CARISSIMI AMICI

inserisco da oggi, 17 agosto 2017, il tasto per ricevere vostre donazioni...

 

finora non vi ho mai chiesto nulla..

ho messo qui le mie opere perchè fossero a vostra disposizione e l'ho fatto come scelta politica e personale..

ma la mia vita è diventata durissima...

Mia madre non mi aiuta più in maniera costante ma solo molto saltuariamente.

i miei figli non mi parlano quasi...

il denaro che il mio ex marito mi diede in fase di divorzio, nel 2013, che mi ha permesso di sopravvivere fino ad ora, è terminato...

ricevo mensilmente 800 euro dallo stato ma 500 se ne vanno per l'affitto e le spese di casa..

capite che quel che resta non basta neppure per il cibo mio, per Brugola e per Stellina

 

Non vi chiedo un ingresso obbligatorio, chi non può o non vuole, continui pura a fruire dei contenuti del mio sito in maniera gratuita...

 

 

Ma tu, ora, che entri qui per leggere, guardare, ascoltare, puoi aiutare arianna amaducci...

 

grazie se lo farai..

 

fare una donazione è molto semplice, clicca sul tasto e segui le istruzioni... 

non vi è un tetto minimo... bastano anche 50 centesimi ogni volta che passi di qui...

 

 

grazie, sinceramente

 

pace e luce nel tuo cuore e nella tua vita

gio

25

apr

2013

A VEDERE LA NUOVA CASA

CALHETA: IL PAESINO DOVE ANDRO' A VIVERE
CALHETA: IL PAESINO DOVE ANDRO' A VIVERE

 

TROVATA LA NUOVA CASA!!! 

 

ieri io e milli siamo tornate a calheta, il paesino che già vi ho mostrato ed abbiamo visto una casa che era da affittare..

non è però sulla spiaggia, in vista dell'oceano perchè sembra incredibile ma, in un'isola dove si trovano solo pesce, capre pietre e mare, non si riesce a trovare una casa vista mare che abbia un prezzo accettabile o sia in condizioni decenti,

ne ho trovate due o tre, nei giorni scorsi ma gli affitti che mi sono stati richiesti partivano dai 500 euro, che sono una cifra assolutamente assurda, per un posto così.

forse hanno creduto che io fossi una ricca ereditiera ma, se lo fossi stata davvero, non cercherei di certo una casa in affitto!!! mi comprerei un bel pezzo di litorale, che qui la terra non costa davvero molto e ci farei costruire una casa esattamente come la vorrei io..

 

comunque, alla fine, questa casa è grande, è nel centro del paesino a circa 300 metri dalla spiaggia e la strada è di acciottolato che permette alla mia carrozzella di andare in modo abbastanza spedito e comodo.

le stanze sono grandi , luminose, c'è un bagno molto ampio, una veranda con recinzione e il suo cancellino davanti all'ingresso, un cortile interno tutto cintato di alti muri, come usa qui ed abbastanza vasto.

nelle stanze di destra ci sono già pavimenti di piastrelle, dall'altra parte no ma li faremo mettere noi.

anche l'impianto idraulico è particolarmente carente, essendoci l'aqua solo in bagno e quindi dovremo farla portare in cucina ed anche piazzare una cisterna sul tetto come raccolta, dato che l'acquedotto da l'erogazione solo tre giorni alla settimana e negli altri quattro la gente del luogo è abituata a fare senza, quelli che poi hanno l'acqua in casa...

poi, naturalmente è necessria l'imbiancatura ed anche il bagno ha bisognio del boiler, del tubo per l'acqua calda, ovviamente, di una doccia nuova, di una finestra, perchè c'è solo il vano con una grata e poi di certo ci vorranno altri lavoretti, oltre, come al solito, lampadari, tende, quadri..

il mobiliere ci farà una cucina con lavello e un paio di tavoli..

poi ci vorrà un armadio, anzi, meglio due, uno per me ed uno per milli e poi ancora altre cose ma affronteremo il tutto gradatemente.

i lavori necessari li pagherò io e li sconterò un tanto al mese dall'affitto..

il giorno fissato per il trasloco è il 30 aprile...

 

oggi milli è tornata là col mobiliere e., da quando è tornata, è tutto un fervere di telefonate,

stiamo aspettando l'idraulico, che arriverà qui fra poco,

domani milli andrà ad acquistare le piastrelle e quindi il muratore comincerà subito i lavori.

non credo proprio che sarà tutto finito per il trenta ma noi ci andremo lo stesso e il resto si farà con noi dentro.

il padrone di casa sembra davvero una persona gentilisisma e molto disponibile, quindi di certo ci aiuterà anche lui.

 

ieri, dalla macchina che ci portava là, ho scattato per voi diverse foto..

se cliccate sulla prima vi si apriranno in sequenza e le vedrete ingrandite e belle..

ho cercato di catturare le immagini chiave di questo luogo davvero singolare che è l'isola di maio...

mi scuso se non sono delle foto perfette, ma scattate con il cellulare da dentro il pulmino - taxi, in movimento ed in notevole sballonzolamento, davvero non credo che avrei potuto far meglio..

i pali della luce, inoltre, sono sempre assolutamente nel mezzo, uffa!!!

comunque, ecco: da vila do maio a calheta, andata e ritorno.....

 

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dom

21

apr

2013

IL LUNGO VIAGGIO DI ARI - TERZA PARTE

PAESE MIO CHE STAI SULLA COLLINA - 2012 olio su tela 13 x 18
PAESE MIO CHE STAI SULLA COLLINA - 2012 olio su tela 13 x 18

 

 

TERZA PARTE

 

 

Via, in fretta, senza neppure il tempo di una lacrima, un pensiero...

Il check - in è più importante di ogni sentimento, di ogni dolore, dubbio, rimpianto. Non aspetta, non comprende, macchina che tutto divora, quel check - in del cavolo.

 

Ma per fortuna, per fortuna, che si deve andare e l'addetto alla mia carrozzella parla e mi distrae, che quell'azzurro dilaga, dilagherebbe, con i fotogrammi di ogni momento che è stato accanto a me, fisso in me. Che diventa simbolo, diventa vessillo e portabandiera di un mondo che finisce, che si strappa, che si scuce ed io so, so già che non ci sarà sarto che potrà mai riparare due mondi che si separano, si danno addio. Che ci vorrebbe il chirurgo, non il sarto, che è la mia carne che si scuce e si lacera.

E non è un gatto, non è un cane... sono io.

Io bambina, io adolescente: i sogni le attese le certezze che si sono sgretolate nel tempo ma avevano conservato un tronco, se pur tagliato. Spezzato, divelto, semi distrutto ma ancora vivo, ancora capace di emettere nuovi rami e nuove foglie.

Ed invece, ora, ho solo la tasca piena di semi e un vento che mi porta via. E forse la troverò, la nova terra, dove far cadere quei semi ed annaffiarli con le mie lacrime perché sorga ancora, di nuovo, quel germoglio di me.

 

Ma il check in ha il volto di una signorina che parla portoghese e sul display, in alto, sulla tabella c'è un nome che non avevo mai letto: TSV, i trasporti aerei portoghesi, che io so dove sta il Portogallo ma è sempre stato il retro della Spagna, un pezzo lungo e stretto della Penisola Iberica e non altro. Che non so neppure una sola parola, di portoghese, che so a malapena che Lisbona è la capitale ma altro non so.

Ma che importa, a quella signorina, che parla comunque italiano, che importa di tutto quello che viaggia nella mia mente alla velocità dell'abbattimento del muro del suono?

E così le sorrido, le parlo, rispondo alle sue domande, le do i documenti, il passaporto e lei pesa i bagagli.

Alza il viso dal suo display, perplessa, dopo una sospensione di qualche attimo e mi guarda interrogativa e sulle spine, chiedendomi se sapevo che c'erano trenta chili di sovrappeso.

Ed io, notando il suo malcelato sgomento, le rispondo, sempre sorridendo, che si, lo sapevo, che avevo volato da Alghero fino a Linate poche ore prima ed avevo pagato l'extra peso. E le chiedo quale fosse il problema.

E lei mi risponde chiedendomi a sua volta se fossi informata della tariffa dell'extra peso.

Ed io le chiarisco che sì, sono informatissima, che su internet, alla loro pagina, avevo letto che erano 10 euro a chilo, quindi trecento euro e che li avevo, in contanti, pronti, che spedire quei chili in altro modo sarebbe stato più dispendioso e molto più lungo mentre io avevo bisogno di quel bagaglio che c'erano i miei effetti personali e che io andavo a viverci, laggiù in quella isoletta, a causa del clima che forse avrebbe potuto farmi vivere meglio.

Ma in fondo cosa interessava a lei, dei miei problemi?

Eppure la vedo che mi ascolta, sempre più preoccupata e mi informa:

Il prezzo per l'extra peso che mi da il programma è di 30 euro al chilo. Quindi lei dovrebbe pagare 900 euro.... “ e interrompe volutamente il suo discorso attendendo la mia reazione.

900 EURO!

Ecco, penso, cos'era quell'aria preoccupata e quel nodo che mi si era legato nello stomaco.

La guardo allora, seria ma dolce, che avevo capito e visto quanto tutto quello preoccupasse e sconvolgesse anche lei e le dico che io non avevo con me tanto denaro, cioè, che l'avevo ma che mi sarebbe servito per pagare l'albergo ed altro, a Praia, dove ero attesa ed era stata prenotata per me una camera. E che, comunque, albergo a parte, era una cifra altissima che avrebbe sconvolto abbondantemente i miei piani.

