CAPITOLO QUINDICESIMO - Avventure equestri

ZOCCOLI SULLA SABBIA - 2011 olio su tela 45 x 75

 

 

CAPITOLO QUINDICESIMO

 

Avventure equestri

 

 

 

 

Fu proprio Nuvola a fermi provare il brivido di volar via di sella.

Nel primo inverno, dopo la tardiva apertura del maneggio, Paolo e Marinella avevano tenuto le due cavalle, Dea e Nuvola, vendendo il vecchio maschio baio di cui ora non ricordo il nome. Ogni tanto noi andavamo a trovarli a casa loro e io e Marinella facevamo una passeggiata a cavallo, anche perché le due fanciulle equine avevano bisogno di muoversi, soprattutto Nuvola, che era più giovane e inquieta.

I nostri due amici vivevano con la madre di lui, la famosa Dina, regina della piadina, in una grande casa nelle campagne dell'entroterra riminese, tra campi di insalata, patate fragole e verdure varie. C'erano perciò le carraie, che formavano una dedalo di percorsi da un podere all'altro sui quali si poteva cavalcare abbastanza tranquillamente, senza trovare traffico, attraversare strade asfaltate ed altro che infastidisse le nostre cavalcature. Però, dato che eravamo ancora assai inesperte entrambe, i nostri rispettivi ragazzi ci raccomandavano sempre di non galoppare ma di restare al trotto, che era una andatura più facile da tenere sotto controllo. E noi così facemmo, almeno per quasi tutta la durata della prima di quelle numerose passeggiate. Certo, trottare è bellissimo, ci si gode il panorama di ciò che si attraversa, si può tranquillamente chiacchierare con chi ti cavalca a fianco ed è di certo una andatura poco pericolosa, dato che si può fermare con molta facilità in pochissimi istanti.

Quel giorno era una bellissima domenica di dicembre, con il sole piuttosto lucente ed il cielo azzurro e non faceva affatto freddo: io montavo Nuvola e Marinella aveva preferito Dea, che era molto più tranquilla. Infatti all'inizio Nuvola ebbe qualche riottosità, cacciò una sgroppata, dato che da diversi giorni non veniva mossa ma era stata chiusa nella sua stalla. Io però riuscii a calmarla e poi, mettendola ad un bel trotto veloce, la impegnai a fondo fisicamente, in modo che si stancasse. La passeggiata filò via liscia senza problemi: nessun cane aggressivo ci corse dietro, come succedeva spesso, né ci trovammo motorini rombanti o altre pericolose situazioni improvvise. Trottammo per una mezz'ora buona poi decidemmo, essendoci allontanate parecchio da casa, di girare le cavalle e tornare verso casa. Facemmo qualche minuto di passo per riprendere un attimo fiato e poi ripartimmo al trotto, che la strada da percorrere era ancora lunga. Ma io avevo voglia di galoppare. È inutile, per me andare a cavallo vuol dire galoppare, non c'è verso, fin dall'inizio è sempre stato così. Allora dissi a Marinella: ' Senti, che ne dici se facciamo qualche minuto di galoppo? Abbiamo visto che qui intorno è tutto tranquillo... così ci divertiamo un po'. Poi mettiamo le cavalle al passo ed arriviamo a casa che sono già asciutte. '

La mia amica, che non era spericolata come me, mi guardò un po' dubbiosa, poi, forse per non passare da fifona e dato che comunque, in teoria, la più esperta era lei, acconsentì. Fu un attimo, appena toccammo con i talloni il costato delle nostre cavalle, essendo ancora piuttosto piene di energie, partirono al galoppo.

Ma una cosa non sapevamo, noi due, amazzoni ancora piuttosto ingenue e senza esperienza e cioè che il cavallo è sempre assai contento di tornare a casa, alla sua stalla, dove sa che lo attende la biada e l'acqua fresca. Così, Nuvola e Dea da un galoppo un po' trattenuto passarono ad uno alquanto più disteso, aumentando la velocità e quando Marinella mi gridò di fermarmi, io assolutamente non riuscii a convincere la velocissima cavallina saura a rallentare: anzi, sentendo la stalla avvicinarsi, lei cominciò a galoppare ancora più forte. Dea, che se pur vecchia aveva il suo orgoglio, abbassò il collo, sottraendosi un po' alla forza del morso e ci si mise di impegno per raggiungerci. E lì Marinella fece il più fatale degli errori, cominciò a gridare: ' Aiuto, Ferma.. Cado!! ' cosa che non fece altro che gasare di più le nostre amiche a quattro zampe che, se possibile, si lanciarono ancora più a pancia a terra. Non era possibile fare nulla, io non riuscii neppure a pensare, tanto fu tutto così veloce: qualche centinaio di metri prima della casa dei miei amici la stradina sterrata faceva una stretta curva a gomito, nascosta da una alta siepe verde che iniziava poco prima. Le cavalle si trovarono ad affrontare quel cambiamento di direzione lanciate alla loro massima velocità e si comportarono seguendo la loro natura e cioè abbassandosi ancora di più e scartando di lato velocissime. La scena fu bellissima: Marinella, che era dietro, vide Nuvola scomparire alla sua vista in uno scarto repentino e me, scaraventata esattamente dalla parte opposta, centrando in pieno la siepe, allora gridò ancor più forte ed io sentii, mentre, stordita dalla gran botta cercavo di mettermi a sedere, incastrata tra i rami, per fortuna abbastanza accoglienti di quella siepe, l'inequivocabile tonfo che mi segnalava l'atterraggio della mia amica assai poco distante da me. La fila di arbusti si dimostrò provvidenziale, dato che ci accolse molto più morbidamente di quanto avrebbe fatto il fossetto che vi era dietro, per giunta con un po' di acqua dentro, nel quale saremmo di certo cadute se la siepe non ci fosse stata. Sentii la mia amica gemere e lamentarsi e la chiamai per nome, chiedendole se stessa bene. Io, nel frattempo ero riuscita ad alzarmi e, vedendo le gambe di lei fuori della verzura a due passi da me, mi precipitai lì per rendermi conto del suo stato di salute ed aiutarla a rialzarsi. Ci andò bene, ce la cavammo con qualche ammaccatura che ci fece camminare tutte sbilenche per diversi giorni e una collezione di vistosi quanto innocui graffi sulle mani e le braccia. Quando anche lei si fu rimessa in piedi, ancora tremante e spaventatissima, decidemmo comunque di incamminarci verso casa, che era non proprio vicinissima ed io le passai un braccio sotto una ascella per sostenerla un po' ed aiutarla a camminare, dato che le faceva male una gamba, che di certo aveva sbattuto malamente contro il terreno. E fu così che Carlo e Paolo ci videro spuntare dal viale che portava al cancello dell'aia, dopo che, prese al volo le due cavalle scosse che erano giunte fin lì di gran carriera, aver tolto loro velocemente i finimenti ed averle messe nella stalla, si stavano precipitando di corsa a cercarci, preoccupatissimi che ci fossimo fatte del male.

I giovani sono belli per quello, poiché sanno trovare il lato umoristico in ogni cosa.

Infatti fu la loro risata sonora che ci accolse e ci contagiò e, inutile dirlo, tutto finì con piada prosciutto e sangiovese.

 

Ma un altro volo al galoppo spiegato mi attendeva, qualche anno dopo. Questa volta la protagonista fu Tuba.

