CAPITOLO UNDICESIMO Il professore, Tati, un'estate indimenticabile e la Guzzi 500.

LE COLLINE DEI CILIEGI - 2007 olio su legno 35 x 45

CAPITOLO UNDICESIMO


 

Il professore, Tati, un'estate

 

indimenticabile e la Guzzi 500.

 

 

 

 

' Riempire le mie giornate': ecco la parola d'ordine, che se non potevo riempire quella voragine interiore potevo almeno cercare di non vederla né ascoltarla.

Quindi davvero in quegli anni, dalla infanzia al mio matrimonio, ho fatto di tutto.

Ho sempre amato la vita di gruppo.

Da bambina negli scout, le coccinelle, poi nelle guide, durante le superiori.. peccato solo che non potevo partecipare ai campeggi per il mio problema alle anche.

Cantavo. Adoravo cantare ed ero apprezzata per la mia voce intonata e potente.

Oltre al coro della chiesa, negli scout, nelle operette, alle elementari fui scelta per cantare nel teatro comunale della mia città, davanti al vescovo, in uno spettacolo di canzoni in suo onore. Io, coadiuvata in quella scelta da mia madre, che amava molto quella canzone, scelsi di cantare Milord, che di certo non era propriamente adatta e scandalizzai tutti.

Poi dalla quinta ginnasio presi parte ad un gruppo teatrale di canto politico ed anarchico e cantai molte volte in pubblico. Due sere alla settimana c'erano le prove, alle quali partecipavo con grande entusiasmo. Presi anche lezione di dizione, in quell'ambito, da uno di noi che era un attore professionista, anche se non di grandissima fama, però nella nostra cittadina era piuttosto conosciuto. Fu lui ad insegnarmi a recitare, almeno un po'...

 

In casa continuavo a sentirmi molto sola e desideravo tenere un animaletto con me. Quando a Carlo nacque una cucciolata di gattini siamesi, convinsi mia madre a farmene tenere una, una femmina, a cui diedi il nome di Bimba. A parte quando ero a scuola lei stava sempre con me, era adorabile ed io ero davvero felice di poterla tenere in braccio. Dormivamo abbracciate ma la cassetta con la segatura dove lei faceva i suoi bisogni, che stava in terrazzo, dato che abitavamo al secondo piano, emanava un odore che a mio fratello dava fastidio. E così, nonostante le mie lacrime, mia madre mi costrinse di rendere la gattina alla madre di Carlo.

I tentativi di vincere questo ostracismo furono diversi: un po' di tempo dopo incontrai per strada un accalappiacani che aveva catturato un cagnolino. Era un piccolo volpino nero e fulvo, dal pelo semi lungo e la coda portata alta e festosa, ornata da una bella frangia. Chiesi all'uomo che fine avrebbe fatto quel grazioso cagnolino e lui mi rispose che se nessuno lo avesse reclamato, dato che non aveva collare e medaglietta, dopo tre giorni sarebbe stato soppresso. Corsi da mia madre in negozio, piangendo e le raccontai tutti e tanto feci che la convinsi a farmelo andare a prendere e tenerlo in casa. Quelli del canile lo avevano chiamato Billy ed anche se era un nome che non mi piaceva non volli cambiarglielo, dato che lui a quello già rispondeva.

Con i miei risparmi pagai la tassa della medaglietta, che costava diecimila lire, se non ricordo male, gli acquistai collare guinzaglio ciotole cibo, poi la spazzola e lo shampoo secco in polvere che ogni giorno gli aspergevo abbondantemente nel pelo, spazzolandolo vigorosamente in modo che fosse più profumato possibile. Era una bestiolina molto giovane, poco più che un cucciolo e giocosamente si fece fare tutto, felice di ogni carezza e di ogni parola che gli rivolgevo. Io ero al settimo cielo. Si dimostrò tranquillo, in casa, ubbidiente e pulitissimo. Mi alzavo per tempo, prima di andare a scuola e lo portavo fuori, poi, appena ritornavo, la stessa cosa. Nel pomeriggio e alla sera, dovunque andassi lo presi con me, evitando luoghi dove non potesse entrare. Anche Carlo era contentissimo di quel cagnolino. Ma a scuola dovevo pur andare e dopo non troppi giorni mio fratello si lamentò del fatto che Billy, quando io ero via, cercasse di entrare in camera da lui, affacciandosi alla porta, entrando anche dentro e mettendosi a dormire sdraiato sul tappeto, sotto alla sua grande scrivania. Non dava alcun fastidio, secondo me, dato che non abbaiava né faceva altro, ma a mio fratello quella presenza non garbava e così fui di nuovo costretta a riportare il mio cucciolo al canile. I pianti quella volta furono centuplicati, cercai davvero in tutti i modi di convincerli a recedere dalla loro decisione ma furono irremovibili. Lo riportai al canile, con tutte le sue cose e pregai piangendo il custodi di non sopprimerlo, di affidarlo a qualcun altro, di fare qualsiasi cosa perché il mio Billy non dovesse morire. L'uomo mi sorrise e cercò di tranquillizzarmi, dicendo che avrebbe fatto il possibile. Prese il guinzaglio di cuoio rosso che gli tendevo ed io mi allontanai singhiozzando, mentre Billy mi guardava stupito ma scodinzolando, come se pensasse che sicuramente sarei tornata a riprenderlo, cosa che purtroppo non potei fare. Non ebbi mai più cuore di recarmi al canile e chiedere di lui.

Provai allora con animaletti più piccoli: un giorno un conoscente mi regalò una taccola di nido, un corvo molto comune nelle nostre colline. Lo chiamai Mao e gli insegnai a stare sulla mia spalla. Quando ero via stava in una gabbia molto grande in camera mia ma, appena possibile, lo tenevo con me. Ma Mao gracchiava, quando io non c'ero e quella fu la ragione per la quale dovetti separarmene, regalandolo ad un amico. Comprai allora un criceto color albicocca, un animaletto assai docile e curioso, che chiamai Speedy e che tenevo sempre in qualche tasca. A lui piaceva addormentarsi lì, oppure camminarmi addosso, salendomi sulle spalle e la testa. Ma, prima la ruota nella quale lui faceva ginnastica emetteva un rumore che mio fratello non tollerava, poi, tolta la ruota, dava fastidio l'odore. Allora lo portai in cantina e lì visse, nella sua gabbietta, finché un giorno lo trovai morto. Certo, averlo in camera mi avrebbe permesso di godere assai di più e meglio della sua compagnia. Ma non vi fu nulla da fare, ogni tentativo fu un disastro e separarmi dai miei amici animali fu una grande sofferenza, per me.