Lei, allora, mi chiede di attendere un attimo e a me mi sale un magone ancora più grosso, una paura che cerco di nascondere in un altro sorriso mentre le dico che faccia pure e la guardo mentre alza il suo telefono di servizio ed in portoghese dice alcune parole, prima di riattaccare, di guardarmi ancora di sfuggita e poi seppellirsi nel display come fosse a caccia della ricetta per la pietra filosofale.

E non passano che pochi minuti, in un silenzio incredibile, affogato nel frastuono del grande aeroporto mulinante di voci e di rumori ed ecco arriva una seconda signorina sorridente che si avvicina alla prima, si mette in piedi accanto a lei e l'ascolta mentre quella le dice cose in questa lingua a metà tra lo spagnolo ed il brasiliano, di cui io non afferro proprio neppure un fonema.

E dopo, ecco che sono quattro gli occhi che si alzano dal display e mi guardano preoccupati, per poi tornare a scartabellare tra i file, i comma e non so quale altra diavoleria vanno aprendo con il mouse. Poi la seconda giovane in divisa verde e grigia saluta la prima, saluta me in italiano e se ne va, lasciando la gatta da pelare alla sua collega che, però, dopo aver avuto ancora un attimo di sospensione ed avermi squadrato ancora una volta di sottecchi, parte decisa, fa la stampa di una cosa, la prende, l'appallottola, la getta nel cestino, invisibile vicino ai suoi piedi, prende un altro piccolo modulo, vi verga qualcosa in fretta a mano e mi dice, tendendomelo:

Ecco, ho fatto così, ho scritto che i chili sono 15, quindi, se anche il prezzo che l'addetto alla cassa le chiederà fosse davvero quello di 30 euro al chilo, lei dovrebbe pagare 450 euro. Può farlo? “

450 euro sono più di 300 ma molto meno di 900 e quindi le confermo che sì, li posso pagare e la ringrazio ma non tanto con le parole, che nessuna parola sarebbe all'altezza, quanto con lo sguardo ed il mio sorriso che cerco di rendere il più tenero possibile.

Capisco che nessuno glielo ha fatto fare, di mettersi in quel pericolo per me, che so, immagino che se venisse scoperta, rischierebbe molto, forse persino il posto di lavoro e quindi la mia è vera gratitudine. Le dico che può stare tranquilla, che io non la tradirò di certo ed ancora la ringrazio, salutandola affettuosamente.

Poi l'addetto mi spinge per diverse decine di metri fino allo sportello dalla cassa, dove un paio di persone si trovano in fila. Il tempo stringe e il ragazzo fa avvalere il mio diritto di saltare le code e mi mette sotto il naso dello steward che prende il biglietto che gli porgo, tranquillo, con il suo solito prestampato sorriso fasullo, che lui non sa, non deve sapere, cosa c'è sotto.. ed il cuore mi batte un po' più forte, che chissà, magari lui mangia la foglia e chiede spiegazioni, altri controlli, mentre invece, no, lui è tranquillo e pacifico che, in fin dei conti, cosa gli importa a lui, che deve solo tirare a finire il suo turno e farlo con il minor sbattimento possibile, come tutti lì, d'altronde.

Quindi si mette a battere sui tasti della sua tastiera e inserisce tutti i dati e poi mi dice:

125 euro... “

 

125 EURO?????????

E cerco di frenare il sorriso che spontaneo mi fiorisce sul viso, un sorriso di stupore e soddisfazione mentre penso che avevo pagato meno della metà di quello che avevo previsto, esattamente come mi era successo a Linate, che, accidenti, quel giorno mi andava proprio di culo e, mentre conto il denaro e glielo porgo, ritiro la ricevuta e mi faccio spingere verso il metal detector ed il controllo della polizia, un sospiro di sollievo mi allarga il petto, si porta via il magone e mi rilassa, che sì, il denaro non dà la felicità, questo lo avevo capito da tempo ma altrettanto sapevo che, senza, era una grandissima complicazione.

 

Così si arriva al posto di blocco, si fanno tutti i trasbordi, che ormai mi sento una viaggiatrice navigata, mi faccio di nuovo mettere le mani addosso con ulteriore soddisfazione dalla – davvero carina – hostess/poliziotta, riprendo il mio bagaglio a mano, vengo sospinta al solito verso il gate di imbarco e mi trovo di fronte ad altri 45 minuti di attesa, che la cosa assurda è proprio quella: corri corri che si fa tardi al check in, che devo essere la prima e poi, ecco l'attesa, inutile farraginosa attesa sulla mia sedia a rotelle, nel vuoto pneumatico di una sala gremita di gente, mentre sono tutti in compagnia e sono famiglie, amici, amiche, parenti, figli, madri padri e tutti si parlano, si guardano, si alzano, si siedono, vanno a prendersi l'acqua, un caffè un pacchetto di qualcosa mentre io sono lì, con il mio zainetto ed il mio pc, nella borsa nera a tracolla e sono sola, che do l'addio all'Italia e alla mia vita vissuta fino ad allora ma sono sola, solissima.

La guardo, quella gente che prenderà l'aereo con me, che moltissimi sono portoghesi, diversi di colore, e sono tutti indaffarati e pieni di discorsi da fare e di cose da definire, con chi è a loro accanto. E ci sono bambini che corrono, che succhiano una cannuccia o pasticciano un biscotto, una patatina.

Ed io sono sola, a salutare l'Italia, che è diventata piccola piccola come il pezzo di linoleum chiaro che è sotto le mie ruote, che tutte le strade percorse, tante, tantissime, tutte le città, le spiagge, le montagne, il cibo il vino, l'acqua, le parole dette ed ascoltate in italiano, i visi conosciuti, le mani strette, le labbra baciate, i capelli accarezzati si sono ristretti, liofilizzati, concentrati in quel singulto cieco che mi sale in gola e non vuole uscire.

Allora tiro fuori il cellulare, scrivo qualche messaggio, cerco qualche appiglio, che mi sento scivolare, sto cadendo dentro le mie lacrime e non voglio farlo, non voglio, che non ha senso mettersi a singhiozzare in quella sala gremita, come un'idiota, come una scema, che già tutti mi hanno guardato con quello sguardo che dice: ' poveretta'... ti immagini se mi metto a piangere?

E penso che starò meglio, che ho una amica, che mi aspetta, che mi vorrà bene e si curerà di me, che non sarò più così sola ma, accidenti, in quel momento è una folla quella che mi viene alla bocca dello stomaco, una folla di visi e di nomi, di occhi lucidi o furenti, una moltitudine che dovrebbe essere lì, come me, anzi, dovrebbe assere accorsa lì a prendermi a portarmi via, a dirmi: ' Dove vai, dove vai, che qui ci sono io! Che io penserò a te e berremo e mangeremo ciò che ti piace e che conosci ed ascolterai ancora le dolci voci della tua terra e vedrai le verdi colline coperte di fiori a primavera e di rugginosi gialli in autunno, capirai le parole, dette nella tua lingua, nel tuo dialetto, nella cadenza che ti è dentro dal giorno della tua nascita. Dove vai che ci sono io, qui, che mi hai dato il tuo amore e le tue cure ed anche la la vita e, finché hai potuto ci sei stata, fino in fondo ed ora sì, tocca a me e sono felice di farlo perché ti voglio bene, ti amo! '

Mentre invece non c'è nessuno, nessuno, nessuno e tutto si dissolve, che l'attesa finisce e mi issano sull'aereo, nel solito modo e mi trovo seduta sul sedile, con le cinture allacciate, per due ore di viaggio verso Lisbona e nessuno arriva dalla porta del velivolo e si affaccia chiamando il mio nome e spiegando al personale stupito, che c'era un errore, che io non dovevo partire, che il mio posto non era quello, che il mio posto era in Italia, in Romagna, accanto ai miei famigliari, non in Africa, non su di un'isoletta sperduta, che era tanto lontana quell'isoletta e chissà cosa avrei fatto, là, come avrei vissuto.

E invece il portellone si chiude e di nuovo i motori rombano e fischiano e le ruote del carrello si staccano dalla pista, si strappano nel mio stomaco ed ecco che l'Italia si allontana, sparisce, si dissolve, mentre io la guardo fuggire via da un piccolo oblò schizzato di gocce di pioggia asciugata, diventa un ricordo, uno di quelli che pungono, che fanno male.

 

Così chiudo lo sportellino, cerco di sistemarmi meglio che posso, che il sedile è un po' più largo e comodo del solito, chiudo gli occhi ed affondo in un pianto senza lacrime e senza voce.

 

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gio

18

apr

2013

UN POMERIGGIO A CALHETA

RIFLESSI A CALIETA
RIFLESSI A CALIETA

 

CALHETA E' UN MINUSCOLO PAESINO A CIRCA DIECI CHILOMETRI DA VILA DO MAIO

 

davvero un pugno di casette basse con un buffo tetto molto scosceso e molto a punta, tutte in fila lungo la strada acciottolata che da vila do maio parte, collega ed attraversa tutti i - pochi - paesini che si trovano lungo il perimetro dell'isola.

dentro, all'interno, c'è una montagna, non troppo alta ma brulla ed inabitabile, dove solo le capre selvatiche possono sopravvivere.

