CAPITOLO TREDICESIMO Una gravidanza inattesa. L'esame di maturità. Il matrimonio. Arriva Angela.

MADRE PER SEMPRE - 2012 olio su tela 13 x 18

CAPITOLO TREDICESIMO

 

Una gravidanza inattesa. L'esame di maturità.

Il matrimonio. Arriva Angela.

 

Durante il mio ultimo anno di liceo mio fratello mise incinta la sua giovanissima ragazza e naturalmente si sposarono.

Fu una festa bellissima, lui vestito di bianco con i capelli e la barba lunga, biondo: sembrava Gesù, tanto era bello. Fuori dalla chiesa e al pranzo di nozze ci furono grandi festeggiamenti ed acclamazioni, regali da parte dei parenti e degli amici.

Dato che lui ancora studiava ed era vicino alla laurea, vennero a vivere da noi perchè mia madre si prese come punto di impegno che lui arrivasse a quel traguardo, che si vedeva assolutamente indispensabile per la sua vita.

Io ero contenta.. andavo d'accordo con mia cognata, che era più giovane di me, parlavamo sempre, ero felice che a tavola, a pranzo, ci fosse una atmosfera serena, che ci fosse lei che aveva di nuovo portato il parlare in quel silenzio micidiale che erano i nostri pasti. Altresì mi dava molta gioia sapere che prestissimo un bimbo avrebbe portato la nostra famiglia a riaccendersi con la sua nuova vita.

Ma a maggio mi accorsi di essere io pure in attesa.

I metodi anticoncezionali che avevamo usato nei tre anni precedenti e che ci avevano fino ad allora protetto, ci tradirono.

A quei tempo era molto diverso rispetto a ciò che è poi venuto: mia madre non sapeva che io avessi rapporti con il mio ragazzo, quindi non avevo potuto prendere la pillola e gli altri metodi basati sul conteggio dei giorni fecondi, gli spermicidi locali e la famosissima ' retromarcia ', erano sistemi che presentavano una casistica di insuccesso più ampia. Infatti così accadde che il ritardo del ciclo, che mi allarmò immediatamente, dato che io sono sempre stata molto puntuale, si trasformò in una certezza quando feci uno di quei test comprati in farmacia.

Il cerchietto nella mia urina era del colore di una nuova vita.

Io, però, fui felice di quello e Carlo pure: ci saremmo sposati, avremmo avuto finalmente una vita nostra, con regole nostre, dato che le regole che gli adulti ci imponevano ci stavano piuttosto strette.

Lo comunicai subito a mia madre, senza por tempo in mezzo e lo feci con una grande tranquillità. Lei rimase alquanto sorpresa e si rabbuiò notevolmente. Mi disse che non aveva denaro per il mio matrimonio, che aveva speso tutto quello che le era stato possibile per le nozze di mio fratello e che quindi io non avrei avuto una festa.

Le risposi che non mi importava, che semplicemente ero felice di aspettare un bambino e di sposarmi. Mia madre, dato che aveva appena accettato di buon grado e senza tante tragedie il matrimonio di mio fratello, in qualche modo assorbì anche quel colpo: d'altronde ero sua figlia e lei sapeva benissimo di essere l'unica mia risorsa.

Infatti, come da preavviso e previsione, la famiglia di lui si oppose al nostro matrimonio.

La madre di Carlo ne fece una tragedia e quando lui, alquanto tremebondo, le comunicò che io aspettavo un bambino, disse cose assai pesanti sulla mia moralità e gli impose di non sposarmi, avvertendolo che se lo avesse fatto lo avrebbe disconosciuto come figlio e cacciato di casa.

Io non fui presente a quella discussione, per fortuna, avevo detto a lui che avrebbe dovuto affrontare i suoi da solo, perché intanto sapevo benissimo come sarebbero andate le cose.

Carlo in famiglia era quello che faceva tutti i mestieri di casa e portava denaro con il suo lavoro estivo: di certo per lui veniva speso assai meno di quanto guadagnasse d'estate in segheria e allo zuccherificio, dato che nel frattempo aveva preso il diploma ed era stato assunto in quella campagna stagionale che però assicurava introiti economici paragonabili quasi ad un intero anno di lavoro. Inoltre aveva ottenuto anche la borsa di studio per l'università, alla quale si era iscritto al primo anno l'ottobre precedente.

Carlo ha tre anni più di me ma, essendo io andata a scuola un anno prima ed avendo lui ripetuto la terza superiore, praticamente dal punto di vista scolastico era solo un anno avanti a me.

Avrebbe compiuto ventun anni a settembre.