Tuba mi fece cadere da cavallo innumerevoli volte, nei primi tempi, dato che aveva paura dei rametti che si potevano incontrare gettati sul terreno. Cercammo di capire da cosa venisse questa sua fobia e il maestro mi suggerì che forse lei era stata morsa da qualche serpente e quindi aveva paura di tutto quanto fosse simile e le si parasse di fronte. Fatto sta che in pineta ed in campagna, potete perfettamente capire, che i ramoscelli sono all'ordine del giorno, se non del minuto. Quindi per diversi mesi io toccai terra col sedere più o meno tutte le volte che mi recavo con la mia cavalla a passeggiare fuori dal recinto del maneggio, perché lei faceva uno scarto così repentino, di fronte a quegli innocui ramoscelli spezzati e gettati a terra, che proprio io non riuscivo a contrastare. Anzi, imparai presto che mi conveniva assecondarlo e volare giù, tanto ero comunque ben fornita di naturali ammortizzatori e non mi feci mai male.

Ma quella volta non fu un rametto a tradirmi, perchè che lei, dopo un po' di mesi, riuscì a tranquillizzarsi e smise di comportarsi a quel modo, diventando assai docile ed ubbidiente. Davvero io e lei eravamo riuscite a fonderci ed io la guidavo con il pensiero, senza dover usare se non lievemente le mani e le gambe.

Avevo un modo di montare a cavallo piuttosto avvolgente, trovandomi bene solo con la staffa piuttosto lunga ed abbracciando con tutta la gamba il costato dell'animale. Stavo quindi ben a contato con la sella e raccoglievo naturalmente il baricentro della cavalcatura sotto di me, creando una situazione di equilibrio ed armonia. Anche al trotto avevo imparato ad eseguire quello che veniva chiamato ' di scuola ' e non battevo la sella, assecondando il movimento del cavallo con un naturale rollio del mio bacino. Nonostante fossi una ragazza robusta ero assai più leggera di altri molto più magri di me perché non andavo mai a contrastare con i miei movimenti quelli del cavallo.

Così, quel pomeriggio io e Tuba ci eravamo spinte dopo il Fossatone, che era, come da manuale, un largo fosso a carattere però torrentizio e che quindi permetteva un facile guado in un punto specifico dove era stato elevato un terrapieno a massicciata; nei periodi di minore afflusso di acqua lì se ne trovava qualche spanna, permettendo quindi di passare all'altra sponda A me piaceva tanto andare dall'altra parte di quel baluardo naturale alle nostre passeggiate, perché vi erano un paio di radure assai grandi e piane, assolutamente deserte, nelle quali potevo galoppare a mio piacimento ed anche perché l'intero sentiero che si percorreva in quella parte di pineta era assai rettilineo ed altresì permetteva di aumentare la velocità del galoppo.

Arrivavamo a percorrere una decina di chilometri, forse dodici, poi tornavamo indietro e di certo coprivamo al galoppo la maggior parte dell'intera distanza.

Tuba non era una cavalla velocissima: la sua qualità maggiore era la resistenza: io le avevo insegnato ad assumere l'andatura di galoppo che in gergo viene chiamato ' galoppino ' oppure ' canter ' e con quella percorrevamo lunghe distanze, trattenendoci fuori anche per tre ore, in passeggiata libera e totale solitudine: io lei e la pineta.

Quel giorno però avevo voglia di volare e chiesi alla mia amica equina di spingere sulle sue fortissime zampe e di donarmi tutta la massima velocità che potesse raggiungere. Così la incitavo, a briglia lenta e i talloni affondati nel costato, spingendola sempre più forte: il terreno era perfetto, asciutto e senza pozzanghere, il sentiero era sgombro e rettilineo, non c'era nessun pericolo.

Ma l'insondabile è sempre all'erta: ad un certo punto, mentre io e lei eravamo distese in un galoppo piuttosto veloce, si udì uno schiocco secco, io mi sentii lanciare violentemente a terra e altrettanto nettamente sentii la mia cavalcatura che andava dalla parte opposta, come quella volta con Nuvola. Atterrai e per fortuna il fondo della pineta è sabbioso, quindo piuttosto elastico ma la botta fu notevole: ma che dirvi, evidentemente avevo dei notevoli ammortizzatori perché non mi feci assolutamente nulla neppure quella volta. Mi alzai quindi in fretta, chiamando la mia cavalla a gran voce, temendo che si allontanasse. Per fortuna lei si era fermata una decina di passi più in là e stava brucando di già una verde erbetta che aveva trovato assai interessante sotto un albero. Il pericolo, quando il cavaliere cade con il cavallo lanciato al galoppo è che le redini volino superando la testa dell'animale fino a formare una specie di cappio nel quale può impigliarsi una zampa e far cadere anch'esso, causandogli ferite anche serie. Avevo assistito una volta ad una cosa del genere e quindi la mia preoccupazione era anche quella. Ma le redini erano si appoggiate davanti a lei, a terra, però le sue zampe erano libere.

Guardandola bene, però, ancora distante alcuni passi da lei, mi accorsi che una cosa molto importante mancava all'appello: la sella. Infatti Tuba era ' nuda '.

Capii allora che quello schiocco che avevo sentito era il rumore del sottopancia, - la striscia di cuoio che passando appunto sotto la pancia del cavallo tiene stretta la sella, - che aveva ceduto di netto facendomi cosi cadere.

Presi le redini, allora e, tenendo la cavalla vicino a me, comincia a perlustrare il terreno attorno al punto del mio atterraggio per cercare la sella, che trovai infatti non troppo lontano, sotto un cespuglio, tutta insabbiata e con la cinghia scucita di netto.

A quel punto cosa potevo fare?

Impossibile riallacciare la sella alla cavalla come impossibile tornare a casa a piedi, che i chilometri erano almeno sei o sette, la sera incombeva e camminare con gli alti stivali da cavallerizza non è poi molto comodo. I cellulari non erano ancora stati inventati oppure non erano di uso comune, - più o meno l'anno di cui parlo è il millenovecento settantanove – e poi in quel luogo dove mi trovavo non ci si poteva accedere che a piedi o a cavallo, quindi, dovevo per forza di cose salire su la cavalla a pelo e tornare al circolo in quel modo.

Ma c'era un altro scoglio da superare.

Per issarsi sulla groppa di un cavallo vi sono principalmente tre modi, il primo, che viene chiamato ' in appoggio ', consiste nel farsi forza sulle braccia e volteggiare fino a disporre una gamba da ogni lato dell'animale, il secondo, più banale e meno elegante, è quello di infilare la punta di un piede, - per l'esattezza quello sinistro, nella staffa e facendo forza su quella, dopo aver afferrato con le due mani i quartieri della sella, issarsi su. Il terzo, soprattutto praticato dalle donne è che qualcuno, di solito un forte e gentile giovanotto, offra la sua mano sulla quale posare con disinvoltura il ginocchio, flettendo ad elle la gamba sinistra e facendosi issare dalle nerborute braccia di colui.

Bene, per quanto agile e molto forte io fossi, in gioventù, però l'elevazione dal suolo non è mai stata la mia specialità: ci ho provato innumerevoli volte ma non sono mai riuscita a salire a cavallo in appoggio.

Volentieri, se ci fosse stato qualcuno lì attorno avrei accettato di ' dargli la gamba ', come si dice tra la gente di cavalli, anche se di solito mi schernivo e l'evitavo, per cercare di risparmiare strappi muscolari alle schiene dello stalliere e del maestro che si offrivano cavallerescamente di aiutarmi. Quindi io sempre salivo sull'arcione issandomi sulla staffa.

