LA MIA AUTOBIOGRAFIA- CAPITOLO VENTUNESIMO

LA PICCOLA  CASA - 2012 olio su tela 13 x 18

 

CAPITOLO VENTUNESIMO

 

Gabriele. Io lavoro di nuovo, il bar, la

 

decisione di Angela

 

 

 

 Quanti abbracci di passione ci furono tra me e Antonio? Due o tre ma dopo un mese sentii di nuovo la medesima sensazione che avevo provato quando ero rimasta incinta della piccola.

Pensai: “ Mio Dio, no. “

Ed invece fu si. Ero di nuovo incinta. Gli ormoni sballati ci avevano tratto in inganno così come gli altri metodi, diciamo così, naturali.

Glielo dissi subito.

Lui mi disse semplicemente: “ E' una scelta tua. “

Tornai dalla ginecologa che mi visitò accuratamente e mi confermò la nuova gravidanza. Mi disse che rischiavo la vita se l'avessi portata avanti: il cesareo precedente era troppo fresco, l'utero poteva spaccarsi all'improvviso, era molto pericoloso. Ed anche c'erano grandi possibilità di una interruzione naturale per distacco della placenta. Mi consigliò assolutamente di abortire.

Fu un grave colpo, per me. Io avevo sempre pensato che avrei voluto avere un altro figlio, perché non desideravo un'altra figlia unica. Avevo sofferto troppa solitudine per non pensare che Betta avesse diritto di avere un fratellino od una sorellina di un'età più simile alla sua, dato che Angela più che una sorella avrebbe potuto essere per lei una seconda madre. Ma non ero affatto sicura che fra le mie due figlie si sarebbe potuto instaurare un rapporto sereno ed affettuoso e anche per quel motivo avevo pensato ad un terzo figlio. Però non così presto! E poi con Antonio le cose erano tutto fuorché chiare e tali da infondere fiducia. I problemi economici erano già fortemente palesati e su tutto pesava quella seria possibilità di perdere la vita. Ma ugualmente il pensiero di uccidere quella mia creatura mi era insopportabile.

Avevo bisogno di pensarci su e chiedere consiglio.

 

Parlai con Scilla. A suo dire era una follia aver un altro figlio. Il mio compagno percepiva uno stipendio di un milione al mese.. avevamo molte spese perché lavorava a diversi chilometri da lì ed usava la macchina per recarsi sul luogo, quindi erano necessarie due auto. C'era la piccola che era certo un costo notevole da sostenere. C'era la più grande: anche se percepivo un mensile dal primo marito di duecentomila lire il costo degli studi e di tutto il resto era assai oneroso: Angela aveva sempre molte necessità: occhiali scarpe e una marea di altre piccole grandi necessità e vizi che non potevo sottrarle ora, in un momento così delicato.

Certo in quattro con quell'introito non era uno scherzo. Poi il mio compagno fumava e molto, inoltre comprava tutta una serie di giornali e pubblicazioni.. non so, il denaro che lui portava a casa nel conto comune se ne andava subito: già dai primissimi mesi avevo cominciato ad intaccare il piccolo gruzzolo che mi era rimasto dalla vendita della latteria.

Ad aggravare il tutto la villetta era rimasta invenduta a lungo e quindi, alla fine, svenduta a quarantasette milioni. Pagati i notai vari, di quel denaro non era rimasto più nulla.

La mia amica aveva ragione.

Con la morte nel cuore decisi che avrei abortito: feci tutte le carte, gli esami preparatori, i colloqui con gli psicologi; era tutto pronto, mancava solo la visita dall'anestesista da effettuarsi il giorno prima della data dell'intervento.

Ma ogni giorno piangevo.

Sulla culla della mia bambina parlavo con quel figlio che avrei ucciso di lì a poco. Gli chiedevo di perdonarmi, gli chiedevo di non soffrire. E poi pensavo che non avrei mai visto il suo viso, le sue manine, i suoi occhi. Che non avrei mai ascoltato la sua voce che mi chiamava mamma.

La piccola cominciava allora a chiamarmi con quel dolcissimo nome.

Quello che sentivo nel mo cuore e nella mia mente era un rifiuto totale a quell'omicidio, perché era un omicidio.

Avevo naturalmente sostenuto la legge per la liberalizzazione dell'aborto perché le donne erano troppo spesso le vittime in una serie di situazioni limite e quindi in quelle storie di vita la soluzione estrema era assolutamente necessaria ed inalienabile. Ma io? Io non ero un caso limite.. forse sì, dal punto di vista fisico ma, per il resto ero lì, ero cosciente, presente... E poi, ero davvero padrona di quella vita che era fiorita in me? E ancora, se avessi abortito, come avrei potuto vivere con quel peso sulla mia coscienza così esigente?

No, non ce la potevo fare, più il giorno si avvicinava e più chiaramente sentivo che non avrei dovuto, potuto, voluto uccidere il mio bambino, si un bambino, erché ero certa fosse un maschio. Lo avevo sognato ed era biondo e così bello: mi aveva sorriso, guardandomi con il suo sguardo luminoso, da angelo

Decisi che avrei accettato rischi e difficoltà: che fosse il destino o Dio o chi per lui a prendere quella decisione, che io sentivo non fosse assolutamente mia.

Così parlai ad Antonio. gli raccontai il mio dolore, gli chiesi aiuto. Lui mi promise che, se avessimo avuto dei problemi economici, sarebbe andato a lavorare per qualche anno all'estero con la sua ditta, percependo così stipendi notevoli, ed avrebbe sistemato tutto lui.

Gli credetti e fui felice: avremmo avuto un altro bambino, un fratellino per Betta, quella creatura angelica che mi si era mostrata sarebbe giunta tra noi.

 

Dopo aver preso la decisione, lo dicemmo a tutti i nostri parenti: mia madre mi disse che ero pazza e la stessa cosa mi dissero gli suoceri.

Avevo tutto il mondo contro.

Ma io non potevo assolutamente uccidere il mio bambino, possibile che nessuno mi capisse? Possibile che questo cavolo di mondo andasse avanti solo di soldi e scelte apparentemente logiche e ' comode '?. Ma era ' logico e comodo ' vivere con il peso dell'omicidio di un bambino nel cuore e nella mente?

Ma davvero nessuno la pensava come me?

 

I mesi passarono, io, sola contro tutti: il mio uomo non mi cercava quasi mai, era freddo e distaccato. Di certo, pensavo, la gravidanza non lo metteva a suo agio.

I suoi genitori cambiarono atteggiamento e divennero piuttosto ostili, soprattutto mio suocero col quale ebbi una sgradevole discussione. Quando io, punta sul vivo dalle sue parole di riprovazione della mia scelta di vita gli ricordai quello che Antonio sempre mi diceva e cioè che la grande e bella villa nella quale vivevano era stata costruita anche e soprattutto con il suo contributo economico, dato che allora lavorava in trasferta e percepiva uno stipendio notevolmente alto, lui lo negò vigorosamente, dicendomi che io non avevo capito nulla di suo figlio, che Antonio aveva le mani bucate e si era speso sempre in futilità tutto quello che aveva guadagnato – cifre considerevoli -.

Mi rinfacciò di avere una figlia non sua e mi dichiarò che da lui non avrei avuto nessun aiuto economico di nessun genere. Mi aveva avvertito ed ora sarebbero stati cavoli miei.

Rimasi colpita profondamente da quelle parole astiose: percepii ancora più chiaramente che il mio compagno celava nel suo cuore segreti, parti oscure della sua vita che non voleva affrontare: mi aveva raccontato di un periodo assai difficile vissuto ai diciotto anni, risolto anche con l'aiuto di uno psicologo e poi con la decisione di non proseguire gli studi, per non pesare più sulle spalle del padre; vedevo ormai chiaramente il carattere collerico ed ombroso dei due uomini ma sotto c'era altro, qualcos'altro che però rimase un fantasma che non mi fu rivelato mai.

Ma amavo Antonio ed allora avvertii solo un sottile senso di paura. Mi dissi che i genitori sono sempre troppo negativi nei confronti dei loro figli, come d'altronde mia madre era sempre stata con me e rimasi con il mio malessere.

Altri mesi passarono....

Per fortuna quella gestazione fu buona. Avevo la bambina piccola e lavoravo giorno e notte per mandare avanti tutto come desideravo. Ripresi con me il mio Last, il levriero, che non si era mai ambientato con il nuovo proprietario ed accolsi uno dei cuccioli di levriero a pelo ruvido nati con il primo marito, era una femmina che avevo chiamato Alchemilla, venduta qualche anno prima a tre mesi dalla sua nascita ma poi abbandonata al canile; la mia amicizia con il custode mi rese, quella volta, un servizio: lui riconobbe la razza e, dato che allora ero l'unica in Italia ad averne degli esemplari, mi telefonò, avvertendomi.

