CAPITOLO DODICESIMO La madre di Carlo, Bertino, Nuvola.. - IL VOLO DI UNA BAMBINA CHIAMATA ARI -

IL VOLO DI ARI- 2008 olio su tela 35 x 45

 

CAPITOLO DODICESIMO

 

La madre di Carlo, Bertino, Nuvola..

 

 

Io frequentavo regolarmente la casa di Carlo, dato che, abitando loro di fronte alla chiesa, conoscevo i suoi da sempre.

All'inizio mi accolsero con tutti gli onori: anche se molto giovane ero però assai carina, di ottima famiglia, molto brava a scuola e famosa, per quello. Inoltre c'era anche un po' di capitale, che di certo non guastava.

Lui era particolarmente attaccato alla madre e le faceva continuamente piccoli o grandi regali e sempre si piegava ai suoi voleri: era il mediano di tre figli maschi e praticamente, dato il suo buon carattere, la madre gli aveva insegnato a fare tutti i mestieri di casa e, secondo me, abusava della sua disponibilità, facendoli fare più o meno tutte le pulizie.

Abitavano in affitto un vastissimo appartamento sontuosamente arredato e stracolmo di ninnoli.

Decisamente la mia futura suocera era tutto quanto io aborrivo: parrucchiera, trucco, vestiti, feste con gli amici... aveva una vita sociale intensissima e la sua casa era sempre piena di gente per giocare a carte, mangiare oppure ballare. Sempre mi invitavano ed io andavo, anche perché Carlo si dispiaceva molto se io mi negavo.

Ma ci si accorse molto presto che eravamo piuttosto incompatibili: loro erano di destra, addirittura nostalgici, io di estrema sinistra. Ovviamente Carlo, dopo qualche discussione, decise che sarebbe stato di sinistra pure lui e questo ai suoi ovviamente non piacque. Inoltre lui a scuola non era un fulmine a ciel sereno e, poiché passava tantissimo tempo con me, non studiava mai, nonostante io lo cazziassi continuamente, per quello, dato che io ritenevo la scuola una priorità essenziale. Ma a lui piaceva ben poco e fu per tre volte rimandato a settembre con quattro materie. Il terzo anno lo ripeté, cosa che gli costò anche una sonora dose di busse, gli altri riuscì a farsi promuovere all'esame di riparazione.

Ma sua madre incolpò sempre me di essere la causa degli insuccessi scolastici del figlio.

Altri erano anche i punti di attrito con il comportamento dei suoi: non gli davano mai denaro e tenevano per sé tutto quello che lui guadagnava, lavorando duramente nei mesi estivi. Praticamente il cinema, la pizza, le merende, la miscela per la moto era tutto a carico mio, se volevo che lui stesse con me. Non che a me importasse spendere per lui il mio denaro, tutt'altro ma mi sembrava ingiusto per lui, che si vergognava molto di quella sua condizione di perenne squattrinato. La madre acquistava in continuazione vestiti ed altro abbigliamento per sé ed io trovavo questo molto egoista: ne comprasse uno in meno, che tanto era assai brutta ed aveva un gusto molto pacchiano e facesse fare al figlio la vita che conducevano gli altri suoi coetanei.

Forse avevo ragione, forse torto, mi sono poi accorta che i figli sono assai egoisti nei confronti dei genitori e pieni di pretese. Io vedevo che mia madre, nonostante fosse sempre in rincorsa di denaro, però non mi privava della possibilità di vivere la mia giovinezza. Se non ci fossero stati i miei soldi il povero Carlo avrebbe avuto molte meno possibilità di divertimento. Allora l'economia girava e tutti si era portati allo spendere e, nonostante io fossi contraria al lusso e vestissi come si usava tra i sessantottini, con jeans magliette, scarpe da tennis e il fatidico eskimo; nonostante non mi truccassi e non spendessi il mio denaro in beni così futili, però non mi facevo scrupolo nell'impegnare i miei soldi in ciò che ho altrove descritto.

E poi, su tutto, una cosa non potevo assolutamente perdonare a quella donna così frivola, e cioè di vestire il figlio sempre cercando di risparmiare, acquistando a prezzi stracciati scampoli di stoffa, per fargli cucire da una sua amica pantaloni e giacche, ad onta del risultato visivo: lui era molto sovrappeso ed aveva i capelli rossi: camicie viola o verde pisello e pantaloni e giacche giallo oro o verdone operato, tipo stoffa da divano, gli stavano veramente da cani. Il fatto è che lui non se ne rendeva conto ed era sempre tutto fiero quando la madre gli faceva cucire qualcosa, venendo poi da me a far bella mostra delle sue novità. Quando me lo vedevo apparire davanti così conciato io mi arrabbiavo moltissimo, chiedendogli se si fosse guardato nello specchio. Ogni volta litigavamo, per quello, noi che litigammo sempre pochissimo nei lunghi e numerosi anni che abbiamo condiviso. Davvero sembrava che ogni cosa che dicesse o facesse la sua mamma fosse sopra di ogni dubbio e giudizio negativo.