Furono mesi difficili: mia madre arrabbiata con me, con lui e furibonda con i suoi, i suoi che ne dicevano di tutti i colori su di me, che io l'avevo fatto apposta proprio per sottrargli il figlio, che si era dimostrato così bravo a scuola da riuscire a prendere il diploma – cosa che al fratello maggiore non era fino a quel punto riuscito e che era mostrata, insieme alla frequenza positiva all'università, come fiore all'occhiello, con grande orgoglio al vasto entourage festaiolo e mondano di mia suocera. -

Io mi ero resa conto benissimo di quanto fosse avida ed egoista quella donna e non mi sorprese il suo comportamento, però mi ferì alquanto.

Carlo non volle ascoltare ragioni e disse loro che mi avrebbe sposato lo stesso.

Visse i mesi che lo separavano dal nostro matrimonio come in una specie di limbo, andando a dormire a casa sua, sì, ma trascorrendo il resto del tempo fuori, come fosse un profugo. Spesso veniva a pranzo da me, altrimenti stava a casa di un amico carissimo.

 

In quell'anno mi aspettava un altro appuntamento importantissimo: l'esame di maturità, che di certo rappresentava una pietra miliare nella vita di una giovane donna. Ero sempre stata promossa con ottimi voti, a parte in prima liceo che il ' mio ' professore mi aveva rimandato in greco, dato che allo scritto avevo avuto delle difficoltà. La grammatica e la sintassi greca non è cosa che si possa inventare né assimilare solo ascoltando le spiegazioni: per raggiungerne la padronanza che lui ci chiedeva era necessario impegnarsi in lunghi e costanti esercizi, cosa che io quell'anno non avevo fatto, travolta da tutto quello che era successo proprio con lui. Così mi rimandò.

Io subii il colpo come mi avesse picchiato, mi avesse fucilato lui stesso con le sue mani e, nonostante avessi vissuto tutte le avventure estive che vi ho raccontato, ugualmente studiai così tanto, in compagnia di altri due che avevano subito la stessa punizione, che all'esame di riparazione superai brillantemente la prova, sia scritta che orale, venendo promossa con sette.

Quello studio indefesso ed approfondito mi permise di vivere poi di rendita per tutta la seconda e la terza liceo, in modo che arrivai ad essere ammessa all'esame di maturità con la media del sette abbondante, quasi otto. Quello che mi abbassava la valutazione era il sette in condotta ed il sei in matematica, che il professore di quella materia mi affibbiò a tradimento. Dico questo perché quegli anni furono assai peculiari, dato il fermento del movimento studentesco. Alcuni professori continuarono ad insegnare seguendo il loro metodo prestabilito dalla precedente lunga consuetudine, altri cercarono nuovi metodi e nuovi contenuti ma altri ancora, tra cui il mio professore di matematica e fisica, presero il tutto con faciloneria. Infatti lui entrava in classe e ci chiedeva: 'Volete fare lezione, ragazzi? ' ed ovviamente a quella sua stupida ed inutile domanda seguiva un nutrito coro di no. Quindi avveniva che un gruppetto di noi si recasse intorno alla cattedra, trascorrendo l'ora a parlare con il prof, mentre altri studiavano le materie delle ore successive o, peggio ancora, giocavano a carte, dato che l'unica cosa che lui ci chiedeva era di non fare chiasso. Era il professore del bengodi, amato per quello da tutti. Io non ero d'accordo su questo modo di gestire quel tempo scolastico e dissi al professore ed ai compagni, d'accordo con il fraterno Sandro ed altri ragazzi impegnati nel movimento, che avremmo dovuto trovare modi alternativi e non nozionistici di affrontare lo studio di quelle materie ma, ovviamente, essendo in netta minoranza, fummo zittiti e così si trascorsero i tre anni del liceo senza aprire un libro né di matematica né di fisica, senza far un esercizio né un compito in classe, con la soluzione del sei politico a fine anno.

Per l'ammissione all'esame di maturità il professore propose interrogazioni volontarie su argomenti a scelta che io pure affrontai con un risultato accettabile, dato che quelle materie non mi piacevano affatto e che lui non spiegava mai ma la votazione finale che mi assegnò, il sette in fisica e il sei in matematica, furono un handicap che io davvero non meritavo: se lui avesse fatto il suo lavoro come gli altri professori, io di certo avrei ottenuto votazioni migliori.

Ma era giugno e noi eravamo in pieno marasma per la mia gravidanza e l'esame diventò una priorità minore.

