CAPITOLO DECIMO L'adolescenza: Carlo, il liceo la moto, il lavoro estivo, il collegio.

COLLINE DI ROMAGNA  - 2008 olio su tela 35 x 45

 

CAPITOLO DECIMO

 

L'adolescenza: Carlo, il liceo la moto,


il lavoro estivo, il collegio.

 

 

A dodici anni conobbi quello che divenne il mio primo ragazzo e poi il primo marito.

Non ero innamorata di lui ma lui lo era di me ed io mi sentivo tanto sola.

Quindi mi misi con lui.

Lui era molto presente ed affettuoso.. io avevo assolutamente bisogno di lui.

Ma la sua presenza non mi riempiva.

Fin da bambina piccolissima avevo sentito una forte attrazione per le donne, come vi ho raccontato.

Durante quegli anni avevo una vita onirica ad occhi aperti intensissima. Passavo ore ed ore, soprattutto la notte, vivendo storie, vite che mi narravo nella mente con tutti i particolari. In quelle vite io non ero una donna ma un uomo anche se di natura assai diversa dagli uomini che avevo incontrato. Ero io ma non ero la bambina o la giovinetta. Ero un essere assai più complesso che incentrava in se stesso sia la figura femminile che quella maschile dei miei sogni. Per fare un esempio rivivevo intensamente più volte una scena in cui, su di una carrozza aperta - tipo troica -tirata da cavalli, sotto la neve, io ero una bellissima fanciulla con accanto a me un aggraziato e dolcissimo cavaliere. Ma, nel momento preciso in cui colui si chinava su di me per darmi il primo agognato bacio, ecco che io diventavo lui ed ero io a baciare la bellissima fanciulla.

Ma questo pensiero non giunse mai a farsi consapevolezza.

È ben vero che fin da assai piccola di nascosto da tutti mi radevo il viso usando il pennello e la schiuma di mio padre e mimando nello specchio i suoi gesti.

E anche che molto spesso urinavo in piedi a cavalcioni del wc cercando di comportarmi come se avessi un pene, come è vero che ero un maschiaccio nel mio modo di comportarmi, chiassoso, poco elegante e scomposto – cosa che faceva impazzire mia madre - ma ciò non mi ha mai portato a non sentirmi donna. A non desiderare da sempre di avere bambini, di avere il seno, di essere amata come una donna.

Quindi il mio stato d'animo era assai confuso.

Vissi perciò con quel mio primo uomo tutte le tappe dell'emancipazione sessuale di una giovane donna, anche se alle spalle avevo una lunga serie di giochi erotici praticati con compagni di gioco e cugini.

Con lui ebbi il mio primo bacio, – a dodici anni - il primo petting - pochi mesi dopo - il primo rapporto completo – a quindici anni - ma le emozioni che provai furono assai blande ed incolori. Erano praticamente atti di autoerotismo.

Questa mancanza di un vero trasporto mi portò a lasciare quel ragazzo diverse volte, però il suo dolore e la mia acre solitudine mi riportarono sempre a cercarlo e riprenderlo con me.

Nel frattempo frequentai con grande facilità e successo le scuole medie, vivendole come una esperienza bellissima. Comincia a spaziare nelle mie letture e dai libri per ragazzi, che avevo letto e stra - letto nei suoi classici, passai a romanzi e soprattutto poesie. Alle medie lessi tutta l'opera di Quasimodo, Montale ed Ungaretti per poi accedere a Lorca e Jimenez.

 

Comincia anche il volontariato, andando tutti i giorni dalle orfanelle per aiutarle a fare i compiti. Volevo loro molto bene e regalai loro tutti i miei libri più infantili ed i miei balocchi, bambole ed altro.

Poi la domenica mattina andavo all'ospizio a trovare qualche vecchietta. Lo feci per anni.

Presi anche parte ad un gruppo di aiuto per ragazzi spastici, che aveva sede a Parma, creato da frati Saveriani. Mi recavo là in treno la domenica mattina e ne tornavo la sera.

Ma Carlo si sentiva messo da parte e questo mi portò poi ad abbandonare queste attività verso i sedici anni.

 

Mi allontanai dalla chiesa cattolica perché non ammetteva la vita sessuale fuori dal matrimonio e perchè non operava la povertà.

L'intenso amore mistico per Dio Padre e Gesù Cristo vissuto fin da piccolissima, assidua alle celebrazioni con profonda partecipazione emotiva, non implicò che non avessi un mio metro di giudizio totalmente personale. Non riuscii a ritenere che la vita sessuale di una persona fosse un peccato, in nessun momento della vita, anche prima del matrimonio.

Probabilmente l'esperienza atroce vissuta con il mio parroco e confessore mi aveva portato a pensare in quel modo, probabilmente era un mio modo per alleviare lui e me dai sensi di colpa. Ma anche sono certa che il mio personale codice morale sia stato sempre piuttosto chiaro e preciso in me: l'amore e quindi anche quello dei corpi, non era un peccato.

Inoltre le azioni e le parole del prete fecero in modo che si creasse in me un bisogno giornaliero di soddisfare le mie pulsioni, che da naturali divennero imperiose, perché il desiderio di quell'uomo era così marcio e profondo che mi aveva invaso e contagiato totalmente. E sempre avevo cercato i coetanei ed i cuginetti.

Quindi il conflitto tra il mio desiderio sessuale, che era impellente ed i veti della chiesa mi portarono ad allontanarmene definitivamente, quando entrai in quarta ginnasio.

 

Quanto segue in corsivo è un capitolo del mio terzo romanzo: ' Quello che non dico a nessuno'.

- Mi scuso se alcuni concetti o fatti vengono di nuovo ripresi nella narrazione ma ciò che state per leggere è stato scritto prima di questa biografia e con intenzioni diverse. Quindi spero che capirete e perdonerete alcune ripetizioni. -

 

 

IL PRIMO

 

 

Avevo 15 anni quando permisi a Carlo di entrare per la prima volta dentro di me.

Non era la passione che mi spingeva verso di lui, era un affetto molto profondo, ma fraterno, era il legame di sangue che ci inseguiva vita dopo vita lungo i secoli.

Io questo allora non lo avevo ben chiaro e mi era più comodo chiamarlo amore, ma in fondo sapevo benissimo che quello che provavo per lui era un'altra sensazione.

Però c'era la mia vita che mi spingeva tra le sue braccia, c'era la mia infanzia contrastata a contrastante, che sbocciava in un corpo di donna che mi andava così tanto stretto da cercare di allargarlo mangiando enormi quantità di dolciumi, sperando di addomesticare tutto quell'amaro con lo zucchero che mi si scioglieva voluttuosamente in bocca.

Le mani di un uomo adulto avevano colto i miei primi impulsi e avevano guidato le mie fantasie veloci e per nulla sopite verso vie dolorose e oscure.

Io sentivo qualcosa che non si atteneva a ciò che ci si aspettava da me: non ero una bambina come venivano dipinte le bambine nei bellissimi libri che leggevo, la notte, mentre tutti in casa dormivano.

Io mi sentivo un angelo con la carne, un angelo di amore per corpo, il mio corpo che viveva già, nonostante nessuno lo pensasse: scrissi più o meno questo in un mio diario dei dodici anni, un quaderno con la copertina ricoperta di cacofonici colori. Lo conservo ancora, quel quaderno, come molti altri dei miei anni passati, anche se purtroppo diversi li ho gettati via, misconoscendo persino a me stessa quello che io provavo, che era così diverso da quanto mi veniva raccontato in tale bella e compiuta forma e che era completamente dissimile da quanto mia madre cercava nei miei modi di fare senza trovarlo assolutamente.

