LA MIA AUTOBIOGRAFIA: CAPITOLO DICIOTTESIMO Cani cani e cani.. poi Scilla

AL LAVORO - autoritratto 2008 - olio su tela 35x25

 

 

CAPITOLO DICIOTTESIMO


Cani cani e cani.. poi Scilla

 

 

 

Chiesi allora alla mia veterinaria se volesse assumermi per pulire i canili, i box e lavorare nella toelettatura. Lei, avendo già apprezzato le mie doti di lavoratrice, mi assunse subito.

Fu così che imboccai una delle strade maestre della mia vita.

Noi avevamo questi grandi levrieri a pelo ruvido, cugini della fatina bianca.

Dopo al morte della fatina altri levrieri a pelo raso vennero da noi, regalatici da un vecchio allevatore di Bologna, il famoso dottor Busacchi, che vide in me il fuoco sacro della passione per quel tipo di cane. Lady era figlia di due suoi cani ed io, venendo a conoscenza della sua esistenza, gli telefonai chiedendogli di poterlo andare a trovare e conoscere e visitare il suo allevamento.

Il vecchio gentiluomo si comportò in modo tale da affascinarmi: mi mostrò i suoi cani, tra cui il famoso padre della mia dolce levriera, che si chiamava Dingo, - come il nome del mio primo motorino! - raccontandomi una quantità di storie, aneddoti, consigli, curiosità e cose da sapere. Fu così delizioso che tornai più volte da lui nel giro di qualche tempo. Un suo conoscente aveva allora una cucciolata figlia di cani suoi e, dato che aveva difficoltà a vendere o collocare i cuccioli, il dottore mi chiese se ne volessi qualcuno. Eccome che li volevo!!

Andammo a vedere quella cucciolata e portammo a casa tre femmine: una da regalare ad una amica, Mizar, bianca e nera e due per noi, come capostipiti del nostro futuro allevamento: Swing, tigrata scura, Suzie Wong, tigrata sabbia chiara. Erano bellissime e dolcissime, avevano tre mesi.

Ma il mio gramo gramo destino sempre ha trovato il modo di fermare i miei progetti anche quando sembrava che la fortuna si fosse ricordata di me.

A quei tempi io già mi recavo giornalmente al Canile Municipale di Ravenna che era ubicato non troppo lontano da casa nostra. La prima volta ci capitai per caso, perché avevo trovato un cane sperduto in pineta, un cane da caccia, - cosa che mi è successa più volte- l'avevo condotto con me e, volendo cercare il suo proprietario, mi fu detto di rivolgermi lì.

Venni a conoscenza, o meglio, tornai ad imbattermi in quella realtà terribile che costringeva ogni cane smarrito a perire dopo tre giorni dalla cattura per mezzo del gas.

Proprio quel giorno in cui entrai per la prima volta da quel cancello il custode stava ' infornando ' una decina di ' morituri' ed io assistetti alla loro fine.

La camera a gas era un basso casotto con due porte di metallo: una di rete grossa e l'altra a tenuta stagna: il custode catturava i cani con l'apposito laccio e li conduceva, alcuni assai recalcitranti e furiosi, strozzandoli senza pietà, lì di fronte per poi cacciarli dentro, uno dopo l'altro: prima i più mansueti, poi i più pericolosi e mordaci.

Lì dentro c'era l'odore della morte, della violenze e i poveri animali reagivano in due modi diversi: o paralizzandosi dal terrore o diventando ancora più aggressivi. Infatti, mentre lui faceva entrare gli ultimi condannati, in quell'angusto ed oscuro pertugio già si svolgeva una zuffa terribile e sanguinosa e da fuori si udivano benissimo i guaiti e gli strilli che i cani più deboli emettevano, aggrediti e morsi dagli altri, impazziti dalla paura.

Io assistevo a mia volta paralizzata dallo stupore e dal dolore, sapendo anche che ciò che quell'uomo stava facendo era perfettamente legale, anzi, veniva persino pagato perché lo compiesse.

Quando finalmente il numero dei cani destinati quel giorno alla gasatura fu completato, lui chiuse la seconda porta, quella stagna, girò l'angolo ed aprì, a quel punto per fortuna, perché gli strilli i guaiti ed i ringhi erano divenuti strazianti, il rubinetto del gas: nel giro di qualche minuto, dopo ancora tutta una serie di atroci mugolii, esso decretò il silenzio assoluto nel casotto di mattoni.

Vorrei non aver dovuto assistere mai a quello e neppure allo spettacolo che mi si presentò quando il custode estrasse i cadaveri dalla camera a gas: ognuno di quei corpi, abbandonati finalmente alla pace della morte, recava i segni dei morsi inferti dagli altri ed alcuni di quei poveri animali erano stati gravemente feriti e dilaniati. Le pareti di quella infame piccola costruzione erano interamente ricoperte da schizzi di sangue ed escrementi.

Quando riuscii a smettere di piangere mi feci dire da quell'uomo chi fosse il responsabile giuridico di tutto quell'insano folle assurdo crudele feroce massacro. Che risultò essere il veterinario comunale capo.

Senza por tempo in mezzo telefonai, chiesi un appuntamento e mi recai a parlare con quel feroce burocrate.

