LA MIA AUTOBIOGRAFIA RIPRENDE LE PUBBLICAZIONI...CAPITOLO VENTESIMO : ANTONIO. BETTA. UNA NUOVA CASA

MADRE PER SEMPRE - 2012 olio su tela 13 x 18
MADRE PER SEMPRE - 2012 olio su tela 13 x 18

 

CAPITOLO VENTESIMO


Antonio. Betta. Una nuova casa

 

 

Il sabato sera andavo a ballare in una sala dove si recavano per lo più uomini e donne sopra i trent'anni, in cerca di storie. Andavo da sola ed era terribilmente eccitante.
Ebbi diverse avventure di una notte.
Cosa stavo cercando?

L'emozione profonda che avevo provato con Roberto mi aveva dato la prova tangibile dell'esistenza di una dimensione alla quale io avrei potuto avere accesso ma che ancora non avevo conosciuto fino in fondo.
Sapevo però che in quel locale più che altro si recavano uomini in cerca di storie facili eppure, in fondo in fondo, così in fondo da tenerlo quasi celato a me stessa, qualcosa mi diceva che lì ero attesa.

Infatti a novembre, il 27, uscendo di casa sentii chiarissimo il segno della predestinazione.

Era una notte non fredda, lievemente nebbiosa. Quando arrivai, il parcheggio delle auto era già gremito: mi strinsi nel giaccone sentendo l'aria fresca entrarmi sotto la camicetta leggera che indossavo. Avevo scelto per quella sera un completo di blusa e gonna pantalone, color ruggine intenso e tutto decorato con piccoli arabeschi dorati, rifinito con il colletto alla coreana. Il foulard grigio perla e rosa chiaro dava un piccolo tocco ingenuo al mio viso truccato in modo più marcato del solito. Quel pomeriggio ero andata dalla parrucchiera ed i miei capelli erano così giovani e vitali.
Dopo il rito della biglietteria e del guardaroba entrai nella sala e mi diressi direttamente al bar per prendere il mio Cuba Libre: avevo bisogno di entrare subito in sintonia con le luci basse, la musica anni settanta, le coppie abbracciate sui bassi divani ed il frullio dei “pretendenti” tra una pista e l'altra.
Tirando con la grossa cannuccia nera il primo sorso della bevanda gelata, cercai con gli occhi un tavolino un po' appartato e solitario, lo raggiunsi, appoggiai il bicchiere e mi sedetti, sprofondando lievemente. Ripresi il bicchiere fra le mani e sorseggiando lentamente cominciai a guardarmi intorno: non avevo ancora voglia di ballare ma non volevo neppure restare a fare tappezzeria, per ciò cercavo di vedere se vi fosse un ragazzo simpatico che avevo conosciuto due sabati prima, giusto per spezzare il ghiaccio e anche quel nodo che sentivo allo stomaco.
Ero ancora in tenta a frugare con lo sguardo fra i tavolini e le piste da ballo quando passò davanti a me un uomo alto, dalle spalle larghe, con i capelli un po' lunghi e la barba ben curata, appena brizzolata. Indossava una giacca di camoscio beige chiaro, un paio di pantaloni scuri ed una camicia bianca senza cravatta con il colletto aperto, entro il quale era elegantemente adagiato un foulard di seta scura.
Lo guardai mentre passò oltre, si fermò, si volse verso di me, tornò sui suoi passi e, senza sorridermi, mi disse a bruciapelo:
“Ma dove è stata tutto questo tempo una ragazza bella come te?”
Io gli sorrisi e gli risposi che non ero poi così bella e lui, perentorio:
“Lascia che sia io a deciderlo”
Poi, posando il bicchiere che aveva fra le mani, dove un doppio whisky senza ghiaccio era già in parte stato bevuto, mi chiese – ma non era una domanda - :
“Vuoi ballare?”
Ballammo. Io gli cinsi le braccia al collo e lui mi appoggiò una mano, la sinistra, alla vita, mi avvicinò a se ma non troppo, guardandomi con quella sua aria tra il serio, l'imbronciato ed il canzonatorio.
Io mi sentii indagata da quegli occhi nocciola intensi e quella mano posata alla sorgente dei miei fianchi era come volesse entrarmi dentro.
Eppure il Cuba Libre era stato appena assaggiato, perché mi girava la testa?
La musica era alta anche se lenta, lui mi chiese avvicinando le labbra al mio orecchio e quindi frugando tra i miei capelli:
“Come ti chiami? Io Antonio”
Il suo respiro disegnò una carezza sulla mia guancia ed io istintivamente mi posai su quell'alito che vibrava, mi scaldava, “Ari.“ gli risposi alzando un poco gli occhi verso di lui che non fece un vero gesto ma mi guidò a posare la testa nell'incavo della sua spalla.
Ballammo in silenzio.
Ma non era silenzio tra noi..... il suo torace potente sussurrava i movimenti del suo respiro contro il mio seno, il suo bacino aveva allacciato un dialogo intenso con il mio ventre e quella mano aperta, scivolata appena un po' verso la curva del mio fianco, era come cantasse: “Vieni qui. Vieni da me.”
Ed io mansueta ingenua e felice acconsentii a quel richiamo.

La notte stessa fui sua.
Rientrata come volando nella mia casetta silenziosa che era già mattino, così colpita da quell'incontro, come prima cosa presi dalla mensola il grosso volume rosso dell'Oracolo Cinese e, sedendomi al tavolo, gettai sei volte le tre monetine dorate, interrogandolo.
- Cosa è giusto che io creda sarà Antonio per me? -
La risposta dell'oracolo mi sorprese vivacemente: La Casata.
Una nuova famiglia? Impossibile!!...... sorrisi tra me, deposi il libro e me ne andai a dormire sfinita.
Ma l'oracolo cinese non sbaglia mai.

