CAPITOLO OTTAVO Malattie, paure e fissazioni della mia infanzia. Primo tentativo di suicidio

SONO TRISTE - 2012 olio su tela 13 x 18

 

CAPITOLO OTTAVO

 

Malattie, paure e fissazioni della mia

infanzia. Primo tentativo di suicidio

 

Ci si può stupire di quanto io sia così forte nonostante tutte le malattie che hanno minato la mia salute, nella mia infanzia, diverse delle quali congenite.

 

Ho già narrato della forte gatroenterite che fu curata con l'acqua seconda di calce. Mi è sempre stato detto che a procurarla fu il latte di mia madre, ma di certo io non potei bere il latte per molti anni, fino alla mia giovinezza ed anche oltre perché mi provocava dissenteria.

Ma la dissenteria fu una costante della mia infanzia.

Ogni tanto e la causa precisa non si individuò mai, veniva assalita da scariche di diarrea fortissima con dolori da contorcermi.

Rimase famosa la volta che mi accadde sui nove dieci anni, prima comunque della morte del babbo,

Quella volta che io e mia madre, cosa del tutto inedita, partecipammo ad una gita organizzata da non so quale parroco della mia città, amico di una delle mie zie. La meta fu Napoli e stemmo via credo tre giorni, comunque ci furono un paio di pernottamenti fuori.

Io ricordo molto bene la gita alla Grotta Azzurra, - come dimenticare quell'acqua incandescente di un azzurro che sembrava vivo????? - ai Faraglioni, mastodonti di pietra in mezzo al mare, ai vicoli con la famosa biancheria stesa ad asciugare e la vociante umanità tutta per strada, alla pizzeria con la pizza più buona che io avessi fino ad allora mai mangiato – e forse anche dopo, - al Castel dell'Ovo, - che avevo sempre sentito nominare dal babbo perché vi aveva passato il richiamo sotto le armi, - e gli scugnizzi che si buttavano nell'acqua del molo, allora ancora pulita, per raccogliere molto lestamente le monete che noi, gitanti ricchi, gettavamo in acqua. Mi stupì molto la loro forza ed allegria, il loro vociare: ' Ancora signò … ancora!!! '

Ma ricordo che chiesi dove fosse la loro mamma e come mai permettesse loro quel bagno così pericoloso......

Visitammo poi, la grande Reggia di Caserta con i giardini, le fontane e le immensa sale affrescate di ori e di stucchi e arredate con mobili rococò.

Percorremmo tutta la statale Amalfitana per ammirare il paesaggio che era davvero stupendo, tra scogliere, mare azzurrissimo, bellissime ville e palmizi, ma evidentemente qualcosa del pranzo, che consumammo in un ristorantino, mi aveva dato fastidio, - ricordo che ci scandalizzammo alquanto per l'insalata piena di terra. Quindi fui assalita dai miei soliti dolori, eravamo sul pullman e la mia autonomia non era molta: chiesi a mia madre di poterci fermare, ma l'autista non voleva farlo, perché non vi era un'area apposita nei paraggi e così mi fu chiesto di tenere duro. Io ci provai e ricordo i lacrimoni cocenti che alla fine convinsero il conducente del nostro mezzo ad arrestarlo sul ciglio di quella strada così stretta a tutta curve, permettendomi di evacuare sul ciglio di un fosso, piena di vergogna e con la paura di essere vista, ma davvero non ne potevo più! Beh, non fu divertente per nulla, tanto è vero che me lo ricordo ancora perfettamente.

Quindi questi improvvisi e terribili mal di pancia che mi disturbarono per tutta la mia infanzia e la giovinezza, - ma ancora oggi, ogni tanto, soprattutto se prendo freddo ai pedi, tornano a trovarmi – erano di certo il ricordo di quella enterite neonatale, ma anche della infestazione di parassiti intestinali di cui soffrii ripetutamente, cosa di cui ho un ricordo piuttosto vivo.

Ma la lista dei mie problemi infantili è piuttosto lunga.

A tre anni fui operata di tonsille ed adenoidi perché le tonsille erano sane ma ipertrofiche, così come le adenoidi ed io non respiravo bene ma lo facevo solo e sempre a bocca aperta e la notte non riuscivo a stare sdraiata e ' mi arrampicavo su per il muro ' come mi ha sempre raccontato mia madre.

Perciò una mattina venne mio zio Bruno, l'unico che fra di noi aveva un auto, mi avvolsero in una coperta, mi fecero entrare nell'abitacolo di pelle nera, - credo fosse la prima volta che io salivo su di un auto e ne rivedo ora i finestrini piccoli e le strade della città che fuggivano via al mio sguardo, - e mi trasportarono in ospedale. In quella stanza così grande e così alta fui fatta sedere su di una specie di poltrona da dentista, ma poiché non stavo ferma, una infermiera si sedette al posto mio, mi prese in braccio e mi strinse così forte da impedirmi di muovermi mentre un medico con il camice bianco, -e come era alto e magro quel medico e che brutta faccia che aveva... - mi applicò la maschera ad etere per praticarmi quella rudimentale anestesia. Quel liquido freddo che mi entrò in gola nel naso, beh, campassi cent'anni, non lo dimenticherei e, vi giuro, ricordo perfettamente tutte le manovre che vennero fatte nella mia gola, il divaricatore che mi fu messo, il taglio, il raschiamento, il sangue che mi soffocava e quelle braccia che mi imprigionavano.

Poi, come Dio volle, mi addormentai, ma mi svegliai non so quanto tempo dopo vomitando sangue, che il cuscino era tutto rosso e per diversi giorni ebbi così tanto dolore da non poter inghiottire che gelati, che però mi piacevano tantissimo.

