CAPITOLO DICISSETTESIMO Tuba. Uno schiaffo. L'università.

PINETA E PALUDE - 2011 olio su tela 13 x 18

 

CAPITOLO DICISSETTESIMO

 

Tuba. Uno schiaffo. L'università.

 

 

Fu allora che Carlo acconsentì ad acquistare il cavallo che tanto desideravo fin da quando, bambina piccola, mettevo una cordicella al manubrio della mia bici e con un bastoncino facevo finta che fosse il mio cavallo e stessi galoppando per le vaste praterie del Texas.

L'acquisto di un cavallo mio era uno dei progetti che, come si può facilmente immaginare, avevo messo tra in primi sul tavolo dei negoziati matrimoniali: avere un cavallo era la cosa che desideravo di più da sempre. Ma fino a quel momento mille accadimenti, mille priorità avevano tenuto lontano da me la realizzazione del mio sogno. A quel punto, però, nulla sembrava non quadrasse: c'era il luogo dove tenerlo, c'erano gli appoggi, le conoscenze, l'esperienza, perfino fieno e paglia gratuiti, quindi, perché no?

 

Cercammo un po' in giro e poi tramite l'amico dell'amico dell'amico, come sempre accade, ci venne proposta una femmina baia di tre anni, arrivata dall'est europeo da poco. L'andammo a vedere a pochi chilometri da casa nostra. Era assai selvaggia e molto ombrosa, piuttosto magra e panciuta, lunga di reni, con il bacino sporgente ed aveva il muso con una strana ammaccatura sull'osso, come avesse due profili. Di certo non era una bellezza. Ma quando le fui seduta sulla groppa, a pelo, senza sella e la strinsi con le mie ginocchia forti, sentii la sua anima entrare in me.

Come nella scena del film 'Avatar ', quando lei, la creatura dell'altro pianeta, dice a lui ibrido umano - americano: ' Senti il cuore della cavalla pulsare nel tuo. Il suo respiro nel tuo. La forza delle sue gambe in te..'

Fu esattamente così.

La comprammo. Tuba divenne mia.

Per un po' la tenemmo al circolo ippico, perché sembrava una certa cosa, ai braccianti, che il loro sovrintendente avesse un cavallo nella stalla. Avere un cavallo nel 1977, per loro, che erano comunisti e discendenti di chi aveva ottenuto di poter lavorare la terra per il proprio interesse con lotte aspre, costate vite umane e sangue, era ancora il simbolo del padrone, che, montato sulla cavalcatura, passa tra le fila dei braccianti, costretti ad un lavoro faticoso in regime di semi – schiavitù ed esercita issato lassù tutta la sua protervia.. Ma poi, in pochi mesi, si abituarono all'idea, si resero conto che era un mio diritto poter tenere in quella che era comunque ' la mia casa ', ogni animale che desiderassi e così la portammo a casa e la sistemammo nella stalla.

Quella era una stalla da buoi e per quella bisogna era strutturata e quindi divisa in ' poste ', che sono spazi delimitati da muretti alti un metro e mezzo circa, entro i quali si alloggiavano i bovini, a due a due affiancati, con la testa verso il muro, lungo il quale correva la mangiatoia di mattoni ed era posta la fontanella con l'acqua corrente, tenuti al loro posto da una corda agganciata alla loro cavezza e passata a scorrere in un anello, avendo un peso di legno alla sommità estrema per fare in modo che la lunghezza della corda seguisse i movimenti dell'animale.

A me non piaceva che lei dovessi passare le sue ore legata ma non c'era la possibilità di fare un box e dovetti portare pazienza. Però aveva lo spazio per sdraiarsi comodamente, non come i buoi di cui vi parlavo, che erano costretti a dormire in piedi. Se liberi di farlo sia i bovini che gli equini dormono sdraiati, anzi, a loro piace tanto farlo ed anche rotolarsi per terra, nella polvere, ricordo ancestrale di quando il coprirsi di fango e polvere li difendeva dall'assalto di mosche zecche zanzare ed altro. Inoltre la terra, soprattutto l'argilla ha grandi doti disinfettanti e curative e gli animali lo sanno benissimo e le usano per le loro necessità.

Tuba, quindi, era alloggiata in una posta e non in un box, ma la cavalcavo tutti i giorni per ore, vagabondando per campi pinete paludi in trotti e galoppi liberi e, alla fine, quella piccola prigionia era bilanciata da tanta altra parte positiva.

Con me e dopo di me lei è stata comunque una cavalla felice, sana, dalla lunghissima vita.

Con le mie cure e l'ottimo cibo in pochissimo tempo ingrassò, si fese lustra e divenne assai mansueta con noi.