Fu un colpo di fulmine anche per lui e ci tuffammo a capofitto in una storia.
Io lo trovavo bellissimo, tenebroso, intelligente... perché lo era.
L'attrazione fisica tra noi era potentissima e fin da subito ci legammo in amplessi esplosivi e completi tra amore e piacere. Di nuovo con lui provai l'estasi, almeno l'assaggio.

Ma lui mi disse che non voleva legami.
Ci vedevamo massimo due volte alla settimana, a volte neppure una ed io continuai a frequentare anche gli altri: il mio primo marito mi amava e non vedeva altre all'infuori di me, gli altri tre miei amanti erano i miei cavalieri serventi, pronti a soddisfare i miei capricci.
Il lavoro andava sempre più a gonfie vele, avevo acquistato una piccola auto nuova e presi un cane, un altro levriero a pelo raso bianco e tigrato che chiamai: The First and last love of mine. (il mio primo ed ultimo amore).

Naturalmente lo chiamavo Last ma quel lungo nome imposto sul pedigree di quel puledrino dalle lunghe gambe aveva una lunga storia dietro di sé: quella razza era stata il mio primo amore ma quel cucciolo sarebbe stato l'ultimo, se non avessi avuto un po' più di fortuna con lui.
La vita mi sorrideva.
Il mondo era stretto nel mio pugno, che io guardavo con soddisfazione e senso di potere.

Ma nulla mai dura, nella vita umana e ben presto arrivarono cambiamenti.
Il mio ex marito si innamorò di un'altra.
Rimasi davvero di stucco quando me lo disse.

Fui felice per lui... la nuova arrivata era un'artista e anche mia figlia ne era affascinata, tanto che provai persino gelosia ma non me lo permisi.
Lui aveva tutti i diritti di essere felice e che la sua nuova compagna si trovasse benissimo anche con mia figlia era assolutamente splendido....
Solo che non me lo sarei mai aspettato: mi sentivo come un'istituzione nella vita di Carlo e ad un tratto mi trovai detronizzata.
Comunque, io ero proiettata in quel nuovo amore che stavo vivendo, sempre più presa ed affascinata da Antonio, anche se lui aveva momenti di un vuoto assoluto, amaro... e sparizioni che mi lasciavano sofferente.
Come emblema, racconto un piccolo accadimento: un brutto giorno a mia madre fu diagnosticato un tumore alle ossa.


- Ho dimenticato di dire che, quando la mia bambina aveva quattro anni, lei riportò la prima frattura spontanea ad una costola. Cominciò così il suo lunghissimo calvario che non è ancora terminato.
Tra diagnosi certe: osteoporosi ed artrite, altre meno certe ed azzardate, come quella accennata più sopra, si diede il via ad una serie di visite specialistiche, indagini di laboratorio, ricoveri in tutti i centri specializzati limitrofi: Ferrara, Firenze e Bologna. Così cercavamo consigli a destra e a manca e si facevano indagini ma lei stava sempre peggio e il dolore aumentava. Io la portavo dappertutto, la seguivo da vicino.
Era sempre stata una donna più che attiva ma ora ogni cosa che le costava un dolore ed una fatica tremenda.
Decise di vendere il negozio. Io mi trasferii da lei per qualche mese, portando con me la bimba che fu iscritta pro tempore in una scuola materna lì vicino, dove insegnava mia zia.
Il negozio vendeva merceria, maglieria e intimo. Un negozietto piccolo piccolo, stipato fino all'inverosimile, tanto che io lo chiamavo scherzando “ l'uovo sodo”.
Ero sempre andata ad aiutare mia madre, sin dagli inizi dell'attività. Quando si recava a fare acquisti con la mitica Erre Quattro Renault grigia metallizzata, io ero con lei.
Spostavo pacchi, davo consigli.... ero l'addetta all'acquisto delle cravatte. Si vide subito che il mio gusto era molto apprezzato dai poveri mariti che troppo spesso si vedevano regalare cravatte di bellezza davvero dubbia.
Evidentemente il mio uomo interiore amava le cravatte.... quindi ero io che le sceglievo.
Spessissimo, fino alla nascita della bambina, trascorrevo ore in negozio per sollevare mia madre dall'onere molto gravoso che era tutto sulle sue spalle. Ogni giorno mi recavo da lei ed ero in grado di vendere qualsiasi cosa, così sotto le festività e nei giorni di lavoro più intenso o quando mamma aveva una qualche altra necessità, io la sostituivo e la supportavo.
Ero beneamata ed accettata dalle clienti: quella era una vera borgata e la vita allora era alquanto corale.
Le clienti erano sempre le stesse: donne più o meno giovani, madri di famiglia che cucivano da sé gli abiti per tutti i componenti del loro clan. Così bottoni, cerniere, filo da cucito, fettucce varie ed elastico per me non avevano più segreti e anzi mi divertivo tanto con tutte quelle scatoline, quei colori e le chiacchiere, spesso argute, di quelle comari.
Poi con il tempo mia madre aveva aggiunto la maglieria, l'intimo e l'abbigliamento per i bambini. Aveva veramente di tutto, era brava ed onesta nei prezzi, così la clientela crebbe a dismisura.
Ma io mi sposai, lasciai la città e lei dovette fare da sola.

