IL LUNGO VIAGGIO DI ARI

LA  CASETTA, IO, GINE E BAINJO: UN MONDO FINITO PER SEMPRE

 

il lungo viaggio di

 

ari

 

 

Alle due di notte ero ancora sveglia e, pronta e vestita per il viaggio, mi appoggiavo sfinita sul letto che recava gli evidenti segni della fine di un trasloco, per riposare un'ora, che alle tre la mia assistente sarebbe venuta a prendermi per accompagnarmi all'aeroporto.

26 febbraio 2013.

Fuori pioveva a dirotto ed io pensavo: come faremo a caricare tre valigie pesantissime, lo zainetto e la borsa con il pc, il trasportino con il gatto, il mio bastone a tre piedi e la mia sedia a rotelle?

E, con quel pensiero di preoccupazione posato su di una lunga serie di altre preoccupazioni scivolavo senza neppure accorgermene nel sonno, stremata da quasi un mese di ricovero ospedaliero nel quale l'avevo scampata per un pelo, gonfiata di cortisone ed antibiotici, e che era terminato appena dieci giorni prima, durante i quali avevo, in un delirio di cose da fare, inconvenienti e follie varie, fatto impacchettare tutta le mie cose, o quasi, compreso il mio letto elettrico ortopedico, l'avevo fatto recapitare alla mia destinazione con un trasporto aereo che era costato una cifra assurda, avevo cacciato nelle valigie ciò che ancora potevo caricare e ciò che avevo acquistato da portare là, dato che sull'isola tantissime cose non sarebbe stato poi più possibile trovare.

 

Mi assopivo stremata dagli addii di quell'ultimo giorno, durante il quale avevo ricevuto la visita di alcune delle persone più importanti e care della mia vita e da quelli telefonici di mia mia madre e mio fratello, che mi avevano salutato così, data la lontananza tra la Romagna e la Sardegna.

Mia madre aveva pianto, dicendomi con voce strozzata che sapeva benissimo che non ci saremmo più riviste ed io, mentre piangevo con lei, mi ero chiesta se avrei mai più rivisto, oltre lei, mio fratello, i miei figli, i nipoti e tutti gli altri parenti ed amici, la mia città, il mio mondo natale.

E la risposta che avevo trovato dentro era che probabilmente no, non avrei rivisto più nessuno, più nulla, che tornare indietro, per me, sarebbe stato quasi impossibile così come altrettanto per loro venire da me.

Ma per lei, ad 88 anni, era una certezza: il nostro era un addio vero.

Certo, ci saremmo sentite per telefono, anche viste su Skype ma un abbraccio non lo avremmo avuto mai più e l'ultimo datava il 3 giugno dell'anno precedente, quando mi ero recata là, dopo due anni e mezzo di assenza dalla mia terra, per presenziare al matrimonio della mia seconda figlia.

E a quel pensiero si era aperta una voragine di abbracci che non avrei mai più avuto, di volti che non avrei mai più accarezzato, compreso quello dei miei nipoti non ancora nati, i figli dei miei figli, che io non conoscerò mai.

 

E mi addormentavo stremata dall'aver cercato in ogni modo una nuova casa per almeno tre dei miei gattini e per averla trovata solo una, fortunatamente ottima, per il siamese, il mio adorato Bainjo.

Stremata dai pensieri di distacco da Gine, la mia cagnona di tre anni, che era rimasta da Ale, nell'impossibilità di farle affrontare un viaggio di 22 ore chiusa in un trasportino e nella stiva di vari aeroplani, che ne sarebbe di certo morta di paura.

Stremata dal silenzio assordante dei miei figli.

Stremata dal desiderio di andarmene dall'Italia, dove tutto mi era diventato maledettamente stretto e da cui lo spauracchio di trascorrere i restanti anni della mia vita in una struttura per anziani non autosufficienti di basso profilo assistenziale, mi aveva fatto fuggire senza indugio ed incertezza, accettando d'impulso l'invito della mia carissima amica Milli a raggiungerla in quella lontanissima sperduta isoletta e l'offerta della sua collaborazione nel gestire tutte le grandi e numerose problematiche della mia vita.