 

oggi, nel primo pomeriggio, io, milli, accompagnate dala tata abbiamo noleggiato uno di quei pulmini che qui si chiamano ' alugère ', - che vuol dire ' da affittare ' - e ci siamo fatte accompagnare in quel piccolo apesino, che è poi dove vive la tata, perchè c'era stato detto che vi erano delle case che venivano date in affitto..

la strada acciottolata è larga che ci passano due auto affiancate ma, durante tutto il viaggio, ne abbiamo incontrato solo un'altra....

davvero incredibile per noi...

uscite dalla cittadina di vila do maio il paesaggio è decisamente uniforme: una pietraia riarsa con muretti a secco sparsi a correre qua e là, che disegnano un ineguale reticolo, mucchi di sassi di certo portati giù dalla montagna che si ergeva, nera ed assai poco ospitale alla nostra destra.

macchie di robinie isolate, che si allargano all'intorno con il loro caratteristico ombrello, in alcuni punti dove di incontra una falda freatica più alta, qualche orto con banani  ed altre piantagioni, in questo momento dell'anno piuttosto rinsecchite, forse mais o non so cosa ma decisamente nulla che avesse a che fare con un nostro campo o fattoria.

poi, ad un certo punto, lungo il ciglio della strada ho visto degli alberelli assai strani, con delle palle di foglie, che milli mi ha detto essere quello stano arbusto che ho trovato nato spontaneo nel nostro giardino e che ho fotografato il 21 marzo scorso e che lì erano diventati alberelli.

sulla nostra sinistra, dopo le saline che si vedono alla fine di vila, l'oceano occhieggiava, lucente nel sole che si stava abbassando per tramontarci dentro, orlato da qualche ciuffo di altissimi palmizi spettinati dal forte e costante vento di mare.

e, per tutta la strada, capre selvatiche, qualche ciuco accovacciato per terra sotto il sole, qualche mucca scura e dalle larghe corna, qualche corvo.

ed erba secca, pietrisco a perdita d'occhio.

a metà strada tra vila e calheta si trova il paesino di morro, davvero sparuto ma assai carino, esso pure con queste casette che hanno al facciata dipinta a colori vivaci, una diversa dall'altra, colori che fanno a gara per chi grida di più, squillando sotto il cielo solcato continuamente da vascelli di nubi spinti dal vento incessante..

poi ancora cinque chilometri di acciottolato abbastanza sconnesso ed ecco calheta, come ci avverte una scritta gigantesca- dalle lettere mulcolori, sul muro di una casa più grande delle altre.

è davvero carino, questo paesino, davvero davvero ma non sono riuscita a scattare foto del centro, chiamiamolo così, che forse le case in tutto sono cento, forse duecento non so ma certo non molte di più..

poi arriviamo sul lungomare.

vi è un piccolo golfo che imprigiona le onde assai sgarbate dell'oceano ed una spiaggetta circolare, stretta stretta, di sabbia nerastra inframezzata da tratti rocciosi.

qualche barchetta colorata che sembra un giocattolo per vasca da bagno, si dondola alla fonda a pochi metri da riva e una grande robinia si sporge, piuttosto stranamente, che di solito succede il contrario, verso l'acqua.

un pescatore con la canna, un po' più in là, fa le sue evoluzioni di braccio e lenza.

il canto profondo del mare e del vento è rotto solo dalle voci di alcuni uomini e donne che sono per strada: stanno facendo i lavori per instaurare la rete fognaria, che evidentemente non c'era ancora, e due grosse macchine per il movimento terra stanno ferme in mezzo alla strada, mentre alcuni uomini trasportano terra e ciottoli caricandoli con il badile su un paio di carriole.

entriamo in una casa, che il suo proprietario ce la mostra, ma è disabittata da molto tempo e davvero in pessime condizioni. non ci sono pavimenti di piastrelle ma una gettata di cemento rosso  lavabile, così come le pareti, color celeste intenso, che recano però notevoli tracce di salnitro che si annidano nella pittura scrostata. salnitro che del resto è dovunque, anche sul pavimento.

le stanze sono assai piccole, molto piccole e di solito non hanno finestre ma solo una porta d'ingresso.

io e milli restiamo assai deluse perchè ci era stato detto che quella casa era molto grande...

ma davvero, grande non era, tutto il contrario.. poi vi era giusto un bagno, che poteva dirsi tale, la cucina non esisteva ma al suo posto un cortiletto interno cintato da alte mura a protezione del forte vento salmastro..

deluse diciamo che la casa non ci interessa e ci rechiamo a visitarne altre.

a questo punto ci rendiamo conto che sono tutte uguali anzi ancora più piccole, anguste e buie.

e quindi capiamo che la casa, per gli abitanti creoli di quei paesini, era ed è un rifugio alla calura nelle ore più calde, e quindi per forza di cose poco luminosa, o al vento e quindi per la stessa ragione con aperture piccole, rade o addirittura mancanti.

i vani poi sono ridotti perchè la famiglie sono molto numerose ed in ogni camera c'è posto giusto solo per il letto.

milli però va a visitare una grande casa costruita da un signore tedesco che ospita nell'area recintata del grande e verde giardino alcune costruzioni addette ad ospitare i turisti di passaggio.

una di queste, assai bella, con le finestre a volta, spaziosa e luminosa, è in fase di ultimazione e potrebbe essere che, se la cifra richiesta sarà consona, proprio quella potrebbe diventare la nostra futura casa.

ma ancora non vi è nulla di definitivo.

mentre milli guarda quella casa e parla con i proprietari, io, non resistendo al richiamo del mare, dato che avevo preventivamente indossato il mio costume, aiutata dalla tata, entro in acuq, dopo quadi due anni che non succedeva, docce  a parte......

la sensazione di immensa felicità che ho provato all'abbraccio di quell'acqua smeraldina, fresca, quasi frizzante, io non lo descrivere.

so solo che mi sono sentita euforica, come trasportata fuori dal mio corpo malconcio e resa ad una salute migliore.

infatti, lasciandomi trasportare della gioia, ho effettuato diverse bracciate di nuoto sitle dorso, perchè comunque sul ventre non riesco a distendermi, anche se sorretta dall'acqua, che il dolore è insostenibile.

ma stesa sul dorso e muovendo solo le braccia, dato che le gambe fanno troppo male, sono riuscita a percorrere qualche metro lungo la riva.

poi mi sono abbandonata, galleggiando, ed ascoltando il sapore dell'acuq sul mio viso, il suo massaggio contro le mie membra, la voce del vento che si nascondeva tra i lembi delle nuvole bianche sopra di me.

ero davvero felice e mi sono trattenuta tra le acuqe fino a che ho retto lo sforzo.

poi, lasciandomi spingere a riva del moto ondoso, in qualche modo, con un po' di difficoltà, sono riuscita a sedermi sul bagnasciuga e, con l'aiuto del mio trpiede e di milli, nel momento che l'onda spingeva in avanti, sono riuscita ad alzarmi.

ecco, uscire dall'acqua è stato di gran lunga la cosa più difficile e stancante..

avvoltami nel mio telo che la dolcissima tata mi porgeva, mi sono finalmente seduta di nuovo sulla mia carrozzella, al sole, per asciugarmi ma non avevo affatto freddo, tutt'altro: stavo davvero bene.

nel frattempo milli stava tornando dalla visita all'abitazione attornaita da tre o quattro cani che, attratti dalla presenza di etta, le stavano seguendo.

per riuscira a salvare la piccola, milli ha dovuto prenderla in braccio e gli altri cani si sono allontanati: non che avessero intenzioni bellicose ma la mia cagnolina comunque ne dimostraa infastidita ed impaurita.

uno di loro, però, un cucciolone di meno di un anno, dal pelo nero con focature mogano ed i lunghi calzini bianchi agli arti, non ha desidtito e le ha seguite fino a me.

nelle foto sotto potete vedere i due che giocano e tutto o quasi, quello che ho descritto...

a quel punto si è avvicinata a noi una bimba, con le deliziose treccine in tetsa che normalmene le madri fanno alle loro figlie piccole, che recava una grande ciotola di alluminio dove dentro erano delle frittelle dolci, originarie di lì, chiedendomi, in criolo, la loro lingua, se ne volessi comprare.

infatti tutte noi ne abbiamo mangiato, che erano assai buoni, facendo così felice la piccola venditrice ambulante.

ci ha raccontato, interrogata, che quei dolci vengono cucinati dal padrone dell'unico piccolo bar, che poi li affida, in cambio di un compenso davvero esiguo, ai bimbi del luogo perchè li vendano ai passanti ed ai turisti.

abbiamo poi comprato una bottiglia di acqua in un negozietto minuscolo che recava n altro, sopra la porta, dipina sul muro, la scritta: MERCERIA.

guardando dentro si poteva vedere un alto bancone di legno scuro, come non ne vedevo più da almeno cinquant'anni e qualche sscaafalatura di legno scuro anch'esse fossate ai muri e stracariche di ogni genede di merce..

davvero un tuffo nel passato, nei negozi della mia infanzia nei quali mi recavo per fare qualche piccola commissione alla mamma.

ci siamo trattenute làa ncora un po' conversando in qualche modo con loro e poi, issateci di nuvo sul nostro taxi-pulmino, ci siamo fatte riaccompagnare a casa..

.

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sab

13

apr

2013

IL LUNGO VIAGGIO DI ARI - SECONDA PARTE

 

SECONDA PARTE

 

In un attimo l'aeroplano si trovò sul mare.

Guardavo dall'oblò le coste che si allontanavano velocemente e il paesaggio che si allargava.

