CAPITOLO 19° La separazione da Carlo. Una nuova vita.

GUARDERO' SEMPRE CON I TUOI OCCHI - 2008 olio su tela 35 x 45

 

CAPITOLO DICIANNOVESIMO


La separazione da Carlo. Una nuova

 

vita.

 

Pur se non andavo più a cavallo continuavo a frequentare il circolo ippico per alcune cene o feste alle quali mi recavo sola, dato che mio marito non aveva mai fatto parte di quella porzione della mia vita.
Una sera, ad una cena, uno degli amici storici, Leo, un uomo assai più grande, proprio quello che montava, unico insieme a me la cavalla cieca, mi fece la corte.
Quella era davvero una nuovissima esperienza.
Fino ad allora sembrava che fossi trasparente per gli altri uomini e ragazzi: ad eccezione dell'amore platonico con il mio professore e di una brevissima storia di sesso con un mio vicino di casa, quando avevo sedici anni, durante uno dei periodi in cui avevo allontanato Carlo, egli era stato il mio unico uomo, fino ad allora.
Quella sera la corte di chi che credevo solo un amico, mi lusingò assai.
Certo, ero diventata assai diversa, così dimagrita e tutta in ghingheri ma io non me ne accorgevo affatto: in fondo io ero sempre la stessa: cosa potevano contare qualche chilo in più o il colore e la forma di una camicetta? Di certo la mia ingenuità era ed è disarmante: non ho mai capito né riuscito a condividere queste regole folli del vivere umano e non ci riuscirò mai.
Comunque Leo sembrò accorgersi all'improvviso che io ero anche una giovane donna, oltre che un'amica di cavalli: parlò con me per tutta la cena, mi riempì il bicchiere, mi porse le vivande, mi guardò con occhi ammirati ascoltando i miei racconti e discorsi come fossero preziosi. Che cosa bella, era mai quella....
Si certo, Carlo mi amava mi viziava, mi riempiva di coccole e regali, di dolciumi ma di lì a darmi quella sensazione di importanza che provai, per la prima volta nella mia vita, ce ne correva assai.
Mi lascia trasportare da quella euforia e, un poco tradita dal vino che io non bevevo quasi mai, quando Leo, alla fine della cena, mi invitò ad andare a casa sua per ' continuare le chiacchiere e bere ancora qualcosa', accettai.
Lui viveva solo, dato che era separato, in un vastissimo appartamento sopra il suo laboratorio di artigiano, arredato con un gusto sobrio che mi piacque assai. Mi offrì da bere ed io mi sentivo molto emozionata perché sapevo che stava per succedere qualcosa di inedito. Infatti lui si avvicinò a me, guardandomi intensamente e mi baciò. Lo lasciai fare, poi, assaporando quelle labbra di uomo, così dolci ma esigenti, così diverse dalle labbra sottili di Carlo che mi baciava senza passione, in modo tenero oppure umido ma mai acceso, risposi al suo bacio.
Leo allora, incoraggiato e sempre più infiammato, cominciò ad accarezzarmi il viso, poi il collo le spalle il seno, a spogliarmi. Era invadente, insinuante ed il mio corpo voleva abbandonarsi al suo calore. Non che mi sentissi particolarmente eccitata ma era il suo evidente piacere, la sua evidente eccitazione che premeva ormai contro di me, che mi accendeva di un qualcosa che non avevo provato mai.

Però, dentro, al fondo di me, ero gelata. Solo riuscivo a pensare: ' Ari, che stai facendo, come puoi fare questo a tuo marito, a Carlo, a lui che è la tua vita?? '
Cercai di resistere a quella voce, cercai di non ascoltarla ma lei cominciò a gridare sempre più forte, così mi divincolai da quell'abbraccio.

Spiegai al mio amico, che mi guardò stupito e dispiaciuto, che non avevo mai tradito mio marito e che non lo potevo fare.

Leo allora si slacciò da me e di certo fu molto comprensivo: venire bloccato ed interrotto quando ormai era lanciato in modo completo immagino che non debba essere stato piacevole ma, evidentemente, il mio gelo aveva contagiato pure lui perché si spense subito. Però, da vero gentiluomo, continuò a farmi complimenti, a guardarmi con l'aria ammirata e ci ridemmo sopra. Poi mi riaccompagnò a casa.

Non era accaduto nulla, dunque, oppure appena più che nulla ma quella esperienza mi aveva dato degli spunti di paragone che non avevo mai avuto: certo, il bacio con il mio professore, quell'unico bacio, era stato assai più emozionante ma anche quel contatto fu senza un corpo, fu un bacio di anime.

Con Leo avevo assaporato una passione carnale che per me era del tutto inedita. Dunque era vero quello che sentivo e cioè che vi era tutto un mondo, tutta una parte di me che non conoscevo e non stavo vivendo!


Nei giorni e nei mesi a seguire quel vuoto dentro di me continuò ad aumentare ed era assordante.

