CAPITOLO SETTIMO Altri ricordi della mia infanzia. Iris, Viola, La contessina e il Mio mostro.

CRISTO - 2012 olio su tela 13 x 18

 

CAPITOLO SETTIMO

 

Altri ricordi della mia infanzia. Iris,

 

Viola, La contessina e il Mio mostro.

 

Quante cose dovrei scrivere, tante, troppe. Cercherò di mettere le più importanti.

Ho ricordi che risalgono a quando ero davvero piccola.

Il primo febbraio prossimo compirò cinquantotto anni ma ho chiare immagini nella mente che giungono a rammentarmi fino ai primissimi tempi della mia esistenza: ricordi di cui ho poi controllato l'esattezza e la veridicità confrontandoli con quelli di mia madre, che pure ha una memoria sviluppatissima e che corre fino ai primordi della sua lunga vita.

A parte che ricordo la mia nascita e risento ancora quegli sculaccioni, ma se torno indietro con il pensiero rivedo perfettamente la grande casa ' vecchia', che lasciammo quando avevo tre anni. E Massimo e sua sorellina Cristina, che nacque poco dopo di lui e alla quale avevano regalato un cavalluccio a dondolo. Io e Massimo lo volevamo cavalcare ma sua madre ce lo vietava e venivamo sgridati, perché noi eravamo 'grandi' . Però, appena possibile, quando nessuno guardava, noi ugualmente ci salivamo sopra... quanto ci piaceva quel cavalluccio proibito...

Attorno a me, piccola piccola, si apre l'immagine che ha suoni colori e profumi del grande giardino e di quelle due palme, mi sembra di esserci sotto ora: come erano alte e che bello stormire, che sussurri traeva il vento tra quelle strane foglie che sembravano uno strumento musicale.

E rivivo la mia prima grande paura, l'ho già raccontata ma quel forte sconvolgimento lo sento risalire in me, sicuramente meno di tre anni, nel mio lettino ancora con le sponde e la copertina con bambi disegnato sopra, al mattino che mi sveglio, mi metto seduta e chiamo la mamma

Ma la mamma non viene

Allora la chiamo più forte, ma la mamma non risponde..

Quindi comincio a piangere, prima lagnosamente, poi sempre più forte, ansimando, senza riuscire più a respirare, scossa da singhiozzi convulsi e feroci che mi strappano polmoni, gola, stomaco, continuando ad urlare: mamma mamma mamma e sentendo solo attorno a me il completo silenzio della casa..

Il tempo non passa ed io so che la mamma non verrà più: lo temo follemente, ne sono sicura ed ho una paura così terribile contro la quale non posso fare assolutamente niente...

Finalmente - e non so quanto tempo sia in realtà passato, magari anche solo pochi minuti – odo il rumore del portone d'ingresso al piano di sotto che rintrona il suo vecchio cardine lungo l'androne.

E la sua voce, amata, agognata, attesa, creduta persa per sempre, che mi grida:

' SMETTI DI PIANGERE!!!PIANGI SEMPRE.. .NON TI SOPPORTO PIU'!!!! '

Poi sento i suoi passi che salgono di fretta i gradini ed il suo viso adirato mi appare attraverso l'uscio, le sue braccia mi sollevano, tenendomi lontana da sé e la sua voce che continua a recriminare, a lamentarsi della mia stupidità nell'avere paura di star sola, che non mi sopporta più.. che non ce la fa più.....

quante volte mia madre mi ha detto quelle parole.. di dovevo essere una figlia assai impegnativa, a tutte le età.

 

Ricordo assai bene anche la prima volta che entrai in chiesa: quanto piccola ero? Non lo so, molto. C'era una vetrata colorata ed io vedo ancora quella luce, così bianca che cancellava tutto intorno, così forte che cancellava tutto dentro di me.

 

A tre anni, poi, cominciai a frequentare la scuola materna. Quanto segue in corsivo è una delle novelle del mio secondo libro edito in cartaceo ' Kaiki ed altre novelle '.

 

IRIS

 

Il cortile della scuola materna era vasta e rettangolare e a me sembrava immenso, tutto orlato di alte robinie dalle foglie ovali di un verde tenero e acceso, che a primavera si rivestivano di grappoli di fiori bianchi e fragranti, dolcemente ricurvi e chiusi in loro stessi, come a celare un tenero segreto.

Ne succhiavo il nettare, dopo aver raccolto a manciate quelli ormai maturi, caduti al suolo.

 

Al centro del grande spiazzo c’era un palcoscenico che fungeva anche da teatrino: era costruito di mattoni e cemento, poggiato su tre alti gradini e coperto da un tetto a forma di pagoda e lì noi bimbi, guidati dalle nostre maestre, recitavamo lo spettacolo di fine anno, - intonando canzoncine ripetute all’infinito per tutta la durata delle lezioni e inscenando piccole storie, vestiti di costumi di carta crespa colorata e variopinta, che con pazienza, tanta pazienza, confezionavamo con le nostre inesperte e piccole mani, sotto l’occhio attento delle nostre educatrici.

 

Amavo andare alla scuola materna: l’adoravo! Dentro le stanze dalle volte altissime e dalle enormi porte a vetri con le cornici in legno dipinte di grigio chiaro, i muri avevano zoccoli di vernice lavabile gialli e verdini, sui quali erano allineate le fila dei nostri armadietti e degli attaccapanni, affissi bassi al muro in modo tale che noi potessimo arrivarci senza fatica.

Su ogni armadietto era incollata una figurina rappresentante un oggetto coloratissimo, un frutto oppure un fiore, in modo che noi riconoscessimo il nostro posto, dato che non sapevamo ancora leggere il nostro nome.

Il mio era un folletto col cappello verde dai sonagli dorati e i calzoni corti rossi, i piedi scalzi e uno scanzonato sorriso malizioso.

 

Le mie maestre avevano intuito subito con quale soggetto avrebbero avuto a che fare.

 

Nelle aule spaziose dalle ampie vetrate, dove filtrava la luce del sole o si rifletteva il rincorrersi delle nuvole accompagnato dal picchiettare della pioggia, spiccavano piccoli tavoli rossi e verdi con seggioline dello stesso colore, raggruppate come macchie circolari di funghetti su un prato. Disponevamo di giochi svariati e ogni giorno si cantava, imparando note e parole nuove.

 

I grossi barattoli colmi di pastelli ci invitavano al disegno e i nostri lavoretti venivano appesi ad asticelle di legno con puntine dalle capocchie colorate.

 

Avrei voluto disegnare tutte le forme che si affollavano nella mia mente, ma la mia mano malferma riusciva a tratteggiare solo arzigogoli

contorti.

 

Nell’apprendere l’alfabeto invece ero risultata precocissima: già sapevo scrivere il mio nome e leggevo on facilità le lettere e le parole che campeggiavano sui cartelloni appesi in alto lungo le pareti: A come albero, E come elefante e così via.

A quattro anni scrivevo e leggevo senza fatica tutte le parole che incontravo a passeggio per strada, purché formate da caratteri grandi.

 

La merenda, a base di pane, burro e marmellata o latte e biscotti, era un gioioso appuntamento a metà mattina, quando, affamata dopo aver consumato tante energie nel gioco e nel disegno, regolarmente me ne spalmavo un po’ sul grembiulino bianco: una marachella che ossessionava mia madre, indaffarata ogni volta a ripristinare il suo colore originale.

All’ora di pranzo i profumi provenienti dalle cucine lievitavano stuzzicanti fino a noi, diffondendosi attraverso i corridoi: le pietanze che ci venivano servite in ciotoline decorate di bachelite erano

appetitose e saporite.

Impossibile non richiederne una seconda porzione, che mi veniva concessa con parsimonia a causa della mia leggera pinguedine: ma la mia fame era impellente!

 

Ogni mattina, stringendo nella piccola mano il cestino di plastica rosa dove erano riposti il cambio e il tovagliolo pulito, sgambettavo allegra dietro le lunghe falcate di mia madre, che già pensava alle sue quotidiane faccende domestiche e mi accompagnava a passo di marcia, pregustando quelle ore di pace che la mia assenza da casa le consentiva.

Io assaporavo invece l’allegria che avrei condiviso con gli altri bambini e soprattutto pensavo già ad Iris.

Iris era la mia maestra.

 

A me sembrava incredibilmente alta, ma lei si accomodava sorridente sulle nostre seggioline per poterci accogliere meglio.

Quando, puntualissima, entravo in aula, Iris scandiva il mio nome come un rintocco festoso e io volavo tra le sue braccia, salutando frettolosamente mia madre, che già girava l’angolo del corridoio, assorta dall’assillo dei lavori che l’attendevano a casa.

Mi lasciavo avvolgere dalle lunghe braccia invitanti della mia maestra, che mi stringevano a lei facendomi aderire alle sue forme morbide e lievemente generose.

Il suo profumo di viole o di rose quasi mi inebriava, trasportandomi per valli fiorite e un sorriso spontaneo e solare affiorava su quelle labbra delicate e prive di rossetto.

Iris per me incarnava quello spicchio della luna che a volte vedevo sorgere lentamente sui tetti, più luminoso dell’argento: in quei momenti un tremito misterioso mi scuoteva il fondo del cuore, mescolando dolcezza e languore dentro di me.