Avere i miei due levrieri con me mi rese felice. Ma i due cani scappavano sempre, seminando il panico tra le galline dei vicini ed anche qualche vittima, con notevole disagio mio e spese per riparare il danno. Ebbero anche una bellissima cucciolata: era l'incrocio di due razze diverse ed io non avrei voluto che nascessero ma Last, nottetempo, troppo innamorato della sua Milla, come chiamavamo affettuosamente quella dolcissima cagnona, riuscì ad aprire la porta dello stalletto dove lei era rinchiusa e si accoppiarono. Regalai i cuccioli ad amici ma non fu facile piazzarli, perché cani così grandi e particolari, ma uno Thunder, andò a vivere presso una vicina che lo regalò a Marcello, il suo figliolo adolescente. Così potei vederlo crescere e togliermi la curiosità di scoprire come sarebbero state poi le sue fattezze anatomiche, in verità molto simili a quelle della madre. Infatti tutti i cuccioli avevano ereditato il tipo ed il colore del mantello del Deerhound.

Non ho raccontato di quando Neroli ebbe i cuccioli, nel 1980, a novembre. L'avevamo fatta coprire da un grande campione tedesco che viveva con la sua allevatrice nel sud della Germania: fu quella l'occasione per un viaggio bellissimo sul Bodenshee. Il lago di Costanza. Mai più visto un luogo così civile ed ameno, con abitanti così cordiali.. visitammo anche l'isola di Mainau, detta anche L'isola dei fiori: era settembre e i colori e le varietà ci accolsero lussureggianti. Vidi lì, inoltre, delle sculture vegetali davvero incredibili. Non che fossi mai stata entusiasta di coloro che potavano gli alberi facendoli assumere delle forme geometriche o altro ma quello che mi si mostrò là era davvero una fantastica espressione artistica e gli alberi che davano vita a quelle figure: gruppi di persone, animali a grandezza naturale e paesaggi sembravano incredibilmente soddisfatti del loro stato, come dire? Come fosse avvenuta una fusione tra il mondo vegetale e l'altro che veniva rappresentato.

Nacquero nove cuccioli ma il parto fu molto lungo e difficile e ne sopravvissero solo cinque. Avevamo deciso di dare loro nomi particolari: il primo nome legato al mondo di Carlo, le piante officinali e il secondo un aggettivo latino, che ricordava la mia impronta, gli anni del liceo.

E così furono: Amaranthus Vir Fortius, che significa Uomo più forte perché era il cucciolo maschio più grosso e sembrò, proprio da appena nato, un vero adone canino, Alchemilla Prima Lux, perché fu la prima a vedere la luce, Artemisia Pulcherrima, perché era appunto, bellissima, Achillea Magna Domina che vuol dire: grande padrona, perché era la più prepotente del gruppo ed infine Agropiron Puer Rex dato che, come un piccolo re bambino, si accoccolava sempre tra le mie braccia.

Rimasero con noi Amaranthus e Artemisia. Il primo divenne il più bel Deerhound dei suoi tempi, esposto in numerosissime manifestazioni, anche in Francia e Germania, risultò sempre imbattuto. Fu un cane così elegante e signorile che venne ammirato da tutti, anche dai non amanti della razza. Ma il destino non aveva finito di accanirsi sui miei più amati: a poco più di due anni contrasse una micidiale epatite virale ad una esposizione e dovette morire dopo una lunga agonia durante la quale lo curai con tutto l'amore che mi fu possibile, dato che venne a mancare proprio nei mesi della separazione da Carlo. Fu come se quanto di bello avevo progettato lì non potesse sopravvivere, senza e dopo di me. Artemisia si dimostrò, molto stranamente, di un carattere pauroso e schivo e un giorno fuggì da casa riparando in pineta dove visse in modo selvatico ancora qualche anno, avvistata spesso dal mio amico guardacaccia che me ne dava notizia. Di Alchemilla ho raccontato, aggiungo che finì i suoi giorni da Carlo, morendo di tumore, molto vecchia, come pure la madre Neroli e la cugina Iska. Achillea fu ceduta alla allevatrice del padre, la gentilissima signora tedesca, che accettò uno scambio di femmine, dandoci al suo posto una sua cugina, di nome Iska vom Ahslachoff, che venne regalata ad Angela come suo primo cane personale. Iska fu esposta da Carlo per qualche tempo divenendo campionessa ma poi lui, evidentemente, aveva vissuto la passione per le esposizioni canine in riflesso dalla mia. Achillea fu una grandissima campionessa in vari paesi d'Europa e madre di diversi campioni.

L'accoppiamento fra Neroli ed il suo zio tedesco, padre dei cuccioli, che io studiai lungamente a tavolino prima di eseguirlo, risultò molto azzeccato ma, con la separazione, tutto finì e fu un vero peccato.

Ma non posso non raccontare di Neroli, attesa per un lungo anno, acquistata con un notevole investimento di tempo e di denaro, che crebbe bellissima, elegante e femminile ma, prima di poter debuttare nei ring, correndo nei campi dietro casa, si ruppe una zampa anteriore, sotto i miei occhi, a pochi passi da me, semplicemente inciampando in un fossetto di dieci centimetri: correva felice e poi, come un fiore reciso dalla falce, si schiantò a terra con un gemito acuto. Corsi verso di lei con il cuore in gola, che già sapevo cosa fosse successo: infatti la vidi gemente a terra con l'arto spezzato. La presi delicatamente in bracco e la riportai in casa, piangendo. Fu operata immediatamente dal miglior veterinario della zona, che era uno dei migliori chirurghi ossei d'Italia che le infibulò la lunga tibia infranta. Guarì bene e camminò bene senza avere problemi ma, dato che al mio destino non ne sfuggì nemmeno una, l'arto rimase piegato verso l'esterno, nonostante che io, per un mese, le abbia impedito di camminare portandola in braccio sempre, anche di sotto per i suoi bisognini. La esponemmo qualche volta ma un cane con una zampa storta, pur a causa di un incidente e pur se così bello da venir scelto per la pubblicazione come emblema della sua razza su di una prestigiosa enciclopedia delle razze canine uscita a quei tempi, edita da De Agostini, non può avere un futuro in una competizione canina e così desistemmo. E tutti i miei sogni andarono in fumo un'altra volta. Neroli fu una cagna davvero intelligente: conosceva sia l'inglese che l'italiano, dato che noi ci rivolgevamo a lei nelle due lingue. Amava spasmodicamente il tea inglese con un goccio di latte, tanto che ne beveva sempre una tazza lei pure, quando lo sorbivo io. Inoltre sapeva cogliere le fragole - solo quelle mature! - con i denti delicatamente dalla pianta, senza rovinarle per nulla.

Quanto potrei scrivere sui miei animali..

E qui, ancora una volta, mi riprometto di farlo, se avrò vita avanti a me.

 

Tornando alla narrazione in diretta, il primo Natale con la piccola Betta, che aveva quasi un anno, fu una gioia. Vederla ad occhi sgranati davanti a doni ed albero riccamente illuminato e decorato, fu bellissimo. Le regalammo un cavallino a dondolo che fu poi il ' cavallo di battaglia ' di suo fratello, più che il suo...

Io però, in quella gravidanza non riuscii a a contenere il peso, come nella precedente, e sorpassai di nuovo gli ottanta chili.

Ma non mangiare con tutto quel da fare e quei pensieri nella testa non mi fu possibile.

 

Dieci giorni prima del compimento del settimo mese ebbi delle contrazioni.

Il parto si era aperto.

Mi ricoverarono d'urgenza in ospedale, mi fermarono a letto con flebo 24 ore su 24. Non potevo alzarmi neppure per andare in bagno: il bambino si era girato con la testa verso il canale del parto, aveva appoggiato i piedi contro il mio fegato e spingeva con tutte le sue forze, per uscire, lo sentivo distintamente.

Per quanto era stata tranquilla e delicata Betta, nei suoi movimenti intrauterini, per quanto esagitato fu quel terzo figlio. Si seppe subito che era un maschio e non solo a causa del mio sogno e della ecografia, che fu interrogata a proposito, a differenza della volta precedente ma anche e soprattutto perché mi sembrava di avere una intera squadra di calcio in allenamento perenne, custodita nel mio pancione.

Dopo dieci giorni i medici mi dissero che il pericolo era scongiurato e che lunedì, quel giorno era sabato, sarei potuta tornare dalla mia bimba, che era con i nonni. Mi asserirono che certamente avrei portato a termine la gravidanza.

Ma io sentivo il bimbo spingere: glielo dissi e loro risposero che era solo una mia impressione.

Mi alzai, dopo dieci giorni, presi una bellissima doccia e mi feci una lunga dormita. La mattina dopo mi svegliai, mi misi a sedere sul letto e sentii le acque rompersi.

Altro che mia impressione!!

Fu convocato il chirurgo e il mio bambino nacque a mezzogiorno e mezza di quella domenica dei primi di febbraio 1986, anche lui sotto una nevicata. Avevo 31 anni appena compiuti.