D'altronde mio fratello dettava legge in tutto: si mangiava persino solo quello che voleva lui. Maccheroni in bianco, fettina cucinata molto e sottilette, questo era il suo menù. Inutile dire che io detestavo quel cibo e me ne lagnavo a lungo con mia madre ma, dato che lui non mangiava altro, perché era ed era stato sempre assai noioso, il cibo in tavola ogni giorno era quello, con buona pace dei miei desideri, perchè io ero grassa e cosa importava se anche mangiavo poco. Così il pomeriggio mi rifacevo abbondantemente.

Tanto, tutto quello che lui faceva o diceva lui era giusto e bello, mentre tutto quello che facevo o dicevo io, brutto e sbagliato.

Io ero sempre e comunque cattiva. Una cattiva bambina.

 

 

Andai in prima liceo, continuando fervidamente l'attivismo politico.

In quegli anni lessi veramente di tutto. Marx, Mao Tsze Tung, Jung, Freud, Backunin, Schopenauer, Catullo, Calvino, Morante, Pavese, Cassola, Moravia, Marquez, Hesse, Emingway... e poi tutto tutto tutto: Ho letto centinaia di libri, tutti i poeti e pure di tutto quello che studiavamo a scuola io leggevo in opera omnia. In latino in greco ed in italiano. E molto anche in inglese, fino alla quinta ginnasio.

Il pomeriggio, poi, spessissimo mi recavo nella più rinomata libreria , in centro, con i soliti due tre amici e passavamo in rassegna i banchi zeppi di volumi, acquistandone sempre dei nuovi. Poi ce li si scambiava, ce li si prestava, altri si prendevano in prestito dalla biblioteca della scuola. Ma io, come ho già detto, amavo troppo comprare libri e la mia personale biblioteca stava diventando davvero ingente, compresi i fumetti, di cui ne lessi e comprai una quantità notevolissima. Mi piacevano soprattutto i fumetti tipo Penuauts, Mafalda, Blondie and Dagoberto, Andy Capp, Asterix e simili: sono troppi perché io possa scriverli qui. I miei figli ora hanno ereditato una grande parte di tutti i miei libri.

 

Ascoltavo anche tantissima musica. Soprattutto i Beatles, Behethoven, de Andrè Guccini ma anche tutto il resto, Mia Martini... Mina... tutto amavo ed amo della musica.

Avevo un piccolo giradischi tutto mio e vi suonavo sopra i miei LP e quelli di mio fratello, ovviamente senza che lui se ne accorgesse, e se i dischi tacevano, la radiolina era sempre accesa.

Ma la musica era parte attiva delle mie giornate anche perché eravamo un gruppo di amici che cantavamo sempre, insieme. Sandro, il mio inseparabile amico fraterno, suonava divinamente la chitarra ed aveva una voce stupenda: passavamo le ore a cantare insieme. Comprai io pure una chitarra, quell'anno, me la scelse lui, che conosceva assai bene quello strumento poiché era figlio e nipote di musicisti. Mi fece comprare una Yamaha acustica che aveva un suono notevole. La pagai cinquanta mila lire, che non erano poche, a quei tempi. E mi insegnò a suonarla. Divenni discreta ma mai raggiunsi il suo livello e questo mi inibiva parecchio: era giusto che fosse lui a suonare per tutti noi.

Passavamo i pomeriggi e le sere insieme, anche con Cristina, la sua ragazza e Nadia, che fu mia sorella dal tempo delle medie. Sapevamo tutto gli uni degli altri, eravamo totalmente solidali e non litigammo mai. Anche con gli altri compagni di scuola io andavo assai d'accordo, pur se si erano creati tre schieramenti piuttosto netti, all'interno della classe. Eravamo ventisette in tutto: una decina – tra cui Nadia - faceva parte del gruppo religioso di Comunione e liberazione, poi c'eravamo io, Sandro, Cristina e Tati che eravamo nel gruppo dei rivoluzionari, gli altri erano i qualunquisti.

Ma io uscivo con tutti, ero amica di tutti e partecipai sempre alle attività comuni, tipo gite, bigiate di classe, al cinema tutti insieme, vedere gli incontri di boxe, andare a giocare al bigliardo al bar Roma, interminabili partite notturne di poker e dovunque si potesse stare insieme e in compagnia.

 

Perché mi sentivo sempre terribilmente triste e sola.

Fin da bambina mi sono chiesta se la vita onirica fosse la vera vita e anche mi chiedevo perché io fossi proprio io. Riuscivo a vedermi dentro un'altra persona, riuscivo a sentire negli altri i loro sentimenti, anche quelli che poi non esprimevano o addirittura negavano: questo mi fece sempre andare allo sbaraglio dentro di me, così come il dire sempre ciò che pensavo e il non mentire mai. Ciò mi ha portato ad avere grossi problemi con tutti ma in quegli anni vissi delle amicizie intense e sincere, forti e profonde, non avendo problemi mai con nessuno dei miei amici. Eppure mi sentivo sola lo stesso.

 

In prima liceo conobbi il professore.

Aveva 42 anni, io 16: mi innamorai perdutamente di lui. Lasciai il mio ragazzo.

Vi racconto di lui attraverso una delle mie novelle di Kaiki, qui sotto, in corsivo.

 

 

IL PROFESSORE

 

Frequentare la Prima Liceo per me significava fare ingresso nell’età adulta: i ginnasiali, ospiti di vetuste aule al piano di sotto, erano sempre e solo delle matricole, anche nell’ultimo giorno della quinta ginnasio, in ricordo dei tempi in cui, per passare al liceo vero e proprio, bisognava affrontare e superare un esame assai duro.

Quando giunsi io, l’esame era stato abolito da non molto tempo e noi eravamo ancora considerati come studenti delle medie, solo di un grado superiore.