Milli che sapeva benissimo la pesantezza del fardello che si stava assumendo in cambio di una piccola ricompensa pratica, sotto forma di un modestissimo stipendio, Milli che mi aveva sostenuto durante i mesi passati con grande affetto ed intensità emotiva. Milli che mi aveva praticamente portato sulle spalle durante le giornate più difficili del mio ricovero, dandomi tutta la sua energia a distanza ed impedendomi di andarmene da questa valle di lacrime, aiutandomi a trovare un motivo per cui restare ancora qui e ricominciare a lottare.

 

Ma cosa fu un'ora di sonno quando neppure molte di più avrebbero potuto alleviare la mia stanchezza?

Nulla, meno di un battito di ciglia e il rumore della porta d'ingresso che si apriva accompagnata dalla voce di Maia che mi annunciava il suo arrivo, fu come il seguito del pensiero nel quale mi ero addormentata.

Eppure l'adrenalina era così tanta che mi trovai subito desta.

 

Per fortuna la pioggia torrenziale era cessata e Maia poté caricare tutto senza infradiciarsi.

Intanto io, abbracciato il mio gattone, lo coccolavo. Anche quello era un addio e lottai aspramente per non lasciarmi sopraffare dal pianto.

Ari, se cominci a piangere adesso, non ce la potrai fare! “ mi ammonii piuttosto bruscamente ad alta voce.

Così feci entrare delicatamente Bainjo nella sua gabbietta e lui si fece docilmente chiudere dentro, guardandomi con due occhi tristi e rassegnati, come avesse capito tutto, sapesse tutto.

Dal giorno del mio ritorno dall'ospedale, dal preciso esatto momento in cui, sentendo il rumore di gente in casa e forse captando la mia presenza, era entrato correndo in cucina e, vedendomi all'improvviso, aveva avuto una espressione di incredibilmente gioiosa sorpresa e si era come tuffato tra le mie braccia, salendomi in grembo, io seduta sulla mia sedia a rotelle, e cominciando a fare le fusa più sonore e felici che avessi mai udito, da quel momento non mi aveva mai lasciato che per pochi minuti, giusto un piccolo giretto attorno a casa, restandomi sempre accanto, addosso, abbracciato, quasi, spalmato contro di me sul letto, come ad assaporare fino in fondo tutto di quel poco che ci restava.

Misi qualche croccantino nel trasportino, che lui non degnò neppure di uno sguardo e continuai, infilando le mie dita tra le maglie dalla porticina, a grattargli la testona lucida e morbida, pelosa. I suoi occhi azzurrissimi erano fissi nei miei, senza accusa, solo come un accorato ultimo abbraccio.

 

Mentre Maia caricava le valigie mi guardai intorno: la piccola casetta che mi aveva ospitato negli ultimi tre anni era sconvolta dal disordine: lei ed Ale avrebbero messo tutto a posto il giorno seguente, consegnando le chiavi al proprietario.

I quadri erano stati tirati giù dalle pareti, in parte svenduti, in parte spediti verso la mia nuova casa.

Il caminetto era ovviamente spento e gli altri gattini si erano dileguati, infastiditi dal trambusto. Solo Angelino, accoccolato intimidito sul divano, accettò ancora un'ultima carezza, lui, che io avevo raccolto moribondo, piccolissimo di pochi giorni appena, caduto dal balcone del piano di sopra, e l'avevo salvato miracolosamente tenendomelo per due giorni e due notti sul mio petto, avvolto in un foulard di lana, alimentandolo goccia a goccia con il latte in polvere per i cuccioli. Si era fatto un bellissimo gattone bianco ed arancio, affettuoso ed un poco timido ma io non avevo trovato un'altra casa, per lui e dovevo lasciarlo lì.

 

Non restavano abbandonati a loro stessi, i dodici e più gatti che vivevano a casa mia e nella mia veranda, appartenenti ad una colonia felina esistente nel residence nel quale si trovava la mia casetta a schiera: una volontaria e la mia vicina di casa avrebbero continuato a dar loro cibo ed assistenza. Sei di loro io li avevo fatti sterilizzare ma, a parte i due maschi, gli altri erano piuttosto selvatici.