Ugualmente io sentivo l'emozione per quel traguardo, perché, anche se avevo deciso che l'anno seguente non mi sarei iscritta all'università, dato che il bambino sarebbe nato a febbraio, però la mia intenzione era quella di iscrivermi poi e di laurearmi lo stesso. Quindi la maturità e la votazione riportata restavano assai importanti.

Studiai a lungo tutto l'anno, preparandomi coscienziosamente.

All'esame, nello scritto di greco mi aiutò un po' la mia cara Nadia che, essendo bravissima, venne contro alle sue convinzioni e mi passò un foglietto con la traduzione, eseguita da lei in tempo record proprio per poter aiutare qualche amico. Infatti io avevo fatto alcuni errori, dato che il compito era assai difficile: ci avevano dato una versione complessa e fumosa che falcidiò le fila degli esaminandi. Quello fu il primo anno di purga dopo i precedenti, che avevano visto uno sbando totale, rivoluzionando il consueto metro di giudizio. Quindi, dalle votazioni altissime si passò a quelle penalizzanti di quell'anno e di quelli a seguire. In particolare nella nostra classe vi fu la richiesta di moltissime bocciature ed il nostro commissario interno, il professore di filosofia, ebbe il suo da fare per salvare la pelle a molti. Comunque, ugualmente, sette furono i respinti e chi aveva un punteggio basso in condotta, che quasi sempre dipendeva dall'impegno politico e dalle lotte sostenute contro il preside per ottenere gli spazi decisionali per gli studenti, se non fu bocciato fu promosso però con una votazione finale molto più bassa.

Infatti io, che ero candidata per un 60 o un cinquantotto, dato che ero stata ammessa con nove in italiano scritto ed orale, otto in storia e filosofia, latino e greco orale e geografia astronomica, sette in latino e greco scritto, otto in filosofia, sette in fisica, sei in matematica, otto in ginnastica e religione e sette in condotta, adducendo come pretesto che ero andata fuori tema nel compito di italiano, fui promossa con trentasette.

Quando affissero le votazioni eravamo tutti lì fuori e rimanemmo gelati: sette respinti, un solo sessanta, - quello di Nadia, che era assolutamente fuori di discussione, sia perché lo meritasse in assoluto ma anche perchè faceva parte di Comunione e liberazione, - il cinquantasei di Sandro, che stupì molto dato il suo sette in condotta, qualche altro cinquanta a ragazzi appartenenti al medesimo confessionale ed il resto di noi tra il trentasei e il quarantadue.

Il mio trentasette fu quindi uno scandalo. Addirittura alcuni miei compagni che avevano vivacchiato sulla sufficienza scarsa tutti i cinque anni di liceo ebbero votazioni superiori a quaranta, tra cui la stessa Tati, che di certo non si era mai distinta, né per voglia di studiare né per impegno, dato che poi si sarebbe iscritta all'ISEF, per diventare insegnante di ginnastica.

Ma io ero incinta: avevo infranto un muro che mi collocava in una particolare dimensione.

Alle mie lacrime incredule e deluse il professore di filosofia mi disse che aveva dovuto lottare per salvare tanti e che qualcuno aveva dovuto pagare per quello sforzo. Praticamente fui punita per aver osato essere una ragazza impegnata pubblicamente in politica e poi aver avuto rapporti sessuali prima del matrimonio.

Me ne andai ad occhi bassi, senza salutare nessuno, parlare con nessuno. Quel mondo, il mondo della scuola e della giovinezza era ormai definitivamente finito per me.

Giorni dopo ricevetti un telefonata dal mio professore di italiano che si scusò a nome di tutti. Il titolo della prova di italiano ci chiedeva di spiegare la poetica di Giacomo Leopardi alla luce degli accadimenti della sua vita. Amavo Giacomo leopardi. Avevo letto, oltre alla maggior parte delle poesie, tutto il suo ' Zibaldone ', trovando in quella sequela di pensieri riflessioni e spunti poetici una vastissima eco del mio cuore. Avevo studiato la storia della sua vita seguendo come ogni accadimento fosse nello stesso tempo frutto e motore di esplosioni poetiche: il dolore di vivere che diventava poesia.

Per quel componimento avevo scritto sei fogli protocollo in poco più di un'ora ed avevo consegnato per prima, uscendo dall'aula magna dove eravamo tutti riuniti per sostenere la prova, seguita dagli sguardi di invidia di molti. Avevo trattato approfonditamente gli accadimenti della vita del poeta e li avevo collegati alla sua poetica con il grande trasporto che provavo per lui e fu proprio il narrare la sua avventura umana che mi fu imputato come fuori tema.