 

Passare in prima era un salto di valore, tutto aumentava: il rispetto degli insegnanti, quello dei compagni, sia più grandi che più piccoli, la comodità delle aule, il numero dei professori, la specializzazione e la difficoltà delle materie studiate, l’autostima e l’autodeterminazione di chi ci arrivava.

 

Infatti, anche se non c’era più l’esame, alla fine della quinta ginnasio era avvenuta una falcidiata tra i nostri ranghi e diversi dei miei compagni non erano riusciti a oltrepassare quella fatidica soglia.

Ci fu chi si arrese e cambiò scuola; chi l’abbandonò definitivamente per il mondo del lavoro, che allora era immenso e offriva ogni possibilità; chi invece rimase sulla strada intrapresa ripetendo l’anno.

 

Io passai a pieni voti e fui molto delusa dal calo delle mie quotazioni nei primi compiti e nelle prime interrogazioni del nuovo anno scolastico.

Non mi ci volle molto per capire che era stato impresso un giro di vite e che ci veniva richiesto molto di più e così mi adeguai.

Ma quello che mi diede più soddisfazione fu conoscere i professori nuovi, che mi sembrarono subito interessanti, più preparati, più profondi, più esigenti, - poiché eravamo abituati ad averne uno solo che ci insegnasse le cinque materie principali, riempiendo così di monotonia le nostre mattinate. Egli era un docente molto colto e preparato, ma del tutto privo di genio e di originalità, che banalizzava qualsiasi nozione tentasse di trasmetterci.

 

Ma lui fu una folgorazione.

Entrò in classe la prima volta indossando il suo trench dal taglio moderno ed elegante, anche se sobrio, sopra un accurato vestito grigio chiaro con una cravatta vivace, la camicia bianca immacolata, stringendo tra i denti il bocchino in cui innestava, come uno stendardo di riconoscimento, una sigaretta di marca straniera dall’aroma accattivante.

Alto e distinto, ci ispirò subito soggezione: zittiti tutti all’unisono, al suo ingresso ci alzammo in piedi in segno di rispetto come si faceva allora, affascinati da quell’entrata da attore consumato, da quel talento istrionico che subito ci catturò tutti.

La sua voce risuonò chiara, con un tono caldo ma distaccato, anche se gentile e assai curato nella scelta dei vocaboli, con una erre arrotata che gli conferiva un’impronta signorile.

Si rivolse a noi così, quasi in mezzo alla classe, dopo averci fatto rimettere seduti e, nel silenzio più assoluto, ci diede il benvenuto e delineò a grandi linee il suo metodo di insegnamento: un compito in classe alla settimana, alternando il latino al greco, tre interrogazioni a testa per materia al trimestre, tante ore di grammatica e sintassi e altrettante di letteratura, in parte estrapolata direttamente dagli scritti nella lingua originale, indicandoci quali opere aggiuntive avremmo dovuto procurarci al più presto.

Ci anticipò che le avremmo tradotte insieme a lui ed emise, stentoreo, il suo dictat:

«Avrete da me quello che mi darete voi».

 

Poi si tolse il trench, lo appese con cura all’attaccapanni a lui riservato e si accomodò sulla sua sedia, dietro alla cattedra, rialzata rispetto a noi da una pedana di legno, a sottolineare la sua indiscussa e indiscutibile autorità.

 

Cominciò immediatamente la sua lezione, indagando con domande varie quale fosse il grado di preparazione al quale eravamo giunti ed entrando senza indugi nel vivo del suo programma didattico.

 

Io rimasi rapita.

 

Il profumo di talco e di tabacco dolce che emanava mi avvolse come un’aura, la sua carnagione olivastra e i suoi occhi scurissimi, mobili e acuti come lame affilate che ci scrutavano, entrandoci dentro la mente e l’anima, carpendo la mostra essenza interiore con una sola occhiata, trovarono che le mie porte non opponevano nessuna resistenza al suo tocco leggero ma deciso.

 

Le sue mani lunghe e scarne, eleganti e curatissime, che gesticolavano leggermente, sottolineando come un direttore d’orchestra tutte le parole che uscivano dalle sue labbra, erano in perfetta sintonia con la sua figura slanciata ma forte, lievemente rigida, coronata da una non celata chierica di capelli nerissimi, fini e lucidi, che

gli conferiva il senso di appartenenza a una età ancora giovane ma già matura: poco oltre la quarantina.

 

Io lo ascoltavo attentamente e tutti questi particolari, congiunti alle sue parole colte, chiare, scelte, originali ma estremamente semplici e comprensibili, scavarono un solco nel mio cuore dove piantai immediatamente il seme della mia ammirazione e del mio subitaneo amore per lui.

 

I giorni passavano ed io non aspettavo altro che le sue ore di lezione, trepidante ed emozionata, mescolando Euripide, l’aoristo, le volute di fumo delle sue instancabili sigarette con un sentimento palpitante che cresceva ogni giorno di più, mentre non gli staccavo gli occhi di dosso quando spiegava qualche argomento, girando tra i banchi.

Cercavo di incontrare il più spesso possibile il suo sguardo, che spesso si fondeva col mio, soffermandosi un attimo, per poi fuggire verso altri occhi, assorto in quello che diceva, pur rimanendo vigile e indagatore.

 

Io cominciai a fare il confronto tra la dolce semplicità di Carlo, il mio spasimante di allora e la sua scarsa capacità fabulatoria, con la ricchezza e la variabilità delle vivide espressioni del professore, a volte serie e assorte, a volte pungenti e taglienti, spesso ironiche e severamente divertenti.

Il mondo dei greci e dei latini, la tragedia, il teatro, l’epica, la poesia, la difficile sintassi e la musicalità delle lingue che egli leggeva con una fluidità e una espressività straordinarie, si fondevano in un tutt’uno alla mia voglia di imparare, al desiderio di penetrare la cultura.

E davano sollievo alla solitudine interiore che continuamente insidiava la mia evoluzione psichica, dovuta al dolore mai sopito della mancanza di mio padre, che mi aveva abbandonato troppo presto, passando nell’Ade di cui spesso si parlava in quegli antichi, verosimili e modernissimi classici letterari.

 

E davano corpo al mio desiderio di un amore puro ed eletto, destinato a pochi mortali, fatto di intenzioni e di fremiti interiori più che di abbracci e di baci.