E lì, quel giorno, cascava l'asino, dato che chi, come me, non è capace di salire con disinvoltura sul proprio cavallo è di certo un asino.

Provai e riprovai ma non ci fu nulla da fare. Ero poi anche assai indolenzita per la gran botta data, cosa che non mi aiutava di certo.

Ma io non sono tipo da disperarmi per nulla e cercai lì attorno se ci fosse che so, una grossa pietra, un tronco caduto o altro che mi potesse elevare e mi permettesse di issarmi sulla groppa di Tuba. - A mia lievissima scusante devo però dire che lei era piuttosto alta e che la sua altezza al garrese sopravanzava di due centimetri la mia, quindi la mia faccia si trovava proprio a livello della famigerata zona dove avrebbe in quel momento dovuto trovarsi una sella. -

Cerca cerca tra erbe alte e cespugli ma nulla, lì in giro non vi era proprio nulla che potesse servire alla bisogna e così mi incamminai piuttosto mestamente a piedi, dato che il tempo stava trascorrendo ed essendo inverno le giornate erano ancora assai corte.

Ma madre natura volle in qualche modo aiutarmi e qualche centinaio di metri più in là trovai un fossetto naturale, - formato di certo dalla controtendenza del terreno e dalle piogge, - che era profondo un buon mezzo metro. Con grande respiro di sollievo allora feci scendere la mia povera cavalla nel fosso, che inizialmente oppose qualche resistenza ma poi si arrese docilmente al mio volere e, chiedendole di portare un po' di pazienza pur se in una posizione assai scomoda dato che l'incavo del terreno era assai stretto, riuscii abbastanza facilmente ad issarmi su.

Fu proprio tramite quella avventura che scoprii le gioie e la bellezza del montare a pelo. Certo il trotto era alquanto difficile da sostenere, poiché il sobbalzo causato dal movimento del cavallo lancia in alto il cavaliere ma il galoppo era una meraviglia, ancora più bello che con la sella, con le gambe completamente libere dalle corregge delle staffe, che potevano abbracciare il costato dell'animale e reggersi ad esso e con esso, sfruttando anche la sua velocità ed il suo movimento.

Fu così che io e Tuba percorremmo al galoppo tutta la lunga strada del ritorno e riuscimmo ad arrivare al circolo con le ultime luci del giorno. Mi videro scendere dalla discesa ghiaiata che portava dalla stradina all'aia attorno la scuderia, stanca trafelata e sudata ma incolume, così come era la mia cavalla. Il maestro, che era già in allarme da un po', abituato anche da altre mie bravate che vi racconterò e stava già organizzando con motorini e trattore una battuta di ricerca nella pineta ormai notturna, per ritrovarci, temendo il peggio, mi venne incontro chiamando il mio nome ad alta voce con tono evidente di rimprovero ma la sua preoccupata rabbia si smorzò quando mi vide senza sella . Si ammutolì all'istante e rimase a guardarmi a bocca aperta per qualche secondo poi scoppiò lui pure in una grassa sonora risata.

Che non era la prima e non fu l'ultima che io gli feci fare.

Da quel giorno per due mesi, il tempo che ci volle per aggiustare dal sellaio di Bologna il mio finimento rotto, cavalcai ogni giorno a pelo ma anche dopo aver recuperato l'arcione, più volte evitavo di usarlo: il dolce calore di Tuba era il sedile più comodo e aggraziato dell'universo intero e gli indiani d'America lo sapevano bene, che per millenni hanno cavalcato i loro pony senza bisognio di assolutamente null'altro che la bellezza dell'unione tra due creature così complementari come sono il cavallo e l'essere umano.

 

La prima sonora risata che regalai al mio istruttore fu poco dopo l'acquisto di Tuba che avvenne l'anno dopo dell'inizio della nostra frequentazione equestre.

Prima di allora montai i cavalli della scuola e lui mi chiese più volte di aiutarlo a risolvere qualche problema che presentasse qualcuno di loro: per esempio, ce n'era uno troppo riottoso e quindi difficile da cavalcare per chi avesse poca esperienza. Il suo nome era Tombolo ed era un giovanissimo cavallotto morello, che, essendo assai dispettoso ed irriducibile, mi gettò a terra ogni volta lo montassi, per diversi mesi. Fu l'unico che riuscì a procurami una ferita, cadendo, una volta che, sfuggendo alla lunga frusta che il maestro gli sventolava dietro per spronarlo a saltare un piccolo ostacolo che lui non voleva saltare affatto, fuggì a rotta di collo andando a sbattere contro un albero e facendomi ruzzolare giù come la solita pera cotta. Quella volta mi fratturai il mignolo della mano sinistra che reca tutt'ora il segno di quella avventura, dato che si è saldato piuttosto storto. Mi convinsero ad andare al pronto soccorso: il dito era gonfio e mi faceva molto male. La frattura all'ultima falange fu rivelata dalla radiografia e mi steccarono dito e mano. Ma Angela a quei tempi era piccolina, erano proprio i primi mesi del nostro soggiorno lì e quindi la dovevo vestire lavare, cambiare. Gettai al stecca meno di tre ore dopo....

Tombolo divenne poi un bravo cavallo da scuola, imparò anche a saltare e a non sgroppare violentemente ad ogni piccolo rumore, come invece faceva quando mi gettava giù.

Ripensandoci ora ero davvero spericolata. Io non avevo nessuna paura, ve lo assicuro: quando cadevo mi rialzavo immediatamente, mi spolveravo i pantaloni e la giacca, riacchiappavo la mia cavalcatura e poi su, di nuovo in sella. Perché quando si va a cavallo o sui pattini o in bici, si cade, è assolutamente normale, fa parte del gioco e forse, anzi di certo già da allora sapevo benissimo che altre cadute sono quelle da temere, nella vita.

Oltre Tombolo montai un altro puledro, che però era assai più tranquillo. E che fu quindi affidato presto ad altri allievi più giovani ed inesperti di me.

Anche montai per qualche tempo un grosso irlandese che a causa di un incidente si era fatto male ad una gamba e non voleva più girare a destra. La sua muscolatura si era tutta irrigidita e quindi sia al trotto che e al galoppo faceva resistenza, tirando dritto, cosa che non andava assolutamente bene. Guidata dal maestro, lo ginnasticai per qualche settimana, dato che ero piuttosto determinata e piano piano il cavallo si sciolse e riprese a muoversi normalmente.

Inoltre l'istruttore mi chiedeva spesso di accompagnare sia gli altri allievi che qualche cliente di passaggio, in passeggiata in pineta. Quelle volte mi faceva montare una cavalla assai bella e forte che però era diventata cieca. Nel maneggio era facile da usare più o meno per chiunque, perché ormai aveva si era creata i suoi riferimenti e si muoveva piuttosto con disinvoltura ma fuori all'aperto ella aveva bisogno di sentirsi sicura e di fidarsi. Si chiamava Stella ed era di mantello sauro. È evidente che io abbia uno speciale feeling con questo colore anche se poi Tuba fu baia e Tex, il mio secondo cavallo, fu grigio pomellato.

Stella si fidava di me ed io mi trovavo assai bene con lei perché era leggera, era assai ubbidiente, bastava solo il tocco della redine e della gamba per farle cambiare di direzione o di andatura. Ma con altri lei si piantava in mezzo dell'aia e non voleva più assolutamente fare un passo. Eravamo in due a riuscire a portarla fuori, io ed un socio del circolo più grande di me con cui vissi qualcosa che vi racconterò più avanti. Evidentemente avevamo la stessa sensibilità.