Il professore mi disse che il mio era il più bel tema che mai avesse letto nella sua carriera e che l'accusa di essere uscita dal postulato era assolutamente falsa e fuorviante. Inoltre mi chiese, a nome di tutti, di partecipare alla cena di festeggiamento, dato che avevo detto, amareggiata, che non sarei andata.

Accettai.

Al lungo tavolo, come per caso, mi trovai seduta quasi difronte al ' mio' professore. Ci guardammo lungamente, perfettamente consci che quello sarebbe stato il nostro commiato, cosa che effettivamente fu, dato che, come ho già anticipato, ci rivedemmo poi solo quella volta, la primavera successiva, quando gli portai la mia bambina e, quarant'anni dopo, quando io sola vidi lui, per le strade della nostra città.

Quanto loquaci ed espressivi possono essere sguardi silenziosi. Quanto amore ci si può dare senza sfiorarsi, in un solo attimo. Fino a riempire ere geologiche di parole e di baci.

Ma la mia vita aveva deciso per me.

 

Io e Carlo ci sposammo i primi di ottobre, in comune.

Al matrimonio vennero poche persone: della sua famiglia solo i fratelli. Anche pochi amici corsero a festeggiarci in quella mattina brumosa che piovigginava.

Io ero vestita con un abito premaman color carta da zucchero, i soliti capelli corti ramati ed indomabili e già evidentemente futura madre, che al quinto mese di gravidanza la pancia era notevolmente aumentata. Lui indossava un paio di pantaloni marroni ed un maglione nero che aveva acquistato mia madre . Non volle giacca non volle camicia e cravatta. Io mi sarei sposata volentieri in jeans ma non mi andavano più e acconsentii alle insistenze di mia madre ad optare per un vestito. Lo odiai, quel vestito, che non misi mai più, dal primo momento che lo indossai fino a quando non riuscii a toglierlo, la sera, per indossare i miei pantaloni della tuta.

Nella bella e vasta sala consigliare un assessore con la fascia del comune della nostra città ci fece dire le frasi di rito, poi ci porse le sue congratulazioni, stringendoci la mano e mettendomi tra le braccia un mazzo di fiori con il nastro recante i colori di quella fascia.

Non sono mai stata imbarazzata nella mia vita come quel giorno.

Scendemmo le antiche scale ed uscimmo dal palazzo del comune. Qualcuno gridò auguri, partì un piccolo applauso, volò un po' di riso. Mi misero in mano il bouquet che io gettai verso quel piccolo gruppetto che ci stava di fronte. Non ricordo chi lo prese, ricordo solo che pensai che Tati non era venuta, che era il matrimonio più triste che avessi mai visto. Carlo era come inesistente, di certo rattristato dall'assenza dei suoi.

Tagliai corto, allora, accusando una stanchezza che provavo davvero, salutammo velocemente gli amici e ci incamminammo a piedi, con lo sparuto gruppetto dei miei cucini e di qualche zio, verso la casa di zia Teresina, che abitava a mezzo chilometro da lì. Niente auto, niente fiori, niente baci, niente di niente.

La zia, poveretta, aveva cucinato per tutti un semplice pranzo di festa, come fosse una domenica qualunque, con i cappelletti in brodo ed il lesso. La torta venne tolta dalla sua custodia di polistirolo ed io la feci tagliare direttamente in cucina: eravamo tanti per il salottino, meno di una ventina comunque, ma tanti per un tavolo ed un divano di famiglia. Ci furono brindisi? Non li ricordo. Qualche zio mi consegnò una busta con dentro un po' di denaro. Dopo un paio d'ore eravamo già a casa mia: mio fratello e sua moglie, che avrebbe partorito di lì ad un mese, già dal giorno del loro matrimonio dormivano nella camera che era stata di babbo e mamma, mia madre si era trasferita nella mia cameretta, che era la più piccola e noi alloggiammo in quella che era stata di mio fratello, dove fu aggiunta una rete al mio lettino. Carlo aveva con sé una valigia con un po' di biancheria, un paio di jeans, due maglioni, un paio di scarpe e un portafoglio, souvenir di Venezia, con diecimila lire dentro: i suoi si erano tenuti persino la borsa di studio del secondo anno dell'università, che erano arrivati da poco.

Ma eravamo giovani.

Io non so veramente cosa ho provato quel giorno.

