CAPITOLO SEDICESIMO Rufus, Batù. Angela sta di nuovo male. La nuova casa e Lady

LS FATINA BIANCA - 2013 dipinto digitale - tecnica pastelli ad olio

 

CAPITOLO SEDICESIMO

 

Rufus, Batù. Angela sta di nuovo male. La nuova casa e Lady

 

 

Vivevamo quindi in quella grande vecchia casa senza comodità ma eravamo assai felici. Avevamo preso con noi anche un altro cucciolo, una specie di pastore tedesco semi meticcio che io chiamai Rufus, che in latino vuol dire rossiccio. Perché gli diedi quel nome proprio non me lo spiegai mai, dato che lui non fu mai rossiccio ma grigio e color sabbia e dato che, quando ce lo portarono, avendo cacciato il naso curioso in un cancello appena riverniciato, era piuttosto verde.. ma evidentemente Rufus mi piaceva, e così fu.

Che strano animale, quello: pauroso come un coniglio, si trasformava in aggressivo: infatti, non essendoci lì un'area recintata, lo dovemmo legare ben presto alla catena, cosa che io non potevo sopportare.

Ma lui non ci diede un'altra scelta perché assai presto cominciò a rincorrere, piuttosto iroso e abbaiando furiosamente, tutti quelli che passavano di lì.

Così Carlo tendette fra due alberi un filo di metallo assai lungo, sul quale la catena potesse scorrere in modo che il nostro cane potesse muoversi almeno un po' e fummo costretti a tenerlo in quel modo. Questo anche perché Rufus non fu mai definitivamente addomesticato ma rimase sempre sul chi va là pure con noi, fin da cucciolo, ragione per la quale non ce la sentimmo di accoglierlo in casa come avevamo fatto con Birba, temendo una sua qualche reazione strampalata con la nostra bambina.

L'unica persona a cui obbedì, in tutto il tempo che rimase con noi, fui io: lui mi amava molto ed era come se fossi per lui l'unica degna di fiducia ma anche con me ebbe strani comportamenti. Per esempio, ogni volta che andavo a tagliarmi i capelli, che allora facevo allungare un po' per poi tagliarli corti e stare in ordine qualche mese - con la permanente, perché erano diventati ancora più ribelli – e quindi tornavo a casa un po' cambiata nell'aspetto, lui sembrava non riconoscermi e mi ringhiava contro minaccioso, guardandomi con occhi spauriti ed incerti. Gli ci voleva qualche giorno per tornare a fidarsi nuovamente di me.

Ho avuto tantissimi cani nella mia vita: Gine, la meticcia che ora è con me è la numero centouno e tanti di più ne ho conosciuti e maneggiati a causa del mio lavoro ma mai e poi mai più mi è capitata una cosa del genere....

Però Rufus fu a suo modo l'eroe dei nostri cani.

Una notte di quell'inverno, era gennaio e fuori faceva un gelo terribile, con una bora tesa e forte che aveva portato la temperatura ben sotto allo zero, - fu quell'anno che tirò il famigerato terremoto in Friuli che contò così tante vittime e distruzioni – io dormivo, ben rannicchiata sotto le coperte, tirate fin sopra al naso perché in quella stanza non vi era alcun riscaldamento. Infatti Angela aveva il suo lettino in un piccolo vano dopo la cucina e lì, in quella cameretta, nonostante il tetto non avesse il solaio e si vedessero direttamente i coppi del tetto, poiché in cucina tenevamo accesa una grossa stufa a cherosene, la temperatura era sempre sopra i quindici gradi. Lei poi ha sempre sofferto il caldo, ricercando il freddo e andando in giro scalza anche in inverno, fin da piccolissima, cosa che mi ha fatto sempre penare in modo incredibile, quindi per la piccola la temperatura era giusta. Ma la nostra camera da letto si trovava oltre la sua ed era piuttosto ampia, essa pure senza solaio e con una finestra che di finestra aveva solo il nome, dato che da serrata entrava più aria che se fosse completamente aperta.