Nei primissimi giorni del nostro sodalizio, infatti, lei era comunque arrabbiata e stranita con il mondo intero perché, molto probabilmente, era stata strappata da un allevamento semi brado, le avevano imposto di certo brutalmente una parziale doma e poi l'avevano caricata su di un carro bestiame portandola in Italia. Di certo un viaggio del genere spaventa a morte un animale, anche se è stato abituato al contatto umano. Si può facilmente immaginare cosa possa essere per un cavallo vissuto in libertà fino a quel momento. Giunta in Italia era stata acquistata da un grosso commerciante e poi dalla persona che me l'aveva venduta che faceva quello non solo per guadagno ma anche per passione. Era stata trattata bene da lui, certo ma comunque non aveva ricevuto mai le cure e l'amore che poi io le diedi.

Per tutte queste ragioni era innervosita ed estremamente riottosa a tutto: non tollerava la brusca e la striglia per essere pulita, non dava spontaneamente il piede per la ferratura e per ricevere le cure quotidiane di cui un cavallo che vive in un box e viene montato ha bisogno.

Per chi non è pratico spiego che sotto lo zoccolo, tra la cornea abbastanza morbida che riveste l'interno del piede di un cavallo ed il ferro, proprio a causa di quello, sempre si ferma, compattato dal peso dell'animale, della paglia sporca, con feci ed altro, perché il cavallo non ha un altro posto dove depositare i suoi escrementi. Paglia che marcisce e può causare facilmente gravi infezioni che possono portare anche alla morte. Quindi, in fase di sellatura, il piede va afferrato e ripulito, svuotando con un apposito ferretto questa specie di nicchia. Poi, prima che il cavallo torni al suo alloggiamento, va di nuovo ripulito da eventuali sassi o fango che possa essersi fermato lì e protetto, almeno così facevo io, con una spennellata di catrame vegetale, che è un fluido vischioso che abbina proprietà disinfettanti a quelle isolanti. Sullo zoccolo esteriore poi mettevo strutto oppure un linimento speciale che curava indurimenti della corona, che è la parte del piede dove termina lo zoccolo ed inizia il tessuto vivo. Le apponevo poi le fasce da riposo, fasce di lana arrotolate attorno allo stinco del cavallo su della bambagia posta ad intercapedine, che esercitano un massaggio de faticante ed una protezione mentre l'animale riposa.

Per poter eseguire tutte queste azioni che richiedono anche un certo dispendio di tempo ed energie è necessario che il cavallo sia consenziente, anzi, che collabori, cosa che gli si insegna da piccolo, quando è facile per lui imparare ogni cosa.

Evidentemente nulla di tutto questo era stato insegnato a Tuba e di certo la prima ferratura le era stata praticata in modo coercitivo, - ferrare un cavallo è una operazione in sé indolore ma abbastanza lunga e disagevole perché il esso deve lasciarsi tagliate e limare l'unghia troppo cresciuta ed apporre il ferro che viene inchiodato con appositi chiodi nella parte cornea, che quindi non sente dolore ma che ugualmente, ad un animale non abituato, crea di certo qualche problema. -

Quindi la prima volta che io, in posizione laterale alla sua zampa posteriore per stare in sicurezza, feci per allungare la mano ed afferrare il suo zoccolo, lei mi rifilò un sonoro quanto robusto calcione.

Se non avete mai visto dal vero un cavallo scalciare, difficilmente potete immaginare quanto potente e veloce sia quel gesto. E pericoloso, perché se un essere umano viene colpito in pieno da un calcio di un cavallo che indossa ferri, di certo riposta ferite gravi, a seconda della zona dove il calcio arriva. Infatti, ricorderete che vi ho già raccontato che Tuba spaccò una gamba allo stalliere che andò ad afferrarle il piede per aiutare il maniscalco, una volta che io non c'ero, dato che ero andata in Inghilterra e l'avevo portata al circolo ippico perché si prendessero cura di me in mia assenza.

Fu una cosa difficoltosa e complessa che richiese diverse settimane di infruttuosi e pericolosi tentativi, convincere Tuba che poteva lasciarmi prendere il suo piede senza venire ferita o infastidita: reagì scalciando vigorosamente per giorni e giorni.

Io, per fortuna o per bravura, riuscii sempre ad evitare di venire colpita e non mi feci mai male.

Per assurdo un incidente con i suoi zoccoli accadde molto tempo dopo, quando lei era diventata docile e mansueta: mentre le stavo mettendo le fasce, in un clima di totale fiducia e tranquillità, lei fece un movimento improvviso con un piede anteriore, forse per scacciare una mosca e mi colpì sul naso, stendendomi a terra svenuta con un autentico e proprio ko pugilistico. Il mio naso non riportò fratture, in modo assai strano e miracoloso, dato il fortissimo colpo subito ma restò violaceo per un paio di settimane ed ancora conserva un leggero ingrossamento verso al radice, che mi ricorda quel fatto straordinario. Ero sola nella stalla, naturalmente e rinvenni quasi subito: mi rialzai veramente stordita ed impiegai parecchio per riuscire a recuperare tutte le mie facoltà...