 

Il suo nome riecheggiava tra le mie labbra come un’antica nenia muliebre di donne al lavoro nei campi e il fiore da cui aveva rubato le parvenze aggraziate decorava i balconi dei miei occhi.

La chiamavo mille volte al giorno e sempre il mio sguardo la seguiva mentre giocavo, scrivevo o disegnavo.

Appena potevo, mi rifugiavo tra quelle braccia sempre disponibili.

 

Era Iris che correva a risollevarmi quando cadevo e mi sbucciavo un ginocchio sul ghiaietto del cortile, lei che mi asciugava le lacrime con il suo morbido fazzoletto tranquillizzandomi con la sua voce carezzevole.

Mi capitava spesso di cadere, perché soffrivo di problemi di vista sin dalla primissima età e altre volte picchiavo la testa contro ogni genere di ostacolo, dato che non sapevo valutare bene le

distanze. Ogni volta che questo mi succedeva a casa, mia madre non faceva altro che sgridarmi, ritenendomi solo sbadata e troppo vivace.

Iris, invece, mi teneva abbracciata al suo collo, dove io, cercando il morbido incavo, nascondevo il viso inondato di lacrime.

Scossa dai singhiozzi, mi lasciavo calmare dalla sua voce suadente, fino a quando, passati il dolore e lo spavento, lei mi lavava e disinfettava la ferita, sulla quale poi applicava un

fazzoletto pulito piegato a triangolo e annodato per le becche, in modo che non sanguinassi più. Rasserenata, potevo così tornare ai miei giochi e io, che mi sentivo letteralmente miracolata dalle sue cure amorevoli, ostentavo con fierezza quel bendaggio artigianale, come se mi avessero decorata con la medaglia d’oro.

 

C’erano poi quei giorni terribili nei quali stavo male,

perché il mio intestino mi torturava con dolori lancinanti: me ne stavo in disparte, col viso corrucciato e triste e cercavo un angolo solitario del cortile in cui rintanarmi assieme al mio dolore, che non era solo fisico, ma anche intensamente mentale.

Iris se ne accorgeva subito, si avvicinava e mi faceva sedere sulle sue ginocchia, accarezzandomi

delicatamente il pancino dolente, dopo aver chiesto alla cuoca di prepararmi una camomilla calda.

Senza dire nulla, come se già sapesse tutto di me e del mio dolore, come se i suoi occhi fossero in grado di leggere l’odissea del mio animo malato, mi cantava sottovoce una canzone tutta per me e, mentre sorseggiavo la mia camomilla, mi cullava con una cadenza così rasserenante da farmi assopire in pochi minuti.

Poi mi adagiava sulla mia brandina e mi copriva, canticchiando ancora sottovoce e dondolandomi lievemente, come su un’amaca scossa da una tiepida brezza primaverile.

Forse sognavo cose che ancora non conoscevo e non capivo,ma che già percepivo distintamente…

 

Venne Natale e fu tutto un avvicendarsi di decorazioni ritagliate da noi, con carte variopinte e lucenti, con le statuine del presepe ricavate da turaccioli di sughero e da stuzzicadenti, con la capanna di cartone, l’erba secca del giardino e il muschio degli alberi spogli.

Festoni intrecciati pendevano da ogni angolo e una miriade di palline di svariate forme e colori decoravano un abete vero, nel centro del grande salone.

 

Anche noi, a casa, preparammo l’albero e il presepe: quest’ultimo era compito di mio padre e di mio fratello, dato che io ero ritenuta ancora troppo piccola per maneggiare oggetti fragili e costosi.

La decorazione dell’albero era invece affidata

a mia madre, che la eseguiva a regola d’arte, collocando con cura in mezzo ai rami le sfere policrome di vetro soffiato: c’erano i nanetti, i funghi con la capocchia rossa a puntini bianchi, una mongolfiera verde brillante con fili colorati che reggevano un minuscolo cestello, Babbo Natale sulla slitta, stelline di ogni dimensione, candeline rosse con un supporto fatto a molla, capelli d’angelo argentati, festoni lucenti di tutte le sfumature e piccole falde di cotone idrofilo a figurare la neve.

Infine, come in una specie di prodigio, si spegneva la luce e tanti piccoli lampioncini di ogni foggia rilucevano grazie alle minuscole lampadine intermittenti racchiuse al loro interno: l’albero diventava un tripudio di bagliori che mi faceva battere le mani, pazza di gioia.

Ma a scuola le lucine non c’erano e mi rattristava che Iris non potesse vedere quello spettacolo incantevole: avrei voluto renderla partecipe della mia contentezza, vederla risplendere con me tra quelle luci da favola.

 

Così, la notte prima delle vacanze natalizie, quando

tutti dormivano e l’albero era stato spento (e per fortuna era staccato anche il cavo elettrico dalla spina), io rubai le forbici dal cassetto della cucina, scesi silenziosa a piedi scalzi lungo le scale del piano superiore dove erano situate le camere da letto, presi il cestino di scuola e tagliai, con pazienza e tanta fatica, ogni lampioncino, nascondendoli accuratamente tra i miei panni in modo che non si vedessero né si rompessero, fino a che ne fu pieno.

Volevo farne dono alla mia amata Iris, immaginandola circondata da quelle luci fantasmagoriche e godendo in anticipo della sua felicità nel ricevere un regalo così inatteso.

Poi, con le piccole dita affaticate dallo sforzo e gli arti indolenziti per essere stata a lungo in piedi su una sedia, tornai a letto, silenziosa come ne ero uscita e mi addormentai di botto.

 

Al mattino, al primo richiamo della mamma, mi destai subito, smaniosa di raggiungere la scuola; ma mia madre mi sembrava lenta e indolente, rendendo interminabile il tempo che mi separava dalla mia audace sorpresa.

Uno strano languore, misto di impazienza e di dolcezza, mi lievitava nello stomaco.

 

Quando finalmente arrivammo a scuola e mia madre se ne fu andata, attesi, con malcelata impazienza, il momento adatto.

Appena ci fu una pausa nelle attività ricreative, attirai Iris in un angolo e le dissi che avevo una sorpresa per lei.

Poi la condussi nel corridoio vuoto, nel segreto del mio armadietto e aprii il cestino, mettendole tra le mani i lampioncini.

«Presto si illumineranno!» le dissi pregustando la gioia immensa che le avrebbero donato.

 

Il volto di Iris fu rischiarato da un dolcissimo sorriso, venato da una punta di muta malinconia, come una lacrima solitaria che scende su una gota. Era una luce ancora più splendente di quella dei miei lampioncini, ma più intima e soffusa, una luce che si diffuse in tutto il mio essere, fino a una radice nascosta che neppure sapevo esistesse in me.

Poi, con infinita tenerezza, Iris mi abbracciò stretta stretta e mi spiegò che, privati del filo che li collegava tra loro, i miei favolosi lampioncini sarebbero rimasti spenti per sempre.

E mentre mi parlava mi fissava negli occhi così intensamente da rapirli.

 

Iris mi aveva rivelato il segreto della luce elettrica: non avrebbe mai visto il bagliore di cui io volevo circondarla, per donare una degna cornice alla sua bellezza.

Delusa e triste, presi a piangere e a singhiozzare: non avrei potuto mostrarle quanto io la vedessi bella.

Ci volle molto tempo perché riuscisse a calmarmi. Rimasi sconsolata per tutto il giorno, nonostante Iris cercasse con discrezione di farmi capire che aveva comunque apprezzato tantissimo il mio gesto e che, nonostante la mancata accensione dei lampioncini, si era sentita più bella che mai.

 

 

Quando venne mia madre a prendermi, fu svelato il mistero casalingo dei lampioncini spariti e le due donne ci risero sopra entrambe, divertite dalla mia ingenuità.

Ma io invece mi adombrai ancora di più.

Imploravo di lasciare i lampioncini a Iris, ma la maestra, intuendo la disapprovazione di mia madre,

si schernì così fermamente che il mio tenero sogno incompiuto fu incartato in un giornale e prese la strada di casa, tra il mio profondo sconforto e la palese irritazione di mia madre, che già si preoccupava di come raccontare l’accaduto a mio padre…

 

Non fui sgridata aspramente, quella volta, ma solamente rimproverata e ammonita sul rischio che avevo corso: se il filo non fosse stato staccato, avrei potuto restare folgorata.

Inoltre mi fu spiegato altrettanto chiaramente che gli oggetti di casa nostra appartenevano a mamma e papà e che io dovevo sempre chiedere il permesso a loro prima di prenderne uno.

Mio fratello, invece, la prese malissimo: visibilmente incollerito, mi investì di cattive parole. Come mi ero permessa di rubare le luci del suo albero di Natale?

 

Da ultimo, ci fu la desolazione del buio profondo nel quale era sprofondato l’albero a causa della mia malaccorta birichinata…

 

Ai lampioncini furono tolte le lampadine e attaccati ganci di fil di ferro, trasformandoli così in comuni decorazioni prive di illuminazione.

 

Ma Iris mi amò in modo particolare, da quel giorno fino a quando ci separammo al termine del ciclo di scuola materna: io non tralasciai mai di regalarle un fiore colto da una siepe o una coccinella che mi si era posata addosso.