I miei occhi lo frugavano e lo accarezzavano, la mia memoria incamerava ogni sua parola e ogni suo gesto, per poi ricordarlo e riviverlo nel silenzio della notte, mentre io vegliavo nella casa addormentata, ascoltando il respiro di mia madre, appesantito dalla sua cronica stanchezza, proveniente dalla porta adiacente alla mia.

 

Tra un cambio d’ora e l’altro e durante la ricreazione, egli si tratteneva con noi ed io ero sempre nel gruppetto di coloro che gli si stringevano attorno per porgli domande, chiedere chiarimenti, pianificare interrogazioni; ma il mio sguardo era troppo intenso e trasparente per sfuggire alla sagacia dei miei compagni di studi, che presto mi fecero confessare la mia passione segreta per il bel professore.

 

Fu così che subito la voce si sparse in tutto l’istituto ed io divenni «quella che era innamorata del professor Venturi ».

 

Inoltre i miei sguardi erano così intensi e trasparenti che presto pure lui se ne accorse.

Lo capii perché la sua voce vibrava di una nuova trattenuta tenerezza quando si rivolgeva a me e dagli sguardi lievemente più intensi e frequenti che rispondevano, solerti e disarmati, per un attimo solo, ai miei silenziosi doni d’amore, con sorrisi appena accennati e una misurata affabilità durante le interrogazioni e gli scambi di opinione.

Io lasciai il povero Carlo, che si soffermava a piangere sotto la mia finestra, ma quella dolcezza che dilagava in tutta me stessa quando pensavo al mio professore era un sentimento che non avevo mai provato per lui e mi rivelava che non era lui che desideravo, nonostante gli volessi tanto bene e lui mi amasse fino all’adorazione.

 

Così, nel pomeriggio, con tutto il tempo che avevo di nuovo a disposizione, facevo lunghe pedalate in bici e finivo sempre per passare davanti alla casa del professore, spiando di sfuggita attraverso la finestra, che sapevo essere quella del suo studio, col desiderio, la speranza e il timore di vederlo, di incontrarlo solo un attimo e con la necessità impellente di stare vicina a lui, di condividere con lui almeno il luogo e l’ora, anche solo per i pochi secondi che impiegavo nel superare la sua casa e

svoltare bruscamente, tornando a girovagare altrove, timorosa di dare troppo nell’occhio.

 

Ad un certo punto dell’anno scolastico egli ci invitò a casa sua, per approfondire i nostri rapporti ed io convinsi prima Tati e poi Sandro a recarci insieme a trovarlo.

 

Finalmente potevo entrare in quella casa, una villetta indipendente con un bel giardino curato e ornato di fiori primaverili appena sbocciati.

Lui ci accolse in veste da camera, meno austero e ieratico che in classe, più rilassato e disposto allo scherzo e da quella volta ci trattenemmo diverse volte con lui, a parlare di politica, di grafologia, dei problemi che vedevamo nel presente e dei nostri progetti per il futuro.

 

Durante quelle visite, che a volte si prolungavano parecchio, io lo bevevo come un’assetata nel deserto e mi riempivo dell’indugiare caldo e sereno dei suoi occhi dentro i miei, del suo rivolgermi la parola a bassa voce, come se fossimo stati da soli in quella stanza, incuranti della presenza degli altri ragazzi e ragazze.

Il nostro era un dialogo silenzioso e sotterraneo, ad un livello così profondo che nessun altro poteva raggiungerci, dove le nostre anime si scambiavano parole che neppure noi conoscevamo, si fondevano in abbracci che neppure osavamo sperare, si allacciavano sempre di più in nodi indissolubili come quelli marinareschi…

 

Un giorno maledetto, una terribile sciagura colpì la famiglia della nostra compagna Nadia: suo padre morì, folgorato dall’alta tensione nel cantiere in cui lavorava.

 

Dopo il funerale, io e Sandro, entrambi orfani di padre, le regalammo un criceto in una gabbietta tutta colorata e piena di passatempi: Nadia desiderava tanto un cagnolino, ma la madre era contraria, per cui si era dovuto ripiegare su una bestiola più piccola.

Forse quel simpatico animaletto avrebbe alleviato la sua solitudine…

 

Mentre si avvicinava l’estate, prendemmo l’abitudine di recarci da lei per sederci al fresco del suo giardino che profumava di rose, seduti in tre sul suo dondolo, per cantare sottovoce alcuni malinconici blues, dando così espressione e sfogo, lei al suo dolore e noi alla nostra affettuosa solidarietà.

 

Fu il professore che una sera ci chiese di potersi unire a noi, per partecipare a queste meste ma feconde riunioni dei suoi allievi preferiti e poiché ignorava il percorso per giungere da Nadia, mi offrii di fargli da guida nel corso del tragitto.

 

La sua automobile gli somigliava in modo straordinario: sportiva ma non chiassosa, scattante ma silenziosa ed era permeata del suo profumo.

 

Appena presi posto sul sedile accanto a lui, mi colse una specie di vertigine: mi sentivo già tra le sue braccia, travolta dall’amore che ora poteva assaporare un’intima vicinanza.

Fu una serata dolce, intrisa di malinconia e lui seppe confortare con tatto e delicatezza la mia amica, che era la migliore della classe, specialmente nelle sue materie.

I nostri blues quasi sussurrati come per non profanare il lutto di quella casa, lo colpirono e lo commossero vivamente: Nadia e Sandro suonavano divinamente la chitarra, dialogando tra loro con arpeggi e fioriture spontanee e le nostre tre voci riunite assieme, quella baritonale di Sandro, quella da soprano leggero di Nadia e la mia da soprano lirico, fuse perfettamente insieme da un prolungato sodalizio, gli suscitarono un’intensa emozione.

 

L’aria era gradevole, il vento ci accarezzava e sembrava che il tempo si fosse fermato lì, su quella soglia, con tre adolescenti e un loro professore che vivevano una comunione estranea alle consuetudini scolastiche.

 

Ma il tempo era volato via: si era fatto tardi e il professore mi riaccompagnò a casa.

 

Abituato a una guida spigliata, quella sera stranamente non pigiava sull’acceleratore e discorreva tranquillamente con me, tenendo una mano sul cambio e una sul volante.

Le strade erano vuote e silenziose e le ombre di quella notte primaverile ammantavano come un velo oscuro la città addormentata.

