IL LUNGO VIAGGIO DI ARI - QUARTA PARTE

IL VOLO PERFETTO - 2011 olio su tela 13 x 18
IL VOLO PERFETTO - 2011 olio su tela 13 x 18

 

 

QUARTA PARTE

 

Ma è l'ora di pranzo, anche lassù nei cieli e, siccome il biglietto aereo costava una cifra discreta e la compagnia di volo non era la famosa low cost, che paghi meno il biglietto ma poi, anche se respiri, tutto il resto ti presenta il conto, vidi che il personale di bordo stava armeggiando attorno ai loro carrelli, tanto che, dopo poco giunsero anche da me e mi porsero un vassoietto caldo, chiedendomi cosa avessi desiderato da bere.

Mi feci dare allora dell'acqua naturale fresca, che avevo la gola riarsa come fossi stata nel deserto, nonostante la temperatura fosse stata assai fredda fino ad allora e, mentre me la servivano, aprii il tavolino pieghevole che era fissato al sedile davanti a me.

A quel punto mi accorsi che avevo fame, che l'ultima colazione all'italiana di diverse ore prima si era abbondantemente eclissata dal mio stomaco che, al profumo del cibo, aveva rialzato la testa e preso a brontolare.

Chissà cosa c'era, in quel vassoietto, mi chiesi, mentre lo aprivo e, con sorpresa, vidi che la parte più grande era occupata da qualcosa che assomigliava ad una lasagna mentre nella media vi era come una specie di spezzatino con patate e nella più piccola qualcosa che sembrava una crema catalana o similia.

Sempre più affamata attaccai allora le lasagne, che erano PROPRIO lasagne, con la pasta, la besciamella ma al posto del ragù c'erano delle verdure, cosa che mi andava ancora meglio. Quindi ne tagliai con la forchettina che, incredibilmente, era di metallo, generosi bocconi che mi si sciolsero, saporiti ma delicati, in bocca. Era grato quel cibo su tutta quella montagna di pensieri e di dolore, era come una zattera alla quale aggrapparsi e dimenticare, almeno finché reggeva alla furia delle onde, le ondate stesse che, pure, continuavano a scuoterla.

Così decisi di fare uno strappo al mio vegetarianesimo per scelta filosofica e mangiai anche lo spezzatino, che era tenero e saporito, con le patate ben cotte e piuttosto gradevoli. Pensai che fosse un cibo assai buono per essere un menù di un volo di linea ed ancor di più lo feci quando assaggiai quella crema che catalana non era ma un budino di riso dolce e con la cannella. Tanta cannella, che a me piace moltissimo.

E poi mangiai anche il panino con il burro salato, che mi piace assai meno ma lo mangiai, perché io, quando sono triste e soffro, mangio e ingrasso, che tutto si ferma, in me, il metabolismo, l'intestino, la diuresi e tutto quanto, tutto ma non l'appetito, che è un buco nero che non si riempie mai.

E non è il mio stomaco, dato che quello, prima o poi si riempie, anzi, tanto si riempie, che ogni volta poi sta male; no, non è il mio stomaco ma la fame. Fame di tutto quello che non ho, non ho mai auto o mi hanno portato via. Fame di tutto quello che desidero e sogno, fame di tutto quello che ricordo.

Quello è il mio buco nero e, dato che non ho null'altro da buttarci dentro, ci verso cibo, cibo e cibo, agli orari più impensati, soprattutto, quando si dovrebbe dormire e non si dorme che un'ora o due o tre per notte.

E questo succede da quando sono bambina, adolescente, tanto che ora sono obesa ed ho fatto tante diete, ma tante, tanti sacrifici, di tutti i generi e tipi ma ogni volta poi, cessato il regine di dieta, ingrasso e riprendo sempre tutto ciò che avevo perduto, con gli interessi.

Così, da tanti anni ormai, mi sono arresa e lascio che la mia follia decida se devo mangiare o meno, e mangio quando questa lo richiede e digiuno, perché tanto spesso lo faccio, quando la follia lo desidera.

Tanto io non ho più le forze di combattere tutto questo, che il mio vaso è colmo, troppo colmo, sempre colmo e basta nulla, davvero un nonnulla per farlo straripare.