Ma fu davvero un incidente involontario. All'inizio, invece, lei aveva intenzione di colpirmi per togliersi da torno questa ' matta ' che le faceva ogni sorta di cose a cui non era assolutamente abituata: tre tipi di spazzole passate una dopo l'altra su tutto il copro per avere un mantello perfettamente privo di polvere e lustro, la spugna bagnata per lavare il muso: occhi froge e bocca, la cura di zoccoli e zampe che vi ho appena descritto, spesso un bagno parziale o integrale, questo nei mesi estivi, ovviamente, con shampoo, schiuma e tutto il resto – acqua tiepida, naturalmente -... poi la ferratura ogni due mesi, la tosatura all'inizio dei mesi freddi per evitare pericolose infreddature e relativo uso di coperta. Il lavaggio delle zampe se si tornava a casa tutte inzaccherate di fango, cosa comunissima, poi, vaccini, medicinali contro i parassiti intestinali...

Quante cure vengono prestate ad un cavallo, se lo si vuole tenere sano e bello. A tutto questo si aggiunga la pulizia della paglia o torba o altro strame dove vive, - io usavo la paglia - e la somministrazione del cibo almeno tre volte al giorno. Poi la sellatura, - cosa che Tuba odiava – e la cura dei finimenti stessi con grassi appositi ed altro.. via, vi rendete conto che per anni la mia cavalla è stata la metà della mia giornata, tra una cosa e l'altra.

So che non tutti fanno questo, so che si può essere meno esigenti ma io... io sono esagerata sempre in tutto e troppo puntigliosa, desiderando sempre il massimo, se non la perfezione, per ognuna delle cose a cui mi dedico. Quindi la cura di Tuba ed il cavalcarla mi assorbiva tantissimo tempo. Per questo non posso fare a meno di raccontarvi questi particolari che forse a voi sembreranno meno influenti di altri: perché, la prima volta che allungai la mano per prendere il suo piede e lei non scalciò, io mi sentii percorrere tutta da un brivido di calda emozione che ha un solo nome: amore, il mio per lei, il suo per me.

E l'odore del catrame vegetale, della sua pelle, del letame, del cuoio della sella, del nostro sudore tutto si mescola,insieme, nel mio ricordo, con la più bella sensazione di purezza e di bellezza da me mai provata fino allora e che nulla mai eguaglierà.

Perché si, ho amato assai di più, mi sono fusa assai di più, molti anni a venire da quei giorni che sto ora ripercorrendo con il ricordo ma poi sono stata strappata da quell'unione, a viva forza e contro la mia volontà. Quell'essere unico che si era formato con quell'altro essere da me amato è stato di nuovo dilaniato, squartato diviso, con il dolore che solo chi ha provato una esperienza simile alla mia può capire. Un dolore che porta alla follia ed alla morte.

Tuba no. Tuba, si unì a me e mai si divise. Neppure quando io mi divisi da lei, neppure quando morì. Lei rimase me ed io lei, mai si sottrasse alla bellezza che eravamo, alla purezza all'amore che ci univa. Ed è per questa ragione che affermo che ciò che ho vissuto con lei non ha eguali, nella mia esistenza.

Perché tutta la casa viveva di lei, dei suoi profumi, dei suoi rumori.

Io stessa, per anni, dal 1978 al 1982, ho vissuto di lei.

E dal momento in cui lei divenne la mia compagna equina, per giorni, per mesi, ebbi le palpitazioni.

Quella volta, per l'emozione e per la gioia.

 

La nostra fattoria ha avuto centinaia e centinaia di abitanti. Capra e capretti pecora conigli galline oche anatre scimmia gabbiano civette colombi criceti canarini puzzola lepri, oltre naturalmente i diversi levrieri la bulldog la dobermann i bassotti e un numero imprecisato di gatti. Ma Tuba è stata il suo cuore. Ed anche il mio.

Mi rendo conto che ognuna di quei cani, quei gatti e di tutte le altre bestioline che hanno abitato con me io dovrei scrivere, narrare. Per alcune un romanzo intero, per altre solo un racconto. Magari lo farò ma non ora. Ora voglio proseguire con il racconto principale.

Voglio però di nuovo sottolineare quanto la mia vita di quei giorni sia stata intessuta a quelle creature che l'essere umano chiama, con grande grettezza e stupidità, 'animali' quindi esseri inferiori. Loro non lo sono, loro sono uniti all'uno, ancora e con grande empatia e ne seguono sempre le leggi, senza mai discostarsi. Quello che gli uomini chiamano istinto altro non è che la genuina essenza della vita, la verità, la via.

È la nostra mente che ci distacca dal vero e dal giusto ed ha creato, macchinosamente e malvagiamente, questa nostra società fondata sul guadagno e sul potere.

Gli ' animali' non vivono che non seguendo le leggi del loro essere e ciò fa capire quanto siano puri.

Io credo e sento che loro siano venuti qui, su nostra madre Terra, per insegnarci che vi è un modo di vivere naturale, che si fonde all'ambiente che ci circonda, che non lo cambia, che non lo altera o lo rovina. Ma, soprattutto, credo che gli ' animali ' siano qui giunti per amarci, per dare a noi, esseri che non sanno amare e farsi amare, quel sentimento incondizionato e totale che solo loro sanno provare.