Quando si ammalò nessuno poté prendere in considerazione l'idea di mettersi al suo posto: l'unica a poterlo fare ero io ma, a quei tempi, neppure il pensiero di separarmi da mio marito e dalla mia casa mi era tollerabile.
Così si vendette.
Si effettuò una grandissima svendita e tutto il contenuto, diverse decine di milioni, di merce, fu ceduto a prezzi scontati, pezzo dopo pezzo.
Quella fu la definitiva demolizione di mia madre.
Io soffrii con lei e l'aiutai il più possibile. Abitava ancora con mio fratello, che aveva nel frattempo avuto un altro figlio. Ma, con l'avvento della sua malattia e la perdita del negozio, sorse presto la sua necessità di vivere sola, perché era divenuta insofferente a tutto: era disperata.
Andò a vivere in un piccolo appartamentino in affitto.
Negli anni successivi ne girò parecchi. Trascorse anche molti mesi al mare, in appartamenti o pensioncine familiari. Praticamente l'inverno lo passava là, perché in città i dolori le aumentavano notevolmente.
Era sempre stata dura ed inquieta e lo divenne ancora di più. Non faceva altro che parlare della sua malattia.
Ben presto non fu in grado di camminare se non appoggiandosi su due stampelle ma, forte e combattiva, dato che tutti i medici le dicevano che non doveva smettere di muoversi, pena la perdita della sua indipendenza, - cosa che lei non poteva assolutamente ammettere - ogni giorno camminava per chilometri, appesa alle sue grucce, solitaria ed arrabbiata con tutti, soprattutto con quel Dio che l'aveva ancora una volta così duramente punita.
Il suo è stato un calvario di più di trenta anni che qui riassumo in poche righe.
Fu, inoltre, sottoposta ad un delicatissimo intervento chirurgico alla colonna vertebrale: le venne rimosso uno scrigno osseo che le stringeva il midollo e quello le alleviò quasi completamente il dolore feroce che provava.
Poi fu operata più volte alle mani ed ai polsi per il cedere dei tendini.
Le si ruppe la colecisti e fu gravissima, in coma per giorni. Le dovettero asportare anche un pezzetto di stomaco ma ce la fece.
Le asportarono per due volte alcuni noduli tiroidei.
Provò tutti i medicinali per la cura dell'osteoporosi che erano in commercio, subendo e sopportando i loro terribili effetti collaterali.
Fu davvero un calvario, anche perché lei era assolutamente solo incentrata su di quello. Io la portavo dappertutto e, che fosse a casa, all'ospedale o al mare, ogni settimana l'andavo a trovare.
Feci e disfeci decine di valigie.
Ascoltai migliaia e migliaia di volte le stesse cose: gli stessi ricordi gli stessi lamenti. Venne a vivere con me e se ne andò, sempre ogni volta con problemi e liti, quattro/cinque volte...
Io le fui sempre accanto, almeno fino ad un certo punto ma di questo parleremo più avanti.

Oggi ha ottantotto anni e sta meglio di me: si muove ancora e fa ancora molto da sola, aiutata della sua assistenza ma non esce più da qualche anno. Vive vicino a mio fratello che si occupa di lei ed è serena, cosa che è davvero miracolosa perché a quei tempi fu tutto una grande tragedia: vendere il negozio fu la sua tragedia.... forse ancora più grande della morte di mio padre. -

 

Tornando al 1983, quando le diagnosticarono quella gravissima malattia che poi non risultò reale, io piombai in una profonda crisi.
Stetti male per qualche giorno, colpita dalla notizia ma lui, il mio uomo, sparì per una settimana....
Io lo perdonai comunque, pensando che non avesse potuto far di meglio: il confronto con la morte era sempre arduo da affrontare.
Il fatto è che già allora, ogni volta che io ebbi bisogno di lui, Antonio si defilò velocemente. Avrei dovuto insospettirmi ma non lo feci, per me lui era bellissimo e stupendo, sempre... Anche se non mi dava la mano o il braccio in pubblico, lo scusavo dicendo che era riservato. Anche se non mi diceva mai: ti amo. Anche se non commentava mai le poesie d'amore, tantissime, che io scrivevo per lui in piccoli quaderni che poi gli davo da leggere e che mi riconsegnava senza una parola. Anche se non stette con me il giorno del mio compleanno e del Natale....
Anche se quando io gli chiedevo qualcosa era proprio la volta che ottenevo ancor meno del solito.

 

Io, comunque, avevo gli altri “amici” attorno a me e le sue mancanze mi facevano meno male.
Non so se lui pure avesse altre “amiche”... forse... ma era un qualcosa che non ci interessava. Lui non chiedeva mai cosa io facessi quando non ero con lui e questo era la pace di tutto.

Però la decisione di lasciare la toelettatura, cosa che accadde quando io e lui ci eravamo già incontrati, fu una scelta che spinse in modo deciso: il mio lavoro non gli piaceva assolutamente e quando gli chiedevo di venire in laboratorio si sentiva fortemente a disagio: non legò neppure con la mia socia e a lei non piaceva affatto, così come non piacque affatto a mia madre, quando glielo presentai.
Io mi chiedevo come potessero non restare affascinate da lui: per me era splendido in tutto.....

Arrivò così la Pasqua del 1984. il Lunedì di Pasqua, per l'esattezza.
Trascorremmo tutto il giorno insieme, perché il precedente lui lo aveva passato con la famiglia.
Furono quelle le mie prime festività solitarie: il natale 1982 lo trascorsi da sola piangendo sul divano a righine bianche ed azzurre della mia nuova bellissima casetta.
La mia bimba era andata con il padre dai nonni, mia madre stava male e volle restare da sola... io non andai dalla zia che mi aveva invitato....
Restai così, a sentire che l'era delle feste allegre era finita per sempre.
Quel lunedì di Pasqua Antonio venne a pranzo da me, che preparai il mio meglio per lui. Mangiammo, bevemmo ottimo vino bianco, che con lui avevo cominciato ad apprezzare, e passammo il pomeriggio e la notte a letto, avvolti nei turbini della passione.
Ero felicissima: l'amavo e lui era travolgente.

