CAPITOLO SESTO I nonni materni, gli zii e i cugini, pesci, lucertole, formiche ed altri animali....

MIO PADRE BAMBINO CON LA SORELLA - foto d'epoca

 

CAPITOLO SESTO

 

I nonni materni, gli zii e i cugini,


pesci, lucertole, formiche ed altri


animali....

 

Quindi di quattro nonni ne ho conosciuti solo due e ricordo molto bene mio nonno materno nonostante egli morì di una leucemia piuttosto fulminante quando io non avevo ancora tre anni.

Impiegò pochi mesi per spegnersi, lui che era assai forte, ma io ho perfettamente nella mia memoria la sua immagina. Aveva i capelli bianchi bianchi era un bell'uomo dal volto rubizzo e le guanciotte sempre accese, cosa che io ho preso da lui.

Aveva gli occhi chiari e il suo volto sorrideva di natura. Il volto della gente della mia terra è spesso così, improntato al sorriso e alla simpatia.

Si chiamava Marsilio, alla faccia dei nomi romagnoli che sono famosi per la loro strana ilare follia.

Mia madre lo ricorda come un padre severo che mai ebbe un gesto di affetto nei loro confronti, ma solo cinghiate.

Eppure, con suo grande stupore, per i nipoti cambiò ed aveva sempre un sorriso e le caramelle in tasca. Ne conobbe solo tre, dei suo svariati nipoti, il primo fu mio fratello, poi io e per terzo mio cugino Davide che nacque alla fine del mio stesso anno.

Di lui rivedo il sorriso solare e la sua bici nera: ci saliva agile, in rincorsa, come gli uomini del tempo, ma poi veniva vicino a me, mi sollevava con le sue braccia forti, mi faceva sedere su cannone e mi portava in giro per il quartiere popolare nel quale viveva. Ricordo il cancello per uscire dalla sua casa che aveva pali di sostegno di metallo rotondo pitturati di rosso acceso con alla sommità delle pigne, sempre dello stesso metallo e colore. Ricordo il sali-scendi di quelle viuzze. Poi, al ritorno, in cucina giocavamo a nascondino ed io mi nascondevo sotto il tavolo e lui fingeva di non vedermi e di disperarsi, ' Dove sei, dove sarà mai?? ' ed io che me la ridevo della sua ingenuità, pensando che fosse assai sciocco a non vedermi, così appena nascosta com'ero, mentre la zia Peppina, ancora in famiglia perché nubile - e lo resterà - in piedi sulla soglia di casa, asciugava i radicchi colti nell'orto, chiusi in un canovaccio, dopo averli lavati tirando l'acqua dalla fontana ,di quelle a pompa che faceva cigcigcig e poi chhhh e gettava l'acqua in un lavello di graniglia giallina.

 

Ricordo molto bene, ovviamente, anche mia nonna materna, che era sempre stanca perché ammalata di cuore. Si spense in ospedale che avevo 14 anni e fui proprio io che mi presi cura di lei, in quel suoi ultimi mesi. Mi disse, quando andai a trovarla che era stata appena ricoverata, che la mia mamma e le mie zie erano molto indaffarate e stanche mentre io ero ormai grande. Ero la maggiore delle sue nipoti femmine e solo a me poteva rivolgersi. Le altre erano ancora troppo piccole. Quindi mi chiese di recarmi da lei ogni giorno, dopo la scuola, per aiutarla e lavarla, che alzarsi dal letto era impossibile per lei, in quei giorni. Lei mi insegnò come fare, con la spugna ed un catino di acqua calda, mi chiese di lavarla anche nelle parti intime e non aveva vergogna perché, mi ammonì, tanto eravamo fatte tutte uguali. Poi le cambiavo la biancheria, le mettevo una camicia da notte fresca di bucato, le ravviavo i capelli bianchissimi con il pettine, passandoli e ripassandoli. Le davo anche la cena, ma lei aveva poco appetito ed insisteva sempre che io mangiassi quello che lei non voleva: mi piacevano molto le sue mele cotte e lei le lasciava sempre per me.

Non fu una nonna affettuosa, tutt'altro, era dura come mia madre ed ora mia madre, che oggi ha 88 anni, le somiglia fisicamente molto ed io sto somigliando sempre di più a loro.