 

Ma, tornando alla prima risata del maestro, quel giorno appunto avevo comprato da poco Tuba e da poco l'avevo condotta a vivere in casa mia, superando il veto della cooperativa. Il pomeriggio era davvero bellissimo. La primavera rendeva la pineta tutta punteggiata di gemme e foglioline verdissime negli abbondanti cespugli di rosa canina ed altre specie che popolavano piuttosto intensamente il sottobosco.

Qualche lezione prima avevo saltato per la prima volta alcuni ostacoli fissi in pineta e mi ero divertita assai.

Gli ostacoli fissi, che fanno parte del percorso di campagna delle gare di ' Completo ' sono barriere, massicciate, tronchi ed altro, costruiti con fantasia usando solo parti naturali in fusione con l'ambientazione esterna, in modo che sembrino ostacoli spontanei che madre natura avesse piazzato lì per rendere più difficili le cose al cavaliere o per farlo divertire di più. Ovviamente, al contrario del comune ostacolo da maneggio, che, quando il cavallo lo colpisce con lo zoccolo o altra parte del corpo, è costruito in modo che la barriera di legno si stacchi dal riporto e cada a terra, evitando guai e ferite all'animale, l'ostacolo di campagna è fisso: se il cavallo ci sbatte contro può facilmente cadere, con le conseguenze che potete immaginare.

 

Vi ho detto che sono totalmente spericolata, no? Ebbene, quel pomeriggio, recandomi al circolo che distava tre chilometri da casa mia, decisi che avrei saltato una specie di gradino di massi che sarà stato alto cinquanta centimetri e che si trovava sul sentiero che percorrevo.

Cinquanta centimetri sono pochi, direte voi. Provate, vi dico io.

Sapevo benissimo dove si trovava quell'ostacolo e quindi feci partire la mia cavalla al galoppo qualche decina di metri prima, inquadrandola bene di fronte al gradino di terra e sassi ricoperto di vegetazione e poi spronandola con il tempo giusto per la battuta.

La cavalla spiccò un bellissimo balzo, portandomi al di sopra del gradino, sul sentiero che proseguiva con il terreno sopraelevato. Dopo ancora qualche battuta di galoppo la misi al passo e poi mi fermai per congratularmi con lei, battendole la mano con affettuosità sul collo. Poi volli provare a saltarlo dalla parte opposta, presi un po' di rincorsa, partii al galoppo e giù: perfettamente all'unisono ci ritrovammo al piano più basso.

Felice allo stato puro, non mi fermai,invertii la direzione dopo una decina di metri, sempre galoppando, saltai di nuovo il gradino a salire, con uno zompo ancora più alto della cavalla che evidentemente si stava divertendo come me.

 

Dovete sapere che un po' a lato dell'ingresso al circolo c'è una vasta radura chiamata ' L'aia del pozzo ' dove erano posizionati svariati di questi ostacoli fissi. Quando arrivai lì pensai che avrei voluto provare a saltarne un altro, prima di andare dal maestro e raccontargli le mie gesta e quanto ero stata brava.

Certo, gli altri allievi avevano cavalli che valevano decine se non centinaia di milioni e saltavano fino a due metri mentre la mia Tuba era costata il prezzo della sola carne e non superò mai nella sua carriera l'altezza di un metro e venti ma poiché il circolo ippico era ubicato sui terreni adiacenti a quelli della cooperativa che gestiva Carlo, dato l'importanza che questo aveva per loro, i favori che sempre mio marito gli faceva, mandando trattori, prestando attrezzi, facendo piccoli lavori di aratura o altro ai loro campi, tutti quanti lì erano assai gentili e disponibili con me.

Però il maestro era un uomo molto appassionato e, pure se assai burbero con me, eseguì sempre con grande scrupolo e fino in fondo il suo compito, anche se la mia cavalcatura era il fanalino di coda di quel consesso di divinità equestri. Per quanto comportava me, poi, io non partecipai mai alle gare nazionali ed internazionali che si svolsero regolarmente ogni anno a cadenze prestabilite ma solo alle piccole garette sociali. Non avevo i mezzi, né economici né fisici per ambire ad altro ma la mia genuina passione e il mio carattere gioviale e totalmente disinvolto, che mai si intimorì di fronte alla loro grandezza, portò tutti quanti a trattarmi come una di loro: io, moglie del fattore tra ricchi e ricchissimi tra cui notai avvocati medici, qualche nobile e imprenditore e pure un famoso industriale il cui figlio maggiore sfondò tempo dopo nella formula uno automobilistica e che tenne lì per lungo tempo i cavalli di altri due suoi rampolli.

 

Così, già pregustando gli elogi de maestro, decisi di provare a saltare il ' parc a mounton '.

Che cos'è? Direte voi, almeno quelli che non hanno mai fatto un percorso di Concorso Completo..

Beh, è il modo un po' pomposo di chiamare uno spiazzo erboso rettangolare largo una ventina di metri e lungo cinque battute di galoppo, recintato da una staccionata di sottili pali di castagno, alla moda dei recinti per gli animali, da cui il nome.

La staccionata è alta circa ottanta - novanta centimetri e l'ostacolo si esegue saltando la prima parte in entrata per poi effettuare le battute di galoppo intermedie e volare oltre la seconda staccionata.

La vera insidia di tutto questo, che in sé e per sé non sembra assolutamente difficile e che mi trasse allora in cotanto inganno, è che i pali usati per costruire la palizzata sono appositamente sottili in modo da creare un difficoltà visiva all'animale che, arrivando al galoppo spiegato, può calcolarne male l'altezza.

Io, ovviamente, questo non lo sapevo: vedevo di fronte a me un bel prato erboso ed una innocua staccionata, come avevo visto saltare senza problemi in migliaia di film western della mia infanzia e giovinezza. E che ci voleva dunque?

Avevo letto sul mio bellissimo ' Il grande libro del cavallo ', che è stata la mia bibbia equina per tanti anni, che saltare un ostacolo era come lanciarvi oltre il proprio cuore e poi, con coraggio, correre con il fido amico a quattro zampe a riprenderlo.

E così feci.

Inquadrai ad una trentina di metri l'ingresso del ' parc a mounton ', spronai la cavalla, partii al galoppo e, giunta alla battuta, di fronte al primo cancello del recinto, la incitai ancora per il balzo ma, decisamente fuori tempo io e non lei, Tuba partì ' troppo grande ', come si dice, cioè in anticipo e si ritrovò già in traiettoria discendente proprio sopra l'ostacolo. Io non avevo nessuna esperienza di salto e neppure lei, che aveva poco più di tre anni: la mia fu davvero una follia.

Mi trovai gettata violentemente a terra, come se qualcosa avesse frenato di botto il mio impulso e fossi precipitata da una notevole altezza. Picchiai forte le spalle e la testa, poi tutto il resto e rimasi semi tramortita a terra, per diversi secondi, forse minuti: ero da sola, non lo seppi mai. Non svenni nel vero senso della parola ma mi girava tutto intorno, anche la volta del cielo azzurro orlato dagli ombrelli verde scuro dei pini; inoltre avevo la bocca piena di terra e stavo sentendo il sapore del mio sangue.