 

Così spazzolai tutto quando, finanche vuotando perfettamente gli scatolini da forno a microonde persino negli angoli e raccogliendo pure le briciole, bevvi la bottiglietta d'acqua e, al posto del caffè che mi fu offerto, chiesi ed ottenni un bicchiere di tea caldo, sorseggiando anche quello mentre il personale passava a raccogliere e separare in maniera scientifica i vuoti, gli scarti di cibo e le posatine di metallo da lavare e riutilizzare insieme con i vassoietti, trovandomi poi, sazia, molto sazia e davvero stanchissima.

Quindi mi sistemai di nuovo il meglio possibile, aiutata dal mio cuscino per la cervicale e cercai di addormentarmi, chiudendo gli occhi, pensando che tanto, lo sapevo, non mi sarei addormentata assolutamente.

E invece mi addormentai davvero, anche se di un sonno che non sembrava sonno, come quando si sogna di non dormire, eppure mi addormentai, che il mio corpo sfinito, avuto il sopravvento sulla malefica adrenalina, - che io ne devo avere una produzione industriale e pure continuativa, - chiese ed ottenne dalla mia mente impazzita uno stop, staccò la spina, almeno in parte e crollò.

Perché quando mi svegliai era passata più di un'ora e il display che sporgeva dalle cappelliere due sedili più avanti, mi mostrava che il nostro aeroplano aveva già fatto tutta quella strada e si trovava non lontano da Lisbona, con un tempo rimanente di 20 minuti.

 

Mi ci volle un po', prima di riacquistare il dominio su di me fuori dal sonno, perché, lasciato andare, tutto quanto ci si rituffava dentro ma poi, alla fine mi destai definitivamente e sollevai lo sportellino dell'oblò, per guardare fuori, per vedere cosa fosse successo al mio mondo, nel frattempo.

Ed avevo caldo, molto caldo.

Fuori il cielo era azzurrissimo con grandi nubi bianche e fioccose che ci scivolavano a fianco, alcune toccandoci le ali, come volessero darci il cinque, mentre sotto si apriva uno spettacolo bellissimo.

Nella mia grande ignoranza geografica io non sapevo, o avevo dimenticato, che Lisbona è una specie di Venezia, con il suo Canal Grande e la sua immensa rete di canali secondari.

Solo che quello che vedevo, sotto di me e lontanissimo, era assai più grande e vasto: da un mare che lambiva spiagge bianchissime orlate di spume ancora più bianche, entrava nella città un largo fiume, oppure era il contrario, era un vasto fiume che si gettava nel mare, ma da lassù, che differenza c'era?

Non che la forma fosse quella di un delta e chissà come stavano veramente le cose, eppure, la sensazione che io provai fu che fosse il mare ad entrare nella città in modo prepotente e maestoso, a percorrerla con tutta una serie di dita d'acqua che sembravano andare a frugare in tutti gli angoli possibili, tanto che, a sento, mi pareva che le case riuscissero a non buttarvisi dentro.

E si vedevano ponti, di ogni foggia e misura e imbarcazioni solcavano le acque ma era come se il mare fosse lì lì per riprendersi tutto, fosse solo per una sua gentile concessione che, in un attimo, tutto tornasse di nuovo ad essere acqua e scogli, come chiaramente si vedeva subito fuori dell'imbocco del porto, sulla mia sinistra, che c'erano grandi scogli battuti dalle onde biancheggianti.

A quel punto, mentre guardavo meravigliata tutto ciò e pensavo di estrarre il cellulare per prendere qualche altra foto, pur se l'oblò era tutto schizzato di gocce di pioggia asciugatesi al vento della velocità, l'aereo cominciò a ballare vivacemente, dando via di coda e d'ala con notevole entusiasmo.

Accidenti, pensai, questa è una polca! O forse un flamenco, che magari lo ballano meglio, da queste parti.....

Il fatto era che il vento del mare, scendendo l'aereo di quota per atterrare, la faceva da padrone e il velivolo non era che un aeroplanino di balsa nelle mani di un bimbo che lo gettasse nell'aria e lo riacchiappasse per lanciarlo ancora, quando fosse atterrato.

 

Non avevo paura, nessuna.