Dopo pochi giorni mi sentii cambiare e pensai di essere rimasta incinta, lo dissi al mio primo marito, quando ci trovammo a giocare a tennis. Lui mi scherzò e ci rise su, però il ciclo non arrivava ed io ero davvero certa di aspettare un figlio.
Ma a lui, al mio amato, non dissi nulla.
Attesi qualche giorno e feci un test di gravidanza di quelli di farmacia: risultò negativo.
Respirai di sollievo anche se in fondo mi dispiacque un po'.... attesi ancora.... ma nulla... il ciclo era un fantasma. Portai le urine al laboratorio...
Negativo.
Continuavo la mia vita: lavoro tennis uscite varie ma dentro sentivo che stava per cambiare tutto.
Attesi ancora: il ciclo non venne.
Prenotai una visita dalla ginecologa e lì non vi furono dubbi: ero davvero in attesa di un bambino.
Che colpo fu.
Ma dentro io già sapevo e già avevo deciso che avrei dato alla luce quella creatura.
Scilla mi disse che ero pazza, così pure Carlo.
Io volevo quel bambino, anche se il padre non avesse acconsentito alla nostra unione.
Così glielo dissi.
Lui restò di pietra. Si rabbuiò profondamente e mi chiese tempo per riflettere.
Si alzò dal tavolo del bar al quale eravamo seduti e se ne andò così, senza neppure girarsi, a malapena salutandomi.
Restai ferita dal suo comportamento. Sparì per dieci giorni: divenni certa che non avrebbe accettato quel figlio ma rafforzai in me la volontà e la gioia di averlo.
Quel bambino che era sbocciato in me, quella miracolosa nuova vita nata da un giorno di così grande amore e felicità era per me solo gioia: gioia allo stato puro.
Poi lui ricomparve e mi disse che accettava, a patto che io avessi venuto il negozio e mi fossi presa cura di nostro figlio.
Mi rassicurò dicendomi che avrebbe cercato fonti di lavoro aggiuntive, oltre al suo lavoro fisso di operaio specializzato, se ci fossero stati problemi di ordine economico.
Io lo abbraccia commossa fino al pianto.

 

Salutai Lorenzo e gli altri due miei “ amici “ con un ultimo brindisi alle rispettive saluti. Fu soprattutto Lorenzo che si dimostrò molto dispiaciuto di perdermi e mi chiese se fossi davvero certa della mia scelta ma il mio incrollabile entusiasmo lo portò ad abbracciarmi con molto affetto ed a lasciarmi andare senza altro aggiungere.

Rividi ancora una volta quel caro ragazzo: diversi anni dopo lo ricercai ma lui viveva in quel momento un'altra storia parallela al suo matrimonio e, ovviamente, io proprio non potevo più avere alcun ruolo. Però ci incontrammo per bere qualcosa insieme e per parlare.

Non lo dimenticherò mai quel suo sguardo, così colmo di tenerezza e rimpianto di non potere più portarmi in giro a divertire per i locali più belli, festeggiando le notti di una giovinezza che andava velocemente fuggendo tra le bollicine dello champagne.

 

Io ed Antonio demmo la notizia della mia futura maternità ai suoi, che conoscevo già da un po', durante uno dei rituali banchetti domenicali. Furono felicissimi, anche la sorella di lui, ancora nubile. Mi accolsero a braccia aperte nella loro famiglia.
Erano ottime persone, mia cognata era gentilissima, mio suocero, anche se un bel po' burbero e collerico, fino a quel momento aveva evitato di esagerare. La mamma di Antonio era una donna dolce, sottomessa e così generosa che io amai con tutto il cuore: dopo quell'arpia della prima suocera, lei era un sogno.
Misi in vendita il mio negozio ed in meno di un mese lo vendetti. Guadagnai anche una sommetta: era stato acquistato per 18 milioni, merce esclusa, cioè licenza arredamento ed avviamento e lo cedetti per 37 milioni, sempre merce esclusa.
Inoltre c'erano una decina di milioni di inventario.
Mi dispiacque venderlo, perché mi sentivo orgogliosa della trasformazione che quella piccola bottega vuota e dimessa aveva subito col mio avvento. Chi entrasse ora nella mia latteria veniva assalito dai colori e dai profumi: la varietà era tale che, per forza di cose, usciva avendo acquistato qualcos'altro oltre il litro di latte di sua intenzione.
Il lavoro mi riempiva e mi rendeva piena di energie ma mi attendeva di nuovo una famiglia. Ed io ero così felice proprio perché, pur vivendo quelli che furono gli anni più belli e divertenti della mia vita, sentivo comunque la mancanza di un uomo accanto a me, nel mio letto.....
E non certo per il sesso, che assolutamente non mi mancava visto che in quel periodo ne ebbi in quantità e qualità da me mai provate ma per l'amore delle cose quotidiane, per la presenza: nonostante avessi tutti quegli uomini per me, comunque continuavo a sentirmi sempre sola....

Così vendetti la mia latteria e prenotai quindici giorni in un alberghetto al Parco Nazionale degli Abruzzi, regalando al mio futuro compagno una vacanza/viaggio di nozze.
Lui si sarebbe trasferito da me dopo la nascita del bambino.


Ebbi un po' di paura quando parlai di quanto mi stava accadendo ad Angela, che non sembrava legare in nessun modo con il mio nuovo amore ma lei non rimase male alla notizia, tutt'altro, sembrò contenta di avere un fratello o sorella, - cioè, sorella, l'opzione fratello non fu neppure contemplata: doveva essere una sorellina a tutti i costi. -
Quindi partii per quel viaggio come nuotando in una nuvola di felicità.