Pensavo: ecco che lascio la Sardegna come ho desiderato molto ma non è per tornare in Romagna, a casa.

Che stano, ora provo amore per queste acque che si stanno dileguando, per queste rocce rosse, per queste strette vallate punteggiate di olivi.

Provo tenerezza, quella che non avevo sentito mai.

Forse sarà che in ognuna di queste briciole di tera e di mare, in queste piccole insenature, in queste spiagge che sto lasciando, quasi sicuramente per sempre, è sepolto l'amore che ho vissuto, il dolore, i sorrisi, l'estasi, le grida, i silenzi. Sono perdute le lune al mattino che schiarivano nel sorgere del sole, sino a dileguarsi nello splendore stupito dell'alba. Le fronde dei pini che ondeggiavano al vento, sussurrando nelle mie notti insonni, dettandomi parole, colorando le mie assenze.

Ora tutto si allontanava, tutto si stemperava nel blu del mare Mediterraneo, nel quale il sole tramonta.

Io, pensavo, che sono nata sull'Adriatico, sul quale il sole sorge, sono figlia di entrambi: penisola, poi isola e finalmente scoglio. Scoglio sarò dove tutto sarà lasciato e nello stesso tempo, immortalato dalla perdita.

Così guardavo il blu cangiante dell'acqua nel riflesso del sole nascente, tra le nubi bianche di una freddissima mattina di febbraio, lasciare definitivamente le coste dell'isola sarda , esattamente come le sentissi sfilare via, strappate a forza, scucite dai lembi del mio cuore.

 

I sedili degli aeroplani mi vanno sempre stretti, corti, duri: sono scomodissimi.

Avevo il cuscino per la cervicale che attutiva un po' la difficoltà della posizione che dovevo assumere ma mentre i minuti passavano il disagio aumentava.

Era un combattimento all'ultimo sangue tra i miei muscoli e le mie ossa ed i miei pensieri: però non vi erano né vinti né vincitori, solo una lotta senza quartiere.

Poi arrivò la neve.

Un bianco abbagliante e di lassù le Prealpi e le Alpi sembravano le montagne di carta del presepe.

 

Avevo tirato fuori il cellulare e stavo scattando foto.

Per qualche caso del destino quell'oblò era pulitissimo, cosa che non mi era mai capitata di vedere e, riguardando gli scatti, mi accorsi che erano assai belli.

Pensai che li avrei postati sul mio sito e su FB e continuai a scattare.

La neve..........

 

Quanta neve avevo visto, fin dalla mia infanzia? Quanto mi ci ero rotolata, bagnandomi tutta, scivolandoci sopra, prendendola tra le mani per farne palle da tirare agli amici? Quante volte l'avevo guardata scendere con il naso schiacciato contro il vetro oppure fuori, anche nelle notti ravennati, quando uscivo in macchina da sola e vagavo lentamente in perfetta solitudine sulle strade coperte dalla morbida abbacinante coltre, mentre ogni albero, ogni cespuglio si trasformava in uno spettacolo unico e meraviglioso?

La neve sotto gli stivali, nei sentieri della pineta San Vitale, con gli alberi carichi fini a piegarsi a terra oppure a spaccarsi.

La neve stretta dal ghiaccio che diventava dura e merlettava con la galaverna ogni tenera fogliolina, ogni asperità del terreno, ogni superficie, ovunque.

La neve che fasciava altissime montagne, come quelle che erano in quel momento sotto di me, rivestendole come un sarto di gran moda, con i lustrini i lamè più belli, che avevano tutti i luccichii del bianco, dell'azzurro, del grigio, del rosa.

La neve che trasformava tetti e muri ed asfalto in qualcosa di nuovo, naturale, come se Madre Natura si riappropriasse di ciò che le era stato strappato dalla mano rapinatrice dell'uomo.

Scintillava al sole, quella neve, madre di tutte le nevi della mia vita. Ultima di tutte le nevi della mia vita..

 

Accidenti, quanti ultimi, quanti ultimi.

Estrassi la bottiglietta dell'acqua che era nel mio borsello e ne buttai giù un lungo sorso ma quella parola mi rimase impigliata tra i denti, incastrata come un boccone troppo grosso nell'esofago e non scese di nulla, mentre già le montagne sfilavano via, la neve aveva lasciato i campi che si stavano riempiendo di case, sempre più fitte, sino a diventare una città senza interruzione, a distesa, sotto..

Stavamo per arrivare: l'ora di volo era ormai terminata, gli assistenti controllavano già tra i passeggeri se le cinture fossero allacciate, l'aereo perdeva di quota, virava, frenava, si imballava, toccava il suolo, frenava più forte, sobbalzando, filava via liscio verso la tana dell'aeroporto, che lo accolse immobile e senza espressione.

 

Come il velivolo fu fermo tutti slacciarono freneticamente le loro cinture, si alzarono, indossarono soprabiti sciarpe, cappelli, presero le loro borse, i loro trolley e via, ad uscire, più in fretta possibile, verso un altro aereo, un treno, un taxi, un ufficio, una riunione, un incontro o chissà cos'altro

Mi chiesi quante storie dietro ognuno di quelle ignote e comuni facce che sfilavano via verso il portellone aperto senza lasciarmi che il ricordo di una sola massa semovente, bisbiglianteal personale di volo, che rispondeva con un sorriso di plastica: Buongiorno, Buongiorno...

Io li guardai eclissarsi, seduta tranquilla, tanto dovevo attendere che fossero scesi tutti poi, come una vecchia tartaruga rattrappita, mi alzai da quella scomodissima poltroncina, feci, appoggiandomi ai sedili, i pochi assi che mi separavano dal portellone e mi sedetti finalmente sulla mia sedia a rotelle, che l'elevatore aveva portato su, proprio per me.

Beh, decisamente meglio.. sospirai.. Ero sfinita e non era che l'inizio..

Questo pensiero un poco mi spaventò ma lo scacciai.

Già da un po' pensavo al mio micio, come sarebbe stato, come l'avrei trovato, se fosse stato terrorizzato, se avesse vomitato o fatto pipì. Non vedevo l'ora di controllare le sue condizioni. Estrassi il cellulare ed inviai un messaggio ai signori che lo avevano adottato e lo stavano aspettando.

' Stiamo arrivando! ' mi risposero ' Fatti accompagnare alla sala amica, veniamo a prenderti lì.'

 

Il gentile assistente mi chiese se avevo bagaglio da ritirare, io annuii:

' Eccome, 'gli dissi, ' tre valigie ed un gatto! Forse le conviene chiamare rinforzi! '

Infatti al girotondo delle valigie in arrivo un altro addetto già ci aspettava con un carrello.

Quando finalmente mi misero sulle ginocchia il trasportino del gatto e guardai dentro, incontrai gli occhi azzurri, un poco dilatati e stupiti, di Bainjo che immediatamente cercarono i miei, come emettendo un respiro di sollievo.

Infilai le dita tra le maglie dello sportellino e gli grattai la testa, che lui mi porse, cominciando subito a fare le fusa: era vivo, stava bene, né vomito, né pipì, né terrore né altro.. solo era tanto triste, lo sentivo, tanto triste, come me.

Dissi ai miei accompagnatori di portarmi alla saletta amica che alcuni amici sarebbero venuti lì a prendersi carico di me e quindi loro, solertemente mi spinsero lungo corridoi,sale ascensori, fino alla destinazione richiesta, chiacchierando amabilmente con me.

Linate era già in frenetico trasbordo di valigie, passeggeri, assistenti, piloti, donne delle pulizie eaddetti alle varie incombenze, in un frenetico via vai multicolore che mi fece girare un po' la testa. Mi sentivo i pensieri felpati scivolare dalle mie ruote a quel pavimento snello e veloce di linoleum. Non ero più abituata a tanta gente: sull'isola avevo vissuto una specie di ritiro burbero e silenzioso dove ben poche persone erano riuscite a varcare le strette maglie della mia chiusura.

E poi, la vita in Sardegna non era così caotica, a parte in Sassari nelle ore di punta, che io evitavo accuratamente e nelle quali mi ero trovata ben poche volte.

Per il resto avevo vissuto in paesini assai piccoli, quieti e la mia ultima casa era immersa in una pineta, in un residence praticamente deserto dieci mesi su dodici.

Tutta quella gente, quelle voci, gli altoparlanti, il profumo del caffè dai bar affollati, i display luminosi, i video.. beh, non c'ero davvero più abituata.

I micio miagolò un paio di volte, come per darmi conforto. Ero stanca. Sentivo il pianto salirmi in gola.

Un altro ultimo.. accidenti, accidenti.

 

Arrivammo alla sala amica, affidai i miei averi qualche minuto ai due uomini ed andai alla toilette per gli invalidi: grande pulita comoda, con tutto al proprio posto, persino profumata.

È sempre una grande soddisfazione trovare dei servizi così.

Poi mi ' appoggiarono ' in un angolo, in attesa dei miei amici e se ne andarono accompagnati dai miei ringraziamenti.

Misi di nuovo le dita attraverso lo sportello del trasportino e sfregai il muso del mio micio, gli accarezzai le orecchie, gli grattai sotto il collo, dove gli piaceva tanto. Lui si faceva fare, silenzioso.

Erano i nostri ultimi minuti, lo sapevamo entrambi. Che che ci potevamo fare?