La nonna si chiamava Argentina e passò la sua vita sempre incinta. Ebbe tredici figli e il più grande morì in guerra sul fronte russo, ma il suo corpo non fu mai ritrovato. Lui, che si chiamava Walter, era maestro di scuola, ma era affetto da una miopia molto forte, come suo fratello, il penultimo nato, Giovanni, -detto zio Nino - e come me. Quindi, quando passò alla visita di leva fu riformato, ma per lui era così importante andare a combattere e dare il proprio contributo alla patria, che tanto fece, scrivendo persino a Mussolini in persona, che, alla fine, fu arruolato, divenne tenente e fu spedito a macellarsi in Russia. I suoi subalterni lo videro cadere in una furiosa battaglia sotto la neve, in una ritirata precipitosa ed il cadavere si perdette. Mia nonna non lo credette mai morto e lo attese fino all'ultimo giorno della sua vita, facendo tutte le ricerche che le fu possibile fare, scrivendo anche al papa, ma invano. Allora si sentiva raccontare ogni tanto di qualcuno che anche a distanza di molti anni, tornava in Italia dalla Russia, dopo magari essersi rifatti una vita là, disertori o fuggiaschi, ma lui non tornò mai.

Povera nonna, con un figlio nella pancia, uno in grembo e tutti gli altri attaccati alle sottane.

L'ultimo lo ebbe a cinquant'anni, più o meno e si credette fosse la menopausa, invece....

Quando era in attesa, ogni volta, smetteva di mangiare e viveva di acqua e zucchero. Ebbe anche molti aborti, non si sa bene se spontanei o procurati.

Altri due figli maschi perdette in giovanissima età, che si chiamarono tutte e due Vincenzo, uno mori a due anni di polmonite, l'altro appena nato perché la levatrice constatò che aveva il filetto della lingua troppo tirato e glielo incise con un paio di forbici, facendogli venire il tetano (!!!!!)

Povera nonna che litigava con il nonno in continuazione, che magari tornava ebbro dall'osteria e lei gli snocciolava la sequenza delle mancanze dei figli: Bruno ha fatto questo, Enzo quest'altro e allora erano grida e cinghiate.

Povera nonna che costrinse il marito a dormire con i figli per non avere più rapporti con lui, che ogni volta la lasciava incinta.

Povera nonna che si ammalò di mal di cuore che era ancora molto giovane e ne morì, finita dalle fatiche di tutti quei figli e dolori, all'età di 62 anni.

Sono contenta di averlo accudita su quella sua ultima soglia e di averlo fatto con tanto amore.

Certo la famiglia di mia madre era assai più proletaria di quella del babbo ma tutti quelle zie e zii colorarono la mia infanzia ed adolescenza. Ebbi un bel rapporto con quasi tutti loro. Certo ci fu qualche scontro quando fui adolescente, perché ero molto vivace ed ebbi il primo ragazzo che avevo solo dodici anni. Infatti fu lo zio Enzo che convinse la mia mamma a spedirmi in collegio, poiché mi vide baciarmi con quel ragazzotto, per strada, sotto casa.

Ma mi accorgo, ripensandoci un attimo, che ho moltissimi bei ricordi con zie e zii.

Fra tutti il primo che mi viene in mente è lo zio Pino, anche se, veramente, lui era il marito della sorella di mio padre, però era di natali assai umili. Che uomo particolare, quello! Magnanimo e favoloso elargitore di regali quale io non ho mai più visto né avuto: lui amava regalare cose costose e soddisfare desideri e capricci di tutti. Questo era fonte di gioia, nell'immediato ma poi lo portava a dilapidare ingenti somme ed a rimanere senza soldi, cosa già molto meno apprezzato. Ma, lasciando a parte i problemi che ebbe con la sua famiglia, io ricordo lui, il bene folle che gli volevo, bilanciato dall'altrettanto folle terrore che avevo delle sue ire improvvise.

Lui era diverso, a lui piaceva giocare ridere scherzare, aveva una fantasia inesauribile.

Dava nomignoli e soprannomi a tutti. Io per lui ero ' Ibus Quinteribus Illis, nata a Brisighella. '

Gli chiedevo sempre cosa significasse quel nome che sapeva di latino e di antico ma lui mi rispondeva, tutto serio, che l'avrei scoperto solo da grande, che era un segreto molto importante. Ed io stavo a scervellarmi...