 

Ebbi tutte le malattie infantili: morbillo, varicella – che prurito!! - orecchioni piuttosto forti con febbre alta e dolore alla parte gonfia ma non fui molto soggetta a malattie da raffreddamento, per quello ero piuttosto forte, esattamente come ora.

 

Invece la mia miopia congenita mi procurò sempre molti problemi, esattamente come ora.

Fu la mia maestra quando andai in prima elementare, - e cioè a cinque anni e mezzo, - che si accorse che non vedevo bene e disse ai miei di portarmi a fare una visita oculistica: infatti scrivevo con la testa appoggiata sull'avambraccio destro.

Di certo avrebbero potuto pensarci prima, dato che da sempre, anche alla scuola materna, io mi mettevo in quella posizione e sbattevo molto facilmente contro ogni genere di ostacolo, mobili ed altro, come pure inciampavo facilmente dovunque, ma mia madre non faceva altro che dire che ero sbadata, disattenta e che avevo ogni sorta di difetti e vizi.

Invece l'oculista mi trovò una miopia che era già sui cinque gradi dall'occhio destro e sui tre al sinistro, quindi un difetto già piuttosto accentuato.

Ma l'abitudine di sgridarmi quando inciampavo o cozzavo contro qualcosa non cambiò, come pure quella del susseguente scappellotto come monito al fatto che, se proprio dovevo piangere, piangessi pure per qualcosa.

Mi misero quindi il mio primo paio di occhiali, con la montatura scura e grossa e con queste lenti a culo di bicchiere: ricominciai a vedere, riscoprendo tutta una realtà che non conoscevo, ma anche cominciai il tormento delle stanghette che ferivano dietro le orecchie, oppure la montatura che segnava sul naso e le lenti che si sporcavano, si appannavano e ogni volta che cadevo, - ed io cadevo sempre, - mi ruzzolavano via, rompendosi molto spesso e costringendomi a sopportare una serie di rimbrotti e raccomandazioni infinite.

Di certo gli occhiali sono una tortura, poi di quella fatta ed addosso ad una scalmanata come me, ve li raccomando.

Ma senza non vedevo davvero nulla, tanto che d'estate al mare, quando me li levavo per andare a fare il bagno, poi avevo grandi difficoltà a ritrovare il mio ombrellone e lo stabilimento balneare e diverse volte i miei furono richiamati dagli altoparlanti dei bagni vicini che gridavano il mio nome, dicendo che li stavo aspettando al Nettuno oppure al Rivabella.....

 

Ho sempre letto tantissimo, soprattutto la sera e la notte, ma leggevo con la mano sull'occhio destro, perché altrimenti vedevo doppio, inoltre in ogni classe dove io sono stata sono stata messa sempre in prima fila, dato che altrimenti non leggevo alla lavagna, venendo così classificata ' secchiona ', anche se io non lo ero davvero. Comunque Balena Quattrocchi era il mio secondo nome.

Ogni anno gli occhiali erano da cambiare perché la mia miopia progrediva e a dieci anni era già meno sette e meno cinque gradi.

Infatti quell'anno, mentre mio padre era in ospedale, mia zia mi portò da un altro oculista a Forlì, che facevano assai bravo, per un consulto extra, ma costui non diede speranze, dicendo che a trent'anni, massimo, sarei stata cieca. E su questo nessuno ebbe nulla da ridire, con buona pace di tutti e nessuno si preoccupò mai di fare qualcosa, cercare qualcosa per vedere se si fosse potuto ovviare a questo destino infame che mi se prospettava.

Per fortuna inventarono le lenti a contatto........

 

Poi vi fu il problema alle anche.

Appena cominciai a camminare, zoppicavo.

Era una zoppia accentuata sulla parte destra ed anche i piedi venivano buttati assai male.

Fui portata dal medico, che era amico di mio padre e fui sottoposta a radiografie alle anche.

Risultò che avevo una parziale lussazione e che avevo una gamba più corta, di quasi un centimetro, la destra.

A quei tempi non vi erano molti rimedi per quel problema: io continuai a zoppicare fino a tra anni e mezzo, poi smisi. Evidentemente il mio organismo si riequilibrò da solo.

Ricordo però di aver ingurgitato grandi quantità di olio di fegato di merluzzo, che era a dire di tutti nauseabondo ma che a me, che volete che vi dica, piaceva tanto, forse perché mia madre mi dava quello al sapore di arancio... misteri dei bambini.

Comunque il dolore alle anche era una abitudine, per me, anche quando non zoppicavo più.

Durante il soggiorno a otto anni in quella colonia estiva a Verghereto, di cui ho già raccontato, dato che facevamo lunghissime camminate quotidiane, accusai un forte dolore ai talloni che non passò neppure tornata a casa.

Di nuovo mi fecero radiografie e risultò che avevo delle cisti ad ambedue la anche, ma soprattutto a quella destra. I medici dissero che se queste non si fossero riassorbite da sole avrei dovuto essere sottoposta ad un delicato e difficile intervento chirurgico ed avrei dovuto venire ingessata per tutto il tronco e le gambe in una totale immobilità per diversi mesi. Raccomandarono quindi di non farmi fare ginnastica a scuola, - e questo durò fino al penultimo anno del liceo - e di tenermi ferma il più possibile.

E questo fu il tormento numero due: il dolore fisso alle anche ed ai talloni, il continuo dirmi: ' Ari stai ferma, Ari non correre, Ari non camminare.'

Per fortuna nuotare mi era permesso: davvero per fortuna, altrimenti davvero non so come avrei potuto resistere; almeno d'estate potevo sfogarmi in acqua.

