusa. Poi avevo una decina di milioni di inventario..

mi dispiacque ma mi attendeva di nuovo una famiglia. Pur vivendo quelli che furono gli anni più belli e divertenti della mia vita, sentivo la mancanza di un uomo accanto a me, nel mio letto.

E non certo per il sesso, che assolutamente non mi mancava -che in quel periodo ne avevo avuto in quantità e qualità da me mai provate – ma per l'amore delle cose quotidiane. Per la presenza. Io comunque continuavo a sentirmi sempre sola...

quindi vendetti la mia latteria, prenotai quindici giorni in un alberghetto al parco nazionale degli abruzzi, regalando al mio compagno una vacanza-viaggio di nozze.

Lui si sarebbe trasferito da me dopo la nascita del bambino.

Ebbi un po' di paura quando parlai a mia figlia, che non sembrava legare in nessun modo con il mio nuovo amore. Ma lei non rimase male alla notizia, anzi, sembrò contenta di avere un fratello o sorella, anzi, l'opzione fratello non era neppure contemplata: doveva essere una sorellina a tutti i costi.

Quindi partii per quel viaggio come nuotando in una nuvola di felicità.

Furono giorni bellissimi per me, anche se lui non sembrava poi così felice. La natura là, eravamo a giugno, era stupenda. Facemmo lunghissime passeggiate, vedemmo i lupi gli stambecchi un orso.. come era bello quel luogo.. era puro...

l'alberghetto poi, era delizioso e si mangiava divinamente. Infatti presi un paio di chili. Ma mi dissi che li avrei smaltiti subito, tornando alla mia ferrea dieta di mantenimento che mi aveva fino ad allora permesso di rimanere in quei fantastici sessantotto chili.

In effetti in quegli anni io mangiai pochissimo.. ma pochissimo... che il cibo si trasformava immediatamente in grasso.

Il parco, dunque , fu una esperienza stupenda ma lui non si dimostrò così affettuoso come io avevo sperato e per tutta il nostro soggiorno là si rifiutò di avere rapporti d'amore con me. Si sentiva a disagio, pensai, in un posto estraneo.

Lui non mi diede mai molte spiegazioni, del suo comportamento, anzi, non me me diede mai, punto. Ed io avevo già di lui un timore reverenziale, quando lo vedevo rabbuiarsi negli occhi e diventare torvo.

Quindi non facevo domande, accettando quella sua peculiarità ed amandolo così com'era.

Ero davvero felice. E pronta a capire e perdonare ogni cosa.

Tornai a casa raggiante ma dopo pochi giorni ebbi crampi e perdite di sangue: di certo mi ero strapazzata troppo in quel viaggio dato che avevamo camminato per chilometri e chilometri ogni giorno.

Infatti la ginecologa che mi visitò urgentemente mi disse che rischiavo un aborto.

Mi prescrisse il riposo assoluto, dovevo alzarmi solo per andare in bagno. E sperare che tutto si rimediasse.

Il pensiero di perdere quel bambino mi era insopportabile.

Mi misi a letto e finì che vi trascorsi tutto il resto della gravidanza, perché la minaccia d'aborto restò costante. Quell'anno c'erano le olimpiadi ed io guardai tutti gli sport a qualsiasi ora del giorno e della notte. Il mio cane, Last, il mio bellissimo levriero, acquistato dal mio grandissimo amico, lui pure appassionato di cani ed esposizioni canine, se ne stava sdraiato a letto accanto a me.. ma era inquieto. Era molto giovane e facevo fatica a tenerlo senza poterlo portare in spiaggia a correre come avevo fatto fino a quel momento. Il moto gli mancava moltissimo ed era davvero difficile tenerlo quieto. Così il mio amico mi propose di cederlo ad un suo conoscente, che aveva un vastissimo giardino e che desiderava uno dei suoi levrieri. Io accettai. Non avevo mai legato molto con quel cane. Era un po' tonto, troppo vivace, non so.. non c'era un grosso feeling tra noi.. era disubbidiente, troppo vivace. Quando lo avevo preso, da cucciolo, certo non immaginavo che poco dopo avrei avuto un bambino piccolo. Così lo cedetti, sentendomi molto in colpa ma lo feci..

non potevo in quel momento prendermene cura. Rischiavo di abortire tutte le volte che mi alzavo dal letto... d'altronde sarebbe stato benissimo, di certo meglio, nella sua nuova casa.

 

i giorni passarono.

Mia suocera mi cucì dei comodi vestiti prema-man. Io stavo rigidamente a dieta. Presi solo il minimo indispensabile dei chili dieci, alla fine della gravidanza.

Il parto cesareo era stato programmato dall'inizio, anzi, quando la ginecologa mi annunciò che ero in attesa di un bambino, le dissi che l'avrei accettato solo se avessi potuto aver quel tipo di parto. Un'altra esperienza come quella precedente mi terrorizzava

allo scadere del termine, alla data prestabilita mi ricoverai. Sentivo muoversi delle contrazioni, era assolutamente necessario non fare aprire il canale.

Erano i primi giorni di gennaio 1985. avevo trent'anni, li avrei compiuti dopo meno di un mese.

Lui mi accompagnò in ospedale. Cominciava a nevicare. E continuò per tre giorni.

Mia figlia nacque nell'unica sala operatoria funzionante di tutto l'ospedale di ravenna.

Fu una nevicata storica.

Alle 17 e 45 me la posarono tra le braccia, dopo averla estratta dal mio utero tagliato. Io ero sveglia. Avevo scelto una anestesia epidurale per non far dormire il mio bambino mentre nasceva, per non avvelenarlo subito così, ma anche e soprattutto perché non volevo perdere il momento della sua venuta alla luce.

Il mio amato non aveva voluto sapere il sesso, così durante le ecografie chiedemmo che non ci venisse rivelato, ma io ero certa sarebbe stata una femmina.

Durante l'iniezione lombare rimasi calmissima, anche se non fu di certo gradevole. E pure molto serena mi mantenni durante l'operazione. L'anestesista accanto a me si stupì molto del mio comportamento. Anzi, io avrei voluto vedere. Infatti all'inizio, mentre mi preparavano, io guardai tutto dallo specchio che non era stato coperto. Ma se ne accorsero e lo tolsero al mio sguardo mettendo un telo poco avanti il mio viso. Peccato, avrei voluto davvero vedere.

Molte volte avevo pensato che mi sarebbe piaciuto fare il chirurgo.. ed ero comunque stata assistente di sala operatoria nella clinica veterinaria. Nulla mi impressionava.

Ma il mio parto non mi fu permesso di vederlo.