Ma anche quella volta la mia buona stella era giunta puntuale all'appuntamento e non riportai altro che la solita forte contusione, qualche scortico e il labbro rotto. Mi misi seduta e sentii che ero ancora tutta intera, mentre già il mio pensiero correva alla mia cavalla: il silenzio intorno era rotto solo dai consueti canti degli uccelli. Mi accorsi che avevo nel colpo perduto gli occhiali e non vedevo assolutamente nulla così mi misi in ginocchio e li cercai a tentoni tra l'erba abbastanza altra. Per fortuna li trovai dopo pochi attimi che erano miracolosamente intatti: li inforcai, mi alzai girandomi verso la parte da cui ero giunta e lì rimasi veramente di stucco: la mia povera Tuba era in piedi, con la staccionata dell'ostacolo sotto la pancia e, dato che se appoggiava le zampe posteriori non poteva appoggiare quelle anteriori e viceversa, come si trovasse sopra una altalena a fulcro, non riusciva assolutamente a muoversi da lì.

Non so dirvi quanto tremò il mio cuore, vedendo quello spettacolo.

Corsi da lei e la controllai tutta ma non era affatto ferita, a parte una piccola lesione cutanea su di uno stinco. L'accarezzai dolcemente, le abbraccia il setoso collo e, piangendo, le chiesi di perdonarmi, di scusare la mia stupida vanagloria e la mia grande idiozia ma lei mi guardò con occhi dolci e tranquilli, come dicesse: ' Su, non è nulla, tutto è bene quel che finisce bene, ti perdono. Però, ora fa qualcosa per togliermi da qui!! '

Ed evidentemente quella era la priorità assoluta: toglierla da quella scomoda posizione, prima che il legno della staccionata si rompesse e la ferisse seriamente al ventre: ma come fare, cosa fare?

Cercai di incitarla a saltane fuori ma davvero non appoggiava che solo due zampe alla volta e ciò era assolutamente impossibile, quindi dovevo in ogni modo e in fretta correre a cercare soccorso. Le tolsi allora la sella ed i finimenti della testiera, per evitare che le cose potessero ulteriormente complicarsi e poi scappai via, correndo a perdifiato e a più non posso per le diverse centinaia di metri, più di un chilometro, comunque, forse due, che mi separavano dalle scuderie.

Arrivai senza fiato e cianotica, pur gridando a gran voce: ' Maestro maestro!! '

Egli che era nel maneggio coperto, corse fuori allarmato e quando vide che ero io a chiamare si allarmò ancora di più. Corse verso di me e cercò di farsi spiegare cosa fosse successo; sapevo che mi avrebbe aspramente rimproverato e tremavo di paura non solo per la mia cavalla ma anche per quello. Gli dissi che bisognava correre più velocemente possibile all'Aia del pozzo con il trattore ed una sega, che Tuba per il momento stava bene ma era prigioniera nel parc a mounton e che quindi temevo le cose potessero degenerare. Mi guardò in tralice, sorpreso ed assai adirato ma non si perse in chiacchiere, - che sicuramente sarebbero venute dopo... - chiamò gli stallieri, prese la sega a motore e il trattore con il rimorchio, mi fece salire e tutti di corsa, - seguiti da un nutrito gruppetto di allievi ed adulti incuriositi, che nel frattempo erano lì giunti richiamati dal vociare,- raggiungemmo in una decina di minuti o poco più il luogo dell'incidente. Anche quella volta la vegetazione ci precludeva quasi fino all'ultimo momento la visuale, dato che intorno all'Aia la pineta era intricata e i sentieri assai stretti e pieni di curve. Il maestro guidava il trattore, scuro in volto ma quando finalmente la vegetazione si aprì e ci permise uno sguardo completo sull'aia, vedendo la mia povera cavalla, per fortuna ancora perfettamente tranquilla ed illesa, così buffamente sospesa, esplose in un una gigantesca risata, seguito a ruota da quella di tutti gli altri che, come per epidemia, non poterono trattenersi dal ridere fino alle lacrime. Devo dire che io quella volta alle lacrime ci ero già arrivata senza passare dalle risa, che mi sentivo troppo in colpa nei confronti della mia amica equina.

In pochissimo tempo la staccionata fu segata, mentre io tenevo tra le braccia la sua testa perché non si spaventasse e Tuba fu liberata indenne.

Il maestro, allora, me la fece sellare, mi issò in groppa, mi comandò di andare al passo e poi trottare per qualche minuto, controllando che l'animale non zoppicasse o non fosse rattrappito o contuso. Ma Tuba stava benissimo, era davvero una cavalla eccezionalmente forte. Allora lui mi comandò di galoppare e di andare a saltare un tronchetto basso, appoggiato per terra, che era poco distante, cosa che eseguii con il cuore che batteva a mille, mentre Tuba saltò, serenamente, come nulla fosse accaduto. Poi la sua voce bassa ed un po' perentoria mi ordinò il passo e mi consigliò di tornare a casa.

Solo l'indomani mi diede una notevolissima lavata di capo: appena giunsi all'ora consueta con Tuba per la lezione nel maneggio coperto mi ordinò di scendere da cavallo e di legarla all'apposito anello. Poi mi fece entrare nel suo ufficio e chiuse la porta dietro di noi: io e lui da soli.

Egli aveva una cinquantina d'anni ed era un bell'uomo: molto cuori femminili spasimavano per lui e ci fu poi, anni dopo, uno scandalo che lo coinvolse con una delle sue allieve.

Non che mi piacesse ma era assai difficile essere del tutto insensibili al suo fascino e lui, questo, lo sapeva benissimo.

Per tutti gli anni che io fui sua allieva non mi chiamò mai per nome proprio, come faceva con gli altri allievi più giovani ma sempre con il mio cognome: io ero per lui la signora Amaducci.

Ma quel pomeriggio, in quella stanzuccia che sapeva di cavallo e di polvere di paglia, dopo avermi fatta sedere di fronte a lui, dalla parte opposta della scrivania, mi guardò dritta negli occhi e mi disse: ' Arianna, ma ti rendi conto di quello che hai rischiato?.'

Io abbassai gli occhi, non reggendo quel suo sguardo così umano.

Certo, lui era un personaggio e doveva per forza atteggiarsi. A volte, forse anche molte, avrà dovuto ordinare o fare in prima persona cose che non avrebbe mai voluto ma in quel momento mi trattò come un padre. Poi, con un fugacissimo sorriso, si alzò dalla sedia, aprì l'uscio dello studio e cominciò ad alta voce a dirmene di tutti i colori, che mi vietava di saltare in pineta da sola, che ero stata una pazza, che l'avevo deluso eccetera eccetera eccetera, le solite cosa che diceva a tutti, quando ne combinavamo una. Io uscii rossa in viso e ad occhi bassi, commossa. Poi, assecondai il suo gioco quando tutti gli altri allievi mi circondarono per sostenermi e consolarmi, mentre piangevo a dirotto come una fontana..

Non so se anche quella era una sua tattica ma, vi giuro, funzionò un sacco perché mi ebbe alleata fino all'ultimo, fino a quando me ne andai da lì.

 

Il mondo dei cavalli è un mondo magico ma può essere anche un mondo assai sporco e in un questa sporcizia il letame non è contemplato.

Ho visto picchiare a sangue dei cavalli, perché si rifiutavano di saltare o per altro, non moltissime volte ma alcune mi è accaduto. Mi chiedo ora perché non abbia allora denunciato quelle sevizie. Ero giovane, non avevo le idee chiare come ora, io stessa, qualche volta, ho usato il frustino e gli speroni, soprattutto con Tombolo, sotto comando del maestro. Certo ora, potessi andare ancora a cavallo, non lo farei assolutamente mai ed assistessi a scene del genere correrei a chiamare le forze dell'ordine. Ma allora pensavo che quello fosse nell'ordine delle cose, il rovescio amaro ma necessario di quella lucente medaglia.