In quella sala dalle poltrone di stoffa rivestite di rosso spento cercai di raggruppare tutte le carezze che non gli avrei più dato, il cibo che non gli avrei più porto, le ore di sonno che non avremmo più condiviso, io lui e Gine, sotto la stessa coperta, a farci caldo a vicenda nelle lunghe notti invernali.

Ricordi, Bainjo, gli dicevo senza parlare, le tue corse dietro Gine, nel giardino, tra i pini?

E le tue arrampicate sugli alberi fino lassù, lassù in alto, anche quando eri piccolino e poi miagolavi di paura e ci mettevi le ore per trovare il coraggio di scendere giù?

Ricordi quando Gine ti allattava, che tu avevi quattro mesi e lei, in gravidanza isterica dopo il suo primo calore, si fece venire il latte per te? E tu, che ti attaccavi come fosse la tua mamma, facendole la pasta con le zampine e le fusa che ti sentivo dall'altra stanza. Eri così piccino e latteo, da bimbo ed ora sei un bel gattone dal manto caramellato intensoe le punte quasi nere.. che bello che sei diventato!

Ma tu eri il ' suo ' gatto, io ti avevo cercato soprattutto perché percepivo che lei si sentiva sola. Un altro cane era troppo impegnativo, per mema un gattino sarebbe stato perfetto.

E così ti cercai e ti trovai, siamese come ti desideravo.

Ma appena arrivato ci facesti proprio un bel regalo, a me e a lei, che ci attaccasti il fungo del pelo e ci riempimmo di bolle, che sembravamo lebbrose entrambe, mentre tu eri perfetto dovunque!!

Siamo stati bene, noi tre, vero?

Sì,certo, poi sono arrivato gli altri gatti, tra cui Angelino, che si è aggiunto al lettone con noi, ma il nucleo eravamo sempre noi tre.

Sei stato un bravo micio, gli dicevo ancora, in silenzio, mentre frugavo tra il pelo morbido della sua nuca, cercando l'altro posticino che gli piaceva tanto, e mi dispiace se non ti ho dato più vizi, se non ti ho dato tutti i giorni il parmigiano o la mozzarella, che ti piacciono tanto, oppure il prosciutto.

Sai, io credevo che saremmo stati insieme per tutta la vita, la tua almeno, che a maggio compi due anni, e pensavo che avrei avuto tutto il tempo per riempirti di vizietti e riempirmi deltuo amore grande. Invece, mi sento una traditrice, a darti via così ma come potrei portarti in Africa, con me? Il viaggio lunghissimo, poi tre giorni in albergo prima di arrivare a casa e poi, a casa, come fare a farti abituare? Anche l'acqua, per te, potrebbe essere mortale, che non ci sei abituato. Come fare, come fare, che non so neppure io come farò, laggiù??

E allora vedrai, con questi due amici starai benissimo, che hanno una bella casa con giardino e gli alberi da scalare ed un cagnone buono da coccolare.. c'è anche un altro gattino siamese come te, più piccolo. Fai il bravo, con lui, mi raccomando, nonfar finta di essere cattivo cattivo, come facevi con Angelino, che gli soffiavi forte sul musetto, fingndodi picchiarlo, come fossi un prepotente, mentre invece lo so io e lo sa anche lui che tu sei un buon gattone! Vedi, anche Gine non è potuta venire con me, per gli stessi motivi tuoi, non ho fatto differenze, tra voi, la nostra famiglia si è smembrata, il caso, il destino o Dio, così ha voluto. D'altronde, anche se io non andassi in Africa, voi non sareste potuti venire con me, nella mia nuova destinazione, che in una struttura per anziani non accettano gattini né cagnolini.

Ed io, tu lo sai, tu l'hai sentito, sono ammalata, sono stanca e non ce la faccio più, a stare così sola, che lo so, se tu potessi, mi aiuteresti, lo so, perché mi hai sempre seguito dovunque andassi, se solo potevi, quando uscivo fuori con la carrozzella elettrica per il giardino o la pineta e tu venivi con me e Gine, mi correvi dietro proprio come lei e sei sempre stato ubbidientissimo, capendo ogni mio gesto, ogni mia parola.

Quindi, vedi, bambino mio, che la vita è fatta così, decide per noi, alle volte e non ci si può ribellare.

Sono sicura che starai bene, con loro, tu dagli il tempo di dimostrarti come sono bravi. Non ti mancherà mai nulla, io lo so, sono certa, né cibo, né calore, né cure né coccole. Non soffrire, quindi, non ti preoccupare, stai sereno......

Però, ti prego, non ti dimenticare mai di me che io non potrò mai dimenticarmi di te.

Ho avuto moltissimi gatti, nella mia vita, lo sai, eravate in dodici almeno, nella veranda di casa nostra. Li ricordo quasi tutti, direi, i gatti dai miei diciotto anni ma tu, tu sei davvero una creatura speciale. E ti voglio bene, un bene dell'anima. Non lo dimenticare mai.

 

E su quelle parole arrivarono. Gentili, affettuosi, cortesissimi.

Fecero tanto di meraviglie guardando il loro neo gatto attraverso il trasportino, che Bainjo è davvero bellissimo.

Po ci presero, ci fecero scorrere di nuovo tutto l'aeroporto, sempre più affollato e chiassoso, fino ai parcheggi, fuori: il tempo non era molto, si doveva essere in Malpensa almeno alle 10 e 30, che il mio aereo per Lisbona partiva poco dopo mezzogiorno ed il traffico, a quell'ora, a Milano, non era certo clemente. Caricarono tutto sulla loro auto, stipandola fino all'inverosimile e poi partimmo.

Mentre conversavo amabilmente con loro, scoprendo che erano perfetti come genitori adottivi per il mio micio tanto quanto lo sarebbero stati come amici miei, se avessimo avuto l'occasione di frequentarci, il mio sguardo rimase intrappolato nelle corsie soffocate della tangenziale milanese.

Quanto tempo che non entravo in una autostrada, che non scendevo in un autogrill! E pensare che per decenni erano stati la mia normalità, se non la quotidianità.

Come cambia la vita, - pensavo - e come ci cambia....

Mentre avrei voluto potermi fermare ancora e fare un giro di giostra in uno di quei bellissimi autogrill, per comprare un sacco di dolcetti e cioccolatini ed un giocattolo per i miei bambini piccoli, che aspettavano a casa il ritorno della mamma e della sorella maggiore dall'esposizione canina domenicale di turno.

Ma come cambia la vita, e ci cambia.. ed i bimbi erano cresciuti e non si ricordavano più dei dolcetti e dei giocattoli ma solo dei problemi.

Ed io andavo in Africa anche per quello.

 

Così si arrivò in Malpensa, si scaricò tutto e mi affidarono al solito addetto ai viaggiatori con handicap.

In fretta allora, un abbraccio, un bacio, ciao ciao, fai buon viaggio, grazi di tutto, datemi notizie, stai tranquilla che andrà tutto bene, certo sono serena, e anche tu dacci notizie al tuo arrivo, ciao ciao... e un ultimo sguardo al trasportino, di sfuggita, che non c'era più tempo, a quegli occhi azzurri stampati un'ultima volta dentro i miei.

Ciao Bainjo, amore, ciao....

 

CONTINUA

 


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sab

13

apr

2013

IL LUNGO VIAGGIO DI ARI

LA  CASETTA, IO, GINE E BAINJO: UN MONDO FINITO PER SEMPRE

 

il lungo viaggio di

 

ari

 

 

Alle due di notte ero ancora sveglia e, pronta e vestita per il viaggio, mi appoggiavo sfinita sul letto che recava gli evidenti segni della fine di un trasloco, per riposare un'ora, che alle tre la mia assistente sarebbe venuta a prendermi per accompagnarmi all'aeroporto.

26 febbraio 2013.

Fuori pioveva a dirotto ed io pensavo: come faremo a caricare tre valigie pesantissime, lo zainetto e la borsa con il pc, il trasportino con il gatto, il mio bastone a tre piedi e la mia sedia a rotelle?

E, con quel pensiero di preoccupazione posato su di una lunga serie di altre preoccupazioni scivolavo senza neppure accorgermene nel sonno, stremata da quasi un mese di ricovero ospedaliero nel quale l'avevo scampata per un pelo, gonfiata di cortisone ed antibiotici, e che era terminato appena dieci giorni prima, durante i quali avevo, in un delirio di cose da fare, inconvenienti e follie varie, fatto impacchettare tutta le mie cose, o quasi, compreso il mio letto elettrico ortopedico, l'avevo fatto recapitare alla mia destinazione con un trasporto aereo che era costato una cifra assurda, avevo cacciato nelle valigie ciò che ancora potevo caricare e ciò che avevo acquistato da portare là, dato che sull'isola tantissime cose non sarebbe stato poi più possibile trovare.

 

Mi assopivo stremata dagli addii di quell'ultimo giorno, durante il quale avevo ricevuto la visita di alcune delle persone più importanti e care della mia vita e da quelli telefonici di mia mia madre e mio fratello, che mi avevano salutato così, data la lontananza tra la Romagna e la Sardegna.

Mia madre aveva pianto, dicendomi con voce strozzata che sapeva benissimo che non ci saremmo più riviste ed io, mentre piangevo con lei, mi ero chiesta se avrei mai più rivisto, oltre lei, mio fratello, i miei figli, i nipoti e tutti gli altri parenti ed amici, la mia città, il mio mondo natale.

E la risposta che avevo trovato dentro era che probabilmente no, non avrei rivisto più nessuno, più nulla, che tornare indietro, per me, sarebbe stato quasi impossibile così come altrettanto per loro venire da me.