Sentivo i medici affaccendarsi intorno a me. Sentivo muoversi contro la parte superiore del mio corpo, ma dal seno in giù non avvertivo nulla.

Fu la sua voce a darmi la notizia della sua entrata in questo mondo. Qualcuno mi disse: è una bellissima bambina di tre chili!! ... e poco dopo l'ebbi tra le braccia.

Com'era bella...

lacrime scivolarono lungo le mie guance. L'anestesista mi chiese se stessi bene.

Gli risposi che quello era il giorno più bello della mia vita.

Guardavo quel viso di bambola, dai capelli corvini ed i lineamenti perfetti. Le sue piccole mani con dita lunghissime, come se non avesse fatto altro che suonare il pianoforte nel mio grembo e pensai che mai avevo visto una creatura più bella.

Quando mi riportarono in camera, il neo padre ed i suoi erano lì ad aspettarmi. La camera era invase di fiori.

Lui si avvicinò commosso e mi infilò un anello al dito. Un anello con un corallo rosa, molto elegante e semplice ma bellissimo.

Tutti quanti a dirmi che ero stata bravissima. Quanto ero stata meravigliosa a partorire una bambina così perfetta.

Io mi sentivo in un sogno. Non avevo mai vissuto una felicità tale.

Nei giorni seguenti la piccola stava bene, mangiava e cresceva normalmente. Io mi rialzai subito dal letto. Avevo un po' di dolore ma di certo non era nulla, in tutta quella felicità . Venne la primogenita con il padre. Anche loro furono conquistati dal quel viso stupendo.

La neve cessò. Quando uscii dall'ospedale, gli spazzaneve l'avevano accumulata in enormi montagne in ogni angolo disponibile. Faceva un freddo acutissimo.

Ma io tornavo a casa con la mia bimba e lui sarebbe da quel giorno sempre stato con me.

E quel giorno promisi a me stessa che mai avrei spezzato un'altra famiglia.

 

Ma le mie felicità sono sempre di breve durata.

Lui cominciò ben presto ad essere troppo inquieto.

Quella piccola casetta, quella villetta sul mare, non gli piaceva. Lui abitava in campagna da quando era nato e la campagna gli mancava troppo.

Poi era davvero minuscola. In quattro eravamo strettini.

La mia primogenita ben presto divenne gelosa della sorellina. Con lui non c'era nessuna simpatia, si parlavano a malapena, anzi, cercavano entrambi deliberatamente di ignorarsi. Ma quando si rivolgevano parole quelle erano tese e dure.

Io accudivo la mia piccola che cresceva a meraviglia. Era buonissima. Non piangeva mai. Le facevo lunghi discorsi. Le cantavo mille canzoncine.

Esattamente come avevo fatto con la prima. Ma allora i problemi erano stati tanti e tali, le sofferenze così grandi che tutto era stato vissuto con angoscia.

Ora con lei era tutto diverso.

Se solo il mio compagno fosse stato felice.

Invece era sempre più torvo ed ombroso.

Una sera a cena ebbe la sua prima – almeno davanti a me – crisi collerica.

Avevo preparato per cena gli spaghetti alla carbonara. Eravamo soli. La bimba più grande era dal padre. La piccola dormiva. Io lo guardavo con occhi adoranti ma lui, alla prima forchettata, la buttò contro il piatto sbottando che la pasta era troppo salata troppo cruda e che io non ero capace di fare nulla di buono..

mi disse altre parole molto cattive. Io reagii, mi alzai, lui gridava io gli urlai contro. Fece per alzare le mani contro di me.

Gli afferrai un polso e sibilai: fallo. Ma se lo fai è l'ultima cosa che avrai con me.

All'improvviso lui si blandì, come riscuotendosi da un incubo.

Allora dispiaciuto mi chiese di scusarlo, quasi alle lacrime. Mi disse che c'erano tensioni sul lavoro. Mi raccontò di problemi con i colleghi, il suo capo..

era davvero contrito. Mi dispiacque per lui. Lo perdonai immediatamente, lo consolai.

Parlammo a lungo. Mi disse che in quella casa non si trovava.

Gli dissi che non era un problema che ne avrei acquistata un'altra in campagna.

Io pure amavo la campagna e mi mancava.

Mi misi così in ricerca di una nuova casa per noi, ponendo in vendita la villetta marina. . Scegliemmo come zona una cerchia di paesini tra ravenna a forlì, assai vicini al suo natale. Tanto per me una posto valeva l'altro: l'importante era che fosse stato felice lui.

Vidi diverse case da sola. Poi quelle che mi sembravano adatte, le tornai a visitare con lui.

Io avrei voluto acquistare una grande casa che mi piaceva molto: era ben rifinita, ristrutturata da poco e molto capiente. C'era il riscaldamento bei pavimenti un camino nella sala, le camere per tutti, due bagni molto belli e costava solo 40 milioni. Questo perché non era del tutto indipendente ma era la parte centrale di una grande abitazione colonica dalla quale erano stati tratte tre frazioni. Vi era un cancello di ingrasso comune ed un cortile comune, poi giardini recintati divisi per ciascuna famiglia. Era su di una stradina per nulla frequentata ed aveva un bellissimo portico sul retro che dava su di una vigna. A me parve un posto da sogno. Ma a loro, il mio compagno e i suoi, non piacque, anche perché era ubicata in una frazione che loro ritenevano di seconda scelta.. secondo il mio punto di vista quei paesini erano tutti uguali, ma io non ero nata lì..

loro, e qui continuo ad usare il loro perché ci fu una massiccia ingerenza dei miei suoceri, in questa cosa, preferivano un'altra.

Era una casetta singola ad un piano con 3000 metri di terreno. La casa era davvero piccolissima: due stanze, camera e cucina, entrambe 4 x 5, un corridoio troppo vasto che era stato interrotto con un tramezzo di vetro e legno per fare un ingresso, e una costruzione appoggiata di contro alla casa nella quale era stata ricavata una stanzina ed un bagnetto minuscolo con doccia. Poi un altra piccola costruzione ancora più bassa che serviva da sgombra roba. Di seguito c'era una specie di porcile a due piani nel quale i proprietari allevavano colombi e dieci metri più in là, parallela, una garage di metallo ed ondulato..

una parte della terra, una piccola parte era recintata come giardino, nell'altra c'era una vigna con diversi alberi da frutto ed un antico noce.

La casa aveva già in essere il progetto di essere soprelevata di un piano. Era sita in un micro paesino su di una stradina asfaltata ma molto stretta, esattamente a metà tra due curve consecutive e contrarie di verso.