Quindi, ad ogni nuovo abitante che si univa, per scelta e per avventura, alla nostra fattoria, io, Carlo ed Angela, vivevamo di lui o lei, imparando la sua storia, la sua natura ed arricchendoci di quanto, meravigliosamente, lui o lei ci donava. A chiosa di quanto sopra scritto, riporto questi miei versi e poi riprendo la narrazione cronologica...

 

IL SOGNO E' ANCORA QUELLO

 

Era il 12 luglio 2010.

in una notte troppo calda e sola scrivevo questo:


La cavalcata per me sarà in serata

sul mio arabo pomellato che tiene su la coda

come un principe del deserto

Un maschio intero

fremente come il vento

docile come una fanciulla


Cavalcheremo tra dune

di sabbia giallochiaro

e macchie di vegetazione inattesa

rubata all'arsura del ghibli

e là raccoglierò il mio sogno

e lo terrò stretto tra le mani

Gli legherò un lungo filo

d'aquilone

alla coda

perchè gareggi col vento

né si spenga mai

e rida di ogni nuvola che passa

di ogni riccio di vento

di ogni palmizio addormentato

al sole


A notte accenderemo il fuoco

e lui appoggerà il suo muso di

seta e velluto contro la mia spalla:

saremo racchiusi nel cerchio

di luce del fuoco che tiene lontane

le serpi velenose e

i malvagi della notte


Saremo insieme in una vita

che sempre è sogno

che sempre è sonno

che sempre mescola i confini

Saremo io

il cavallo e ..

tu.

 

Carlo si sentì male ed ebbe diverse coliche biliari.

Lui che era così forte e resistente, che non diceva mai nulla, che non si lamentava mai, sbiancava in viso e doveva coricarsi per ore, finché con Buscopan ed altro non gli passava. Le coliche si susseguirono e alla fine si arrese andò dal medico, si fece fare gli accertamenti e si vide che aveva la colecisti zeppa di calcoli. Così lo ricoverarono e gli praticarono una colecistectomia.

Io caricavo la bambina sul motorino ed andavo in ospedale a trovarlo, era gennaio. Faceva molto freddo, ma non avevo nessuno a cui lasciarla. Allora le mettevo il maglioncino bello caldo caldo, la infilavo nella tutina imbottita impermeabile, che sembrava un palombaro rosso, poi, sciarpa fin sul naso, berretto fino agli occhi e guanti, la assicuravo bene bene ad una seggetta fatta apposta che avevamo comprato e via, si correvano quei dodici chilometri che ci separavano dal papà.

E poi, al ritorno, mi fermavo al piccolo supermercato dove andavamo di solito, a fare la spesa. Ma mi sentivo così sola ed abbandonata, senza di lui.

Ricordo un giorno che c'era la nebbia ed era quasi buio: le nebbie del ravennate sono famose per la loro densità, quando ci si mettono sul serio è come essere immersi in un bicchiere di latte. Andavo pianissimo, ero a qualche chilometro da casa ma non vidi la rotaia che c'era per terra: la ruota del motorino ci si impigliò un po' dentro o scivolò ed io caddi. Ressi il peso con il mio corpo, parandomi tra la moto e l'asfalto, in modo che Angela non toccò terra. Si spaventò solo e cominciò a piangere ma io mi rialzai subito e la rassicurai. Solo che le buste della spesa, in parte colpevoli dell'accaduto, che erano attaccate al manubrio da ambedue i lati della moto, si erano rotte e tutto era caduto per terra. Alcune bottiglie si erano infrante, le mele le arance si erano schiacciate.. era buio, avevo paura che ci investisse un'auto ma non volevo perdere la mia spesa. Così, il più velocemente possibile, riuscii con due buste a farne una che tenesse almeno un po', raccattai da terra, aiutata dai fari della moto, ciò che si era salvato e ripartii, giungendo dopo poco a casa. Diedi la cena ad Angela e poi la misi a letto e, quando fu addormentata, potei piangere a mia volta, sentendomi come un randagio abbandonato e tanto spaventato che dovesse però sostenere il proprio cucciolo nonostante fosse in così grande personale bisogno. E quella sensazione, lo sentivo, non era data solo dall'assenza di Carlo, che di certo era il mio faro nella nebbia ma da qualcosa di assi più profondo.

Ma mi feci forza e lui fu forte, si rimise in piedi presto: dopo una decina di giorni fu dimesso e tornò a casa, dimagrito e pallido ma pronto a riprendere immediatamente il lavoro, nonostante gli avessero lasciato un piccolo catetere che io gli disinfettavo più volte al giorno. Ma per lui il lavoro è sempre stato sopra ogni cosa: ha lavorato sempre, ogni giorno, anche con la febbre, in ogni condizione. Perché si fermasse ci voleva qualcosa di davvero grave e forte, come appunto un'operazione al fegato.

Parlando di questo ho rammentato la sua dolorosissima tonsillectomia, qualche mese prima del nostro matrimonio e il suo incidente con la vespa, qualche anno prima, nel quale si scorticò tutto: pancia gambe braccia. Era come l'avessero spellato vivo. Ma, a parte quegli episodi, Carlo ha sempre goduto e gode di ottima salute.