Io gli lanciavo occhiate furtive per non apparire troppo sfacciata, col cuore che mi rimbalzava in gola: non eravamo mai stati così soli e vicini.

Il resto era sparito e io mi sentivo isolata, galleggianre accanto a lui dentro una bolla di sapone.

 

Ad un tratto i nostri sguardi si incrociarono, restando incatenati a vicenda.

 

Tutto scomparve all’istante, tutto fuggì dileguandosi in silenzio, liquefacendosi in una atmosfera di totale sospensione: lui accostò, senza distogliere gli occhi dai miei e spense il motore; il silenzio della notte ci era complice, ci accoglieva come un nido.

 

Smise di parlare e continuò a guardarmi intensamente, poi alzò una mano per scorrere lievemente col dorso la morbidezza ancora infantile della mia guancia e lo fece con un gesto così lento, assorto nei suoi insondabili pensieri, che la sentii tremare leggermente.

Io mi posai su quella innocente e sensuale carezza e tutta la mia spontanea ingenuità lo sommerse di intensa tenerezza, attirandolo inesorabilmente verso di me, fino a che il suo viso non fu così vicino al mio che le sue labbra appena dischiuse, caste e nello stesso tempo infuocate, condivisero con me il sapore dell’estasi in un contatto fremente.

Lui trattenne a stento la violenza dell’amore che ci premeva nelle vene pulsanti, sbriciolandola in una dolcezza infinita che solo un uomo adulto e puro può provare per una donna-bambina innamorata e indifesa.

 

Fu un attimo o un’eternità, non lo sapemmo mai, né ci importò mai di saperlo.

In quel bacio egli versò tutta la sua vita ed io gli offrii tutto il mio futuro.

Ma il presente fu più forte di tutto e prevalse nel conflitto tra il cuore e la mente che si agitava furioso dentro di lui.

 

Lentamente si staccò da me e si appoggiò al sedile, come sfinito da un’aspra lotta dall’esito ancora incerto.

 

«Lo sai che non possiamo», mi sussurrò e la sua voce era un’isola lontana.

«Ma noi ci amiamo», mormorai io, sentendo un gelo mortale artigliarmi il cuore.

 

Allora nei suoi occhi ancora fissi nei miei scintillò il bagliore di una lacrima trattenuta, mentre mi ripeteva che, pur se il nostro amore era travolgente come un fiume in piena, la vita aveva deciso per noi, togliendoci ogni possibilità e ogni diritto di poterci amare.

Poi distolse gli occhi dai miei e staccò la sua mano dalla mia guancia rigata di lacrime.

 

Senza più dire una parola, si rimise alla guida fino a fermarsi sotto casa mia: sentivo che la sua era una sentenza senza appello e io l’accettai, perché l’amavo troppo per mettere in discussione l’amara verità che era sorta su quelle labbra che un attimo prima avevano spalancato il mio futuro alla più agognata delle felicità.

 

Ci guardammo ancora a lungo e i nostri occhi vissero in quegli attimi tutto quello che i nostri corpi non avrebbero provato mai.

 

Lui si staccò da me e io sentii nettamente la corda del violino che si recideva dal ricciolo di legno levigato e lucido che l’aveva trattenuta fino ad allora e poiché non ero Paganini, ma una ragazza che non poteva fare altro che obbedire al suo maestro d’amore, scesi dalla macchina e, senza voltarmi indietro, varcai la soglia del portone di casa, entrai nel mio alloggio e chiusi la porta dietro le mie spalle.

 

 

Da quel giorno piangemmo insieme tutte le nostre lacrime silenziose e invisibili, amandoci disperatamente nelle ore di scuola, donandoci completamente l’una all’altro senza un gesto o una parola.

 

Ma Catullo sulle sue labbra: Dammi cento baci e ancora mille, poi cento e mille ancora… fu il suo regalo per le nostre nozze segrete e mai consumate, mentre tutto spariva intorno a noi e le nostre emozioni si dispiegavano libere in un Eden parallelo dove un uomo può amare un’adolescente ed esserne riamato senza che nessuno lo possa giudicare sporco o immorale.

 

Furono tre anni di paradisi incontaminati, stillanti di note e di cupi abissi infernali, formati da vulcani in eruzione, che tutto bruciavano e fondevano, lasciando solo una crosta vitrea fredda e indurita.

 

Io accettai di nuovo l’amore di Carlo, perché la solitudine mi avvelenava il sangue così violentemente da non permettermi neppure di respirare…

 

Frequentavo la Terza Liceo quando a maggio rimasi incinta.

Non appena lo seppe, il professore mi lanciò uno sguardo incandescente di dolore e di nostalgia: i suoi occhi mi gridavano in silenzio che quel bambino avrebbe potuto essere suo.

 

Lui amava moltissimo i bambini ma non ne ebbe mai uno.

 

Quando nacque la mia piccola era il mese di marzo e io, appena ristabilita dal parto, in una bellissima giornata di sole, la adagiai nella sua carrozzina, col suo abitino più bello, tutta bianca, rosa e profumata e varcai di nuovo, per l’ultima volta nella mia vita, il grande portone di quel tetro santuario della cultura che era il Liceo, al suono della prima campanella.

 

Subito tutti quelli che mi conoscevano si raccolsero intorno a me, festeggiandomi e sommergendo di complimenti la mia piccola e deliziosa creatura, che con gli occhi sgranati guardava un po’ interdetta tutti quei visi sorridenti.

Accalcandosi intorno a noi, mi accompagnarono di sopra per mostrarla a tutti i professori che mi accolsero con affetto e calore.

 

Solo lui trasalì da lontano, quando mi vide e aspettò qualche attimo prima di avvicinarsi a me.

Ci salutammo cordialmente, reprimendo a stento le nostre telluriche emozioni. Lui allungò le braccia ed io gli porsi il frutto di un amore che non era il suo, per donarglielo comunque, come gli avevo donato tutta me stessa, rinunciando al nostro amore senza lottare.

 

La piccola gli strinse il dito che lui aveva fatto scivolare dolcemente sulla sua perfetta miniatura di mano e gli strappò un mesto e tenero sorriso che mise a nudo per un attimo il suo animo solitario e straziato.