Sono totalmente fatalista e poi, da quanto tempo invoco la morte? Se proprio quel giorno aveva scelto il vento dell'oceano per prendermi con sé, fosse la benvenuta.

Ma quasi nessuno degli altri passeggeri che potevo vedere dal mio posto, mostrò di essere preoccupato e pure il personale di bordo era del tutto tranquillo.

Ciò mi fece capire che questo era più che normale e che neppure quella volte Madama Morte sarebbe passata a ritirarmi.

Quindi restai tranquilla, a godermi la giostra e mi dimenticai delle foto.

 

L'aereo diede d'ala e scese, scese, mentre la voce dell'altoparlante ci ammoniva in diverse lingue di cui io non ne afferravo nessuna, neppure l'inglese, che si vedeva fosse pronunciato molto a modo loro, con tutta una serie di comandi e divieti che comunque, ormai li sapevo a memoria: allacciare le cinture, stare seduti, spegnere gli apparecchi elettronici e bla bla...

Davvero, dopo qualche volo diventa tutto incredibilmente ritrito, come il sobbalzo sulla pista, la frenata, l'uscita di tutti i passeggeri, in fretta in fretta, mentre io sto lì come una scema, a guardarli, uno per uno, cercando magari di immaginare cosa è venuto a fare, ognuno di loro, quel giorno a Lisbona, sull'aereo con me.

Ma, appena arrivò finalmente il mio turno di mettere le stanche ossa fuori dal portellone, dopo aver salutato il sorriso preconfezionato della hostess e ringraziato il comandante che aveva, devo dire con grande maestria, cavalcato il vento e quindi era lì, per prendersi i complimenti, da vero vanesio come sono tutti loro, una novità mi apparve, che mi ero dimenticata che la mia sedia a rotelle non faceva scalo, a Lisbona, restava nella stiva e quindi io dovevo aspettare la coincidenza per Praia su quella specie di ferrovecchio del giurassico che mi stava davanti, che non aveva neppure le ruote grandi ma quelle piccoline, in modo che, se nessuno mi avesse spinto, io non potevo muovere neppure un passo.

Ed era pure stretta.

 

Accidenti, pensavo mentre il sorridente ragazzo di colore mi spingeva vigorosamente per il corridoio che portava non so dove.. accidenti, speriamo che la sala d'attesa per i portatori di handicap sia comoda ed abbia almeno una poltrona reclinabile, che sono stanchissima e tutta un dolore e fuori dalla grazia di dio, nonostante abbia preso già una doppia dose di oppiacei.

E quindi mi rivolgo a lui che, per fortuna, scopro, parla inglese e gli chiedo lumi sulla mia sorte.

Ma il ragazzo, un po' contrito, mi dice che a Lisbona, un grande aeroporto internazionale, tutto bello e luminoso e pulito e lustro e multicolore, come io sto già vedendo, NON HANNO UNA SALETTA D'ATTESA PER I PORTATORI DI HANDICAP....

E dove mi metti? Gli chiedo in un inglese terrorizzato.

La porto nella sala di un fast food, dove c'è un tavolino e la vengo a prendere per il check – in, stasera alle 19,30...

Alla faccia....

 

Controllo il display del cellulare per vedere se mi ero sbagliata ma no, che non mi ero sbagliata che anche avevo tirato indietro l'orologio di un'ora, per il fuso orario e quindi erano poco più delle 13.

Sei ore d'attesa al tavolino di un fast food su quel coso micidiale sul quale ero seduta, che già mi stava spaccando la colonna vertebrale. E dovevo anche andare in bagno e avevo un gran caldo che in Italia c'erano di certo 10 gradi di meno.

Uffa.....

 

Allora chiedo al mio portantino se può spingermi fino ad un servizio adatto ed aspettarmi, per poi accompagnarmi alla mia destinazione.

Naturalmente, lui accondiscende ed esegue.

In bagno, per fortuna anch'esso pulito come quello di Milano, faccio tutte le mie cose e mi tolgo una maglia di lana a maniche lunghe, nera, che avevo sotto lo smanicato di pile: mi ero vestita così a posta pensando di alleggerirmi a metà viaggio, perché lo sapevo che ad attendermi, oltre a Mili, ci sarebbe stata una temperatura assai più alta.