' Lui era un veterinario? Ma per favore! Lui era un aguzzino ed un macellaio. ' Questo io gli dissi in faccia, furiosa ed indignata, giunta in quella specie di ufficio ambulatorio tra fegati di maiale portati ad analizzare ed altri organi vari appoggiati dovunque, con un odore che davvero era ripugnante. Sì, era il suo lavoro esaminare gli organi di animali sospetti che erano stati macellati, a guardia della nostra salute ma i cani?

Lui, colpito dalla mia veemenza, cercò di difendersi dicendomi che non faceva altro che mettere in atto la legge. Io gli chiesi se lui avesse un qualche potere decisionale, cioè se la sua parola avesse un qualche peso e colpii sul vivo. Rialzando la testa dalla carta sulla quale stava vergando disordinate parole, mi guardò con lo sguardo duro e desideroso di vendetta, dicendomi che la sua volontà dettava legge, lì dentro.

E così si incastrò da solo.

Per farla breve, perché questa storia che sto raccontando in poche righe durò anni, prima mi diede la gestione di un box dove tenere al massimo quattro cani, a mio insindacabile giudizio, ai quali venivano concessi trenta giorni di moratoria in attesa di trovar loro una famiglia che li adottasse. Cominciò allora la giostra degli annunci per radio, dei bigliettini appesi ovunque: quando il custode aveva nuovi arrivi mi chiamava, e questo accadeva più o meno ogni giorno, io mi recavo al canile e controllavo il povero animale catturato se avesse o meno i requisiti per essere adottato.

All'inizio fu per me molto difficile: avevo quattro posti per trenta giorni e se avessi sbagliato la mia scelta avrei sottratto ad altri cani la possibilità di salvarsi.

Per fortuna la cosa funzionò: gli animali scelti trovavano in fretta una adozione: la cittadinanza neppure sapeva che ci si potesse rivolgere al canile municipale ed avere gratis un cane, se l'avesse voluto, quindi, allertata dagli annunci ed dal passa parola, si rivelò una grande bacino di utenza. Il custode, che sempre, ad ogni cane consegnato, di certo percepiva una qualche mancia, si schierò dalla mia parte, vedendo il suo destino cambiare, diventare migliore e mi aiutò in tutto per tutto: davvero il mio desiderio era un ordine, per lui.

Il box allora, dato in 'uso' per l'affidamento divennero due, poi quattro fino a che praticamente solo cani pericolosi o gravemente ammalati ed incurabili venivano soppressi.

Anche in quello io pestai a lungo i piedi riuscendo ad estorcere per quegli sfortunati il diritto ad una morte indolore, riuscendo ad ottenere che il veterinario capo firmasse finalmente l'ordinanza che sanciva l'uso di una iniezione letale.

E la terrificante camera a gas fu definitivamente chiusa.

All'inizio di tutto questo impegno, altre due persone, due donne, si unirono a me e mi sostennero eseguendo le telefonate e i giri necessari per gli annunci. Ma l'onere di recarmi al canile per scegliere e gestire i cani e il veterinario capo rimase sempre mio.

Fu una dura lotta anche ottenere che venissero fatti dei lavori di risanamento a quella struttura, che ne aveva assolutamente bisogno e fu lunga la strada della rieducazione del personale a norme igieniche e deontologiche che non venivano assolutamente rispettate.

Quel luogo che, il giorno in cui vi entrai la prima volta, era ributtante allo sguardo ed all'olfatto, si trasformò notevolmente ed anche in un tempo abbastanza breve.

 

col passare dei mesi e degli anni, si affiancarono poi al nostro trio iniziale altre persone fino al giorno in cui l'ENPA si accaparrò tutta la gestione dei cani randagi. Mi chiesero se avessi voluto essere dei loro, mi offrirono un posto come consigliere, io li frequentai un paio di volte poi, sentendomi distantissima da loro, smisi di farlo, lasciando che si prendessero tranquillamente tutto il merito di quanto era stato fatto.

Che mi importava del merito? A me importava che i cani non venissero più uccisi e torturati così, quello solo importava. E dopo anni ed anni, smisi di recarmi al canile.

Ma ai tempi che sto narrando ora, ero all'inizio di quel lungo cammino che ha visto salvare la vita ad un numero elevatissimo di cani e in quei giorni un altro volontario mi mise a conoscenza del caso di una microscopica barboncina nera, chiamata Virgola, che stava vagando senza meta da una casa all'altra senza trovare la sistemazione giusta. Quell'uomo, lo seppi solo dopo, mi mentì, sapendo di mentire: Virgola era ammalata di cimurro, al secondo stadio, quindi portatrice asintomatica, in quel momento. E, dato che il destino è amaro in modo matematico, proprio in quel periodo ci fu per diversi mesi la difficoltà da parte dei veterinari di procurarsi il vaccino contro quella terribile malattia. Io andai a prendere Virgola: era una cosina di due chili, veramente microscopica e mi intenerii così tanto che non potei far a meno di portarmela a casa. Ma le mie levrierine non erano vaccinate, a causa della mancanza del medicinale: si ammalarono e morirono tutte e tre, nonostante le cure assidue ed assai dispendiose che io somministrai loro. Morì anche Virgola.