Quella volta il parto non fu così semplice. Sempre eseguito con la epidurale, l'utero però era così legnoso che non voleva cedere e lasciar uscire il nascituro.

Il chirurgo ostetrico mi strattonava in malo modo, staccandomi dal tavolo operatorio. Chiesi cosa stesse succedendo e con molta malagrazia mi fu detto di non disturbare.

Ma tutta la questione partì male.. appena arrivarono i medici uno di loro fece un commento assai sarcastico e scortese sulla mia mole. L'anestesista, molto imbarazzato, gli disse che io ero sveglia. Il medico si scusò ma a me rimase un amaro groppo in gola. Che bestie che sono certe persone.... ma molto peggio di bestie, che nessuna ' bestia ' tratta male una sua pari solo perché............ è in possesso di una laurea...

Ci vollero diversi minuti di strattoni prima che il chirurgo riuscisse a tirare fuori il mio bimbo.. la tensione era tangibile. Io tremavo ma non avevo paura per me: tremavo per il mio piccolo. Finalmente sentii il suo grido, un vagito piccolino ma deciso.

Era nato.

E lì lacrime scesero. Ma il sarcasmo di quel giorno era destinato a rovinare tutto. Qualcuno disse: “ Ma dai, invece guarda, è bellino.... “

Che simpaticoni, quelli lì.. che rabbia che mi venne lì per lì..... ma poi me lo portarono, il mio Gabriele.

Era due chili e mezzo. Piccolino piccolino... ed era......blu... o meglio, azzurro.

Mi dissero che aveva ancora quello che viene chiamato ' il velo o la camicia della Madonna'. Mi commossi ancora di più.

Pensai, guardandolo con amore, che lui aveva voluto assolutamente venire al mondo, contro tutti i ragionamenti logici e basati sulla convenienza; chissà a cosa sarebbe stato destinato.

Guardavo quel visino da vecchietto, completamente pelato, - che poi gli venne una testa di capelli incredibile, fini lisci e biondo cenere, come nel mo sogno, - sentii di nuovo quel buon odore: il profumo della vita.

Poi lo portarono via, come avevano fatto un anno un mese ed un giorno prima per Betta, per lavarlo e sistemarlo. Era tutto sano e vitale, non c'era necessità della incubatrice. Mi ricucirono, io mi abbandonai: ero sfinita. Sfinita.

Quando mi riportarono in camera non ricevetti le ovazioni della volta precedente. Niente fiori anello e dichiarazioni d'amore.

Ma perché??

Qual'era la differenza? Non capii.. ero triste vedendo che quel bambino, quella creatura che aveva gli stessi diritti della sorellina non venisse accolto con il medesimo entusiasmo..

Stetti male nei giorni successivi: l'addome mi diventò tutto blu e pesto, mi faceva un male cane. Le gocce per le contrazioni per ripulire l'utero mi provocavano dolori fortissimi, avrei potuto partorire non so quanti figli con parto normale, con quelle doglie; inoltre la ferita non ci stava affatto chiudendo per colpa del fatto che il taglio era stato eseguito su quello precedente e quindi il tessuto era cicatriziale e non rispondeva in modo normale alla richiesta di produrre le nuove cellule per riparare la ferita. Dopo qualche giorno ancora non si parlava di tornare a casa.

Io ero in grande pena per la mia piccola Betta che diceva cose strane: raccontava alla nonna, alla zia ed alla giovane che avevamo assunto per prendersi cura di lei per non gravare troppo sulle spalle dei miei suoceri, di avere due mamme.

La bimba aveva tredici mesi, non camminava ancora ma parlava benissimo, così bene che era meraviglioso ascoltarla. Me la portarono spesso in ospedale, perché mi cercava e chiedeva di me insistentemente: io le avevo parlato a lungo del fratellino che sarebbe arrivato, le avevo raccontato quanto saremmo state felici a giocare con lui e lei volle subito vederlo. Lo guardò, quella prima volta che glielo mostrarono, con uno sguardo d'amore che mi commosse. Così, quando arrivava all'orario di visita, volava tra le mie braccia e si rifugiava con il suo visino contro l'incavo della mia spalla, facendosi accogliere e coccolare per un bel po', poi, quando portavano il suo fratellino per la poppata, lei lo guardava mangiare, seduta sul letto accanto a me e gli sorrideva contenta. Lele era così bellino, io sono certa che a lei sembrasse il suo bambolotto che era per incanto divenuto vivo. E gli parlavamo insieme ma lei mi diceva che io ero la sua mamma ' americana ' e che la sua mamma vera era a casa.

Che strano discorso.

Mi ci volle un po' per capire questi suoi ragionamenti e che cioè lei pensasse che la sua mamma fosse a casa e che quella che si recava a trovare fosse come un clone. Di certo la parola ' americana ' aveva il significato di qualcosa di fantastico e mirabolante ma non reale.

Ebbi paura di traumi, per lei ma io stavo male, non potevo firmare e tornare a casa: ci avevo pensato ma davvero non era qualcosa di assennato da fare, anche perché durante l'operazione di taglio cesareo avevo chiesto che mi venissero recise le tube, per evitare un'altra gravidanza che assolutamente non avrei potuto superare viva.

Anche quella era stata una decisione difficile e dolorosa, perché sentivo dentro di me che rinunciavo per sempre a qualcosa di meraviglioso: il diventare madre e cioè essere donna nell'eccellenza di quel dolce nome. Ma davvero restare incinta un'altra volta sarebbe stato con una eccessiva probabilità fatale, per me. E non era la paura di perdere la vita che mi spaventava ma il dolore di lasciare i miei tre figli soli, senza la loro mamma, come cuccioli abbandonati. Così firmai e chiesi l'intervento risolutivo perché anche il legare le tube aveva a volte generato strane sorprese. Quindi avevo subito due interventi in uno e stavo davvero in una situazione delicata, appesantita anche da una montata lattea con febbre alta e dolore diffuso, esattamente come mi era successo per Betta. Evidentemente il mio corpo si ribellava al dover eliminare quel latte che riteneva, in totale accordo con me, assolutamente prezioso.

 

Dopo dieci giorni, quando finalmente il tutto cominciò a rischiararsi, il mio bimbo smise di mangiare. Me lo portavano dalla nurse che dormiva, io gli mettevo il biberon in bocca ma nulla, non succhiava più, mentre i primi giorni era avido. Era sceso persino di trecento grammi di peso, che per lui erano una quantità notevolissima. Io cercavo di scuoterlo, di dargli dolci colpetti di fargli il solletico, ma lui dormiva, ammantato da un torpore dal quale sembrava non volesse riemergere.

Trascorsero così tre giorni. Gli fecero flebo ma non si vide mutare nulla: il mio Lele, dormiva, dormiva e dormiva, di certo il cucciolo più quieto di quella nidiata di fagottini che mettevano su di un carrello, tutti in fila, per portarli alle loro mamme e poi ritornarli nelle loro culle. Era così buffo vedere quella sfilata di ometti e donnine, ognuno già così diverso, con il suo carattere e la sua peculiarità: ciuffoni di capelli scuri scuri, testoline pelate, qualcuno gridava giorno e notte; di certo il mio bimbo era il meno difficile da trattare....

Mi dissero che se non avesse ripreso a mangiare, il giorno dopo lo avrebbero messo nella incubatrice.

Allora, quella sera, io gli parlai.

Gli raccontai della sua sorellina che ci aspettava, dei cani, del verde dei campi, delle partite a pallone che avremmo fatto insieme, io e lui. Della sua bici.. dei giocattoli. Delle gite, del mare delle montagne. Gli chiesi, per favore, di destarsi dal suo letargo, di mangiare, almeno un pochino. Lui dormiva. Gli aprii la bocca forzando lievemente sul mento e gli misi la tettarella in bocca. Cercai di fargli scendere qualche goccio di latte caldo.

E lui mi ascoltò, come all'improvviso mosse la piccola delicata boccuccia, quasi da femmina, così simile alla mia, che ora, che è un bellissimo giovanotto, gli da un fascino da sciupa femmine.... allora succhiò e bevve qualche grammo di latte.

Io piansi di gioia.

Si rimise in fretta, cominciò a mangiare regolarmente e crebbe di qualche grammo: dopo un mese di ricovero finalmente tornai a casa.

 

Avevo due bambolotti tutti per me.

Angela aveva deciso di rimanere a vivere con il padre: dato il protrarsi del mio ricovero mi chiese, un giorno che mi venne a trovare, se mi sarei offesa ad una eventualità del genere. Io le avevo promesso, quando mi separai da suo padre, che le avrei lasciato sempre la libertà di scegliere dove vivere, il tempo da dedicare ai suoi due genitori. E quindi non le dissi quanto male mi fece quella sua proposta. Ma la capii. Con Antonio assolutamente non andava d'accordio, c'era un sordo e muto astio, tra i due, inoltre tutti quei bebè volevano dire vedermi presa in tutto e per tutto attorno a loro mentre lei, in quel momento, aveva la nuova donna del padre, Rosella, che le prestava un sacco di attenzioni, coinvolgendola nei suoi progetti artistici e portandola con sé ovunque, per negozi, per musei.. decisamente meglio di quella mamma troppo mamma.