E poiché non avevo un posto neppure piccolo piccolo, che il mio bagaglio a mano era stipato come mai in vita mia, dato che inoltre, non avrei avuto di certo il modo di indossarla ancora presto, quella maglia, con uno sguardo un po' mesto ed un ringraziamento per il lungo e fedele servizio, la gettai in un cestino.

A mali estremi, estremi rimedi.

Quindi uscii e me ne tornai sulla tortura a rotelle, che mi aspettava un po' sogghignando fuori, nell'antibagno, che tanto, se anche mi fossi fatta spingere dentro con quella, avrei dovuto comunque condurla da dietro lo stesso. Una vera tragedia.

Non m restava altro, allora, di farmi spingere a questo tavolino e di accettare il mio destino: sei ore di attesa a quel modo.

E così feci.

 

Il fast food era quanto più anonimo e standardizzato che io avessi mai visto, della serie: visto uno, visti tutti ed io non avevo neppure fame ma solo sete. Chiedo allora al ragazzo se, prima di andarsene mi fosse andato a comprare una bottiglia d'acqua, frizzante, questa volta, che magari mi avrebbe aiutato un po' a digerire, perché il pranzo dell'aereo è proprio tutto tutto fermo lì e lui ci va e io gli lascio la mancia e lui sorride e poi mi dice che mi viene a prendere alle 19,30, mi saluta e se ne va, voltandomi le spalle.

Mi guardo intorno: al tavolino accanto un uomo in giacca e cravatta mangia un panino e delle patatine, bevendo una coca, il classico scempio di ogni fast food che si rispetti.

Di fronte due donne stanno armeggiando con delle insalate, almeno così mi sembrano.

Per il resto: gente che va, gente che viene, il solito brusio, il solito daffare di tutti che hanno la loro idea in testa e la seguono, senza curarsi di me, ovviamente.

 

Appoggio la borsa con il pc sulla sedia accanto e penso di aprirlo e di posarlo sul tavolino per giocare un po' con le mie palline, o scrivere o che ne so ma il fatto è che la mia pila non regge più la carica e, se non è attaccata alla corrente, dopo pochi minuti mi mette tutto in stand by e buonanotte. Quindi guardo malinconicamente la borsa chiusa, sapendo che tale rimarrà e di nuovo volgo lo sguardo in giro, per cercare ispirazione.

Ma quale ispirazione posso trovare lì, di fronte a sei ore di attesa che in quel momento, con quella stanchezza addosso, con quel male dovunque, sembrano insormontabili?

L'unica cosa a cui riesco a pensare è stendere le gambe, allungarmi un po', che sono seduta dalle tre della notte e non ce la faccio più.

Però, guardando meglio, in fondo ad un corridoio sulla mia destra, lungo una quindicina di passi, c'era una vetrata satinata con scritto sopra a lettere dorate: LOUNGE e qualcos'altro, che non ricordo più.

 

Mi si illumina la speranza. Se è un lounge, se non ricordo male, allora dovrebbe essere un ristorante di classe e magari hanno delle poltrone imbottite ed io, penso, posso ordinare un pranzo ed anche non mangiarlo ma chiedere di potermi accomodare su quelle poltrone che già mi figuravo di velluto bordeaux e comode e morbide...

Così, senza por tempo in mezzo, metto la borsa nera a tracolla, mi alzo, afferro il rottame giurassico semovente e mi avvio per quelli che saranno i quindici passi più lunghi e faticosi della mia vita.

Quindi arrivo non so come alla porta di vetro satinato, la spingo ed entro in una grande sala brulicante di gente e di brusii e mi trovo davanti ad un bancone da reception con due hostess in divisa verde e rossa, come tutti quelli dell'aeroporto.

Allora mi avvicino a loro e, attirando subito ovviamente, la loro attenzione, mi risiedo, sfinita, sul catorcio a rotelle e chiedo se posso spiegare il mio problema e in inglese, che non afferro una sola parola di portoghese.

Certo che parlano l'inglese e ci mancherebbe e molto meglio di me!! E sono tutt'orecchi che si vede che il mio ansimare, il mio pallore, il mio viso segnato le mette in allarme; si vede che pensano, ed anche se lo fanno in portoghese lo capisco lo stesso: questa ci muore qui......