Quell'estate, era il 1981, la mia amica Pat mandò da me sua figlia diciottenne, Eveline, per trascorrere un mese di vacanza in Italia.
Fu bello averla con me, era giovane, bionda, due grandi occhi azzurri meravigliosi: era una deliziosa bambina che si stava affacciando con curiosità e una discreta malizia alla vita.
La condussi a vedere un po' di monumenti ma si capì assai presto che ciò che le interessava veramente dell'Italia era il sole, le spiagge, guardarsi intorno, divertirsi.
Per questa ragione cominciammo ad andare al mare tutti i giorni, scegliendo, diversamente da quanto io facevo di solito, una spiaggia più frequentata: lei si sdraiava al sole fino a diventare un peperone incandescente, dato che era assai chiara di pelle, ed io, rigorosamente sotto l'ombrellone, leggevo un libro.
Di certo la sua avvenenza non passò inosservata e assai presto ci trovammo circondate da uno stuolo di mosconi a due zampe che la invitavano a fare un bagno, una partita a beach volley, una passeggiata sul bagnasciuga, una bibita fresca al bar.

A quel punto per Eveline la tintarella sembrò divenire di secondaria importanza e si lasciò condurre a questi, per lei inusitati, svaghi.
Io la tenevo d'occhio, un po' allarmata ma nello stesso tempo felice per lei che potesse godere così appieno della sua gioventù e del suo soggiorno presso di me.
Però, quando poi mi chiese di uscire la sera con qualcuno di quei giovanotti, dato che io non li conoscevo affatto e mi sentivo completamente responsabile della sua incolumità, mi opposi fermamente ma, desiderando che vivesse fino in fondo quel sogno italiano, dato che i latin lover del nostro paese sono giustamente famosi ovunque, pensai bene di procurargliene uno di cui mi potessi fidare.
E qui entra in scena un personaggio che avrà prossimamente un grande ruolo nella mia vita: il mio amico Stefano.
Per parlare di lui qui sotto riporto in corsivo alcuni brani tratti da “Quello che non dico a nessuno”.

 

Ci eravamo conosciuti a venti anni, lui aveva la mia stessa età, era dell'esatto anno della mia nascita.
Ma lui è un leone, io invece un acquario.
Era bello il ragazzo Stefano, biondo, gli occhi scuri ma dorati nei riflessi, molto mobili e impudenti, che sorridevano assai prima delle sue labbra.
Il viso regolare ma non troppo mascolino nascondeva un qualche cosa di muliebre, di infantile, di bambina appena cresciuta.
Alto senza esserlo, forte senza saperlo, piacente e completamente conscio del suo potere, seduceva sapendo di sedurre, seduceva chiunque per poi tradire ogni aspettativa con comportamenti irresponsabili ed irrazionali.
E pure si beava del livore altrui, della delusione che lasciava dietro le spalle, dello stupore maligno che accompagnava le sue sfuriate o i suoi eccessi.
A queste reazioni assurde dava spiegazioni rocambolesche che io trovavo delizianti e perfettamente logiche.
Gli perdonavo tutto, perché era mio amico, era uno spirito libero che rifiutava ogni regola ma seguiva esclusivamente quella del suo istinto e del suo desiderio.
Io vedevo in lui quello che avrei voluto essere ma non ebbi mai il coraggio di diventare, vedevo l'uomo che sarei stato se madre natura mi avesse dotata della barba e dei suoi bei baffi folti e curati e pure di qualcos'altro.

Così per Eveline pensai proprio a Stefano, non curandomi assolutamente di quello che avrebbe pensato sua moglie e mia cara amica Marina: sapevo che lei vi era del tutto abituata.
Lui anche quella volta si dimostrò perfettamente all'altezza e la fanciulla anglosassone non dimenticò mai il suo tempo in Italia.
E io fui felice di averle regalato un vero maschio italiano e di avere regalato a lui una dolcissima preda dagli occhi di cielo.


Fu in quelle dorate giornate di sole di settembre che conobbi un altro fremito che il mio cuore non aveva ascoltato mai.
Tra i vari farfalloni che vennero a dispiegare le loro variopinte ali di asciugamani da mare, stendendoli poco lontano da noi ed adagiandovisi sopra con grazia e non chalance, un giorno più quieto del solito, ben presto io ed Eveline notammo una stupenda creatura: era alto, abbronzato, statuario e totalmente solo!

Notammo anche che guardava insistentemente verso di noi.
Io le dissi in inglese, che la mia amica non spiccicava una sola parola di italiano che non fosse ciao e grazie, che quella volta al suo amo era abboccata una preda davvero considerevole ma Eveline, con mio grande stupore, mi fece notare che il giovane bellissimo uomo non guardava lei ma sembrava proprio fissasse me.
Poiché io ritenevo non solo fortemente improbabile ma assolutamente impossibile quello che la giovinetta mi aveva detto, trascorremmo qualche decina di minuti a confabulare fra noi, cercando di capire quali fossero le effettive intenzioni dello scultoreo adone, dato che nessuna delle due voleva farsi sfuggire un'occasione simile. Ma, accidenti, sembrava proprio che Eveline avesse ragione poiché mi accadde più volte d'incrociare il suo sguardo quando io, cercando tra le mie trepide paure, trovai finalmente il coraggio di volgere uno sguardo aperto verso di lui.
Ripetei la manovra più volte e sempre incrociai quei due tizzoni d'ebano che lui aveva al posto degli occhi.
A quel punto, persa da una incontenibile felicità e desiderio di toccare con mano quanto lui mi stesse “quatando”, mi alzai, raccolsi la mia maschera subacquea e, con passo misurato ma agile, gli sfilai davanti andandomi a gettare fra le onde. Mi immersi e, dopo un tratto in apnea, sbucai fuori dal pelo dell'acqua guardandomi intorno: incredibile ma vero lui pure si era alzato dal suo asciugamano e stava proprio in quel momento fendendo a passi vigorosi l'acqua ancora bassa sotto i suoi piedi.
Un attimo appena e fu lì, accanto a me, stillante di gocce di mare che, come perle azzurre, gli correvano sulla pelle ambrata.