Suo padre, inoltre, mi aveva chiesto il divorzio annunciandomi che si sarebbero sposati il prima possibile e la sua nuova ' mamma ' sarebbe andata a vivere con loro, in quella che era stata le ' mia ' casa.

Quanto mi sembrò strano, tutto quello: vedere Carlo che mi portava a casa libri, fumetti, le centinaia di foto che aveva scattato a noi e a tutti i nostri animali, le tendine all'uncinetto, altra biancheria della casa, i poster, i soprammobili in legno grezzo e quelli acquistati a Londra, anche il servizio da tea di Sheffield, persino le sue amatissime caricature eseguite da un suo amico molto famoso e ricercato e la serie dei quadretti inglesi con gli uccellini.... vederlo arrivare ogni giorno carico di cartoni e buste, così, senza guardarmi in faccia, come se adesso fosse lui, il ladro. Sapere che gettava via i mobili, persino quella cucina così bella e pure costosa, di legno di ciliegio e la sala di legno di castagno, rustica, fatta a mano, il davano a fiorellini azzurri, la pelle do mucca che avevamo comprato agli inizi del nostro matrimonio, che era il nostro bellissimo tappeto e che lui aveva sbattuto così tante volte dalle finestrine di quella grande casa di mattoni... immaginarlo che smontava il nostro armadio, il letto, bruciando tutto, senza neppure dirmi nulla.

Mi sentii violare, rifiutare ma pensai che di certo Rosella non voleva vivere in quello che era diventato un tempio ed aveva tutti i diritti di buttare a terra le effigia della divinità che spodestava. Eppure mi fece male lo stesso come mi fece male dire di si alla mia bambina - che bambina non era ormai più -, che sottolineava quanto io non contassi più nulla: ma ben vedevo che vivere con noi, in quella strana famiglia esplosa in un paio di anni, per lei era una sofferenza.

Però, per fortuna, Carlo nel frattempo aveva cambiato lavoro e per uno strano gioco del destino aveva il suo nuovo ufficio ad un chilometro dalla mia nuova casa. Così Angela non dovette cambiare scuola, già frequentava le medie, che già aveva fatto troppi travasi in pochissimi anni. Anzi, alla fine dell'orario scolastico, veniva a casa da me per il pranzo e per fare i compiti, trascorrendo ogni pomeriggio con me ed aspettando il padre che la veniva a prendere alle diciassette, all'ora di rincasare.

In quel modo il distacco non fu così terribile.

Ma lei, la mia ragazzina, che allora aveva dodici anni, era sempre più aspra con me. Aveva cominciato ad ingrassare dopo che, finalmente, tornato l'elettroencefalogramma normale, le furono sospese quelle malefiche compressine di Luminale e da una bambina iper attiva divenne una statua di piombo perennemente davanti alla tv, mangiando tantissimo e continuando ad essere ribelle in tutto: non studiava, non ascoltava, era sgarbata con me e con i piccoli, e con l'uomo che avevo accanto erano sguardi di nero rancore reciproco: certo Antonio ci aveva provato ad essere gentile con lei ma non ci era mai riuscito.

Davvero con il padre lei stava meglio e così accettai quel parziale distacco e mi concentrai sui due germogli che avevo generato: lei mi aveva rifiutato dalla nascita.

Io mi ero chiesta migliaia di volte cosa avessi fatto per scatenare tutto ciò ma non lo avevo mai capito. Lei era stata sempre troppo terribile, troppo vivace e ribelle, sempre troppo ammalata o incidentata.

E non ho parlato delle botte che dava a tutti i compagni di scuola.. non ho parlato di troppe cose.. di tante.. ma impossibile narrare tutto.

Angela era sempre stata molto intelligente ma rifiutava di comportarsi in un modo intelligente, almeno con me ed a scuola, non accettando nessuna gerarchia né imposizione: fu così difficile crescerla.

 

Invece i miei due piccoli erano dolci e tranquilli.

Il maschietto per i primi mesi ebbe il sonno spesso disturbato perché soffriva di coliche gassose e quindi gli faceva male il pancino, che si gonfiava come un barilotto. Allora io lo giravo per cambiarlo di posizione, lo massaggiavo, gli facevo emettere aria, lo ninnavo, gli cantavo la sua canzone preferita, - ' La bella la va al fosso – e lui si riaddormentava.

La piccola Betta era buonissima e deliziosa, sempre sorridente ed affettuosa, non piangeva mai: dove la mettevo, lei stava.

Dopo i primissimi mesi divennero come due gemellini: vivace e precoce lui, nei movimenti e nel mettere i denti, tranquilla e lenta lei, - camminò a diciotto mesi ed il primo dentino lo mise dopo la nascita del fratello. -

Così si trovarono presto a pari passo. Però nel parlare lei lo sopravanzava di gran lunga: lui solo verso i tre anni cominciò ad esprimersi in modo più articolato.

 

Lele piangeva parecchio Certo le coliche gli avevano indotto l'abitudine di esprimersi così e ci vollero diversi anni prima che cambiasse quel suo modo di affrontare le piccole – grandi difficoltà quotidiane. Era molto vivace, anche se meno della sorella maggiore ma abbastanza obbediente, almeno nei sui primi anni di vita. Era poi allegro e molto affettuoso: erano entrambi così tanto affettuosi.

Mi adoravano ed io adoravo loro.

Cantavamo le nostre canzoncine, giocavamo al leone ed al cavallo e loro sul lettone mi strapazzavano in tutti i modi, a cavalcioni della mia schiena.

Ogni giorno ci perdevamo in lunghe passeggiate per i campi e le stradine di quelle campagne a raccogliere fiorellini. Era bellissimo essere la loro mammina.

Mettevo Betta nel passeggino e Lele mi trotterellava accanto, sempre incuriosito da qualcosa: li portavo ovunque, dove io ero, loro erano e la gente di quel paesino ci vedeva passare ogni giorno per andare alla latteria o a comprare il pane e ci fermava, colpita dalla bellezza delle mie due creature.

Entrambi avevano i capelli tagliati alla paggetto, lunghi fino alle spalle, lei così castana intensa, quasi d'ebano, lui biondo cenere, con queste fattezze così fini che tutti si chinavano esclamando:” Che due belle bambine!! “ Lele si adombrava a quelle parole, perché sapeva e sentiva di essere orgogliosamente un maschietto e ben presto ci chiese di tagliargli i capelli. A me dispiacque tanto!!!! Erano così belli, così dorati ma capii lo stato d'animo del mio bimbo e lo portai dal barbiere del paesino che, dopo averlo messo seduto sul sedile a forma di cavallo ideato per far stare più tranquilli i bambini, gli fece un taglio corto corto, salvando solo un lungo ciuffo posteriore, un codino alla moda del famoso calciatore, che Lele fu orgoglioso di portare fino alla sua adolescenza. E da quel giorno nessuno più gli disse di essere una bambina....

 

Ma quelle gioie erano interrotte da tanti tanti problemi.

Si vide subito che il denaro non sarebbe bastato, con un bimbo in più. Ma il mio compagno non mantenne mai la promessa che mi aveva fatto.

Quando il maschietto ebbe otto mesi mi chiese bruscamente se io non avessi intenzione di lavorare mai più, se avessi voluto farmi mantenere da lui.

Ci rimasi così male che reagii con rabbia. Io farmi mantenere?? Ma mai al mondo.

Dopo una settimana lavoravo già.

Iscrissi i bimbi al nido e cominciai a vendere i libri per la Mondadori, porta a porta. Feci un corso serale e presi l'iscrizione all'albo degli agenti e dei rappresentanti.

Fu una campo di battaglia assai duro ma importante per iniziare il lavoro della vendita e mi arricchì di esperienze molteplici: i libri si vendevano, io ero portata, si vide subito e chiudevo i contratti da sola ma era dura anche perché mi sentivo di essere una invadenza, nella vita delle famiglie, che venivano contattate in un modo un po' subdolo, consegnando ai bambini all'uscita della scuola elementare una cartolina che prometteva loro un bellissimo regalo se avessero accettato di rispondere ad un questionario. E il regalo c'era e piaceva ai bambini, come c'era il questionario che però era un pro forma per accedere con le domande alle informazioni basilari di quella famiglia e dare a noi venditori lo spunto per inserire e proporre l'acquisto di una delle opere librarie. Era anche il momento in cui si regalava un computer con l'acquisto di una enciclopedia per ragazzi ma in effetti, io lo sapevo benissimo, che il pc veniva più che pagato.