Poi, mormorando parole di circostanza in mezzo al clamore della gente attorno a noi, me la ripose delicatamente tra le braccia e, con il pretesto dell’imminente lezione si allontanò, senza più voltarsi indietro.

 

 

 

 

Questa storia ha un seguito, che ora scrivo di getto per la prima volta.

 

L'anno prima della mia partenza per la Sardegna, un giorno che ero tornata nella mia cittadina per stare qualche giorno con i miei figli e mia madre, recandomi in un negozio, incontrai un mio ex compagno di liceo che lavorava lì.

Ci salutammo con gioia e, come sempre succede in quei frangenti, ci raccontammo un po'.

Erano anni che non ci vedevamo.

 

Parlammo di un po' di tutto e naturalmente dei vecchi compagni.

Lui li frequentava ancora.

Ma io, che avevo vissuto venti anni in un'altra città, poco dopo il mio matrimonio e che poi mi ero allontanata definitivamente già da qualche anno, non avevo rivisto che pochi di loro.

Ma il mio pensiero ero andato immediatamente al mio amato professore.

Avevo seguitato ad amarlo sempre, senza interruzione di tempo e di intensità, fino a quel giorno, nonostante la mia vita avesse conosciuto altri amori.

Ma lui, lui aveva mantenuto il suo posto speciale, tutto a lui dedicato.

Così non resistetti e chiesi al mio compagno di studi se avesse notizie del nostro insegnante.

 

Il sorrisetto che spuntò sulle labbra del mio amico fu molto eloquente, però non disse nulla.

Mi racconto che il professore stava bene di salute, nonostante avesse passato già gli ottanta da un po', ma che era diventato molto triste e solitario. Che si era ritirato da tutte le molteplici attività che comunque lo avevano visto protagonista della vita della nostra cittadina, che aveva smesso di scrivere e pubblicare.

Insomma il quadro che mi fece fu assai preoccupato e preoccupante.

 

Ci salutammo dopo qualche minuto ed io mi recai a casa dei miei ragazzi, quella casa che era stata mia e che ora sentivo aliena e ostile.

Ma il pensiero della tristezza di quell'uomo così amato mi travolgeva, portandomi via ogni altro pensiero.

 

Fu così che presi carta e penna e gli scrissi una lettera.

 

Non gli parlai d'amore, ma gli ricordai quello che era stato per noi, gli dissi che il compagno mi aveva detto della sua tristezza e gli chiesi di accettare il mio affetto e la mia compagnia epistolare.

 

Lui mi rispose con la sua bella calligrafia fine e originale e si schermì.

Negò di essere triste, adducendo una naturale riottosità, mi redarguì dicendomi che ero stata esagerata come quando ero ragazzina nel descrivere la sua importanza per tutti noi suoi allievi e mi disse che ormai era troppo vecchio.

 

Mi offesi.

Quelle sue parole mi fecero male.

Ma come aveva potuto pensare che io gli stessi chiedendo ora quel rapporto che non gli avevo mai domandato?

Così gli risposi assai piccata che io volevo solo donargli il mio affetto e fargli un po' di compagnia epistolare, che lui aveva frainteso il mio intento e che io ero omosessuale, che l'avevo finalmente scoperto ed accettato e che, quindi, il mio interesse per lui era scevro di qualsiasi altra cosa che non fosse il desiderio di poter alleviare in qualche modo le sue sofferenze.

Terminai la mia lettera dicendogli che se il mio affetto era una cosa a cui voleva rinunciare, sfacesse pure.

Imbucai la lettera pensando che non mi avrebbe risposto.

Mentre invece lo fece.

 

Seguirono così diverse lettere nelle quali lui si raccontò a me, dei suoi problemi famigliari e delle sue malinconie, mentre io gli raccontai un po' delle mie tante disavventure.

Poi un giorno non mi rispose più.

Né io lo sollecitai ulteriormente, travolta dai mie tragici eventi dei tentativi di suicidio che accompagnarono la mia storia d'amore di allora con Dana, la protagonista del mio primo romanzo, IO NON SONO DI QUI.

 

Subito prima di partire perla Sardegna passai ancora due o tre giorni a casa dei miei.

E un pomeriggio, passando per una strada del centro, lo incontrai.

 

Io ero in bicicletta e lui mi camminava davanti.

Fu un colpo allo stomaco da kappaò.

 

Riconobbi immediatamente la sua sagoma, pur se ingobbita e pur se stava camminando a testa bassa.

Nella frazione di un attimo milioni di pensieri accorsero alla mia mente, come un immenso stormo di uccelli che si levasse in volo all'unisono, spaventati all'improvviso dal colpo di un cannone.

 

Mi fermo, lo fermo lo saluto gli parlo lo abbraccio.

No.

Sono vecchia sono grassa, non voglio che mi veda così.

Lui è vecchio e stanco, non vorrebbe che io lo vedessi così.

 

Per la frazione di qualche secondo la mia bici gli scivolò accanto e poi lo superò.

Lui non si accorse di nulla.

 

Pedalai il più velocemente possibile fino a togliermi dalla sua visuale e poi mi fermai, ansante.

 

Tremavo dalla testa ai piedi.

 

Era lui, avevo visto il suo volto e tutto di lui in quell'infinito secondo in cui gli ero stata a fianco: era lui e pur nella vecchiaia dei suoi 84 anni, era ancora bellissimo.

Ma tanta tanta tristezza emanava il suo viso.

 

Mi appoggiai al muro e piansi, incurante di chi, passando, mi guardava.

Piansi e lo ami ancora come allora.

 

Poi la vita di nuovo mi travolse.

 

Non so nulla di lui, né se ancora viva o..............

ma non lo voglio sapere.

No mi importa...che importa saperlo?

 

Io e lui siamo ancora là:

' Da mihi basia mile, deinde centum, dein altera mille...'

 

 

 

Lui fu il mio primo amore maturo. E mi respinse anch'egli. Mi amò davvero? Fui certa di si ma in realtà non lo seppi mai, come non lo so neppure ora.

Sandro, divenuto adulto e a sua volta professore, cominciò a scrivere romanzi e il primo che scrisse fu proprio su quegli anni. È davvero un bel romanzo: lui è uno scrittore di buon successo dato che è molto bravo. In quel suo primo libro raccontò di me e del professore e nel suo racconto noi allora ci amavamo, lui mi aveva accettato, aveva avuto una storia con me.