Ma di certo io ferma non stavo, non mi era proprio possibile: io ero una cavallina, una bestiolina che ferma non sapeva stare, che aveva il fuoco dentro, che era forte ed agile che non aveva paura di nulla, che aveva bisogno di correre, di camminare, di andare in bicicletta.

L'altra mia fortuna fu il fatto di vivere in uno stato di totale libertà e, alla fine, facevo quello che mi pareva, anche perché, quando non mi facevano uscire ero come un leone in gabbia e talmente rumorosi i miei giochi che davvero, per disperazione, all'ennesimo: ' Posso andare a giocare mamma? ', la risposta era un si.. con, immagino, sospiro di sollievo appena chiudevo la porta.

Io non ricordo se i miei mi chiedessero cosa facevo quando ero fuori casa e dove andavo, so solo che andavo ovunque, spingendomi fino a qualche chilometro da casa, con la bici o con i pattini a rotelle, giravo senza meta, per guardare le case, i giardini, per seguire le rive del fiume, le massicciate della ferrovia, i viali, le strade, stradine e vicoli della mia città, il grande Parco delle Rimembranze che noi chiamavamo la Rocca, lo sferisterio per il gioco della pallacorda che era dietro di questo, ogni chiesa o campetto da gioco, ogni oratorio, ogni luogo di ritrovo per bambini. Se vi era un'altalena, se vi era uno scivolo, e quelli vennero solo dopo il compimento dei miei dieci anni, io li trovavo e ci trascorrevo le ore. La mia città era un continuo contenitore di sorprese, le case dei miei compagni di scuola erano sempre aperte per me ed io avevo sempre qualcuno da andare a trovare, a salutare, ad aiutare nei compiti.

Stare sola non mi piaceva molto, solo alcune volte sentivo il bisogno di isolarmi e comunque c'era l'appuntamento fisso a casa di zia Teresina per la merenda, dove nessuno mi contava il cibo ed anzi, dove lei, la mia zia preferita, si preoccupava che mangiassi e mi faceva ' l'ovino ', sbattendo in una grande tazza un uovo di giornata con il frullino a mano fino a montare le chiare a neve, alle quali poi accludeva il tuorlo e lo zucchero, servendomi poi questa leccornia dolce e spumosa che io ingollavo con grandi cucchiaiate, oppure lavorando solo il tuorlo con lo zucchero fino a farlo diventare una crema densa e morbida, quasi bianca, con la quale farmi baffi appiccicaticci. Altrimenti tirava fuori dalla credenza odorosa di buono grandi trecce di pane comune biscottato fuori e morbido dentro, ne tagliava pezzi abbondanti per ognuno di noi, tra i quattro cinque affamati di turno che sempre aveva al richiamo delle quattro del pomeriggio, - io i mie cugini più piccoli e qualche bimbo dl vicinato, tanto per mia zia, sempre tutte creature eravamo, uccellini da nido per quel grande cuore di madre e si che danaro a casa sua ne girava ben poco! - e, aperto il cartoccio di carta oleata, estraeva grandi fette di rosea e profumatissima mortadella per farcire i nostri panini che, come tanti pollicini, andavamo a divorare in giro per casa, il terrazzo, il cortile.

Come poteva il male alle anche fermare tutto questo?

E così me lo tenevo, senza lamentarmi, anzi, nascondendolo, per paura di venire segregata in casa.

Però, niente ginnastica alle medie e al ginnasio e niente campeggi estivi con le coccinelle e le guide, cosa che fu uno dei mie più grandi dispiaceri.

 

Io davvero non ricordo di aver vissuto un giorno senza un qualche dolore.

Perché non è finita qui.

 

A sette anni mi venne una infezione sulla gamba destra, a metà della tibia. Mio padre, come ho già raccontato, me la spremeva ogni giorno e la cosa durò mesi. Mi ci metteva poi una pomata nera con uno strano odore che si chiamava ' Ittiolo ' e che veniva conservata in una scatolina rotonda di legno leggero. Questa pomata serviva per fare maturare l'infezione e ricordo benissimo quando un giorno venne fuori da questa ' spremitura ' che lui faceva della mia ferita, una specie di vermicello bianco, che lui rimossa accuratamente, dicendomi che quello era ' il nonno ' dell'infezione stessa. Infatti, poi, guarii. Non so altro, di quella, che fu una strana cosa, ma mi resta una vistose cicatrice a ricordo e conferma di non aver inventato o sognato tutto.

 

Poi venne il dolore alla milza.

All'improvviso mi sorgeva un forte dolore al fianco sinistro, tale che mi impediva di restare persino seduta. Mi successe diverse volte, decine di volte, anche in classe, alle elementari ed alle medie: mi dovevano allora mandare in infermeria e farmi sdraiare. Di solito mi addormentavo, dopo un po', quando il dolore forte calava, ma rimanevo stanca e stranita per tutto il giorno.

Nessuno seppe mai da dove venisse quel dolore: dissero che mi faceva male la milza, anche se questo non mi accadeva quando io facevo sforzi, ma di solito quando stavo seduta per parecchio tempo.

Ricordo che anche al liceo ebbi un paio di quelle crisi e fui accompagnata a casa da un professore. Quella cosa restò e resta un mistero della mia vita.

 

Ma il disastro più disastroso della mia infanzia ed adolescenza fu l'enuresi notturna, la famosa ' pipì a letto '.

L'ultima volta che io ho fatto pipì a letto avevo 21 anni ed ero madre da tre.

Fu una cosa tragica, per me, una colpa mia che ogni volta che si avvicinava la sera, mi attanagliava: ' Ari, non bere, che sennò fai pipì a letto.... non mangiare il cocomero, il melone, il gelato, che se no fai pipì a letto.... '.