Vedete che ho ricordi precisi di tutto ma il giorno del mio matrimonio con Carlo è avvolto in una strana nebbia che scolora e nasconde tutto. Ricordo solo che mi sentivo triste, che mi dicevo quanto io valessi poco per tutti quanti. Eppure avevo accudito tanti in ospedale, durante quegli anni: svariate zie, il fratello stesso di Carlo, che ebbe un incidente con la moto, persino Tati, quando tentò di suicidasi ingollando un po' di pillole. Eppure io sentivo di aver amato tanto tutti, quei compagni di scuola che non erano venuti neppure a salutarmi, quei parenti che non si erano preoccupati di rendere più allegra quella festa così dimessa.

Mi vergognai di loro, mi vergognai del mondo intero. E non fu affatto bello.

 

Un mese dopo il matrimonio, per strada sotto casa di Carlo, di fronte al negozio di mia madre, incontrai sua madre che, vedendomi a qualche passo da lei, allargò le braccia verso di me, chiamandomi per nome. Mi abbracciò e mi fece una gran festa, dicendomi che ero diventata proprio una bella ragazza e chiedendomi di andare a pranzo da loro, la domenica prossima. Io rimasi impietrita dallo stupore e non seppi fare altro che ricambiare tiepidamente quell'abbraccio di Giuda ed accettare l'invito, mormorando poche prole di circostanza. Quando mia suocera si allontanò, accomiatandosi, attraversai la strada ed entrai nel negozio. Mia madre aveva seguito tutta la scena da dietro la vetrina e mi disse, asciutta, che ora, dato che soldi da spendere non ce n'erano più, ecco che erano risaltati fuori.

Io pensai, tra me e me che avrei dovuto mandare tutti a quel paese ma sapevo quanto Carlo amasse la madre e quanto avesse sofferto di doversi sposare così. Non che ne avesse parlato molto: lui era uno che non parlava mai di sé, di ciò che provava, ma io sapevo che aveva sofferto e stava male per l'assenza dei suoi.

Diciamo che il nostro rapporto era profondo nel campo dell'affetto, anche da parte mia ma piuttosto superficiale. Vivevamo lo giornate insieme, facevamo cose decidendole insieme ma di quello che provavamo non parlavamo mai. Fu così per tutto il nostro tempo comune.

 

Ripristinati il rapporti con i suoi ci recammo a novembre da una sua zia che abitava a Venezia e vi trascorremmo un mese. La città lagunare nella nebbia era bellissima. La girammo in lungo ed in largo, a piedi e per ogni calle e ponte, Carlo mi fece fotografie con la sua Konica che aveva acquistato l'estate precedente: lui amava fotografare e soprattutto amava fotografare me ma io mi vedevo sempre bruttissima, in quelle foto e gli chiedevo ogni volta cosa ci trovasse in me. Lui mi rispondeva dicendomi che ero sciocca, che io ero molto bella: era molto innamorato di me, era affettuoso, mi affibbiava nomignoli strambi e buffi, tipo ' Talpona ingenua ' dato che non vedevo nulla e che ero talmente ingenua da cadere in ogni trabocchetto che lui mi tendesse. Io mi fidavo ciecamente di lui e qualsiasi cosa mi dicesse per me era verità. Più volte mi fece credere cose strambe ed io rimanevo come una scema quando mi accorgevo che mi aveva preso in giro, spesso tra i risolini di tutti gli amici. Era anche piuttosto dispotico, si faceva sempre quello che voleva lui ed era un vero bastian contrario, rispondendo di no a tutte le mie richieste e proposte. Esattamente come mia madre. D'altronde Carlo è del segno della Vergine, come lei, come fu mio padre e come accadrà negli anni a venire con l'ultima donna della mia vita. Io sono un acquario ma ho l'ascendente in vergine: decisamente con quel segno zodiacale ho un conto aperto.

Quindi, ogni volta che volevo fare qualcosa avevo di fronte a me due o tre giorni di discussioni, dopo di cui lui si convinceva ed acconsentiva. E questo fu, dal primo giorno fino all'ultimo, per ogni cosa.

In quei giorni a Venezia io credo che lui fosse assai felice: i suoi si erano riconciliati, mi amava e ci eravamo sposati, la città era emozionante. Mi baciava e mi diceva ti amo, in continuazione, mi teneva sempre abbracciata: io avevo un estremo bisogno di quel contatto, avevo bisogno di quella presenza: stare sola era per me una sofferenza incredibile, una paura profonda. Lui era allegro, cantavamo sempre. Facevamo progetti per la nostra futura casa in campagna ed i prossimi nove figli dopo quello che avrebbe visto di lì a poco la luce.

A tutti sembravo felice, tutti mi invidiavano. Ma io so che non lo ero.