Quando lessi quel libro, a trent'anni passati, piansi tutte le mie lacrime...

 

Quell'anno fu così denso di avvenimenti.. avevo sedici anni, stavo malissimo ma ero così piena di vita e di ogni forza vitale che attirai a me altrettante forze vitali.

Infatti mi innamorai anche di una mia compagna di classe, Tati e fui per mesi e mesi il suo cavalier servente in modo così totale, perché, nonostante piangessi d'amore per il professore, sapevo che amavo anche lei, anzi, che amavo lei in modo assai più viscerale di quanto non amassi lui. Ma non lo capii né ammisi mai fino in fondo.

Vi parlo di lei attraverso un passo di ' Quella che non dico a nessuno '.

 

 

Dal capitolo LABBRA

 

Io e Tati avevamo sedici anni.

Lei era piccola, molto magra, di carnagione scura e capelli lunghi inanellati e corvini.

Gli zigomi sporgenti da sioux portavano a due occhi di castagna, lucidi e sgranati, in una eterna spaventata domanda.

Le sue labbra marcate erano sporte in fuori senza che lei le atteggiasse, sempre dischiuse su denti regolari e bianchissimi.

Tutto il suo corpo sottilissimo emanava fragilità e forza miscelate come sale e pepe.

Io la proteggevo col mio portamento sicuro e spavaldo, allargando ancora di più le spalle già molto larghe e orgogliose.

Correvo da lei ogni giorno, pronta ad assecondarla in tutto, come i suoi desideri fossero il fine ultimo delle mie ore.

L'amore per il bel professore di latino e greco mi trasportava con prepotenza lungo salite e discese tra un giorno e quello seguente.

Carlo era stato allontanato, con dispiacere ma fermamente: come era possibile amare due persone contemporaneamente?

Tati ascoltava i miei sogni d'amore, circoscriveva le mie sofferenze, arginava le mie lunghissime attese.

E io stavo lì, ai suoi piedi, offrendomi come fermo gradino al suo passo lieve.

Mangiavamo insieme, dormivamo nella stessa camera, sul lettino a castello, io al piano di sotto ad ascoltare il suo respiro che dormiva, i movimenti delle sue gambe tra le lenzuola.

Andavamo in bagno insieme: le prime volte io mi vergognavo perché ero stata abituata ad una rigorosa privacy, ma lei scardinò il mio pudore con una naturale disinvoltura. Guardavo i suoi fianchi stretti sgusciare fuori dai perenni jeans della nostra adolescenza e sedersi senza essere infastiditi dai miei occhi che si concentravano sul pube ricco di riccioli neri.

Lo scroscio sulla bianca ceramica si mescolava alle nostre voci allegre, mai stanche.

Mi sentivo orfana se per un giorno non potevo vederla e stare con lei, mi sentivo triste quando lei lo era, incredibilmente felice quando lei sorrideva.

Quando ci salutavamo perché io dovevo tornare a casa mia, Tati mi accompagnava per il lunghissimo corridoio rivestito di parquet morbido e caldo, apriva il catenaccio di ferro del pesante portone di scuro legno massiccio e mi salutava ogni volta con un bacio, che io ricambiavo leggera ed estatica.

Quella sera d'inverno fredda e scura di pioggia, le sue labbra si posarono sulle mie.

 

Non bastò la superficie di tutti i pianeti delle galassie e di tutti i corpi celesti lontanissimi per accogliere le mie labbra contro le sue.

 

Poi chiuse la porta.

Io rimasi fulminata. Impietrita. Non feci nulla.

Non ne parlammo neppure più ma il contatto di quella pelle era fuoco. Non l'ho mai più dimenticato.

Finita la scuola ci recammo, io e lei sole, in vacanza quindici giorni nel paesino di montagna da dove provenivano i suoi e dove ancora vivevano suoi nonni e zii. Uno di questi zii aveva appena acquistato una bellissima villa stile liberty, subito fuori il paese, per trasferirvisi con la famiglia. Ma ancora non l'aveva fatto e la casa era vuota, così che ci invitò a trascorrere un po' di giorni lassù. Mia madre acconsentì.

Io e Tati mettemmo qualche maglietta, dei jeans e un po' di biancheria in una borsa, un po' di soldi in tasca e prendemmo un autobus di linea che ci portò su.

La villa era bellissima, completamente ammobiliata con un ampio giardino recintato ma tutto il paesino era straordinario, a picco sul ruscello, con case di antichi massi e le montagne tutte intorno, alte e fitte di boschi di castagni.

Ogni giorno io e lei, sole o con lo zio, che si rivelò una persona davvero simpatica, facevamo lunghissime camminate, raccogliendo funghi, di cui lui era esperto. Loro cercavano i porcini ma io, che non avevo mai raccolto funghi in vita mia, inebriata da quei profumi e quei colori, mi accontentavo di raccogliere gialletti e balute, che erano più comuni e quindi meno preziosi. La mia amica e lo zio ogni giorno facevano a gara di chi avrebbe trovato il porcino più bello e grosso ma il destino volle che fossi io a vincerla, quella gara, in modo del tutto incosciente e clownesco, secondo il mio stile. Infatti scivolai sul denso fogliame secco che ricopriva il terreno e che lo rendeva un po' insidioso, proprio in un piccolo boschetto di cornioli e cadendo col sedere a terra, dando una botta notevole, rivelai la presenza, divellendolo dal terreno, di un grosso porcino edule, che era poi dato dalla fusione di due, come due gemelli siamesi.

Allora loro due si arrabbiarono scherzosamente ma in modo veemente contro di me e me ne dissero di tutti i colori ed io risi fino a svenire e tutto il paese poi mi conobbe come ' quella che aveva un gran culo nel trovare funghi '.

 

Ma nella nostra cittadina successe un fatto davvero grave e doloroso: tre ragazzi della classe superiore, che io ovviamente conoscevo benissimo, ebbero un orribile incidente in auto, che prese fuoco. Uno di loro rimase intrappolato e morì per le ustioni riportate, diverse ore dopo.

Ci scrisse di questo il nostro e ' mio ' professore che, sapendoci lassù, aveva voluto avvertirci. Io e lui ci scambiammo un paio di lettere molto emozionate, in quel frangente, che io rilessi innumerevoli volte.