Allora il dottor Busacchi, colpito dalla mia sfortuna, mi regalò a sua volta una cucciolona di levriero: aveva riportato una lussazione ad una spalla e quindi non era un soggetto da esposizione ma era assai bella, di mantello bianco e nero ed era adattissima ad avere dei bellissimi cuccioli: le misi nome Honey pie.

Finalmente tutta l'area di un ettaro attorno alla nostra casa era stata recintata e quindi la nostra nuova amica, figlia del vento, sarebbe stata protetta e libera di trascorrere una lunga vita con noi ma... si, anche questa volta ci fu un ma.

Una pomeriggio sentii suonare al campanello: erano due carabinieri. La mia cagna aveva saltato la recinzione, era corsa sulla strada ed era stata investita da una macchina, proprio davanti ai loro occhi. L'auto, un'Alfa Romeo, aveva riportato danni notevoli e noi pagammo ottocentomila lire di tasca nostra, che allora erano una cifra notevole.

E, naturalmente, seppellimmo Honey pie, di fianco alla teoria di tombe, in un angolo esterno della nostra aia, che stava notevolmente allungandosi.

Allora io piombai in una crisi enorme e dissi che non avrei mai più tenuto con me un levriero inglese a pelo raso, data l'evidente sfortuna avuta con quella razza.

Ma senza cani non volevo stare. Avevamo cominciato ad esporre Lady e Batù, divertendoci ed appassionandoci alquanto a quel mondo un po' folle e volevo continuare. Volevo inoltre diventare una allevatrice amatoriale di cani.

Quale razza scegliere allora?

Ad una esposizione internazionale a cui ci recammo con Lady, l'ultima a cui lei partecipò, che si teneva a Bellagio, sul lago di Como, avevo incontrato una signora tedesca con dei magnifici giganteschi levrieri a pelo ruvido, grigio ferro ed argento.

Mi avevano colpito tanto, quei meravigliosi signori delle razze canine, come nobili rustici, un po' burberi, ma quieti, eleganti e con uno sguardo davvero vivo e penetrante e fu così che la mia scelta cadde su quella razza.

Naturalmente Carlo si disse contrario, discutemmo a lungo poi, come sempre, capitolò ed anzi, divenne un grande appassionato di quelle meravigliose creature.

Ma in Italia nessuno li allevava né ne possedeva qualcuno così mi rivolsi all'estero. Divenni socia del Club Inglese del Deerhound, il nome originale di quella razza, mi procurai libri che lessi e tradussi dall'inglese, studia i pedigree dei campioni e finalmente scrissi a qualcuno degli allevatori che ritenevo i migliori, chiedendo loro di poter acquistare una femmina alla prima cucciolata disponibile.

Solo una piccola allevatrice amatoriale che viveva ai bordi della Scozia si disse disponibile a venderci uno dei suoi cuccioli, gli altri non accettavano il fatto che l'animale dovesse allontanarsi così tanto da loro. Ma Pat, così si chiamava, capì la mia grande passione, vide che sicuramente l'avremmo tenuta benissimo ed accettò. Nacque tra noi una amicizia che durò anni, con un lungo scambio epistolare.

Noi ci recammo due volte in Inghilterra, facendo entrambi i viaggi in automobile. La prima volta viaggiammo con il Pallas e due amici più il loro bambino.

Fu un viaggio prettamente turistico: alloggiammo per tutto il mese di agosto in una casetta nel sobborgo più a nord di Londra e di giorno ci spostavamo con la metropolitana. Io me la cavavo piuttosto bene, con l'inglese e quindi ero la guida del gruppo.

Fu un viaggio stupendo nel quale visitammo a fondo il British Museum con i faraoni le mummie e Lucy, la prima donna umana – che veramente sembrava in tutto e per tutto una scimmia -e la Tate Gallery con tutto il rinascimento italiano, i fiamminghi Rembrandt, Goya e Leonardo e Van Gogh ed io, che mi fermai quasi un pomeriggio intero davanti ad un quadro di Goya, il ritratto di un uomo che, dovunque ti spostassi all'interno dell'area intorno, ti seguiva con lo sguardo.

Seguimmo poi tutta la serie degli itinerari classici per turisti, dalla Torre, al Big Ben, Piccadilly, il Tamigi, il ponte, Trafalgar, Buckingam e tutte le solite mete ma anche visitammo il Museo delle cere, la tomba di Carlo Marx, una esposizione e serie di gare durate tre giorni dedicati al cavallo in tutte le sue espressioni, tutte le pasticcerie e le birrerie che incontrammo, i pub, - giocammo a freccette con gente trovata nei locali e Carlo segnava il punteggio sulla lavagna con cifre latine, un po' per fare il fenomeno e un po' perché era sbronzo. - Poi Arrods e il mio primo Mac Donald, tutti i parchi e i laghetti ,dando da mangiare ai passerotti ed uccellini vari, un rione che era tutto un mercatino di cose vecchie e vecchissime dove comprammo un servizio da tea di Sheffield ed altre cose bellissime, tra le quali un vaso da notte in ceramica dell'ottocento, tutti i negozi di pipe, grande passione di Carlo che acquistò la prima della sua lunga serie di Peterson, tutte le librerie dove acquistammo libri sui cani in Italia introvabili, il gelato con la soda e la peggiore pizza mai mangiata in vita mia, l'immensa quantità di gente per le strade così larghe, le pettinate autostrade inglesi, guidare contro mano, la grande varietà di razze umane e le toilettes più pulite del mondo. Ma anche la Francia da sud a nord, con le pommes frites lungo la strada, le baguettes, i bistrot, le colline dolci, la Foresta Nera, le vigne dello champagne, i larghi fiumi e l'immensa cattedrale di Reims che svettava su una vastissima pianura,.