Ma per lei, ad 88 anni, era una certezza: il nostro era un addio vero.

Certo, ci saremmo sentite per telefono, anche viste su Skype ma un abbraccio non lo avremmo avuto mai più e l'ultimo datava il 3 giugno dell'anno precedente, quando mi ero recata là, dopo due anni e mezzo di assenza dalla mia terra, per presenziare al matrimonio della mia seconda figlia.

E a quel pensiero si era aperta una voragine di abbracci che non avrei mai più avuto, di volti che non avrei mai più accarezzato, compreso quello dei miei nipoti non ancora nati, i figli dei miei figli, che io non conoscerò mai.

 

E mi addormentavo stremata dall'aver cercato in ogni modo una nuova casa per almeno tre dei miei gattini e per averla trovata solo una, fortunatamente ottima, per il siamese, il mio adorato Bainjo.

Stremata dai pensieri di distacco da Gine, la mia cagnona di tre anni, che era rimasta da Ale, nell'impossibilità di farle affrontare un viaggio di 22 ore chiusa in un trasportino e nella stiva di vari aeroplani, che ne sarebbe di certo morta di paura.

Stremata dal silenzio assordante dei miei figli.

Stremata dal desiderio di andarmene dall'Italia, dove tutto mi era diventato maledettamente stretto e da cui lo spauracchio di trascorrere i restanti anni della mia vita in una struttura per anziani non autosufficienti di basso profilo assistenziale, mi aveva fatto fuggire senza indugio ed incertezza, accettando d'impulso l'invito della mia carissima amica Milli a raggiungerla in quella lontanissima sperduta isoletta e l'offerta della sua collaborazione nel gestire tutte le grandi e numerose problematiche della mia vita.

Milli che sapeva benissimo la pesantezza del fardello che si stava assumendo in cambio di una piccola ricompensa pratica, sotto forma di un modestissimo stipendio, Milli che mi aveva sostenuto durante i mesi passati con grande affetto ed intensità emotiva. Milli che mi aveva praticamente portato sulle spalle durante le giornate più difficili del mio ricovero, dandomi tutta la sua energia a distanza ed impedendomi di andarmene da questa valle di lacrime, aiutandomi a trovare un motivo per cui restare ancora qui e ricominciare a lottare.

 

Ma cosa fu un'ora di sonno quando neppure molte di più avrebbero potuto alleviare la mia stanchezza?

Nulla, meno di un battito di ciglia e il rumore della porta d'ingresso che si apriva accompagnata dalla voce di Maia che mi annunciava il suo arrivo, fu come il seguito del pensiero nel quale mi ero addormentata.

Eppure l'adrenalina era così tanta che mi trovai subito desta.

 

Per fortuna la pioggia torrenziale era cessata e Maia poté caricare tutto senza infradiciarsi.

Intanto io, abbracciato il mio gattone, lo coccolavo. Anche quello era un addio e lottai aspramente per non lasciarmi sopraffare dal pianto.

Ari, se cominci a piangere adesso, non ce la potrai fare! “ mi ammonii piuttosto bruscamente ad alta voce.

Così feci entrare delicatamente Bainjo nella sua gabbietta e lui si fece docilmente chiudere dentro, guardandomi con due occhi tristi e rassegnati, come avesse capito tutto, sapesse tutto.

Dal giorno del mio ritorno dall'ospedale, dal preciso esatto momento in cui, sentendo il rumore di gente in casa e forse captando la mia presenza, era entrato correndo in cucina e, vedendomi all'improvviso, aveva avuto una espressione di incredibilmente gioiosa sorpresa e si era come tuffato tra le mie braccia, salendomi in grembo, io seduta sulla mia sedia a rotelle, e cominciando a fare le fusa più sonore e felici che avessi mai udito, da quel momento non mi aveva mai lasciato che per pochi minuti, giusto un piccolo giretto attorno a casa, restandomi sempre accanto, addosso, abbracciato, quasi, spalmato contro di me sul letto, come ad assaporare fino in fondo tutto di quel poco che ci restava.

Misi qualche croccantino nel trasportino, che lui non degnò neppure di uno sguardo e continuai, infilando le mie dita tra le maglie dalla porticina, a grattargli la testona lucida e morbida, pelosa. I suoi occhi azzurrissimi erano fissi nei miei, senza accusa, solo come un accorato ultimo abbraccio.

 

Mentre Maia caricava le valigie mi guardai intorno: la piccola casetta che mi aveva ospitato negli ultimi tre anni era sconvolta dal disordine: lei ed Ale avrebbero messo tutto a posto il giorno seguente, consegnando le chiavi al proprietario.

I quadri erano stati tirati giù dalle pareti, in parte svenduti, in parte spediti verso la mia nuova casa.

Il caminetto era ovviamente spento e gli altri gattini si erano dileguati, infastiditi dal trambusto. Solo Angelino, accoccolato intimidito sul divano, accettò ancora un'ultima carezza, lui, che io avevo raccolto moribondo, piccolissimo di pochi giorni appena, caduto dal balcone del piano di sopra, e l'avevo salvato miracolosamente tenendomelo per due giorni e due notti sul mio petto, avvolto in un foulard di lana, alimentandolo goccia a goccia con il latte in polvere per i cuccioli. Si era fatto un bellissimo gattone bianco ed arancio, affettuoso ed un poco timido ma io non avevo trovato un'altra casa, per lui e dovevo lasciarlo lì.

 

Non restavano abbandonati a loro stessi, i dodici e più gatti che vivevano a casa mia e nella mia veranda, appartenenti ad una colonia felina esistente nel residence nel quale si trovava la mia casetta a schiera: una volontaria e la mia vicina di casa avrebbero continuato a dar loro cibo ed assistenza. Sei di loro io li avevo fatti sterilizzare ma, a parte i due maschi, gli altri erano piuttosto selvatici.

Quindi non sarebbero di certo morti di fame ma ovviamente, il mio divano, il mio letto, le mie carezze, quelle non le avrebbero mai più avute..

Un altro addio era quello, un addio multiplo da loro, dal luogo, dal mare, dei pini, dai gabbiani, dalle mie cose che non mi avrebbero seguito e dai ricordi ingombranti che rappresentavano il culmine appena concluso della mia esistenza.

Era un addio che faceva male, denso di speranze tradite, di affetti violati, di sangue, di lacrime, tante lacrime.

Eppure sembrava che tutto intorno a me mi si stringesse addosso e mi sussurrasse: “ Non andare via.....”

 

Così strappai, strappai tutto, schiantai quell'abbraccio che stringeva troppo ed uscii, spingendomi sulla carrozzella, dalla porta d'ingresso, dalla veranda, fino sul vialetto, chiamando Maia che mi aiutasse ad arrivare da lei.

Poi salii in macchina, lentamente, con fatica, come sempre, mentre lei caricava la carrozzella ed il trasportino nel bagagliaio e nell'abitacolo stracolmi.

Partimmo.

La notte era buia, nuvolosa, freddissima. La pioggia incipiente.

Infatti, mentre Maia guidava percorrendo i 40 chilometri circa che ci separavano dall'aeroporto di Alghero, tornò con veemenze, però a tratti.

Lei procedeva cautamente ma per strada non c'era proprio nessuno.

Intanto io le ricordavo le ultime cose, fissavo gli ultimi importanti particolari: lei si prenderà cura di spedirmi ogni mese i miei indispensabili medicinali, ritirerà il denaro della mia pensione recapitandomelo, gestirà ogni – spero - piccola problematica che dovesse sorgere durante la mia lunga, probabilmente definitiva assenza dall'Italia. Anche per lei un compito che esula il compenso, in cui mise, mette e metterà tutto il suo sincero affetto per me.

 

L'aeroporto, con le sue grandi piante di agave all'esterno ed i cartelloni pubblicizzanti i prodotti locali, era deserto. Solo un volo in partenza: il mio, per Linate.

Con difficoltà riuscimmo a raggiungere lo sportello del check in, perché per Maia spingere la mia carrozzella ed il carrello con le valigie risultava impossibile. Io cercai di spingermi da sola ma ero troppo stanca e le braccia mi si inchiodarono subito dall'indolenzimento. Così le dissidi spingere me mentre io afferravo saldamente il carrello con le mani ed, aiutandomi a tenerlo fermo con i piedi, lo mandavo avanti a mia volta.

Un curioso trenino un po' mesto ed un po' buffo, attraversò allora tutta la grande sala e raggiunse l'assistente di terra che stava aprendo lo sportello proprio in quel momento.

Disbrigate le scartoffie di turno, lei mise gli adesivi alle valigie, al bastone, al trasportino ed alla carrozzella, pesò il tutto e mi disse che c'erano trenta chili di extra peso.

Lo sapevo, le valigie le avevo pesate a casa ma spedire in un altro modo sarebbe stato più dispendioso e molto meno veloce: la tariffa che mi era stata indicata dal sito internet era stata di dieci ero a chilo ed io ero pronta a spendere quei trecento euro per due volte, cioè da Alghero a Linate e da Malpensa a Praia , che un'altra soluzione non l'avevo trovato. E poi, nonostante quello, a casa di Maia c'erano finite tre scatole con dentro cose meno indispensabili, con l'intenzione di spedirmele un po' alla volta nei mesi a venire.

Quindi a quel punto Maia mi accompagnò fino alla cassa dove però mi vennero chiesti solo 75 euro, invece di trecento..