Era certo un posto molto tranquillo. C'erano un paio di case di fianco e null'altro. Ma in mezzo a tutto questo spazio vuoto la recinzione dall'altro lato della casa passava a mezzo metro dal muro, in linea con il confine del vicino. C'era un riscaldamento con caldaia alimentata a GPL e il bombolone già installato poco lontano al garage. Quando l'andammo a vedere era tutto molto verde, perché tra la vigna, il noce e i susini e gli albicocchi vi erano altri arbusti.

Quel verde mi piacque, ma la casa davvero no. I pavimenti erano di ceramica ma assai brutti, così come i rivestimenti. Il colore delle mura esterne era di un rosa acceso. Gli annessi dietro, che erano area edificabile, però versavano in uno stato di notevole abbandono. Inoltre erano costruiti si mattoni forati neppure intonacati.

a me non sembrava tutto questo affare ma a lui piaceva e allo suocero pure. Il progetto l'avrebbe alzata, dietro un portico, colore bianco nuovo tutto.

Si certo il progetto era bello, ma il costo? Cinquanta milioni la casa così com'era. Il resto un po' alla volta, dicevano i due uomini con il fare: ci pensiamo noi, facciamo tutto noi.

Uno dei più grandi motivi di litigio con mia madre è sempre stato il fatto che, secondo lei, io volevo sempre fare di testa mia, non ascoltavo mai nessuno.

Questa cosa mi è stata detta da lei tante di quelle volte che ogni volta che desideravo fare qualcosa o avere qualcosa non capivo più se era un mio vero bisogno o soltanto la necessità di contrastarla.

Provai a perorare l'altra casa, che era accogliente ristrutturata moderna e pronta subito. Aveva quella servitù, è vero ma costava ben dieci milioni di meno. Ma assolutamente la mia parola non fu ascoltata.

Lui si rabbuiò.

Allora io mi sentii la solita testona e zuccona ed acconsentii.

Comprai la casetta rosa.

Era maggio quando ci trasferimmo. Intanto i due uomini avevano già lavorato.

Buttarono giù la vigna perché sarebbe stata da seguire e non se ne aveva voglia o tempo. Degli alberi da frutto ne furono salvati due o tre. Anche il noce, pochissimi mesi dopo, venne abbattuto perché troppo vicino alla casa e quindi pericoloso.

Quanto piansi, quel giorno. Quel grande albero era vivo. Era una creatura bellissima. Ma loro furono irremovibili.

Quindi tutto quello che era piaciuto a me di quel posto fu eliminato immediatamente.

Furono piantati un paio di piccoli sempreverdi là nel mezzo della terra arata e di tremila metri se ne potevano ora calpestare seicento compresa la casa. Quindi il sogno delle mie sieste sotto il noce e i filari, furono immediatamente depennate dalla realtà.

Quello che restava era piuttosto squallido. E scomodo. Il bagno era piccolissimo, con la doccia. Per lavare la piccola dovevo armeggiare non so quanto con bacinelle ed acqua calda sul tavolo della cucina.

Fui subito infelice, lì, ma lui sembrava trovarvisi bene. Si riavvicinò a me. Il lungo periodo di post parto era finito. Avemmo i primi rapporti. Io ancora sentivo dolore alla ferita ma averlo di nuovo tra le mie braccia mi consolò un po'..

 

ma dopo un mese sentii di nuovo la medesima sensazione che avevo provato quando ero rimasta incinta della piccola.

Pensai: mio dio, no.

Ed invece fu si. Ero di nuovo incinta. Gli ormoni sballati ci avevano tratto in inganno così come gli altri metodi, diciamo così, naturali.

Glielo dissi subito.

Lui mi disse semplicemente: è una scelta tua.

Parlai con la ginecologa. Mi disse che rischiavo la vita. Il cesareo precedente era troppo fresco. Poteva spaccarsi tutto all'improvviso.

Parlai con la mia amica, ex socia. A suo dire era una follia aver un altro figlio. Il mio compagno percepiva uno stipendio di un milione al mese.. avevamo molte spese perché lavorava a diversi chilometri da lì ed usava la macchina per recarsi su luogo. Quindi avevamo due auto. C'era la piccola che era certo un costo notevole da sostenere. C'era l'altra, anche se percepivo un mensile dal primo marito di duecentomila lire. Ma certo in quattro non era uno scherzo. Poi il mio compagno fumava, e molto. Comprava tutta una serie di giornali e pubblicazioni.. non so, il denaro che lui portava a casa nel conto comune se ne andava subito. Già dai primissimi mesi avevo cominciato ad intaccare il piccolo gruzzolo che mi era rimasto dalla vendita della latteria.

Inoltre la villetta era rimasta invenduta a lungo e quindi svenduta a quarantasette milioni. Pagati i notai vari, di quel denaro non era rimasto più nulla.

La mia amica aveva ragione.

Decisi che avrei abortito. Feci tutte le carte, gli esami.

Ma ogni giorno piangevo.

Sulla culla della mia bambina parlavo con quel figlio che avrei ucciso di lì a poco. Gli chiedevo di perdonarmi, gli chiedevo di non soffrire. E poi pensavo che non avrei mai visto il suo viso, le sue manine, i suoi occhi. Che non avrei mai ascoltato la sua voce che mi chiamava mamma.

La piccola cominciava allora a chiamarmi con quel dolcissimo nome.

Non ce la potevo fare.

Così parlai al mio compagno. Gli raccontai il mio dolore. Gli chiesi aiuto. Lui mi promise che, se avessimo avuto dei problemi economici, sarebbe andato a lavorare per qualche anno all'estero con la sua ditta, percependo così stipendi notevoli, ed avrebbe sistemato tutto lui.

 

Gli credetti e fui felice: avremmo avuto un altro bambino accettando così anche di rischiare la mia vita.

Mia madre mi disse che ero pazza.

E la stessa cosa mi dissero gli suoceri.

Avevo tutto il mondo contro.

Ma io non potevo assolutamente uccidere il mio bambino.

 

I mesi passarono, il mio uomo non mi cercava quasi mai. Era freddo staccato. Di certo, pensavo, la gravidanza non lo metteva a suo agio.

Per fortuna quella gestazione fu buona. Avevo la bambina piccola e lavoravo giorno e notte per mandare avanti tutto come desideravo. Ripresi con me il mio last, il levriero, che non si era mai ambientato con il nuovo proprietario ed accolsi uno dei cuccioli di levriero a pelo ruvido nati con il primo marito, venduti qualche anno prima ma poi abbandonata, era una femmina, in un canile. Questo mi rese felice. Ma i due cani scappavano sempre, seminando il panico tra le galline dei vicini ed anche qualche vittima, con notevole disagio mio e spese per riparare il danno.