Avevo poco più di tre anni il giorno che mi sorpresero a sbirciare curiosa nei pantaloni corti di un mio cuginetto più piccolo e fui redarguita aspramente che' quelle cose ' una bambina per bene non le avrebbe nemmeno dovuto pensare.

Io mi sentivo in tutto e per tutto una bambina per bene, non dicevo mai bugie ed obbedivo sempre, anche se spesso a malincuore: non facevo mai e poi mai una cosa che mi era stata vietata.

Ma quello che provavo, che cosa c'entrava quel sottile solletico in una parte di me che conoscevo assai poco, con le bugie? Con disubbidire alla mamma o al babbo?

Perché poi mi avevano sgridata con un'aria così preoccupata?

Ero troppo piccola per dare una risposta a questi enormi interrogativi, e reagii assecondando un'istintiva voce che mi era dentro da sempre: staccai il pensiero e il ricordo dalle azioni, creai due piani, due realtà che non comunicavano tra di loro, per dare la possibilità alla vita di crescere dentro di me e alla bambina di vivere con il sorriso delle persone a cui voleva bene.

Niente di più sbagliato.

Così accettai le carezze blasfeme del sacerdote che sporcò irrimediabilmente gli anni che dovevano essere i più belli della mia vita, i più spensierati e mi caricai di un dolore assai più grande delle mie piccole forze.

Ma la vita, nonostante tutto, ha i suoi sentieri che non vengono tracciati da nessuna mano umana e continuò a scavare dentro di me, portandomi avanti con lei

Mi venne insegnato che il mio corpo provava un desiderio così bello che però era chiamato: 'peccato'.

Come potevo non provarlo?

Non ci riuscivo.

Inoltre proprio l'amore era legato a quelle sensazioni, io lo sapevo già, perché quando guardavo alla televisione un bacio, allora assai casto, tra un uomo ed una donna, o uno sguardo intenso e passionale, io sentivo accendersi in me le medesime emozioni che venivano chiamate con quel brutto nome: peccato mortale.

Amare è uguale a morire?

Chiudere l'amore in stalli per bestiame era la via giusta? Solo tra un uomo e una donna, solo dopo una certa età, solo nel sacro vincolo del matrimonio, solo per mettere al mondo un figlio.

E io allora era preda di quel demonio, di quel serpente che vedevo schiacciato sotto il tallone scalzo della madre del figlio di quel dDo che mi veniva contrabbandato per buono e giusto?

Aveva dunque egli creato in me un mostro?

Quando io guardavo i due bellissimi attori che si baciavano sullo schermo della tivù o del cinemascope, io ero sempre lui che baciava lei, io ero quella mano che la prendeva alla nuca allargando le dita tra i suoi capelli, che la attraeva a sé guardandola intensamente, io ero quelle labbra che conducevano quella danza che non avevo mai provato ma che sentivo di conoscere fino in fondo.

La notte abbracciavo il mio orso di pezza a immaginavo, sognavo ad occhi aperti, di baciare una bellissima principessa mentre su di una slitta tirata da cavalli fumanti nello sforzo, come nel film ' Il dottor Zivago ', la neve cadeva lenta e intensa su di noi; sentivo il corpo di lei abbandonarsi e fremere tra le mie braccia, sentivo il suo respiro profumato invadermi i polmoni in fiamme.

Poi mi scuotevo dal mio sogno e mi dicevo che stavo sbagliando, che io ero lei. Riprendevo allora il filo della mia fantasia e mi perdevo nei particolari della foresta incantata che correva attorno a me, nel rumore degli zoccoli che battevano contro il ghiaccio indurito, nel suonare dei piccoli campanelli attaccati agli odorosi finimenti, per poi scivolare di nuovo nella estatica sensazione di guardare quel volto pallido ed acceso, il mio volto pallido ed acceso, come se mi staccassi da me e guardassi me stessa attrice ed attore nei due personaggi.

Premevo le labbra sul cuscino e sentivo la stoffa di cotone riscaldata dal mio fiato aggredire l'interno delle mie labbra, così sensibile e sempre avido di contatti, sentivo una mano entrare nelle mie viscere, afferrarle e stringerle forte, attorcigliarle su loro stesse e tentare di strapparle da me.

Quello era l'amore, lo sapevo, lo conoscevo, ma ugualmente sentivo che il cuore, il famoso cuore con cui faceva rima, non c'entrava nulla con esso.

Si, il cuore accelerava i suoi battiti fino a farmi male, ma l'amore si depositava altrove e svegliava altri muscoli di me, quelli che erano celati nel profondo, tra le mie gambe.

Fu sempre il sacerdote a suggerirmi i movimenti da fare con la mano e me li descrisse così bene perché io capissi fino in fondo cosa NON dovevo fare, quei movimenti che soli riuscivano a portare a compimento quello strano struggimento di carne, che soli dissetavano, anche se per poche ore, quella forte arsura che era sete di acqua creata dal fuoco, proprio lì, dove non si doveva guardare, dove non si doveva toccare, nel luogo di noi di cui non di doveva parlare, che non si doveva neppure sentire.

Ma, oh, quando sentii per la prima volta quell'acuto brivido di diapason sotto le mie dita incerte ma sicure, incontrai il bene più bello che avessi assaggiato fino ad allora.

Avevo sette o forse otto anni, non di più, ero uno scalmanato ragazzaccio con gli occhi tristi, con addosso un vestito ed un golfino che non erano i suoi, ma sembravano presi in prestito da qualcuno totalmente diverso da lui, un vestito sollevato su due gambe forti e muscolose imprigionate in calzini bianchi traforati che scendevano alle caviglie nei movimenti del gioco e si sporcavano di terra ed erba.

Era il bello più bello che avessi mai visto quel buio coloratissimo e luminoso dietro alle mie palpebre serrate con forza su occhi che non distinguevano nulla ma portavano ugualmente alla mente visioni prive di una forma conosciuta.

Vidi per la prima volta il viso del piacere ed era così lucente da non poterlo descrivere ed era così sbagliato da non poterlo capire.

Tristissima di essere così felice, di sentirmi così completa, portai le mie dita un po' umide alle mie labbra ed assaggiai il mio sapore, ascoltai quell'odore che già riconoscevo in maniera istintiva come radice unica di un piacere che era veicolo di forze molto maggiori di quelle della mia volontà.

Quel gesto misterioso divenne un rito sotterraneo e talmente privato che neppure lo confessavo a me stessa, divenne un appuntamento con una parte di me che non doveva neppure esistere.

Fu quel piacere a portarmi a maturare la prima scelta effettiva della mia vita: mi chiesi se potevo io provare in modo così imperioso una emozione sbagliata e decisi che erano le regole imposte ad essere sbagliate.

Amavo così tanto quel Dio che non potevo più sentirmi la traditrice di quel forte amore nel non seguire i suoi dettami: così decisi che quel Dio non esisteva affatto, lasciandomi orfana dell'unico padre che mi era rimasto.

Avevo quattordici anni e, dopo aver passato intere notti ad arrovellarmi sulla mia mancanza di onestà nei confronti di colui che io sentivo degno di ogni rettitudine, dopo aver vissuto il giorno della confessione e della comunione in chiesa con la certezza di offendere la stessa matrice della mia esistenza con il mio comportamento peccaminoso, divisa tra la mia realtà e una legge che mi veniva imposta, scelsi la mia realtà ed abbandonai la religione cattolica, che era stata fonte di intensa meraviglia e di forte impulso spirituale.

Frequentare di già il ginnasio permetteva di cominciare ad affermare la propria volontà.