Quindi non sarebbero di certo morti di fame ma ovviamente, il mio divano, il mio letto, le mie carezze, quelle non le avrebbero mai più avute..

Un altro addio era quello, un addio multiplo da loro, dal luogo, dal mare, dei pini, dai gabbiani, dalle mie cose che non mi avrebbero seguito e dai ricordi ingombranti che rappresentavano il culmine appena concluso della mia esistenza.

Era un addio che faceva male, denso di speranze tradite, di affetti violati, di sangue, di lacrime, tante lacrime.

Eppure sembrava che tutto intorno a me mi si stringesse addosso e mi sussurrasse: “ Non andare via.....”

 

Così strappai, strappai tutto, schiantai quell'abbraccio che stringeva troppo ed uscii, spingendomi sulla carrozzella, dalla porta d'ingresso, dalla veranda, fino sul vialetto, chiamando Maia che mi aiutasse ad arrivare da lei.

Poi salii in macchina, lentamente, con fatica, come sempre, mentre lei caricava la carrozzella ed il trasportino nel bagagliaio e nell'abitacolo stracolmi.

Partimmo.

La notte era buia, nuvolosa, freddissima. La pioggia incipiente.

Infatti, mentre Maia guidava percorrendo i 40 chilometri circa che ci separavano dall'aeroporto di Alghero, tornò con veemenze, però a tratti.

Lei procedeva cautamente ma per strada non c'era proprio nessuno.

Intanto io le ricordavo le ultime cose, fissavo gli ultimi importanti particolari: lei si prenderà cura di spedirmi ogni mese i miei indispensabili medicinali, ritirerà il denaro della mia pensione recapitandomelo, gestirà ogni – spero - piccola problematica che dovesse sorgere durante la mia lunga, probabilmente definitiva assenza dall'Italia. Anche per lei un compito che esula il compenso, in cui mise, mette e metterà tutto il suo sincero affetto per me.

 

L'aeroporto, con le sue grandi piante di agave all'esterno ed i cartelloni pubblicizzanti i prodotti locali, era deserto. Solo un volo in partenza: il mio, per Linate.

Con difficoltà riuscimmo a raggiungere lo sportello del check in, perché per Maia spingere la mia carrozzella ed il carrello con le valigie risultava impossibile. Io cercai di spingermi da sola ma ero troppo stanca e le braccia mi si inchiodarono subito dall'indolenzimento. Così le dissidi spingere me mentre io afferravo saldamente il carrello con le mani ed, aiutandomi a tenerlo fermo con i piedi, lo mandavo avanti a mia volta.

Un curioso trenino un po' mesto ed un po' buffo, attraversò allora tutta la grande sala e raggiunse l'assistente di terra che stava aprendo lo sportello proprio in quel momento.

Disbrigate le scartoffie di turno, lei mise gli adesivi alle valigie, al bastone, al trasportino ed alla carrozzella, pesò il tutto e mi disse che c'erano trenta chili di extra peso.

Lo sapevo, le valigie le avevo pesate a casa ma spedire in un altro modo sarebbe stato più dispendioso e molto meno veloce: la tariffa che mi era stata indicata dal sito internet era stata di dieci ero a chilo ed io ero pronta a spendere quei trecento euro per due volte, cioè da Alghero a Linate e da Malpensa a Praia , che un'altra soluzione non l'avevo trovato. E poi, nonostante quello, a casa di Maia c'erano finite tre scatole con dentro cose meno indispensabili, con l'intenzione di spedirmele un po' alla volta nei mesi a venire.

Quindi a quel punto Maia mi accompagnò fino alla cassa dove però mi vennero chiesti solo 75 euro, invece di trecento..

Io accettai in silenzio quello sconto sulle mie previsioni, senza indagare se vi fosse un errore oppure la tariffa applicata fosse stata diversa: a volte la vita fa qualche regalo persino a me.

I costi per quel lungo viaggio erano stati ingentissimi e se mia madre non mi avesse finanziato interamente io non avrei mai potuto affrontarlo, dato che con la mia pensione di invalidità e l'accompagnamento, avendo un ingente affitto da pagare, arrivavo a malapena a fine mese.