Da vicino era così bello da mozzare il fiato.
Mi rivolse un sorriso bianchissimo, tra la timidezza di un bimbo e la scaltrezza di un attore navigato ed io, sentendomi cedere le ginocchia, lo salutai con un filo di voce: “Ciao........”
Fu un tutt'uno dimenticare ogni cosa, persino di avere le gambe e non le ali, con le parole che sgorgarono fra noi: uscimmo dall'acqua, sempre parlando, gli occhi negli occhi, le mani pericolosamente vicine senza arrivare ad afferrasi mai e “ come ti chiami”, “ quanti anni hai”, “che cosa fai”, divennero prestissimo scandagli gettati nelle anime, nelle menti e nei cuori.
Di cosa parlammo in quel lungo pomeriggio che avrei voluto fermare ed incastonare come una pietra preziosa nella teoria delle mie lunghe giornate vuote? Non lo ricordo.
Ricordo solo che le sue parole terminavano con le mie e le mie iniziavano nelle sue e che i nostri occhi erano avvinghiati come due corpi ardenti sulla sabbia che andava lentamente spegnendosi.

Venne comunque, perché sempre viene, il tempo di andare e dovemmo slacciarci da quell'amplesso di sguardi, dovemmo di nuovo ricordare che avevamo due gambe e una vita e una famiglia e qualcosa che ci portava via da lì. In piedi, l'uno di fronte all'altra, attardammo l'addio finché ci fu possibile, poi io con un gesta maldestro quanto fragoroso, estrassi dal mio borsello il primo pezzetto di carta che trovai, vi vergai sopra il mio numero telefonico e glielo porsi, come si dona un fiore e come si dà uno schiaffo:
“Mi chiamerai?”
“Domani....”
E ce ne andammo.

 

Tornai a casa e vissi per giorni in stato di trance.
Aspettai che lui si facesse vivo ed ovviamente questo non accadde.
Attesi attesi ed attesi e sempre più mi apparve chiara una verità che di certo sapevo da sempre ma che fino a quel momento avevo voluto tenere celata: non amavo mio marito.
L'incontro con il bellissimo Roberto me lo fece capire così bene da non lasciarmi scampo e lo dovetti accettare.

Così presi coraggio e gli dissi a bruciapelo a Carlo, una sera, dopo aver messo a dormire Angela, che volevo andarmene. volevo separarmi.

Per lui fu un brutto colpo e vivemmo giorni durissimi: non litigammo mai, ma la tensione era evidente.

 

La nostra bambina aveva avuto ed ebbe in quei mesi altri problemi:
una caduta dalla macchina in corsa, per fortuna ad una velocità molto ridotta quindi senza gravi conseguenza,

La frattura del naso sbattendo contro un tavolino, come sempre non stava mai ferma e non ascoltava i miei ammonimenti.
Poi ancora convulsioni e una colica di reni.
Facemmo esami e scoprimmo che aveva un rene mobile con l'uretere ritorto.
Io vedevo che stava male, lo capivo, sapevo il perché fosse sempre difficilissima da trattare ma che fatica affrontare ogni volta tutte quelle difficoltà, quelle ansie, quei giorni e quelle notti in ospedale al suo fianco, sempre su una sedia, sempre non sapendo cosa fare, sempre sentendomi io più bambina di lei che era forte e volitiva, non piangeva mai e sembrava fosse padrona del mondo.

Io invece, che lei metteva continuamente in discussione, ero sempre più confusa, smarrita stranita.

Carlo mi chiese di non lasciarlo e di provare a vivere dandoci reciproca libertà:
io allora cominciai ad uscire da sola al sera, con qualche altra amica, ma lui era gelosissimo e stava troppo male.
Io non facevo nulla, non lo tradii mai ma lui soffriva troppo lo stesso.

Quella mattina eravamo in macchina insieme per qualche commissione e lui astioso e sarcastico mi apostrofò sulla serata precedente, che io avevo trascorso con gli amici del circolo nella più totale innocenza, rivolgendomi parole come io fossi una donna di malaffare.
Una rabbia subitanea ed incontenibile mi prese: l'ira dei buoni. Cominciai a gridare “ Ferma questa macchina!! Voglio scendere!!”


Desidero qui apporre un piccolo inciso: io e Carlo abbiamo vissuto una storia durata quasi ininterrottamente per quindici anni, che poi ha avuto una ripresa in tempi successivi, come racconterò. Ancor oggi ogni tanto, regolarmente, mi telefona e i nostri rapporti sono sereni. Ma c'è una cosa che non gli perdonerò mai: lui ha sempre guidato come un pazzo.