Poi, la seconda volta, l'anno successivo, a marzo, con il Land Rover Station Wagon a trazione integrale, acquistato da poco, ottimo per il deserto ma assolutamente inadatto per la pioggia battente che durò tutto il tempo del nostro viaggio e che mi infradiciò le ossa e lo spirito. L'attraversamento della Manica con il mare forza sette e Carlo a prua con il giaccone slacciato e senza cappello mentre faceva un freddo da belare, fermo immobile, con me accanto che cercavo di reggermi in piedi e di non morire di polmonite, a guardare le bianche scogliere di Dover che si avvicinavano. E poi l'abazia di Westminster, la cattedrale di Winchester, il collegio di Cambridge ed i canottieri che si allenavano sul placido canale, Stonhenge e la meraviglia provata nel vederlo spuntare all'improvviso dopo tutta una serie di saliscendi, così enigmatico, imponente, incredibile ed io, come impazzita di gioia a correre come una bambina tra quegli immensi menhir. La dolce campagna inglese con le grandi querce solitarie, i muretti a secco e le pecore dalle zampe corte, il paesino di Pat, su di una collina nera di carbone, che si chiamava appunto: Black Hill, la sua piccola casa ed un grande levriero su ognuno dei sei letti, Anne, la cagnona - mamma che aveva avuto i cuccioli e quella torma di nove puledrini sgraziati grigi che ci corsero incontro e tra loro lei, che fu chiamata Ardeth Neroli che poi divenne madre e capostipite del mio piccolo allevamento che ebbe vita assai breve. E poi la cena in famiglia e noi che non sapevamo come mangiare, in che ordine cioè, tutte le pietanze che erano poste sulla tavola ed io che seguii esattamente tutto quello che faceva il nonno, indiscusso leader di quel gruppo di persone e cani. Poi la passeggiata con tutti i cani lungo le rive di un quieto lago e le loro esplosioni di galoppi e l'emozione di stringere a me la prima volta la mia cucciola, tanto attesa e desiderata, che venne a noi solo un anno dopo la decisione di acquistarla.

Fu un viaggio bellissimo di cui però il ricordo più incredibile resto comunque la stanza da bagno dell'hotel rustico nel quale ci fermammo, alle porte del paesino di Pat, dopo tre giorni interi di viaggio sotto la pioggia senza altra sosta che per i bisogni igienici, quasi senza dormire. Carlo voleva restare ancora in macchina, dove avevamo messo nella lunghissima parte posteriore un materasso e ci si poteva dormire, ma io puntai i piedi: dopo tre giorni di quella vita avevo assolutamente bisogno di un bagno caldo, un pasto bollente ed un letto vero e comodo ma soprattutto asciutto, che nel Land Rover da deserto il problema delle infiltrazioni di pioggia non era stato neppure preso in considerazione, dai costruttori. L'ebbi vinta e salimmo su, in quella vasta camera. Già la vista del letto candido mi sollevò alquanto ma quando entrai nella grandissima stanza da bagno piastrellata di verdino e lilla e vidi l'immensa vasca, quando mi ci adagiai dentro, sparendo fino al naso nella bianca schiuma soffice, dopo tre giorni gelidi ed umidi con gli stessi vestiti addosso e senza potersi lavare che molto sommariamente, io provai una esperienza quasi mistica di benessere e beatitudine, che non dimenticherò mai..

Alla fine, davvero, ogni avventura umana è pur piccola cosa....

 

Ma una terza volta mi recai a Londra -e questo fu un paio di anni dopo, - però da sola, in aereo, per tre giorni, per visitare la più grande esposizione inglese di cani da bellezza, il famosissimo e decantato Cruft's.

Fu la prima cosa importante che feci da sola: andai a Milano in treno e trascorsi il pomeriggio ed il giorno dopo da Nadia, che viveva lì. Fu l'ultima volta che vidi la mia cara sorella, cara amica di sempre, anima affine, con la quale era proseguita un intensa anche se non costante corrispondenza. L'avessi saputo che già a quei giorni stava meditando quel volo dal cavalcavia che poi le rubò la vita pochi anni dopo! Invece l'essere umano è così cieco e miope e non vede poco meno di nulla e anzi, addirittura distorce quel poco che vede.

Io mi ero aspettata una bellissima rimpatriata con lei ma l'atmosfera tra noi restò strana, come se non riuscissimo a comunicare, come se quello che ci dicemmo, l'una all'altra, non fosse ciò che sarebbe servito, che era atteso. Solo dopo, quando lei morì, capii cosa fosse stato ciò che avevo distintamente captato e che non avevo saputo interpretare.