E quella è una delle ragioni per cui ho deciso per l'espatrio, dato che sull'isola dove mi stavo recando, il denaro italiano aveva ancora un valore bastante a sopravvivere un po' meglio.

 

C'era tempo per andare al bar e fare colazione, c'era abbondante tempo, che eravamo in netto anticipo sulla tabella di marcia e quindi dissi a Maia di spingerci fino al bar che, naturalmente, si trovava dalla parte opposta dell'imbarco. Però, senza le valigie, tutto era più facile: lo zainetto era appeso dietro alle maniglie della carrozzella, la borsa con il pc ce l'avevo a tracolla ed il trasportino mi stava sulle ginocchia.

Al tavolino appoggiai tutto, per stare più comoda e poter sorbire la mia ultima colazione italiana. In quel momento pensai a quante quante tazze tazzine bicchieri brioche sandwich tramezzini avevo gustato negli anni passati ma, incredibilmente, quello era l'ultimo, proprio l'ultimo latte macchiato chiaro e con la schiuma, come piaceva a me, l'ultima frittella con la crema e lo zucchero semolato sopra.

Che strana parola, pensai, ' ultimo ', e di nuovo dovetti reprimere vigorosamente le lacrime.

Il latte era buono, non troppo caldo, corposo, la frittella assai fragrante. Guardavo Maia che sorbiva il suo cappuccino difronte a me e masticai, con i bocconi del dolce, anche ed ancora quella scomoda parola: ultimo.

 

Ma dopo poco si avvicinò la persona del servizio per gli invalidi e mi chiese se ero pronta, che mi avrebbe portato al controllo del metal detector e poi al gate per affrontare prima l'imbarco del mio micio e poi, a tempo debito, il mio.

Sempre, date le mie condizioni di ' trasporto eccezionale' dovevo essere in aeroporto almeno un'ora e mezza prima del volo, dato che ero, per necessità organizzative, la prima a salire e l'ultima a scendere.

Era giunto il momento di salutare Maia, che già mi stava guardando con gli occhi lucidi.

La abbracciai forte ma poi mi staccai, tirai via, che sentii le lacrime premere ancora troppo urgenti. Le diedi ancora del denaro per le prossime spese che avrebbe dovuto affrontare per me, dato che ne avevo risparmiato con l'extra peso, le chiesi di salutare per me tutti i nostri conoscenti comuni, la ringraziai di tutto quello che aveva fatto per me e, vedendo che lei pure era commossa, dissi al mio accompagnatore che ero pronta. Ancora un abbraccio e mi girai verso il corridoio lungo il quale l'uomo mi avrebbe spinto.

Sentii il suo sguardo seguirmi per qualche passo poi il ticchettio dei suoi passi mi disse che se ne stava andando, lei pure.

Non mi voltai, che anche quell'addio ero un macigno pesante.

 

Al controllo dei bagagli a mano, posi tutto nelle bacinelle di plastica e mi feci ' perquisire ' dalla assistente che, con i guanti di lattice, fece finta di controllare se avessi addosso armi o altro..

Passai, ringraziandola, oltre la barriera ma venni richiamata da uno degli steward che stavano controllando la videata del metal detector e che, con espressione seria che mi preoccupò, anche solo per un attimo, mi mostrò il mio coltellino serramanico svizzero, di quelli con tante lame e tanti piccoli utilissimi indispensabili attrezzi, come forbicine, pinze, cacciavite, apriscatole ed altro, chiedendomi se fosse mio.

Mi sentii arrossire, forse anche dal sollievo, che chissà che paura avevo, dato che non portavo nulla di illegale, con me ma si sa che, al confronto delle autorità tutti abbiamo come un timore atavico. Gli confermai che sì, il coltellino era mio e lui, finalmente sorrise, dicendomi che gli dispiaceva molto ma non avrei potuto portarlo con me. Mi chiede se avessi potuto consegnarlo a qualcuno ma ormai Maia era andata e quindi non mi restò che accettare che lui lo buttasse via con un gesto di maestosa noncuranza.