E quell’amore profondo, celato in quella radice segreta,non mi abbandonò mai.

 

Qualche lampioncino esiste ancora tra le mie decorazioni natalizie e ogni anno, mentre le estraggo dalla scatola impolverata, li osservo con intensa commozione e con infinita tenerezza.

 

Non rividi più Iris da quando si è trasferì in un’altra città, ma un giorno mia madre mi disse che si era sposata e aspettava un bambino.

In quel momento mi sembrò di stabilire un contatto telepatico con lei, una specie di corrispondenza interiore con la sua anima, e pensai che quel bambino, forse, un pochino apparteneva anche a me.

 

 

Alla scuola materna mi accompagnava mamma ma già dalla prima elementare cominciai ad andare da sola. Allora abitavamo nella parrocchia di San Pietro, nella casa dell'amico del babbo. Il tragitto fino alla mia scuola era forse lungo un chilometro, forse un po' di più ma era tutto sullo stesso lato della strada, non dovevo passare dall'altra parte. È vero che dovevo attraversare diverse strade che si immettevano nel viale principale che io percorrevo ma davvero il traffico era assai scarso allora. Così andavo sola.

Anche per questo ricordo così bene la mia città, che era piccola, in quei tempi assai meno estesa che ora ma già a sette otto anni l'avevo girata in lungo ed in largo. Avevo una totale libertà di movimento e andavo ovunque. All'inizio fu il permesso di stare a giocare nella stradina dietro casa, ma poi ne uscii, vagando per il viale, fino al giardino della palestra ex GIL, dove la domenica mattina si tenevano le partite delle squadre cittadine maschili di pallavolo e pallacanestro, sostenute dal nostro sparuto ma convintissimo tifo, che aveva in me una colonna vocale portante.

Era quello il mio giardino. Piantumato ad alti ippocastani che in autunno lasciavano cadere dai ricci senza spine castagne non eduli ma così lustre e lisce e profumate. Io ne tenevo sempre in tasca e ne facevo collane, forandole con un ago da lana ed un filo di lana grossa rubati alla mamma.

In quel giardino stavo sempre seduta a terra o sdraiata sull'erba: lì mi prendevo tutto il mio contatto con la natura e quel Dio Giardiniere che amavo tanto. Guardavo gli insetti, i fiori spontanei, i fili d'erba, le piante officinali.

La palestra aveva altissimi soffitti e vetrate e vi abitava un custode che chiudeva i cancelli, ma io avevo fatto amicizia con i suoi figlie e con la moglie, che mi accoglieva sempre volentieri, perché in qualche modo tenevo a bada il suo figlio piccolo, Walter, che era la sua disperazione. Il povero bambino era assai poco intelligente, quasi subnormale anche nel modo di esprimersi, mentre il fratello maggiore Riccardo, era intelligentissimo e si stava laureando. Ebbi una simpatia per lui e forse lui per me, ma tutto restò inespresso. Io giocavo sempre con Walter, che riconosceva la mia superiorità, guadagnata e ribadita sul campo con continue lotte, spintoni e contrasti fisici. Per quello era l'unica che riusciva a convincerlo a fare alcune cose, tra cui studiare, occupazione che lui assolutamente detestava. Così la madre, disperata ed incapace di imporsi a quel povero figlio disadattato, mi usava per tenerlo un po' in riga. Io gli facevo fare i compiti e cercavo di spiegargli quello che a scuola non aveva capito. Lui aveva un paio di anni meno di me. Ci sedevamo al tavolo della cucina e ci mettevamo ore a fare cose che io avrei fatto in pochi minuti, ma non perdevo mai la pazienza. Anche alle medie davo lezione a questo ragazzo, di inglese, soprattutto, che gli era troppo ostico, dato che a malapena aveva imparato a parlare in italiano. In quel giardino portai anche la mia gattina, nel cestino della mia bicicletta, quando ero già adolescente, quella micetta siamese che nacque a casa di Carlo, - il mio primo morosino poi diventato mio primo marito - e che successivamente mia madre mi costrinse a rendere, dato che a mio fratello dava fastidio. La portavo con me e lei mi stava sempre in braccio. I gatti ' siamesi ' amano particolarmente il contatto con l'essere umano e vi si rapportano quasi come fanno dei cani. Un giorno Riccardo mi disse: ' Tu cerchi in questa gattina l'amore che non hai ricevuto mai.'

Come aveva ragione.

 

Per tutta l'infanzia ho giocato per strada, nei giardini pubblici e nei campetti della mia città: e soprattutto cercavo compagnia per giocare a pallone come un maschiaccio, che decisamente per quei tempi era davvero una cosa fuori del normale una bambina che giocasse a pallone. Stavo in porta. Mi piaceva tantissimo e passavo le ore con qualcuno dei mie vari amichetti che mi facevano ' i tiri ', cioè calci piazzati che io cercavo di parare, tuffandomi. Era un divertimento che non mi veniva mai a noia.

Ma poi ugualmente mi scatenavo in scorribande in bici, partite a ' Nascondino' a 'Pum', a ' Palla prigioniera ', a ' Strega impalata ', a ' Chi arriva prima a Roma ', a ' Fazzoletto ', a ' Le belle statuine '. a figurine, a 'tappi ' - coperchietti di metallo a corona che appiattivamo con un sasso – oppure a biglie di vetro o quelle di plastica con la figurina del ciclista dentro. E si giocava facendo la pista nella sabbia prendendo uno dei giocatori seduto a terra per i piedi e trascinandolo in modo che il suo sedere segnasse nella sabbia il solco della pista. Poi, con sabbia più bagnata si rinforzavano le sponde da cui si ' ciccava' la pallina come anche si giocava senza pista a ' Cicca e spanna ', cioè, gettate le palline, una per ogni partecipante, in una spianata di cemento in qualche cortile, chi cominciava si avvicinava con la mano di una spanna alla pallina da colpire, ' ciccandola ' con la propria posta tra pollice e indice della mano destra e sparandola violentemente.

Facevamo sempre ' La conta ' per vedere a chi toccava stare sotto o partire per primo, in ogni gioco: le filastrocche della ' conta 'erano diverse. La più classica faceva così: ' Ambarabacciccicoccò, tre civette sul comò, che facevano l'amore con la figlia del dottore, il dottore le sgridò, ambarabacciccicoccò..' Oppure molto gettonata era anche: ' Sotto il ponte di Baracca c'è un bambin che fa la cacca. La fa dura dura dura, il dottore la misura, la misura a trentatrè, a contare tocca a te.... ' Ma la più stramba e quella che mi piaceva di più era: ' Pipiripettenise, pimpiripette pa.. ' ed ad ogni sillaba chi faceva la ' conta ' batteva in modo cadenzato la mano aperta sul pugno chiuso che ognuno degli altri partecipanti teneva fisso davanti a sé: a chi toccava l'ultimo schiaffetto, veniva eliminato: l'ultimo che restava era il prescelto. E anche ne ricordo una che mi insegnò la mia mamma e che gli altri bambini di solito non conoscevano: ' Unzi dunzi trinzi, quaraquarizi, mirimirinzi, pan del fora.... '

Erano filastrocche venute chissà da dove, che i bimbi si insegnavano l'un l'altro in un mondo parallelo a quello degli adulti, i quali ne rimanevano del tutto fuori.

Stare fuori casa era per me pura gioia e libertà. Anche quando facevo a botte, cosa che capitava spesso, io stavo bene, fuori casa.

Giocavo delle partite interminabili a ' Settimana ' - disegnando con dei sassi che lasciavano il bianco e che si trovavano comunemente allora nella ghiaia della stradina, - il reticolato sul cemento del cortile sotto il condominio, con la mia amica Sandra. Un reticolato fatto di rettangoli appaiati e l'uno posto sopra l'altro nei quali si segnavano i numeri 1 e 2, 3 e 4, 5 e 6, poi 7 che aveva la grandezza di due, al quale seguiva il segno di un arco finale senza numero. Quindi, dopo fatta ' la conta ', chi cominciava per prima gettava un sassetto piatto a partire dal rettangolo con il numero uno. Il sasso non doveva toccare la riga, altrimenti si perdeva il turno. Quindi su di una gamba sola, saltellava di casella in casella sempre senza toccare la riga, chinandosi senza posare l'altro piede per terra, a raccogliere il sassetto. Quando si arrivava nell'area delimitata dall'arco si posava il piede, si faceva un volteggio per girarsi e di nuovo su di una gamba sola, si ripercorreva in senso inverso all'andata il reticolato.

Che gioco di destrezza e precisione! Sandra era assai più brava di me ed io perdevo sempre.

Però, quando il tempo era brutto, ugualmente uscivo di casa ed andavo di sotto a bussare all'appartamento di Sandra e giocavamo anche con suo fratello, il mio e a volte altri bambini con i soldatini o il Monopoli o le carte.

Ma lei era la mia amica speciale. Quanto segue in corsivo è un'altra delle novelle del mio ' Kaiki ed altre novelle '. - qui la mia amica viene chiamata Viola ma non sto a cambiare il nome, tanto credo che nulla cambi.

 

VIOLA

 

Avevamo la stessa età, nove anni, io qualche mese di più.