Comunque, alla fine di quelle discussioni, io gli dicevo che se avesse voluto continuare ad uscire con me, avrebbe dovuto vestire in modo consono. E finì che, ogni volta che mi recavo con mia madre a fare acquisti per il negozio e compravo per me indumenti, altrettanti ne compravo per lui: neppure mia mamma poteva vederlo girare con il verde pisello o il giallino addosso. quella fu una delle pochissime cose in cui io e lei ci trovavamo completamente d'accordo, in quei tempi.

Lui, però, difese sempre la madre ed i suoi e non prese mai le mie parti quando accaddero tensioni e poi veri e propri scontri. E questo mi pesò sempre molto.

Ma d'altronde anche mia madre non ci andava leggera, con lui, che non piaceva neppure a mio fratello ed allo zio.

Quindi i nostri ci osteggiarono sempre ma a noi non importava.

 

Sognavamo di andare ad abitare in campagna di avere centinaia di animali e dieci figli.

Lui mi amava, ero una dea, per lui.

Io amavo il professore e Tati mi portava a stare lunghe ore lontano da Carlo ma, alla fine, loro non mi avevano voluto ed io dovevo amare per vivere: ne avevo assolutamente bisogno. Sapevo che non amavo veramente Carlo ma era troppo difficile per me, era impossibile affrontare tutto quello che si nascondeva nel mio subconscio. Era molto più semplice mentire a me stessa, convincendomi di amarlo e di desiderare di vivere tutta la mia vita con lui.

Infatti così feci.

 

Alla fine di quella estate straordinaria ebbe inizio una delle attività più straordinarie della mia vita stessa.

Lungo la statale che correva tra la ferrovia ed il mare, appena fuori della cittadina balneare di cui sempre parlo, c'era una specie di baretto - chiosco in cui una rubiconda signora, la famosissima signora Dina, ' Regina della piadina' serviva ai turisti e ai lavoratori affamati, delle fantastiche piadine farcite con salumi di ottima qualità, annaffiando il tutto con vino genuino – anche se io allora bevevo solo birra o coca cola-.

Era un posto un bel po' strambo, costruito con tavelloni di cemento vibrato e con il tetto ondulato, il tutto dipinto con vernici lavabili dai colori molto accesi, verde rosso e bianco. Davvero un pugno in un occhio ma la piadina era davvero da primato, i prezzi contenutissimi e la signora assai simpatica. A noi, sempre alla ricerca di merende e luoghi dove trascorrere qualche ora fuori dalla città, non ce lo eravamo fatto scappare di certo. Ma un giorno che ci recammo là vedemmo che due ragazzi stavano piantando pali per fare una palizzata. Poco più indietro, sotto il piccolo pioppeto che gettava la sua ombra su di un rettangolo di terra sabbiosa, avevano costruito una tettoia e dentro vi erano legati tre cavalli. Naturalmente andammo a vedere cosa stessero facendo e fu così che conoscemmo Paolo, figlio della signora Dina e Marinella, la sua fidanzata. Avevano un paio di anni più di noi ed avevano deciso di aprire un piccolo maneggio, approfittando di quella area ombrosa e ventilata rin iva al mare, della posizione piuttosto favorevole, poiché il passaggio delle auto era notevole, sulla statale che conduceva a Rimini e, non per ultimo in fatto di importanza, il fatto che la madre avesse una vasta ed affezionata clientela che poteva essere interessata alla cosa esattamente come avrebbe offerto un ristoro a coloro che si fossero fermati per cavalcare.

Insomma, una attività avrebbe aiutato ed integrato l'altra.

Inutile dirvi che io fui la loro prima cliente, dato che quel giorno stesso presi a noleggio uno dei loro cavalli, pur se il recinto del maneggio non era ancora finito.

Non era la prima volta che andavo a cavallo, c'ero salita un'altra volta con mia cugina, l'anno precedente che ci recammo io e lei in tandem in un'altra cittadina balneare limitrofa, in cui esisteva un maneggio. Ma lì l'ambiente era assai chic, dato che era un vero e proprio centro ippico con vaste stalle ed impianti per il salto agli ostacoli. Nel maneggio dove ci misero al passo con le nostre due cavalcature, c'erano altri ragazzini e ragazzine, vestiti di tutto punto con stivali, pantaloni da equitazione e cap.