Per quanto la moto o la macchina potesse andare, così forte lui la spingeva, noncurante se fossimo in città, in collina con le curve o in autostrada, ed erano sempre frenate al cardiopalma fino quasi a toccare il paraurti del mezzo che avevamo di fronte, al quale poi s'incollava, viaggiando a pochissimi centimetri da esso, fino a quando, trovato un ristrettissimo pertugio, sorpassava, accelerando al massimo.
Quanta strada abbiamo percorso io e lui insieme? Centinaia di migliaia di chilometri in giro per l'Italia, la Francia, la Svizzera, la Germania, l'Austria, l'Inghilterra, la Scozia ed il Lussemburgo. Con i nostri cani, in macchina o in camper, eravamo capaci di partire il venerdì sera per il nord della Germania, per recarci ad una esposizione canina, e tornare la domenica notte.

Guidava sempre lui; perchè si fermasse bisognava implorarlo per lungo tempo e manteneva sempre, chilometri dopo chilometri, quella folle velocità.
Quante volte gli avrò chiesto: “Carlo vai più piano, per favore?!”

Si possono contare le gocce di pioggia d'un temporale estivo? Non credo, ma vi assicuro che le mie suppliche furono molte di più.
Ma lui non mi ha mai ascoltato neppure una volta.

Così quella mattina buttai fuori tutta la frustrazione accumulata fino a quel giorno e gridai con quanta aria avevo nei polmoni: “Ferma questa cazzo di macchina!!”
E lui non si fermò.
Io allora ,in preda a qualcosa d'inedito, afferrai la leva del cambio dell'auto ed inserii violentemente la prima.
Ovviamente il mezzo gridò tutto il suo dolore e Carlo fu costretto a fermarsi: inferocita ed infuriata scesi dall'auto sbattendo la portiera e m'incamminai a piedi.
Eravamo nella periferia della città: non sapevo cosa volevo fare, non ne avevo la minima idea, sapevo solo che volevo andarmene, che volevo andarmene.
E così feci, anche se ciò mi spezzava il cuore.

 

Vendetti il mio appartamento nella città natia, eredità di mio padre e acquistai una villetta in un limitrofo paesino di mare lasciando la mia amata fattoria.
I cani ed i gatti e tutti i superstiti di quella che un tempo era stata una grandissima famiglia animale restarono con mio marito.
Il distacco fu crudele ma non potevo pensare di portare in una microscopica abitazione chi era abituato a quella libertà felice.
Regalai la mia Tuba al circolo ippico, con tutti i suoi finimenti ed il suo corredo, - avevo acquistato per lei tutta una serie di cose per farla vivere al meglio: coperte, copertine, fasce, linimenti ed altro. - La donai con il patto che non sarebbe mai stata ceduta né macellata.
Non tornai mia più a vederla.
Seppi dagli amici del circolo, di cui uno ne era diventato l'istruttore, delle sue tappe. Trascorse anni portando a spasso per le pinete ed i maneggi, bambini ed adulti. Era tornata ad essere parecchio ombrosa, però.
Poi ebbe diversi puledri.
Quando fu troppo vecchia fu messa al pascolo con altre cavalle che non avevano più possibilità di lavorare. Morì di morte naturale a più di venti anni.
Mi interessai sempre di lei ma non la rividi mai più e non andai più a cavallo per tantissimo tempo.
Separarmi da lei fu lancinante.
Quando, dopo averla cavalcata per l'ultima volta, tolta la sella, spazzolato accuratamente il suo mantello e sistemate tutte le sue cose, la condussi nel box del circolo ippico che divenne la sua nuova casa, stetti a lungo con lei.
Mangiava la sua avena e ogni tanto prendeva qualche boccata di fieno fresco che le avevo messo a disposizione. La paglia era abbondante pulitissima e croccante, come sempre. Il suo corpo era caldo. La pelle fine come la seta. Il manto lucido. Il respiro profondo.
L'abbracciai al collo. Le dissi: “ciao Tuba, grazie”. La baciai sul muso. Poi uscii dal box e chiusi la porta senza voltarmi indietro.
Non piansi neppure.

Quelle lacrime scendono ora dai miei occhi, mentre scrivo.
Allora la vita mi attendeva: sentivo che c'era qualcosa di grande, immenso, che dovevo scoprire e vivere.
Sapevo che lasciando tutto ciò che avevo stavo rinunciando a molto ma l'impulso verso ciò che mi chiamava era fortissimo e copriva tutto il resto.
Ma ora, che davanti a me ho solo malattia e vuoto, vivo quel distacco come una gravissima perdita.
Le ore che non ho trascorso con lei. Le passeggiate e i galoppi di cui mi sono privata. La bellezza che ho rifiutato.
Ora questo mi pesa infinitamente, ora che darei non so cosa per poter di nuovo fare una passeggiata a cavallo.
E non posso né potrò mai più.

Anche il distacco dagli altri animali e dalla cosa, dalle mie cose fu terribile.
Lasciai tutto a mio marito. Nella nuova casa misi mobili nuovi, stoviglie nuove, biancheria nuova.
Presi con me solo i miei effetti personali e quelli di Angela, anzi, neppure tutti i suoi, perché una parte fu lasciata lì, in modo che ne usufruisse quando si recava dal padre nei fine settimana.
Lasciai tutto.
La mia vastissima collezioni di fumetti. I dischi. I libri. I soprammobili. I premi e i trofei dei cani. La biancheria della casa.
Mi sentivo un'assassina nel distruggere la vita di mio marito e non potevo essere anche la ladra che gli rubava le sue cose.
Non so come riuscii ad andarmene ma lo feci.