Avevo quel coltellino da almeno trent'anni, forse più e mi era stato prezioso compagno in tante occasioni. Mi dispiacque vederlo sparire nel grande cesto per i rifiuti ma ormai, in quei giorni, mi ero separata da così tanto della mia vita, tra persone ed oggetti, poiché tante altre cose che mi accompagnavano da tempo avevano trovato la via della loro estinzione, che chiusi anche su di esso la porta di un rimpianto che non potevo permettermi di provare.

Quindi mi vennero riconsegnati tutti i miei averi, gatto compreso e l'accompagnatore mi spinse fino ad una stanzetta che dava, tramite una porta di ferro, direttamente sul piazzale di manovra, nella quale un giovane mi chiese di consegnarli il trasportino con il gatto, che tenevo sulle ginocchia.

Glielo porsi e lui lo appoggiò su di un ripiano e chiuse la porta.

Mi chiese allora di aprire la gabbietta per fargli controllare se dentro, oltre al gatto ed al panno assorbente che avevo messo perché stesse più comodo ed asciutto, nel caso si fosse sentito poco bene, ci fosse stato qualcosa di illegale. Eseguii e lui, un po' preoccupato, si informo' se il mio micio fosse di indole buona. Io lo rassicurai ma il ragazzo mise molto cautamente le mani sotto il panno: evidentemente era stato morso o graffiato, in una qualche occasione precedente. Bainjo, però, non si scompose, restando serio a guardarmi, senza cambiare l'espressione dei suoi grandi e bellissimi occhi.

Terminata la veloce ispezione la gabbia fu richiusa ed io chiesi al giovane cosa sarebbe successo nel frattempo al micio, prima dell'imbarco nella stiva, dato che, sempre a causa del mio essere un trasporto eccezionale, lui non avrebbe potuto viaggiare in cabina con me.

Mi rispose che lo avrebbe tenuto al riparo il più possibile da correnti, visto il freddo intenso di quel mattino ed io lo ringrazia molto, raccomandandomi ancora. Feci un altro grattino tranquillizzante a Bainjo e lo lasciai al suo destino, al suo primo e, spero, ultimo viaggio in aeroplano, mentre di nuovo l'addetto mi accompagnò lungo una sala praticamente deserta, mi parcheggiò vicino al posto di controllo dei documenti prima per l'imbarco e, dicendomi che sarebbe tornato al momento prestabilito, se ne andò, lasciandomi sola.

Mancava quasi un'ora alla partenza.

 

L'attesa è uno strano animale: sa dilatarsi come fosse fatta di elastico, sa pizzicare come fosse foderata di spine, sa molestare come potesse parlare a sproposito. Sa essere tanto ingombrante da rendersi veramente insostenibile.

Ero stanchissima ma troppo agitata per avere sonno e per tirar fuori il mio pc, cercando qualcosa da fare, anche solo il solitario con le carte, per ingannare quel tempo melmoso che mi stava davanti.

 

Erano più di quattro anni e mezzo che vivevo in Sardegna: avevo creduto che ci avrei trascorso tutto quello che mi restava da vivere ma il mio destino mi stava sorprendendo di nuovo e questa volta di brutto.

Gli anni passati lì erano stati duri, durissimi: due tentativi drastici di suicidio che si erano risolti con altrettanti miracoli, la caduta dalla scala che mi aveva regalato un'infermità, quella sì che sarebbe durata fino all'ultimo mio giorno e, come ultimo terribile baluardo da superare, la dolorosissima quando intensa storia d'amore con una giovane fanciulla, figlia della grande isola che stavo lasciando.

Non mi era stato facile abituarmi agli usi e costumi sardi, anzi, non mi c'ero abitata mai, non avevo mai assimilato quel modo di vivere così diverso dal mio, che sono aperta e spontanea quanto loro sono chiusi e misurati. Due mondi paralleli, il mio e quello delle persone che avevo incontrato, che, a parte pochissime eccezioni, non si erano incontrati mai.

Avevo sofferto molto lì, decisamente ma anche avevo conosciuto una felicità che non credevo potesse esistere, amando.

E, proprio perché quella felicità mi era stata strappata ed il mio cuore ne era stato dilaniato, su quegli scogli si era infranta la speranza di poter stare ancora bene.