Ma io la facevo lo stesso. E ogni volta erano tragedie di mia madre che doveva mettere a lavare le lenzuola e stare attenta al materasso, che era di crine, cioè di fieno – come si dormiva bene in quel materasso di fieno!!! -comprato appositamente per me perché quello di lana induceva ancor di più il fenomeno. Ma il mio materasso aveva sempre aloni giallastri di pipì uscite fuori dalla ' telincerata ' che si spostava sempre.

Io non mi accorgevo di fare pipì a letto. Qualche volta sognavo che mi scappasse e di farla da qualche parte, ma il più delle volte ero ignara di tutto. So solo che, ad un certo punto della notte mi svegliavo, mettevo una mano sotto il mio fianco e sentivo il famigerato bagnato.

Appena fui grande abbastanza imparai ad alzarmi da sola, a cambiarmi il pigiama e la biancheria e a mettere degli asciugamani sulle lenzuola, in modo da poter continuare a dormire senza svegliare la mamma. Almeno così limitavo i rimbrotti e le sgridate.

Poi cominciai a non volermi addormentare e a leggere fino alle due e le tre di notte, proprio perché così, quando non ce la facevo più, mi alzavo per andare in bagno ed affrontavo una notte assai più breve: infatti il mattino dopo mi svegliavo che avevo un urgentissimo bisogno di urinare, ma almeno il letto e tutto il resto era asciutto.

E quando accadeva che io dovessi dormire fuori per un qualche ragione, da una zia, un'amica o altro praticamente non dormivo, ma rimanevo semi assopita, impedendomi di sprofondare nel sonno, per accorgermi del bisogno impellente che sempre, due o tre volte per notte io avvertivo e potermi alzare ed andare in bagno.

Alle medie scoprii che vi era una branca della medicina chiamata ' psicologia ' e cominciai a leggere qualche libro, continuando per tutto il liceo. Allora imparai che il disturbo del quale soffrivo era un evidente stato di sofferenza psicologica e non una azione di cattiva volontà o di cattiveria, come affermava mia madre.

Fu la mia professoressa di lettere delle media, l'amata signora Dionigi, che mi fese scoprire la psicologia, in seconda media.

Io mi domando e dico, va beh che lei era professoressa e suo marito medico e che mi madre aveva si e no la seconda elementare, ma mio padre era semi-laureato e sua sorella era laureata in farmacia.

Possibile che a nessuno sia passato mai per la testa che io stessi soffrendo di e per qualcosa e che non fossi solo cattiva e cattiva e cattiva?

Io li ricordo bene gli sguardi cupi, i continui rimbrotti, le continue sgridate.

Un giorno chiesi a mia madre:' Perché mio fratello non lo sgridi mai?' e lei mi rispose: ' Perché lui è bravo e buono e non fa mai nulla di sbagliato, cosa lo dovrei sgridare a fare?'

E così è stato tutta la vita: io non ho mai fatto nulla di giusto e lui mai nulla di sbagliato e quello che mi chiedo è: possibile che lui non abbia sbagliato mai, per mia madre ed io invece sempre, dato che non ricordo un volta in cui mi abbia detto, al mio annunciarle una qualsiasi cosa: ' Hai fatto bene!! '

Io sono sempre stata quella che faceva e diceva disastri, quella del famoso detto di mio padre, esasperato dalle sue continue lamentele: ' L'hai voluta? Goditela! '

E allora anche io ora mi chiedo: ma mio padre, mi ha amato davvero o aveva ragione mia madre quando mi disse che io l'avevo mitizzato troppo che lui non era quello che gli altri vedevano?

E ancora mi chiedo: ' Se neppure da bambina, quando si è innocenti e spontanei, io ho saputo farmi amare da chi mi ha messo al mondo e da chi avevo intorno, se neppure allora ho saputo comportarmi in modo grazioso o bello da venire apprezzata, come potrò fare ora, che non so più davvero che pesci pigliare perché ho un groviglio nella testa che mai più potrò più dipanare?

Eppure ero una bambina dalle grandi qualità e poi sono stata una donna dalle grandi qualità, ma se nessuno mi sopporta, mi sa che queste qualità le vedo solo io.

 

Le mie notti, comunque, erano assai tormentane non solo per la questione dell'enuresi ma perché c'era qualcos'altro di ancora più terribile che non mi faceva dormire fino alle due le tre di notte dai sette otto nove anni e seguenti, fino a … sempre, perché anche ora io raramente mi addormento prima dell'una di notte, anche se sono stanchissima o sveglia dal mattino presto.

Quella cosa terribile che io vivevo senza averne mai parlato con nessuno era la paura del buio.

Appena spegnevo la luce mi irrigidivo in un terrore folle ed aspettavo che mani gelide e vischiose uscissero da sotto il letto e mi afferrassero per portarmi via.

Il terrore mi paralizzava così tanto che io non riuscivo a muovere un muscolo, neppure per riaccendere la luce, neppure per chiamare la mamma o il babbo, che certamente mi avrebbero sgridato, come di sicuro è avvenuto, dicendomi che tanto non vi era nulla e nessuno che potesse e volesse farmi del male e che i miei erano solo i soliti capricci.

Finché fui bambina dovetti sottostare al volere dei miei di spegnere la luce, perché era obbligatorio, così che quando ogni altra luce era spenta ed il buio totale io precipitavo in quel baratro di attesa gelata e folle, senza remissione né sollievo fino a quando, vinta dalla stanchezza, non mi addormentavo.

Non so quanto tempo io passassi in quello stato, ma a me sembrava lunghissimo, perché si dilatava di attimi di furibondo terrore.