Mia madre venne a passare qualche mese con noi: nella villetta al mare tutta nuova bianco-celeste, perché avevo voluto appositamente staccarmi dal legno rustico che lasciavo, impressi immediatamente alla mia vita nuovi ritmi, nuove abitudini, come per scrollarmi di dosso ciò che era stato e non pensarci mai più. Era giugno 1982 e in quei mesi estivi, tornando il pomeriggio tardi dal lavoro, scendevo nella vasta spiaggia semi deserta che era a cinquanta metri dalla porta d'ingresso e facevo lunghe nuotate. La domenica mattina presto invece mi godevo lsolitarie passeggiate sul bagnasciuga, raccogliendo le conchiglie più belle, come facevo da bambina.


In autunno Angela cambiò plesso scolastico e i suoi problemi con compagni, libri e quaderni non mutarono affatto, semmai peggiorarono. Dalla scuoletta di paese, dove il clima era assai familiare, era passata ad una scuola cittadina di periferia e la differenza si avvertì notevolmente. Mi diede ancora diversi problemi di salute con piccole coliche renali, un'indigestione gigantesca di cioccolata di un enorme uovo di Pasqua vinto ad una lotteria, che solo il medico del pronto soccorso seppe risolvere e poi ci fu l'appendicite con relativo ricovero d'urgenza.
Fu anche capace di rompersi per la terza volta il naso, scontrandosi faccia a faccia con un suo compagno di classe che come lei correva per i corridoi di scuola ma in direzione contraria. Furono entrambi accompagnati al pronto soccorso ed io mi presi un altro notevole spavento.

 

Ma il vero problema fu quello economico che divenne pressante, infatti il lavoro in toelettatura non bastava più per la sopravvivenza della mia socia e mia, ora entrambe separate.
Per rimpinguare gli introiti trovai impiego come cuoca, in una paninoteca, nel turno di pranzo.
Mi piacque molto quel lavoro: la mattina mi recavo lì per fare le pulizie e preparare il necessario per il pubblico, mentre Scilla, da sola in toelettatura, affrontava i lavori che era in grado di fare. Poi dopo il servizio ed aver rimesso in ordine la cucina, verso le quindici, tornavo in toelettatura ed insieme disbrigavamo tutto il resto.
Ma lei non era contenta: mi diceva che era tutto troppo sulle sue spalle rispetto all'esiguo guadagno che ne ricavava e si dimostrava irritata ed irritabile, sprofondandomi in uno stato di grande tristezza. Davvero ero più preoccupata per lei che per me.

Alla fine del mese di prova il proprietario del pub mi confermò l'incarico ma lo stipendio che mi offrì risultò troppo basso per le mie necessità.
Allora decisi di acquistare un'attività commerciale tutta per me.


Lasciai alla mia socia tutto, attrezzature comprese, non chiedendole nulla, accettando solo una piccolissima cifra che lei volle a tutti i costi darmi. Di certo tra le due quella che eseguiva i lavori più difficili ed anche quelli più faticosi, ero io: lei era rimasta fino ad allora una figura subalterna ma mi disse che si sarebbe arrangiata.

Feci il corso per l'iscrizione al registro dei commercianti ed acquistai una latteria in un paesino a cinque chilometri da dove abitavo allora.
La pagai una manciata di milioni, chiedendo un prestito: all'inizio il lavoro non era tanto ma nel giro di pochissimo triplicò e gli incassi divennero soddisfacenti.
Io ci misi tutto il mio impegno, mi piaceva tantissimo avere quel genere di negozio: il contatto con il pubblico, il latte, il formaggio, la panna, il burro.. i dolci..
Cercai e trovai prodotti particolari e di ottima qualità per distinguermi dall'altra latteria, lontana qualche centinaia di metri, che aveva il monopolio nel paesino.
Infatti le strappai molti clienti in breve tempo.
Avevo ventisette anni, ero magra, bella, forte, allegra e piena di ottimismo: tutte le mie sofferenze sembravano sopite.


L'aver ritrovato la libertà mi galvanizzò tanto che cominciai a frequentare altri uomini.
Il primo, Lorenzo, che avevo conosciuto lavorando in paninoteca, era un bel giovane allegro e franco. Era sposato, ma io mica volevo risposarmi! Avevo giurato che mai più mi sarei fatta mettere le briglie al collo!
Lui era molto galante e splendido, mi portava in locali di classe, mi offriva rose e champagne, divertendosi come un pazzo alle mie subitanee euforie. Davvero bello, alto, ricciuto, gli occhi color smeraldo, forte come un piccolo toro, era del segno dell'acquario come me, edonista ed originale e ammirava il mio anticonformismo, così diverso dalle abitudini della moglie, tutta casa e famiglia.
Non eravamo innamorati ed anche il sesso non fu mai così esplosivo tra noi ma ci divertivamo troppo, insieme.
La sua corte, al di là del bancone del pub, fu un'altra eclatante sorpresa per me: solo dopo diversi giorni mi resi conto che quel bel giovane non veniva lì tutte le mattine alle dieci per bere un bicchiere di vino bianco fermo - che restava quasi sempre pieno - ma veniva per parlare con me. Infatti si tratteneva a lungo mentre io terminavo la macedonia, grattugiavo il formaggio, avvolgevo le posate nei tovagliolini, e se ne andava solo quando arrivava il proprietario con i primi clienti ed io non avevo più tempo da dedicargli.