Ora è un austero signore canuto e pelato, imponente ma non più grasso, che vive ancora per il suo lavoro....

 

La vita scorreva veloce e la nostra bambina diventava sempre più vivace, autonoma, testarda e a me avversa.

Cominciò a frequentare la scuola materna. Ricordo benissimo il primo giorno: mi recai all'appuntamento, dopo aver sostenuto i giorni precedenti un paio di colloqui per spiegare lo stato di salute di Angela, fare il punto delle sue abitudini alimentari e delle necessità. Inoltre, portandola con me, la lasciammo giocare un po' con gli altri bimbi per vedere quale fosse la sua disposizione d'animo verso un gruppo: aveva appena compiuto i tre anni e, fino ad allora, aveva conosciuto solo Margherita.

Si vide subito che la piaceva giocare e che era vivace. A quel proposito io dissi alle maestre che lei era MOLTO vivace, spiegando loro i motivi. Le maestre mi guardarono con un mezzo sorrisetto tra il sornione, il sufficiente e la piccola derisione e mi risposero che noi mamme dicevamo tutte la stessa cosa e che loro erano abituate, che un bambino vivace era una benedizione di Dio eccetera eccetera eccetera. Io le guardai a mia volta con un tono di sfida e lasciai loro la mia creatura.

Quando tornai a prenderla mi confessarono, con gli occhi fuori dalla testa, che avevo ragione che si, Angela era DAVVERO molto vivace.

Infatti i tre anni di frequenza furono costellati di continui aneddoti.

Uno tra tutti ne racconto, che credo piuttosto esemplare. C'era un bimbo che la mordeva e lei venne a casa più volte con i segni dei suoi denti. Ne parlai con le maestre ma la cosa si ripeté. Angela era spaventata di questo e minacciò di non voler più andare a scuola. Allora il padre le disse, con la sua fredda logica: ' Se lui ti morde, tu dagli un pugno sul naso! '

Non so se Carlo pensasse che la figlia avrebbe eseguito alla lettera il suo consiglio ma così fu: ci telefonarono le maestre tutte arrabbiate che Angela aveva dato un pugno sul naso ad un bambino e di andare subito a parlare con loro. Io lasciai che lo facesse lui ed infatti so che si sistemarono piuttosto definitivamente. E, risultato tra i risultati, quel bimbo rispettò nostra figlia per sempre e come nessun altro.

Di certo a me non sarebbe venuto neppure in mente di consigliare a mia figlia di tre anni di spaccare la faccia ad un coetaneo e forse anche per questo la fede e l'amore per suo padre crebbe a dismisura, dopo che le aveva dato decisamente il consiglio giusto.

 

Ma ogni giorno per Angela e con Angela ce n'era una nuova.

 

Problema numero uno: le dovemmo mettere gli occhiali per un astigmatismo. Le facemmo scegliere il colore della prima montatura e sembrava allora un topolino con gli occhiali ma ne faceva fuori un paio alla settimana, no so come facesse, forse tirava in quelle stanghette finché non fossero rotte ma ci riusciva benissimo, nonostante noi le acquistassimo sempre le migliori e le più robuste. Una volta un paio andò perso. Si cercò ovunque ma non venne trovato mai. Mesi e mesi dopo, un giorno che alla scuola materna portarono via il grande mucchio di sabbia nei quali i bambini giocavano, perchè venne ritenuto ad un tratto anti igienico, sul fondo de quella notevole montagnola si trovarono gli occhiali di mia figlia: come fossero riusciti a giungere sin lì, resta un mistero messo al novero degli annali della storia.

 

Problema numero due: siccome lei, come me, aveva avuto problemi con le anche e aveva dovuto portare il cuscino divaricatore dai sei ai nove mesi. - particolare che mi era sfuggito e non ho narrato a suo tempo – di conseguenza crescendo si vide che aveva il ginocchio valgo ed il piede piatto, così le ci vollero delle scarpe ortopediche che costavano una fortuna. Ci recavamo a Bologna a farle fare tutte le lastre, le visite ortopediche i controlli, dato che il piede di un bimbo cresce in fretta ed ogni tre , quattro mesi ci voleva un paio di scarpe nuove. Per fortuna potevamo permettercele ma per lei fu comunque un problema, che avrebbe voluto indossare le varie scarpe, scarpette ciabattine di Barbie ed invece doveva indossare quegli scarponcini blu, molto duri e pesanti che mi riempivano le gambe di ecchimosi, quando la tenevo in braccio, dato che non stava ferma un minuto ed agitava le gambe continuamente, colpendomi: quella suola così rigida faceva un male notevole.

 

Problema numero tre: se alla scuola materna dette parecchio da fare alle insegnanti, nulla fu però in confronto alle elementari. Non le piaceva studiare era molto disordinata, poco attenta, non stava mai ferma, non riconosceva la disciplina: le maestre dovevano farla uscire dall'aula e permetterle di correre nei corridoi, perché era incontenibile.

Ma tutti le volevano bene lo stesso.