Non credo di avere le parole per poterlo descrivere. Solo posso dire che io SAPEVO che quelle mani erano lì, pronte a ghermirmi, che appartenevano a qualcuno che era male puro, che era tortura infinita, tormento, non tanto morte, ma dolore e terrore senza fine.

Poi, appena ebbi una mia capacità di gestire le mie cose, non spensi più la luce.

Ero già madre da diversi anni ma se mi capitava di dormire da sola, perché Carlo si recava da qualche parte per lavoro, io tenevo tutte le luci di casa accese.

Ora non posso dire di avere ancora quella paura, no di certo, ma non amo il buio e comunque dormo sempre con qualche luce accesa.

Solo Carlo seppe, in qualche modo, di questo mio problema, ma non ne parlai mai con nessun altro, neppure io ricordo di averne trattato neppure con i medici della mente che mi ebbero in cura da grande.

I miei genitori non si curarono di questi miei disturbi, eppure sapevano che vi fosse qualcosa che non andava.

Non solo il buio mi terrorizzava, ma anche film o telefilm e documentari che trattassero di qualcosa di vagamente pauroso. Persino il Tenente Maigret, trasmissione allora assai in voga e che mio padre seguiva, mi gettava nella più irragionevole paura: bastava che solo la musica, accennando a qualcosa che stava per avvenire, salisse un attimo di tono per la suspance, che io me ne fuggivo in camera mia a leggere, chiudendomi le orecchie con le mani per non udire: era qualcosa più forte di me.

Quindi ogni sera andavo a letto dopo carosello ma leggevo, con la mia lampada da comodino accesa che mi rassicurava. Poi i miei si coricavano e mi dicevano di spegnere. Io rispondevo: ' Ancora un minuto, finisco il capitolo! ' e speravo si addormentassero. Se questo avveniva io non spegnevo la luce. Ma se non avveniva dovevo farlo e quindi venivo rapita da questo mondo terrifico entro in quale ogni rumore esterno, che so, il russare di mio padre, un cigolio di un letto, qualcuno che si alzava per andare in bagno o in cucina, diventava la preparazione, l'annuncio a quello che stava di certo, di sicuro per accadere, ma che non accadeva mai, lasciandomi a soffrire quello che io solo posso sapere, ogni notte, ogni sacrosanta notte.

Questa mia paura non mi venne quando ero piccola piccola, no, io ricordo che abitavamo già nell'appartamento nel condomino quando vivevo quegli incubi notturni, quindi dopo gli otto anni di età, quindi dopo che cominciarono le molestie da parte del sacerdote ed anche di quell'accadimento così avvolto in un vuoto e quello strano salto mnemonico che fu l'incontro con l'uomo della macchina.

Anche senza voler per forza di cose tirar fuori forze paranormali, quelle mani erano il male in persona e venivano proprio ad afferrare me.

 

I miei giorni però furono segnati anche da altre mie strane idiosincrasie.

Nessuno voleva mai dividere il letto con me perché, oltre il problema della pipì, io muovevo in continuazione la gamba destra.

Era un movimento ritmico che io non riuscivo a fermare in nessun modo, così forte che scuoteva il materasso e faceva dondolare tutto il letto.

Ricordo perfettamente come partiva, pochissimi minuti dopo io toccassi il letto, di giorno e di notte, cominciava con una flessione della caviglia, in modo regolare circa, una al secondo, forse più veloce, per poi passare ad un dondolio di tutta la gamba fino al ginocchio, sempre con flessione della caviglia. Questo movimento durava anche quando dormivo, senza interruzione.

Quando dovevo coricarmi con qualche cuginetto, che so al mare o a casa di qualche zia, questo fatto rappresentava un problema grande perché io non potevo impedirlo e così facendo non permettevo agli altri di dormire.

Ricordo che mia madre mi disse che secondo lei quel mio movimento era un modo per cullarli nel letto fino ad addormentarmi, dato che lei non mi cullava e questo io ripetevo a chi mi chiedesse il perché di quel mio strano movimento.

Solo quando mi sposai e cominciai a dormire con Carlo, questo fenomeno si acquietò un poco, ma senza sparire. Cercavo di mantenere la mia oscillazione in modo tale che il risultato fosse solo un dolce dondolio e lui si abituò ben presto a questo mio fare e questo successe poi anche con Antonio.

Solo dopo che mi separai da Antonio e ricomincia a dormire da sola questa cosa riprese forza, ma poi si trasformò in una smania che mi impediva di trovare riposo sdraiata e che mi obbligava a camminare per ore per casa, finché non riuscissi finalmente a rilassarmi e ad addormentarmi.

In uno dei mi ricoveri a Villa Azzurra, quella clinica per malati di mente nella quale fui accolta tre volte, un neurologo mi visitò, dato che il disturbo aveva raggiunto una cadenza regolare e continua e mi disse che soffrivo certamente della ' Sindrome delle gambe senza riposo', mettendomi in terapia con un farmaco che curava il morbo di Parkinson. Il sollievo fu immediato e da allora io sono dipendente da questo farmaco, perché senza di quello sia sdraiata che le mie gambe vengono scossi da movimenti e contrazioni in parte spontanei, in parte procurati da me per alleviare la tensione ed il fastidiosissimo spasmo che provo. Ora questo mi accade anche da seduta ed interessa anche le braccia, quindi senza quel farmaco io non posso vivere.

Ma comunque le mie gambe ferme non lo sono state mai, neppure da sveglia.

Ricordo perfettamente che la mia maestra delle elementari, la fatidica amata-odiata signora Spinelli, si lamentasse sempre del mio continuo agitare le ginocchia, aprendo e chiudendo le gambe con il fruscio delle gonne e del grembiulino scolastico: mi sgridava sempre, ammonendomi di smettere, poi lasciandomi vivere, dato che si rese conto che io, davvero, ferma non ci potevo stare.