Avevo letto tanti libri che parlavano dell'amore, della poesia dell'amore, dell'intensità dell'amore. Avevo studiato versi in cui quello che io provavo tra le gambe veniva traslato in una dimensione totalmente incorporea.

Avevo ascoltato parole che narravano di brividi assolutamente non corrispondenti ai miei: io non riuscivo ad amare fuori dal mio corpo, solo nella mia mente, non potevo neppure immaginare come si facesse.

E allo stesso modo non mi riusciva di provare quel trasporto guardando il viso di un ragazzo o un uomo, ma sempre e comunque erano i volti delle mie amiche a sciogliermi il sangue e ad accelerare il mio respiro.

Ma come potevo riconoscere quello che sentivo se in nessun libro era narrato, in nessun verso cantato?

L'amore era solo tra un uomo ed una donna.

Carlo si innamorò di me, eravamo due adolescenti soli, forse due bambini soli.

Io sentivo uno spasimo continuo di contatti, di carezze ed abbracci, sentivo un vuoto che non aveva mai fondo.

Il suo sguardo ingenuo ed aperto esprimeva in parte quell'ardore che io avevo visto negli occhi degli attori innamorati o sulle pagine dei fotoromanzi rosa che leggeva mia zia. Mia madre non voleva che io li leggessi, ma spesso la zia li dimenticava aperti sul tavolo della cucina, così io scorrevo alcune pagine di quelle storie melense e stupide, nelle quali uomini e donne si rincorrevano come mosche attratte dal miele.

Veramente a me Carlo sembrava più un pesce lesso e non aveva certo il fascino sornione di Clarck Gable, ma comunque era lì, era per me ed io sentivo una profonda tenerezza per lui.

Avevo dodici anni quando mi baciò per la prima volta. Stavamo ballando in una festa estiva di paese e l'orchestrina sul palco rialzato ci dava dentro con i fiati le chitarre e la batteria, per divertire tutta quella gente a cui le gambe fremevano.

Io indossavo un fresco abito di cotone lungo fino ai piedi, secondo la moda di allora, bianco con piccoli disegni blu, come un arabesco.

La mia zazzera corta e voluminosa era ramata e lucida, gli occhi dietro le spesse lenti, accesi.

Sentivo che quella sarebbe stata una serata speciale per me ed ero molto emozionata. Mi sembrava di aver un appuntamento importante col mio destino e non mi sbagliavo: Carlo divenne poi il mio primo marito.

Ballammo qualche svelto, così, lui era goffo, ma cercava di fare il disinvolto, io mi divertivo a provocarlo. Ero ancora snella, ero bella, molto e quella sera lo sapevo, nonostante di solito non me ne accorgessi mai.

Sentivo i suoi occhi sorridenti passare dal mio viso al mio seno, ai miei fianchi.

Quella fu la prima volta che pensai di essere desiderabile. Il ragazzaccio scarmigliato quella sera dormiva e al suo posto una ragazzina maliziosa si godeva la festa, la musica e il fresco della sera di giugno. Era il 1967.

All'improvviso il ritmo di twist si spense e le note rallentarono.

Alcuni abbandonarono la pista, andandosi a sedere sulle sedie disposte ai bordi ma tutte le coppie si allacciarono e presero a dondolarsi al ritmo lento.

Io non avevo mai ballato un cheeck to cheeck fino ad allora e penso neppure Carlo: ci guardammo un attimo sospesi, poi lui fece un cenno ed io volai tra le sue braccia. Attorno a noi i ragazzi già si stringevano alle loro ballerine e qualche coppia si baciava già.

Era usanza che la pista da ballo fosse una specie di zona franca, nella quale era permesso scambiarsi le effusioni che allora per strada erano del tutto non abituali, così i fidanzatini e i morosini approfittavano largamente dell'occasione, incollando le bocche sulle bocche come volessero mangiarsi.

Mi guardai in giro e sentii tutte quelle bocche sulla mia.

Avevo favoleggiato a lungo sul mio primo bacio, lo avevo girato in filmoni mitici dell'immaginazione, con scene di interminabili rallentì.

Il tempo nel quale le labbra di lui si avvicinavano alle mie per poi sfiorarle era immenso e mentre io attendevo quel tocco magico e prezioso, che mai più si sarebbe ripresentato in tutta la mia vita, assaporavo una vasta serie di emozioni e pensieri contrastanti tra il desiderio, la paura, l'eccitazione, la tenerezza, la voglia di fuggire, la curiosità.

Quando Carlo mi cinse la vita io gli allacciai le braccia dietro il collo, con una studiata mossa cinematografica. I nostri corpi però erano ancora lontani.

Ballammo su di una sola mattonella, con piccoli passi brevi, dondolando i fianchi.

Lui mi strinse a sé, facendosi coraggio: entrambi guardavamo le altre coppie che, vicinissime, tutte ormai si baciavano con passione. Sentivamo i loro respiri un po' affannosi ed i rumori sordi e un poco liquidi di quelle bocche fuse insieme.

Carlo mi strinse più decisamente a sé ed io mi appoggiai interamente a lui. Anche quella era una mia prima volta, non avevo mai assaggiato con le mie forme il corpo di un ragazzo.

Appoggiò la sua guancia contro la mia: era una guancia non più imberbe ma non certamente virile e la sua carnagione chiarissima coperta di efelidi lo rendeva un eterno lattante. Gli occhi azzurri cerulei erano tondi come quelli di un gatto.

Sentivo l'odore del suo dopobarba, probabilmente sottratto al padre, di cui si era abbondantemente annaffiato.

Erano già diversi mesi che ci vedevamo tutti i pomeriggi dopo la scuola: ci trovavamo in parrocchia dove ci eravamo conosciuti e giocavamo a ping pong o o bigliardino. Io parlavo tanto e Carlo mi ascoltava attentamente, lui guidava la sua vespa rossa - aveva tre anni più di me e già il patentino - ed io mi allacciavo alla sua vita con le braccia.

La nostra piccola città non aveva segreti per noi ed ogni via, ogni angolo si colorava del nostro passaggio chiassoso. Lui aveva una nuvola di capelli rosso carota, io un aspetto da maschiaccio: chi poteva non ricordarsi di noi?

E pensare che all'inizio a me piaceva il suo amico Ferruccio e lui faceva una discreta corte alla mia amica Sandra

Con il pretesto di farli conoscere meglio, io conducevo Sandra nei luoghi dove sapevo si sarebbero incontrati e lui portava sempre con sé Ferruccio perché desiderava ricambiarmi il favore. Ma ud un certo momento mi accorsi che la presenza dei nostri amici non ci era più necessaria. Carlo prese a guardarmi in uno strano modo, a divenire un po' più riservato e timido, ad arrossire facilmente, io cominciai a sentirmi sola senza di lui, a desiderare di vederlo, di parlargli, di specchiarmi nel suo sorriso immediato.

Per Caro io ero una gemma luminosa: gli piaceva tutto quello che dicevo o facevo, mi accondiscendeva in tutto, mi viziava, portandomi piccoli ingenui regali.

Io non ero abituata a tanto apprezzamento, anzi, piuttosto era il contrario, mi sentivo sempre contrastata e inadeguata.

Carlo cominciò a scrivermi bigliettini con cuori trafitti e stelle, io mi sentivo in dovere di raccontargli ogni mio pensiero, o quasi. Restava sempre il pensare sotterraneo che scorreva in modo parallelo al flusso superficiale delle parole.

Sapevo che si era innamorato di me, anche se non me lo aveva detto apertamente: allora la parola amore era rivestita ancora di un alone di mistero e di rispetto, era un cappello da mago del quale non si conosceva la capienza.