Io accettai in silenzio quello sconto sulle mie previsioni, senza indagare se vi fosse un errore oppure la tariffa applicata fosse stata diversa: a volte la vita fa qualche regalo persino a me.

I costi per quel lungo viaggio erano stati ingentissimi e se mia madre non mi avesse finanziato interamente io non avrei mai potuto affrontarlo, dato che con la mia pensione di invalidità e l'accompagnamento, avendo un ingente affitto da pagare, arrivavo a malapena a fine mese.

E quella è una delle ragioni per cui ho deciso per l'espatrio, dato che sull'isola dove mi stavo recando, il denaro italiano aveva ancora un valore bastante a sopravvivere un po' meglio.

 

C'era tempo per andare al bar e fare colazione, c'era abbondante tempo, che eravamo in netto anticipo sulla tabella di marcia e quindi dissi a Maia di spingerci fino al bar che, naturalmente, si trovava dalla parte opposta dell'imbarco. Però, senza le valigie, tutto era più facile: lo zainetto era appeso dietro alle maniglie della carrozzella, la borsa con il pc ce l'avevo a tracolla ed il trasportino mi stava sulle ginocchia.

Al tavolino appoggiai tutto, per stare più comoda e poter sorbire la mia ultima colazione italiana. In quel momento pensai a quante quante tazze tazzine bicchieri brioche sandwich tramezzini avevo gustato negli anni passati ma, incredibilmente, quello era l'ultimo, proprio l'ultimo latte macchiato chiaro e con la schiuma, come piaceva a me, l'ultima frittella con la crema e lo zucchero semolato sopra.

Che strana parola, pensai, ' ultimo ', e di nuovo dovetti reprimere vigorosamente le lacrime.

Il latte era buono, non troppo caldo, corposo, la frittella assai fragrante. Guardavo Maia che sorbiva il suo cappuccino difronte a me e masticai, con i bocconi del dolce, anche ed ancora quella scomoda parola: ultimo.

 

Ma dopo poco si avvicinò la persona del servizio per gli invalidi e mi chiese se ero pronta, che mi avrebbe portato al controllo del metal detector e poi al gate per affrontare prima l'imbarco del mio micio e poi, a tempo debito, il mio.

Sempre, date le mie condizioni di ' trasporto eccezionale' dovevo essere in aeroporto almeno un'ora e mezza prima del volo, dato che ero, per necessità organizzative, la prima a salire e l'ultima a scendere.

Era giunto il momento di salutare Maia, che già mi stava guardando con gli occhi lucidi.

La abbracciai forte ma poi mi staccai, tirai via, che sentii le lacrime premere ancora troppo urgenti. Le diedi ancora del denaro per le prossime spese che avrebbe dovuto affrontare per me, dato che ne avevo risparmiato con l'extra peso, le chiesi di salutare per me tutti i nostri conoscenti comuni, la ringraziai di tutto quello che aveva fatto per me e, vedendo che lei pure era commossa, dissi al mio accompagnatore che ero pronta. Ancora un abbraccio e mi girai verso il corridoio lungo il quale l'uomo mi avrebbe spinto.

Sentii il suo sguardo seguirmi per qualche passo poi il ticchettio dei suoi passi mi disse che se ne stava andando, lei pure.

Non mi voltai, che anche quell'addio ero un macigno pesante.

 

Al controllo dei bagagli a mano, posi tutto nelle bacinelle di plastica e mi feci ' perquisire ' dalla assistente che, con i guanti di lattice, fece finta di controllare se avessi addosso armi o altro..

Passai, ringraziandola, oltre la barriera ma venni richiamata da uno degli steward che stavano controllando la videata del metal detector e che, con espressione seria che mi preoccupò, anche solo per un attimo, mi mostrò il mio coltellino serramanico svizzero, di quelli con tante lame e tanti piccoli utilissimi indispensabili attrezzi, come forbicine, pinze, cacciavite, apriscatole ed altro, chiedendomi se fosse mio.

Mi sentii arrossire, forse anche dal sollievo, che chissà che paura avevo, dato che non portavo nulla di illegale, con me ma si sa che, al confronto delle autorità tutti abbiamo come un timore atavico. Gli confermai che sì, il coltellino era mio e lui, finalmente sorrise, dicendomi che gli dispiaceva molto ma non avrei potuto portarlo con me. Mi chiede se avessi potuto consegnarlo a qualcuno ma ormai Maia era andata e quindi non mi restò che accettare che lui lo buttasse via con un gesto di maestosa noncuranza.

Avevo quel coltellino da almeno trent'anni, forse più e mi era stato prezioso compagno in tante occasioni. Mi dispiacque vederlo sparire nel grande cesto per i rifiuti ma ormai, in quei giorni, mi ero separata da così tanto della mia vita, tra persone ed oggetti, poiché tante altre cose che mi accompagnavano da tempo avevano trovato la via della loro estinzione, che chiusi anche su di esso la porta di un rimpianto che non potevo permettermi di provare.

Quindi mi vennero riconsegnati tutti i miei averi, gatto compreso e l'accompagnatore mi spinse fino ad una stanzetta che dava, tramite una porta di ferro, direttamente sul piazzale di manovra, nella quale un giovane mi chiese di consegnarli il trasportino con il gatto, che tenevo sulle ginocchia.

Glielo porsi e lui lo appoggiò su di un ripiano e chiuse la porta.

Mi chiese allora di aprire la gabbietta per fargli controllare se dentro, oltre al gatto ed al panno assorbente che avevo messo perché stesse più comodo ed asciutto, nel caso si fosse sentito poco bene, ci fosse stato qualcosa di illegale. Eseguii e lui, un po' preoccupato, si informo' se il mio micio fosse di indole buona. Io lo rassicurai ma il ragazzo mise molto cautamente le mani sotto il panno: evidentemente era stato morso o graffiato, in una qualche occasione precedente. Bainjo, però, non si scompose, restando serio a guardarmi, senza cambiare l'espressione dei suoi grandi e bellissimi occhi.

Terminata la veloce ispezione la gabbia fu richiusa ed io chiesi al giovane cosa sarebbe successo nel frattempo al micio, prima dell'imbarco nella stiva, dato che, sempre a causa del mio essere un trasporto eccezionale, lui non avrebbe potuto viaggiare in cabina con me.

Mi rispose che lo avrebbe tenuto al riparo il più possibile da correnti, visto il freddo intenso di quel mattino ed io lo ringrazia molto, raccomandandomi ancora. Feci un altro grattino tranquillizzante a Bainjo e lo lasciai al suo destino, al suo primo e, spero, ultimo viaggio in aeroplano, mentre di nuovo l'addetto mi accompagnò lungo una sala praticamente deserta, mi parcheggiò vicino al posto di controllo dei documenti prima per l'imbarco e, dicendomi che sarebbe tornato al momento prestabilito, se ne andò, lasciandomi sola.

Mancava quasi un'ora alla partenza.

 

L'attesa è uno strano animale: sa dilatarsi come fosse fatta di elastico, sa pizzicare come fosse foderata di spine, sa molestare come potesse parlare a sproposito. Sa essere tanto ingombrante da rendersi veramente insostenibile.

Ero stanchissima ma troppo agitata per avere sonno e per tirar fuori il mio pc, cercando qualcosa da fare, anche solo il solitario con le carte, per ingannare quel tempo melmoso che mi stava davanti.

 

Erano più di quattro anni e mezzo che vivevo in Sardegna: avevo creduto che ci avrei trascorso tutto quello che mi restava da vivere ma il mio destino mi stava sorprendendo di nuovo e questa volta di brutto.

Gli anni passati lì erano stati duri, durissimi: due tentativi drastici di suicidio che si erano risolti con altrettanti miracoli, la caduta dalla scala che mi aveva regalato un'infermità, quella sì che sarebbe durata fino all'ultimo mio giorno e, come ultimo terribile baluardo da superare, la dolorosissima quando intensa storia d'amore con una giovane fanciulla, figlia della grande isola che stavo lasciando.

Non mi era stato facile abituarmi agli usi e costumi sardi, anzi, non mi c'ero abitata mai, non avevo mai assimilato quel modo di vivere così diverso dal mio, che sono aperta e spontanea quanto loro sono chiusi e misurati. Due mondi paralleli, il mio e quello delle persone che avevo incontrato, che, a parte pochissime eccezioni, non si erano incontrati mai.

Avevo sofferto molto lì, decisamente ma anche avevo conosciuto una felicità che non credevo potesse esistere, amando.

E, proprio perché quella felicità mi era stata strappata ed il mio cuore ne era stato dilaniato, su quegli scogli si era infranta la speranza di poter stare ancora bene.

 

Quindi, mentre i minuti scorrevano con una irriducibile lentezza, tutto quello che avevo vissuto in quegli ultimi anni mi si parò davanti, raccontandosi senza parsimonia, fino a mostrarmi anche l'ultimo infinitesimale particolare.

E, immobile sulla mia sedia a rotelle, feci un viaggio di sola andata dai miei ricordi verso un futuro assai incognito ma dotato di qualche speranza.

 

Come Dio volle l'attesa si assottigliò fino ad esaurirsi e fui caricata sull'elevatore che mi alzò, percosso da un forte vento invernale, fino alla carlinga del velivolo, dove, aiutata dalle hostess, mi accomodai in un sedile della seconda fila, dalla parte del finestrino, mi allacciai le cinture di sicurezza, rollai con i motori ed il carrello per il decollo e mi staccai dal suolo della Sardegna, di certo, molto probabilmente per l'ultima volta.