Il primo natale con la piccola, che aveva quasi un anno, fu una gioia. Vederla ad occhi sgranati davanti a doni ed albero di natale illuminato fu bellissimo. Io però, in questa gravidanza non ero riuscita a contenere il peso, come nella precedente, ed avevo sorpassato di nuovo gli ottanta chili. Ma non mangiare con tutto quel da fare e quei pensieri nella testa non mi fu possibile.

 

Dieci giorni prima del compimento del settimo mese ebbi delle contrazioni.

Il parto si era aperto.

Mi ricoverarono in ospedale, mi fermarono a letto con flebo 24 ore su 24. non potevo alzarmi neppure per andare in bagno. Il bambino si era girato con la testa verso il canale del parto, aveva appoggiato i piedi contro il mio fegato e spingeva con tutte le sue forze, per uscire. Lo sentivo distintamente. Per quanto era stata tranquilla e delicata la piccola nei suoi movimenti intrauterini, per quanto esagitato quel secondo figlio. Si seppe subito che era un maschio, questa volta non ci furono problemi, per questo.

Mi sembrava di avere una intera squadra di mini calciatori, nella pancia.

Dopo dieci giorni i medici mi dissero che il pericolo era scongiurato e che lunedì, quel giorno era sabato, sarei potuta tornare dalla mia bimba, che era con i nonni, e che certamente avrei portato a termine la gravidanza.

Ma io sentivo il bimbo spingere. Glielo dissi e loro risposero che era solo una mia impressione.

Mi alzai, dopo dieci giorni, presi una bellissima doccia e mi feci una lunga dormita. La mattina dopo mi svegliai, mi misi a sedere sul letto e sentii le acque rompersi.

Altro che mia impressione!!

fu convocato il chirurgo e il mio bambino nacque a mezzogiorno e mezza di quella domenica dei primi di febbraio 1986. avevo 31 anni appena compiuti.

Quella volta il parto non fu così semplice. Sempre eseguito con la epidurale, l'utero però era così legnoso che non voleva cedere e lasciar uscire il bambino. Il chirurgo ostetrico mi strattonava in malo modo staccandomi dal tavolo operatorio. Chiesi cosa stesse succedendo e con molta malagrazia mi fu detto di non disturbare.

Ma tutta la questione partì male..appena arrivarono i medici uno di loro fece un commento assai sarcastico e scortese sulla mia mole.. l'anestesista, molto imbarazzato, gli disse che io ero sveglia. Il medico si scusò ma a me rimase un amaro groppo in gola. Che bestie che sono certe persone..ma molto peggio di bestie.. solo perché hanno una laurea...

ci vollero diversi minuti prima che il chirurgo riuscisse a tirare fuori il mio bimbo.. la tensione era tangibile. Io tremavo. Ma non avevo paura per me. Tremavo per il mio piccolo. Finalmente sentii il suo grido, un vagito piccolino ma deciso. Era nato. E lì lacrime scesero. Ma il sarcasmo di quel giorno era destinato a rovinare tutto. Qualcuno disse: ma dai, invece guarda, è bellino....

che simpaticoni, quelli lì.. che rabbia che mi venne.. ma poi me lo portarono.

Era due chili e mezzo. Piccolino...ed era......blu...o meglio, azzurro..

mi dissero che aveva ancora quello che viene chiamato il velo o la camicia della madonna. Mi commossi ancora di più.

Pensai, guardandolo con amore, che lui aveva voluto assolutamente venire al mondo. Chissà a cosa sarebbe stato destinato.

Poi lo portarono via per lavarlo e sistemarlo. Era tutto sano e vitale, non c'era necessità della incubatrice. Mi ricucirono. Io mi abbandonai. Ero sfinita. Sfinita.

Quando mi riportarono in camera non ricevetti le ovazioni della volta precedente. Niente fiori anello e dichiarazioni d'amore.

Ma perché??

qual'era la differenza? Non capii.. ero triste. Stetti male nei giorni successivi. L'addome mi diventò tutto blu e pesto. Mi faceva un male cane. Le gocce per le contrazioni per ripulire l'utero mi provocavano dolori fortissimi. Avrei partorito non so quanti figli con parto normale, con quelle doglie.

Dopo qualche giorno ancora non si parlava di tornare a casa.

Io ero in pena per la mia bimba. Diceva cose strane. Diceva di avere due mamme. Aveva tredici mesi, non camminava ancora ma parlava benissimo. Era meraviglioso ascoltarla. Me la portarono spesso e lei mi diceva che io ero la sua mamma americana. Che la sua mamma vera era a casa.

Che strano discorso.

Ebbi paura di traumi, per lei ma io stavo male. Dopo dieci giorni, quando finalmente il tutto cominciò a rischiararsi ,il mio bimbo smise di mangiare. Me lo portavano dalla nurse che dormiva. Io gli mettevo il biberon in bocca ma nulla, non succhiava più, mentre i primi giorni era avido. Era sceso di trecento grammi di peso. Io cercavo di scuoterlo, di dargli dolci colpetti di fargli il solletico, ma lui dormiva.

Trascorsero così tre giorni. Gli fecero flebo. Mi dissero che se non avesse ripreso a mangiare il giorno dopo lo avrebbero messo nella incubatrice.

Allora, quella sera, io gli parlai. Gli raccontai della sua sorellina che ci aspettava, dei cani, del verde dei campi, delle partite a pallone che avremmo fatto insieme, io e lui. Della sua bici.. dei giocattoli. Delle gite, del mare delle montagne. Gli chiesi, per favore, di destarsi dal suo letargo, di mangiare, almeno un pochino. Lui dormiva. Gli aprii la bocca forzando lievemente sul mento e gli misi la tettarella in bocca. Cercai di fargli scendere qualche goccio di latte caldo. E lui mi ascoltò. Succhiò e bevve qualche grammo di latte. Io piansi di gioia.

Si rimise in fretta. Dopo un mese di ricovero finalmente tornai a casa.

Avevo due bambolotti tutti per me.

La mia primogenita aveva deciso di rimanere a vivere con il padre.

Io le avevo sempre detto che avrebbe potuto scegliere e quindi non mi opposi alla sua richiesta. Ci rimasi molto male ma cercai di dissimulare il mio dispiacere e la mia gelosia nei confronti della nuova donna del mio ex marito. Mi aveva chiesto il divorzio. Si sarebbero sposati presto.

Ma ben vedevo che vivere con noi, con i suoi nuovi fratellini ed il mio compagno, per lei era una sofferenza.