Quella sera mentre ballavamo lui diventò padrone dei suoi sentimenti e li depose sulla mia guancia con un piccolo bacio a labbra chiuse.

Chissà, mi chiedevo con il fiato sospeso, se i suoi compagni più grandi di gioco o di scuola gli avevano insegnato come muovere la bocca per baciare, gli avevano raccontato i segreti del bacio alla francese, gli avevano spiegato come fare per toccarmi il seno senza che io gli mollassi uno schiaffo.

Ma Carlo non seguì alcuna regola e lo sentii sprofondare nel pieno delle sue forti emozioni. Io restavo a guardarlo al balcone dell'attesa del mio primo bacio, che sapevo sarebbe arrivato proprio quella sera.

Dopo avermi posato altri piccoli baci sulle guance e vicino alle orecchie sentii che stava cercando il coraggio per osare di più e in preda alla mia impazienza voltai verso di lui il viso proprio mentre lui muoveva le sue labbra verso le mie e fu così che esse si sfiorarono per un attimo, prima che lui si ritraesse e mi stringesse forte a sé.

Avevo ricevuto il mio primo bacio e non avrei mai più e mai più ricevuto un secondo primo bacio. Ma la musica dei violini che sentivo nei sogni ad occhi aperti lì era sostituita da quella della fisarmonica, non ci fu nessuno sguardo intenso e prolungato né alcun sospensione interminabile del tempo.

Ancora una volta quello che io provavo non aveva trovato riscontro nella realtà.

 

Passarono tre anni durante i quali i nostri baci divennero profondi e lunghi, le nostre mani smaniose e sfrontate e scoprimmo tra i nostri vestiti, in piedi contro qualche porta o muro compiacente, il piacere di darci il piacere, pensando l'una al corpo dell'altro.

Era un bel modo di amarsi, immediato e impulsivo, facile e poco compromettente.

Sempre, lui mi si appoggiava addosso ed io sentivo il rigonfio del suo maschietto che premeva contro il mio basso ventre.

La primavera risvegliava i nostri desideri ormai sicuri di loro stessi.

Eravamo un gruppo di amici di scuola e, anche se Carlo frequentava un istituto, era però ben accetto da noi ginnasiali. Eravamo ancora tutti vergini. Correva il 1970 e la rivolta studentesca infuriava, vedendoci impegnati entrambi in prima linea.

La parola ' amore libero ' era di uso comune e a ping pong non si giocava più in parrocchia ma nella piccola sede dell'associazione Italia - Cina, dove un bel tavolo sportivo era messo a disposizione di chi, come noi, avesse voluto restringere i confini di questo pianeta.

Anche i miei amici erano in coppia e si parlava di baci, di rivoluzione, si cantava suonando la chitarra, si stampavano ciclostilati, si favoleggiava di metodi anticoncezionali.

Io e Carlo eravamo l'avanguardia della libertà sessuale con le nostre pratiche più disinvolte, mentre gli altri si erano fino a quel momento limitati ai baci.

Egli cominciò a dirmi che avessi voluto fare l'amore ' sul serio ' con lui, ne sarebbe stato felice.

Io ero scossa da un desiderio continuo di provare e riprovare quel brivido di piacere che mi dava gioia: non era il corpo di lui che mi risvegliava, ma il mio che risvegliava se stesso.

Sapevo che volevo provare quella emozione di cui parlavano tutti e mi batteva il cuore nell'immaginarla: ma ai sogni romantici che avevo fatto sul mio primo bacio, ora l'avvicinarsi al primo rapporto completo era come un distintivo rivoluzionario, esattamente come fumare sigarette, che io trovavo solamente sgradevoli e puzzolenti, o bere whisky di marca scadente.

 

I genitori di Carlo avevano una casetta in collina, abitata da una famiglia di piccoli contadini che tenevano qualche gallina e una vigna di vino rosso. Nella stanza riservata alle mangiate pantagrueliche di piadina e maiale ai ferri, annaffiate da abbondanti libagioni, c'era un camino rustico e un vecchio divano di fianco al tavolo molto semplice al quale stavano appoggiate sedie impagliate. Era maggio, ma quel pomeriggio pioveva. Noi, incuranti, sulla fedele vespa arrivammo fin lassù e ci facemmo accendere il fuoco dalla contadina, che era nostra amica e nostra complice: i suoi occhi ammiccavano maliziosi, come se leggesse apertamente le nostre intenzioni.

Dopo averci servito una merenda di pane prosciutto e vino, se ne andò adducendo la scusa di certi suoi mestieri e, mentre usciva dalla stanza tirandosi dietro la porta, cogliemmo il suo sorriso complice e tenero: sicuramente stava ricordando la ' sua ' prima volta.

Non ci furono grandi discorsi tra noi, né dichiarazioni: il vino mi faceva girare la testa, il resto lo fece la primavera.

Quando, sdraiati su delle coperte stese davanti alla fiamma ardente, tolti i vestiti bagnati e rischiarati solo dalla luce del fuoco, Carlo mi fu sopra e spinse il suo membro eretto contro di me, io allargai le gambe e chiusi ancora di più gli occhi: la mia verginità era come un peso di cui liberarsi prima possibile, era come il retaggio di una società ormai superata e vinta; sconfiggerla sarebbe stato come liberarci da vincoli ancestrali.

Io volevo, ma la magia dei sogni non era neppure entrata con me in quella stanza oscurata.

La sua erezione si ammorbidì un po' mentre, emozionato, cercava di penetrare una donna per la prima volta nella sua vita: egli mi aveva precedentemente toccato sul bottoncino sapiente ed io stavo desiderando quella pace che mi portava sempre il culmine del piacere ma quando, dopo un po' di tentativi maldestri ,riuscì a penetrarmi con la prima parte del suo membro, l'eccitazione che sentivo sparì completamente.

Percepivo il suo corpo pesare sul mio, capivo che lui stava vivendo una forte e magica emozione, ma io non provavo nulla, ma nulla dentro di me, neppure il tanto proclamato dolore della deflorazione. Non una goccia di sangue, non una goccia di fluidi dalle mie mucose interne secche e immobili: ascoltavo il suo respiro concitato aspettando il suo orgasmo che venne in poco tempo.

Lui gemette lievemente, si fermò, si rilassò e si staccò da me: ecco, avevo fatto l'amore per la mia prima volta. Lui si sollevò un po' per guardarmi e commosso e raggiante mi chiese se mi fosse piaciuto: io gli risposi sorridendo, con la più grande delusione stretta nella mia gola: ' Sì, tantissimo, amore. '

 

L'ingresso alle scuole superiori fu bellissimo. Adoravo andare a scuola: era tutta la mia vita. Entrai immediatamente a far parte del movimento studentesco diventandone un leader. Questo durò per tutti i cinque anni di frequenza al liceo classico. Vicepresidente dell'assemblea, relatrice sempre in primo piano in oggi occasione, organizzatrice di manifestazioni, occupazioni ed attività varie, militai nel Manifesto per un po' ed andavo a giocare a ping pong, abbandonato l'oratorio, all'associazione Italia Cina

Cercai di imparare a fumare, come facevano tutti, ma vomitavo e tossivo. Non ci riuscii mai e neppure potevo bere, per la stessa ragione: il mio stomaco non accettava nulla di simile. Ma mangiavo moltissimo, soprattutto dolci, dato che avevo denaro mio. - Fin dalla prima elementare, infatti, ho ricevuto una paghetta settimanale che ho usato per comprarmi libri e dolci, il mio cibo.. -

Con il mio ragazzo ogni giorno erano abbuffate, lui pure piuttosto goloso ed assai più pingue di me. Così cominciai ad ingrassare: allora pesavo circa 65 / 70 chili per un'altezza di 165 centimetri ma ero assai muscolosa. Il mio sviluppo era stato piuttosto precoce e a dodici anni ero già formata. Non potevo di certo venir definita ' grassa ' ma mia madre mi torturava continuamente, vedendomi obesa.