Furono giorni bellissimi per me, anche se lui non sembrava poi così felice.
La natura là, eravamo a giugno, era stupenda. Facemmo lunghissime passeggiate, vedemmo i lupi, gli stambecchi, un orso.... come era luminoso quel luogo dove l'essere umano ancora non aveva messo le mani più di tanto.... era puro....
L'alberghetto poi, era delizioso e si mangiava divinamente, infatti presi un paio di chili ma mi dissi che li avrei smaltiti subito, tornando alla mia ferrea dieta di mantenimento che mi aveva fino ad allora permesso di rimanere in quei fantastici sessantotto chili.
In effetti, in quegli anni, io mangiai pochissimo.. ma pochissimo... perché il cibo continuava a trasformarsi immediatamente in grasso.
Il parco, dunque , fu un'esperienza stupenda ma lui non si dimostrò così affettuoso come io avevo sperato e per tutto il nostro soggiorno si rifiutò d'avere rapporti d'amore con me. Si sentiva a disagio, pensai, in un posto estraneo.

Io attesi in silenzio, notte dopo notte, che lui ritrovasse quella passione con la quale mi aveva più volte avvolto: il mio sogno romantico era che quei giorni ci avrebbero uniti come mai eravamo stati in effetti ma nulla avvenne. Lui si addormentò sempre, girandosi sul suo fianco e dandomi le spalle, dopo avermi augurato la buonanotte, senza altro aggiungere.
Antonio non mi diede mai molte spiegazioni del suo comportamento, anzi, non me me diede mai, punto.
Purtroppo io avevo già un timore reverenziale di lui, quando lo vedevo rabbuiarsi negli occhi e diventare torvo, quindi non facevo domande, accettando quella sua peculiarità, amandolo così com'era.
Ero davvero felice e pronta a capire e perdonare ogni cosa.

 

Tornai a casa raggiante ma dopo pochi giorni ebbi crampi e perdite di sangue: di certo mi ero strapazzata troppo in quel viaggio, dato che avevamo camminato per chilometri e chilometri ogni giorno.
Infatti la ginecologa che mi visitò urgentemente mi disse che rischiavo un aborto.
Mi prescrisse riposo assoluto: dovevo alzarmi solo per andare in bagno e sperare che tutto si rimediasse.
Il pensiero di perdere quel bambino mi era insopportabile.
Mi misi a letto e finì che vi trascorsi tutto il resto della gravidanza, perché la minaccia d'aborto restò costante.

Quell'anno c'erano le olimpiadi ed io guardai tutti gli sport a qualsiasi ora del giorno e della notte. Il mio cane Last, il mio bellissimo levriero, se ne stava sdraiato a letto accanto a me... ma era inquieto. Era molto giovane e facevo fatica a tenerlo tranquillo senza poterlo portare in spiaggia a correre come avevo sempre fatto fino a quel momento: il moto gli mancava moltissimo. Così il suo allevatore mi propose di cederlo ad un suo conoscente che aveva un vastissimo giardino e che desiderava uno dei suoi levrieri. Io accettai: non avevo mai legato molto con quel cane, era un po' tonto, troppo vivace, non so.. non c'era un grosso feeling tra noi.. era disubbidiente, nervoso. Quando lo avevo preso, da cucciolo, certo non potevo immaginare che dopo poco tempo avrei avuto un altro cucciolo e decisamente più esigente.
Così lo cedetti, sentendomi molto in colpa ma lo feci...
Non potevo in quel momento prendermene cura, rischiavo di abortire tutte le volte che mi alzavo dal letto... d'altronde sarebbe stato benissimo, di certo meglio, nella sua nuova casa.

I giorni passarono.
Mia suocera mi cucì dei comodi vestiti prema-man.
Stavo rigidamente a dieta, aumentai solo del minimo indispensabile dei chili: dieci a fine gravidanza.
Il parto cesareo era stato programmato dall'inizio, anzi, quando la ginecologa mi annunciò che ero in attesa di un bambino, le dissi subito che l'avrei accettato solo se avessi potuto contare su quel tipo di parto: un'altra esperienza come quella precedente mi terrorizzava.
Giunto lo scadere del termine, alla data prestabilita, mi ricoverai.: sentivo già muoversi delle contrazioni, era assolutamente necessario non fare aprire il canale del parto.
Erano i primi giorni di gennaio 1985, avevo trent'anni, li avrei compiuti dopo meno di un mese. Anche mia madre aveva trent'anni, quando io nacqui: corsi e ricorsi storici.....


Antonio mi accompagnò in ospedale che già cominciava a nevicare. Continuò per tre giorni e fu una nevicata storica: mia figlia nacque nell'unica sala operatoria funzionante di tutto l'ospedale di Ravenna.
Alle 17 e 45 me la posarono tra le braccia, dopo averla estratta dal mio utero tagliato.
Io ero sveglia: avevo scelto l'anestesia epidurale per non far dormire il mio bambino mentre nasceva, per non avvelenarlo subito così. Ma anche e soprattutto perché non volevo perdere il momento della sua venuta alla luce.
Antonio non aveva voluto sapere il sesso, così durante le ecografie chiedemmo che non ci venisse rivelato ma io ero certa che sarebbe stata una femmina.
Durante l'iniezione lombare rimasi calmissima, anche se non fu di certo gradevole e mi mantenni molto serena per tutta l'operazione. L'anestesista accanto a me si stupì alquanto del mio comportamento ed io trovai strano il suo stupore: perché non avrei dovuto essere tranquilla? Anzi, io avrei voluto vedere tutto quello che stava accadendo al mio corpo: trovavo questo naturale e logico. Infatti all'inizio, mentre mi preparavano, guardai tutto nello specchio che non era ancora stato coperto. I medici, seguendo il mio sguardo, poco dopo se ne accorsero e l'oscurarono, mettendo un telo poco davanti al mio viso.
Protestai dolcemente, chiedendo loro di farmi assistere all'estrazione della mia creatura ma furono irremovibili: peccato, avrei voluto davvero vedere.
Molte volte avevo pensato che mi sarebbe piaciuto fare il chirurgo ed ero comunque stata assistente di sala operatoria nella clinica veterinaria: nulla m'impressionava.
Ma il mio parto non mi fu permesso di vederlo.