Il padre nel frattempo aveva cambiato lavoro e per uno strano gioco del destino aveva il suo nuovo ufficio ad un chilometro dalla mia nuova casa. Così la bambina non doveva cambiare scuola, che già aveva fatto troppi travasi in pochissimi anni. Anzi, dopo la scuola, veniva a casa da me per il pranzo e per fare i compiti. Stava ogni pomeriggio con me. E il padre la veniva a prendere alle diciassette, all'ora di rincasare.

In quel modo il distacco non fu così terribile.

Ma lei la mia ragazzina, che allora aveva dodici anni, era sempre più aspra con me. Aveva cominciato ad ingrassare. Mangiava tantissimo. Era ribelle in tutto. Non studiava, non ascoltava. Era sgarbata con me e con i piccoli e con l'uomo che avevo accanto, che cercava di essere gentile con lei ma di certo non faceva i salti di gioia.

Davvero con il padre lei stava meglio. Ed accettai quel parziale distacco.

Mi concentrai sui due germogli che avevo generato. Lei mi aveva rifiutato dalla nascita. Io mi ero chiesta migliaia di volte cosa avessi fatto per scatenare ciò ma non lo avevo mai capito. Lei era stata terribile, troppo vivace e ribelle. Sempre ammalata. O incidentata. ho dimenticato di raccontare della lavanda gastrica che le dovettero fare a tre o quattro anni, quando, da sola in casa con il padre mentre io ero a cavallo, si arrampicò in un posto difficilissimo e si mangiò le mie pillole anticoncezionali.

Non ho parlato delle botte che dava a tutti i compagni di scuola.. non ho parlato di troppe cose.. di tante.. ma impossibile narrare tutto.

Era molto intelligente ma rifiutava di comportarsi in un modo intelligente.

Fu assai difficile crescerla.

Invece i miei due piccoli erano dolci e tranquilli.

Il maschietto per i primi mesi ebbe il sonno spesso disturbato. Soffriva di coliche gassose e quindi gli faceva male il pancino, che si gonfiava come un barilotto. Allora io gli facevo cambiare di posizione, lo massaggiavo, gli facevo emettere aria, lo ninnavo, gli cantavo la sua canzone preferita, - la bella la va al fosso – e lui si riaddormentava.

La piccola era buonissima. Non piangeva mai. Dove la mettevo, lei stava.

Dopo i primissimi mesi divennero come due gemellini: vivace e precoce lui, nei movimenti e nel mettere i denti, tranquilla e lenta lei, - camminò a diciotto mesi ed il primo dentino lo mise dopo la nascita del fratello. -

così si trovarono presto a pari passo. Solo nel parlare lei lo sopravanzava di gran lunga.. lui solo verso i tre anni cominciò ad esprimersi in modo più articolato. Piangeva parecchio, lui. Certo le coliche gli avevano indotto l'abitudine di esprimersi così. Era vivace ma obbediente. Era poi allegro. E molto affettuoso. Erano entrambi molto affettuosi. Mi adoravano.

Ed io adoravo loro.

Cantavamo le nostre canzoncine, giocavamo al leone ed al cavallo e loro sul lettone mi strapazzavano in tutti i modi, a cavalcioni della mia schiena. Lunghe passeggiate per i campi e le stradine di quelle campagne a raccogliere fiorellini. Era bellissimo essere la loro mammina.

Ma quelle gioie erano interrotte da tanti tanti problemi.

Si vide subito che il denaro non sarebbe bastato, con un bimbo in più. Ma il mio compagno non mantenne mai la promessa che mi aveva fatto.

Quando il maschietto ebbe otto mesi mi chiese bruscamente se io non avessi intenzione di lavorare mai più, se avessi voluto farmi mantenere da lui.

Ci rimasi così male che reagii con rabbia. Io farmi mantenere?? ma mai al mondo. Dopo una settimana lavoravo già.

Iscrissi i bimbi al nido e cominciai a vendere i libri della mondadori, porta a porta. Feci un corso serale e presi l'iscrizione all'albo degli agenti e dei rappresentanti.

Mi proposero un lavoro per una ditta di generi alimentari. Accettai. I libri si vendevano, ma era dura.

Lì mi diedero una zona già avviata sola da incentivare.

Iniziai subito con entusiasmo.

Purtroppo i bimbi si ammalarono diverse volte. Non fu proprio possibile mandarli al nido. Non si poteva mandarli avanti ad antibiotici una settimana si ed una no. Allora assunsi a tempo pieno una tata, una donna giovane e bravissima che li seguì fino a quando restammo nel ravennate, nel 1996.

io lavoravo come una matta. Comprai un'auto più comoda, adatta al mio nuovo incarico, una balla ranault nove, usata ma messa benissimo. Il fatturato cresceva a vista d'cchio. I negozianti mi volevano un gran bene. Ero puntuale e cortese, simpatica, ricordavo tutto. Davo tutti gli sconti possibili. Il catalogo era ottimo. Triplicai in pochi mesi … mi piaceva da morire girare per i paesini della romagna vendendo le mie buone cose da mangiare. Era come fossi la vivandiera di una grande famiglia.

Mi mancavano i bimbi ma quando ero a casa, tutto il mio tempo era per loro. La tata faceva anche tutte le faccende. Restavano solo le spese e il cibo. Mi organizzavo ed era sempre tutto a posto in modo di potermi dedicare il più possibile ai due bimbi. I loro sorrisi, al mio ritorno, le loro vocette, i giochi i bacetti.. erano un sogno.

Non così andavano le cose con il mio lui.

Era sempre più ombroso e torvo. Beveva. Non si ubriacava, no, reggeva l'alcol in modo stupefacente, ma la bottiglia del vino e le vodke al bar erano giornaliere. Fra noi era sceso un gelo grande. Non mi cercava più. Tra un rapporto e l'altro passavano mesi.

Io soffrivo intensamente di questo. A letto mi avvicinavo a lui, cercavo di abbracciarlo ma lui rimaneva indifferente. O mi respingeva. Mi diceva che io cercavo solo sesso, da lui. Ed io cominciai a dirgli che il suo pene era la sua parte migliore.. tanto mi faceva soffrire ed arrabbiare la sua freddezza. Ero un po' ingrassata ma ero ancora assai bella.

Un collega mi fece la corte. Cedetti alle sue lusinghe, un pomeriggio, dopo un pranzo di lavoro con tutta la ditta. Era un bellissimo uomo, così dolce ed ardente. Tradii per la prima volta il mio compagno, da quando, dopo essere rimasta incinta la prima volta, avevo chiuso con tutti gli altri miei 'amici '.

quando il mio uomo prese un impegno con me, io lo presi con lui.