Ma io stessa ero già in preda al vuoto cosmico ad alla passione amorosa che poi mi strappò alle braccia ed alla dorata gabbia di Carlo. Io avevo bisogno che lei ascoltasse me, lei aveva bisogno che io ascoltassi lei e così nessuna delle due parlò né ascoltò.

Il destino ha mani assai lunghe.

Dopo la parentesi con Nadia, quindi, presi un volo aereo per la grande metropoli londinese, il viaggio era organizzato dall'ENCI – Ente Nazionale Cinofilia Italiana. Praticamente era tutto preordinato: la mattina grande breakfast nella sontuosa sala dell'hotel a cinque stelle, poi in esposizione fino alla chiusura, alle 17, poi serata libera. Nel gruppo di partecipanti a quel viaggio c'era gente che conoscevo e mi divertii alquanto, facendo persino casino, una notte, andando in discoteca, io che mai ne avevo visitata una. Certo che dovevo essere ben buffa e, se ci credete, tutti mi guardavano. Mettete una discoteca londinese alla moda inizio anni ottanta, tutti vestiti più o meno da febbre del sabato sera, agghindati e stra – fatti, io senza trucco, il maglione verde di lana che mi aveva fatto mia madre ai ferri, i jeans e gli scarponcini. Ma come mi divertii a guardare tutti quei matti, che strana sensazione, io che venivo da piccolissimi paesi e cittadine, tutta quella gente di ogni colore e razza, tutti insieme accalcati ovunque. Allora mi resi veramente conto di quanto fossi fortunata a vivere come facevo.

Però la cosa più bella restò l'esposizione: ventitremila cani di tutte le razze, iscritti nei tre giorni del contest. - Da noi quando ce n'erano cinquecento massimo mille, di iscritti, si gridava al miracolo. -

Vidi tutto, girai dappertutto: dopo aver abbondantemente fatto colazione all'inglese con uova pancetta rognone, funghi salumi formaggi tea dolcetti e tutto quello che riuscivo ad ingurgitare, me ne vagabondavo da sola tra i ring e gli spazi per la toelettatura, la preparazione e gli stand commerciali. Gli inglesi erano cinquanta anni avanti a noi in tutto ma nella cinofilia anche di più. Nelle esposizioni canine italiane, negli stand commerciali era già tanto se si trovava un guinzaglio che non fosse di catena o una pallina o un osso; al Cruft's vidi di tutto, dai prodotti per i cani, con shampoo alla seta e coloranti, lacche, schiume, ed attrezzi dl mestiere a quelli sui cani, per gli umani: cappellini magliette gilè spillette libri tazze statuine portachiavi stampe antiche pupazzi peluche poster ed ogni specie di cianfrusaglia e chincaglieria - anche di ottimo gusto - che si potesse immaginare.

Avevo trecentomila lire per le spesucce, con me e, naturalmente spesi fino all'ultimo penny: ancora libri ed una serie di spillette, poi stampe, piatti decorati, statuette.. cosa non portai a casa...... fu bellissimo.

Ma fu anche bellissimo sperimentare la libertà. Perché Carlo era di certo un ottimo compagno ma piuttosto dispotico: si faceva quello che voleva lui e punto.

Ed io, sapete, ho un grosso difetto, che ho scoperto e capito fino in fondo solo molto più tardi: voglio fare solo ed esclusivamente quello che mi piace, mi appassiona, mi interessa e trovo giusto. E in quei giorni assaporai per la prima volta la libertà di andare, fare, fermarmi, tornare, interrompermi, riprendere, andare di nuovo, mangiare, bere, fermarmi esattamente sempre e solo quando lo volevo io e non al traino di Carlo o nella morsa dei bisogni e dei capricci di Angela.

Troppo presto mi ero sposata, troppo presto avevo rinunciato alla vita.

In quei giorni, lo capii.

 

E tutto dentro di me stava cambiando.

 

Nella clinica veterinaria, dove avevo cominciato a lavorare avevo, conosciuto una donna della mia età.

Quando la vidi la prima volta, con i capelli così neri, gli occhi altrettanto profondi di pozzo senza luna, il viso tagliente e l'espressione volitiva e amara, mi dissi che davvero non avrei mai voluto aver nulla a che fare con lei.

Dentro di me esiste una voce che mi dice come sono le persone che ho appena incontrato. Il fatto è che io non l'ho mai ascoltata, mai una volta. Solo dopo, molto dopo, dopo che mi hanno fatto tanto male allora ricordo il chiaro segnale che avevo ricevuto.

Ovviamente neppure quella volta capii quella voce e cosa mi stesse dicendo e in pochi giorni mi innamorai perdutamente di lei.

Si chiamava Scilla, in quei giorni era sposata, anche se poi, più o meno due anni dopo, si separò perché già si era innamorata di un altro, Piero Amaducci, a sua volta sposato, - mio omonimo ma non mio parente - e aveva una bambina coetanea della mia, Selene. Fu proprio il mio omonimo, socio della veterinaria nell'allevamento di cani terrier da esposizione, a condurre la sua amica là.