 

Di una cosa però ero di certo felice ed emozionata: del bimbo che stava per nascere, e dico bimbo perché, dato che nella famiglia di Carlo erano nati solo maschi da tre generazioni, si supponeva che fosse un maschio egli pure.

Comprai libri di pedagogia e puericultura che lessi avidamente. Mi preparai ad accogliere la mia creatura con tutto l'amore che era in me. Gli scrissi poesie.

La prima poesia venne scritta da me a cinque anni e mezzo, in prima elementare, per il mio orsetto. Da allora la poesia non mi ha mai abbandonato. Magari ha latitato per lunghi periodi, ma ogni volta che mi sono risvegliata all'amore è sempre stata con me ed in me. Avevo scritto poesie per il professore, per il mare i tramonti per gli alberi. La natura mi emozionava in modo potente. E quella creatura che era in me e che sentivo muovere imperiosamente, era una fonte di magia.

La gravidanza fu buona ma ingrassai molto, giungendo alla fine di essa ad oltrepassare i cento chili per la prima volta nella mia vita.

Io mi sentivo molto appesantita e stanca, avevo la pressione bassa e mi davano fastidio tutti gli odori, soprattutto quelli di cucina. Nel mese di settembre un amico dei miei, quel famoso farmacista che mi aveva salvato la vita, dato che possedeva una piccola azienda di trasformazione di frutta, mi assunse per quel poco tempo che mi separava dal compimento del settimo mese e questo perché dello stipendio avevamo assolutamente bisogno ed inoltre avrei potuto godere dell'indennità della maternità. Ma dopo due o tre giorni svenni sul lavoro. Davvero non potevo stare in piedi tutte quelle ore, con la pressione così bassa. Allora il farmacista si comportò da vero gentiluomo e mi disse di non preoccuparmi per nulla, che mi avrebbe ugualmente pagato e tenuto in regola per accedere alle convenzioni ma che stessi pure tranquillamente a casa e pensassi solo al mio bambino. Devo dire che devo molto a quell'uomo. Se ne è andato da tempo...... lo ringrazio con tutto il mio cuore di quello che ha fatto per me.

Quel denaro fu prezioso: acquistammo dal figlio di una vicina di casa, per centodieci mila lire - una vecchissima auto, un Maggiolino Wolksfwagen di sedici anni: era un vecchio bidone sfiatato ma almeno potevamo muoverci: in moto con la pancia era assai scomodo e pericoloso e portare il bimbo con noi, poi, impensabile. Da un po' avevamo venduto la vecchia Guzzi perché aveva un difetto meccanico alla frizione che ci lasciò spesso a piedi. Trovare ogni volta i pezzi di ricambio era un'impresa notevole, da svolgere tra i ferrivecchi di tutta la Romagna. Trovammo uno che lo pagò bene e con quei soldi acquistammo un Aermacchi duecentocinquanta Ala d'ora, un po' assettato da corsa, con il manubrio stretto e le gomme a semi-pera per piegare meglio le curve. Raggiungeva i centoquaranta all'ora, di velocità e noi andavamo sempre sparati dappertutto. Ma ora era tutto cambiato. E così comprammo al nostra prima auto.

Poi acquistammo tutto il necessario per il bimbo: lettino, carrozzina, box e mia madre mi regalò tutto il corredino.

A novembre era nato il primo bimbo di casa: ero diventata zia di un bellissimo maschietto biondo. Lo tenevo in braccio e pensavo a quando avrei stretto a me il mio piccolo. Desideravo moltissimo che nascesse ma i giorni sembravano non passare mai.

Finalmente venne il momento della scadenza del tempo ma non accadde nulla. Mi recai a fare un controllo ed il ginecologo mi disse che il bambino non era girato bene e mi fece fare una lastra con la quale si vide che veniva giù di spalle, con la nuca piegata. Ma il medico mi esortò a non preoccuparmi, che di certo al momento giusto si sarebbe girato. Guardando quella lastra, che era come una vera e propria fotografia al negativo del mio bambino, mi commossi moltissimo, anche perché ci accorgemmo che si stava succhiando il dito nella mia pancia. Si vedeva molto chiaramente.

Qualche giorno dopo sentii dei dolori e una forte tensione al basso ventre: la pancia, che fino a quel momento era altissima tanto da rendermi difficile anche il respirare, mi si era abbassata all'improvviso. Mi recai in ospedale e mentre mi visitavano mi si ruppero le acque: era sera, una sera di febbraio dell'anno millenovecento settantaquattro. Avevo da pochissimi giorni compiuto diciannove anni.