Sentivo i medici affaccendarsi intorno a me, li sentivo muoversi e premere contro la parte superiore del mio corpo ma dal seno in giù non avvertivo nulla.
Fu solo la sua voce a darmi la notizia della sua entrata in questo mondo.
Qualcuno mi disse: “E' una bellissima bambina di tre chili!!”.... E poco dopo l'ebbi tra le braccia.
Com'era bella...
Lacrime scivolarono lungo le mie guance e l'anestesista mi chiese se stessi bene.
Gli risposi che quello era il giorno più bello della mia vita.
Aveva odore di buono, avvolta nella tela verde della sala operatoria, sembrava un miracolo appena sbocciato.
Guardavo quel viso di bambola dai capelli corvini ed i lineamenti perfetti. Agitava le piccole mani dalle dita lunghe e perfette, come se non avesse fatto altro che suonare il pianoforte nel mio grembo e pensai che mai avevo visto una creatura più bella.
Mi sentii una teca preziosa che aveva levato il suo coperchio e mostrato all'intero universo un frutto inaudito ed inatteso.
Poi me la tolsero dalle braccia dicendomi che l'avrebbero lavata, visitata e vestita. Lasciai fare, finalmente stanca e mi abbandonai chiudendo gli occhi a quella sensazione che sapevo irripetibile. Qualche passo più in là sentivo i suoi piccoli vagiti e la voce della levatrice che dolcemente le parlava, raccontandole di quanto fosse bella. Io pensai, dietro le ciglia socchiuse, che era la mia bambina, mia figlia, che di me si era cibata per quei lunghi nove mesi, del mio sangue e del mio amore e ciò l'aveva resa perfetta.
Sentivo come da molto lontano i medici che terminavano il loro lavoro ma il mio corpo era come fosse volato via: io e la piccola Betta eravamo abbracciate tra petali di gioia purissima.

 

Quando mi riportarono in camera Antonio, appena diventato padre, circondato dai suoi erano lì ad aspettarmi. La camera era invasa di fiori.
Lui si avvicinò commosso e m'infilò un anello al dito. Un anello di oro giallo con un corallo rosa, molto elegante e semplice ma bellissimo.
Lo guardai in viso e vidi un altro uomo: emozionato, presente, innamorato. Gli presi la mano e feci per sussurrare qualcosa; lui si chinò su di me ed io dissi piano al suo orecchio: “E' la nostra bambina.”

Sembrò una lacrima quella che vidi brillare nei suoi occhi? Forse lo era ma con un dolce bacio lui fece chiudere i miei.
“Ti amo.” e sorrise.... ero mai stata così felice?

Tutti mi si fecero intorno ripetendomi che ero stata bravissima e meravigliosa a partorire una bambina così perfetta, trattenendosi alquanto accanto a me.
Poi se ne andarono lasciandomi ad un sonno ristoratore.
La notte mi portarono la piccola per la prima poppata: ero così ansiosa di rivederla e di stringerla tra le mie braccia!

Avevo dormito non in modo profondo: il mio corpo si stava risvegliando dall'anestesia e rilasciava dolori e strane sensazioni ma il mio pensiero era fisso su di lei. Mi chiedevo cosa stesse provando, se sentisse la mia mancanza, se avesse paura, fame, qualche piccolo dolore. Non mi piaceva l'abitudine che vigeva in quel reparto di maternità, di tenere i neonato divisi dalle madre e tutti raccolti in una nursey ma non vi fu modo di evitarlo. Così dovetti attendere la sera inoltrata per poterla avere di nuovo con me.

Finalmente me la portarono ed era così carina, tutta vestita di bianco. Anche i piccoli abiti erano dell'ospedale ed erano assai semplici e comodi ma la sua bellezza risaltava come fosse avvolta di pizzi e trine preziosissimi.

Le diedi il suo primo latte, purtroppo con il biberon ma cercai di porre tra le mie braccia tutto il calore, l'amore, la meraviglia che il mio seno le avrebbe dato.

Lei era serena, sembrò adagiarsi e sprofondare nel mio abbraccio, succhiò il suo piccolo pasto e poi si addormentò come per incanto, affondando in me ancor di più. Io faticavo un po' a muovermi, il taglio al mio ventre si faceva sentire ma non ascoltai nulla se non quella pace e quella delizia.

Quando tornarono le infermiere a prenderla ci trovarono addormentate entrambe.

 

Nei giorni seguenti tutto proseguì con serenità: la piccola stava bene, mangiava e cresceva normalmente. Io mi rialzai subito dal letto. Avevo un po' di dolore ma di certo non era nulla, in tutta quella felicità.

Venne Angela con il padre a vedere la sorellina.

Quel giorno la mia primogenita indossava il bel vestitino scozzese con il colletto bianco che le aveva cucito la mamma di Antonio, per farle capire che lei pure era importante come la nuova nata. Credo che quella fu l'ultima volta che la vidi ancora bambina: aveva undici anni, il suo tempo ero alle porte ma quel pomeriggio provai una grande tenerezza per lei. Volle prendere in braccio la sorellina e le rivolse un sacco di moine e complimenti: Betta era davvero un bambola, nessuno, neppure gli infermieri, i medici, gli altri visitatori potevano esimersi di notare e lodare la sua bellezza. Anche Carlo ne fu conquistato ma tra noi vi fu un po' di imbarazzo: di certo le nostre strade si erano definitivamente divise.