Ci fu però una avventura che più di tutti mi lasciò tanto dolore addosso.

 

Facciamo un salto indietro nel tempo e torniamo nel maneggio di Paolo e Marinella, nella seconda estate della nostra amicizia.

Un giorno arrivai all'orario consueto e trovai, troneggiante sotto la tettoia, una gigantesca femmina baia oscura: vicino a lei Nuvola sembrava una formichina.

Era di razza irlandese, aveva sette anni ed era stata di proprietà dell'esercito italiano e poi venduta. Era stupenda. La accarezzai e chiesi a Paolo come si chiamasse. Lui mi disse di sceglierlo io, il nome ed d'istinto esclamai ' Black Power ' che da quel momento rimase suo. Il ragazzo, con uno strano sorrisetto malizioso, mi chiese se volessi montarla, cosa che io accettai, ovviamente entusiasta.

Portò allora la cavalla al centro del maneggio e mi issò su: accidenti come era alta!!.

Mi sistemò le staffe e mi mise in mano le redini che, mi accorsi, erano due comuni corde da lunghina: vidi allora che la cavalla non indossava una normale testiera con morso o filetto in bocca ma una cavezza di corda che aveva come una specie di cappio intorno al suo muso, subito al di sopra delle narici. Avevo visto cose simili sul mio librone – bibbia ma mai da vicino né mai ne avevo usato uno.

Paolo mi spiegò che l'uso era il medesimo ma mi consigliò la mano leggera, cosa che mi stupì, perché ero certa sapesse benissimo quanto io lo fossi, leggera.

Mi misi al passo lungo la staccionata, accarezzando il bellissimo animale sul collo: non avevo mai visto una cavalla così bella, mai, davvero.. Dopo averle sciolto un po' i muscoli, come da manuale, la spinsi al trotto e poi al galoppo. Era come una bicicletta, era favolosa, era come stare seduti comodamente su una bomba atomica, tanto al sentivo potente, sapendo che però non sarebbe esplosa mai. Le parlavo, chiamandola per nome: Power, le davo leggeri comandi con il piede, appoggiando la redine appena un po' di più al suo collo per farla girare, era davvero fluida, cosa che io ho sempre apprezzato moltissimo. Ci sono tanti troppi cavalli di maneggio che, passando da una mano all'altra, si stancano e diventano ' duri di bocca ', come si suol dire, cioè insensibili al morso, e pigri e lenti, perché annoiati ed intristiti da una vita senza affetto vero.

Ma lei era davvero meravigliosa.

Vidi, mentre montavo, che vicino a Paolo, al bordo del maneggio, con i gomiti appoggiati alla staccionata c'erano due uomini che non avevo mai conosciuto. Uno, non era un vero e proprio uomo ma poco più di un ragazzo. Mi guardavano e parlottavano tra loro.

Paolo dopo una mezz'ora mi chiamò e mi comunicò che si voleva andare tutti, con i suoi nuovi amici, a fare una passeggiata in centro, fino alla spiaggia e mi domandò se avessi voluto montare anche in quel caso la nuova cavalla. E certo che lo volevo!

Ero davvero contenta, anzi.

Allora mi presentò i due: del più grande ora non ne ricordo il nome ma il ragazzo si chiamava Mario ed era sardo, così mi disse, aveva diciotto anni ed era pastore e fantino.

Intanto che si sellavano gli altri due cavalli, Mario salì su Nuvola, volteggiandole sopra come fosse un acrobata da circo e si esibì, sotto i miei occhi sgranati per lo stupore ed ammirati, in tutta una serie di volteggi ed esercizi al passo trotto e galoppo che io non mi sarei mai sognata di eseguire neppure nelle mie più ardite fantasie.

Veramente, a chi mi chiedesse quando avevo quattro cinque anni cosa volessi fare da grande, io rispondevo convinta: ' La cavallerizza in un circo! ' ma quello restò il mio primo sogno inespresso.

Quindi guardai Mario con grande ammirazione e gli battei le mani più volte, entusiasta della sua bravura e felice di aver conosciuto uno così bravo: di certo mi avrebbe insegnato tantissime cose che non sapevo.

In effetti quello accadde perché nei mesi a seguire, per tutta l'estate, Mario restò ospite di Paolo e da lui imparai una infinità di nozioni, trucchi del mestiere, ricette e soluzioni che mi furono bagaglio preziosissimo.

Quel pomeriggio, dunque, in quattro, passeggiammo a lungo per il paesino, scambiando informazioni con le gente che ci chiedeva se affittassimo anche le cavalcature e dove: era un bel modo di fare pubblicità al maneggio e noi lo usavamo spesso.

Poi ci recammo in spiaggia, - ormai era sera e non c'era quasi più nessuno -e trottammo sul bagnasciuga, lanciandoci anche in qualche breve galoppo.

La cavalla era docile ma assai recettiva, pronta alle partenze con grande desiderio di correre. Io ero al settimo cielo e mi divertivo un mondo eppure vedevo gli strani sguardi che gli uomini si scambiavano fra di loro: non erano sguardi di ammirazione ma piuttosto di uno stranito stupore. Eppure io davvero non stavo facendo altro che montare una meravigliosa cavalla perfettamente ' dressata ', cioè allenata.

Non me ne spiegai il motivo che il giorno dopo.

Quando arrivai al maneggio alla solita ora vidi subito i tre uomini nel centro: Paolo e l'altro erano a terra mentre Mario montava Power: alzavano grida, insulti, erano furiosi, arrossati, sudati fradici e la cavalla non muoveva più un passo, impennandosi continuamente.

Continuarono per tutto il pomeriggio e non ci fu frusta o speroni che la convinsero a recedere dalla sua decisione di non muoversi: non faceva altro che impennarsi, impennarsi ed impennarsi ancora, stremata, coperta di sudore, tremante e fremente, con gli occhi in fuori dalle orbite per la tensione, le froge dilatate e furiose ma irremovibile.

Marinella, che era giunta a fianco a me, mi spiegò che la cavalla, di proprietà dell'uomo più adulto, era un rifiuto dell'esercito proprio perché, nonostante tantissimi tentativi di ogni genere e tipo, non voleva assolutamente postare il morso. Essere rifiutati dall'esercito, mi disse, era una cosa molto grave e non c'era da pensare neppure di farne una fattrice, che i puledri sarebbero stati rifiutati da chiunque. Mi spiegò che quel signore che l'aveva acquistata per una manciata di spiccioli, se confrontata al valore della razza dell'animale, stava cercando di vedere se, con l'aiuto di Mario, che era molto esperto ed un vero fenomenocon i cavalli, fosse riuscito a convincerla, in un modo o nell'altro, a collaborare docilmente. Se non ci fosse riuscito neppure lui, la povera cavalla sarebbe stato macellata. Io, a quelle parole, mi arrabbiai, gridai, protestai, ne feci e ne dissi di ogni, implorandoli di farmela montare ancora. Tanto insistei che, dopo avermi messo in guardia che se mi fossi fatta male nessuno mi avrebbe pagato i danni e dopo che io li tranquillizzai su quello, si convinsero a farmi provare di nuovo.