Quindi noi tenevamo sempre la nostra porta chiusa, in modo che il caldo della stufa non fosse risucchiato via, con il risultato che, però, lì dentro si gelava.

Carlo era caloroso come sua figlia, io un po' meno ma comunque non soffrivo più di tanto.

Però, quella notte era davvero gelido: la Bora fischiava attraverso quella imposta scardinata e sembrava di essere nella steppa.

Verso le tre, forse dormendo male a causa del fischio del vendo, sentii Rufus abbaiare: avevo il sonno abbastanza leggero anche allora ma l'abbaio del cane era uno di quei suoni che si ascoltava spesso, almeno di giorno e quindi il cervello aveva imparato a registrarlo senza distogliersi sempre dal sonno.

Ma quella notte, lui abbaiava, io lo sentii bene, in un modo diverso, anche se si capiva che il cane non stava proprio vicino alla porta di casa ma piuttosto all'estremo della sua catena, cosa che rendeva anche più ovattato il suono.

Io lo udii, allora e cercai di non farlo, volendo continuare a dormire ma lui insistette finché, convinta che ci fosse qualcosa di particolare, mi alzai ed andai a vedere alla finestra. Guardando fuori vidi il fascio di luce dei fari di una macchina sorger fuori da dentro il fosso, dall'altra parte della strada, un duecento metri da lì.

Mi venne un colpo: corsi a svegliare Carlo che sua volta corse dal vicino che aveva il telefono, per chiamare soccorso: nell'auto c'era un uomo, svenuto per il colpo tremendo che aveva ricevuto nel momento in cui la sua auto, sbandando su di un probabilissimo strato di ghiaccio o a causa di un colpo di sonno, uscì di strada e volò nel fosso. I soccorsi arrivarono in fretta: sapemmo poi che l'uomo restò in coma per diverso tempo ma poi si riebbe completamente. Il nostro strambo isterico cagnone - dato che era diventato piuttosto grosso – gli aveva salvato la vita.

 

Comunque i giorni trascorrevano entusiasti della nostra sistemazione ma Angela stette di nuovo male: ebbe le convulsioni durante una comune infreddatura ed una alterazione della temperatura piuttosto modesta.

Successe una volta, poi due, ogni volta seguita dal ricovero in ospedale di qualche giorno.

Di nuovo accadde una terza in quell'episodio che ho già narrato, quando io corsi sulla statale attigua con lei svenuta tra le braccia e diverse macchine tirarono dritto, prima che una si fermasse per raccoglierci e portarci al pronto soccorso.

Fu così brutto! Carlo non era in casa, non avevamo telefono, i vicini, che ne avevano uno, non c'erano in quel momento ed io non potevo lasciarla lì da sola per correre col motorino, mio unico mezzo, a telefonare.

 

Visto il ripetersi delle crisi e che dopo la terza l'elettroencefalogramma registrò segnali allarmanti di un inizio di epilessia, ancora a livello di piccolo male ma evidenti, la piccola fu messa in cura con il Luminale, unico medicinale che a quei giorni era un valido antagonista di quelle malvagie convulsioni ma che era un barbiturico. Angela divenne intrattabile, vivacissima, prepotente. Il suo pediatra ci raccomandò di cercare di assecondarla il più possibile, di non farla arrabbiare, di lasciarla correre e sfogare per quanto ne chiedesse e ciò ci costrinse ad un atteggiamento molto remissivo con lei, che di certo se ne approfittò subito.

Ma, soprattutto, cominciò a detestarmi evidentemente.

Aveva sempre preferito il padre a me, fin da neonata ma allora cominciò a rifiutare ogni mio insegnamento, ogni mia richiesta: qualsiasi cosa le chiedessi di fare, lei lo rifiutava. Se le chiedevo un bacio lo rifiutava, se le chiedevo di venire con me da qualche parte, lo rifiutava. Voleva stare solo con il padre.