Anche quando mi chiese di uscire la prima volta, restai stupita e la sera, quando mi venne a prendere sotto casa, entrando nella sua auto e cogliendo il suo sguardo ammirato, tremai tutta.

 

Poco tempo dopo riuscii persino a rintracciare in modo rocambolesco, tramite l'incontro fortuito con un suo amico, il bellissimo giovane incontrato in spiaggia con Eveline.
Accadde che un giorno entrò in latteria un uomo dai capelli rossi, che acquistò del latte e del formaggio e si trattenne un poco a chiacchierare con me, che ero sempre ben disposta e socievole. Parlando mi disse che proveniva dal piccolo paesino nel quale abitava anche Roberto ed io non potei far a meno di chiedergli se lo conoscesse. La risposta fu naturalmente positiva ma tutto finì lì.
Qualche pomeriggio dopo scorsi un'auto sportiva parcheggiare di fronte al mio negozio e ne vidi scendere proprio ' lui '.
Mamma mia, avevo il camice e la cuffietta, da perfetta lattaia!!!
In fretta la feci sparire, cercando d'aggiustarmi un po' i capelli, slacciai il camice per mostrare almeno abiti normali e nel frattempo lui entrò.
Quel sorriso illuminò il mio negozio, la mia mente, il mio cuore, i miei pensieri, le mie speranze: quanto era bello!!
Fu come il tempo non fosse passato, sentii i suoi occhi avvinghiarsi ai miei e ci trovammo di nuovo su quella spiaggia al tramonto.
M'invitò a cena ed io poi invitai lui a casa mia per un ultimo bicchiere, che sapevamo entrambi non avremmo assolutamente bevuto.
Mi baciò sulla soglia, chinandosi su di me ed io mi sentii come un fiore reciso dal suo gambo.

Nel mio letto, proprio su quella dalla trapunta di raso azzurro a fiori con colori pastello, egli mi travolse e mi trasportò in un luogo di baci, di mani, di pelle, di profumi, di sospiri, d'impulsi così violenti e carezzevoli, dove ci amammo fino allo stremo delle nostre forze. Era quasi mattino quando si allungò, abbandonandosi alla stanchezza ed io mi rannicchiai accanto a lui: mi cinse allora con le braccia, quelle braccia forti di uomo vero ed io sentivo le sue mani posate su di me come mai avessi avuto pelle e sensi. Ci addormentammo, così, nudi ed abbracciati.


Veloce fu, purtroppo, il sonno che si dissolse sentendo quelle grandi mani animarsi sulle mie spalle ed il mio viso: si era svegliato e così mi destò, tenendomi ancora in quella nicchia calda ed odorosa di noi ed aspettando che i miei occhi fossero ben fissi nei suoi. Mi confessò allora, senza mai distoglierli dai miei, di essere sposato e di avere un bambino piccolo, di amare entrambi, moglie e figlio e di non potere assolutamente pensare di lasciarli.
Fu come precipitare. Si alzò dal letto, si rivestì e se ne andò, lasciandomi come ultimo gesto il dolce accomodare la trapunta, che recava i segni del nostro amore, contro il mio corpo ancora caldo di lui.

Soffrii.

Lo cercai più volte al telefono, lo pregai di rivederci ma lui rifiutò sempre: quello che avevamo vissuto quella notte era stato troppo forte.
Capii allora che per lui sarebbe stato impossibile passare dalle mie braccia a quelle di sua moglie senza creare profondi dolori ad entrambe e così ascoltai la vita che mi stava chiamando a gran voce.
A Lorenzo s'aggiunse Valerio, che amava portarmi ad ascoltare dolcissimi concerti di piano bar, e poi Gianfranco, passionale e improvviso, che saltando fuori dal nulla trovavo ad attendermi alla chiusura del negozio già vestito per la cena.
Mi sentivo una dea.

C'era poi sempre mio marito che mi faceva regali, mi telefonava sempre, passava quasi ogni giorno in negozio. Giocavamo anche a tennis tre volte alla settimana, insieme, perché in quella nostra abitudine, consolidata ormai da anni, non riuscimmo mai a separarci.

Facemmo persino di nuovo sesso.. perché io ero diventata così bella, così diversa.
Mi ero comprata dei begli abiti, cose fini, eleganti, sobrie ma di gusto.
Ho pochissime foto di quel periodo ma mi mostrano davvero una splendida giovane donna: mi ero fatta allungare di nuovo i capelli fino alle spalle e ne avevo ancora tantissimi, che mi danzavano intorno al viso in ampi ricci naturali.
Mi truccavo anche in modo molto femminile

Insomma, che potevo desiderare di più dalla vita?

La convivenza con mia madre e mia figlia non era affatto semplice, tutt'altro, ma ormai la famiglia era per me una parte tangenziale della mia giornata.
Ero viva e padrona di me stessa: davvero mi sentivo benissimo.

 

Risale a quei tempi ciò che narro in una delle mie novelle, tratta dal libro Kaiki e che potete leggere qui di seguito in corsivo

 

IL SALUTO DELLA VECCHIA 128 FIAT GIALLONA

 

..................... Non volendo svuotare il nostro nido ….........