La neve cessò. Quando uscii dall'ospedale, gli spazzaneve l'avevano accumulata in enormi montagne in ogni angolo disponibile: faceva un freddo acutissimo, in quei giorni il termometro scese fino a venti sette sotto lo zero e quindi la neve restò a lungo a ricordare un evento che restò negli annali del secolo.

Io tornavo a casa con la mia bimba e Antonio sarebbe sempre stato con me.

Fu quel giorno che promisi a me stessa che mai avrei spezzato un'altra famiglia.

 

Ma le mie felicità sono sempre di breve durata.

Lui cominciò ben presto ad essere troppo inquieto.

Quella piccola casetta, quella villetta sul mare, non gli piaceva: era vissuto in campagna da quando era nato e il suo ambiente naturale gli mancava troppo.

Poi la villetta era davvero minuscola: ingresso - sala da pranzo con angolo cottura, tre gradini per salire alla zona notte, due camere non troppo grandi, un bagno con doccia, un balcone, un minuscolo giardino, un garage. In quattro eravamo strettini: una cosa diversa era stato quando mia madre aveva trascorso diverse settimane con me ed Angela, c'era familiarità tra noi; poi, nel fine settimana, la bambina andava dal padre e mia madre a casa sua per stare un poco con mio fratello e gli altri.

Ma per la nostra nuova famigliola quella si delineava come una situazione stabile.

La mia primogenita ben presto divenne piuttosto gelosa della sorellina: i primi giorni voleva sempre tenerla in braccio e darle il latte ma poi quel bambolotto le venne presto a noia e di certo vedere che il ritmo della casa fosse incentrato su quello della piccola la infastidì parecchio. Era sempre stata lei il centro e l'orologio di tutto, fino a quel momento. Inoltre con Antonio non era sorta nessuna simpatia tanto che si parlavano a malapena, anzi, cercavano entrambi deliberatamente di ignorarsi e quando si rivolgevano parole quelle erano tese e dure.

Io mi curavo di loro ed accudivo la mia piccola che cresceva senza alcun problema: era buonissima, non piangeva mai. Le facevo lunghi discorsi, le cantavo mille canzoncine, esattamente come avevo fatto con la prima ma allora i problemi che erano sorti furono tanti e tali, le sofferenze vissute così grandi, che tutto trascorse in una dilagante angoscia.

Ora con lei era tutto diverso.

Se solo il mio compagno fosse stato felice...... Invece era sempre più torvo ed ombroso.

 

Una sera a cena ebbe la sua prima – almeno davanti a me – crisi collerica.

Avevo preparato un bel piatto di spaghetti alla carbonara. Eravamo soli: la bimba più grande era dal padre, la piccola dormiva. Io lo guardavo con occhi adoranti ma lui, alla prima forchettata, la buttò contro il piatto sbottando che la pasta era troppo salata troppo cruda e che io non ero capace di fare nulla di buono..

Mi disse altre parole molto cattive. Io reagii, mi alzai, lui gridava, io gli urlai contro più forte. Fece per alzare le mani contro di me.

Gli afferrai un polso e sibilai: “ Fallo. Ma se lo fai è l'ultima cosa che avrai con me. “

All'improvviso lui si blandì, come riscuotendosi da un incubo.

Allora dispiaciuto mi chiese di scusarlo, quasi alle lacrime. Mi disse che c'erano tensioni sul lavoro, mi raccontò di problemi con i colleghi, il suo capo.. era davvero contrito.

Mi dispiacque per lui, così tanto che lo perdonai immediatamente e lo consolai.

Parlammo a lungo. Mi confessò che in quella casa non si trovava.

Gli dissi che non era un problema, che ne avrei acquistata un'altra, in campagna come suo desiderio.

Io pure amavo la campagna e mi mancava.

Lui era tutta la mia vita, io lo amavo: che mi importava una casa oppure un'altra? Io volevo solo che fosse felice con me.

Mi misi così alla ricerca di una nuova casa per noi, ponendo in vendita la villetta marina.

Scegliemmo come zona dove andare ad abitare una cerchia di paesini tra Ravenna a Forlì, assai vicini al suo natale; il luogo lo scelse lui, tanto per me una posto valeva l'altro.

Vidi diverse case da sola, accompagnata da un mediatore. Poi, quelle che mi sembrarono adatte, le tornai a visitare con lui.

Dopo diverse delusioni ne trovai una che mi entusiasmò ed avrei voluto acquistarla, tanto mi piaceva: era ben rifinita, ristrutturata da poco e molto capiente. C'era il riscaldamento, bei pavimenti, un camino nella sala, una camera per tutti, due bagni molto belli ed il prezzo era assai conveniente: costava solo 40 milioni. Questo perché non risultava del tutto indipendente ma era la parte centrale di una grande abitazione colonica dalla quale erano stati tratte tre frazioni.

In pratica vi era un cancello di ingresso comune ed un cortile comune, poi giardini recintati divisi per ciascuna famiglia.

Posta su di una stradina per nulla frequentata, con un bellissimo portico sul retro che dava su di una vigna, a me parve un posto da sogno. Ma a loro, al mio compagno ed ai suoi, non piacque, anche perché era ubicata in una frazione che ritenevano di seconda scelta.

Io non capivo, secondo il mio punto di vista quei paesini erano tutti uguali ma non ero nata lì e questo aveva una decisiva importanza.

Loro, -e qui continuo ad usare il ' loro ' perché ci fu una massiccia ingerenza dei miei suoceri nell'acquisto di quella casa, - ne preferivano un'altra.