Allora lui la prendeva con sé, in macchina e la portava per i campi, con gli operai e le braccianti che erano assai gentili ed affettuosi con lei. Mentre lui parlava con loro per controllare lo stato del lavoro o dare indicazioni, Angela poteva correre tra i filari o le carraie. Altrimenti voleva sempre recarsi a giocare con la bambina della casa di fronte, che aveva la sua stessa età.

L'area nella quale sorgeva la casa che abitavamo era un'aia sulla quale era stata costruita successivamente una costruzione più bassa che fu messa a posto con tutti i comfort per il collega di Carlo e lui viveva lì con la moglie ed i due figlioletti. Avevano una piccola area recintata a giardino e si poteva far giocare le due bimbe senza pericolo. Il terzo, un maschietto, quando arrivammo noi aveva pochissime settimane.

Margherita, così si chiamava l'altra bimba ed Angela legarono subito in un modo incredibile se si pensa alla loro giovanissima età e non litigavano mai: stavano ore ed ore fuori a sporcarsi con la sabbia, il secchiello la palla e le loro Barbie, quelle bambolette bionde americane di cui erano entrambe scalmanate fan, tanto che ne possedevano già un discreto numero.

Io cercavo di farmi amare da mia figlia ma non ci riuscivo, anzi, più mi ci impegnavo e più lei mi rifiutava.

Io stavo molto male per quello, tantissimo ma anche mi innervosivo parecchio, mi innervosivo così tanto che ebbi delle palpitazioni.

Credendo fosse il cuore ad avere qualche problema, andai da un cardiologo che mi disse che erano crisi neurovegetative e mi prescrisse un bando calmante.

Dopo avermi fatti l'elettrocardiogramma ed una accurata visita, mi chiese, guardandomi negli occhi: ' Perché soffri? '

Ma io non glielo seppi dire: io ero felice, non soffrivo.. avevo tutto quello che avevo sempre desiderato.

 

Un giorno, Angela ne combinò una delle sue.

Dovete sapere che, appeso alla trave del soffitto, pendeva con un sali-scendi il lampadario della cucina che era come una specie di larga goccia di plexiglas bianco con un anello di metallo attaccato alla punta. In quell'anello io tenevo il blister dei miei anticoncezionali, per non dimenticarmeli, ogni sera prendendone uno all'ora di cena.

Quel pomeriggio io ero a cavallo al circolo ippico e la bambina era affidata a Carlo. Lei dormiva e lui scese di sotto a parlare con non so chi, per qualche minuto: quando tornò su trovò la nostra piccola peste che si era svegliata, era evasa dal lettino con le sponde, si era arrampicata sulla sedia e poi sul tavolo ed in piedi su questo era riuscita a raggiungere quell'anello, prendere il blister, tirar fuori le pillole una ad una, che lei evidentemente credeva caramelle e mangiarsele tutte.

Carlo mi raccontò questo, la sera, mentre la bambina dormiva ed io gli diedi una lavata di capo da scorticarlo vivo: come era potuto succedere? Ma era successo.

Aveva poi condotto Angela all'ospedale dove le fu praticata una lavanda gastrica.

Nel frattempo io ero tornata a casa con il mio motorino e seppi dal vicino quello che era successo. Corsi allora, così com'ero, vestita da cavallo, al pronto soccorso, correndo come una disperata per fare presto. Arrivai alla scalinata del palazzone proprio nel momento in cui loro ne scendevano: lui la teneva per mano e lei era pallidissima. La presi in braccio e lei mi raccontò che le avevano messo un tubino nella pancina e che non avrebbe mai più mangiato le mie caramelle. Aveva poco più di due anni....

Per fortuna quel gesto non ebbe nessuna ripercussione, anche se ci tenne in sospeso per parecchi giorni, temendo peggioramenti improvvisi o strascichi a livello psicologico: Angela era già così difficile da trattare che certo la lavanda gastrica non ci sarebbe voluta!

 

Passarono i mesi.