La bellezza di Scilla era così inquietante, la sua intelligenza così tagliente e logica, la sua dominanza sugli altri così spiccata che io divenni ben presto il suo cavalier servente, di nuovo, per la seconda volta nella mia vita, dopo Tati..

Io avevo ventiquattro anni. Da quel giorno stemmo sempre insieme: lei veniva da me con il suo amante e in quattro si giocava a mah-jongh, oppure si usciva a mangiare fuori.. le bambine giocavano insieme. Noi parlavamo parlavamo parlavamo.

Capii immediatamente di essermi innamorata di lei ma non glielo dissi mai chiaramente. Le confessai che mi stava accadendo qualcosa di molto strano: ricordo bene, quel giorno, eravamo sole, sedute in macchina in giro per la città per qualche commissione e dentro di me sentivo una grande forza che mi spingeva a dirle tutto, a porle il mio amore tra le mani e la mia vita al suoi piedi e un'altra altrettanto forte, che mi impediva di farlo. Lei disse che forse aveva capito ma io, colta da un subitaneo terrore, le chiesi di non dire nulla, di lasciare tutto come stava, che ero troppo confusa.

E così lei fece e quel discorso finì lì...

Mi dicevo che avevo troppa paura che lei mi allontanasse da sé, che l'amavo troppo e non potevo stare lontana da lei. Ero certa che non mi amasse, che mai avrebbe potuto amarmi ed io ero così presa, così disperatamente già dipendente da lei che poche ore senza vederla mi sembravano infinite ma, per fortuna eravamo sempre insieme.

Un giorno, sei mesi dopo il nostro incontro, lei e Piero Amaducci mi chiesero di parlare con me e, davanti ad un caffè, in un bar, mi proposero di aprire una toelettatura insieme. L'uomo aveva appena acquistato una struttura per la pensione e l'allevamento nella quale vi era già una toelettatura ma non avevano nessuna esperienza. Io, incapace di accontentarmi di lavare e tosare totalmente i cani con la tosatrice, avevo già cominciato ad eseguire lavori a forbice sui barboncini ed anche sui meticci, come avevo visto fare frequentando i ring delle esposizioni canine ogni domenica, quando andavo sempre ad ammirare i proprietari di cani a pelo lungo e a guardare come li preparassero per entrare in competizione, cosa che mi affascinava. I miei levrieri al massimo avevano bisogno di una spazzolata ed un bagno semplice ma quelle razze necessitavano di un vero e proprio lavoro di ' scultura del mantello ' eseguito con varie tecniche e strumenti, che io stavo approfondendo sui libri che avevo acquistato in Inghilterra e tradotto e in cui erano foto, schede tecniche, descrizioni teoriche.

Fu così che imparai a toelettare i cani: guardando gli altri, sui libri e sperimentando sui cani da compagnia che avevano necessità più semplici e mi permettevano di fare pratica senza il timore di rovinare nulla..

Quindi io avevo già una discreta esperienza e lui, che era un uomo assai più grande di noi, di più di venti anni maggiore ed era molto scaltro e navigato, aveva già visto la mia totale onestà, la mia voglia di lavorare e la mia passione sconfinata per lei.

La loro proposta mi lusingò molto: mi sembrò così strano che loro due, che erano così superiori a tutto e tutti, mi ritenessero degna di lavorare in società, quindi accettai.

Mi licenzia dalla clinica veterinaria, senza patemi, rimanendo assolutamente amica sua e di tutti gli altri componenti dello staff e detti inizio alla mia avventura di lavoratrice in proprio.

 

Ma io e Scilla non andammo a lavorare che un paio di volte nella struttura di Piero. Subito si capì che l'ingerenza della moglie di lui sarebbe stata insostenibile e così decidemmo di aprire noi due sole, in società al cinquanta per cento, una toelettatura nostra.

Trovammo una vecchia casa in affitto, tanto grande quanto scalcinata, ad un costo davvero esiguo, dato lo stato in cui versava. Avevamo cercato un negozio vero ma quelli disponibili avevano un canone d'affitto assai alto. Invece lì le spese erano assai basse ed inoltre la costruzione era ubicata su di una delle affollate arterie che convogliavano il traffico in entrata ed uscita dalla città di Ravenna

Al piano terra sistemammo tre stanze ed organizzammo la toelettatura con vasca tavoli, fon professionali eccetera. Facemmo tutto da sole, compresi i rivestimenti lavabili: i nostri mariti ci aiutarono ma io eseguii tutta la parte della pittura sia dei muri che degli infissi.

Il nostro laboratorio venne benissimo, almeno così ci sembrò. Eravamo orgogliose.

 

Cominciarono a venire i primi clienti, ma il lavoro languiva: erano tempi in cui ancora i cani non erano tenuti così bene come ora. Di certo nelle grandi città era diverso ma n quella piccola cittadina di provincia la gente faceva da sé oppure non faceva affatto.