Rimase famosa la risata che tutti fecero quando io, l'estate tra la quinta elementare e la prima media, quindi l'ultima che mio padre trascorse con noi tutti nella villetta al mare della sorella, un giorno a tavola saltai su e gli dissi, tutta compresa: ' Sai zio, l'anno prossimo studierò il latino ed allora scoprirò quello che significa il mio nome... '

E ci rimasi male, dato che ero molto permalosa, perché tutti risero..

Davvero solo da grande appresi il significato di quel nome e cioè che con un po' di fantasia ed attenzione si può far sognare un bambino e farlo sentire speciale.

Ricordo anche altre sue battute del genere, tipo i film che lui mi consigliava di andare a vedere: ' La fuga della cavalla morta ' e ' La secchia rapita'.

Era un uomo davvero originale, era un vero artista ed ha lasciato impronta di sé come grande e famoso fotografo.

Ma aveva questo lato iroso del carattere: tutto ad un tratto si rabbuiava e diventava furioso, gridava, ci scacciava. Io non sapevo mai come affrontarlo e scappavo via piangendo, quando faceva cosi. Come non ho mai saputo né so affrontare ora gli iracondi e i prepotenti, che mi inibiscono profondamente ogni altra reazione immediata che non sia chiudermi in me stessa e restare profondamente offesa da quel comportamento.

Lui fumava come un turco, accendendo la nuova sigaretta con il mozzicone di quella che aveva appena consumato. Andava avanti così a rotazione per tutto il giorno. Come a rotazione passavano i bicchierini di brandy.

Non lo vidi né percepii mai ubriaco. Solo aveva questi cambi di umore così repentini..

 

Ma lo zio Pino era il nostro capitano. Aveva una barchetta di vetroresina, un piccolo cabinato di sei metri con la vela ed un motore entrobordo, che teneva al porticciolo turistico da diporto che si trovava a poche centinaia di metri dalla sua casetta.

Veniva a chiamarci alle quattro del mattino, bisbigliando. Noi bambini dormivamo tutti in una stanza e lui non voleva svegliare la figlia maggiore e mio fratello. Quindi ci toccava lievemente, scuotendoci e chiamandoci per nome: ' Topi – era il soprannome di mio cugino Marco, più piccolo di me di un anno – Ibus, è ora! …'

Immediatamente ci alzavamo e ci scrollavamo il sonno di dosso con l'aria fresca della notte che ci accoglieva, ancora buia e silenziosa. Il porticciolo per le barche da diporto era li, vedevamo i pennoni degli alberi luccicare nel buio e ne sentivamo i tintinnii dei cavetti metallici delle vele. Ci andavamo a piedi, con passo spedito: nella barca tutto era già pronto per la pesca. Lo zio aveva già caricato le esche ed il resto.

Lui, appunto, era il nostro capitano, mio cugino era il tenente di vascello ed io ero il mozzo. Ma a me andava benissimo così. Mollare gli ormeggi e tirare dentro i palloni respingenti era mio compito, che eseguivo con grande forza e celerità, mentre le ancore le levavano lo zio e mio cugino.

Uscivamo dal porto a motore: tum tum tum tum tum …. tuonava quell'ammasso di ingranaggi e le paratie del molo rimbalzavano quel colpi come fosse il battito del cuore della barchetta, che a me sembrava un transatlantico. Poi, fuori, in acque più alte, issavano la vela e la barchetta si trasformava in un veliero. Mio zio insegnava a mio cugino a portare la vela, io intanto preparavo le esche spezzando le sarde che erano troppo grosse. Non mi venne mai in mente che io pure avrei potuto imparare ad andare a vela: io ero il mozzo ed ero altrettanto importante, il mio compito era basilare. Così si viaggiava per un paio d'ore, nel silenzio del fiato del vento che gonfiava la vela e lo sciacquio delle onde lisce come l'olio nella calma della notte estiva che pian piano sfuggiva nel mattino. Il sole sorgeva, spuntando dall'acqua come una grossa arancia e sembrava gocciolasse, grondante, appena ne usciva fuori, l'orizzonte acceso come in un incendio. La barca filava via veloce ed io volavo con lei. Ci voleva tempo per arrivare all'appuntamento con i pescherecci che ci attendevano. Mio zio era amico di tutti i pescatori del paesino e sapeva dove fossero, sicuramente se lo comunicavano con la radio. Si andava alla pesca dello sgombro.