 

I nostri genitori erano amici e ci conoscevamo da sempre, ma arrivò un giorno che il grattacielo fatto costruire da mio padre fu finito: noi andammo ad abitare nell’appartamento grande del secondo piano e loro esattamente sotto di noi, al primo piano.

Non andavamo a scuola insieme, perché lei continuò a frequentare le elementari del quartiere dove aveva vissuto fino ad allora, ma ora eravamo vicinissime e la nostra lunga amicizia cominciò a crescere.

 

Appena più bassa di me ed un poco pingue, come erano quasi tutte le bambine romagnole di quel periodo, figlie della guerra durante la quale i nostri genitori avevano patito la fame e, quindi, ci nutrivano in abbondanza, Viola era bella.

 

Il viso di un ovale perfetto, con la carnagione diafana e trasparente delle creature che richiamano affetto, portava magnifici capelli castano scuro lunghi sino alla vita ed oltre, perché non le erano mai stati tagliati.

Sua madre ne andava molto orgogliosa e glieli curava continuamente, tenendoglieli quasi sempre intrecciati come un fascio di giunchi in una treccia grossa e morbida che, partendole dalla base del collo, le scendeva sinuosa, accompagnando ogni suo movimento con guizzi o lente danze come onde.

Era lucido e cangiante, quel fascio di brune alghe marine abbandonate alla corrente e il confronto con la mia corta zazzera rossa, scompigliata e ogni giorno atteggiata ad una nuova autonoma foggia, lo rendeva ancora più muliebre, incorniciante queste tenere gote opalescenti e i grandi occhi verdi.

 

Come me portava gli occhiali e dello stesso colore avevamo le iridi ma, mentre io ero miope e le mie grosse lenti a fondo di bicchiere infossavano e spegnevano il mio sguardo, rendendolo simile ad una lumaca che si rintanava nel suo guscio, lei era astigmatica e le sue lenti, più sottili e di diversa curvatura, aumentavano a dismisura la grandezza dei suoi occhi lustri, rendendoli come due laghi di montagna nei quali specchiarsi.

 

Gli abiti che indossava, seppure di foggia casalinga, le cadevano addosso eleganti come fosse sempre vestita a festa ed ogni suo movimento per aggiustarsi la gonna o sollevare il colletto della camicetta, suggeriva un frusciare di sete d’altri tempi, mentre sedeva sul divano di casa che subito si trasformava in una esotica ottomana damascata.

 

Le lunghe gambe sottili, con i calzini sempre bianchissimi ed attillati, si atteggiavano naturalmente ad una composto e pudico abbandono, lievemente ripiegate sotto di sé, unite tra loro come in un abbraccio malizioso e innocente, mentre io non sapevo trattenermi di allargare le mie, facendo scendere l’ampia gonna a pieghe che odiavo, per nascondere ciò che di una signorina per bene, diceva mia madre, non si doveva vedere.


Viola non correva mai, non sudava mai, a volte giocava con me alla ‘ settimana ‘, disegnando col gesso per terra i quadrati lungo i quali saltellava leggera e precisa, oppure ci lanciavamo la palla, usando il cancello come rete da volley, senza però raggiungere grandi risultati, perché, mentre io mi affannavo a correre dietro ai suoi lanci bislacchi in ogni direzione per cercare di rimandargliela indietro, lei il massimo sforzo che compiva era allungare il braccio: se la palla non la raggiungeva come di sua propria volontà, la lasciava correre via, seguendola con uno sguardo corrucciato, come si sarebbe usato per redarguire un paggio sbadato.

 

Molto più abile era nel giocare ai ‘ dieci fratelli ‘ lanciando la palla contro il muro una volta, poi due e tre, fino a dieci, eseguendo ogni volta un movimento diverso con le mani o le gambe, o piroettando come una ballerina nel plicèt.

 

Spesse volte suo fratello Giacomo, coetaneo di mio fratello, coi riccioli biondi scomposti e crudeli bellissimi occhi azzurri, si intrometteva tra noi, rubandoci la palla ed invitandomi a riprendermela, dribblando come fanno i calciatori.

 

Io mi infuriavo immediatamente e ingaggiavo con lui, così più grande di me, un corpo a corpo dal quale uscivo perdente ogni volta, accompagnata dagli sberleffi di quel maligno viso d’angelo; colpita nel mio amor proprio allora lo sfidavo alla boxe ed incrociavamo i pugni, pur se lui aveva le braccia forti di ragazzo e assai più lunghe delle mie, ma io ero impavida e orgogliosa e tante ne prendevo quante glie ne davo, incurante del dolore che mi faceva sulle spalle, le braccia e lo stomaco e, pur uscendo anche allora sconfitta, riuscivo ad allontanarlo e a riprendere la palla sequestrata ingiustamente, cosa che lui fingeva di concederci per la sua magnanimità, mentre invece il suo viso era acceso d’ira nel l’impossibilità di riuscire a domarmi e a ridurmi alla ritirata.

 

Viola allora mi guardava grata e stupita, un poco scandalizzata dal mio osare, ma un luccichio di ammirazione animava i suoi occhi da bambola e io mi sentivo un piccolo fiero soldato, degno di una decorazione al valore.

 

Nelle giornate di pioggia o di freddo lei, che era cagionevole di salute e soffriva di tossi violente, non poteva uscire, così io scendevo nel suo appartamento, dopo aver fatto i compiti come un fulmine e giocavamo in casa: se c’erano i nostri fratelli o i cugini si giocava a ‘ Monopoli ‘ o a ‘tappo ‘, oppure a briscola e scopa, come ci insegnava la vecchia nonna ormai fusa in un tutt’uno con la sua poltroncina ed il suo scialle dal colore indistinto.

Altrimenti c’era il ‘ Gioco dell’oca ‘ o la ‘ Tombola ‘ed io ero sempre sfortunatissima e mi rabbuiavo alquanto quando perdevo, permalosa all’eccesso, anche perché perdevo quasi sempre.

 

Se però eravamo in casa da sole e la nonna se ne stava sulla poltrona vicino alla finestra, agucchiando e dormicchiando, noi ci rifugiavamo in camera sua e giocavamo a ‘ Babbo e Mamma ‘.

 

Sul tappeto che fungeva da scendiletto apparecchiavamo una minuscola cucina fatta di piattini e piccolissimi bicchieri di bachelite e lei aveva pure le tazzine di porcellana vera con la teiera e la zuccheriera, con la quale mi serviva un aromatico inesistente tea.

A fianco i nostri bambini, bambolotti vestiti dalle mani esperte di nonna dei ritagli più estrosi e inutili, dormivano o giacevano malati, con la febbre alta tanto da dover chiamare il dottore.

 

Io ero il ‘ Babbo’ sempre, né mi ricordo di essere stata la ‘ Mamma ‘ mai una volta e tornavo la sera, stanco, dal lavoro trovando la tavola apparecchiata e una profumata cena a rifocillarmi dalle fatiche della lunga giornata di lavoro, quando allora lei mi chiamava affettuosamente ‘ Caro ‘ e io le dicevo ‘ Grazie Tesoro ‘ mentre mi serviva trasparenti e succulente pietanze, accompagnate da mezzo bicchiere di un mai imbottigliato rosso vino generoso.

 

Se i bimbi poi stavano male, ecco che mi trasformavo nel ‘ Dottore ‘ che con saggia maestria , dopo aver constatato la gravità di quella malattia, li guarivo con una puntura eseguita alla perfezione mimandola con le dita sul sederino di plastica del malcapitato bambolotto, mentre lei fingeva un terrore e una apprensione degna di una grande attrice.

 

Alla fine di tutto il trambusto, rigovernati e riposti i piatti della cena ed ogni altra cosa fosse rimasta nel mezzo, ecco giungeva il momento più intimo, quello che io aspettavo con impazienza dall’inizio del gioco: era giunta l’ora di andare a dormire, perché il giorno seguente sarebbe sorto presto e faticoso.

Così ci sdraiavamo l’una accanto all’altra sul tappeto morbido, coprendoci con una copertina di quando lei era neonata, che la madre le aveva regalato per i suoi giochi e lei faceva finta di addormentarsi subito, dopo avermi detto ‘ Buonanotte, Caro!’

 

Ma io allora la cingevo tra le mie braccia, stringendola a me in silenzio, senza proferire neppure un sospiro e lei si abbandonava al mio abbraccio, con gli occhi chiusi e il viso illuminato come da uno spicchio di luna che sembrava origliasse dalla finestra.

 

E con la mano leggera e un poco tremante, le accarezzavo la lunga treccia, riempiendomene la mano, affondando il mio viso tra l’incavo del suo collo per respirare l’intimo odore che le saliva dalla pelle delle braccia e delle ascelle, per poi passare a percorrerle il viso con carezze lunghe e leggerissime, mentre con una gamba la imprigionavo e, appoggiandola tra le sue leggermente separate, sentivo il calore delle sue cosce e del sue ventre farmi vibrare ogni fibra.

 

Poi le percorrevo tutto il corpo, con tocchi setosi e aderenti, soffermandomi sul piccolissimo seno che appena appena stava per spuntare, mentre lei continuava a fingere di dormire, pur tradendosi ogni tanto con sospiri e fremiti…

 

Ed io non avrei voluto mai staccarmi da lei, ogni volta ascoltando una parte diversa del suo ingenuo infantile corpo abbandonato e desiderando fortemente di esserle dentro con ogni mia parte, con ogni mio respiro, con ogni mio sconosciuto piacere.