La Sindrome delle gambe senza riposo è un malattia ancora piuttosto sconosciuta, pur se colpisce una discreta area della popolazione femminile europea. Alcuni anni fa feci delle ricerche su internet, ora no sono più così sicura di quello che sto per dire, ma allora lessi che non vi erano cure certe. Ho incontrato altre donne che come me soffrivano di questo disturbo che, credetemi, regala un malessere assurdo e mi sono accorta che diverse di esse neppure sapessero che il loro mal stare avesse un nome.

Parlando ultimamente con le mie figliole mi hanno detto che anche loro cominciano a soffrire di quegli inequivocabili sintomi e mi dispiace tanto per loro.

Io, finché non sono approdata a quelle benedette ma altrettanto velenose pastigliette, ho davvero tribolato molto, anche perché è impossibile dormire e, per assurdo, più ero stanca, più le mie gambe, una volta che provavo a coricarmi, ballavano. Intere notti ho passato a vagare per casa, semi addormentata e furente ed ora davvero senza quelle medicine non potrei sopravvivere, perché le ultime volte che per un motivo preciso ne ho dovuto sospendere la somministrazione, il sintomo durava giorno e notte e si era esteso anche alle braccia ed alle spalle. Nessun essere umano merita una tortura così e se, per una qualche ragione, dovessi rimanere senza la mia cura sono certa che cercherei la morte fino a quando, per quanto lei potesse ancora sfuggirmi, l'avrei definitivamente afferrata.

 

Continuando a parlare delle mie paure, ricordo le altre due piuttosto importanti di cui ho già narrato: la paura dei ragni e quella degli scorpioni.

Il terrore per i ragni durò a lungo, fin ben oltre il mio divenire adulta poi, piano piano si ridimensionò, aiutato anche dal fatto di andare a vivere in campagna: divenne ribrezzo, poi fastidio poi si trasformò in amore, quello che provo per tutte la creature animali e vegetali e quindi, ragni inclusi. Anzi, quando ebbi il negozio di animali e decisi di tenere anche i rettili e simili, acquistai una grossa tarantola, ma proprio grossa e la studiai con l'esatto rispetto ed amore che nutrivo per tutti gli altri. Devo dire che pure lei, a modo suo, dimostrava di riconoscermi e di accettarmi, a modo suo si può dire che mi voleva bene. Semplicemente andava ascoltata e capita.

Gli esseri umani si credono superiori a tutti gli animali e i vegetali, ma non è così.

Io ritengo che tra tutti gli esseri viventi che popolano questo povero pianeta, l'essere umano sia di gran lunga quello inferiore: basti a dirsi che tutti gli altri esseri vivono in equilibrio naturale tra loro e l'ambiente e nessuno, lasciato libero di vivere una vita non manipolata da noi ma gestita dai propri ritmi biologici, ha creato danni al pianeta. Mentre noi in cinquanta anni, e dico cinquanta anni, che sono davvero un'inezia nel confronto della vita di questo mondo, -se non vogliamo addirittura rapportarci all'universo - lo abbiamo praticamente avvelenato.

E penso che questo la dica tutta.

Il mio terrore per i ragni diventato poi amore mi ha portato persino a versare lacrime per uno di questi.

Quando vivevo nella mia roulotte, nell'estate 2007, proprio mentre stavo scrivendo quel diario che poi è diventato il mio libro Io non sono di qui, dato che passavo molte ora al computer, un giorno mi accorsi che all'angolo in alto a sinistra dello schermo, che era uno di quei vecchi scatoloni catodici, aveva attaccato il capo del suo filo di bava un minuscolo ragnetto, grosso meno di una capocchia di spillo, dalle zampette corte e di colore chiaro. Feci per scacciarlo od ucciderlo, in un gesto che purtroppo è naturale per moltissimi e che lo era anche per me, ma mi fermai in tempo. Mi immaginai in lui, così piccolo ed indifeso, immaginai il suo terrore nel vedere questa enorme cosa che si abbatteva su di lui, schiacciandolo miseramente. Sentii il suo grido di morte nel mio cuore e capii la mia inutile e crudele violenza. Pensai allora di metterlo fuori aiutandomi con un foglietto di carta, ma, guardandolo meglio, vidi che mi fissava.

Lo so che voi penserete a questo punto che io sono pazza, ma non mi importa.

Il ragnetto mi fissava, come a volermi dire: ' Buongiorno signora, desidera? ' e di nuovo lo immaginai modello casalinga, con il grembiulino e la scopa in mano, tutto intento a mettere a posto la sua casa.

Ma che diritto avevo io allora a spostarlo, a costringerlo a vivere in un altro luogo se lui proprio quello aveva eletto come sua abitazione? Non avevo nessun diritto e quindi decisi di lasciarlo stare, di permettergli di vivere dove aveva scelto e dove a lui, o lei, piaceva.

Gli misi anche un nome, lo chiamai: Picì, dato che proprio il mio pc gli era piaciuto così tanto.

Cominciò allora una lunga frequentazione: io e Picì divenimmo ottime amiche. Quando mi mettevo al pc, lei, perché io avevo deciso che era una lei, usciva dal minuscolo buchetto che era il suo nido, si spenzolava ad uno dei suoi fili di bava e stava lì, a guardare con me i colori dei miei giochi di bolle, palline e ranocchie, oppure si dondolava al suono della musica che sempre io ascoltavo, seguendone persino il ritmo con il suo sballonzolare sue e giù come un elastico vivente. Io le parlavo e le raccontavo delle mie ultime novità e devo dire che Picì era una ottima ascoltatrice.