Il nostro rapporto era sempre più teso e difficile. Allora più che mai nulla di quanto io facessi le andava bene e ogni cosa la dovevo strappare con lunghe insistenze.

 

A quindici anni cominciai a cucinare io: detestavo i lavori domestici e così lei, oberata dall'impegno del negozio, mi consegnò la conduzione della cucina, tenendo per sé le pulizie. Cucinare mi piacque subito e mi rivelai un'ottima cuoca, non avendo bisogno di sue dirette lezioni ma solo di indicazioni per le dosi. L'avevo guardata per anni tirare la sfoglia, preparare il soffritto, il ragù, la crema pasticciera, l'arrosto, le frittate, il minestrone di verdura e tutto il resto, non avevo bisogno che mi spiegasse come fare: le regole della buona cucina romagnola le avevo assorbite insieme all'aria ed all'acqua, crescendo.

 

A quattordici anni, dopo lunghissime insistenze, ebbi il mio primo motorino: un Guzzi Dingo a tre marce a mano; Carlo aveva la sua Vespa ed altri amici miei più grandi d'età avevano già ricevuto il loro primo mezzo a due ruote. Io smaniavo in un modo incredibile per averne uno tutto mio e tanto dissi e feci che alla fine mia madre acconsentì e mi anticipò il denaro di quel fantasmagorico regalo di compleanno: costava quarantacinquemila lire ed io glieli restituii con lo stipendio della mia prima estate lavorativa, prestando la mia opera per due mesi, dopo la chiusura della scuola, in un magazzino per lo smistamento della frutta. L'economia era fiorente e si trovava lavoro facilmente.

Lavorai ogni estate della mia gioventù e percepii anche per tutti i miei anni scolastici una borsa di studio, ottenuta con le mie alte votazioni. Il denaro venne dato sempre a mia madre che però, ripeto, non me ne fece mai mancare per le mie spese personali, che gestivo autonomamente.

E a proposito delle mie estati lavorative di seguito, in corsivo, potrete leggere una delle novelle di Kaiki che racconta una particolare esperienza.

 

 

LA COLONIA AL MARE

 

Da ragazza, ho lavorato per due estati n una colonia di una cittadina del mare Adriatico, un’accoglienza per bimbi della piccola borghesia padana e che a volte ne prendeva presso di sé, gratuitamente, con pretta pietosa mancanza di pietà, alcuni bimbi poveri provenienti dal sud Italia, molti dei quali già lavoravano come braccianti agricoli nei campi dei grandi proprietari terrieri, che non avevano scrupoli ad impiegarli nonostante la loro tenera età, oppure negli orti di genitori e parenti che, essi stessi, conducevano una esistenza assai dura..

 

Erano gli anni’71 e ’72..

 

Allora la differenza tra il sud e il nord del nostro paese era più profonda e palpabile di ora ed io, che non conoscevo nulla di persona su questo problema se non quello che avevo letto sul ‘Manifesto’ o sui bollettini vari degli scioperi della rivolta studentesca, quando venni in contatto con quei bimbi, mi resi conto, stupita, di quanto davvero la loro vita fosse assai diversa dalla nostra..

 

Anzi, ripensandoci proprio oggi, dopo chissà quanto tempo che non lo facevo, sepolta dalle macerie di tutto quello che è crollato dopo, sopra questo mio vissuto, ricordo bene la colonia in questione, che aveva un anonimo nome tipo ‘ Stella marina ‘, - o qualcosa del genere - ed era una struttura che ospitava bambini di ceto medio - povero, ma ancora dignitoso, provenienti dalle cittadine della bassa padana lontane dal mare, come Parma o Reggio Emilia e aveva dedicato del grande edificio un po’ scrostato dalla salsedine, di colore giallino e circondato da un cortile ghiaioso punteggiato e ombreggiato di alti pini marittimi dal largo frondoso e odoroso ombrello, una dependance più piccola e bassa ai bambini poveri, ma poveri davvero, di un paesino interno del nostro profondo sud, di cui proprio ora non riesco più a rammentare il nome.

 

Io passai il primo turno del primo anno di questa mia esperienza lavorativa, con un gruppo di bimbetti maschi emiliani, coi quali mi sentivo più in sintonia nel dividere giochi ed interessi rispetto alle loro coetanee femminucce, ma li trovavo viziati, annoiati, incontentabili e meditavo di andarmene, perché quel lavoro non mi piaceva, mi annoiava e, inoltre, la cucina lasciava alquanto a desiderare.

 

C’era poi anche da dire che io, spirito libero e ribelle, poco mi adattavo a ‘ mantenere la ' disciplina’, imponendogliela, a quei poverelli già pieni di complessi e di difficoltà personali e quindi, dato che non riuscivo a trovare nessun dialogo con loro e neppure ad imporre la mia autorità, che non sentivo affatto di possedere sui loro visetti impertinenti ma in un certo qual modo sofferenti e disadattati, questo faceva del mio gruppo il peggiore di tutta la colonia, così che la direttrice mi chiamava spesso nel suo grande ufficio di fianco al refettorio, che sembrava tanto un’aula scolastica deserta, per redarguirmi o spronarmi a fare meglio, cosa che inevitabilmente non mi riusciva.

 

All’inizio del secondo turno mente il primo, fatte su le poche cose, magliette, calzetti e ciabattine o zoccoletti, se ne tornava pieno di giubilo tra le braccia amorose o meno dei loro ‘ mamma e papà’, arrivò questo nutrito gruppetto di ragazzacci e femminucce chiassosi ed esuberanti, che parlavano con un accento a noi assai straniero: anzi alcuni di loro non parlavano neppure italiano ma soltanto il loro idioma dialettale..

 

Arrivarono, scendendo dallo scalcinato pullman di linea che li aveva trasportati sin lì nel loro primo, unico lunghissimo viaggio intrapreso fino ad allora e scesero come una torma rumorosa e frullante d’ali che si stiracchiavano, tutti compatti, occhi scuri lucidissimi, pelli scure e ambrate dal sole con, come bagaglio, i soli abiti che portavano addosso, in una confusionaria, stinta, stropicciata macchia semovente multicolore.

 

Ma di un particolare, inatteso, erano colmi!

 

I pidocchi pullulavano tra i loro neri riccetti e le scure trecce femminili, lunghe fino ai fianchi, di capelli che mai erano stati tagliati dalla nascita.

 

L’allarme scoppiò come una bomba in tutta la struttura, tra esclamazioni a stento soffocate, piene di disgusto, del personale scelto per accoglierli e così, in un attimo, quei piccoli merli diventarono sparuti passerotti, chiusi tutti insieme, - che se avessero potuto li avrebbero ‘legati’ tutti insieme, - dentro il refettorio sprangato della dependance, soli.

 

Fuori il resto delle ’signorine‘ accoglieva i nuovi gruppi di urbani bambini, zittiti e spauriti, alcuni già piangenti, che chiamavano la mamma.

 

Signorine venivamo chiamate allora noi assistenti, scelte esclusivamente per il nostro aver accettato paghe esigue e trattamento senza pause e diritti, perché ci veniva chiesto di trascorrere tutta l’estate senza mai un po’ di riposo, notte e giorno, ad eccetto di uno solo dì tra un turno e l’altro, dormendo nelle camerate dei bimbi, divise e protette esclusivamente da una tendina di cotone e condividendo i – poveri - pasti con loro, senza che nessuna di noi avesse una preparazione specifica alla pedagogia, ma tutte affidandoci alla nostra buona volontà e inventiva, che alla fine diventava puro spirito di sopravvivenza.