Lo sgombro è un grosso pesce azzurro che vive in branchi assai numerosi. Almeno, allora era così. Quindi per pescarlo era necessario attirare l'intero branco. I pescatori partivano prima di noi e, giunti dove credevano avrebbero trovato le loro prede, pasturavano, cioè spargevano, facendo avanzare le barche molto lentamente, una scia di sardine ed altro pesce piccolo in stato di evidente frollatura. Perché, era chiaro, più puzzava quella roba, più potente era l'attrazione che esercitava. E, davvero, la pastura aveva un odore per me insopportabile. Per pasturare venivano non solo gettare notevoli quantità di questo pesce quasi marcio ma anche immerse nell'acqua fagotti di pastura contenuti in reti dalla maglia fine, che facessero uscire il sangue ed i brandelli di carne un po' alla volta, con il movimento del peschereccio, lasciando una scia che potesse venir percepita per un notevole numero di miglia. Era così che il branco veniva attirato e quella era la fase più lunga e delicata di quel tipo di pesca: se non si riusciva nel proprio intento, si tornava a casa senza aver preso proprio nulla. Ma il branco alla fine, presto o tardi giungeva: si vedeva l'acqua diventare viva, incresparsi di dorsi argentati ed azzurrini, di pinne di code, di guizzi e salti. A quel punto pescare era davvero un gioco da ragazzi: con la canna o direttamente con la lenza, come facevano noi, si gettava in acqua un pezzo di esca più solida in modo che restasse impigliata all'amo e si calava questo grosso uncino di acciaio, che era lungo come una delle mie piccole dita. E il pesce non tardava assolutamente a ' beccare ', mangiando l'esca ed ingoiando l'amo, al quale restava poi impigliato. Quando sentivo tirare nella lenza che tenevo lenta in mano, la lasciavo un po' scorrere, perché il pesce avesse il tempo di inghiottire bene l'esca e non potesse più sfuggire, poi, riavvolgendo velocemente la lenza al grosso pezzo di sughero che era la sua dimora, traevo a bordo la preda. Io avevo setto, otto, nove anni ma ero una bambina forte e sveglia. Ero un'ottima pescatrice, ero quella che sempre tirava su il maggior numero di pesci, perché, instancabile, gettavo e rigettavo il mio amo finché la vasca adibita a contenere il pesce non era piena.

 

Una volta pescai un piccolo pesce spada, piccolo per la sua razza, che raggiunge dimensioni di un metro e più, - era una verdesca, - ma piuttosto grosso per me. Lo zio mi aveva insegnato che per slamare il pesce, appena tirato su dall'acqua, bisognava afferrarlo e appoggiarlo, stringendolo forte, contro la pancia, in modo che non potesse più guizzare via e così io facevo, pesce dopo pesce. Ma quella spadina aguzza e dura, lunga almeno venti centimetri, si impigliò nella stoffa del mio costumino intero, che era arancione, lo ricordo bene, squarciandola e graffiandomi la pelle dello stomaco. Quella volta, tornati a casa, fui decantata a tutti come una coraggiosa lupa di mare e lo zio non la finiva più di raccontare a tutti la scena, che credo sia stata davvero peculiare, di questa mocciosetta che tirava fuori dall'acqua questo, per lei, pescione, - forse era sui due - tre chili di peso, se non ricordo male, - e, indifferente al dolore del graffio ed alla situazione particolare, lo teneva acchiappato forte forte e lo slamava con la maestria di un vecchio pescatore, gettandolo poi nella vasca, insieme agli altri e solo allora accorgersi del costume strappato, del sangue dalla ferita e, nonostante questo, rimanere a bocca aperta nell'ammirare la sontuosa preda, che non aveva mai visto prima, esclamando: ' Che bello, zio, che bello!!! ' e battendo le mani. Quella volta mi sentii un eroe, davvero. Credo sia stato il giorno più glorioso di tutta la mia vita.

 

Tutto quel pesce che portavamo a casa, oltre ad essere cucinato per noi per un paio di giorni, veniva distribuito ad amici parenti, vicinato. Eravamo i pescatori di un sacco di gente che, felice, accettava e ringraziava di quel pesce freschissimo. Non ero forse molto prelibato ma io trovavo che lo sgombro avesse il sapore migliore tra tutti i pesci che mi facevano mangiare. Cotto in graticola con un ripieno di pan grattato aglio e prezzemolo, era un po' amarognolo e non aveva quell'odore di pesce che non ho mai gradito molto. Cioè, l'odore del pesce non mi dava fastidio, affatto, né il maneggiarlo o altro ma non riuscivo a mangiarlo.