Birba ebbe una cucciolata di bassotti che fu una bellezza veder nascere ed allevare.

Li tenevamo in cucina in una grande cassetta da uva, esattamente della grandezza giusta per la piccola mamma ed i suoi cuccioli. Lei era affettuosissima e molto attenta ma assistemmo ad un evento che ci meravigliò non poco: quando lei si alzava da lì per ansare a fare i suoi bisogni o bere e mangiare, Nerone, che era il suo gatto preferito, entrava nella cassetta, tra i panni morbidi e puliti e si sdraiava tra i cinque cuccioli, che gli salivano tutti addosso cercando il seno, come fosse la loro mamma e ciucciandolo tutto. Lui si lasciava fare ed esplodeva in sonore fusa, guardandoci con un intenso sguardo serafico. Lo spettacolo era davvero unico.

Ma Nerone fu davvero un gatto straordinario: golosissimo di biscotti e dolci in generale, aveva imparato ad aprire lo sportello del pensile della cucina ber rubare il pacchetto dei biscotti, straziarlo con le unghie e divorare tutto il contenuto. Mai più vista una cosa del genere. Una volta, persino, spazzolò tutta la parte superiore di una torta di mele che avevo cucinato io - come facevo almeno una volta alla settimana - e posto sul tavolo della cucina, coperta da un panno, perché si raffreddasse... davvero incredibile.

 

Purtroppo un brutto giorno la nostra bassottina morì sotto sotto le grandi ruote di un trattore: chi lo guidava non si accorse di lei, che era così piccola.

Il dolore fu grandissimo, un vero lutto di famiglia. Per fortuna lei aveva avuto la cucciolata e noi potemmo consolarci almeno un poco con il maschietto che avevamo tenuto per noi, al quale avevamo dato il nome di Artù, detto Batù dalla nostra bambina, che non sapeva pronunciare meglio.

Angela parlò assai presto e molto ma all'inizio aveva un modo tutto suo di storpiare le parole che noi trovavamo simpaticissimo.

La prima parola che pronunciò non fu né mamma né babbo ma ' pappa ', - e qui non faccio appositamente commenti -

Io e Carlo eravamo contrari all'abitudine che hanno alcuni adulti di rivolgersi ai bimbi parlano loro come fossero deficienti e discorrevamo con la nostra piccola esattamente come ci rivolgessimo ad una persona adulta ma qualche vocabolo, per forza di cose, restò nell'uso comune.

Ci fece ridere da matti una volta che lei, passando di fronte alla darsena del porto di Ravenna, - che arriva fino nel centro della città - e guardando le barche che le piacevano tanto, come ogni volta ci chiese se facessero il bagno, cosa che noi le confermavamo, ridendo. Lei allora, tutta seria ci chiese, con quel musetto da topolino che aveva: ' Ma non li lavano ma, i ' pilli '??? ' E i ' pilli ', ovviamente erano i capelli. Quanto ridemmo, rendendoci conto che in effetti noi le avevamo fatto immaginare che le barche si recassero al porto appositamente per lavarsi e, dato che lei vedeva sempre gli alberi ed i pennoni vari fuori dal pelo dell'acqua, l'interrogativo che ci porse era più che logico.

Così Batù restò per tutta la durata della sua vita il nome del nostro cucciolotto, che Birba ci aveva donato prima di lasciarci così affranti.

 

Finalmente, dopo tanta attesa, poco più di un anno dopo il nostro arrivo nelle terre della cooperativa la nuova casa fu pronta: facemmo un altro trasloco e vi andammo ad abitare, felici al settimo cielo.

La casa era un sogno.