I libri erano importantissimi nella vita di ogni bambino, io ne ero convinta e in quei paesini di campagna, in quelle case di piccoli contadini di certo non erano il pane quotidiano: sapevo perciò che non stavo truffando a facendo del male a nessuno ma avrei preferito una maggiore trasparenza. Il fatto era che, diversamente, nessuno avrebbe acquistato mai neppure un volume.

Accadde allora che un giorno in una famiglia in cui mi ero recata per un appuntamento, - portavo a termine quattro o cinque visite al giorno, - invece di acquistare i libri, colpiti dal mio entusiasmo, dal mio modo di fare e dalla mia abilità, comprarono me, proponendomi un lavoro di rappresentanza per la loro ditta di generi alimentari. Accettai.

Mi affidarono una zona già avviata, con diversi esercizi che acquistavano regolarmente la merce del nostro catalogo, quindi un minimo di fatturato già consolidato, sola da incentivare.

Iniziai subito con immensa carica, aumentando con grande facilità sia il numero dei punti vendita che il fatturato: nel giro di tre mesi divenni la seconda venditrice in un gruppo di sei, seconda solo, anche se con distacco, al genio di turno, all'affascinante Giuliano.

 

Purtroppo i bimbi si ammalarono diverse volte e non fu proprio possibile mandarli al nido.

Cominciava Lele con il mal di gola, la tonsillite ed il febbrone e poi ecco che arrivava Betta con l'otite e la febbre alta, lei pure: non si poteva farli andare avanti ad antibiotici una settimana si ed una no.

Non avevo un'altra possibilità per continuare a lavorare e smettere era impossibile. Allora assunsi a tempo pieno una tata, una donna giovane e bravissima che li seguì fino a quando restammo nel ravennate, nel 1996.

Io lavoravo come una matta, fuori di casa alle sette del mattino, percorrendo anche duecento chilometri al giorno. Comprai un'auto più comoda, adatta al mio nuovo incarico, una bella Renault Nove grigia metallizzata, usata ma messa benissimo.

Il fatturato cresceva a vista d'occhio, i negozianti mi volevano un gran bene: ero puntuale e cortese, simpatica, ricordavo tutto; davo tutti gli sconti possibili, il catalogo era ottimo.

Triplicai in pochi mesi … mi piaceva da morire girare per i paesini della Romagna vendendo le mie buone cose da mangiare: era come fossi la vivandiera di una grande famiglia.

Mi mancavano tanto i miei bimbi ma quando ero a casa, tutto il mio tempo era per loro, dato che la tata faceva anche tutte le faccende: restavano solo l'onere delle spese e del rifornimento del cibo ed io mi organizzavo in modo tale che fosse sempre tutto a posto e potermi dedicare il più possibile ai due bimbi: i loro sorrisi, al mio ritorno, le loro vocette, i giochi i bacetti.. erano un sogno.

 

Non così andavano le cose con lui, con Antonio.

Era sempre più ombroso e torvo e beveva. Non si ubriacava, no, reggeva l'alcol in modo stupefacente, ma la bottiglia del vino e le vodke al bar erano giornaliere. Fra noi era sceso un gelo grande, non mi cercava più. Tra un rapporto e l'altro passavano mesi.

Io soffrivo intensamente di questo. A letto mi avvicinavo a lui, cercavo di abbracciarlo ma lui rimaneva indifferente. Oppure mi respingeva accusandomi di cercare solo sesso, da lui. Così offesa da quello, cominciai a dirgli davvero che il suo pene era la sua parte migliore.. tanto mi faceva soffrire ed arrabbiare la sua freddezza.

Ero un po' ingrassata, va bene ma ero ancora assai bella... eppure sembrava che Antonio non mi vedesse più.

Sul lavoro. un collega mi fece la corte, quel bel ragazzo, campione di tutto: cedetti alle sue lusinghe, un pomeriggio, dopo un pranzo di lavoro con tutta la ditta. Era un bellissimo uomo, così dolce ed ardente mi fece complimenti, mi lusingò, io non ressi e tradii per la prima volta il mio compagno, da quando, dopo essere rimasta incinta la prima volta, avevo chiuso con tutti gli altri miei 'amici ', perché quando il mio uomo prese un impegno con me, io lo presi con lui.

Ma la sua freddezza mi feriva, mi umiliava. Non era il sesso, solo il sesso. Era essere donna. Essere amata.

Così lo tradii ma fu una cosa di un pomeriggio: non volevo assolutamente avere un amante. Amavo il mio compagno, volevo lui.

Scossa da quanto accaduto cercai di capire cosa gli stesse succedendo, cercai di parlargli di farmi spiegare cose ci fosse che non andava ma non ottenni risposta.

Le uniche che mi diede in quei lunghi anni di tormenti furono: l” Io lavoro, non rubo non ammazzo. Cosa vuoi di più da me?”

Il nostro rapporto prese uno strano andamento: lui si raffreddava sempre di più, si allontanava. Più un bacio, una carezza, assolutamente nessun amplesso. Passavano i giorni. Era sempre più duro e collerico, instabile. Lo temevo. Non sapevo mai come comportarmi, sbottava per un nonnulla. Non facevo non dicevo mai bene. Era come un crescendo rossiniano.

Poi, una notte mi cercava.

Io, ferita, lo respingevo. Allora lui piangeva, chiedeva il mio perdono, mi diceva che erano problemi sul lavoro, che mi amava e finiva che ci amavamo con la nostra consueta passione, Io, ogni volta credevo che la crisi fosse risolta.. stava sereno qualche giorno poi, tutto ricominciava. E il periodo tra un rapporto d'amore ed il seguente andò sempre allungandosi. D settimane a mesi.. due tre... io ingrassavo. Mangiavo, soffrivo piangevo

A volte mi svegliava di notte mentre era addormentato: era come se i nostri due corpi, staccate le menti nel sonno, si riallacciassero nell'amore. Ma anche queste notti si diradarono fino a sparire definitivamente, nel corso degli anni.

E più gli chiedevo spiegazioni, meno me ne dava.

 

Un brutto giorno litigai con il proprietario della ditta di alimentari. Fu una brutta storia: si scoprì che lui era il nemico giurato di giovinezza del mio compagno.

Io non lo sapevo né Antonio mi spiegò mai cosa ci fu con precisione fra di loro. Ma l'odio tra i due era folle.

Successe così: il mio datore di lavoro organizzò un tranello e mi scoprì mentre ritiravo, rimborsando di tasca mia, della merce che era stata venduta con il patto del ritiro sullo scaduto. Il negoziante, d'accordo con il mio capo, parlando, mi portò a dire che il mio superiore aveva sbagliato a quelle parole lui saltò fuori. Era nascosto dietro una scaffalatura.

Uscì gridando urlando bestemmiando che lui era il capo ed io dovevo fare solo quello che lui mi comandava. Io gli mollai la borsa con il catalogo in mezzo al negozio e me ne scappai piangendo.

A casa, quando raccontai al mio uomo l'accaduto, presi altre grida urla e bestemmie.

Mi licenziai. Dopo una settimana il mio collega, quello con cui avevo avuto quella storia, venne a portarmi le scuse del titolare e a chiedermi di tornare con loro ma per rispetto ad Antonio rifiutai.

 

Allora una mia amica mi propose una affare. Il cognato era morto improvvisamente, investito da un auto mentre era in bicicletta.

Quel povero giovane uomo, caro e simpatico che io pure avevo conosciuto, aveva inventato un brevetto; era un macchinario che stampava piccoli pezzi di teflon per le barche, un prodotto innovativo e molto interessante. Per dodici milioni mi avrebbe venduto macchinario, brevetto, un po' di materia prima e la clientela esistente.

Mi sembrò un affare, una cosa bellissima. Avremmo potuto mettere il macchinario nel garage e lavorare in casa, senza dover lasciare i bimbi con la tata e risparmiando il suo salario che era di seicentomila lire al mese.

Vedevo un grande avvenire per quella tecnologia. Studiai un po' la cosa e immaginai altre possibilità: facendo fare altri stampi si sarebbero potute forgiare altre parti per altre necessità: il teflon era un materiale assolutamente futuribile, secondo me.

Ma non ci fu nulla da fare.

Sebbene avessi trovato facilmente il prestito presso la mia banca, senza ipoteche od altro, solo con una piccola rata di rientro, Antonio non ne volle sapere.

Discutemmo a lungo: o gli dicevo che lui avrebbe potuto aiutarmi in quanto aveva molto tempo libero: usciva alle sedici dal lavoro, anche se prima delle diciotto diciotto e trenta non era mai a casa. Aveva i sabati e le domeniche in festivi liberi, più di un mese di ferie l'anno.

Ma fu irremovibile.

E come avrei potuto fare quello contro la sua volontà??Mi arresi dopo giorni e giorni di di aspre discussioni.

E feci assai male.

La persona che acquistò quel brevetto si arricchì in fretta, lo seppi con certezza.

 

 

Era l'inizio dell'estate del 1987.