Così spiego loro la mia odissea e che sono stanchissima e che ho il check – in alle 19,30 ma che il mio aereo arriverà solo alle 24,03 e che sono sfinita e che ho ASSOLUTAMENTE bisogno di distendermi, almeno in parte, almeno su di una poltrona più comoda e che, se ce n'è una lì, sono disposta di acquistare un pasto, per potermene avvalere.

Altrimenti, suggerisco, se possono farmi portare in infermeria, che di certo un'infermeria ce l'avranno, in quel cavolo di aeroporto così lucente ed incivile, che non ha una sala d'attesa per portatori di handicap.

A questo racconto, fatto un po' con parole azzeccate, altre semi inventate, un altro po' a gesti ed espressioni del viso, che però loro capiscono perfettamente, ecco che entrambe si lanciano a dirmi che sì, ho ragione, che è una vergogna che non ci sia una saletta apposita e che sono davvero mortificate e che mi chiedono scusa ma lì, nel ristorante, - che ci avevo preso, era proprio un ristorante di lusso, - non c'erano però poltrone adatte alla mia bisogna e quindi avrebbero chiamato l'infermeria, date le mie evidenti condizioni di affaticamento.

Quindi, dopo avermi chiesto passaporto e carta di imbarco, una delle due esce da dietro il bancone e mi sposta un po' più in là, per permettere l'afflusso notevole dei clienti ' normali ' ed entrambe cominciano, alternando al prendersi cura delle necessità e richieste dei diversi uomini d'affari che in giacca e cravatta si apprestano a quella reception, a fare tutta una serie di telefonate, guardandomi ogni tanto di sottecchi, come per controllare il mio stato.

Io, cessato finalmente il fiatone dopo diversi minuti, mi sento invadere da un sonno inarrestabile e mi accorgo che dormo, svegliandomi a più riprese, sotto gli occhi un po' stupiti degli avventori, ma dormo, sentendo i rumori, le parole, riuscendo persino a capire qualcosa di quei discorsi: una valigia da lasciare nell'apposito spazio per due ore, un ritardo, un tavolo per quattro domani alla tal ora ma dormo. Eccome, se dormo.

 

Così non so quanto tempo passi ma a me sembrò un'infinità, sempre riscossa e poi riacchiappata dalla mia micidiale stanchezza, che ecco che finalmente arrivarono due donne ed un uomo con le divise recanti in evidenza la croce rossa, portando con loro una valigetta di pronto soccorso.

Vengono verso di me a passo di marcia, che una delle due donne, quella che porta la valigetta, è una fatalona con una cascata foltissima di capelli rosso fiamma e la divisa mimetica e gli anfibi e una modo di fare militare che mi fa pensare appartenga alla famiglia a cui appartengo io...

Pur nel mio dormiveglia non riesco a non notare la bellissima donna, con la capigliatura squillante e il seno prorompente che sforza i bottoni della camicetta. Come si dice?

Il lupo perde il pelo ma non il vizio.........

Fatto sta che, comunque, nonostante i miei pensieri, diciamo così, trasversali, mi viene detto con il viso smorto e contrito, dalla più preoccupata delle due hostess, dopo che ha confabulato alquanto con i tre, che non è possibile per loro ricoverarmi in infermeria per farmi riposare su di una lettiga come io avevo chiesto, perché è necessaria una visita medica con accertamento di uno stato di gravità improvvisa e che quindi il mio caso non era contemplato.

Perciò , dopo avermi guardato con aria di dispiacere e commiserazione, tutte e tre i rosso crociati, compresa la prorompente fiamma, girano i tacchi e se ne vanno, lasciandomi lì, tra il bancone e l'alto palmizio in vaso, forse un banano, quasi ormai diventata un tutt'uno, modello soprammobile.

 

Ma la hostess più preoccupata, che ormai aveva deciso in cuor suo di risolvere il mio problema, mi chiede di portare pazienza ancora un poco e si attacca di nuovo al telefono, parlando fitto fitto in portoghese con un ignoto interlocutore.