Portai però con me la nostra seconda auto, una vecchia 128 Fiat, che stava tirando il fiato con i denti e che noi chiamavamo, con affettuosa derisione, Giallona, per l’orrido colore ocra acceso.

Proprio quel colore accresceva la sua ormai dichiarata e raggiunta estraneità alla vita corrente, nella quale ancora prestava il suo servizio prezioso di trasportarci ovunque volessimo andare, pur denunciando in pieno l’avvicinarsi della fine già sancita dei propri giorni e della propria specie.

 

Io amo le cose e mi circondo sempre di quelle di cui percepisco l'amore, dato che sono in grado, per una mia sensibilità particolare, di captare i sentimenti silenziosi che emanano e che provano nei miei confronti.

 

Le cose non sono tutte uguali. Hanno anche loro un'anima, un carattere, una tendenza e la rivelano a chiunque sia un attento ascoltatore e spettatore.

Per questo chi, come me, è capace di accogliere dentro di sé la vibrazione emessa da ogni essere intorno, vivente o meno, si accorge della grande differenza che corre tra un oggetto e l'altro.

 

Davvero Giallona mi amava in modo incondizionato, tanto che ogni mattina ce la metteva tutta per avviare i suoi esausti ingranaggi, emettendo brontolii di sforzo sempre più accorati e raggiungendo sempre più tardi il proprio intento.

Ogni giorno o quasi, però, perdeva una delle sue funzionalità accessorie ma non per questo poco importanti: oggi non funzionava più il tergicristallo, domani la ventola interna dell'aria... una settimana dopo si bloccava un finestrino e così via.

 

Ma lei, impavida cocciuta e generosa, ogni mattino, presto o tardi, andava in moto e mi portava al mio lavoro.

 

Io e mia figlia, accarezzando ogni volta il suo nero cruscotto di similpelle, tutto liso e screpolato, ci dicevamo che non sarebbe durata più a lungo e che avremmo dovuto cambiarla con una vettura più recente, ma nel dirlo provavamo una specie di sgomento dentro e un dolore soffuso insieme ad un specie di riluttanza di fronte alla sensazione di avvertire la tristezza emanata da quell’anima meccanica, giunta alla fine dei suoi giorni di onorato e indefesso servizio…

 

Così il tempo passava, inesorabile e Giallona restava con noi; finché, una fredda mattina sferzata dalla pioggia e dal vento, non riuscì nel suo consueto sforzo quotidiano, la batteria l’abbandonò definitivamente e lei, mesta, si arrese inevitabilmente, ma rassegnata al suo destino, lasciandomi seduta sul suo sedile un po’ distorto a guardare la chiave di accensione divenuta un inutile pezzetto di metallo buffamente sagomato.

 

Mi recai al lavoro in bicicletta, percorrendo quei pochi chilometri sotto il temporale, arrivando perciò alla mia destinazione stanca, affannata e irritata per il ritardo, tutta bagnata e infreddolita.

E questo fu abbastanza per farmi decidere di acquistare un'auto nuova.

 

Erano i tempi quelli in cui potevo farlo: alzare la cornetta del telefono prendere un appuntamento in una concessionaria, scegliere un'auto, firmare un sacco di fogli per un finanziamento millenario e via.. uscirmene contenta con la macchina nuova..

 

Così, quel mattino stesso, cercai e trovai la sua sostituta. - che comunque non amai mai e che rappresentò fino all’ultimo per me una fonte di guai e di avversione, - e al telefono concordai col venditore che mi sarei recata io stessa a prelevare la nuova auto, lasciando la mia vecchia amica Giallona al suo triste destino di rottamazione.

 

Nel pomeriggio infatti, aiutata da un vicino di casa a rimettere in moto con i cavi della batteria la moribonda 128, mia figlia, che non voleva perdere assolutamente il primo viaggio della nuova automobile e io le facemmo compiere il suo ultimo tragitto.

 

 

 

Quando arrivammo alla concessionaria prescelta, la pioggia era cessata, lasciando uno squarcio di sole invernale a far brillare le goccioline d’acqua sul giallo della carrozzeria e sul parabrezza, solo in parte asciugati dal vento durante il viaggio.

 

L’addetto che ci aspettava ci mostrò dove parcheggiare la vecchia auto da rottamare e se ne andò voltandoci le spalle, del tutto indifferente ed avvezzo a quello che per lui era una storia di quotidiana abitudine, mentre io entravo in uno spiazzo recintato e facevo manovra per parcheggiare la nostra vecchia auto di fianco ad altri ruderi in attesa di essere ridotti a scatolette di lamiera.

 

In quel momento fui assalita da un dolore acuto, come se invisibili dita di ferro mi avessero stretto il cuore in una morsa.

Immaginavo la Giallona che piangeva lacrime di olio, benzina e antigelo.

Ma il tempo stringeva, il venditore ci attendeva per espletare le ultime formalità e mia figlia mi era accanto ed io mi ero accorta che lei pure si stava facendo prendere dalla malinconia di quell'addio.