Io ero felice di stare vicino a lei, tutto era diventato così bello allegro, interessante, le nostre giornate insieme scorrevano via nell'armonia, nel continuo parlare e poi avevamo sempre qualcosa da fare, qualche parte dove andare, anche solo fosse dal fornaio insieme per comprare il pranzo: tutto aveva un sapore nuovo ed intenso.

Eppure, nonostante quello, ancora una volta l'amare una donna, il mio essere omosessuale non raggiunse la completa accettazione e consapevolezza.

La sera scrivevo poesie d'amore per lei, rivolgendomi, io donna, a lei, donna, con i pronomi e gli aggettivi al femminile poi, la mattina dopo, correggevo e parlavo di un fantomatico lui.

Ma il mio stato di innamoramento era così evidente che, per mascherare con lei ed il suo amante il mio animo alterato spolverai la storia del professore, dicendo che pensavo sempre a lui.

Non che non fosse vero, perché in effetti mi mancava moltissimo.

Dal giorno in cui gli portai la mia bambina per fargliene un simbolico dono, non l'avevo più né rivisto né gli avevo parlato.

Scrissi, in quei mesi, un racconto di un qualcosa che tra noi non era mai avvenuto ma che io avevo una immagine chiarissima e particolareggiata: un modo assai diverso da come si erano svolte le cose. E dissi a lei, facendoglielo leggere, che quella era stata la realtà veramente accaduta.

Non so perché lo feci. Non è mia abitudine mentire. Ma lo feci.

Forse per contrapporre, io pure, un amore al suo, evidente, per il suo amante.

Perché io ero la sua consigliera e colei che accoglieva i suoi sfoghi verbali e le contrizioni che le dava la storia con quell'uomo che le aveva promesso si sarebbe separato dalla moglie e non lo fece mai, portandola in una sequela di litigi e riappacificazioni in cui io ero il refugium peccatorum.

Non che lei piangesse, tutt'altro, era inferocita per ogni anche piccolissima cosa che accadesse tra loro e in cui la moglie prendesse il sopravvento su di lei, diventando persino vendicativa. Ero così dentro alla loro storia che la moglie di Piero, che io conoscevo benissimo perché faceva anch'essa parte dello staff della clinica veterinaria, venne un giorno a parlare con me, recitando la parte assurda della moglie innamorata ed ignara, cosa che sapevamo benissimo non fosse e millantando una perfetta armonia col marito, di certo per provocare stizza ed invidia nella mia amica, intento in cui riuscì perfettamente.

Le due contendenti, nel corso degli anni, si fecero tutta una serie di dispetti e cattiverie che io ritenevo assurda: dicevo a Scilla che sarebbe stato meglio per lei e per tutti accettare la situazione con un maggiore buon grado, per eliminare tutti quei continui litigi che le avvelenarono il sangue e la vita. Ma lei non mi ascoltò mai.

Alla fine però la crisi del suo matrimonio divenne evidente ed il marito, finalmente, si rese conto del tradimento che stava subendo. Io, come si può facilmente immaginare, ero sua amica, anzi, giocavamo a tennis insieme e mi ero trovata tra i due, a dover sostenere una situazione assai scomoda. Quando scoppiò la verità anche lui venne a parlare con me, costringendomi a chiedergli di non tirarmi in mezzo, che gli volevo bene ma che sua moglie era mia socia nel lavoro e che assolutamente non potevo schierarmi al suo fianco. Lui comprese e si arrese all'evidenza dei fatti.

Dopo un po' di mesi di furiosi litigi si separarono e lei andò ad abitare nelle stanze sopra alla nostra toelettatura.

Era una casa davvero scalcinata e vecchia e, anche se avevamo cercato di rimetterla in sesto il più possibile, non era certo come il bell'appartamento nel quale aveva vissuto con il marito.

Però era comodo per il lavoro e la quota d'affitto che lei volle a tutti i costi pagare, anche se io non l'avrei voluto, era davvero esigua. Quindi si adattò ed io ne fui felicissima perché potevamo stare ancora più insieme, avere come una casa nostra, dato che io sentivo quelle stanze anche mie, dopo aver lavorato con e per lei riverniciando, stuccando, levigando infissi pareti e pavimenti.

E poi, a pranzo, stavamo insieme, dato che le bimbe erano a scuola, qualche volta cucinavo io, altre lei oppure si andava alla vicina paninoteca, oppure alla pizzeria o più semplicemente mangiavamo frutta verdura e yogurt.

In quel modo io trascorrevo molto tempo con lei, tornando a casa solo nel pomeriggio.

Carlo allora si ingelosì e cominciò a sentire puzza di bruciato: da tempo, ormai, io mi rifiutavo di avere rapporti sessuali, perché fare l'amore con lui era per me altamente insoddisfacente, come se la mia libido si fosse totalmente spenta. Ma non solo. Lo amavo sempre di più come un fratello e sempre meno come un marito, riuscendo a sopportare sempre più con fatica le sue imposizioni.

 

Scilla mi fece presto notare che ero troppo in carne e mi propose di dimagrire e di cambiare il mio look, che comprendeva solo jeans magliette o maglioni.