Era un micro paesino, quello in cui abitavamo, fatto per lo più di case sparse, proprietà di piccoli contadini e poi una scuola una chiesa un negozio - bar. Eravamo conosciuti da tutti: Carlo era il fattore della cooperativa, io quella che aveva il cavallo.

 

Problema numero quattro: Angela era molto intelligente e sveglia, sapeva quello che voleva e come, cosa che si vide da subito. Ma quello che voleva non era mai ciò che volevo io.

Lotte infinite e continue per lavarla, vestirla, convincerla ad andare in bagno prima di bagnare le mutandine e fare qualsiasi altra cosa: lotte che vinceva sempre e solo lei. Non c'era modo che io la convincessi di nulla,.

Poi mi chiedeva ripetutamente di lasciarla sola in casa, non voleva mai venire con me.

Le regalavamo giocattoli in grandi quantità, soprattutto quelle famose bambole Barbie, di cui ne usciva un modello nuovo ogni piè sospinto e che noi, distrutti dalla sua insistenza, capitolavamo e le compravamo ma che lei distruggeva e tagliava con le forbici, troncando mani, piedi, togliendo scalpi.

 

Problema numero cinque: anche con la televisione avemmo uno scontro epocale ed epico con lei: io e Carlo eravamo dei rivoluzionari ed eravamo contrari al consumismo ed all'intruppamento di stato. Possedevamo solo una vecchia tv in bianco e nero che prendeva esclusivamente i canali della RAI. Noi guardavamo la tv assai poco, giusto qualche film ed un po' di informazione e ci rifiutavamo assolutamente di seguire le tivù commerciali che stavano sorgendo giusto allora. Preferivamo trascorrere la serata leggendo, ascoltando musica oppure giocando a carte o a Mah – jong con gli amici. Ma i compagni di scuola di Angela vedevano i cartoni animati e ne parlavano tra loro: lei ovviamente era tagliata fuori da questo e ciò la faceva arrabbiare terribilmente. Inoltre era incuriosita e quando aveva occasione di vedere tivù a colori da Margherita o altrove poi a casa ci faceva una testa così per averla lei pure. Come spiegare ad una bambina piccola le nostre idee? Ci provammo ma tutto fu inutile. Alla fine capitolammo e lei divenne tivù – dipendente come tutti gli altri.

 

Problema numero sei: o cercavo di andarle dietro con le buone, desiderosa di essere una buona madre e assolutamente convinta che le maniere forti non fossero efficaci, con i bambini, anzi, il contrario, fossero distruttive. Quindi le spiegavo sempre tutto, le parlavo, cercando di farle vedere il lato logico e conveniente delle mie richieste ma i miei discorsi cadevano tutti nel vuoto. E non è che io fossi una madre asfissiante: lasciavo che giocasse, che si sporcasse, che avesse momenti di libertà. Ciò che le chiedevo era di rispettare le semplici regole dall'alzarsi per andare a scuola, di lavarsi i denti dopo mangiato, di andare in bagno, di lavarsi e cambiarsi, di non toccare certe cose che erano pericolose, di lasciare i giochi e venire a mangiare se era ora di cena o andare a letto se era giunta l'ora di dormire. Di rispettare le sue cose, di non romperle appositamente, di non camminare a piedi nudi d'inverno, cosa che la faceva sempre ammalare con le conseguenze pericolose che questo aveva, di raccogliere i suoi giocattoli libri ed altro e di rimettere in ordine la stanza, all'inizio insieme a me poi, da più grande, in autonomia. Ma Angela sapeva rispondermi sempre di no.

Mi capitò spesso di perdere la pazienza e gridare, anche di allungarle qualche sculaccione, non sapendo più a che santo votarmi.

Una volta le diedi uno schiaffo a mano aperta sul viso.

Non ricordo più cosa avesse fatto per farmi perdere le staffe a quel modo ma comunque rivedo perfettamente la scena dalla mia mano che partiva, come avesse una volontà sua e si andava a scontrare con la sua guancia dove rimasero impresse le mie cinque dita per due o tre giorni.

Mi sentii un mostro e piansi tra le braccia di suo padre, la notte.

Gli chiedesi tra le lacrime dove io stessi sbagliando, se lui sapesse dirmi cose avrei dovuto fare per risolvere quel problema così spinoso. Lei era felice solo se stava con lui e a lui era portata ad obbedire di più. Ma il fatto era che a Carlo importava meno dell'igiene e dell'ordine, lasciava più correre: per evitare di entrare in contrasto con lei, gliele dava tutte vinte. Quella notte mi disse che avrei dovuto essere più giocosa, più allegra. Io già mi impegnavo a fondo in tutte le attività scolastiche di nostra figlia,, partecipando come responsabile dei genitori eletta per tutti gli anni che abitai lì. Mi impegnai sempre in prima persona per organizzare carnevali, feste e tutto quello che c'era in ballo. Ero il portiere della squadra femminile di calcio delle ammogliate. Ogni qual volta che il paese, la scuola od il parroco organizzavano qualcosa io ero sempre disponibile alla preparazione e partecipazione. La portavo dove voleva, cercavo davvero di fare il mio massimo. E non capii mai e poi mai come farmi voler bene da quella figlia. Rifiutava i miei baci, gli abbracci, le coccole. Rifiutava tutto, da me e di me. E così è ancora oggi.