Non sono mai riusciti a farmi buttare giù il ' brodetto ' – una specie di caciucco – che a loro sembrava ottimo e che mio zio cucinava in modo speciale. Ma a me, davvero, quello faceva ribrezzo. Invece ero ghiotta di ' poverazze ', quella specie di vongole che c'era allora e che ora è stata sostituita da un'altra specie, venuta dai mari orientali. Sempre noi le andavamo a raccogliere, queste poverazze, che avevano un sapore piccante, al mattino presto, quando una particolare posizione della luna creava una bassa marea piuttosto estesa. Allora si camminava per chilometri chinandosi ad estrarre dalla sabbia i molluschi chiusi nelle loro valve. La loro presenza era segnalata da una piccola bollicina d'aria, che si vedeva nell'acqua bassissima, oppure da una fessurina altrettanto minuscola: il mollusco teneva le valve della sua conchiglia socchiuse, in modo che l'acqua vi scorresse dentro, portandogli il cibo e questo era la sua fine.

Ne raccoglievamo, io e mio cugino, che eravamo inseparabili per tutta l'estate, secchielli interi. Come sempre io e lui pescavamo col retino lungo le pareti del porto i gamberi, che allora se ne trovavano in quantità, oppure ' l'acquadella ' per la frittura, un pescetto lungo pochi centimetri che veniva infarinato e fritto ed era buono solo così fresco. Lo zio ci aveva regalato un ' bilancino ', una piccola rete quadrata di un metro per un metro che si tirava su con un'asta, una corda ed una piccola carrucola. Io e Marco ci recavamo sul ponticello che stava sul passaggio dell'acqua di mare dal porticciolo verso una piccolo laghetto salmastro che era lì dietro.

Proprio in quel luogo c'era il passaggio di quei pescetti: come lo sapessimo, non lo so, forse ce lo aveva detto lo zio e noi lì calavamo il nostro bilancino, pazienti, per ore intere, pescando la frittura per tutta la famiglia.

Sembra proprio una favola, raccontata così: acque pulite, pesce abbondante che si poteva avere gratis, senza problemi di licenze di pesca o altro. Bastava solo avere due braccia giovani e forti e la voglia di vivere.

Ed io, di quello, ne avevo in abbondanza.

 

Ma le avventure in mare sono state davvero tante, come tante le volte che noi tre andammo, sgusciando via nella notte, senza neppure avvisare le mamme, - che altrimenti si sarebbero opposte- e tornando a pomeriggio inoltrato completamente cotti, anzi, abbrustoliti dal sole, tanto che spesso il giorno dopo io avevo la febbre e diverse volte mi si piagarono le spalle, perchè avevo la carnagione troppo bianca e sensibile e facile alle scottature. Ma che importava? Al largo, poi, lo zio ci permetteva di fare il bagno e di tuffarci dalla poppa, che aveva una parte più bassa, dove si apriva il cancellino dell'ingresso: io e mio cugino eravamo davvero degli ottimi nuotatori. Ma lui si stancava presto, perché molto magro ed anche più piccolo di me. Gli veniva freddo, cominciava a battere i denti, con le labbra tutte blu e doveva uscire dall'acqua.

Io ero come un piccolo cetaceo e, quelle volte, sentirmi una balena non mi dispiaceva affatto. Lasciati gli occhiali a casa, per paura di perderli, pur se vedevo pochissimo, ero però in grado di portare avanti il mio compito di sbrogliare le lenze, mentre lo zio e mio cugino reggevano le vele, indirizzando il vento del ritorno, perché sempre si aggrovigliavano ed era necessario lasciarle lì, mentre c'era il branco e prenderne un'altra per continuare a pescare. Quindi, messo tutto a posto, io mi sedevo a poppa, di fianco a questo groviglio di fili sottilissimi e quasi trasparenti e piano piano, con santa pazienza, dipanavo tutto, facendo su ogni lenza attorno al suo pezzo di sughero. Prendendomi sempre gli elogi dallo zio ed i suoi sguardi di approvazione, che sembrava davvero avessi una particolare attitudine a quell'ingrato compito. Era evidente che la pazienza delle situazioni complicate l'avevo già sviluppata.