 

Quindi, mentre i minuti scorrevano con una irriducibile lentezza, tutto quello che avevo vissuto in quegli ultimi anni mi si parò davanti, raccontandosi senza parsimonia, fino a mostrarmi anche l'ultimo infinitesimale particolare.

E, immobile sulla mia sedia a rotelle, feci un viaggio di sola andata dai miei ricordi verso un futuro assai incognito ma dotato di qualche speranza.

 

Come Dio volle l'attesa si assottigliò fino ad esaurirsi e fui caricata sull'elevatore che mi alzò, percosso da un forte vento invernale, fino alla carlinga del velivolo, dove, aiutata dalle hostess, mi accomodai in un sedile della seconda fila, dalla parte del finestrino, mi allacciai le cinture di sicurezza, rollai con i motori ed il carrello per il decollo e mi staccai dal suolo della Sardegna, di certo, molto probabilmente per l'ultima volta.

L'aereo si slanciò verso l'alto ed io pensai:

E' fatta... “

Il viaggio verso l'isola di Maio, nell'arcipelago di Capo Verde, Oceano Atlantico, al largo delle coste centrali dell'Africa nera, era finalmente cominciato.

 

CONTINUA....

 

Scrivi commento

Commenti: 8
  • #1

    biancaneve (sabato, 13 aprile 2013 21:28)

    accidenti a te...mi hai fatto piangere...come se sentissi anch'io tutto il vortice di emozioni che stavi provando, santo cielo è incredibie, se lasciarsi prendere dall'emozione di nuove esperienze o farsi sconvolgere da tutto il dolore degli addii che hai dovuto affrontare e tutte quelle ore a pensare nuovamente e repetutamente a queste scene..sicuramente questa è la parte che non invidio...aspetto il seguito e non aver paura di apparir noiosa raccontando i dettagli...<3 <3 <3

  • #2

    rossana parenti (sabato, 13 aprile 2013 21:55)

    mia stupenda amica ,come ho gia detto prima nel leggerti non ho potuto trattenere le lacrime .nel saperti cosi' angosciata per lasciare le radici ,gli affetti .tutto il tuo trascorso .non e' stato semplice il passo che hai fatto ,ma spero che tu venga ripagata di un'altra sofferenza che hai dovuto sopportare .aspetto il secondo racconto e ti mando un grande abbraccio !! <3

  • #3

    angela lazzarino (sabato, 13 aprile 2013 23:06)

    dolcissima amica..... ho pianto nel leggere la tua storia, ho percepito il tuo dolore per il distacco, le tue preoccupazioni per questa nuova vita che ti si è prospettata davanti..... ora hai solo bisogno di essere serena, meriti di essere felice! la tua vita è stata un vortice di emozioni non sempre piacevoli ed è ora che il tuo cuore trovi pace e serenità!!!!
    Un abbraccio di luce mia dolce amica <3

  • #4

    Lilly (domenica, 14 aprile 2013 01:29)

    Bellissima la tua storia, anke se molto triste... Ti auguro di cuore ke questa nuova avventura ti regali tanta felicità, te lo meriti!!! Cmq non è vero ke tutti i sardi sono chiusi e malmostosi, io sono di origine sarde ma non sono x niente così!!! ;-) Ti abbraccio forte, facci sapere come va avanti la tua storia!!! Ti voglio bene.

  • #5

    arialuce (domenica, 14 aprile 2013 02:51)