Quando facevo le pulizie giornaliere stavo sempre molto attenta a non rompere la minuscola sua ragnatela e a non farle del male, così che i giorni passavano e la nostra amicizia diveniva sempre più intima: come mi sedevo al computer Picì correva fori a salutarmi e restava in mia compagnia finché io mi trattenevo vicino allo schermo. Ma tutte le cose belle hanno una fine ed io un brutto giorno, facendo un movimento improvviso, la schiacciai senza volerlo. Rimasi li, guardando quel minuscolo cadaverino ormai inanimato, divenuto fermo e spento per sempre, dispiaciuta e desolata di essere stata proprio io la causa della morte della mia piccola amica e ancora una volta ammaliata e spaventata dal mistero della morte e della vita: un attimo prima lei ' era ', un attimo dopo, contro il volere suo e mio, ma per un accadimento di quello che l'umana impotenza chiama fato, non era più. E silenziose lacrime scendevano dai miei occhi a causa della netta sensazione di aver perduto una amica. Infatti molto spesso mi sorpresi, nei giorni successivi, a cercare con gli occhi ma invano la piccola sagoma dondolante.

Si può amare un ragnetto? si.. si può amare tutto, in effetti nulla è così difficile né impossibile, a volerlo: sono riuscita ad amare oltre alle persone, animali piante e cose.

Forse, l'unica che non sono riuscita mai ad amare sono proprio io.....

 

La serie delle mie difficoltà, come ben vedo, è assai lunga anche se sto parlando dei problemi inerenti alla mia infanzia. Successivamente, come vi narrerò, si allungherà notevolmente di più. Ma ancora vorrei raccontare due particolari piuttosto importanti riguardo le mie manie e le mie paure, anche se sono certa che tornerò altre volte su questo.

 

Dato che avevo il terrore del buio e delle creature occulte della notte, dei film gialli e violenti in generale, spesso io e Carlo ci trovavamo in disaccordo sui film da andare a vedere.

Era nostra abitudine andare al cinema almeno una volta alla settimana e ogni tanto lui mi proponeva di scegliere un qualche film del terrore o simili, ma io mi rifiutavo categoricamente.

D'estate poi il problema aumentava perché, dato che nella nostra città c'erano diverse arene all'aperto, gradivamo assai tornare a vedere i film che più ci erano piaciuti durante gli anni precedenti o a vederne qualcuno che per caso ci fosse sfuggito e quindi, non dico tutte le sere ma quasi, eravamo nel grande spiazzo tra le case, che di certo una volta era stato un immenso giardino, dove erano disposte file di sedie di legno con la seduta reclinabile, - un po' scassate a dire il vero, - e ancora girava l'ometto con la cassettina dei dolciumi e dei gelati che noi, ovviamente, acquistavamo in gran quantità: andare al cinema senza sgranocchiare semi e succhiare ghiaccioli o liquirizia non era davvero la stessa cosa.

Quindi capitava assai spesso che, ripescate dal fondo si qualche baule di quinte - seste visioni, saltassero fuori film di pessimo gusto e tra loro qualche film del terrore, che allora era un filone che cominciava a farsi notare dal grande pubblico.

Ogni volta con lui erano discussioni. Stanca allora di negarmi sempre quando venne quella fatidica volta che mi trovai di fronte ad un suo interesse ancora maggiore del solito, cedetti ed acconsentii. Il film in questione era ' Le amanti di Dracula ' ed io feci dei patti molto chiari con Carlo: avrei guardato le parti tranquille della pellicola, per poi chiudere gli occhi quando ci fossero state le scene violente e cruente. Lui promise che così avremmo fatto e finalmente andammo.

Avevo 14 o 15 anni. Ci sedemmo a metà dall'arena, come nostra abitudine, nella fila distanziata da quella successiva per permettere il passaggio, in modo da non trovarci qualcuno troppo alto di fronte a noi e cominciò il film. Io già tremavo solo a guardare la presentazione e le pubblicità dei film che sarebbero andati in visione le sere successive, poi iniziò la narrazione vera e propria, - assai stupida ed insipida, a dire il vero – ma io stavo pronta a rintanarmi contro l'incavo della spalla di Carlo, nascondendo il volto tra le mani e cercando di tapparmi anche le orecchie, perché persino le grida e la musica che enfatizzava lo stato di paura mi disturbavano moltissimo. Seguendo infatti la musica ed il suo aumentare di tono e vibrazione mi accorsi che stava per iniziare di certo una scena cruenta e appena fui sicura che sarebbe stato proprio così, mi rifugiai tra le sue braccia, seppellendomi tutta per non vedere né sentire, le mani premute contro occhi ed orecchie e solo quando Carlo mi disse che la scena terrificante era finita rialzai la testa.

Guardai allora un altro spezzone e di nuovo l'aumentare della musica mi indicò che si stava avvicinando un altro punto cruciale: quindi mi rintanai di nuovo, tremando vistosamente, contro la sua capiente spalla. Ad un certo punto mi sembrò che il silenzio fosse tornato e che la quiete avesse ripreso a regnare e così chiesi a Carlo: ' E' finita, posso guardare? ' e lui mi rispose in modo affermativo. Alzai allora la testa ed aprii gli occhi proprio nel momento in cui sul grande schermo dell'arena, lui in persona, Dracula, il signore e padre di tutti i vampiri e di tutti i miei terrori, con la terribili fauci spalancate, i canini aguzzi gocciolanti sangue, ancora stava per gettarsi sul suo ferino pasto, mordendo la candida gola di una discinta e morente fanciulla.