Ma la sua freddezza mi feriva, mi umiliava. Non era il sesso, solo il sesso. Era essere donna. Essere amata. Così lo tradii. Ma fu una cosa di un pomeriggio. Non volevo assolutamente avere un amante. Amavo il mio compagno, volevo lui. Scossa da quanto accaduto cercai di capire cosa gli stesse succedendo. Cercai di parlargli di farmi spiegare cose ci fosse che non andava. Ma non ottenni risposta. Le uniche che mi diede in quei lunghi anni furono: lavoro, non rubo non ammazzo. Cosa vuoi di più da me.

Il nostro rapporto prese uno strano andamento. Lui si raffreddava sempre di più. Si allontanava. Più un bacio, una carezza. Assolutamente nessun amplesso. Passavano i giorni. Lui era sempre più duro e collerico, instabile. Lo temevo. Non sapevo mai come comportarmi, sbottava per un nonnulla. Non facevo non dicevo mai bene. Era come un crescendo rossiniano. Poi una notte mi cercava. Io, ferita, lo respingevo. Allora lui piangeva, chiedeva il mio perdono. Ci amavamo con la nostra consueta passione. Mi diceva che erano problemi sul lavoro, che mi amava. Io, ogni volta credevo che la crisi fosse risolta.. stava sereno qualche giorno poi, tutto ricominciava. E il periodo tra un rapporto d'amore ed il seguente andò sempre allungandosi. D settimane a mesi..due tre... io ingrassavo. Mangiavo, soffrivo piangevo

a volte mi svegliava di notte nel sonno. Era come se i nostri due corpi, staccate le menti nel sonno, si riallacciassero nell'amore. Ma anche queste notti si diradarono fino a sparire definitivamente, nel corso degli anni.

E più gli chiedevo spiegazioni, meno me ne dava.

 

Litigai con il proprietario della ditta di alimentari. Fu una brutta storia. Si scoprì che lui era il nemico giurato di giovinezza del mio compagno. Io non lo sapevo. Né lui mi spiegò mai cosa ci fu con precisione fra di loro. Ma l'odio tra i due era folle. il mio datore di lavoro organizzò un tranello e mi scoprì mentre ritiravo, rimborsando di tasca mia, della merce che era stata venduta con il patto del ritiro sullo scaduto. Il negoziante, d'accordo con il mio capo, parlando, mi portò a dire che il mio superiore aveva sbagliato a quelle parole lui saltò fuori. Era nascosto dietro una scaffalatura. Uscì gridando urlando bestemmiando che lui era il capo ed io dovevo fare solo quello che lui mi comandava. Io gli mollai la borsa con il catalogo in mezzo al negozio e me ne scappai piangendo.

A casa, quando raccontai al mio uomo l'accaduto, presi altre grida urla e bestemmie.

Mi licenziai. Dopo una settimana il mio collega, quello con cui avevo avuto quella storia, venne a portarmi le scuse del titolare e a chiedermi di tornare con loro. Ma per rispetto al mio compagno rifiutai.

 

Allora una mia amica mi propose una affare. Il cognato era morto improvvisamente, investito da un auto mentre era in bicicletta. Lui aveva inventato un brevetto.

Era un macchinario che stampava piccoli pezzi di teflon per le barche. Un prodotto innovativo e molto interessante. Per dodici milioni mi avrebbe venduto macchinario. Brevetto, un po' di materia prima e la clientela esistente.

Mi sembrò un affare, una cosa bellissima. Avremmo potuto mettere il macchinario nel garage e lavorare in casa. Senza dover lasciare i bimbi con la tata e risparmiando il suo salario che era di seicentomila lire al mese.

Vedevo un grande avvenire per quella tecnologia. Studiai un po' la cosa e immaginai altre possibilità. Facendo fare altri stampi si sarebbero potute forgiare altre parti per altre necessità: il teflon era un materiale assolutamente futuribile, secondo me.

Ma non ci fu nulla da fare.

Sebbene a vessi trovato facilmente il prestito presso la mia banca, senza ipoteche od altro, solo con una piccola rata di rientro, il mio compagno non ne volle sapere. Discutemmo a lungo. Io gli dicevo che lui avrebbe potuto aiutarmi. Aveva molto tempo libero. Usciva alle sedici dal lavoro, anche se prima delle diciotto diciotto e trenta non era mai a casa. Aveva i sabati e le domeniche in festivi liberi. Più di un mese di ferie l'anno.

Ma fu irremovibile.

E come avrei potuto fare quello contro la sua volontà??Mi arresi dopo giorni e giorni di di aspre discussioni.

E feci assai male.

La persona che acquistò quel brevetto si arricchì in fretta. Lo seppi con certezza.

 

Era l'inizio dell'estate del 1987.

nel paesino dove vivevamo c'era una piccola ditta di ingrosso di bevande. Serviva bar ristoranti stabilimenti balneari. D'estate la mole del lavoro cresceva a dismisura. Il proprietario seppe della mia bravura e mi propose di prendermi cura del settore balneare. Accettai con gioia.

Il denaro scarseggiava. Senza un secondo stipendio davvero non si poteva. Ero stata ferma solo tre settimane ma ero assai preoccupata.

Era maggio: cominciai quella nuova avventura.

Alle sette del mattino ero già in macchina, fino alle nove di sera.

I punti da visitare erano moltissimi ogni giorno. La cadenza delle visite frenetica perché nessuno aveva la possibilità di stivare troppe scorte. E la birra l'acqua il vino le coca cola scorrevano a fiumi.

In quegli anni la gente aveva soldi da spendere. Le spiagge erano gremite. I tavolini dei bar e dei ristoranti sempre pieni.

Lavoravo e lavoravo. Vendevo e vendevo. Faceva un caldo pazzesco. In macchina con il tailleur e le scarpe chiuse. Ma ero contenta, molto. Guadagnai assai bene in quella estate.

Ma mi stancai moltissimo. Alla fine di agosto, una mattina, il braccio destro cominciò a formicolare. Si gonfiò la mano. Risalì lungo la spalla, il collo la guancia. Spaventata mi recai nell'ambulatorio del mio medico che era lì vicino. Lui mi spedì di corsa con un'ambulanza al pronto soccorso. Mi ricoverarono in neurologia.

Non si capì mai bene cosa fu. I sintomi persistettero per settimane. Feci un mese di ricovero, poi mi dimisero praticamente senza una diagnosi. Ma io ero disperata per i miei bimbi e volli tornare a casa.