    arialuce alias Cristina , ciao Ari , ti ho seguita passo per passo , in tutte le fasi della tua vicissitudine, dal momento in cui stavi male, al momento in cui sei partita ..... molto lontano. Non sono stata indifferente, credimi. Stavo ... male ... il male che ogni tanto mi assale, l'apatia... la voglia solo di dormire e di isolarmi... ecc..ecc... Nonostante questo ti leggevo.
    Mi hai assai stupito, la tua improvvisa partenza, PER ALTRI LIDI molto lontani.. Ora ho letto "l'avventura"
    che hai affrontato. Guarda, sono SBIGOTTITA , dal grande coraggio che hai avuto, e che hai tuttora nell'affrontare un simile totale cambiamento .
    dire eccezionale è poco , ora capisco la tua grande voglia di essere sempre forte , nonostante i brutti cedimenti che hai avuto.
    La vita non ti ha risparmiato niente, ti ha colpito ogni volta che sei "caduta" e rialzata.
    Ma, cara tu l'hai beffata un'altra volta, E NE SONO FELICE...
    MI HAI FATTO PIANGERE , MOLTE VOLTE, ANCHE ADESSO DOPO AVER LETTO.. TUTTE LE PERIPEZIE DEL VIAGGIO, DEL LASCIARTI DIETRO TUTTO...... le persone che ti "hanno lasciato al tuo destino ..... ai PELOSETTI CON CUI AVEVI LA FORZA DI RESISTERE SEMPRE.... INSOMMA , E' TREMENDO , NEL CONTEMPO E' FANTASTICO CHE TU SIA IN'ISOLA, LONTANA , DALL'ITALIA... CHE NON DA' PIU' NIENTE ..... L'AVERE TROVATO UN "RIFUGIO" SPERO PERFETTO PER UNA DEGNA CONTINUAZIONE DI VITA , per te , è fantastico. L'AVERE TROVATO IN MILLI L'AMICA FAVOLOSA, CHE TI HA SALVATO, (veramente) da un triste destino, E' perfetto... L'AMICIZIA QUI è VERAMENTE AL CULMINE DI GRANDE UMANITA' E AMORE ... iNIZIO A RICREDERMI !!!!!!!!
    TI SEI , CREATA UN NUOVO HABITAT, CON NUOVI AMICI, NUOVI PELOSETTI , ETTA E' UN AMORE , E PURE MICIO , LA TUA CASETTA MI PARE CONFORTEVOLE, ED HAI DAVANTI L'OCEANO.... SPLENDIDO.
    LEGGO CHE SOFFRI ANCORA DEI TUOI , PURTROPPO , DISTURBI ORAMAI , COMPAGNI DI VIAGGIO ETERNI... ME NE DISPIACE, LEGGO CHE HAI UN AIUTO , OLTRE LA MILLY ... INSOMMA , MI PARE DI CAPIRE CHE TI STAI ADATTANDO ABBASTANZA BENE ALLA TUA SECONDA, TERZA .... VITA.. VOGLIO ABBRACCIARTI CON TUTTA LA MIA FORZA. PERCHE' MI HAI INSEGNATO MOLTO.. CREDIMI !!!!! PRINCIPALMENTE CHE TUTTO SI PU0' SE REALMENTE VUOI.
    NON TI PROMETTO DI ESSERE QUI , SPESSO A SCRIVERTI, MA LEGGERTI SI , NON INTENDO DIMENTICARTI ... E TI RINGRAZIO PER I TAG CHE MI INVII REGOLARMENTE... ABBI CURA DI TE, SALUTAMI E ABBRACCIO A MILLY. E.. nondimenticare i tanti sbaciuz ai pelosetti ...
    ciao ARI , TI VOGLIO BENE... ALLA PROSSIMA . SMAKKKK.

  • #6

    giusy morabito (domenica, 14 aprile 2013 03:56)

    ciao cara meravigliosa donna coraggiosa, ho iniziato a leggere due righe, fino a portarmi leggere tutto il racconto della tua partenza, mi hai coinvolta profondamente emozionalmente nella gioia più totale,sono molto felice di averti trovata su fb, rimaniamo in contatto, ed ora ti invio un avvolgente abbraccio nuova amica gy ciaoooo

  • #7

    ariannaamaducci (lunedì, 15 aprile 2013 02:25)

    amiche mie dolcissime..
    perdonatemi se vi rispondo solo ora..
    oggi è stata una giornata di stanchezza, per me..
    scrivere può essere molto impegnativo...
    io vi ringrazio, dal cuore, per le vostre parole, le vostre lacrime, i vostri abbracci...
    siete con me e ciò mi sostiene.. mi consola, mi da coraggio..
    grazie..
    domani scriverò la continuazione.. so che lo attendete..
    oggi non ce l'ho fatta..

    vi abbraccio con tanto sincero vero amore..
    siate sereni, sempre..

  • #8

    biancaneve (martedì, 16 aprile 2013 17:41)

    <3 <3 <3