 

Invece il gruppo delle addette a risolvere l’inatteso quanto fastidioso problema degli ‘altri’ bambini, era animato da accese discussioni.

 

Io allora, guardai il grappolo di femminucce che mi era stato assegnato, graziose nelle loro nuove magliette multicolori, prima di venir unificate nella ‘divisa’ che avremmo poi loro assegnato: vedendole chiacchierare a bassa voce, guardandosi intorno con occhi già pieni di ancora non inespresse pretese, sentii il mio cuore volare tra quegli occhi scuri, selvatici, pulsanti, che erano stati rinchiusi senza colpa e già reietti, dal resto della loro temporanea comunità..

 

Così mi recai di corsa dalla direttrice, affidando alla collega più vicina le ‘mie’ bimbe in attesa di salire in camerata per disfare le loro valigette di plastica con Minnie e Paperina dipinte sopra, chiedendole di assegnarmi un gruppo di quei ‘ maschi’ pidocchiosi e vivacissimi.

 

Ella mi guardò, scura in volto, per un attimo stupita, poi nella sua scaltra mente fece due più due, capì tutto e mi spedì col il resto del personale che già stava indossando cuffie e guanti, pronto, se pur assolutamente controvoglia, ad affrontare il POBLEMA vivente di quel bimbi ‘ alati’….

 

Diedero anche a me un camice bianco, cuffia, guanti e una tosatrice elettrica per capelli con l’ordine di: “ Andare, tosare a zero tutti, maschi e femmine, spogliarli dei loro abiti che ammucchiati, sarebbero poi stati bruciati, lavarli ovunque energicamente con spazzole non proprio delicate, rivestirli con le divise usate del turno precedente e portarli finalmente a mangiare e bere, poi a dormire nelle loro camerate, una per tutti i maschi, quasi una trentina, una per le femmine, assai di meno di numero.”

 

Entrammo allora, così armate e paludate come dottoresse ignote ed estranee, nel refettorio-lager e fummo accolte da esclamazioni di stupore e diffidenza da quegli occhi mobili ed attenti, diventati torvi e introversi.

 

La fase dalla tosatura fu la più difficile, soprattutto per le bambine che mai avevano ricevuto quell’onta e che, sentendosi private dell’immagine della loro femminilità, piangevano disperatamente, arrabbiate, snocciolando lunghe serie di anatemi a noi incomprensibili, tra le crisi di prurito isterico che sconvolgevano l’una dopo l’altra le ben nutrite ed educate signorine della mia età, non avvezze a quel contatto ‘impuro’.

 

Io, amante di tutti gli animali, delle formiche e delle api, dei maggiolini e delle coccinelle, delle lucertole, dei topolini, delle piccole serpi dei nostri fossi, non nutrivo alcun problema verso quelle bestioline, si fastidiose ma sicuramente desinate al genocidio e quindi mi prodigavo alacremente per tosare più testoline possibile, cercando facezie ed imparando subito le loro esclamazioni dialettali, chiamandoli a me con quelle stesse loro parole rinfrancanti, finché non mi trovai circondata da una frotta di uccellini che mi dicevano: “ Signurì, ammè, ammè!” sorridendo, alcuni sdentati nel cambio dei dentini da latte, altri, i più grandi, con già l’innata deferenza verso la figura femminile mista al sentimento di comando, che orgoglioso reprimeva paura e smarrimento in frasi sboccate e parole ‘da grandi’, delle quali io non capivo l’esatto significato ma intuivo la sostanza a sfondo sessuale e malizioso.

 

Finita la tosatura di quel gregge a due gambe, le femminucce ,tremanti e ancora sotto shock che si passavano la mano incredula sulla rasa piccola rotondità del proprio cranio, lanciando sguardi colmi di sofferenza e rimpianto per le loro belle trecce corvine e crespe gettate a terra come un mucchio di scalpi, furono portate in un bagno a parte e lavate da altre due mie colleghe che continuavano a disperarsi per la loro propria capigliatura, programmando immediate e prolungate abluzioni con aceto caldo o shampoo antiparassitario di farmacia, mentre io accompagnai, insieme ad una delle cuoche, una donna robusta e taciturna di origini meridionali anch’essa, nel bagno più grande la ‘mia’ torma ridacchiante, nuda come piccoli vermini bruni di terra, magri, alcuni addirittura ossuti, ma forti ed avvezzi alla fatica, dei quali nessuno copriva con le mani le proprie parti intime, come mi sarei aspettata, ma reagendo con infantili quanto già consce erezioni spontanee, che venivano esibite con orgoglio prettamente maschilista di una prematura ma già dichiarata supremazia del loro apparato genitale, il tutto accompagnato da risa, motti sguaiati e spalle dritte di dignità ed orgoglio.

 

La pelle delle loro infantili membra, abituate di certo più all’acqua piovana o di fossi e torrenti che a quella della doccia e di quel sapone forte e maleodorante, disinfettante ed antiparassitario, si arrossava al contatto di quella poco gentile brusca, ma nessuno protestava e si giravano docilmente, alzando braccia e gambe, impudici, sfidandomi ad affrontare le loro orgogliose nudità per poi arrendersi ai dolci massaggi delle mie mani che, abbandonato lo sgraziato violento strumento, ammorbidiva lo sporco incrostato dall’abitudine di vite selvatiche ma vive e dignitose, che era la loro protezione naturale al sole troppo caldo delle loro pianure assetate e all’aggressione degli insetti ematofagi, come pulci, zecche e zanzare.

Alla fine di un faticoso quanto inedito pomeriggio di lavoro, con le loro risa e sgomenti mascherati da orgoglio, rivestiti tutti, maschi e femmine, di magliette bianche e calzoncini blu recanti i segni del passato turno, fu data loro una cena, abbondante per fortuna, che, ormai stanchissimi ma affamati, spolverarono in fretta, usando velocemente le mani.

Spezzavano il pane con gesti antichi di ammirazione e rispetto che credevano nella sua divina gratificante natura e annaffiavano la loro sete e arsura provocata dall’infame sapone che li aveva grattati in profondità, con caraffe di acqua dolce e fresca, lievemente ferruginosa e sterilizzata col cloro del nostro ‘civile’ acquedotto, che così differiva da quell’acqua naturale alla quale loro erano abituati, ma che fu da tutti comunque immensamente gradita.

 

Poi, richiamati attorno a me, accorrenti, assonnati ma ancora attivi e attenti, li accompagnai nella ‘ nostra’ camerata, circondata dai loro” Resti cun noi, signurì?”, affidandoli uno per uno ai loro lettini vestiti di lenzuola candide che forse mai avevano provato, su materassi comodi e morbidi guanciali, dove sprofondarono in pochissimo tempo in un sonno profondo, che si accendeva nei loro corpi sfiniti, sfumandosi sulle loro labbra in spontanei “ Notte, signurì!”, ai quali rispondevo con il cuore emozionato e stranito, prendendo ad uno la mano, all’altro passando la mia sulla testolina rapata e pungente o donando ai pulcini più piccoli uno schioccante bacetto sulla guancia ormai addormentata.

 

Mi aggirai fra di loro finché non restai sola con il silenzio dei loro lievi regolari respiri di sonno, interrotti ogni tanto da qualche incomprensibile distorta parola che sfuggiva alle loro labbra e menti addormentate.