Era una casetta singola ad un piano con 3000 metri di terreno da un lato. La parte abitabile era davvero piccolissima: due stanze, camera e cucina, entrambe 4 x 5, un corridoio troppo vasto che era stato interrotto con un tramezzo di vetro e legno per farne un ingresso e, in fondo, un'ala appoggiata di contro alla casa nella quale era stata ricavata una stanzina, un bagnetto minuscolo con doccia e un altrettanto angusto disimpegno dal quale, tramite un portoncino di metallo, si usciva all'esterno. Di fronte, a tre passi, si trovava un'altra piccola costruzione ancora più bassa che serviva da sgombra roba. Di seguito c'era una specie di porcile a due piani nel quale i proprietari allevavano colombi e dieci metri più in là, costruito in parallelo, una garage di metallo ed ondulato..

Una parte della terra, una piccola parte, era recintata come giardino, nell'altra c'era una vigna con diversi alberi da frutto ed un antico noce.

La casa aveva già in essere il progetto per venire soprelevata di un piano ed era sita in un micro paesino, su di una stradina asfaltata ma molto stretta, esattamente a metà tra due curve consecutive e contrarie di verso.

Era certo un posto molto tranquillo.

C'erano un paio di case di fianco e null'altro. Ma, pur con tutto questo spazio vuoto, la recinzione dall'altro lato passava a mezzo metro dal muro, in linea con il confine del vicino, rendendo difficile ogni lavoro si dovesse eseguire lì.

Il riscaldamento aveva una caldaia alimentata a GPL con il bombolone già installato poco lontano al garage. Quando l'andammo a vedere era tutto molto verde, perché tra la vigna, il noce e i susini e gli albicocchi vi erano altri arbusti.

Quel verde mi piacque, ma la casa davvero no. I pavimenti erano di ceramica ma assai brutti, così come i rivestimenti. Il colore delle mura esterne spiccava di un rosa acceso che non mi piaceva per nulla mentre gli annessi dietro, anche se area edificabile, però versavano in uno stato di notevole abbandono. Inoltre erano costruiti di mattoni forati e neppure intonacati: insomma, davvero una povera cosa.

A me non sembrava tutto quell'affare ma a lui piaceva e allo suocero pure.

Il progetto l'avrebbe rialzata creando al primo piano la zona notte con tre stanze ed un bagno, dietro sarebbe sorto un portico che l'avrebbe collegata ai presenti stalletti i quali sarebbero stati demoliti per far sorgere al loro posto un vasto bagno e una bella camera da letto per noi. Le due stanze attuali con una parte dell'ingresso sarebbero stati trasformati in un vastissimo salone con zona cottura all'americana. Il colore sarebbe stato mutato in bianco e una nuova recinzione avrebbe abbracciato l'intera area, trasformata in un bellissimo parco - giardino.

Sì, certo, il progetto era bello, ma il costo?

Cinquanta milioni la casa così com'era. Il resto un po' alla volta, dicevano i due uomini con il fare: ci pensiamo noi, facciamo tutto noi.

 

Uno dei più grandi motivi di litigio con mia madre è sempre stato il fatto che, secondo lei, io avevo sempre voluto fare di testa mia, non ascoltando mai nessuno.

Me lo disse e ridisse tante di quelle volte che ogni volta che desideravo fare qualcosa o avere qualcosa non capivo più se era un mio vero bisogno o soltanto la necessità di contrastarla.

Provai a perorare l'altra casa, che era accogliente, già ristrutturata in modo moderno e pronta subito. Aveva, sì, quella servitù ma costava ben dieci milioni di meno.

Ci provai, in fondo i soldi erano i miei ma assolutamente le mie considerazioni non li convinsero.

Lui si rabbuiò, diventando taciturno e solitario.

Allora io mi sentii la solita testona e zuccona ed acconsentii: comprai la casetta rosa.

 

Era maggio quando ci trasferimmo: intanto i due uomini avevano già lavorato.

Avevano divelto la vigna perché sarebbe stata da seguire e non ne avevano voglia o tempo; degli alberi da frutto ne furono salvati solo due o tre e tutti gli arbusti, anche quelli fioriti, venne abbattuti, per dare aria alla casa, dissero.

Anche il noce, pochissimi mesi dopo, venne abbattuto perché i suoi rami si estendevano troppo vicino al tetto in modo, quindi, pericoloso.

Quanto piansi, quel giorno. Quel grande albero era vivo, era una creatura bellissima sotto la quale mettevo la piccola Betta, adagiata nella sua carrozzina rossa, mentre io lavoravo a far tornare nuove le tapparelle delle due stanze, che erano tutte scorticate e screpolate. Mentre mi davo da fare, sentivo la bimba che emetteva strilletti e versetti di gioia, come se parlasse con le fronde ed il vento, come se vi giocasse, ne venisse cullata, tanto che poi si addormentava tranquilla. Ma loro furono irremovibili.

Quindi tutto quello che era piaciuto a me, di quel posto, fu eliminato immediatamente.

Furono piantati un paio di piccoli sempreverdi là nel mezzo della terra, che fu arata, con il risultato che di tremila metri ora se ne potevano calpestare solo seicento compresa la casa. Quindi il sogno delle mie sieste sotto il noce e i filari, dei giochi a rincorrersi con le bimbe nel frutteto, tra bianche margherite ed azzurri non ti scordar di me furono immediatamente depennate dalla realtà.

Quello che restava era piuttosto squallido.

E scomodo.

Il bagno era piccolissimo, con la doccia. Per lavare la piccola dovevo armeggiare non so quanto con bacinelle ed acqua calda sul tavolo della cucina.......

Ebbene sì, fui subito infelice, lì, ma lui sembrava trovarvisi a suo agio.

Si riavvicinò a me.

Il lungo periodo di post parto era finito e Antonio una notte mi cercò di nuovo: io ancora sentivo dolore alla ferita ma averlo ancora tra le mie braccia mi consolò un po'.

Così mi feci coraggio: ero forte, davvero non era un bel bagno comodo ciò che importava nella vita..................

 

 

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