Ve l'ho già descritta ma troppe cose dovrei scrivere di lei che io sentii come un essere vivente non come un oggetto inanimato,

Amai quella casa dal primo momento in cui ci misi piede. Era di certo assai bella e molto comodo, noi, poi, avevamo comprato nuovi mobili – una cucina di legno scuro a persianine, come piace tanto a me, una sala di legno di castagno completamente rustico costruita interamente a mano da un artigiano che era davvero originale e bella. Acquistammo anche la cameretta per Angela, bianca ed azzurra, con il lampadario a forma di mongolfiera con un pupazzetto nel cestino. Nella sala c'era persino un meraviglioso caminetto e davanti vi piazzammo un nuovo divano ad angolo, di velluto bruno a fiorellini azzurri, che io amai tantissimo.

Mi aggiravo tra le stanze così belle, con i nostri libri e dischi nella libreria, le tende fatte a filet, con l'uncinetto, rosse in cucina, bianche in sala, in camera nostra e in quella degli ospiti – dove mettemmo i mobili che erano stati di mia madre e mio padre, dato che mio fratello volle acquistare una nuova camera da letto per sé e la moglie - e gialle in cameretta di Angela. Per il lettino della bimba avevo eseguito io con le mie mani, sempre ad uncinetto, una coperta di grossa lana gialla come le tende, con la scritta ' Angela ', rossa, lungo tutta la lunghezza. Era così carina.. non sono mai stata brava come mia madre alla maglia o all'uncinetto ma diverse cose avevo confezionato per la mia bambina, anche qualche tutina e giacchetta.

I mobili li pagammo a rate, acquistandoli dallo stesso mobiliere di sempre e mia madre ci aiutò pagandoci parte di una nuova auto – usata – un bel po' migliore del vecchissimo maggiolino di sedici anni che ogni giorno aveva perso un componente della sua funzionalità e, nonostante il motore andasse ancora benissimo, era diventato davvero inservibile. La nuova ammiraglia di famiglia fu una Citroen Pallas color pastello: che bella così allungata.. che comoda, con gli ampi sedili imbottiti!!! e poi il movimento che aveva di alzarsi sugli ammortizzatori con quel sistema particolare idraulico che sembrava di decollare e davo poi una morbidezza di crociera che mai più ho ritrovato in nessun'altra automobile.

Che giorni avventurosi furono quelli, come la nostra vita si fosse arricchita tutto ad un tratto e le cose e le possibilità ci piovessero dal cielo.

Carlo è stato ed è un uomo molto fortunato: dove mette mano, tutto gli va bene, se gioca a carte o a qualcos'altro, vince con una fortuna davvero sfacciata. Spesso si recava nel baretto del paesino, la sera, per qualche partita a ' beccaccino ', un gioco a carte molto simile al tre sette che là si gioca con grande passione; oppure giocava a mah-jongh. Non si è mai fatto prendere dal demone del gioco, ha sempre impegnato piccolissime somme ma ogni sera tornava a casa con cioccolata biscotti caramelle e dolciumi vari per noi, vinti in quel modo. È assai evidente che io ho goduto di riflesso della sua fortuna.

Ma non furono solo le cose materiali a farmi stare bene in quella casa, assolutamente no.

Era come se fosse sempre stata mia, come se avessi sempre visto quella distesa di campi con l'orlo verde scuro della pineta sul fondo, di cui sentivo il profumo ed il canto. La finestra preferita a cui affacciarmi era quella della cucina che dava appunto verso la pineta. Sotto vi era il tetto in tegole rosse che faceva da portico alla stalla, la cui porta d'ingresso si apriva proprio da quel lato. Sotto quella tettoia noi tenevamo, in bell'ordine stivati, la paglia ed il fieno per la cavalla e gli altri animali e, aprendo i vetri della finestra, il loro profumo mi giungeva, ogni volta parlandomi come io non vi so dire. Era l'odore della terra, del letame messo a maturare sull'apposita spianata, della siepe, delle piante di rosmarino, del salmastro del mare. Era l'odore della pace e della vita. Lo so che se mi affacciavo un po' di più potevo scorgere gli svettanti e puzzolenti caminoni della zona industriale che erano lì vicino e che dall'altra parte sulla grande strada passavano centinaia di camion ed auto ma io dimenticavo quello, io non lo ascoltavo, non me ne curavo.