Ma in acqua, indossata la maschera perché a causa dell'operazione di tonsillectomia subita a tre anni, nella quale mi asportarono anche le adenoidi, io non riesco a tappare il naso con il respiro e l'acqua mi va in gola, ero agile e resistente, veloce con il mio stile a rana ed andavo in apnea sott'acqua per un paio di minuti, fin da piccolissima. A dieci anni riuscii, senza pinne, a toccare il fondale a dodici metri di profondità, portando allo zio una manciata di sabbia, che non ci credeva. Eravamo di fianco al ' Paguro', una struttura per la trivellazione del metano che si trovava circa a venti chilometri dalla costa ed il fondale lì era misurato. Non c'erano dubbi.

 

Io stavo comunque ore ed ore in acqua per tutta l'estate. Ormai i miei si erano arresi e mi avevano lasciato via libera, senza più misurarmi il tempo dei bagni, anche perché era un'impresa costringermi a tornare a riva. Mia zia Teresina, che trascorreva un paio di settimane ogni estate con tutti i suoi bambini in una casetta in affitto vicino alla villetta e veniva lasciata a guardia di tutti noi, mentre mamma tornava a casa per preparare il pranzo, mi diceva che io ero la sua disperazione, dato che di me, dalla riva dove ci controllava tutti, vedeva solo i piedi e le gambe tornare fuori un attimo per poi immergersi di nuovo. In effetti io andavo dove non toccavo, allontanandomi dagli altri e amavo moltissimo nuotare radente il fondale ed ammirare granchi pesciolini, alghe conchiglie e pesci ago. Non che ci fosse poi tutta questa popolazione - dato il fondo sabbioso - ma sempre qualcosa di bello c'era, da vedere. E poi mi scatenavo in lunghe serie di capriole, in avanti e indietro. Ne eseguivo decine e decine senza riprendere fiato. Decisamente l'acqua era il mio elemento.

 

Ma in quella villetta ho passato le estati più belle della mia vita.

Avevamo una stanza piuttosto grande nella dependance, tutta piena di giochi, acquistati dallo zio generoso per noi. C'era persino un tavolo da ping pong e poi avevamo di tutto: il monopattino, materassini gonfiabili per andare in acqua, palle e palloni, persino un canotto a remi con dentro una piccola ancora, a bordo del quale io e mio cugino Marco trascorrevamo ora intere in mare, subito fuori dalla zone segnata dalla boa.

Poi c'erano le carte e gli scacchi, la dama, il tetris, il monopoli, il mercante in fiera, un'amaca. Un anno mio zio comprò un grosso pappagallo cacatua che ' allietò ' tutti quanti, vicini compresi, con le sue grida. C'era anche una voliera e dentro uccellini di ogni tipo. Lo zio mi dava spesso delle piccole e saporitissime uova da bere. Nessuno degli altri lo voleva fare ma per me quello che diceva lo zio Pino era Vangelo. E poi erano davvero buone, quelle ovette ed io mi sentivo tento Robinson Crosuè, che era il mio eroe preferito.

Infatti, dopo pranzo, che avevamo la consegna del silenzio fino alle quattro, per far riposare i grandi, o giocavamo a canasta, tutti e quattro, anche se io perdevo sempre e mi adombravo alquanto, oppure mi perdevo in giochi silenziosi dentro la mastella di latta per il bucato, che era la mia zattera, dopo aver naufragato con il mio veliero che stava affondando all'orizzonte del piccolo giardino che diventava la barriera corallina di un'isola sperduta in un mare in tempesta, salvandomi miracolosamente su quella vasta spiaggia bianca, che era il ghiaietto, mentre il roco gracchiare del pappagallo era il vociare di una intera foresta vergine e quella amaca di fibre plastiche era un residuato di rete e tele del mio veliero affondato.

E mi immedesimavo così tanto nel mio gioco che un giorno, fingendo di pescare dalla tinozza, con una delle lenze e dei grossi ami, pescai il cucciolo di pastore tedesco che lo zio aveva portato a casa pochi giorni prima.

Infatti il povero cagnetto, incuriosito dai miei movimenti, venne ad annusare l'amo, che sicuramente puzzava di pesce e, davvero non si sa come, rimase infilzato per il naso. Cominciò a cainare come impazzito, richiamando tutti quanti ed io, che non mi ero accorta di nulla, come stordita e risvegliata da un sogno, riportata improvvisamente alla realtà, non seppi spiegare come fosse successo e mi presi una lavata di capo memorabile, con relativa punizione – senza gelato per una settimana -.