Mi ricoverarono. Non subentrando altre doglie per tutta la notte mi tennero a digiuno e alle sei del mattino mi prepararono per un parto pilotato, mettendomi una flebo con un medicinale per l'induzione delle contrazioni.

Ero sola, ero stata sola tutta la notte. Alle 8 del mattino cominciai ad avere le doglie espulsive e cominciai a spingere. Ma nulla accadeva.

I dolori crescevano di intensità e io spingevo sempre più forte.

Partorimmo in dodici, quella mattina, io fui la prima ad entrare e l'ultima ad uscire. Tutte le altre future mamme arrivavano alla sala parto, - che era adiacente a quella travaglio dove io mi contorcevo in quel lettino dalle lenzuola sudate, in preda ad un caldo terribile seguito da un altrettanto terribile freddo - cacciavano due grida ed il bambino usciva. Io: spingevo e spingevo, ma nulla.

Cominciai a piangere, stavo malissimo. Le ostetriche mi sgridarono ammonendomi che stavo spaventando le altre partorienti. Io chiesi loro aiuto, le implorai di fare qualcosa, qualsiasi cosa, anche di farmi morire ma che facessero cessare quell'atroce dolore: le doglie, indotte dal medicinale, erano vicinissime ed impietose, ad ognuna avevo conati di vomito e le viscere mi si rivoltavano ma loro mi comandarono di smettere di lamentarmi, accusandomi di essere noiosa, di non spingere bene, nel modo giusto. Io mi impegnavo sempre di più ma ormai ero sfinita..

Mi lasciarono lì ore, fino a mezzogiorno, da sola. Loro erano attorno alle altre oppure preparavano i letti ed il resto, parlando fra di loro di quello che avevano fatto la sera prima. Ricordo ancora molto bene i discorsi di una che si lamentava di un litigio avuto con il marito a causa della suocera. Il tempo trascorreva e di me non si curavano. Venne un paio di volte la capo ostetrica a visitarmi, mi disse che ero al massimo della dilatazione, che se mi fossi impegnata, con poche spinte lo avrei fatto, il bambino. Io davvero stavo spingendo con tutte le mie forze ma il bambino non nasceva affatto.

A mezzogiorno arrivò il primario che si arrabbiò furiosamente con tutti, dicendo che erano tutte pazze: ' Ma me la volete far morire, questa povera bambina!!!!!??? ' gridava ed alludeva a me. ' Perché non mi avete chiamato prima??? ' Era da lui che mi ero sempre recata ogni mese per i controlli, lui mi conosceva bene, era anche amico di mio padre.

Mi fece immediatamente portare in sala parto: io ero sfinita. Il battito del bambino stava diventando sempre più fievole. Mi applicarono la ventosa tre volte, gonfiandomi come una mongolfiera. Nulla.

Poi mi fecero la manovra di spingere a monte della pancia assecondando la doglia. Fu terribile. Mi sembrò di sentirmi scappare fuori gli occhi dalle orbite. Tre volte anche quella. Nulla. Allora il primario mi tagliò.

Non mi fece anestesia, mi disse il motivo ma non me lo ricordo. Sentii perfettamente il taglio ma qualsiasi cosa, che facesse qualsiasi cosa: anche la morte era meglio di quel dolore che era pazzesco. Mi tagliò la vagina e l'utero a T, ebbi ancora due doglie e finalmente la bambina uscì: pesava quasi quattro chili.

Aveva la fontanella già calcificata e quindi la testa non aveva cambiato la sua forma allungandosi e seguendo il canale del parto. Era grossa, aveva due spalle da gigante, non sarebbe passata mai. Aveva sofferto tantissimo, la mia bambina, forse come me: avrebbero dovuto praticarmi un cesareo ore ed ore prima. Il suo nasino era tutta ammaccato e livido e così restò per qualche mese. Quando me la fecero vedere sembrava un mostro, così livida e gonfia.

Io ero volata via: sentendola uscire da ma avevo sentito il più immenso sollievo mai provato e che mai più avrei provato, poi, quasi svenni.

Mi cucirono, più di quaranta punti, nella semi incoscienza sentivo i fori dell'ago nella mia carne e pensavo che mai e poi mai avrei potuto affrontare di nuovo una cosa così.

Mi portarono in camera..

Lì ad aspettarmi c'era Carlo che fece le foto alla piccola: era molto emozionato. Mia madre era arrivata dopo la chiusura del negozio.

Io ero così stanca e mi sentii disperatamente sola. Raccontai la terribile esperienza che avevo appena vissuto ma questo non sembrò toccarli particolarmente.