Il maestro, quindi, ci trattò con molto distacco ed io e mia cugina ci sentimmo così a disagio che non tornammo più, pur sentendo entrambe il desiderio di cavalcare.

 

Ma l'anno seguente io ebbi una bellissima esperienza con i cavalli, proprio nell'estate stessa in cui morì mio padre e poi per diversi mesi successivi.

La zia che mi aveva ospitato mentre lui era in fin di vita, sapendo la mia grande passione per quei meravigliosi animali, un giorno condusse me e mio cugino a fare una passeggiata dentro l'ippodromo di corse al trotto che era nella nostra cittadina, dove lei conosceva uno degli stallieri, che fu gentilissimo con noi e ci fece salire sul suo calessino per farci provare quell'ebbrezza.

Quando poi, dopo la scomparsa del babbo, tornai a casa con mia madre e mio fratello, nei lunghi pomeriggi seguenti, così tristi e solitari, io mi recai di nuovo all'ippodromo, spinta del grande amore e dal desiderio di stare tra i cavalli e gli uomini di cavalli.

Lo stalliere si affezionò subito a me e cominciò ad insegnarmi tutto quello che bisognava sapere per accudire un cavallo.

Risultò che ero decisamente portata e che quegli animali assai insanguati e nervosi, perché alimentati in modo assai energetico per farli correre con prestazioni il migliore possibile, mi accettavano con docilità, divenendo consenzienti assai più del solito a farsi accudire. Inoltre, come ho già detto più volte, ero davvero forte e sviluppata, era grande come adesso e muscolosa, per il tanto nuoto di ogni estate e la bici il pallone i pattini e tutto il resto. Quindi imparai tutto subito con grande facilità. Appena finito di mangiare, ogni giorno correvo all'ippodromo: non avevo detto a nessuno, che ci andavo, per paura che me lo vietassero, cosa assai probabile, se non certa. Ma il fatto che io uscissi e stessi fuori casa era una cosa normalissima. Così passavo ore nella lunga scuderia, dove Bertino, il vecchio capo stalliere ed ex fantino, coadiuvato da un altro soggetto un po' male in arnese e un po' tonto, del quale ora non ricordo il nome, si prendeva cura di una trentina di bellissimi animali di pura razza, tra cui alcuni erano soggetti che già gareggiavano, altri, puledri che stava domando ed allenando, poi c'era uno stallone di rango e qualche giumenta da riproduzione con i puledrini piccoli che ancora allattavano.

Lo so che sembra una favola, che un vecchio uomo di cavalli possa aver affidato alle cure di una ragazzina di undici anni animali così preziosi ma questo accadde: in breve tempo ero diventata autonoma, sapevo cosa dovevo fare e come: pulivo qualche box dagli escrementi, aggiungendo paglia pulita e fresca, mettevo in tutti le razioni di fieno e d'avena, poi andavo a prendere le giumente dal recinto grande e le riportavo nelle loro abitazioni, tenendole con la lunghina alla cavezza, seguite dai loro puledrini che trottavano loro al fianco, nitrendo. Prima di farle rientrare nei loro box, le legavo nello spazio apposito e davo loro una bella strigliata, pulendo persino gli zoccoli con l'apposito ferro, prendendoli in mano come mi aveva insegnato lo stalliere.

Intanto lui allenava i puledri di due anni che avrebbero debuttato presto nelle gare. Io lo aiutavo ad attaccare il sulky, lui da una parte ed io da quell'altra del cavallo, in modo da fare prima e, quando rientrava dopo i giri di pista, con il cavallo sudato fradicio, lo staccavo dal sulky, gli passavo la stecca con l'alcool denaturato per fare uscire il sudore dal mantello e lo passeggiavo, sempre con lunghina alla cavezza, finché non fosse stato asciutti, mentre lui ne allenava un altro. Poi lo strigliavo e lo spazzolavo alla perfezione e lo riconducevo nel box, dove lo attendeva il suo pasto.

Molto spesso accadeva che invece del sulky si attaccasse un calesse più pesante che serviva per allenamenti intesi a dare resistenza e ad aumentare la muscolatura dell'animale. Allora Bertino mi faceva salire con lui, mettendomi tra le sue gambe, mi faceva afferrare le redini e mi insegnava a guidare il cavallo, cosa che non era poi così semplice perché quegli animali erano davvero bizzarri.