 

Poi la nonna ci chiamava e lei si scuoteva come da un torpore, come da un sonno vero e un po’ imbarazzata, senza guardarmi in faccia, si riassettava i vestiti, rianimava il tono della voce che aveva squillante da soprano e correvamo a fare la merenda, oppure io risalivo nel mio appartamento per la vera cena, tornando il chiassoso ragazzaccio di sempre..

 

A notte fonda, mentre tutti dormivano e io ascoltavo il ritmico russare di mio padre - che soffriva di sinusite - e il leggero sospiro allungato di mia madre, dopo aver letto per ore, spegnevo la piccola lampada del mio comodino e mi adagiavo, con l’orsacchiotto stretto al mio infantile petto, risentendo quel profumo e quell’ardore che mi avevano così scaldato il sangue mentre la stringevo a me e mi addormentavo, finalmente stanca, sognando di essere un principe con un bianco destriero che giungeva da paesi remoti e sconosciuti a prostrarsi a quella nera lucida treccia.

 

Anche con un'altra mia compagna delle elementari e poi pure delle medie ebbi un rapporto assai speciale ed intenso. Lo racconto nella seguente novella, essa pure tratta dal mio ' Kaiki '.

 

LA CONTESSINA

 

 

Che fosse migliore di noi non era messo in dubbio da nessuno.

 

Il padre era un conte che trascorreva la sua vita a Milano, frequentando i salotti bene e il mondo della lirica.

Ogni tanto tornava e lasciava alla moglie, altera, severa e tristissima, un altro frutto del suo prezioso seme, da crescere perché il mondo avesse poi in regalo la prosecuzione della sua altisonante specie.

 

A loro non faceva mancare nulla se non la sua presenza e il suo amore.

 

Proprietario di vigneti e terreni che producevano ricche messi, condotte e guidate dal suo fattore, un uomo alto e duro come il legno, aveva adagiato la sua numerosa prole con la moglie e la servitù in una villa alla sommità di una collina ricoperta e circondata da un fitto bosco, dove i suoi fidi potevano cacciare e procurargli le prede a cui lui ambiva quando tornava alla ricca ma rustica magione, ornata e definita da una torretta centrale con gli smerli che si distingueva in ogni parte di tutta l’ ubertosa pianura circostante, tenuta a frutteti e vigneti.

 

Il giardino era ben curato e fiorito in ogni stagione dell’anno e nelle scuderie ancora un cavallo di rango conduceva una vita d’ozio dorato, ultimo esemplare di una lunga schiatta di cavalcature che per generazioni si erano distinte dalle giumente e dalle carrozze dei mercanti e degli uomini d’affari; cavalli e fattrici ricordati a lungo da tutta la cittadinanza per la loro purezza, estrema eleganza e portamento e per la perizia nel montarli e portarli che l’intera casata sembrava tramandarsi geneticamente.

 

Le stanze di quella enorme villa, che io non visitai mai per intero, avevano soffitti altissimi ed in alcune di esse giacevano mobili e immensi lampadari pendenti, accuratamente ricoperti da bianchi panni e tenuti lustri e puliti come fossero di uso quotidiano, mentre il tempo delle feste e della musica risonante lungo le basse colline circostanti e le dolci valli, era finito da un pezzo.

 

Ricordo una grandissima cucina con un camino di marmo che occupava quasi tutta la lunga parete e vasellami fini, stoviglie decorate con scene di caccia, bicchieri eleganti dal lungo stelo, riposare nelle grandi credenze di noce dalle vetrine scintillanti come accese di luce propria.

 

La madre della mia amica contessina viveva in quel regno decaduto con una dignità degna di Penelope, dirigendo la servitù come se nulla fosse cambiato dai fasti che erano ormai niente più che un ricordo corale. E sempre nei forni cuocevano carni odorose, con verdure fresche di stagione, frutta appena colta dagli alberi e dolci preparati con cura che riempivano l’aria della nostra merenda di una magica atmosfera quando, a metà pomeriggio, richiamate dalle passeggiate nel parco o dalle letture nella camera da letto della contessina, ci venivano servite su lini immacolati con posate di lucido argento, frutto del lavoro di quelle semplici e generose fantesche che vezzeggiavano la loro preferita e le sue amiche in visita.

 

Lei era la primogenita.

 

Fu mia compagna alle scuole elementari e medie.

Aveva un incedere come di giunco flessuoso, nonostante l’alterigia le sostenesse le larghe spalle e le ergesse la testa sopra tutte noi: era alta e forte ma aggraziata, elegante e vivamente volitiva.

Il viso era puro come l’avorio, il naso tagliato netto e affilato, gli zigomi alti traevano a se le labbra sottili ma ben disegnate in un atteggiato sorriso, imparato negli anni dell’infanzia, che non si accompagnava quasi mai a quello degli occhi che, scurissimi e allungati, imprimevano tutta la propria risolutezza e coscienza di sé già a quella giovane età.

I capelli, anche loro molto scuri e lucidi di cosmetici alla seta, emanavano un profumo lieve e penetrante, scendendo come una fitta cortina impenetrabile e immota ben oltre le scapole, a volte scossi da un colpo di quel grazioso capo che imprimeva loro un fremito che li attraversava tutti come un’onda marina ma senza scomporli minimamente.

 

Le mani erano curate, con dita lunghe e sottili, energiche per gli esercizi al pianoforte che ogni giorno ella eseguiva per volere paterno e non per propria volontà, ma l’attitudine, anche se riluttante, era così evidente che le note fluivano da quelle corde scosse dai piccoli martelletti del grande nero pianoforte a coda del salone, come fughe canore di usignoli, finalmente liberati da lunghe prigionie, oppure scuotevano i silenziosi corridoi come galoppi di cavalli in una invisibile quanto eccitante caccia alla volpe.

 

Io l’ammiravo e sentivo la sua bellezza sovrastarmi e rendermi schiava.

 

Tutto quello che ella mi comandava, io eseguivo: se richiamata allo studio, inforcata la mia bicicletta e percorrendo a perdifiato diversi chilometri, arrivavo puntuale all’appuntamento ed insieme sedevamo alla sua scrivania di prezioso legno intarsiato, dove alternavamo i compiti di scuola allo sfogliare di libri assai antichi che parlavano di allevamento di cavalli e ne mostravano tutti i particolari, anche quelli anatomici meno pudici che lei mi indicava con un falso ma ben simulato distacco.

 

Oppure mi chiedeva gentilmente di aiutarla a raccogliere dei fiori per ornarne la casa ed io, lasciando a lei la scelta ed il taglio, mi prestavo come paniere vivente, incurante delle spine delle rose, facendomi graffiare le braccia come fossi accarezzata dalle sue mani.

 

A volte mi portava per forre e segreti nascondigli che lei diceva essere di sua esclusiva proprietà e ci sedevamo tra tappeti di viole dal profumo stordente o sotto centenarie querce avvolte da liane di edera, in silenzio, oppure parlando dei nostri progetti futuri.

 

Scendendo per passaggi scoscesi io sempre la precedevo porgendole la mia mano forte e salda dove, come una bianca colomba che si abbeverasse dopo un lungo volo, ella appoggiava la sua, indugiando nel contatto, con gli occhi frementi che mi scuotevano ovunque io esistessi.

 

C’era una distanza tra noi che non fu mai colmata in abbracci più intimi o in cameratismo di amanti di cavalli, ma io ero l’unica che aveva imparato a memoria le arie sue preferite dell’Aida e del Rigoletto e a me affidava la sua musica, alla mia voce potente e ancora purissima, avvezza al canto nei lunghi anni della chiesa, così che le sue mani sembrava suonassero direttamente le mie labbra.

 

La rividi dopo tanti anni, dato che il padre l’aveva voluta con sé a Milano alla fine delle scuole medie, per farle proseguire gli studi in scuole di élite più adatte alla sua viva intelligenza e al suo rango ed ella era diventata una donna bellissima, mentre io ero ormai ingrassata e fiaccata dalle sofferenze e dai parti, ma nei suoi occhi, che mi guardavano ardenti, mi rividi, fiera e indomita nei miei dieci anni.

Non parlammo molto, lei era di fretta e l’incontro fu del tutto casuale per le vie della nostra cittadina, un giorno in cui era tornata a trovare la madre, ma la sua mano corse come quella colomba, ora mansueta, alla mia mano, accogliendola, come l’avesse aspettata troppo a lungo e finalmente ritrovata, anche se, ahimè, troppo tardi.

 

Le sue labbra allora sorrisero accompagnate dai suoi occhi ,accesi di un fuoco inestinguibile e dopo avermi salutato, si voltò alcune volte a guardarmi con una lenta nostalgia mentre io, impietrita dall’emozione, ascoltavo il mio cuore divorare di battiti il mio petto.

 

Qualche anno dopo la rovina si abbatté sul suo casato: il padre, avendo sperperato nel lusso tutto il suo patrimonio, si sparò un colpo di pistola alla tempia.

La villa e i terreni furono contesi dai creditori e seppi che la contessina per vivere insegnava musica ai bambini di Milano.