 

Anche questa fu una delle ragioni per cui, quando lei cominciò ad andare alla scuola materna, io mi iscrissi all'università di Bologna, alla Facoltà di Veterinaria.

I miei amici, che ancora a volte sentivo o vedevo, quando tornavamo nella nostra città natale e loro erano lì oppure se venivano loro stessi a trovarci, studiavano tutti.

Io cominciai presto a pentirmi di non aver proseguito gli studi ed espressi il desiderio di voler ricominciare a studiare e prendere la laurea in veterinaria, altro mio grandissimo desiderio, da molto tempo ormai.

Carlo, manco a dirlo, non fu d'accordo, non voleva, continuando, ogni qualvolta io esprimessi il desiderio di fare od avere qualcosa, a reagire sempre immediatamente con un bel no, come mia madre prima di lui e come sua figlia.

Dovetti impiegare giorni, mesi per convincerlo ma anche quella volta raggiunsi il mio obiettivo: mi iscrissi all'Ateneo di Bologna.

 

Non frequentavo le lezioni, però studiavo a casa.

Era impossibile per me farlo perché recarmi in treno a Bologna tutti i giorni voleva dire star fuori di casa fino a sera e quindi non avere più tempo per la casa la bambina la cavalla, per nulla. Così compravo il libro di testo dell'esame che intendevo dare e studiavo.

Il primo che tentai fu istologia ma fui bocciata: ero appena uscita da una polmonite contratta in pieno inverno per aver preso freddo cercando di asciugare un nostro cane fuggito e ritornato tutto bagnato. Per evitare che si ammalasse lei, era la nostra bulldog, Pirata, lo feci io.

Era gennaio e faceva molto freddo, di nuovo come quella volta che Rufus ci avvisò di quell'incidente automobilistico. Pirata, una femmina di bulldog che ci aveva regalato lo stesso allevatore di Bessy, - dato che dopo diversi tentativi non era mai riuscita ad avere cuccioli, - era in calore. Era il tempo in cui non tutta la nostra area cortilizia era recintata ma solo un piccolo quadrato davanti al casotto, dove tenevamo Lazlo.

Laszlo era un bellissimo levriero ungherese che era stato rubato da un gruppo di cacciatori italiani che avevano fatto una partita di caccia lassù: l'avevano visto, l'avevano preso, caricato sul furgone e portato in Italia. Ce lo raccontò lo stesso autore del furto che poi lo aveva chiuso in un piccolo box assai sporco e lasciato lì a vita, senza più curarsi di lui. Io vidi il povero animale una volta che con la mia carissima amica che aveva la sorellina di Lady, che si chiamava Bambi, ci recammo nel macello di polli di quest'uomo per acquistare una piccola partita di carne congelata per i nostri cani. Avevamo Bambi con noi e l'uomo credette che il ' suo 'levriero fosse della sua razza. Ma il cane era ricoperto di piaghe ferite e croste, era magrissimo e così triste ed abbattuto che mi ribellai furiosamente a quel vedere. Avrei ucciso quell'uomo ma, desiderose di salvare il cane, io e la mia amica gli parlammo in modo il più amichevole possibile e lo convincemmo di darmelo, in cambio di un suo futuro cucciolo con la levriera. In fondo a quell'essere spregevole del cane non interessava nulla ed acconsentì, pensando di certo che il cucciolo sarebbe stato facile da rivendere. D'altronde il povero animale era così male in arnese che sarebbe morto tra non troppo tempo. Così portai a casa nostra il bel levriero fulvo e lo chiamai Laszlo, nome che mi piaceva molto.

Lo curammo e con antibiotici cortisone cibo buono e carezze si riprese presto. Era molto docile ma poco ubbidiente e molto agitato, quindi difficile da tenere in casa, dove stavano Pirata e Batù, col quale andava assai poco d'accordo. Così lo tenevamo molto in quel recinto, nel quale poteva correre ed essere più libero. Non tutti i cani amano vivere tra le mura di un appartamento e Laszlo era uno di quelli. Quella notte portai giù Pirata per i suoi bisogni e feci uscire Laszlo dal suo recinto per giocare un po' con lui ed accarezzarlo: avevo sempre paura che si sentisse troppo solo. Era uno spettacolo vederlo correre, velocissimo come il vento, quando lo liberavamo e quindi cercavamo di farlo più spesso possibile: il recinto era di circa venti metri di lato ma non abbastanza grande per permettergli di spiccare i suoi prodigiosi balzi di galoppo.

Ma quella volta feci un grave errore: Pirata, resa disubbidiente dal calore, fuggì via, sorda ai miei richiami disperati e Laszlo, chiamato dalla natura, le corse dietro. Era buio, cercammo con l'auto nei dintorni ma era come cercare il famoso ago nel famoso pagliaio.