Regalai, quindi, un’ultima carezza alla vecchia auto, passando lentamente la mano sul cofano ancora umido e un ultimo bacio furtivo, lieve quanto accorato, sull’orlo dello sportello che si era aperto per accogliermi innumerevoli volte, in preda ad una sensazione di estraneità dalla vita terrena che mi avvicinava incredibilmente a quello che per i terrestri era diventato ormai solo un ammasso inutile ed inservibile di lamiere, mentre per me era un cuore fratello, un'anima amica..

Poi, cercando di nascondere la mia inusitata quanto incomprensibile emozione, mi voltai di scatto dandole le spalle, mormorando: «Addio, Giallona, e grazie di tutto…»

Infine presi per mano la mia bambina, che ora scalpitava per vedere l’auto nuova, le girai le spalle e mi diressi verso l’addetto che, poco più avanti, attendeva impaziente sulla soglia dell’officina antistante agli uffici.

 

Dovete sapere, tra le varie cose, che Giallona era muta: lo era stata da sempre, o almeno da quando la comprammo noi da un amico, per un pugno di spiccioli, adattissima agli scopi di auto di servizio e di sostegno per le giornaliere necessità famigliari e, mentre invece l’ammiraglia di casa dormiva riparata nel suo ampio e ben costruito garage, lei trascorreva le sue notti all’aperto, sotto le stelle, al caldo o alla fredda pioggia invernale, immersa nella nebbia della bassa padana, cosa che non aveva fatto altro che incrementare effettivamente questa sua congenita o acquisita afonia…

 

Per quello non avevamo mai sentito la sua voce.

 

Ma, come ci fummo allontanate da lei una decina di passi, un grido meccanico però estremamente umano, scaturì dalle viscere metalliche di Giallona e inondò del suo pianto addolorato l’intera officina, scuotendo e facendo sollevare la testa a tutti i meccanici al lavoro, chini dentro le fauci spalancate delle auto ammalate che stavano curando e facendomi tremare le ginocchia fino quasi a piegarmi per terra.

 

Era Giallona che, per salutarmi, abbracciarmi e ringraziarmi per l’ultima volta, aveva ritrovato la sua voce.

Una voce straziante e penetrante che gettò tutta quanta, nella sua veemenza data da un lungo silenzio e un lungo incondizionato amore, in uno straziante, assordante, profondo, accorato, disperato indimenticabile addio, fino a quando uno dei meccanici, infastidito, accorse, aprì l’intimità del suo cofano e con una gelida, impietosa tronchese, le tagliò di netto le ritrovate corde vocali, sancendo definitivamente il suo silenzio e la sua morte.

 

 

Io mi asciugai frettolosamente le lacrime.

«Senti, la nostra Giallona ci sta salutando per l’ultima volta…», sussurrai a mia figlia commossa e piangente .

Poi, guardandola ancora un attimo con amore, facemmo ciao con la mano e abbandonammo quel freddo capannone, dove venivano lasciate al loro destino di morte le auto dismesse, senza pietà, né più uno sguardo di affetto, dopo aver dimenticato il tempo in cui esse erano state lustre e nuove e noi le avevamo guardate con orgoglio e meraviglia , del tutto incuranti del fatto che un'auto potesse o meno provare sentimenti e sensazioni, pur se espressi in modo diverso dal nostro.

 

Questa è una storia vera, autentica come le lacrime che stanno scendendo ancora dai miei occhi, una storia dedicata all’amore silenzioso ed altruista che ci donano tutte le cose inanimate, senza chiedere mai nulla in cambio, fino a che non si rompono, o noi, annoiati e perennemente insoddisfatti, non le condanniamo alla rottamazione per lasciare il posto ad altre che ci illudiamo possano essere migliori.

 

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Commenti: 2
  • #1

    arturo quadraro (lunedì, 21 gennaio 2013 09:55)






    La Scienza Dello Spirito


    ‎"Perché tante persone ammirevoli suscitano terribili inimicizie?

    "Perché tante persone ammirevoli suscitano terribili inimicizie? Perché le forze oscure che essi hanno espulso dal proprio mondo interiore ritornano per attaccarle tramite altre persone, le quali sono disturbate dalle loro qualità, dalle loro virtù e dalla loro forza di carattere. Invece, le persone che conducono una vita ordinaria non disturbano nessuno, e tutti sono contenti di loro. Ma anche se affrontarli non è facile, i nemici che sono all’esterno sono meno pericolosi dei nemici interiori, e con essi bisogna utilizzare l’amore, la dolcezza e la pazienza. Con i nemici interiori, invece, bisogna usare fermezza, autorità e severità. Purtroppo, il più delle volte, gli esseri umani fanno il contrario: manifestano pazienza e indulgenza verso i propri nemici interiori, e un’estrema severità verso i nemici esterni. Come stupirsi, allora, se continuano a dibattersi tra difficoltà inestricabili?" <3

  • #2

    ariannaamaducci (lunedì, 21 gennaio 2013 11:35)

    caro arturo, amico mio,
    la filosofia buddista è una grande maestra della realtà umana e dei meccanismi della nostra mente, che crea grandi castelli di nulla figurandoli come realtà..

    le parole che qui riporti sono sagge, profonde e complete e raccontano una legge a cui ho aderito da tempo, in parte da sempre..

    pur con mille difficoltà ed incertezze, scivoloni e ricadute, so di essere sulla buona strada..
    grazie di avermelo ricordato, mio dolce compagno di via...

    ti mando il più grande e forte abbraccio di pace che il mio cuore possa concepire..