 

Poi, sfinita, mi accucciai nella mia branda, paludata dalla tenda lasciata socchiusa, dopo aver risciacquato l’abbondante sudore del lungo pomeriggio con una doccia fresca e ristoratrice e mi addormentai con loro, sentendo ancora il corale vociare – signurì…signurì..

 

 

Sono passati tanti anni da allora, ma io ricordo ancora i visi, le canzoni da taverna, - Ohi Marì', ‘ Cun sta pioggia e cun ‘sto vento chi è che bussa al mio convento' e 'Attacate astuccordone ' - che mi insegnarono, tra le chiare sabbie di giochi comuni con i sassi e le biglie, i noccioli di pesca seccati al sole, le capriole, le mani sulle spalle e a volte sul mio seno adolescenziale, mente la loro lingua dialettale diventava velocemente la mia, nella sua spontanea arguzia e ricchezza di naturalità.

 

Erano bimbi-adulti, che non erano quasi mai stati a scuola e che già da sempre lavoravano negli orti e nei campi, a contatto con galline ed armenti: della vita sapevano già tutto, imparato dagli accoppiamenti degli animali nei cortili delle povere case e nell’ombra ronzante delle stalle.

 

Ne sapevano più di me, che studiavo il greco e il latino al liceo classico e che guidavo la rivoluzione culturale studentesca e me lo insegnarono con racconti di abitudini antiche, da me mai conosciute e forse ormai sparite per sempre, seguendomi per anni a venire con lunghe teorie di cartoline postali inviatemi a Natale e Pasqua, recanti con la malferma calligrafia, i loro nomi, Nicò, Mattè, Rocco, Antò, Giusè, Vituzzo…. e la dicitura “ tanti auguri e ossequi, Signurì!” , che sempre facevano scorrere lacrime di amore e nostalgia per quelle lucenti vite esuberanti e sincere, nate e forgiate da una terra faticosa e ingrata quanto orgogliosa e vitale.

 

Per tutto il turno di un intero mese fummo lasciati a noi stessi, comunità a parte, con regole accordate tra noi e mai disattese da nessuno, fiorite dalla mia comprensione e amore che sfociava e fioriva nei loro amore e comprensione.

 

Oggi essi sono giovani uomini e qualcuno di loro forse non è già più, perché allora già minato ai polmoni o al cuore da nascite predestinate a morti precoci.

Ma, come io ricordo di ognuna di quelle ‘cocce pelate’, gli occhi e l’atteggiamento tumido delle labbra, passionali per genesi, così, sono sicura, essi ricordano di me le carezze, i lazzi, le canzoni urlate a squarciagola lungo le obbligatorie marce serali sotto l’ombra del viale orlato dai pini:

Ohi Marì, ohi Marì, famme ddurmì unanuotte bbracciata cuttè …e Togliteacmmisella…a cammisella, gnornò,gnornò………………..

 

 

Il motore fu una immensa passione: passavo tutti i pomeriggi in sella, facendo lunghi giri per le colline od andando al mare; ero del tutto spericolata. L'anno successivo vendetti quel motorino, che era troppo lento e ne comprai un altro: uno Speed-way Morini nero e giallo, a quattro marce a pedale, che faceva quasi i novanta e, dato che per quanta velocità raggiungesse il mio ' bolide ' tanta io ne sprigionavo, andando sempre ed ovunque con il gas a manetta, ebbi due incidenti – che non confessai mai a mia madre – . Nel più grave di questi mi feci una ferita profonda su di uno stinco che impiegò diversi mesi a guarire. Dissi a lei, che mi vide zoppicare, che ero caduta ed avevo sbattuto contro un marciapiede mentre invece avevo cozzato contro una macchina ferma ad uno stop, immettendomi nella strada su cui essa si trovava e avendo allargato troppo la curva a causa della eccessiva velocità. Il botto fu notevole e mi trovai dalla parte opposta della piccola utilitaria, con la testa vicinissima allo spigolo del marciapiede, che per fortuna non toccai, dato che, come sempre, non indossavo il casco, allora retaggio esclusivo di chi aveva le moto di cilindrata maggiore, come se noi ' piccoli ' non meritassimo di salvare la pelle. Fu la pedivella della mia moto a procurarmi la ferita ma, poiché miracolosamente nessuno dei due mezzi aveva riportato danni di una certa entità e dato che i tempi erano assai diversi, quando mi alzai da terra e mostrai al conducente dell'auto - terrorizzato - che stavo benissimo, lui, che magari non aveva neppure l'assicurazione, fu ben felice di chiudere tutto lì. E io, per paura che mia madre mi sequestrasse il mio mezzo a due ruote, nascosi il tutto, raccontando la bugia. Ma d'altronde mia madre non aveva tempo di badare a me e neppure la voglia e non guardò il buco nella gamba, che se lo avesse fatto di certo mi avrebbe accompagnato al pronto soccorso. Io lo curai da me e alla fine si rimarginò, lasciandomi un'altra vistosa cicatrice esattamente sotto a quella della infezione avuta da bambina. - Decisamente quella mia gamba destra non è stata mai fortunata, dato che ora riporta, sopra ai due segni dell'età giovanile, la stimmate della maturità: la grossa chiazza scura ricordo del colpo ricevuto cadendo dalla scala, dicembre 2009. -

 

Godevo allora di una libertà ancora più totale ed assoluta.: mia madre non era mai in casa., fuori tutto il giorno per lavoro ed uscendo spessissimo anche la sera.

Negli anni successiva ebbe una relazione con un altro uomo, - di cui si innamorò- che mi raccontava come ci si racconta ad una amica. Questo mi faceva soffrire ma nello stesso tempo ero contenta per lei: vederla sola e sofferente era per me intollerabile. D'altronde il mio modo di essere era così adulto anche da bambino che nessuno mai ha provato per me tenerezza e senso di protezione, mentre sono sempre stata io quella che lo esercitava sugli altri, su tutti gli altri, amici e parenti, madre compresa.

Mi presi cura, durante la mia adolescenza, di tutte le mie zie o altri parenti ed amici quando si recavano in ospedale per una qualche operazione o parto o altro, facendo le notti o recandomi quotidianamente a trovarli per le bisogne. Capitò più volte e, come già narrato per la mia nonna materna, io avevo tempo ed attitudine né mai mi tirai indietro. Mentre invece rifiutai ogni volta ogni aiuto, ad eccezione delle visite per la biancheria pulita e le altre piccole necessità, tanto che trascorsi ogni notte di tutti i miei svariati post operatori rigorosamente da sola.

Credo che faccia parte del mio non ritenermi degna, il rifiutare l'aiuto, quando ne ho bisogno.

 

I primi tre mesi della quinta ginnasio li trascorsi in collegio, come già accennato.

La nostra casa era così sola e vuota e desolata e triste che l'idea mi piacque persino, quando mamma me la propose.

Era un collegio retto da suore, in Viale Michelangelo, a Firenze. Fu un'esperienza molto bella quanto tristissima.

La vita in collegio era lenta e monotona e, dato che abitavo così lontano da lì, vi trascorrevo anche le domeniche, quando il collegio si svuotava, praticamente. Ma, dato che ero assai brava negli studi e molto fervente di fede, soprattutto per i canti sacri, mi feci amica di alcune suore, soprattutto due, che mi permisero di sentirmi meno sola. Una lavorava nella sezione della scuola materna e mi coinvolgeva sempre nelle sue attività per i piccoli. Le altre convittrici erano impegnate ore ed ore nello studio, io in pochi minuti eseguivo tutti i compiti con ottime votazioni. Questo mi fece esonerare dallo stare rinchiusa nella sala da studio e mi fu permesso di passeggiare nel parco o recarmi appunto a fare altre attività. Anche, pattinavo lungo i corridoi infiniti di quella antichissima costruzione: le suore mi volevano davvero bene.