Così ci arrendemmo ed andammo a dormire, sperando che presto sarebbero tornati da soli entrambi.

Infatti, alle due di notte sentimmo l'inconfondibile abbaiare di Pirata che, davanti alla porta di casa, ci stava chiamando a gran voce perché scendessimo ad aprirle la porta: era bagnata fradicia ed era sola: di Laszlo neppure l'ombra. Io scesi di corsa in ciabatte e pigiama, a piedi nudi, senza pensare al freddo che faceva, per asciugarla subito con la paglia ed il fon ed evitarle una polmonite che di certo le sarebbe stata fatale, data la natura delicata di quella razza.

Fui così premurosa che la cagna il giorno dopo stava benissimo mentre io avevo quaranta di febbre. E di Laszlo, purtroppo, non sapemmo mai più nulla, nonostante avessimo chiesto a tutti, cercato dovunque per mesi. Non tornò più, con mio immenso dispiacere e senso di colpa.

 

Per guarire dalla polmonite dovetti farmi una forte cura di iniezioni di antibiotico e quando venne la data dell'esame non avevo potuto finire di prepararlo bene ed ero così debole che ragionavo a stento.

Così, al primo tentativo, non lo passai e fu davvero una delusione enorme. Ma poi, alla sessione successiva, presi 28.

In meno di un anno diedi otto esami, di cui uno, chimica inorganica, tre volte, dato che la chimica che avevo studiato al liceo classico era assai superficiale. Inoltre, la professoressa di quella materia allora richiedeva una prova scritta molto difficile. Fu quella a darmi dei problemi: studiando da sola sul libro di testo non avevo trovato nozioni adeguate per superare quello scoglio. Dopo il secondo insuccesso mi feci dare una decina di lezioni private da una ragazza appena laureata in chimica e passai la prova con ventitre.....

Alla fine delle prime tre sessioni di esami, ad un anno dalla mia iscrizione, la mia media era di ventisette.

Poiché non sempre sui libri si trovava tutto quello che i professori spiegavano a lezione, io, studiando da sola, speso mi trovai in difficoltà: allora avevo imparato ad andare qualche giorno ad ascoltare le interrogazioni prima della mia, in modo da rendermi conto ed imparare quelle nozioni che, appunto, fossero state imprecise sul libro od assenti.

 

Così mi iscrissi al secondo anno ma dovevo ancora superare cinque esami del primo. Avevo già fatto i conti con il fatto che non sarei mai riuscita a laurearmi in cinque anni ma ciò non mi importava: intanto Angela sarebbe cresciuta ed io avrei avuto perciò più tempo e modo da dedicare allo studio. Fino ad allora, infatti, avevo praticamente sempre studiato di notte, nel mio tempo libero.

Mi misi così a preparare Anatomia Comparata Uno, di gran lunga l'esame più difficile dei primi tre anni: studiare tutte le ossa, i muscoli i tendini, gli organi e le funzioni di tutte le grandi famiglie di animali domestici: bovini equini ovini suini uccelli e roditori comparandoli all'anatomia dell'essere umano, non era uno scherzo. Ma un giorno mentre studiavo cominciai a vedere macchie, lampi, nebbia che offuscava tutto.

Capii immediatamente che i miei occhi stavano male.

Mi feci visitare d'urgenza da un oculista che mi trovò una grave sofferenza alla retina con un primo piccolo parziale distacco. Allora il laser non era cosa usata comunemente. Mi prescrisse delle iniezioni dolorosissime, - venti, che mi feci iniettare soffrendo una breve ma intensa e dolorosa paralisi alla gamba ogni volta, - e poi mi consigliò di indossare lenti a contatto e smettere di studiare.

Fu un colpo pesante, per me.

Nei mesi precedenti avevo cominciato ad andare presso la clinica della mia veterinaria per fare pratica e lì mi ero trovata benissimo anche perchè avevo conosciuto persone a cui mi sentivo legata e non potevo pensare di richiudermi in casa a fare la casalinga.

Ma in verità il fatto era che studiare da sola, senza poter frequentare le lezioni, risultava davvero molto pesante, difficile. Tutte le volte che dovevo andare a Bologna erano problemi con la bambina e poi Carlo continuava a non essere assolutamente contento che io studiassi. La tensione in casa stava salendo, sembrava che io facessi un torto a tutti.

Così decisi di smettere. Con il cuore a pezzi, conscia che stavo chiudendo una porta basilare della mia vita e della mia felicità ma decisi.

Fosse ora non lo farei assolutamente. Avessi saputo allora quanto la vita possa essere ingrata e difficile, a costo di morire e di perdere davvero la vista, mi sarei laureata. Avrei dovuto assumere una baby sitter per aiutarmi con Angela, tanto stava meglio con chiunque che con me.

Ma le favole di Walt Disney mi avevano insegnato che sarebbe bastato impegnarsi fino in fondo ed ogni cosa sarebbe tornata al suo posto ed io, allora, non sapevo che quella era la più grande menzogna sulla faccia della terra.

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