Anche se lui lui fu affettuoso il mio dolore restava comunque semplicemente una cosa mia. Mia madre disse che davvero la piccola aveva un pessimo aspetto.

Dato che non avevamo pensato a nomi per una femmina, rimanemmo un po' incerti, poi decidemmo di chiamarla Angela. Carlo mi disse che era felice e mi abbracciò. Io sono certa che lui lo fosse. Io pure lo sarei stata, desideravo quel figlio ma avevo sofferto troppo. Dentro sentivo una rabbia feroce, avrei voluto urlare ma non dissi nulla.

Dopo un po', finito l'orario di visita, andarono via e rimasi sola con la bambina che dormiva nella culla accanto al mio letto, sfinita anch'essa. Mi alzai per andare in bagno senza chiamare nessuno e mi guardai nello specchio: avevo tutti i capillari del viso e degli occhi scoppiati, ero un mostro.

Mi sentivo una bestia da macello perché così ero stata trattata, forse peggio.

Fu davvero terribile. Ma non ebbi tempo di riposare.

La piccola, il giorno dopo che fui dimessa, cominciò a stare male: rigurgitava tutto il latte artificiale che beveva dal biberon. Infatti, a causa della mia elevata miopia, non ho potuto allattare nessuno de miei figli. Ogni volta ebbi montate lattee abbondantissime e piansi, su quel dono di Dio che andava sprecato. Inoltre avevo un gran dispiacere di non poter provare la dolcezza dell'allattamento, del sentire che la mia vita stava dando la vita alla mia bambina. Più volte ho provato la tentazione di offrire loro il mio seno comunque, almeno per una volta ma poi, pensando che si sarebbero potuto stranire per il ritorno al biberon, non lo feci mai.

La piccola succhiava avidamente ma poi rigurgitava quasi tutto. Ci allarmammo e la portammo da un pediatra di fronte a casa, amico di famiglia: lui ci disse che andava tutto bene, che era normale quello che stava accadendo ma il giorno dopo Angela peggiorò: era quasi letargica ed aveva diarrea.

Decidemmo allora di portarla in ospedale.

Fu immediatamente ricoverata e messa sotto flebo. Ci dissero che molto probabilmente sarebbe morta: aveva una gastroenterite grave ed era molto disidratata. La temperatura si era alzata ed era passata a febbre, c'era il rischio di convulsioni. Io, con i punti ancora non assolutamente rimarginati, perché da sempre riparo le mie ferite, anche quelle del corpo, in modo lentissimo, stetti giorni seduta su di una sedia, accanto alla mia creatura, controllando il flusso della flebo, vegliandola, cambiandola, cantandole piano canzoncine, chiedendole di non morire, di rimanere con noi. Carlo stava con noi appena poteva: eravamo annichiliti.

Per fortuna Angela si salvò, ricominciò a mangiare, succhiando i pochi grammi del nuovo latte che le porgevo con il biberon e cominciando a piangere.

Io avevo tantissimo latte, il seno mi faceva male, mi diedero pillole per mandarlo via: era una follia.. La mia bambina moriva a causa del latte artificiale ed io dovevo subire quella grave onta.

Piansi tanto: quel cibo d'amore era di nuovo un cibo di morte.

Per fortuna lei sopravvisse perché era molto forte, solo che stette male per anni. Fu sempre sotto peso e, dai zero ai tre anni subì tredici ricoveri. Ebbe anche più volte le convulsioni.

Una volta ero sola in casa quando lei stette male ed uscii per strada - allora eravamo già in campagna – e cercai di fermare le macchine che passavano. Lei era tramortita svenuta tra le mie braccia. Diversi corsero via.. fu molto brutto.

Ogni volta che la piccola stava male e veniva ricoverata in ospedale io passavo giorni e notti accanto a lei, su di una sedia, colta dall'angoscia, dalla paura e da un senso di impotenza che faceva più male di tutto.

Comunque quella prima volta si salvò e dopo un paio di settimane fummo dimesse. Tornai nella casa di mia madre ed iniziai il ritmo della vita di una madre.

All'improvviso mi sentii cambiare: fu come si aprisse una porta e il sole entrasse a rischiarare una parte della stanza che prima non era visibile. Capii ad un tratto e tutto in una volta cosa volesse dire essere genitori, cosa significhi la parola abnegazione. Pensai a mia madre, al suo punto di vista, alla sua vita dall'altra parte della barricata.

Una porta si era aperta ma altrettanto chiaramente ne sentii un'altra chiudersi: non ero più una figlia ma una madre.

La mia vita era radicalmente cambiata.

 

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