Io mi vestivo perché non si poteva andare in giro nudi o perché avevo freddo, non per altro motivo e non mi curavo per nulla del mio aspetto. Lo sguardo di mia madre mi aveva insegnato da sempre che tanto ero brutta e grassa e quindi, come potevo contrastare quello? Perciò me ne fregavo altamente, o almeno pensavo di farlo, evitando di prendere in considerazione il problema.

Ma gli occhi di Scilla posati su di me mi costrinsero, mi portarono a guardarmi allo specchio dell'armadio e, vedendomi come lei mi vedeva, mi vergognai di me stessa: pesavo novanta chili, ero il solito maschiaccio di sempre con i riccioli della permanente perennemente scomposti ed anarchici, mi mangiavo persino le unghie: ero un vero disastro.

Mi misi a dieta.

Smisi immediatamente e senza ricadute mai, fino ad oggi, di mangiarmi le unghie e nel giro di due anni di notevoli sacrifici arrivai a pesare 68 chili. il mio minimo storico da adulta. Difficile per me scendere sotto, dato che sono di struttura imponente. Dalla taglia cinquantadue cinquantaquattro ero giunta ad indossare la quarantaquattro, massimo quarantasei.

Il mio aspetto era notevolmente migliorato, davvero notevolmente: cambiando look, indossando anche abiti più femminili, tornando qualche volta alle gonne ed ai colori che non fossero il solito nero o blu, mettendo camicette foulard, bluse gilè e vari, ero davvero carina. Mi tagliai i ricci fatti con la permanente e scelsi un taglio alla maschietta, con un po' di basettina, lei mi insegnò a truccarmi.

Il risultato era notevole. Mi guardavo nelle foto che mi venivano scattate e nelle vetrine, mentre vi passavamo davanti, chiedendomi chi fosse quella bella e spavalda ragazza che vedevo.

- E qui aggiungo un piccolo inciso su qualcosa di molto importante che ho dimenticato di aggiungere a suo tempo. Dopo il distacco della retina, ero finalmente riuscita a portare le lenti a contatto: dopo mesi e mesi di lacrimazioni troppo abbondanti e sofferenze, ero arrivata a sopportarle e ad indossarle per ore così come ero riuscita a prendere la patente, passando all'esame della vista, con mia grande gioia. Avevo anche comprato una macchinetta tutta mia, pur se fu solo un vecchio catorcio, una FIAT seicento azzurrina che io chiamai Spumina. -

Il mio viso, quindi, si poteva mostrare libero da quelle ingombranti lenti a culo di bicchiere che mi rapinavano occhi e sguardo, rivelando a tutti un paio di occhi azzurro - verdi che, con mio stupore, riscuotevano l'ammirazione.

 

Ma ciò non bastò a conquistarla. Rimanemmo lì, in quel limbo d'amore.

Scilla di certo sapeva cosa io provassi per lei e non si faceva mai mancare l'occasione di spogliarsi, di fronte a me, di cambiarsi, di fare il bagno.

Io, turbata dall'amore ma impassibile, la guardavo, adorando ogni lembo di quella pelle dorata, che non sfiorai mai.

Mi accontentavo solo di passarle, ogni tanto, il braccio attorno alle spalle, in una specie di abbraccio un po' scherzoso ed impacciato. Quello fu il mio massimo contatto fisico con lei.

 

Un grande vuoto cominciò allora a crescermi dentro.

E nulla sembrava riempirlo. Né la vita di famiglia né la casa né gli animali né i cani.. neppure la cavalla.

Smisi di fare tutto: l'orto, le pulizie, accudire gli animali, tanto pensava a tutto Carlo che, pian piano mi aveva sostituito in ognuna delle incombenze che erano le mie.

Lui di certo lo fece per aiutarmi ma non si rese conto che, comportandosi così, mi rese sempre più aliena a quella vita ed a me stessa, sempre meno importante, sempre meno necessaria. Lui faceva tutto, io lavoravo in toelettatura e cucinavo.

Smisi persino di andare a cavallo. Accadde così, senza che me ne accorgessi neppure: tornavo a casa il pomeriggio inoltrato ed ero stanca, poi c'era Angela da badare e da portare sempre da qualche parte. D'inverno faceva buio presto, d'estate c'erano troppe zanzare e così, saltando prima solo qualche volta, poi montandola sempre più di rado, giunse il giorno che non cavalcai più.

Nell'orto gigantesco era cresciuta l'erba ed era ben recintato: Tuba trascorreva lì le sue giornate, libera e felice..

Oppure le mancavo??

Non lo so, credo di si, me lo chiesi molte volte e lo chiesi anche a lei. Ma senza avere mai una risposta.

Andavo dalla mia cavalla, quando rientravo a casa, le portavo gli zuccherini e le carote, l'accarezzavo, le parlavo, poi la riaccompagnavo nella stalla, la spazzolavo, le facevo le solite cure ma non andai più a galoppare con lei per i nostri sentieri solitari e selvaggi.

Forse perché ero così infelice che non potevo accogliere più nessuna felicità.

Quel vuoto era enorme: sapevo, sentivo che io ero altro, che c'era un amore a cui ancora non avevo avuto accesso e che assolutamente volevo provare e vivere.

Ma pensare di lasciare mio marito e quella mia casa mi era impossibile.

Trascorsero altri lunghissimi mesi.

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