L'aereo si slanciò verso l'alto ed io pensai:

E' fatta... “

Il viaggio verso l'isola di Maio, nell'arcipelago di Capo Verde, Oceano Atlantico, al largo delle coste centrali dell'Africa nera, era finalmente cominciato.

 

CONTINUA....

 

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ven

12

apr

2013

OCCHI DAL PASSATO - OCCHI RAPACI

OCCHI DAL PASSATO - 2013 diinto digitale
OCCHI DAL PASSATO - 2013 diinto digitale

 

OCCHI DAL PASSATO

 

Il tempo inghiotte

come rapace

la preda

che non ha scampo

 

Il ricordo resta

un sogno sfumato

come una goccia

di sangue

ormai secco

sul muro.

 

 

 

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gio

11

apr

2013

IL PRIMO BAGNO DI ETTA!!!

IL BAGNO!!!!!
IL BAGNO!!!!!

 

 

AIUTO, COSA MI FANNO!!!!!!

 

e siccome il suo colore non si distingueva più, che le parti bianche erano più scure di quelle colorate, finalmente oggi milli e la tata si sono armate di coraggio e, una la teneva e l'altra la lavava, .......

......et voilà!!!! etta ha fatto il suo primo bagnetto..

 

eccetto il primo immediato terrore e divincolamento nel sentire l'acqua su di sè, poi è stata brava, povera piccola..

le hanno dato una bella strofinata con lo shampoo alla seta che ho portato dall'italia.. apposito per cani naturalmente, lavandole bene bene anche le zampette ed il musetto, senza farle entrare l'acqua negli ochi e nelle orecchie..

e poi, di nuovo la doccia con l'acqua tiepida per il risciacquo.

l'acqua nella bacinella dopo il primo risciacquo forse non potete immaginare di che colore fosse!!

giusta per farci l'orto!

poi l'hanno asciugata parzialmente con un asciugamano e alla fine di tutto, come vedete dalle foto sotto, me l'hanno messa in braccio avvolta in un altro telo grande, per finire di asciugarsi bene...

 

allora un bel biscottino, tante coccole e carezze e alla fine sul letto a dormire, per riposare le fatiche e lo strapazzo..

anche se era un po' stranita ora dorme tranquilla e sparapanzata come sempre..

 

non vi è nulla di meglio di un cane pulito profumato e morbido sul letto, ve lo assicuro....

e quindi milli fa piani di bagni settimanali.. io ne sarei davvero felice e sono certa che etta alla fine converrà lei pure che il gioco vale la candela... che il biscotto era proprio buono!!!

 

 

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mer

10

apr

2013

ETTA DORME COME UNA BAMBINA...

ETTA DORME COME UNA BAMBINA..
ETTA DORME COME UNA BAMBINA..

 

CON LA TESTA APPOGGIATA SULLA MIA GAMBA..

ETTA DORME COME UNA BAMBINA

buongiorno a tutti, cari amici!!

oggi mi sento più serena..
avere le mie medicine mi ha tranquillizzato.
il fatto è che l'oppiaceo, oltre a togliermi il 70 per cento del dolore, mi calma e mi rasserena..

ma anche, purtroppo,  da dipendenza.. e neppure poca...
quindi, i giorni scorsi che sono stata senza, ho avuto una vera e propria crisi di astinenza..
ma ora sto meglio ed anche il mio umore è ovviamente migliorato..

invece la piccola cagnetta, per fortuna,  sta bene ed è cresciuta ma resta davvero di zampa corta ed è buffisisma..

continua a sembrare sempre di più un cartone animato..

 

è vivace ed esce dai cancellni del residence, nonostante la retina che avevamo messo attaccata ai legno, perchè questi hanno le sbarre larghe e lei ci passa attraverso, noi vi abbiamo fissato dela rete per zanzariere ma etta ha imparato a staccarla e quindi ad evadere..

però non si allontana più, come i primi giorni..

si diverte solo a correre dietro a quel galletto che sempre mi sveglia a tutte le ore..

magari uno di questi giorni lo acchiappa!!

è fortissimo vederli, tutte e due ' zampe corte ', che lui è uno di quelli che in italia si chiamamno ' filippini '., ma pieni di orgoglio e di prestanza,

lui davanti, tutto impettito e fiero, che fugge a tutta velocità starnazzando il suo sdegno e lei di dietro, che gli abbaia contro con tutto il suo impegno, come fosse l'ultima cosa che potesse fare!!!

 

e poi... ancora..... non sa salire sul letto, la piccola etta ed allora io la tiro su e lei, prima di addormentarsi come da foto, mordicchia la mia mano ed i suoi giochini..

la paletta per le mosche, quella verde fosforescente, è il suo preferito e ci si scatena in lotte furibonde, digrignando e ringhiando, facendola saltare per aria e riacchiappandola, tanto che la poveretta è tutta modicchiata ed ormai non assomiglia quasi più al suo originale aspetto..

l'altro giorno le era caduta dal letto ed allora, delusa ed irritata, la piccola peste si è affacciata dal bordo e le ha abbaiato contro due o tre volte, indignata dalla sua fuga e come per dirle, ordinarle, intimarle, alla paletta, di tornare su...

ma dato che questa, su, ovviamente non è tornata, lei è scesa, l'ha acchiappata tra i denti, ha fatto il giro del letto, dato che era caduta dalla parte opposta a me, ed è tornata da me per farsi issare di nuovo sul letto, tenendo la sua preda forte e senza mollarla un attimo..

è stata una scena buffissima...

 

ma anche vederla scavare, che ormai ha arato tutto il giardino, e lottare contro tutto quello che trova, inseguire le cavallette, che sono ancora discretamente abbondanti  e mangiarsele con evidente soddisfazione, quando le cattura.

oppure le formiche, che però la pungono e lei allora le sputa e le riacchiappa con un modo davvero particolare, muovendo le labbra come se le bruciassero... ma non demorde, la grande cacciatrice, ed alla fine la preda è sua!!!

 

ma anche ha insegnato a scavare a tetè, che non lo faceva.

gli ha mostrato come farsi la cuccia nella terra, come fa lei, ed a cercare rifugio dal caldo, da brava cagnolina di strada qual'era, randagietta sperduta che ha dovuto imparare presto i trucchi della sopravvivenza.

che li avesse nei geni o glieli abbia insegnati la madre, lei ora li passa a tetè, che forse in strada non c'è mai stato e lui, ora, sempre se ne sta nella sua buca che etta gli ha scavato e che lui ha sistemato per sè, davanti a casa mia...

 

e quindi sul mio letto c'è sempre sabbia e terra...

 

ma è così dolce vedere la mia piccola guerriera che, dopo aver scorrazzato per ogni dove, stanca alfine, viene qui a cercare rifugio, coccole e la nanna, appoggiata a me...

 

è tenerezza allo stato pure.. amore.. bellezza..

e sono certa che dio sorrida...

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mar

09

apr

2013

PRANZO IN RIVA AL MARE DI MAIO..

DONDOLARSI SULL'OCEANO...
DONDOLARSI SULL'OCEANO...
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dom

07

apr

2013

DISSOLUZIONI

DISSOLUZIONI: EMOZIONI RADIALI - dipinto digitale 2013
DISSOLUZIONI: EMOZIONI RADIALI - dipinto digitale 2013

 

DISSOLUZIONI

 

UNA SERIE DI DIPINTI DIGITALI

il primo ha dato vita agli altri, con l'apposizione di filtri ma anche il primo è stato creato apponendo filtri ad un mio piccolo disegno astratto.

non vi è un pensiero alla base di questo.

 

solo la piccola riflessione che ognuno di noi lotta nel proprio dolore.

e chiede un aiuto che nessuno può dargli.

 

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ven

05

apr

2013

ATLANTICO

ATLANTICO - 2013 olio su legno 40 X 70
ATLANTICO - 2013 olio su legno 40 X 70

 

 ATLANTICO

 

Esercito

indenne

la nobile arte

della tristezza

 

Nulla è

di malvagio

in una lacrima

 

La felicità

fu ladra

 

Triste

è l'occhio

sincero

onda d'Atlantico

che batte

alle rive

di isolati pensieri

 

Sommerge

la lunare marea

di pianto

il cuore

bacile

di scoglio

e madreperla.

 

 

come ho scritto altrove, il bagaglio che ci portiamo sempre dietro e che non possiamo mai lasciare è: noi stessi..
e così, qui in quest'isola, ho portato con me i miei mali, le mie grandi limitazioni, i miei tristi ricordi, le assenza di chi invece dovrebbe, sarebbe giusto fosse al mio fianco..
non desidero raccontare i particolari ma li conoscete..
sapete la mia condizione fisica e quella famigliare.
la solitudine del mio cuore.
sì, certo, qui ho la carissima milli che si prende cura di me e mi fa compagnia.
ciò ha migliorato molto la mia vita ma le tristezze restano.
la fatica non viene solo dal passato, ma il presente, ad ogni ora, è fatto di dolore e limitazioni, di sforzi e di mancanze.
posso non essere disperata, posso affidarmi a dio ma essere felice mi è impossibile.
solo un santo sarebbe felice nel dolore che martella ma io non sono santa..
il massimo che mi riesce è sopportare con serena rassegnazione..
ma la triste malinconia è nelle mie fibre, anche nei miei sorrisi.

vi abbraccio ♥

 

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