Imparai a sopportare quel fastidiosissimo stato a conviverci. Una successiva visita da un luminare di bologna a cui portai tutti i miei esami e trecentomila lire rivelò che forse avevo avuto una infezione virale spinale. Il grande scienziato mi disse che se si fossero aggravati i sintomi, avrei dovuto recarmi da lui che mi avrebbe ricoverato nella sua clinica e fatto accertamenti più approfonditi, come la puntura lombare con esame del midollo. Intascò il mio denaro e mi congedò.

Ma le cose, in casa, nonostante il mio evidente malessere, peggiorarono.

 

Il mio compagno era geloso del mio titolare. Non ho mai capito veramente cosa avesse contro di lui. Fra noi non ci fu mai davvero nulla, neppure l'intenzione. Era un ometto piccolo piccolo, sfortunato, un po' strano. Io però mi ci ero affezionata. Lui era molto gentile con me. Forse galante. Ma senza intenzioni, almeno a mio vedere.

Al mio uomo lui era come il fumo negli occhi.

Alla fine dell'estate il lavoro crollò di botto.

Cercai di recuperare un po' di fatturato andando a vendere del vino a nuovi ristoranti. E, per vendere, vendevo ma di certo la mole del fatturato estivo era assai lontana.

Il mio titolare mi suggerì di aprire io un bar.

Avevo già l'iscrizione al REC, dovevo solo far aggiungere la somministrazione di alimenti e bevande, con un esame integrativo.

C'era un baretto in una via centrale di ravenna, ma un po' defilata. Era assai piccolo ma lavorava abbastanza. Era giusto per una persona sola, come ero io.

Mi piacque così tanto, quando lo vidi. Ne chiedevano settanta milioni, da pagarsi in due rate a distanza di dodici mesi l'una dall'altra.

Ne parlai con il mio compagno. Lui non ne fu entusiasta ma io quella volta non mollai.

Lo comprai.

Ma altre novità grosse accaddero in quel 1988.

il mio ex marito, che si era risposato, un giorno comparve con la macchina piena delle cose di mia figlia. Mi disse che io avevo goduto abbastanza della libertà. Che adesso era il suo turno. Che la sua nuova moglie gli aveva posto un aut aut: o la figlia o lei. E lui aveva scelto la moglie. Mi disse che aveva diritto di un po' di felicità. Scaricò le cose e senza dare altre spiegazioni alla sua ' amata 'figliola, che ovviamente non aveva ascoltato quel terribile discorso, se ne andò e scomparve dalla sua vita.

A quel punto la casa era diventata davvero piccolissima. Non era più pensabile continuare a vivere lì, con i tre bambini, in due stanze più una cameretta di due metri ed un bagnetto nel quale chiudevi la porta senza alzarti dal wc.

Seppi che in paese era in vendita da tempo una grande casa. Aveva solo quattrocento metri di giardino ma era grandissima. Su due piani, quattro camere di sotto, quattro di sopra, un capannone trasversale con camino e sopra a quello un lunghissimo mansardato grezzo. C'era anche un capannetto in muratura nel giardino. I vecchi proprietari vi avevano venduto i fiori e quella era la stanza coibentata e refrigerata.

L'andai a vedere. Mi piacque.

Tornai a casa e dissi al mio compagno che l'avrei acquistata.

Ormai ero troppo arrabbiata con lui.

Le sue scelte si erano rivelate sbagliate. Scelte fatte con il mio denaro.

Il peso della famiglia era tutto sulle mie spalle. I bambini col padre non dicevano mai nulla. Ero io quella che doveva sempre risolvere i loro piccoli problemi. Tornavo a casa dal lavoro e loro mi raccontavano quello e quell'altro e avevano fatto una cosa, avevano male lì, c'era bisogno di comprare o andare là.. la più grandicella aveva cominciato a frequentare la scuola materna. Ma al padre non chiedevano mai nulla. Lui sedeva al tavolo della cucina, leggeva il giornale e loro giocavano, in silenzio. Solo al mio ritorno ed a me rivolgevano i loro piccoli gradi quesiti.

Ed io avevo già da tempo cominciato a pensare che quell'uomo non era poi così fantastico come mi era sembrato.

Inoltre mia madre stava male ed aveva bisogno di essere accudita. Nella grande casa c'ara posto anche per lei.

Nel giro di tre mesi vendetti la casetta rosa a cinquanta milioni, comprai quella più grande, che era giallo ocra, per settantacinque.

Il bar per settanta, pagando i primi trentacinque in contanti.

La grande casa aveva bisogni di qualche lavoro per diventare comoda come dicevo io.

Gli impianti di riscaldamento ed elettrici, i pavimenti, gli infissi, i due bagni, la recinzione..

Facemmo diverse cose da soli. Lui era bravo a fare quasi tutto. Lavorammo come matti.

Io accesi un mutuo di ristrutturazione prima casa di quaranta milioni. Rata mensile di trecentomila lire.

A settembre 1988 vi andammo ad abitare.

Il bar aveva aperto da un paio di mesi.

Mi alzavo alle cinque del mattino. Il bar era a quindici chilometri da casa. Alle sei ero operativa: panini sandwich tartine paste cotte da me, oltre quelle del pasticciere.

Il menù dei panini caldi era allettante. Usavo solo prodotti freschissimi e della migliore qualità: il latte fresco intero della centrale cooperativa. Il migliore caffè.

I miei cappuccini avevano una soffice densa schiuma. Avevo imparato in un attimo tutto.

Comprai tutto un assortimento di ' caramelle di plastica ', come le chiamavo io, che stavano spopolando fra bimbi e ragazzetti. Lì vicino c'erano tre scuole. Nelle primissime ore del mattino si entrava a stento, tanta era la ressa.

Io diventai velocissima. Facevo tutto da sola, anche la cassa, naturalmente.

La clientela crebbe notevolmente. Ero molto soddisfatta. All'ora di pranzo i miei panini gustosi ,grandi e a buon mercato attirarono diverse persone. Solo che il locale era davvero piccolo. Due tavolini accanto al bancone e quattro in un soppalco rialzato, a fianco. Più di tanto non si poteva lavorare. E poi, avevo solo due mani.

Il pomeriggio era più tranquillo. Approfittavo per ripulire tutto, fare gli acquisti. Incrementai gli aperitivi serali inventandomi nuovi pastrocchi colorati da servire con canapè e salatini.

Chiudevo alle venti e trenta, lasciando tutto pulito e pronto per l'indomani.

Il giorno di chiusura era la domenica.

Correvo a casa, dai miei figli, che mi accoglievano festanti, almeno i due più piccoli.

 

Nella nuova abitazione si viveva magnificamente.