Nel paesino dove vivevamo c'era una piccola ditta di ingrosso di bevande che serviva bar ristoranti stabilimenti balneari: d'estate la mole del lavoro cresceva a dismisura. Il proprietario seppe della mia bravura e mi propose di prendermi cura del settore balneare. Accettai con gioia.

Il denaro scarseggiava, senza un secondo stipendio davvero non si poteva tirare avanti. Ero stata ferma solo tre settimane ma ero assai preoccupata e così cominciai subito quella nuova avventura.

Alle sei del mattino ero già in macchina, fino alle nove di sera.

I punti da visitare erano moltissimi ogni giorno, la cadenza delle visite frenetica, perché nessuno aveva la possibilità di stivare troppe scorte e la birra l'acqua il vino le coca cola scorrevano a fiumi.

In quegli anni la gente aveva soldi da spendere, le spiagge erano gremite, i tavolini dei bar e dei ristoranti sempre pieni.

Lavoravo e lavoravo, vendevo e vendevo. Faceva un caldo pazzesco, in macchina con il tailleur e le scarpe chiuse ma ero contenta, molto: guadagnai assai bene in quella estate.

Però – ed è ovvio che c'è un però... - mi stancai moltissimo, troppo.

Alla fine di agosto, una mattina, il braccio destro cominciò a formicolare. Si gonfiò la mano. Risalì lungo la spalla, il collo la guancia.

Spaventata mi recai nell'ambulatorio del mio medico che era lì vicino: lui mi spedì di corsa con un'ambulanza al pronto soccorso e mi ricoverarono in neurologia.

Non si capì mai bene cosa fu. I sintomi persistettero per settimane. Feci un mese di ricovero, poi mi dimisero praticamente senza una diagnosi ma io ero disperata per i miei bimbi e volli tornare a casa.

Imparai a sopportare quel fastidiosissimo stato e a conviverci. Una successiva visita da un luminare di Bologna a cui portai tutti i miei esami e trecentomila lire, rivelò che forse avevo avuto una infezione virale spinale. Il grande scienziato mi disse che se si fossero aggravati i sintomi, avrei dovuto recarmi da lui che mi avrebbe ricoverato nella sua clinica e fatto accertamenti più approfonditi, come la puntura lombare con esame del midollo. Intascò il mio denaro e mi congedò.

Ma le cose, in casa, nonostante il mio evidente malessere, peggiorarono.

 

Il mio compagno era geloso del mio titolare.

Non ho mai capito veramente cosa avesse contro di lui. Fra noi non ci fu mai davvero nulla, neppure l'intenzione. Era un ometto piccolo piccolo, sfortunato, un po' strano. Io però mi ci ero affezionata, lui era molto gentile con me, forse galante ma senza intenzioni, almeno a mio vedere.

Per Antonio lui era come il fumo negli occhi.

E poi, alla fine dell'estate il lavoro crollò di botto.

Cercai di recuperare un po' di fatturato andando a vendere del vino a nuovi ristoranti. E, per vendere, vendevo ma di certo la mole del movimento estivo era assai lontana.

Il mio titolare mi suggerì di aprire io stessa un bar.

Avevo già l'iscrizione al REC, dovevo solo far aggiungere la somministrazione di alimenti e bevande, con un esame integrativo.

C'era un baretto in una via centrale di Ravenna, ma un po' defilata. Era assai piccolo ma lavorava abbastanza. Era giusto per una persona sola, come ero io.

Mi piacque così tanto, quando lo vidi, me ne innamorai a prima vista, come egli non stesse attendendo altri che me e si mettesse a scodinzolare felice, nel vedermi entrare per la prima volta dal suo portone di vetro con l'infisso di metallo nero satinato. Ne chiedevano settanta milioni, da pagarsi in due rate a distanza di dodici mesi l'una dall'altra.

Ne parlai con il mio compagno, lui non ne fu entusiasta ma io, quella volta, non mollai e lo comprai.

 

Ma altre novità grosse accaddero in quel 1988.

Il mio ex marito, che si era risposato, un giorno comparve con la macchina piena delle cose di nostra figlia. Mi disse, lì, in piedi sull'orlo del fosso, con il portellone aperto mentre scaricava tutto, che io avevo goduto abbastanza della libertà, che adesso era il suo turno, che la sua nuova moglie gli aveva posto un aut aut: o la figlia o lei.

E lui aveva scelto la moglie.

Mi disse che aveva diritto di un po' di felicità. Scaricò le cose e senza dare altre spiegazioni alla sua ' amata 'figliola, che ovviamente non aveva ascoltato quel terribile discorso, se ne andò e scomparve dalla sua vita.

A quel punto la casa era diventata davvero piccolissima. Non era più pensabile continuare a vivere lì, con i tre bambini, in due stanze più una cameretta di due metri ed un bagnetto nel quale chiudevi la porta senza alzarti dal wc.

Seppi che in paese era in vendita da tempo una grande casa: aveva solo quattrocento metri di giardino ma era grandissima. S

Disposta su due piani, quattro camere di sotto, quattro di sopra, un capannone trasversale con camino e sopra a quello un lunghissimo mansardato grezzo. C'era anche un capannetto in muratura nel giardino: i vecchi proprietari vi avevano venduto i fiori e quella era la stanza coibentata e refrigerata.

L'andai a vedere e mi piacque. Nella grandi stanze vuote sentii già le voci dei miei figli, vidi i loro giocattoli per terra, sentii che era il posto nostro.

Tornai a casa e dissi al mio compagno che l'avrei acquistata.

Ormai ero troppo arrabbiata con lui.

Le sue scelte si erano rivelate sbagliate, scelte fatte con il mio denaro.

Il peso della famiglia era tutto sulle mie spalle. I bambini col padre non dicevano mai nulla, ero io quella che doveva sempre risolvere i loro piccoli problemi. Tornavo a casa dal lavoro e loro mi raccontavano quello e quell'altro: avevano fatto una cosa, avevano male lì, c'era bisogno di comprare o andare là.. Betta aveva cominciato a frequentare la scuola materna.

Ma al padre non chiedevano mai nulla.

Lui, tornato dal lavoro due ore dopo aver staccato e congedata la tata, sedeva al tavolo della cucina, leggeva il giornale e loro giocavano, in silenzio. Solo al mio ritorno ed a me rivolgevano i loro piccoli grandi quesiti.

Ed io avevo già da tempo cominciato a pensare che quell'uomo non era poi così fantastico come mi era sembrato.

Inoltre mia madre stava male ed aveva bisogno di essere accudita: nella grande casa c'ara posto anche per lei.

Nel giro di tre mesi vendetti la casetta rosa a cinquanta milioni, comprai quella più grande, che era giallo ocra, per settantacinque.

Il bar per settanta, pagando i primi trentacinque in contanti.

La grande casa aveva bisogno di diversi lavori per diventare comoda come dicevo io.

Gli impianti di riscaldamento ed elettrici, i pavimenti, gli infissi, i due bagni, la recinzione.. accesi un mutuo di ristrutturazione prima casa di quaranta milioni da pagare in rate mensili di trecentomila lire. E, naturalmente, tutto a mio nome, assolutamente tutto a gravare sulla proprietà mia di quella casa.

Facemmo diverse cose da soli: Antonio era bravo a fare quasi tutto, lavorammo come matti anche se era sempre più iroso e mi strapazzava come fossi il più scemo dei garzoni... lavorare con lui era un incubo: bestemmiava, gridava, gettava oggetti per terra, non finiva mai un lavoro del tutto, restava sempre una vite che mancava, una placchetta da montare o vattelappesca non so cosa.. lasciava la sua strumentazione in casa ovunque, le scarpe, i vestiti, era disordinato.... se faceva qualcosa, tipo imbottigliare il vino, cucinare la carne nel camino, per la cena, sporcava tutto il piano terra, che aveva il pavimento a grandi piastrelle bianche e grigie, con gli stivali a carrarmato bagnati, infangati... la nostra tata lasciava tutto immacolato ma dopo dieci minuti sembrava che nessuno avesse pulito quella casa da anni.

 

A settembre 1988 vi andammo ad abitare.

Il bar aveva aperto da un paio di mesi.

Mi alzavo alle cinque del mattino, quindici chilometri di macchina con tutti i tempi, nebbie intense e ghiaccio compresi.

Alle sei ero operativa: panini sandwich tartine paste cotte da me, oltre quelle del pasticciere.

Avevo fatto un ottimo lavoro in quella bomboniera: messa carta da parati azzurra così carina, tovaglie nuove, due videogiochi: l menù dei panini caldi era allettante. Usavo solo prodotti freschissimi e della migliore qualità: il latte fresco intero della centrale cooperativa, il migliore caffè.

I miei cappuccini si presentavano con una soffice densa schiuma: avevo imparato in un attimo tutto.

Comprai tutto un assortimento di ' caramelle di plastica ', come le chiamavo io, che stavano spopolando fra bimbi e ragazzetti: lì vicino c'erano tre scuole.