Era come entrassi in un altro tempo, in un altro mondo.

Come se una bolla temporale chiudesse me fuori da tutto quello che non mi piaceva. Quando ero sola, in casa, spegnevo il giradischi, dato che noi ascoltavamo sempre musica giorno e notte e cercavo il silenzio di quelle stanze, con i rumori del tetto e dei muri, della stalla, dell'intorno che io sentivo scorrere in me.

Quella è stata la mia casa. Non ne ho più avuta un'altra, dopo ma solo rifugi o tetti sotto i quali riparare.

E quell'anno fu davvero particolare.

 

Infatti in quei giorni comprammo anche il nostro primo cane da esposizione: un levriero inglese a pelo raso, interamente bianco, conoscendo con lei ed in lei una razza che mi era ignota e che, più di una razza, è un mondo a parte, uno stile delle cose.

Lady era bellissima, era così elegante.. .. era la nostra fatina bianca.

La incontrammo per caso per strada nella nostra cittadina natale, un giorno che ci eravamo recati dal nostro carissimo amico veterinario per qualche bisogna dei nostri beniamini. Il suo allevatore e proprietario l'aveva portata lì per il richiamo del vaccino: aveva poco più di tre mesi.

Io non avevo mai visto fino ad allora nella mia vita una creatura così bella. Ce ne innamorammo così immediatamente e di slancio che la acquistammo seduta stante, portandola a casa con noi la sera stessa.

Si può amare in tanti modi ma ci sono amori speciali nella vita di ognuno di noi. Come vi ho detto prima, ora ho presso di me il mio centounesimo cane, Gine, che amo in modo totale, come ho amato tutti i miei cani in modo assoluto.

Ma Lady.. lei era la mia fatina bianca.

Io la guardavo e vedevo la bellezza, la grazia, la gentilezza, la purezza.

Mi rendo conto, scrivendo queste parole, che non ne ho vergate di uguali neppure per mia figlia, né per Carlo o mia madre o altri. E questo può sembrare di certo abnorme.

Ma cosa posso fare se quelle emozioni io le ho provate per lei, per la dolce levriera?

Si può costringere il cuore a provare ciò che non sente o a non provarlo?

Devo forse mentire raccontando cose che so non vere?

No, qui io mi descrivo, come sono. Come ho visto e vissuto la ' mia realtà '.

Forse, anzi, di certo, se confrontati con gli altri protagonisti di questa storia, alcuni accadimenti risulteranno diversi ma io qui desidero essere sincera fino in fondo, con me stessa e con chi legge.

So che ometto, per forza di cose, una grande quantità di avvenimenti: soprattutto quelli quotidiani. Vi sono poi cose che non appartengono a me ma al vissuto di altri, di cui solo io ho sentito e recepito il riflesso e che quindi non narrerò.

Come alcuni fatti sono troppo privati perché io li racconti qui. Ma quello che taccio o non racconto, anche perché volessi scrivere tutto ma proprio tutto quello che ricordo dovrei impiegare anni, non cambia la sostanza delle cose. Né il colore né la valenza.

Perciò, ho amato in tanti modi, l'ho appena scritto ma ci sono state creature, nella mia vita che mi hanno fatto provare emozioni inenarrabili ed incomparabili.

Non tutte sono umane: Lady è stata una di quelle.

 

Purtroppo il mio amaro e gramo destino era in atto anche in quei giorni fortunati e non mancò di apporre la sua venefica zampata.

Allora il giardino attorno alla casa non era stato recintato.

Lady aveva tredici mesi, quel giorno. Io ero di sopra, in casa a fare le faccende e preparare il pranzo, Carlo era giù, a piano terra, nel suo ufficio ubicato di fianco all'ingresso e vano scala. Feci uscire la cagnolina per il suo giretto salutare, come facevo varie volte al giorno. Io credetti fosse lui a controllarla mentre lui credette fossi io.