Così piangeva disperato il povero cucciolo, mentre il vicino di casa, che era pratico di cani, gli levava l'amo dal naso e lo medicava e piangevo disperata io, perché mi dispiaceva da morire del male fatto a quel tesoro di animaletto che adoravo ma anche di rabbia perché nessuno credeva alla mia innocenza, che io non avevo fatto nulla, che era accaduto e basta ed io non me ne ero neppure accorta.

 

E questo, ben si vedrà, è stata la costante della mia vita.

 

Come poter raccontare tutto?

Le infinite e ripetute partite a bigliardino, a dieci lire la partita di dieci palline, che rotolavano rumorosamente nella buchetta quando, infilata la moneta, divenuta poi quella da cinquanta lire, si tirava con forza il pistone che ribaltava l'alloggiamento interno. Giocavamo femmine contro maschi ma io e mia cugina eravamo una coppia temibile e vincevamo spesso. Io stavo in porta ed avevo riflessi notevolissimi, parando d'istinto un gran numero di tiri.

C'era anche il juke-box che con la stessa cifra ti faceva ascoltare tre canzoni, che facevamo risuonare senza sosta mentre giocavamo, nella sala del bar dello stabilimento balneare della signora Dina, che lo aveva chiamato' Bagno Angelo ' in onore del figlio maschio, Angelo, appunto, riccio, biondo e con gli occhi azzurri. Lui aveva imparato a lavorare fin da piccolissimo e, benché fosse appena più grande di me, non si unì mai a giocare con noi. La madre lo adorava ed io lo guardavo sempre, come fosse un fenomeno strano e un essere superiore.

Poi le merende dopo il bagno, con la schiacciatina e la gazzosa succhiata dalla boccetta di vetro con la cannuccia – slurp slurp -. oppure il ' bombolone ' - krapfen alla crema - o lo spiedino di frutta caramellata, che vendeva il nostro vicino di casa, portandolo a spasso per la spiaggia dentro una teca di legno con i vetri a sventola sopra, per poter mostrare la merce e prenderla, preservandola però dalla sabbia.

Quello era un coso assai pesante e lui lo portava appresso per ore, appoggiato al braccio muscolosissimo con un manico quadrato di legno. Ogni mattina prestissimo la moglie aiutata dalla figlia, friggeva i bomboloni e tagliava a pezzettoni la frutta, infilandoli nello spiedino di legno, per poi calarli uno ad uno nel pentolone di zucchero fuso. Quando lo zucchero si freddava quella frutta diventava davvero squisita. Loro lavoravano assai sodo ma avevano sempre il sorriso sulle labbra. Avevano la loro casa proprio di fianco alla villetta di zia: sul dietro preparavano le cose da mangiare mentre sul davanti gestivano un negozietto di giocattoli ed articoli da spiaggia. Noi compravamo da loro sempre tutta una serie di cose: le ciabattine di plastica infradito, che erano la nostra unica calzatura per tutti quei mesi, palette secchielli palline biglie per giocare sulla sabbia, formine stampini. C'era, mi ricordo, che mi piaceva tantissimo, una specie di formina che faceva mattoncini rettangolari. Si metteva dentro la sabbia ben bagnata, si pressava forte e poi, tramite uno stantuffo a molla, si azionava un doppio fondo che scodellava il mattoncino. Quanti castelli ho costruito così oppure con il secchiello e la paletta, seduta in riva al mare, dove l'acqua lambiva la sabbia. Costruzioni composite e turrite di ghirigori a pinnacolo, costruiti facendo gocciolare dalle dita unite a cuneo dell'acqua marina densa di sabbia, che si depositava come una stalagmite. Avevano, tutti quei castelli, il loro bravo ponte levatoio sul fossato che girava intorno, nel quale versavamo con i secchielli l'acqua, come fosse un fossato vero mettevamo e conchiglie come ornamento e bandiere fatte con i bastoncini e la carta del gelato. Ci riunivamo in gruppo, per costruirli, anche con bambini sconosciuti che erano venuti a passare le vacanze al mare, spesso pure con bambini tedeschi e francesi o inglesi. Tanto per giocare non serve poi parlare molto e ci capivamo lo stesso. Io, poi, facevo amicizia con tutti, piangendo poi calde lacrime ogni volta che qualcuno di loro, concluse le proprie vacanze che erano assai più corte delle nostre, tornava a Milano o chissà dove.