 

Ma il suo cavallo nitriva ancora nel nostro sangue, che si mescolò allora e mai si divise, stretto nel ricordo e nell’amore mai pronunciato.

 

 

 

La mia infanzia finì a undici anni e mezzo, quell'agosto 1966 in cui mio padre pose l'ultimo giorno della sua vita.

Di certo quella data ne sancisce l'inderogabile limite.

Ma ben prima il tempo della serenità e della purezza infantile era stato valicato ed infranto.

Ciò che segue in corsivo è un capitolo di ' Io non sono di qui '

 

DON EMIDIO

 

IL MIO MOSTRO

Oggi sono l’abbandono
La voce aspra della tua coscienza
Il buco del tuo calzino
Il dente cariato che cerchi di dimenticare ma che subdolo lavora di nascosto
Oggi sono un tumore celato nella speranza.

Una breccia nel sorriso di un sistema perfetto
L’afonia in un coro angelico
Oggi sono il sasso che galleggia
Il fiore che alimenta un brulichio di insetti immondi
Oggi io sono l’amore che divora
La calura che toglie le forze
Il miasma asfissiante da cui corre lontano chi ho amato e chi amo
Oggi nego di esistere e di morire
Oggi vivo per una stupida causalità che mi vuole matrice del mio stesso infinito dolore. Che mi trasforma in un vuoto silenzioso, in un palcoscenico deserto su cui è calato il sipario

 

Done, così lo chiamavamo tutti.

Era il parroco più amato dai bambini.

Tutti gli correvamo incontro come al richiamo del flauto magico.

 

Era alto e dal bel viso solenne. La lunga tonaca nera ne snelliva la figura pingue. Sembrava non finire mai.

Ci tendeva le braccia come Gesù: sinite parvulos… E noi volavamo tra quelle braccia.

La sua voce tuonava dal pulpito.

Fine parlatore e pensatore, ammaliava. Le sue omelie erano racconti che ti penetravano nel cuore.

Egli parlava a ognuno di noi in prima persona.

Ma a me sembrava che guardasse solo me. Amasse solo me. Vedesse solo me.

 

La parrocchia era la mia casa.

Lì si trovavano attività, svaghi, giochi, canti, studio, qualcuno che mi ascoltava, qualcuno che mi parlava, qualcuno a cui importava di me.

Tutti i miei pomeriggi dai sei agli undici anni, eccetto i mesi estivi, io li ho passati, almeno in parte,in parrocchia.

Il catechismo, poi il ping pong, il bigliardo, il bigliardino. Era il paese dei balocchi.

C’era sempre qualcuno che passava di lì con cui giocare, parlare o anche litigare.

Le favole di quel dio erano stupende. Io studiavo e ricordavo ogni cosa. I nomi, i volti…

 

La chiesa era ben tenuta e riscaldata d’inverno, adorna della statua della Madonna che schiacciava il serpente, del grande quadro del Santo martire sulla graticola, delle candele accese, dell’altare con il tabernacolo sfavillante d’oro, di lini bianchissimi e di gigli.

Ovunque aleggiava l’odore acre dell’incenso.

Mi perdevo tra le navate, fra le panche di legno con le targhette dei defunti ai quali erano state dedicate, fra i libretti delle preghiere, distribuiti ognuno al loro posto.

 

Done suonava la pianola od organetto: non conosco il vero nome di quello strumento dai cento suoni diversi, che aveva un motore ma non le canne e che lui adoperava con maestria, senza bisogno di uno spartito.

Io avevo una voce che incantava: forte, pura, intonata e altissima. Una voce bianca, la principale del coro. Se fossi stata un maschio, il ruolo di chierichetto mi sarebbe calzato a pennello.

Li invidiavo tantissimo, i chierichetti. Le loro tonache bianche fino a terra. I ricami di filo dorato. Le pianete, i calici, le ampolle. L’acqua e il vino, simboli di vita eterna. Peccato non poter diventare prete… le monache invece quasi le detestavo.

 

La domenica pomeriggio, alle due e mezzo, si andava al cinema. Filmoni mitici che ci trasportavano fra i ghiacci dell’Alaska o in mezzo ai flutti degli oceani, sulla luna o all’inferno, nell’antica Roma o nella Parigi ottocentesca, nel gelo innevato di Mosca o nelle praterie sconfinate del Far West.

Viaggiavamo ovunque, a piedi, a cavallo, vedeva mo tutto, scoprivamo tutto. Per una settimana intera rivivevo dentro di me il film visto, in attesa del prossimo.

Cosa avrei vissuto? Dove sarei stata?

La sala era sempre gremita e si entrava con le liquirizie, le brustoline, i lupini.

 

E poi c’era l’Operetta, che si metteva in scena ogni anno, nel Cineteatro dietro la chiesa: noi bambini guidati da lui e una serie di ragazzi grandi che curavano tutta la messa in scena. Con i costumi e gli scenari, con l’orchestra vera che suonava nella

sua fossa. Le prove duravano tutto l’inverno. Il sabato pomeriggio dopo il catechismo e ancora il mercoledì.

Io ero nel coro. Non sapevo assolutamente recitare e non ho mai ottenuto ruoli da protagonista.

Solo qualche impacciata comparsa. Ma nel coro ero la colonna. Dopo la prima prova già sapevo a memoria quasi tutte le parole. E lui ci insegnava cantando con noi. Niente da leggere, né da studiare.

Ma io mi facevo dare il libretto e me lo leggevo avidamente. Alla seconda prova lo sapevo già a memoria.

Le rappresentazioni venivano replicate due o tre volte. L’eccitazione era altissima. E gli applausi scroscianti. Le caramelle gettate sul palco a noi che ci inchinavamo davanti al pubblico. Tutta quella festa per noi, attorno a noi.

Solo ai miei sembrava non interessare per niente. Mi sa che non vennero mai a vedermi. Io non lo ricordo. Anzi, mia madre mi zittiva quando in casa intonavo a gran voce i cori e le parti soliste di canto per allenarmi. Così uscivo fuori e andavo a cantare dove non davo fastidio a nessuno…

 

Done non era una persona pulita.

La tonaca si rivelava, a un occhio attento, lisa in molti punti e l’odore che emanava era vagamente rancido.

I capelli neri, lustri di brillantina, sicuramente non erano lavati troppo spesso. E l’odore che si percepiva dentro le stanze private dei preti e delle loro perpetue era forte, quasi opprimente.

Loro erano sepolcri imbiancati.

 

Non ricordo quando lo fece la prima volta. So che lo fece molte volte. Moltissime.

E io pensavo: ' Sì, sì, sono qui. '

La sua era una violenza sottile. Proprio perché entrava in me nel nome di Dio e dell’amore.

Le sue mani erano dappertutto in me. La sua voce era dovunque.

Il suo respiro era l’aria che respiravo.

Si fermava lì, non fece mai altro che toccarmi.

Ma anche se avesse fatto tutto quanto era in suo potere, non sarebbe stato diverso…

Lui succhiava il mio sangue…

Lui beveva la mia vita…

Lui rubava la mia luce…

 

Durante le confessioni, Done, chiuso nel confessionale, mi chiedeva sempre se mi fossi toccata e cos’altro avessi fatto, se avessi toccato qualcuno dei miei amichetti o dei miei cuginetti.

Anzi, fu lui a insegnarmi come procurarmi piacere da sola o con altri.

Fu lui a spiegarmi come nascevano i bambini, non mia madre o mio padre e lo fece che io avevo sei o sette anni.

Col viso appoggiato contro la grata, la voce bassa ed emozionata, gli raccontavo le mie prime avventure erotiche con i miei coetanei, cosa avevo fatto e quante volte, cosa avevo provato io e cosa avevano provato i bambini che giocavano con me a quei giochi carnali.

Lui mi faceva domande molto specifiche, anatomiche e io rispondevo con precisione.

Sentivo il suo desiderio passare attraverso i buchi della grata.

Sentivo i suoi occhi forare il buio.

Sentivo una mano malvagia che si impossessava di me.

 

Da allora, il piacere e il dolore si sono mescolati dentro di me. Per sempre.

Lì, alla mensa di quel pane amaro e guasto, ho imparato cosa vale la mia vita.

Piacere e dolore.

 

I miei scoprirono tutto, tramite la confessione della mia amica Sandra, che viveva quello che stavo vivendo io, come penso tutte le altre bambine della parrocchia.

I genitori di Sandra erano i migliori amici dei miei genitori e vivevano nell’appartamento sotto di noi.

Ma non fecero niente. Ci fu solo un po’ di tensione. A me non chiesero nulla. Seppi tutto da lei, i loro discorsi e la loro decisione di non agire in nessuna maniera. A me, nessuno rivolse una parola. Confermando così quello che mi era stato insegnato e cioè che la mia vita valeva solo come piacere e dolore.

Continuammo a frequentare la chiesa. Avevo undici anni.

Lui non mi molestò più.

Poi mio padre morì.

E qualche anno dopo mi allontanai dalla parrocchia e dalla religione cattolica.

Troppi conti non tornavano nella mia mente.

 

 

Quanto scritto finora su quella terribile esperienza è il frutto di una rielaborazione profonda avvenuta nell'estate del 2008 mentre ero nel centro di accoglienza.