Lì per lì la mia reazione non fu poi così violenta, mi limitai a gridare e a richiudere gli occhi, ma poi, ritornando a casa nel buio, mi sembrava di sentire passi dietro di noi e l'inquietudine e la paura stavano salendo di tono.

Inutile dirvi che feci una litigata memorabile con Carlo dandogli del vigliacco e affibbiandogli tutti i nomacci e gli improperi del mio vocabolario ma lui, quell'insensibile, era tutto contento ed orgoglioso della sua bravata e se la rideva spudoratamente.

Ci vollero molti mesi, quasi un anno o forse più perché io riuscissi a ritrovare un po' di serenità: nelle mie notti e nei momenti silenziosi quel viso orribile e quelle grida mi invadevano anima e corpo, gelandomi di un terrore paralizzante e solo dopo che ci sposammo e che cominciammo a dormire assieme riuscii a spegnere la luce.

Infatti stavo così sempre in uno tale stato di nervosismo e di agitazione che una volta, non so con precisione quando, ma credo la stessa estate del famigerato film, una notte che stavamo rientrando in casa, proprio mente gli giravo le spalle per aprire con la chiave il portone di ingresso del condominio, lui, silenziosamente, mi mise all'improvviso una mano sulla spalla sinistra, stringendola forte e mimò il gesto di mordermi sul collo.

Io sentii il sangue liquefarsi in tutte le mie vene, poi rapprendersi, vidi tutto nero, piegai le ginocchia e sarei di certo caduta, se non fosse stato che lui mi afferrò al volo.

E anche quella volta non so quanto piansi e quanto poi giacqui incapace di prendere sonno fin quando proprio non ero sfinita e naturalmente dormendo con la luce accesa.

 

Ma sopra tutto e tutti vi era una cosa che era la mia totale completa inalienabile fissazione.

Nella mia cameretta nel condominio, dove io stavo così bene e che era il mio regno, vi erano due luci: una al soffitto ed una lampadina sul comodino. La luce al soffitto, un lampadario in perfetto stile Modernariato come il resto dei mobili, acquistati nuovi nuovi quando ci recammo ad abitare lì, si accendeva da due punti con due scatole elettriche a levetta, uno all'ingresso della camera, sullo stipite della porta e l'altro sulla parete lungo la quale era appoggiato il mio letto. Erano due placche con due levette, messe probabilmente per accendere due serie di lampadine ed azionavano entrambe l'unica lampadina che invece aveva il lampadario. Accadeva così che se qualcun altro accendesse la luce in camera mia, - dato che io quando lo facevo stavo ben attenta - , che si potesse sfalsare l'ordine delle due levette e che quindi si trovassero una su ed una giù mentre io esigevo che con la luce spenta esse si trovassero tutte e quattro esattamente nella posizione di riposo. Quindi ogni qual volta che entravo in camera mia controllavo la situazione e, se trovavo le levette sfalsate, le azionavo accendendo la luce da un interruttore e spegnendola dall'altro finché l'equilibrio da me desiderato non si fosse ristabilito. E a volte accadeva che mi alzassi anche dal letto se mi accorgevo che ciò non era.

Io non parlai mai a nessuno di quella mia mania, devo dire che neppure ne ero cosciente. La ricordo perfettamente ma a me sembrava, allora, una cosa normalissima: quelle due levette dovevano stare così e basta.

Pochi anni fa, parlando con mia madre dei miei problemi psichici e psichiatrici, una volta lei ammise che forse avrebbero dovuto accorgersi che qualche cosa non andava in me perché mi disse che erano preoccupati della mia fissa per le levette in ordine.

Io restai di stucco: avevo creduto che nessuno se ne fosse mai accorto, anzi, non ci avevo neppure pensato più. Solo allora mi resi conto di quanti segnali di sofferenza io avessi dato e di come davvero non furono mai raccolti da nessuno, ad eccezione della cara professoressa delle medie.

E questo, oggi, mi procura ancora tanta tanta tristezza.

 

Quindi, anche in parte per quanto sopra descritto, io soffrivo intensamente di solitudine. Non riuscivo ad avere un rapporto soddisfacente con nessuno. Odiavo il mondo e la sua crudeltà

A dodici anni ingerii una intera confezione di Tavor di mia madre.

Mia madre stava malissimo, era dimagrita in modo notevole, dopo la recentissima morte di mio padre e faticava a dormire. Piangeva sempre e non vedeva più uno scopo della sua vita. Perciò si recò da un medico che le prescrisse quelle pillole.

Io ricordo che quel pomeriggio ero sola in casa e giunsi ad aprire il cassetto del suo comodino come in uno stato di trance. Non avevo le idee chiare ma sapevo solo che volevo andarmene da li. Così ingollai tutto il flacone. Poi, spaventata, chiamai proprio quella mia professoressa di italiano delle medie, che in quei giorni sentivo come l'unica persona che mi prestasse attenzione. Capì immediatamente cosa fosse successo ed arrivò di corsa. Mi fece del caffè e mi tenne sveglia per cui ne venni fuori. Lei non disse nulla a mia madre, nell'immediato. Provò ad accennarle, durante una udienza, dei mie problemi e sofferenze ma mia madre si ribellò. Le disse che aveva idee strane in testa e a me comandò di non frequentarla ed ascoltarla, che mi stava montando la testa.

 

 

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Commenti: 2
  • #1

    lucia d'alessandro (domenica, 06 gennaio 2013 13:42)

    Arietta cara, come si scrive un sospiro?Solo questo mi viene, dopo questa lettura..

  • #2

    ariannaamaducci (lunedì, 07 gennaio 2013 23:02)

    come si scrive uu sospiro?.. non so lucia.. ma grazie per la tua empatia..ti abbraccio .. @>--