Quando mette giù la cornetta ha lo sguardo molto più vivo e sollevato e mi dice che sta per arrivare un responsabile della mia compagnia aerea, che si è già preso carico del mio problema e verrà con una soluzione.

Quindi, con un sorriso di sollievo, si accomiata da me e ricomincia a rispondere ai clienti che man mano continuano ad arrivare al suo bancone.

 

Passano forse una ventina di minuti ed io dormo, continuo a dormire, che non riesco a tenere gli occhi aperti, sotto lo sguardo un bel po' stupito di chi mi passa accanto.

Finalmente ecco il responsabile della TAP che arriva alla reception, scambia diverse parole in portoghese con la hostess, che gli rivolge un sorriso smagliante, si fa consegnare la mia carta d'imbarco e il mio passaporto e poi, dopo averla salutata con un sorriso altrettanto smagliante, si dirige verso di me, tendendomi la mano.

Io cerco di scuotermi, di svegliarmi ma ci riesco solo in parte e glielo dico, gli chiedo scusa, gli spiego che sono così stanca che dormo parlando o parlo dormendo, come preferisce e ribadisco che trovo molto strano che non ci sia una saletta apposita e che non ce la faccio più ma proprio più.

Ma sfondo una porta aperta perché l'uomo, un giovane alto con la carnagione ambrata ed i capelli neri, ricciolini ma non crespi come le persone di colore, con un viso ed un corpo da fotomodello ed un sorriso maliardo, aveva già pronto in mano per me un foglietto nel quale era scritto che la sua compagnia avrebbe pagato una corsa in taxi fino ad un albergo, a pochi minuti da lì, una camera per il tempo necessario e il taxi per il ritorno in aeroporto, chiedendomi se mi fosse potuta andare bene la soluzione, ribadendo che io non avrei dovuto pagare proprio neppure un centesimo.

 

E certo che mi andava bene la soluzione, davvero non avevo neppure pensato nelle mie più rosee aspettative ad una cosa così, quindi sì, accettavo e lo ringraziavo con tutto il cuore.

Viene allora chiamato il portantino che arriva celerissimo proprio mentre il giovane adone aeroportuale si accomiata da me sorridendo a 18 carati, e mi prende e mi spinge, velocissimo, per corridoi sale e saloni cambiando persino di piano e mi porta all'uscita della grande struttura internazionale, lungo la fila delle auto pubbliche parcheggiate, fino a quello di testa a cui tocca il prossimo cliente, gli spiega tutto, mi aiuta a salire e se ne va, portandosi dietro il feroce carrello a rotelle che mi aveva ospitato fino a quel momento.

Il tassista, allora, parte a razzo e guida in silenzio per quella decina di minuti che ci separano dall'hotel di cui aveva ricevuto l'indirizzo.

 

Guardo fuori dal finestrino, cercando di vedere più Lisbona possibile, che chissà se ci sarei tornata mai, e la cosa che mi colpisce di più è l'ampiezza delle strade, davvero notevole, rispetto a quelle italiane ed europee a cui ero abituata io.

Per il resto, grandi palazzi ben tenuti, verde, alti alberi, palmizi: una bella città ed un traffico notevole ma non peggio di quello di Milano o Roma, per non parlare di Napoli.

Si arriva così all'ingresso dell'albergo e già si comincia male, che c'è un'ampia scalinata prima della porta d'ingresso, con quattro larghi scalini.

Il portiere, un vecchietto in livrea rossa e verde, piccolo e piuttosto rinsecchito, che era stato avvertito, mi viene incontro per cercare di aiutarmi ed anche il tassista esce fuori dal suo abitacolo così che, poggiandomi di qua e di là, in qualche modo riesco a salire quei gradini e ad arrancare fino alla reception dove un compostissimo consierge mi chiede i documenti e comincia a vergare sul suo librone tutto il necessario.

Ma io non ce la faccio davvero più, in piedi lì così: le gambe mi tremano, stanno per cedere, il pugno che mi afferra alla schiena quando sto in posizione eretta, mi stringe con un maglio di ferro.