L'altra invece era una delle decane e non lavorava più, perché piuttosto malandata ma sempre riceveva qualcuna di noi per parlarci di arte, poesia, letteratura e dei nostri piccoli – grandi problemi. Io la trovavo meravigliosa: la sua cultura era infinita, conosceva tutto, aveva letto tutto. Mi diede diversi testi da leggere, di poesia e filosofia. Insieme poi ne parlavamo e ne discutevamo e lei sembrava apprezzare molto il discorrere con me. Era un essere superiore, aveva gli occhi azzurri su di un volto pallido e molto rugoso, cosa che però non ne celava affatto la profonda ed eterea bellezza. Ho sempre pensato che avrei voluto raggiungere la sua serenità, diventare come lei, che emanava gioia e purezza. Mi aiutò molto, in quei lunghi mesi ed io la ringrazio oggi, di quello, se allora non lo feci.

 

Altre attività, poi, animavano le giornate: la domenica mattina c'erano sempre biglietti per i matineè di musica classica al Teatro Comunale di Firenze. Nessuna voleva mai andare ma io l'adoravo e così ogni domenica assistetti a spettacoli memorabile. Ascoltai Muti quando era agli esordi ed anche Abbado. Ricordo il soffitto ricoperto di velluto blu con incastonate tante lucette, come stelle. Le file di poltrone assai comode, l'atmosfera di bellezza, l'ingresso dei musicisti con i loro meravigliosi e lucenti strumenti, il frinire ed il gracidare degli stessi nell'accordarli, prima di iniziare, l'applauso quando entrava il Direttore, con il frac scuro, i capelli mossi e la lunga bacchetta magica, lo zittire quando l'orchestra finalmente, prendendo spunto da quel concitato ed improvviso movimento di polso del direttore, esalava le prime incredibili note.

Poi, alla fine dell'uragano musicale, lo scroscio delle mani battute fino a spellarle, che era troppo stato bello, troppo bello..

Invece la domenica pomeriggio mi recavo nella vicina parrocchia a tenere lezione di religione ai bambini.

 

Io ero triste, si certo ma il parco era così bello, in collina, così intenso nella sua veste autunnale, che passeggiare per quei vialetti mi rinfrancava.

Poi in pochissimi giorni strinsi due amicizie speciali con due ragazzine, di cui una era siciliana e quindi trascorreva le domeniche come me, reclusa. Fu proprio per quella ragione che legammo subito. Lei, Dodo, era figlia di un industriale dell'isola ed era molto ricca ma altrettanto abbandonata. Tutti i convittori di quel collegio, dato che vi era anche una nutrita ed appartata sezione dedicata ai ragazzi, erano figli di gente ricca: io ero di gran lunga la più povera. Infatti gli altri prendevano regolarmente lezione di tennis e di pianoforte, che mia madre non poté mai permettersi di pagarmi, nonostante io l'avessi molto desiderato: già era un impegno notevole, per lei, pagare la retta.

Quello che si racconta sui collegi è vero, che vi sono affidati ragazzi che ricevono una istruzione in cambio di molto denaro ma che sentono molto il distacco dalle famiglie, ricche di beni materiali ma povere di quelli affettivi. Le mie compagne erano tutte tristi come me e tra noi ci si dava più amore possibile, più compagnia, comprensione. Poi c'era un notevole spirito di cameratismo che ci spingeva a fare piccole infrazioni e coprendoci l'un l'altra: c'era chi fumava in bagno, mentre altre stavano di guardia, chi portava piccoli oggetti preziosi da casa, tipo cosmetici o giornaletti, che erano vietati e venivano celati e nascosti un po' a turno per sviare l'attenzione e la guardia delle monache. Poi c'era chi già piangeva per amori non corrisposti ed allora il consolarsi era d'obbligo.

Di giorno vivevamo tra l'aula, il refettorio, la sala ricreazione e quella di studio, con due appuntamenti alla chiesetta, uno la mattina, per una preghiera e l'altro la sera, per la messa ed i canti.

Dopo la cena ci venivano concesse un'ora di maggiore libertà nella sala di ricreazione, perché le suore avevano il loro ritiro spirituale e noi venivamo lasciate sotto la guardia più blanda di qualcuna delle ragazze più grandi, quelle che frequentavano l'università. Allora potevamo anche ascoltare qualche disco sul mangiadischi e sempre salvava fuori il famigerato ' Je t'aime 'che proprio in quei mesi aveva visto sorgere e crescere a dismisura la sua esplosiva popolarità. Che sospiri... li cantava lei, Jane Birkin ma anche li esalavamo noi, ascoltandola con occhi sognanti!

Poi veniva l'ora di andare a dormite.

La camerata, ubicata al piano superiore, era vastissima e non era stata divisa in camerette: noi dormivamo ognuna un separé dalle pareti di legno, chiusi sul davanti con una tenda di stoffa. Dentro c'era il letto, un piccolo armadio, un lavandino, in bidè, un piccolo tavolo con la lampada e una sedia. Alle ventuno eravamo già tutte in camerata, ci veniva concessa mezz'ora per leggere o scrivere e poi ogni luce veniva spenta.

In fondo alla camerata, vicino alla porta d'ingresso, vi era il separé della suora nostra guardiana, una baffuta Cerbero di origini meridionali che a malapena parlava l'italiano. Era assai severa, o almeno ci provava ma, tolti i paludamenti neri del giorno e indossati quelli candidi della notte, spente le luci, sicuramente stanca da una lunga giornata di lavoro, dato che erano le monache stesse ad eseguire ogni compito nel collegio: pulizie, lavanderia, cucina, orto e frutteto, crollava tragicamente, per lei, in un sonno profondissimo, russando sonoramente. Così allora noi tre o quattro più monelle sgusciavamo in silenzio dalle nostre cellette e ci infilavamo in quella della mia amica Dodo, che ara la cameretta più vasta ed aveva due lettini, invece che uno. Ci sedavamo l'una vicina all'altra ed andavamo via così, di chiacchiere a bassissima voce, fitte fitte, per buona parte della notte. Non fummo mai scoperte...

Ma io, evidentemente, soffrivo molto, mi venne una forte anemia, di certo mangiavamo pochissima carne, svenni un paio di volte ed ebbi diverse epistassi, di cui una richiese l'intervento di un medico per cauterizzare il capillare sanguinante.

Così, quando tornai a casa per le vacanze di Natale, mia madre decise di non farmi tornare più. Io accettai la sua decisione così come avevo accettato quella di andarvi ma devo dire che mi dispiacque anche parecchio, di non tornare, tanto, sola lo ero anche a casa, forse di più.

Per parecchi mesi mi scrissi con le amiche lasciate là, poi.. beh, si sa com'è la vita: ciò che sembra eterno non lo è mai.

Ripresi allora a frequentare la mia classe al ginnasio e tornai con il mio Carlo, con buona pace di tutti gli zii impiccioni. Per qualche mese conservai la pronuncia aspirata fiorentina e quell'aria un po' spocchiosa che mi si era attaccata addosso, frequentando ragazze così ricche. Mi feci comprare anche da mia madre dei vestiti assai femminili e belli, di certo per emulare le bellissime donne viste a teatro e per le vie smaglianti di quella favolosa metropoli. Ma ciò durò pochi mesi ancora.

A primavera era già sulla sella della mia moto a correre come una pazza per le mie amate e profumate colline.

 

 

 

 

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