Nelle primissime ore del mattino si entrava a stento, tanta era la ressa.

Io diventai velocissima: facevo tutto da sola, anche la cassa, naturalmente.

La clientela crebbe in modo notevole, all'ora di pranzo i miei panini gustosi, grandi e a buon mercato attirarono diverse persone ed ero molto soddisfatta.

Solo che il locale, purtroppo, era davvero piccolo: due tavolini accanto al bancone e quattro in un soppalco rialzato, a fianco, quindi più di tanto non si poteva lavorare.

E poi, avevo solo due mani.

Il pomeriggio era più tranquillo, allora approfittavo per ripulire tutto, fare gli acquisti. Incrementai gli aperitivi serali inventandomi nuovi pastrocchi colorati da servire con canapè e salatini: nel corso serale che avevo frequentato prima di aprire il bar ce ne avevano insegnato, di cose......

Chiudevo alle venti e trenta, lasciando tutto pulito e pronto per l'indomani.

Il giorno di chiusura era la domenica.

E poi correvo a casa, dai miei figli, che mi accoglievano festanti, almeno i due più piccoli.

 

Nella nuova abitazione si viveva magnificamente.

A lui non piaceva, diceva che c'era poco spazio intorno, poco giardino.

Ma a cosa erano serviti quei tremila metri di terraccia se non a spendere soldi per tenere l'erba più bassa di una giungla??

provai un anno a piantarvi dei fagiolini, ma non recuperammo neppure le spese.

La mia amica, l'ex socia, mi disse più volte che avrei dovuto acquistare qualche cagnolina di razza e vendere i cuccioli. In quei casotti, che erano rimasti inutilizzati ed abbandonati ricettacoli di polvere, si potevano ricavare dei comodi caniletti. Ma Antonio, al solito, non volle: non voleva gente per casa, telefonate, affari.. nulla di tutto quello che girava intorno al mondo dei cani gli piaceva.

Allora tutto si era risolto nel vivere tre anni in due stanze, senza nessuna comodità per i due bebè ma soprattutto per me.

La nuova casa era perciò per me un sogno.

 

Mia madre si trasferì da noi ed apportò ulteriori tensioni.

Litigava con la nipote maggiore, era dispotica con i due più piccoli, sempre in contrasto con il mio uomo.

Ma stava molto male. Fu operata alla schiena poi al fegato: era necessario sopportarla. Inoltre lei ci aiutava economicamente. Ci aveva dato quindici milioni per sistemare la casa e farle camera e bagno a sua necessità e ogni mese contribuiva con una cifra che non era piccola.... non la ricordo. Credo trecento mila lire ma non ne sono sicura.

Il caro vita aumentava, i prezzi salivano vertiginosamente, la famiglia di sei persone era assai dispendiosa.

Poi c'era la tata; io ero fuori casa tutto il giorno, era assolutamente impensabile fare senza di lei.

La tensione in casa crebbe a dismisura. Il mio compagno era sempre più agitato nervoso scontroso ed irascibile.

 

Finalmente anche Lele andò alla scuola materna.

I due bimbi crescevano bene: lui era più vivace e birbante, anzi, molto di più, lei era una donnina e gli faceva da mamma. Il piccolo si arrabbiava molto, per quello, dicendole che di mamma gliene bastava una ma la sorellina non mollava: gli faceva persino il letto.

Li avevamo sistemati in due grandi camere contigue ma loro vollero unire i lettini, che si potevano trasformare a castello e dormire insieme: Lele sopra e Betta sotto.

Erano inseparabili: li sentivo chiacchierare tra loro mentre si addormentavano, dopo che li avevo messi a letto.

Quanti salti su e giù da quei due lettini rossi ed azzurri!! E una volta poi, Lele, sognando di fare un tuffo in mare, come facevamo sempre, che io andavo sott'acqua, lui mi saliva con i pedi sulle spalle, tenendosi alle mie mani tese verso di lui ed io mi alzavo di scatto, catapultandolo in alto in alto e facendogli fare tonfi incredibili, si buttò di sotto e diede una botta notevole, piangendo disperato per almeno mezz'ora ma, per fortuna senza altre conseguenze.

Quel fatto, però, restò negli annali e loro se lo raccontavano sempre...

La vedo ancora, quella grande camera dal pavimento di mattoni vecchi che avevamo fatto levigare e le due grandi finestre ampie, con le tendine bianche ed azzurre, che davano sui campi, al di là della strada e la casa colonica sulla destra con l'immenso platano frusciante al vento.

E sento le loro voci, i loro discorsi, rivedo i loro pigiamini, i colori delle magliette preferite.

Quando tornavo dal lavoro, loro avevano già mangiato. Dopo aver giocato e parlato un po' li portavo di sopra e gli facevo il bagnetto, entrambi insieme dentro la capiente vasca da bagno piena di acqua calda schiuma e barchette che avevo fatto installare nella nuova stanza da bagno del piano superiore.... come ho amato quella stanza!! Dopo tanti disagi in quel bagnetto, questo era grandissimo e lo avevo fatto rivestire di piastrelle grige chiare a scure col il piano di marmo rosa del lavabo... era così bello... c'era anche un ampio box doccia, non mancava davvero nulla. Loro giocavano scherzando, non volevano mai uscire dall'acqua, gridavano cantavano, si facevano dispettucci. Finalmente riuscivo a farli venire fuori, li asciugavo, gli mettevo i pigiamini. Che belli, i loro corpicini sani, dolci guizzanti, che tenere membra, che dolci pelle e labbruzze e bacetti ed occhi stanchi.... e poi si infilavano tra le lenzuola. Io mi trattenevo un po' con loro, raccontavo una favola, cantavo una canzoncina. Stanchissimi, scivolavano presto nel sonno. Io mi recavo in bagno per rimettere tutto a posto e sentivo i loro ultimi discorsi del giorno. A volte Betta finiva di raccontare lei la favola al fratellino.

Altre sere, però se avevano fatto già il bagnetto con la tata, io, finalmente rincasata e stanchissima, dopo aver cenato amavo rilassarmi con un bel bagno caldo, d'inverno, ovviamente,

Allora salivo al piano superiore e loro dietro, tutti. Ma TUTTI dietro......

Abbiamo avuto diversi cani e gatti in quella casa, negli anni, difficile parlarvi di ognuno di loro, ora qui, cercherà di farlo man mano.. ma quelli che c'erano in casa in quel momento, tutti su a fare il bagno con me.

Riempivo la vasca di schiuma e mi ci immergevo: a quel punto Lele cominciava a farmi navigare le sue barchette palline ed altri giochi vari e tanto alla fine si bagnava lui più di me, mentre Betta, seduta sul sanitario di fronte con il coperchio abbassato, rosa come il piano di marmo, chiacchierava chiacchierava e mi raccontava di tutto il suo mondo.. e i cani e i gatti accucciati qui o lì, appollaiati sul lavabo.. a molti piaceva bere l'acqua saponata.... e leccavano le bollicine.... e, almeno due volte, due di loro hanno fatto il bagno con me: Yuki, la piccola terrier giapponese e un gatto, Thor, gattone bianco con i fanaloni gialli di un tir.... c'entrò sempre Lele, ovviamente lui era la pietra dello scandalo, e che risa che grida che acqua dappertutto, da asciugare....

Erano due creature meravigliose. Intelligenti e dolcissime. Così diversi dalla loro sorella maggiore, sempre dura ed anaffettiva. Io mi scioglievo di tenerezza.

Ma era la mia sola dolcezza.

Con il mio uomo le cose andavano sempre peggio.

Con la figlia grande ci fu da passare una grossa crisi.

 

Dopo che il padre me l'aveva scaricata così brutalmente ed era sparito completamente, se non per qualche breve impacciata telefonata, lei pazientò qualche mese, poi mi fece domande precise: volle sapere cosa fosse successo.

Aveva quasi quindici anni, era ormai una donna: alta più di me, forte, assai robusta, volitiva, di certo non la si poteva trattare come una bambina.

Dopo le scuole medie, finite un po' per il rotto della cuffia, la moglie di suo padre la convinse di iscriversi alle magistrali. Io ero contraria.

Angela era molto intelligente ma assolutamente non aveva voglia di studiare e non tollerava nessuna disciplina.

Infatti frequentò qualche settimana e poi passò il resto dell'anno in giro per la città con i più sbandati che trovò. Divenne punk e dark e si truccava pesantemente con quello stile che io trovavo davvero di dubbio gusto. Ma non mi opposi. Giudicavo che avesse il diritto di seguire un suo stato d'animo; a scuola però ci doveva andare.

E, dato che non lo faceva, la ritirai, per non farla bocciare e la costrinsi a venire ad aiutarmi un po' nel bar.