Disperata, che davvero vorrei evitare di cadere a terra proprio lì in mezzo, mi guardo intorno per cercare una sedia o qualcosa e, proprio di fronte a me, a pochi passi, dietro una scrivania che senz'altro è il punto internet per i clienti dell'albergo, vedo una di quelle sedie che hanno un tre piede finale con le rotella, un classico di tutti gli uffici del mondo. Allora, con le ultime energie rimaste, la indico al portiere che stava aspettando deferente pochi passi più in là e quello, compreso al volo la mia impellente necessità, me la porta giusto in tempo, giusto in tempo, salvandomi da una rovinosa caduta.

A quel punto tutto diventa più leggero ed un sorriso riesce persino ad affiorarmi sul viso, al pensiero che fra poco mi sarei distesa su di un letto, un vero letto.....

Quando il consierge ha terminato il suo lavoro e mi consegna la chiave della camera, il portiere, che nel frattempo aveva chiamato il lift, un ragazzo di colore anch'egli in livrea, si fa aiutare da quest'ultimo a trascinarmi, non senza qualche difficoltà, su quelle piccole ruotine fin dentro l'ascensore e poi, lungo il corridoio ombroso, fino alla camera, spalancata la cui porta vengo sospinta dentro, accolta da un'accensione di luci automatica al nostro ingresso.

 

E, che meraviglia!!!!

 

Mi guardo intorno e vedo che quella non è una comune camera d'albergo come ne ho viste tante nella mia lunga carriera di venditore ambulante e agente di commercio ma una suite, con due stanze molto ampie, un angolo per gli armadi, un antibagno che ci starebbe comodamente un letto, un bagno lussuosissimo e tutti i comfort che si possano desiderare: frigobar, tv via cavo, aria condizionata e poi chissà quale altra diavoleria ancora.

Ci sono bellissime piante vere e verdissime ovunque, un balcone con tende oscuranti, un divano color panna, assai ampio e che sembra comodissimo; ma soprattutto un bellissimo, meraviglioso, stupendo letto matrimoniale, con copriletto ricamato e lenzuola che profumano anche da lontano, che è proprio quello di cui ho bisogno, un ASSOLUTO FOTTUTO MICIDIALE bisogno.

Così, congedati i due gentilissimi uomini, vado in bagno, anche per rinfrescarmi mani e viso, che avevo sudato alquanto, poi, senza indugiare più, mi sdraio sul letto, che la sveglia era per le 18,30 ed erano le 15 ed avevo tre ore di sonno e vi scivolo dentro, in quel sonno, in un tempo brevissimo, un sonno profondo, ristoratore, obliatore di tutto, che il letto è fresco e morbido ed io sono così stanca, così stanca..........

 

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Commenti: 5
  • #1

    biancaneve (martedì, 23 aprile 2013 17:39)

    :) :) :) un po' di culo ogni tanto...

  • #2

    dony (martedì, 23 aprile 2013 18:01)

    Che sei brava a descrivere le situazioni e le persone e la tua vita ! Con la forza che hai dentro! Un grande saluto e attendo il seguito che sia solo una parte di tanti seguiti! :D Dony

  • #3

    ariannaamaducci (martedì, 23 aprile 2013 20:29)

    grazie, bianca e dony... continuerò a scrivere, lo sapete.. magari un po' incostante...
    ma lo so che siete pazienti.. un bacione... e ancora grazie..

  • #4

    anna (martedì, 23 aprile 2013 20:32)

    Davvero molto bello il tuo "racconto"...par davvero di esser lì con te,ad aspettare che ti diano un'aiuto,che ti sistemino ,finalmente e fortunatamente in quel meraviglioso letto...Cavoli,sei davvero molto brava !Ripeto brava brava brava..Ora stop.Riposino obbligato.Obbligato da chi? Ma da noi che teniamo alla tua salute ...:-) .anna.<3 .

  • #5

    rossana parenti (venerdì, 26 aprile 2013 10:13)

    finalmente ti ho letto .leggerti e' un piacere anche se avrei preferito che la protagonista non fossi tu .pero' sei la nostra eroina. quanto puo' un fisico gia provato a resistere a tutto quello che hai dovuto sopportare .sei grande ari e ci dai un grande esempio ,quello di non piangerci addosso e andare avanti .continua cosi' tesoro le sventure avranno una fine un giorno e ti auguro che avvengano prestissimo .ciao mia piccola ari !!! ti voglio bene !! <3