Power era al centro del maneggio ed era fuori di sé: le avevano messo una testiera normale con un morso in bocca che agli angoli estremi sanguinava una schiuma rossa che mi atterrì. Dissi a Paolo che le volevo rimettere la capezza del giorno prima e me la feci portare. Intanto la accarezzavo e le parlavo, con la voce tremante dalla pena che mi dava vedere quelle assurde ferite in quella povera bocca ed i baccelli sul dorso ed i fianchi, segni delle frustate. Passando la mano sulla pelle del suo collo teso, indurito come marmo, sudato e coperto di schiuma, le sfilai il crudele attrezzo, le asciugai con il mio fazzoletto da naso la schiuma sanguinolenta e le misi lentamente la capezza di corda. Poi, sempre lentamente la feci muovere piano e le feci eseguire un giro lungo tutto il perimetro del maneggio, perché si calmasse un poco, cosa che sembrò accadere davvero. Finalmente decisi di salirle in groppa, aiutata da Mario che si offrì di darmi la gamba. In sella gli chiedi di allontanarsi: avevo paura, sì, tremavo, eppure qualcosa mi diceva che dovevo rischiare, che dovevo far qualcosa perché Power potesse aver salva la vita. Non mi era mai successo di essere in sella ad un cavallo che si impennasse, sapevo che era piuttosto pericoloso, che assolutamente era necessario spostare il proprio peso in avanti, al contrario della forza che si riceveva dal gesto dell'animale, che invece catapultava indietro, con l'inevitabile e terribile caduta anche del cavallo ed i danni che si possono facilmente immaginare.

Cercai di stare calma e di stare pronta poi diedi la voce alla cavalla, il suono gutturale molto usato conosciuto ed efficace che chiede un aumento di andatura.

La sentii irrigidirsi ma non si mosse. Di nuovo le diedi la voce: li si allertò ancor di più ma non mosse un passo. Allora le appoggiai piano i talloni al costato, sussurrandole: ' Vai, bella, vai, coraggio... ' ebbe un fremito ed accennò ad alzarsi sulle zampe posteriori, ma solo un accenno: io spostai d'istinto il mio peso in avanti ed altrettanto d'istinto mollai le redini, aggrappandomi al suo collo. Power, per fortuna, riappoggiò subito gli anteriori a terra, il suo era stato più che una impennata, un balzo in alto ed in avanti ma io restai aggrappata al suo collo e continuai a parlarle piano, dandole di nuovo una leggera pressione dei talloni. Ancora lei eseguì quella specie di balzo ma questa volta più basso, più leggero. Di nuovo eseguii la manovra e ancora lei sobbalzò ma senza muoversi. Continuammo così per qualche minuto, mentre attorno a me il silenzio di chi mi stava guardando era assai loquace. Poi, dopo un tempo che mi parve interminabile, la cavalla si mosse. Inizialmente fu qualche passetto nervoso, poi, pian piano, si rimise tranquilla ed accettò di buon grado, di trottare e pure di galoppare.

La feci lavorare qualche minuto e poi la misi al passo per asciugare la sua copiosa sudata. Ed anche la mia. Ma era caldo e non si correvano i seri pericoli di infreddatura come quando è più freddo: mettere nella stalla un cavallo ancora sudato equivaleva a farlo raffreddare e a provocargli problemi ai polmoni.

Così la riportai sotto la tettoia, la feci bere un po', che era assetata, le diedi una bracciata di fieno fresco e tornai più velocemente possibile nel gruppo degli altri che avevo visto cominciare a discutere animatamente.

Marinella stava asserendo energeticamente che l'unico modo di montare quella cavalla era con la cavezza di corda e che, dato che con me si era comportata così bene, l'unica cosa da fare era abituarla a quello e punto. Il proprietario di Power e Mario però erano contrari a quella soluzione, asserendo che fosse un metodo di contenimento poco efficace e che quindi montare una cavalla in quel modo fosse sempre troppo pericoloso. Io intervenni, ovviamente appoggiando la teoria di Marinella, anzi, accalorandomi ancor di più: sul mio libro avevo visto che c'erano altri tipi di testiera senza morso e che quindi si sarebbe potuto scegliere il più adatto a lei ma gli uomini sembravano stranamente contrari. Ma non erano contenti che ci potesse essere una soluzione ai problemi della cavalla e che si potesse salvarle la vita? Non era per quello che lui l'aveva comprata? La cosa non mi era chiara e, devo dire, non mi fu chiara mai.

Me ne tornai a casa che così furiosa non ero stata mai. Avevo sentito sotto le mie mani la diffidenza la paura e la riottosità di Power sciogliersi a poco a poco, l'avevo vista calmarsi, ricominciare a collaborare: insomma, io non ero che una ragazzina con pochissima esperienza, se ci riuscivo io, a farla lavorare, perché mai non potevano riuscirci anche loro?

Ma fu evidente che il proprietario di Power la pensava diversamente da me.

Il pomeriggio seguente, quando arrivai al maneggio, trovai la scena di quello precedente, con Mario in sella alla cavalla che aveva di nuovo il morso in bocca ed impennate e frustate e grida. Addirittura le ruppero sulla sommità della testa, tra le orecchie, un fiasco di quelli impagliati, perché non si ferisse, pieno di aceto. Lo fecero perché dissero che ricevere quel trattamento l'avrebbe convinta a non impennarsi più.

La povera cavalla lì per lì rimase quasi tramortita, dal colpo ricevuto e dall'odore forte dell'aceto che le si versò lungo il muso e sul collo ma quando questo le entrò negli occhi e nelle narici, bruciando all'impazzata, lei cominciò ad impennarsi più di prima, correndo più volte il rischio di ribaltarsi. Io mi infuriai, cercai di dissuaderli in ogni modo, litigai, gridai contro quell'uomo così cattivo e stupido ma quello a mala pena mi ascoltava, come non esistessi più. Disse del tutto indispettito che aveva perso anche troppo tempo dietro a quell'animale e che il giorno dopo l'avrebbe fatta portare via al suo triste destino.

Piansi tanto, anche Marinella pianse come me e con me ma non servì a nulla: la cavalla era di quell'uomo insensibile e cattivo, e punto. Allora io e lei, in preda ad un dolore immenso, cercammo di convincere Paolo ad acquistare Power ma i soldi per i cavalli li metteva fuori la signora Dina, dato che ancora il maneggio non aveva dato un gran guadagno e lei non ne volle neppur sentire parlare.

Avessi avuto del denaro mio!!! Avessi avuto una madre come altre che amavano gli animali... ci provai, quella sera, a parlarne con lei ma ebbi solo, in risposta, un'occhiata che fu più eloquente di cento discorsi.

Il giorno dopo, al maneggio, Power non c'era più.

 

Non ho mai mangiato carne di cavallo, nella mia vita né mai di certo ne mangerò, dato che ora sono diventata anche vegetariana.

Sono certa che morirei tranquillamente di fame, piuttosto che uccidere un cavallo per mangiarmelo.

Una volta lessi da qualche parte questa frase, che mi colpì molto: ' Non voglio più nutrirmi di qualcosa che abbia gli occhi.' e questo è oggi il mio pensiero.

Mi chiedo perché l'uomo debba mangiare la carne degli animali, uccidendoli, quando potrebbe benissimo vivere, anzi molto meglio, nutrendosi di legumi verdura frutta e cereali.

Mi chiedo come l'uomo possa trattare con brutalità e violenza ogni altro essere vivente.

Ma queste mie domande non hanno una risposta certa e definitiva.

È evidente che in questo mondo la bestia più grande è colui che dice di non esserlo.

 

Negli anni a venire ho vissuto tantissime altre avventure con i cavalli:

ho visto nascere due puledri, ho visto morire due cavalli, di cui uno sotto i miei occhi, stroncato da un aneurisma mentre saltava un ostacolo in una gara.