Ma era una frana. Tutto quello che faceva mi complicava di più la vita. Così le lasciai la libertà. Si mise con un ragazzetto brutto e stupido. Mi chiesi mille volte – e lo chiesi a lei – cosa ci trovasse ma, ricordando i discorsi di mia madre quando io avevo la sua età, accettai anche lui. Passavano dal bar per bere o mangiare.. io davvero non ero felice nel vederli così: mi dava l'impressione che stessero sbagliando tutto.

Quando mi chiese del padre io le dissi la verità: cercai di addolcirla un po' ma non le mentii.

Per lei fu un colpo durissimo. Forse sbagliai ma io ho sempre creduto che la verità non sia mai un errore.

Divenne ancora più riottosa ribelle prepotente aggressiva.

Litigava con tutti, con me la nonna e il mio compagno, per ogni piccola sciocchezza.

Fuggì di casa.

Venne vista per strada con una sua amica. Me lo vennero a dire dei ragazzi che venivano sempre a mangiare i panini da me e che quella mattina mi avevano vista sconvolta e a cui avevo raccontato che la mia ragazza la notte non era rincasata ed io non sapevo dove fosse.

Avevo telefonato al padre, il quale mi disse che non sapeva cosa fare e mi invitò a rivolgermi alla polizia. Io volli attendere qualche ora ancora e feci bene.

Quando mi indicarono dove fosse, chiusi il bar di corsa ed andai a riprenderla, riportai a casa l'amica e cercai di parlare con mia figlia.

Volevo che smettesse di vagabondare così, che decidesse cosa fare del suo futuro. Che si cercasse un ragazzo migliore; anche lui aveva lasciato gli studi e fumava canne. Scoprii che lei pure fumava, dall'età di undici anni, lei che aveva sempre torturato il padre, grandissimo fumatore, perché smettesse.

Mi cascò il cielo sulla testa.

Ma come fare??? Io ero dentro quel bar tutto il giorno..

e cominciai a stare male.

Presi una prima broncopolmonite. Tenni chiuso il bar una settimana. Stetti malissimo. Poi una seconda, più lieve, che curai in piedi lavorando.

Poi cominciarono le coliche. Veramente erano cominciate ancora quando stavamo nella casetta rosa. Tutto ad un tratto mi coglieva un fortissimo dolore allo stomaco, tanto forte da piegarmi le ginocchia e farmi accasciare a terra.

In quei mesi si intensificarono. Feci esami. Si parlò di calcoli alla cistifellea. Feci una gastroscopia.

Risultò una brutta ulcera pilorica con stenosi. In pratica il piloro, immerso nei succhi gastrici ,si era eroso e stringeva l'anello dello sfintere. I boli del cibo non fuoriuscivano, lo stomaco si riempiva di gas ed arrivava la colica.

Mi curarono e i sintomi dell'ulcera migliorarono ma peggiorarono le coliche epatiche. Però,calcoli non se ne vedevano.

Giunse l'estate, mi prese una colica fortissima e mi ricoverarono un'altra volta.

In quei giorni mia figlia maggiore fuggì di nuovo di casa.

Rubò i gioielli di mio padre e mio nonno, anello medaglia al valore, vecchissimo orologio d'oro a catena, anello con topazio e le mie spille e catenine e anellini e braccialettini di battesimo e comunione. Razziò tutto, anche il denaro che trovò in casa, qualche centinaio di mila lire, della nonna e fuggì con la sua vespa ed il suo ragazzo.

Quando il mio compagno me lo disse, io stavo malissimo, in preda da tre giorni a quella colica che non passava con nulla.. Telefonai al mio primo marito ma anche quella volta se ne lavò le mani.

Furono due giorni di assoluta angoscia. Poi la polizia ferroviaria li trovò su di un treno diretto ad Amsterdam.

Li fermarono e li portarono a Milano... di certo io non potevo andare a prenderla. Il padre di mia figlia si negò di nuovo. Allora solo il mio compagno si fece avanti, quella volta si comportò assai bene: prese la macchia ad andò a Milano a recuperare i fuggitivi.

Ma la portò il giorno stesso direttamente dall'auto. Piangente, sporca puzzolente, fumata visibilmente, distrutta. Io l'abbraccia in preda ad un grandissimo dolore. Piangemmo così su quel letto di ospedale. Lei mi raccontò che il suo ragazzo aveva avuto una strana reazione alla pelle, che era stato certo avesse contratto L'AIDS, dato che si bucava, che fosse il morbo di karpof. E quindi era certa l'avesse contratto pure lei. Per quello erano fuggiti. Le chiesi di tornare in sé. Promise. Furono fatti esami che, per fortuna, risultarono negativi: lui aveva solo una crisi di acne.

 

Mi dimisero senza diagnosi: i calcoli non si vedevano, gli esami erano perfetti, dissero che somatizzavo. Ma io continuai a stare male. Tornai al bar, che questa volta avevo lasciato nelle mani di due mie amiche, pagandole, ovviamente, per non chiuderlo di nuovo.

Ma stavo male.

Però sembrava che mia figlia si fosse calmata. Non usciva più. Disse che aveva lasciato quel ragazzo; invece scoprimmo che usciva di nascosto la notte, scavalcando la finestra.

 

Mia madre, in tutto quel trambusto, si arrabbiò tantissimo e se ne tornò a vivere accanto a mio fratello.

Mi disse che ero pazza, che la mia vita era una follia. Le chiesi se avesse una ricetta per risolvere tutto con la bacchetta magica. Mi rispose che il problema era mio, che quello era il frutto delle mie scelte.

Io ribadii che quello era il frutto soprattutto di scelte altrui ma di certo io avevo lasciato fare. Le dissi che una buona parte di tutti quegli errori dipendevano dal mio non sapere mai cosa volere. Se facevo di testa mia sbagliavo, se davo retta ad altri sbagliavo. Lei mi disse che non sapeva cosa dirmi che aveva dato la vita per me, che mi aveva aiutato in tutti i modi. che non resisteva più. E se ne andò.

Lasciandomi così anche senza aiuto economico, oltre che senza la sua presenza che comunque si dimostrava preziosa nei momenti di vuoto. In casa lei c'era sempre ed i bambini potevano così non rimanere mai soli, permettendomi di risparmiare qualche ora della tata.

La capii, però. Casa mia era davvero un girone infernale.

 

Quando scoprii che mia figlia usciva di notte scavalcando la finestra mi arrabbiai tantissimo. Le vietai di vederlo. Montai una guardia armata. La chiusi in casa.

Ma ormai era troppo tardi: dopo pochissimo mi confessò di essere incinta.

Rimasi di sasso.

Ma non la sgridai. Le dissi che potava contare su di me. Che scegliesse in tutta libertà cosa fare. La portai a fare colloqui con una psicologa che disse che la colpa era tutta mia, che la ragazza aveva sofferto troppo sin da neonata e la responsabilità era solo mia.

Mi sentii un mostro.

Pensavo a questo bambino, immaginavo potesse assomigliare al padre, che era quasi anormale, e rabbrividivo. Ma era un bambino, era una creatura, era sacro. Era mio nipote.

Lo amai.

Ma mia figlia decise di non farlo nascere. Con dolore accettai la sua decisione. La portai a fare tutto quanto, cercai di starle vicina ma lei si chiuse in se stessa.

Ed anche si chiuse in casa. Non uscì più. Fino all'autunno del 1989, quando si iscrisse alla prima istituto alberghiero, - cucina - e cominciò a frequentare regolarmente le lezioni.

Io piansi in silenzio per mesi, anni, per tutta la vita quella piccola vita spezzata. Ma mia figlia non voleva avere bambini. Aveva sempre affermato quello sin dai suoi primissimi anni. Non voleva sposarsi né avere figli. Mentre invece i figli vanno desiderati amati. E poi è difficilissimo anche così.

La vita era la sua: aveva diritto di scegliere. Ma io piansi quella piccola vita mai nata.

E, per terminare di parlare di questo, riporto qui un brevissimo passo tratto da ' Io non sono di qui ', in corsivo.

 

Non ho visto mia figlia piangere per questa perdita, ma sono sicura che dentro di lei questo dolore è ancora vivo e acutissimo.

Io ho pianto per lui, che ho sempre chiamato il mio piccolo Angelo, dato che gli angeli non hanno sesso e corpo, ma sono presenze poetiche e dolcissime. Ho pianto per molti anni…

Da allora ne sono passati quasi venti. Ora sarebbe adulto.

 

Le cose in casa, però, si acquietarono un po'.

 

 

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Commenti: 1
  • #1

    joy (mercoledì, 27 febbraio 2013 01:30)

    Ehi amodospellcaster@gmail.com questo è Saad.

    Come stai? Volevo solo farti sapere che ... le cose sono andate molto bene .. bene ho dovuto dire a questa u .. una settimana fa .. ma ho voluto inviare u quando ero pienamente convinto che le cose stanno lavorando su .. . Arzoo è tornato mi wid .. il nostro rapporto è come prima che la prima volta che ci siamo incontrati ...
    Amodospellcaster@gmail.com Ok
    Tc