Ma la vita, a sedici anni, è più forte di tutto e riprendemmo camminate, bagni nel ruscello, chiacchiere, canzoni: furono quindici giorni esaltanti, bellissimi. Io e lei trascorremmo sempre ogni giornata in perfetta simbiosi, io cucinavo per lei e mi sentivo così felice di averla sempre accanto. Dormimmo insieme, nello stesso letto matrimoniale ma per non fare impazzire la zia con le lenzuola, avevamo preso due sacchi a pelo che avevamo trovato là: la notte faceva piuttosto freschino. Quindi, giunta l'ora, salivamo al piano di sopra con una candela, perché in quella parte della casa mancavano i lampadari, ci infilavamo ognuna nel nostro sacco a pelo, lei si avvicinava a me, si appoggiava contro di me, io l'abbracciavo e ci addormentavamo così, esauste.

Non ebbi il coraggio di toccarla mai in modo diverso, era come se dentro qualcosa di fortissimo paralizzasse l'altrettanto forte desiderio che sentivo di amarla in modo completo.

Forse lei pensò di non piacermi, non so, non ne parlammo mai.

Quando tornammo a casa, poco tempo dopo Tati si fece un ragazzo e mi allontanò, dato che Mù, così si chiamava lui, non mi aveva tanto in simpatia – cosa che era reciproca - e, ovviamente, voleva stare solo con lei.

 

Ma quello fu un anno davvero intenso: ad agosto Cristina mi invitò nella villetta che avevano i suoi a Vieste, sul Gargano. Anche quella volta mia madre acconsentì ed io trascorsi in quel luogo i giorni che ricordo come tra i più belli in assoluto della mia vita: praticamente sempre in spiaggia, in acqua, in barca, con quel mare meraviglioso e blu cobalto, l'isoletta spoglia che sembrava il dorso di una balena spiaggiata, a mezzo chilometro dalla riva, alla quale arrivavo a nuoto, che era ricca di grotte e spiaggette fatte di conchiglie piccolissime, scogli per i tuffi e le immersioni ad ammirare una natura subacquea quasi da barriera corallina, tanto era varia e variopinta.

Cristina aveva fratelli, sorelle e cugini e quindi noi eravamo un gruppetto già molto nutrito. Poi diversi ragazze e ragazzi campeggiavano sulla spiaggia che era di fronte la villetta e con loro il gruppo nostro si fuse e si allargò: ci furono falò notturni, canti, mangiate e bevute, con la mia prima memorabile sbronza, mescolando insieme il forte vino rosso e quello bianco di quei luoghi con le salsicce secche sottolio.

Stetti malissimo, fino a svenire e vomitai per una notte intera. Il giorno dopo ebbi persino la febbre e ciò mi impedì di toccare ancora un goccio di vino per anni a venire fin dopo i ventitre.

 

Tornai a casa, il tempo della scuola si avvicinava, avevo amici, una vita pienissima, la moto.. ma mi sentivo disperatamente sola. Allora tornai con lui, Carlo, che ancora mi amava e mi stava aspettando, - dato che aveva lavorato duramente tutta l'estate - e da quel giorno diventammo inseparabili.

Vendette la Vespa e comprò una vecchia Guzzi cinquecento: lui aveva i capelli rossi – con ulteriore dispetto di mia madre - ed era assai sovrappeso, tutti mi dicevano che era brutto, che io ero assai più bella di lui ma a me faceva tenerezza.

Eravamo conosciuti da tutti: per le strade della nostra cittadina e delle colline circostanti, il tum tum tum di quel potente e grosso motore a quattro tempi rimbombava ovunque. perfettamente riconoscibile. Io imparai subito a guidarlo, non avevo la patente ma allora erano tempi diversi ed io lo guidavo spesso. Nessun vigile mi fermò mai, forse perché mi conoscevano e sapevano di chi fossi la figlia, non so. Quando avevamo la Vespa spesso vigili e carabinieri ci fermavano, rimanendo con un palmo di naso, perché era un novanta di cilindrata e ci si poteva salire in due ma nell'aspetto era del tutto identica alla cinquanta, che poteva trasportare un solo occupante. I documenti quindi erano in ordine e dovevano lasciarci andare senza altro aggiungere, molto ben diversamente da quanto sarebbe accaduto se mi avessero fermato quando io ero io alla guida della grossa Guzzi, di cui non avevo neppure l'età giusta per condurla.

Ma tutto andò sempre liscio: non cademmo neppure mai, non avemmo mai un incidente. Certo non era una moto velocissima: pesava diversi quintali ed era lunga assai più di una cinquecento moderna, aveva ruote assai larghe e grandi, però raggiungeva una velocità poco superiore ai centodieci chilometri all'ora e questo la rendeva assai sicura.

Ma certo dovevamo essere assai peculiari, entrami: quando guidavo io e lui sedeva sul sellino di dietro, dato che lui era un metro e ottanta e che il sellino si trovava di suo già più alto, perché era stato collocato sul parafango posteriore, lui era una immensa montagna lassù in cima ad una moto che sembrava guidata da un nano.

Ma a me piaceva così tanto guidare quella grossa potenza motore, mi faceva sentire forte, mi dava un senso di calma e di sicurezza e del resto non mi importavo di nulla.

Quindi, in gruppo con altri amici motorizzati o da soli, ogni santo giorno che Dio mandò allora sulla terra, con qualsiasi tempo, io e lui andavamo a fare un giro da qualche parte, a fare una merenda di piadina e sangiovese in qualcuna delle osterie che ci erano care, oppure al mare e fare il bagno, oppure gite più lunghe per visitare qualcuna delle belle cittadine di contorno: San Marino, Gradara, la Rocca delle Camminate ed altri, oppure anche solo per il piacere di guidare.

E, mentre viaggiavamo e le colline sfilavano via, mentre le vie ci mandavano il loro suono e i luoghi si avvicinavano o allontanavano, noi cantavamo.

Ad alta voce, entrambi perfettamente all'unisono, avevamo tutto il nostro repertorio di canzoni preferite.

La moto viaggiava, ci faceva da accompagnamento musicale e noi cantavamo.

Poteva dirsi felicità?

 

 

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