Però stavo imparando assai bene e lui già parlava di venire a chiedere a mia madre il permesso di farmi fare l'iscrizione ai driver e prendere il patentino con l'assicurazione, perché diceva che voleva fare di me una campionessa.

Io ero al settimo cielo.

Tutto quello duro diversi mesi, fino alla primavera successiva, quando, un giorno, Bertino mi chiamò nella stanza dei finimenti, mi mise in mano una rivista e mi disse di sfogliarla. Non avevo mai visto nulla di simile: foto e foto di donne nude oppure vestite in modo piuttosto provocante che si accoppiavano con uomini altrettanto nudi, in posizioni piuttosto esplicite.

Io non ero capace di staccare gli occhi da quelle immagini, come ipnotizzata, mentre l'uomo mi guardava senza dire una parola.

Fu Carlo a salvarmi, quella volta, dato che lo avevo conosciuto da un po' e proprio quel pomeriggio lo avevo invitato a venire lì per vedere i ' miei ' cavalli.

Quando riuscii a scuotermi da quella lettura strabiliante ma di cui sentivo fortemente la pericolosità, resi senza commenti la rivista allo stalliere e gli dissi che stavo aspettando il mio amico, che sarebbe giunto da lì a poco. L'uomo sembrò riscuotersi lui pure, prese il giornale e mormorando come tra sé e sé, uscì dalla stanza dei finimenti e si rimise al lavoro.

Carlo giunse davvero, pochissimi minuti dopo.

Nei giorni seguenti io mi recai ancora un paio di volte all'ippodromo ma sentii chiaramente che qualcosa era cambiato, come se l'incantesimo si fosse rotto e così non tornai più.

 

Era molto molto tempo che non ripensavo a questo fatto che vi ho appena raccontato.

Ed oggi mi chiedo due cose: la prima è come poté mia madre non accorgersi di nulla, non sentire l'odore di cavallo che avevo addosso e sui vestiti, dato che lei aveva un olfatto piuttosto sviluppato e piuttosto noioso e se ne stava sempre con il naso all'aria in caccia di ogni cattivo odore da debellare in casa ed addosso a me. Di certo in quei mesi stava malissimo, ma....

La seconda è un semplice perché. Perché tutti da me hanno sempre e solo chiesto sesso?

E questa è una domanda che resterà senza risposta.

 

Quanto avevo imparato da Bertino mi risultò davvero utile e ben presto io mi offrii come aiutante a vasto raggio, nel maneggio di Paolo e Marinella, prendendomi cura dei cavalli, della loro pulizia, delle stalle, del cibo, dei secchi d'acqua, dato che non vi era l'impianto di acqua corrente.

Poi, imparando prestissimo a cavalcare assai bene e con totale assenza di ogni paura e difficoltà, comincia ad accompagnare la clientela in passeggiata lungo i campi, fuori dal maneggio, che c'era una carraia assai lunga sulla quale si poteva galoppare in libertà, oppure la mattina prestissimo, all'alba, in spiaggia, cosa che era assolutamente meravigliosa.

Acquistai anche un paio di manuali sulla monta con la sella inglese ed insieme noi tre – Carlo non montò mai a cavallo, restando a guardare me, tutto il tempo - cercammo di migliorare il nostro stile e la nostra tecnica, per poterla poi insegnare a chi veniva ad affittare i cavalli e non era aveva ancora imparato a montarli.

Infatti uno dei miei compiti principali divenne poi quello di insegnare i primi rudimenti a chi giungeva senza aver nessuna esperienza, facendo camminare e trottare il cavallo con il cavaliere, trattenendolo per la capezza con una lunghina di una ventina di metri, e facendolo muovere in tondo intorno a me: la mia pazienza e la mia predisposizione ai rapporti interpersonali mi resero molto adatta a ciò.

Quel sodalizio durò fin dopo la nascita della nostra prima figlia, fin quando io e Carlo non ci trasferimmo a Ravenna. Anzi, ricordo benissimo che andai a cavallo fino a gravidanza inoltrata.

Vissi tante avventure con quei ragazzi ed i loro cavalli, che in parte vendevano alla fine della stagione per poi comprarne altri alla primavera successiva.

Il mio primo amore fu Nuvola, una piccola cavalla sarda dal mantello sauro.

Fu lei che mi insegnò a cavalcare, fu lei che mi parlò, raccontandomi tutti i segreti dell'amore tra uomini e cavalli.

Era piccola di statura, come tutti gli esemplari della sua razza e come quasi tutti gli abitanti di quest'isola, ma fortissima, caparbia, generosa se presa per il verso giusto, riottosa e indomabile se presa per il verso sbagliato, tanto che non la si potava dare a tutti, perché se prendeva qualcuno in antipatia, lo tirava presto o tardi per terra.