A lui non piaceva, diceva che c'era poco spazio intorno, poco giardino. Ma a cosa erano serviti quei tremila metri di terraccia se non a spendere soldi per tenere l'erba più bassa di una giungla?? provai un anno a piantarvi dei fagiolini, ma non recuperammo neppure le spese. La mia amica, l'ex socia, mi disse più volte che avrei dovuto acquistare qualche cagnolina di razza e vendere i cuccioli. In quei casotti, che erano rimasti inutilizzati ed abbandonati ricettacoli di polvere, si potevano ricavare dei comodi caniletti. Ma il mio compagno non volle mai. Non voleva gente per casa, telefonate. Affari.. nulla di tutto quello che girava intorno al mondo dei cani gli piaceva.

Allora tutto si era risolto nel vivere tre anni in due stanze, senza nessuna comodità per i due bebè ma soprattutto per me.

La nuova casa era perciò per me un sogno.

 

Mia madre si trasferì da noi ed apportò ulteriori tensioni.

Litigava con la nipote maggiore, era dispotica con i due più piccoli, sempre in contrasto con il mio uomo.

Ma stava molto male. Fu operata alla schiena poi al fegato. Era necessario sopportarla. Inoltre lei ci aiutava economicamente. Ci aveva dato quindici milioni per sistemare la casa e farle camera e bagno a sua necessità e ogni mese contribuiva con una cifra che non era piccola. Non la ricordo. Credo trecento mila lire ma non ne sono sicura.

Il caro vita aumentava. I prezzi salivano vertiginosamente. La famiglia di sei persone era assai dispendiosa. Poi c'era la tata. Io ero fuori casa tutto il giorno. Era assolutamente impensabile fare senza di lei.

La tensione in casa crebbe a dismisura. Il mio compagno era sempre più agitato nervoso scontroso ed irascibile.

 

Anche il maschietto andò alla scuola materna. I due piccoli crescevano bene. Lui era più vivace e birbante, molto di più. Lei era una donnina e gli faceva da mamma. Lui si arrabbiava molto, per quello, dicendole che di mamma gliene bastava una. Ma la sorellina non mollava. Gli faceva persino il letto.

Li avevamo sistemati in due grandi camere contigue, ma loro vollero unire i lettini, che si potavano trasformare a castello e dormire insieme: il maschio sopra, la femminuccia sotto. Erano inseparabili. Li sentivo chiacchierare tra loro mentre si addormentavano, dopo che li avevo messi a letto.

Tornata dal lavoro loro avevano già mangiato. Gli facevo il bagnetto, entrambi insieme dentro la capiente vasca da bagno piena di acqua calda schiuma e barchette. Giocavano scherzando. Li asciugavo, gli mettevo i pigiamini e poi si infilavano tra le lenzuola. Io mi trattenevo un po' con loro, raccontavo una favola, cantavo una canzoncina. Stanchissimi scivolavano presto nel sonno. Io mi recavo in bagno per rimettere tutto a posto e sentivo i loro ultimi discorsi del giorno. A volte le femmina finiva di raccontare lei la favola al fratellino.

Erano due creature meravigliose. Intelligenti e dolcissime. Così diversi dalla loro sorella maggiore, sempre dura ed anaffettiva. Io mi scioglievo di tenerezza.

Ma era la mia sola dolcezza.

Con il mio uomo le cose andavano sempre peggio.

Con la figlia grande ci fu da passare una grossa crisi.

 

Dopo che il padre me l'aveva scaricata così brutalmente e sparì completamente, se non per qualche breve impacciata telefonata, lei pazientò qualche mese. Poi mi fece domande precise. Volle sapere cosa fosse successo.

aveva quasi quindici anni. Era ormaiuna donna. Alta più di me, forte, assai robusta, volitiva. Di certo non la si poteva trattare come una bambina.

Dopo le scuole medie, finite un po' per il rotto della cuffia, la moglie di suo padre la convinse di iscriversi alle magistrali. Io ero contraria. Lei era molto intelligente ma assolutamente non aveva voglia di studiare e non tollerava nessuna disciplina.

Infatti frequentò qualche settimana e poi passò il resto dell'anno in giro per la città con i più sbandati che trovò. Divenne punk e dark e si truccava pesantemente con quello stile che io trovavo davvero di dubbio gusto. Ma non mi opposi. Giudicavo che avesse il diritto di seguire un suo stile. Ma a scuola però ci doveva andare.

E dato che non lo faceva la ritirai, per non farla bocciare e la costrinsi a venire ad aiutarmi un po' nel bar. Ma era una frana. Tutto quello che faceva mi complicava di più la vita. Così le lasciai la libertà. Si mise con un ragazzetto brutto e stupido. Mi chiesi mille volte – e lo chiesi a lei – cosa ci trovasse. Ma, ricordando i discorsi di mia madre quando io avevo la sua età, accettai anche lui. Passavano dal bar per bere o mangiare.. io davvero non ero felice nel vederli così. Mi dava l'impressione che stessero sbagliando tutto.

Quando mi chiese del padre io le dissi la verità. Cercai di addolcirla un po' ma non le mentii.

Per lei fu un colpo durissimo. Forse sbagliai ma io ho sempre creduto che la verità non sia mai un errore.

Divenne ancora più riottosa ribelle prepotente aggressiva.

Litigava con tutti, con me la nonna e il mio compagno. Per ogni piccola sciocchezza.

Fuggì di casa.

Venne vista per strada con una sua amica. Me lo vennero a dire dei ragazzi che venivano sempre a mangiare i panini da me e che quella mattina mi avevano vista sconvolta e a cui avevo raccontato che la mia ragazza la notte non era rincasata ed io non sapevo dove fosse.

Avevo telefonato al padre, il quale mi disse che non sapeva cosa fare e mi invitò a rivolgermi alla polizia. Io volli attendere qualche ora ancora e feci bene.

Quando mi indicarono dove fosse, chiusi il bar di corsa ed andai a riprenderla. Riportai a casa l'amica e cercai di parlare con mia figlia.

Volevo che smettesse di vagabondare così, che decidesse cosa fare del suo futuro. Che si cercasse un ragazzo migliore. Anche lui aveva lasciato gli studi e fumava canne. Scoprii che lei pure fumava. Dall'età di undici anni. Lei che aveva sempre torturato il padre, grandissimo fumatore, perché smettesse.

Mi cascò il cielo sulla testa.

Ma come fare??? io ero dentro quel bar tutto il giorno..

e cominciai a stare male.

Presi una prima broncopolmonite. Tenni chiuso il bar una settimana. Stetti malissimo. Poi una seconda, più lieve, che curai in piedi lavorando.

Poi cominciarono le coliche. Veramente erano cominciate ancora quando stavamo nella casetta rosa. Tut