Scrissi ancora, sempre su ' Io non sono di qui ':

 

' Troppo presto la mia innocenza è stata profanata da mani scaturite dall’ombra.

Mi chiedo quanta forza io possegga veramente per vivere con questa ferita dentro.

Per riuscire a continuare ad amare, nonostante questo.

Per avere il coraggio di guardare questo. Ora. Qui.

Ho cinquantatre anni. Ma sono ancora quella bambina abbandonata e violata. Sono una piccola geisha venduta per paura.

È un miracolo che io sia viva. Che io non faccia la prostituta. Che io non sia un’assassina. Che io non sia pervertita o pedofila.

Che io non sia completamente folle, ma solo tanto, tanto. Senza arrivare fino in fondo.

 

Oggi penso che lui ha sbagliato, così come hanno sbagliato i miei genitori. Che non è stata colpa mia. Che io sono altro, molto altro.

Non so se riuscirò a dare un altro valore alla mia vita.

Lo faccio con il pensiero, ma i binari segnati a fuoco dentro di me, nel profondo, dove la mente non ha dominio, sono quelli. '

 

In effetti io ho vissuto sino a quel momento ignorando volutamente quanto mi era accaduto.

Non che lo avessi dimenticato, assolutamente. Ricordavo perfettamente tutto, anche il peso di quelle mani e quel piacere che io sapevo ingiusto ma che non potevo non provare.

La domenica al cinema, nel buio della sala, lui si aggirava tra di noi, controllando, facendo tacere i più vivaci, spiegando e rispondendo alle domande, ma soprattutto, ogni tanto, si avvicinava ad una di noi, ci faceva alzare, si sedeva sulla nostra sedia e ci faceva accoccolare sulle sue gambe.

Così, mentre tutti guardavano il film, le sue mani si inserivano sotto le gonne ed ci accarezzava lentamente voluttuosamente.

Io ricordo chiaramente il mio pensiero in quei momenti: sapevo che lui stava facendo qualcosa di brutto, ma mi dicevo dentro di me: ' Toccami, toccami... '

Ed ero un doloroso piacere perverso.

Poi ci fu il giorno in cui Sandra confessò ai suoi genitori che il prete le disse di averla sognata e chiese a loro cosa significasse quando un uomo sognava una bambina. Loro fecero domande e si scoprì tutto ed io scoprii, perché non lo sapevo, che lui faceva lo stesso anche a lei.

Io non lo sapevo, ma lo trovai dl tutto naturale. Ricordo che ci chiedemmo spaventate se lui sarebbe stato arrestato, mandato via. Eravamo perfettamente consce che lui ci stava violando, eppure noi allora non capivamo quale dolore ci stesse scavando dentro. Eravamo come anestetizzate.

E così, anestetizzato, quel ricordo visse dentro di me fino a quel caldo pomeriggio di luglio 2008 in cui esplose con tutta la sua nera virulenza, in quella stanzuccia assolata son le persiane chiuse, dove io mi sedetti al mio pc e scrissi quanto sopra ho riportato e poi, leggendolo a Dana e Sara, piansi tutte le mie lacrime e tutto in una volta sentii cosa avesse veramente fatto, quale guasto fosse stato scavato dentro di me.

Di una cosa non mi do pace, però.

Successe che un giorno, eravamo già ragazzi, io e Carlo entrammo all'improvviso in una delle stanze della parrocchia, cercando qualcuno probabilmente e scoprimmo il prete che, seduto alla sua scrivania, aveva fatto stendere una bimba su quella, con le gambe aperte e penzoloni, le aveva sollevato la gonna e la stava accarezzando con il volto vicinissimo alla sua carne infantile.

Io e Carlo restammo un attimo interdetti, lui, il prete, ci rivolse uno sguardo duro ed interrogativo, noi ci sentimmo spauriti come neonati e senza una parola richiudemmo e ce ne andammo.

Non ne parlammo mai neppure tra noi, ma io ricordo come fosse ora, che sono passati almeno quarant'anni, il viso pallido di quella creatura, i suoi occhi chiusi che non si aprirono neppure al rumore della posta che si schiudeva, ricordo il rosa delle sue cosce innocenti ed il bianco di quelle sue mutandine.

Non ho mai parlato a nessuno, di questo, né mai ho avuto il coraggio di scriverlo.

Ma dentro di me, questo non me lo perdono.

Avrei dovuto intervenire, fare qualcosa, eppure non feci nulla.

Nessuno fece mai nulla.

Il prete morì piuttosto anziano, dopo essere andato in pensione, di malattia. Nessuno mai lo fermò e chissà quante centinaia di bambine ha rovinato.

E non feci nulla neppure io.

 

Guardando dentro di me so che quello è un grande il peso che porto, perché allora avrò avuto tredici, massimo quattordici anni e SAPEVO cosa avrei dovuto fare, ma non lo feci per paura.

Perché il dominio che quel prete ha esercitato su di me era di natura psicologica ed era completo. Lui mi ha profondamente plagiato.

Mi dico questo anche per far tacere il senso di colpa nei confronti di quella bambina

ma forse se quella sconosciuta creatura fosse qui, ora, di fronte a me, forse mi direbbe che quello è una colpa perenne che non ha mai fine.

 

Altre due avventure di molestie sessuali ho vissuto.

Un giorno, avrò avuto sette anni, mi stavo recando a piedi in parrocchia, era primissimo pomeriggio. C'era il sole. Un'auto, allora il traffico era assai scarso, accostò di fianco a me ed un uomo si sporse, aprendo la portiera dalla mia parte e chiedendomi dove fosse una certa via.

Io, che la conoscevo bene, glielo spiegai, ma lui, fingendo di non aver capito, mi chiese se lo avessi potuto accompagnare.

Io d'istinto acconsentii e salii sull'auto.

Ecco, qui il ricordo si interrompe e c'è un vuoto nero, come una interruzione, un salto molto profondo.

Poi il ricordo riprende con me che scendo precipitosamente da quell'auto, rammentando ad un tratto assai spaventata che mio padre mi aveva raccomandato di non salire mai con nessuno sconosciuto.

Rivedo poi quell'uomo chiudere rumorosamente la portiera e fuggirsene via,

sgommando.

Un mese fa una cartomante sensitiva mi disse, dopo aver ascoltato il racconto dei miei innumerevoli tentativi di suicido, che io non potevo morire dato che ero morta all'età di sette anni.

A quelle parole mi sono messa a piangere in modo straziato, improvvisamente, come improvvisamente mi è salito alla memoria quel fatto, al quale non avevo assolutamente più pensato.

Dentro di me una voce mi dice che in quel vuoto temporale, in quello scatto, c'è qualcosa di molto brutto e violento.

 

Qualche anno dopo, mio padre era morto da poco, era autunno e quindi io avevo undici anni e mezzo, altro mi accadde, rincasando che era già sera, nel viale alberato dove sorgeva la mia casa che era assai buio e pochissimo trafficato. Da un albero sbucò fuori all'improvviso un uomo, di cui non ricordo assolutamente nessun particolare, solo che era giovane e più alto di me ed indossava un ampio cappotto. Lui mi fu accanto in un attimo e mi avvolse con il suo abbraccio molto forte.

Mi tirò a sé violentemente e, con il viso sul mio, tanto che sentii l'odore di fumo del suo fiato, mi chiese: ' Ma ce l'hai tu il pelo? '

Io allora ero molto forte e senza neppure pensarci sopra, così, di puro istinto, mi divincolai e gli rifilai una ginocchiata in pancia, probabilmente sui genitali. L'uomo quindi mi lasciò portandosi le mani sulla zona colpita emettendo un sbuffo di fiato, come ne fosse rimasto senza e io fuggii velocemente fino a entrare nell'ingresso di casa mia, che era a pochi passi di distanza, aprire il portone di alluminio e vetro con mani tremanti e rifugiarmi in camera mia.

Quell'uomo era molto cattivo: in quel suo fiato io respirai morte e corruzione malvagia.

Non ne parlai mai con nessuno. Anche di questo è la prima volta che lo faccio, come dell'uomo della macchina.

Mai ad amica amico innamorato ragazzo marito amante innamorata ragazza amica amante. Mai.

 

I giochi a sfondo sessuale dettati dalla curiosità dell'altro e dal nascere dei primi stimoli sono una cosa normalissima in ogni bambino.

Il mio primo contatto del genere avvenne con uno dei miei cuginetti più piccoli quando ancora si abitava nella grande casa poi demolita. Ricordo bene che venimmo sorpresi in bagno insieme a fare pipì e sgridati, cosa che mi lasciò piuttosto colpita e stranita.

Ma quanti anni avevo quando il mio amatissimo amico Giorgio, figlio di un altro compagno di studi di mio padre, che abitava di fronte a dove si costruì il condominio, mi chiese se avessi voluto giocare ad un gioco bellissimo che facevano all'asilo? Non ricordo con precisione se andavo io stessa ancora alla scuola materna oppure già alle elementari, ma di certo la mia età non superava i sei anni, periodo che segnò l'inizio delle molestie sessuali del prete, con l'avvento della scuola di catechismo. Io accettai con grande curiosità, cogliendo nella sua voce una eccitazione strana e forte. Fu così che mi portò in cantina, dove era certo non saremmo stati visti e tirò fuori dai pantaloni il suo piselletto, facendomelo vedere tutto orgoglioso e chiedendomi di chinarmi come per fare la pipì, permettendogli di guardarmi.