Io e Tuba abbiamo arricchito la serie delle nostre follie:

attraversando al galoppo lanciato una siepe di ' spin marug ' dalle lunghe acuminate spine tipo quelle della corona di Cristo, uscendone graffiate dalla testa ai piedi, sia io che lei, io pure con gli abiti lacerati..

rifiutando lei il salto su di una pozza d'acqua e buttandomici dentro, con conseguente bagno di fango...

lei divorando, una notte che era riuscita a sganciarsi dalla sua postazione, un intero sacco da trenta chili di avena asciutta e gonfiandosi come un elefante. Si salvò in zona cesarini ma io ed il veterinario fummo ricoperti dalla testa ai piedi di quel lassativo rosa che cercammo di farle prendere a tutti i costi........

lei dando un calcio allo stalliere che le aveva preso uno zoccolo per aiutare il maniscalco che la stava ferrando, rompendogli una gamba...

io, salvandola da una colica certa dato che mi accorsi che la stupidona aveva defecato proprio dentro la conca di ferro nella quale beveva l'acqua corrente – questo accadde mentre era ospite nei box del circolo - . la cavalla stava male e non si capiva cosa potesse avere: era inquieta, batteva lo zoccolo ripetutamente a terra, non mangiava. Fu proprio il gesto di rampare con l'anteriore il terreno che mi fece dubitare che avesse sete. Era una cosa di cui non ci si preoccupava, dato che i cavalli avevano sempre l'acqua a disposizione. Fu così che, controllando la conca, che era fissata all'altezza di un metro e mezzo circa in un angolo del box, la trovai piena delle sue feci... per forza aveva le scatole girate e stava male, povera Tuba!!! …

Io, facendole prendere uno spavento memorabile quella volta che mi travestii da King Kong. Mi avvicinai a lei per montare in sella, tutta così paludata e non pensai che avrebbe visto un gorilla venirle a fianco e non me!! Infatti reagì nitrendo ed impennandosi, come non aveva mai fatto. Lo stalliere le dovette mettere una coperta sulla testa per farmi salire in groppa!!...

E quando una volta in passeggiata in spiaggia con i cavalli di paolo, uno di loro si rotolò in acqua, portando con sé in un fatidico bagno lo sfortunato cliente che lo cavalcava...

oppure quella volta che mi travestii da passatore per il carnevale del paesino dove Angela frequentava la scuola materna e seguii i carri mascherati con la mia Tuba tutta divertita ed io, con mantella e schioppo, trovati da amici vari ed i baffi posticci...

o quell'altra volta che le maestre della scuola materna di Angela vennero a casa nostra con i bambini del paese e li facemmo cavalcare tutti, uno per uno, a pelo, maestre comprese, mentre Tuba, felice, riceveva carezze carote e zuccherini...

e tante altre cose strane o divertenti che ora sono confuse nella mia mente..

Risento il colpo del suo zoccolo contro la mangiatoia, con il quale ci svegliava e ci richiamava all'ordine, appena faceva mattino, perché scendessimo a darle la colazione. La rivedo nella stalla, guardarmi con quegli occhi dolci ed intelligenti, con addosso la coperta rossa che le mettevo d'inverno perché non avesse freddo e le fasce, sempre rosse, agli stinchi, per riposarle le gambe.

Lei, che quando la comprai era piuttosto nervosa e che poi divenne così docile e dormiva con la capretta e lasciava che le galline le si appollaiassero sulla groppa.

Che amava tutti i nostri cani e lasciava che le si avvicinassero senza calciarli mai.

Che mangiava di tutto, anche il cavolfiore, le barbabietole, ogni tipo di frutta, il pane secco, i finocchi ed era golosissima di zuccherini, tanto da spaccarmi tutte le tasche delle giacche con il muso, per venirli a cercare.

Ma ricordo anche Tex, così bello e bianco e veloce ed originale, un po' nervoso un po' ilare un po' fanciullo.

Ricordo le carraie ed il sordo rumore degli zoccoli contro, l'odore della sera ed i moscerini negli occhi o su per il naso, mentre mi spingevo al galoppo nei giorni estivi. Ricordo ogni altro cavallo che ho montato poi, in vari maneggi in giro per l'Italia e i visi degli amici, le allegrie delle cene e delle feste, i discorsi sempre incentrati sui cavalli.

Il profumo buono del fieno, il colore dorato della paglia, il tatto del cuoio della sella, il sapore di sale del sudore, l'odore del letame e della pelle di un cavallo che, secondo me, è il più buon odore del mondo.

 

Ma quello che mi piace, quando penso al mio vissuto con i cavalli è chiudere gli occhi e rivedere lei, Tuba, alta lunga e sempre troppo magra ma così bella... e sentire di essere ancora lì, a galoppare per i sentieri sabbiosi della pineta, per le radure tra gli altissimi pini o le rive della palude: il nostro respiro, il nostro battito cardiaco all'unisono.

Io e lei e l'universo intero, tutto in un tempo di galoppo.

 

 

 

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Commenti: 4
  • #1

    paola (lunedì, 14 gennaio 2013 00:36)

    ....Oddio !!........dopo tutte queste galoppate sono un po' stordita ....e dopo tutte quelle cadute poi , PEGGIO ANCORA !!!!
    Ma pur essendo frastornata da tutto questo movimento , due parole sul breve componimento postato qua sotto TERAPIA DEL DOLORE , le vorrei dire.....e cioè che il dolore a volte fa trovare parole stupende , come quelle che hai scritto , poche ma pungenti e taglienti come lame , che fanno sgorgare rivoli di sangue non solo dalle colonne che hai così ben disegnato , ma anche da altre parti , le parti dei cosiddetti umani , più o meno nei pressi dei loro toraci...
    Insomma , le due parole sul componimento erano queste : MOLTO BELLO !!
    E poi ce ne metterei anche una terza : BRAVISSIMA !!!

  • #2

    ariannaamaducci (lunedì, 14 gennaio 2013 14:19)

    cara paola..
    ti vedo mentre sudi, correndomi dietro nelle mie galoppate e cadute..
    mi scuso se oggi non sono molto arguta ma sono molto stanca e un po' incarognita nel dolore..
    ma non mi lasciare...mi raccomando.. ti aspetto per la prossima chiacchierata...
    ti abbraccio, cara @>---

  • #3

    PAOLA (lunedì, 14 gennaio 2013 20:56)

    .......CARISSIMA , NON MI PARE DAVVERO CHE L'INCAROGNIMENTO DAL DOLORE , TI RENDA MENO ARGUTA DEL TUO SOLITO , TUTT'ALTRO !!
    PIUTTOSTO MI DISPIACE APPRENDERE DI QUESTI TUOI DOLORI CHE TROPPO SPESSO TI FANNO COMPAGNIA .....SPERO CHE DECIDANO ALLA SVELTA DI ANDARSI A FARE UN GIRETTO DA UN ALTRA PARTE ....CIAO ...A PRESTO

  • #4

    ariannaamaducci (martedì, 15 gennaio 2013 01:01)

    temo, amica mia, anzi sono certa, che le tue speranze andranno deluse..
    i miei dolori possono solo aumentare, sono sempre più immobile, ogni movimento è sempre più difficile..
    inoltre il mio respiro è sempre più corto e un rantolo..
    la vita mi sta lasciando..
    forse ci vorrà ancora tempo ma vedo la luce in fondo al tunnel..
    la luce della pace..
    questo mi rende estremamente serena e allo stesso modo dolente..
    e fisicamente sempre più stremata..

    ciao cara..ancora grazie..