Per quella ragione divenne ben presto la ' mia cavalla ', dato che anche Marinella a Paolo ebbero qualche problema con lei. Io glielo dicevo: ' Il segreto, con lei, è non andare contro al sua volontà, è assecondarla, lasciandole la possibilità di galoppare e sfogarsi un po', prima di cominciare a lavorare. '

Era troppo nevrile ed aveva bisogno di correre. Loro avevano paura della sua velocità e cercavano di frenarla, trattenendola con le briglie, cosa che la faceva arrabbiare tantissimo e quindi scalciare e sgroppare, facendoli poi cadere di sella. Io, invece, non avevo paura: le lasciavo le briglie appoggiate, tese ma non tirate, come avevo letto nel manuale, abbandonandomi completamente a lei ed al suo velocissimo galoppo, tanto che si abbassava persino di parecchio, allungandosi nelle falcate, sentendomi un tutt'uno con lei. Pesava tre quintali e mezzo ed io già ottanta chili, era piccola assai, rispetto a me ma eravamo davvero un corpo ed un'anima sola quando, sul bagnasciuga, al mattino prestissimo, lasciavo che frangesse la risacca delle onde con i suoi piccoli e fortissimi zoccoli, sentendo solo gli schizzi dell'acqua marina, il vento, il suo respiro ed il mio cuore, inebriandomi.

Purtroppo Paolo e Marinella la vendettero, a metà della seconda stagione, ad un signore che se ne era innamorato e che offrì loro una bella sommetta. Io non potei impedirlo e ne fui così addolorata da rimanere inconsolabile.

Al suo posto acquistarono Andromeda, una cavalla russa della razza del Don, saura anch'essa, ma molto alta ed esile e piuttosto nevrastenica, con la quale non legai mai, preferendo allora Pedro un grigio pomellato pacioso e pigro ma forte ed instancabile, se spronato a puntino, o Dea, una vecchia gentildonna baia, che fu poi la prima che montai, quel giorno famoso del nostro incontro. Era così mansueta che era assai affidabile e poteva portare in groppa chiunque, anche bambini piccolissimi.

Ma Nuvola aveva il vento, nel sangue, il profumo del mare e fu quello che mi fece innamorare di lei.

 

Anche a questi accadimenti della mia vita era molto tempo che non pensavo più e devo dire che oggi rimango alquanto shoccata rendendomi conto che il mio primo amore equino fu una irriducibile femmina sarda da cui fui separata, cosa che mi spezzò il cuore.

Sa quasi dell'incredibile, dato che, come vi racconterò, una irriducibile femmina sarda, umana, questa volta, è stata il mio ultimo amore terreno, separandosi da me e spezzandomi il cuore.

Solo ora mi rendo conto di questo, non vi avevo mai pensato.

E se avessi avuto ancora qualche dubbio sul mio vero nome di battesimo ora non l'ho davvero più.

Perché io mi chiamo ' Destino ', figlia e vittima sacrificale di questa legge incomprensibile che tutto muove e che ha mosso le mie fila con una precisione chirurgica ed una vena di, per me incomprensibile, sottile intelligente ed fantasioso sadismo.

 

termino questo capitolo con il testo della canzone: ' Mediterraneo sentimento ', scritto da me quaranta giorni fa, ascoltando una musica del valente musicista Giacomo

Gilio.

Sono parole scritte per la Sardegna e per tutti i suoi figli, cavalli compresi.

Ciao Nuvola, grazie.

 

 

 

MEDITERRANEO SENTIMENTO

 

musiche di Giacomo Gilio

 

E' il vento che porta quel colore

l'odore

l'amore delle nubi

 

le forre

il mirto delle dune

 

Il mare è come un aquilone

e vola

calando negli abissi

di sabbia

e rapide maree

 

Io apro il volto

alla tua voce

respiro

e credo di tornare

là dove

l'isola è il tuo corpo

 

E il mio è solo

il maestrale

che va

e torna profumando

rapisce il succo

delle labbra

e rompe in fretta

quel restare

 

M'innalzo

e vago nel ricordo

vibrando

lacrime e parole

bevendo

il cielo del tuo sguardo

 

Se il vento ti rincorre

son io che porgo

la mia mano

cercandoti

nell'aria della notte

 

Le labbra

contro le tue labbra

pregando

il sogno del creare

un mondo

nuovo per amare

 

Mediterraneo sentimento

di viaggi

cosmici e interiori

ricordi e vivide visioni

mi perdo e

non voglio ritornare..

 

 

 

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