Io gli diedi retta e fu così che provai il mio primo conscio piacere sessuale.

Da quel giorno feci molti giochi di quel genere con molti dei maschietti che mi giravano intorno, anche con un paio di cuginetti, quando eravamo più grandicelli e già sapevo che era ' peccato '. Ma lo facevo lo stesso, perché l'attrazione per quel gioco era più forte di ogni cosa. Ma quando feci la prima confessione, il sabato precedente la mia Prima Comunione, non ebbi il coraggio di confessare quel mio gravissimo peccato a quel prete che ne stava commettendo uno vero e decisamente più grave con me: non me la sentii, così, alla sua domanda se avessi mai fatto atti impuri risposi di no e il giorno dopo ricevetti così la mia Prima Comunione.

Io avevo un fede spontanea, mistica.

Restavo le ore in chiesa a vivere la presenza e la vicinanza di quel Dio che mi sentivo dentro. Io sapevo tutto di lui, cos'era, com'era, ma quello che mi veniva insegnato non corrispondeva a ciò che sentivo.

Io sapevo che quello che facevo non era peccato.

Era peccato dire bugie, imbrogliare al gioco, disubbidire alla mamma, non fare il proprio dovere ed io, quei peccati, non li commettevo.

Ma quello, che era considerato il più grave, non mi sembrava un peccato.

Cosa facevo di male in quel gioco così eccitante? Eppure il senso di colpa, ogni sera, mentre recitavo le preghiere prima di entrare nel mio lettino, lacrime cocenti scendevano giù per le mie guance: chiedevo perdono a Gesù, gli chiedevo perdono con tutto il mio cuore, ma non riuscivo a non fare quei giochi e neppure a confessarli al parroco.

L'anno dopo feci la mia Santa Cresima.

Già la Prima Comunione fu una cosa bellissima, con la grande festa in mio onore, l'abito bianco da sposa, il velo e tutto il resto, la Santa Cresima si prospettava ugualmente eccezionale.

Neppure in quel frangente riuscii a confessare il mio peccato e fui ' punita ' .

Quando fummo tutti in chiesa, i bambini schierati su di un fianco lungo le navate e noi bambine di fronte, ci fu dato un cero da tenere in mano, simbolo della luce che stavamo per ricevere e questo cero fu acceso. Mentre seguivamo con gli occhi e il cuore palpitante l'avvicinarsi del vescovo che dava ad ognuno l'olio santo sulla fronte – e girava una voce che invece ci sarebbe stato fatto un buco con un chiodo e poi coperto con la benda! - e lo schiaffetto del memento mori, la bambina che era di fianco a me appiccò involontariamente il fuoco al mio velo.

Io non mi accorsi di nulla, solo come in un sogno sentii grida e poi qualcuno che mi avvolgeva la testa con della stoffa strappandomi il velo e ciuffi di capelli. Il padre di quella bambina con grande sangue freddo si era tolta la giacca ed aveva spento il fuoco, che stava rapidamente spargendosi ai miei capelli ed alle maniche del vestito.

Fui salva per miracolo, ma io sapevo che era Dio che mi aveva punito, indignato del mio comportamento.

La notte seguente, finalmente sola, piansi tutte le mie lacrime di pentimento, eppure ciò non bastò a farmi confessare il mio peccato. Non potevo dire a quel prete che avevo commesso il sacrilegio così immenso di aver ricevuto la Prima Comunione e la Santa Cresima e di essermi comunicata tutte quelle domeniche, - dato che io andavo a messa ogni domenica, in modo categorico, - con il cuore non puro.

E mi rodevo di dolore e di pentimento senza trovare una soluzione, una via d'uscita

 

Per fortuna quella stessa estate trovai la mia pace.

Fui mandata in una colonia montana a Verghereto, una località balneare molto amena, sui nostri appennini.

Restai lì quindici giorni: io amavo moltissimo andare in colonia, a differenza di tutti gli altri, perché si stava in compagnia, si giocava, c'erano le signorine che si prendevano cura di me ed ogni anno, con grande sollievo della mia mamma che finalmente poteva riposare un po', andavo in una di quelle, sempre la stessa, a Pinarella di Cervia, sotto una bellissima pineta in riva al mare. Ma quell'anno mi chiesero se avessi voluto andare ance in una in montagna ed io ne fui felicissima.

Infatti mi divertii molto: ogni giorno lunghe passeggiate nei boschi che lì sono assai verdi fioriti e profumati e tanti giochi in un clima più fresco, a me molto gradito, dato che da sempre soffro molto il caldo. Il cibo ottimo come i canti e i giochi: fu tutto perfetto; ma due fatti segnarono quei quindici giorni.

La prima domenica un prete venne a dire messa. Durante l'omelia ci fece un sermone piuttosto violento sulla necessità di non peccare mai e di confessare i propri peccati con grande umiltà. Egli gridava dal pulpito descrivendo le eterne fiamme dell'inferno che avrebbe arso vivo, senza mai estinguersi colui che sarebbe morto in odor di peccato mortale.

Io rimasi profondamente colpita. La notte, in quel lettuccio dentro la camerata, mentre tutti gli altri bambini e la nostra signorina dormivano, io restavo a fissare il buio, con gli occhi sbarrati dal terrore.

Fu così che decisi di confessarmi il sabato seguente.

Con il cuore che palpitava forte forte raccontai a mezza voce il mio enorme peccato, spettando i tuoni ed i fulmini di quel prete. Invece lui mi disse che Dio mi perdonava e mi inflisse come punizione l'obbligo di recitare alcune orazioni in aggiunta alle solite.

Davvero con che cuore leggero uscii da quella chiesa!

Da quel giorno mai più feci qualcosa che la mia voce interiore mi ammoniva come non giusto.

Un altro accadimento restò segno indelebile in me, accaduto in quei giorni di colonia montana: un pomeriggio, mentre eravamo in camerata, reggendomi in equilibrio con una mano su di una sponda di un lettino e l'altra su quella del lettino accanto, mi dondolavo. Persi l'equilibrio e caddi viso a terra. Il colpo fu notevole. La signorina corse attratta dalle mie grida. Il sangue scorreva perché mi ero spaccata il labbro. Mi portarono allora al lavandino e mi lavarono con l'acqua fredda finché il sangue si fermò. Ma io continuavo a singhiozzare. ' Perché piangi? ' mi ammonì severa l'assistente, forse timorosa di ricevere una lavata di capo per averci lasciate senza assistenza in camerata, ' Non dirmi che ti fa così male! ' ed io le risposi: ' Non piango per il dolore, ma per il mio dentino che si è spezzato. '

Infatti allora si accorsero che il mio incisivo superiore destro era troncato di netto in orizzontale per due terzi. Solo ai diciotto anni fu ricostruito con una nuova tecnologia. Da quel giorno ebbi un sorriso di cui mi vergognai assai, imparando a sorridere con le labbra chiuse, cosa che faccio tutt'ora.

 

Ma un'altra volta mi recai a chiedere il perdono di Dio.

Avevo trentatrè anni ed avevo avuto il mio primo rapporto sessuale con una donna, dopo tanto spasimare e tanta incertezza. Lo racconterò più avanti.

Avevo allora abbandonato la Chiesa cattolica da anni ormai, esattamente dai miei tredici anni, ma spesso continuavo a recarmi in chiesa per pregare al ' mio' Dio, per respirare quell'aria mistica che tanto amavo.

Quel rapporto carnale fatto senza amore e ' contro natura ', mi pesava nel cuore. Dentro di me sapevo che non era quella la mia via e sentii il bisogno di chiederne perdono a colui che forse si era sentito offeso.

Allora non seppi cosa mi spinse, dopo tanti anni di lontananza, ad affrontare una confessione: ora invece sono certa che il mio cuore non in pace con sé stesso cercò allora, come tante altre volte, di ricevere una perdono esterno che avesse potuto perdonare quello che io non riuscivo a rimettermi e cioè, ora lo vedo chiaramente, di aver sporcato con un rapporto di sesso quello che dentro di me è uno dei sentimenti più alti: l'amore per le donne.

Mi recai così nella cattedrale della mia città, dove vi era un prete confessore che ogni pomeriggio si metteva a disposizione dei fedeli in cerca di perdono. Era un prete che non conoscevo e si diceva di lui che fosse un sant'uomo ispirato. Per quello lo scelsi. Ma quando gli ebbi raccontato tutto lui mi domandò: ' Hai tu intenzione di non avere mai più un rapporto carnale con un'altra donna? ' . Io quella volta fui sincera, come lo ero stata fino ad allora, dopo la fatidica confessione nella colonia, tanto che, quando mi accorsi che non ero affatto pentita dei peccati di ' fornicazione ' che stavo commettendo e che anzi, non li ritenevo affatto peccati, mi allontanai totalmente dalla chiesa, e gli risposi che non ne ero affatto sicura, che sentivo il mio cuore ed il mio corpo portati a quel genere d'amore.

E fu così che il prete ' santo ' mi negò l'assoluzione ed il perdono di Dio.

Io uscii dalla chiesa in lacrime, ma sapevo che quelle lacrime non erano per me, bensì per lui.

 

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