Fu un attimo. La casa era ubicata, unico neo e motivo di nostro grande dispetto, lungo una camionabile molto trafficata e, pur se il nostro portoncino d'ingresso era ad un centinaio di metri dal ciglio della strada, ne sentivamo il rumore, che era abbastanza invadente anche se il traffico era di norma piuttosto scorrevole. Però, proprio per quello, molto pericoloso.

Quella mattina sentii bussare alla porta e, stranita di quello perché pensavo che ci fosse Carlo di sotto, mi affaccia alla finestra della camera da letto che dava sul davanti per vedere chi bussasse. Un signore allora alzò la testa verso di me e mi chiese se fosse mio quel cane morto sulla strada. Risposi che no, che il mio era con mio marito..

Ma il sangue mi si era già gelato nelle vene: corsi giù con il cuore che voleva fuggirmi dal petto.

Ricordo quei lunghissimi istanti in cui, seguendo l'uomo, percorsi il tragitto verso il punto che lui mi indicava, cercando di vedere allo stesso tempo di che colore fosse il cane morto e se vedessi spuntare la mia Lady che mi corresse incontro festosa. Fu come due me stesse divise, come due pensieri paralleli, come avessi due teste: una che fissava avidamente quel punto sull'erba, sopra il fosso, un po' in salita rispetto al piano della casa, verso il quale mi stavo ineluttabilmente muovendo, dove sapevo giacere un animale morto, che ancora non scorgevo; l'altra che si volgeva intorno per frugare ogni angolo tra gli alberi, nel prato, dietro la siepe, nel casotto, di fianco la casa, per vederla spuntare all'improvviso e corrermi incontro, lieve e festante, come sempre faceva.

Ma non venne, non vidi mai più quell'incedere di danza, quel fluire bianco d'amore che volava verso di me.

Era lei, infatti, che giaceva sul bordo erboso del fosso: un colpo alla testa l'aveva fermata per sempre. Sembrava che dormisse, era intatta. Ma era morta.

Fu come il mio cuore si spezzasse.

Piansi mesi e mesi, inconsolabile, piena di sensi di colpa.

Piansi continuando a sentire il suono delle sue unghie sui pavimenti di casa, la macchia del suo corpo acciambellato sul divano, il peso del suo fianco contro il mio.

Non era abbracciata a Carlo che io dormivo, la notte, ma a lei.

Si può amare un cane più di un essere umano?

Non mi vergogno a dirlo, assolutamente. La mia risposta è sì, si può, a me è accaduto, con lei.

Posso dire, in tutta sincerità, che sono assai poche le persone che io ho amato come ho amato lei.

 

Scandalizzatevi di questo, se volete, a me non importa. Io sono pazza e se devo subire tutte i risvolti negativi di ciò, allora voglio godere di quelli, assai pochi, che sono positivi.

Uno di quelli è che posso dire ciò che penso e che sento.

Ormai non ho più nulla da perdere: la mia è una libertà che pago assai cara e per questo la voglio godere fino in fondo.

 

Ho amato Lady e le parlavo come si parla ad un figlio amato ed adorato.

L'ho guardata correre per i campi come si vede volare l'ala di un angelo.

Ho versato nei suoi occhi e colto dai suoi l'amore che congiunge.

Che fosse un cane a me non importa. Anzi.

Credo di averla potuto amare così proprio per quello.

 

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Commenti: 2
  • #1

    paola (martedì, 15 gennaio 2013 14:49)

    .............carissima , mi pare parecchio difficile stabilire con esattezza cosa sia la libertà : per qualcuno è " partecipazione " , per qualcun altro è libertà dalle passioni , per altri ancora è solo un illusione ........... Di sicuro c'è che di solito HA UN PREZZO MOLTO ALTO.....

  • #2

    ariannaamaducci (martedì, 15 gennaio 2013 18:25)

    assolutamente si...cara paola...
    grazie..sei così presente partecipe e cara..
    grazie @>---