In attesa di fare il bagno i giochi erano vari, oltre i castelli e la pista con le biglie, fingevamo il negozio di gelateria, mettendo in tante buche una accanto all'altra, sabbia asciutta o bagnata, conchiglie triturate e bastoncini vari. Qualcuno poi aveva i tamburelli, che erano i progenitori delle palettone con cui ora si gioca in spiaggia rimandandosi una pallina. Erano tamburelli veri e proprie che suonavano belli armonici, quando la pallina toccava la superficie.

A volte saltava fuori qualche racchettina da volano e sempre, noi, ogni estate, avevamo le bocce o le piastre ma io avevo una mira pessima, dato che non vedevo il classico tubo e quindi mi stancavo subito di perdere tragicamente ogni volta.

La palla, poi, calciata con il piede o con le mani – nello stabilimento balneare c'era anche la rete per la pallavolo, quello che è diventato poi il beach – volley – era un divertimento che non stancava mai.

Così come l'altalena e lo scivolo. Noi facevamo salti da spericolati, spingendo l'altalena al massimo, in piedi sul seggiolino di legno. A volte salendo gli uni sulle spalle degli altri: sotto mio fratello, poi io e sopra i due cugini che erano entrambi assai magri. Mio zio ci fotografò, in quegli esercizi da ginnasti da circo. Le ho ancora quelle foto. Ne ho diverse che immortalano quanto sto narrando. Dovrei passarle allo scanner ma sono sempre così stanca. Però lo dovrei davvero fare.

Quindi spingevamo al massimo queste altalene che avevano corde assai lunghe e, nel momento di massima altezza in avanti, ci lanciavamo, atterrando sulla sabbia. C'è da chiedersi come abbiamo fatto a non farci mai male, neppure una volta. Eravamo davvero spericolati.

Ci recavamo in spiaggia anche il pomeriggio e facevamo un altro bagno. Al ritorno a casa, in attesa della cena, compravamo sempre un ghiacciolo al Bar Gelo, dall'altra parte della via, un chioschetto di legno verde. Io lo volevo o verde, alla menta o rossa, all'amarena, ma anche bianco, all'anice: come era buono! E lo succhiavamo lentamente, vedendo il ghiaccio diventare sempre più incolore. Nel bastoncino infisso in quel ghiaccio colorato e dolce c'era la possibilità di trovare una scritta: ' Hai vinto! ' e poter ricevere un altro ghiacciolo in omaggio. Io vincevo assai più spesso di mio cugino e lui si arrabbiava molto.

Ogni sera, poi, dopo cena, si faceva la passeggiata fin nel centro della cittadina balenare, traghettando il porto canale sopra una specie di chiatta quadrata trainata da corde tese tra una sponda a l'altra. I primi anni costava cinque lire e le corde venivano fatte scorrere con una carrucola, tirate a mano dal nerboruto pescatore – Caronte, che in quel modo arrotondava le entrate di famiglia. Poi anche quello aumentò fino a cinquanta lire e Caronte aveva comprato un motorino a scoppio, per fare il suo lavoro.

In centro di gente ce n'era così tanta che si doveva fare lo slalom e lo struscio, per camminare. Arrivavamo fino al Grand Hotel, che era così alto e tutto decorato nei suoi muri rosa e tutto illuminato, con un giardino – piazzale sempre fiorito di fronte, con vialetti di ghiaino bianchissimo e rastrellato scrupolosamente, al bordo dei quali posteggiavano due o tre carrozze tirati da cavalli lustri e ben pasciuti, che attendevano clienti per portarli a spasso sul lungomare. Io andavo sempre a carezzare quelle bestie mansuete, chiedendo il permesso al proprietario che me lo concedeva sorridendo bonariamente ed aspiravo con grande piacere quell'odore così particolare che emanava la loro pelle calda e fina, liscia come al seta. Il mio amore e la ma attrazione per i cavalli sono sempre stato notevoli.

Ci fermavamo ogni sera alla gelateria ' Nuovo Fiore ', che secondo noi aveva il gelato migliore e ne compravamo uno per uno. Io, sempre nei gusti panna e cioccolato e la panna era così cremosa e le commesse la allungavano con un ciuffo snello in cima al cono, che era una meraviglia.

A volte noleggiavamo un tandem, a due a due, oppure un risciò, dove salivamo tutti e quattro e correvamo a rottadicollo per il viale affollato, tra le auto quasi ferme, scampanellando e ridendo come pazzi.

Un paio di volte all'anno andavamo con i genitori a mangiare la pizza al ' Forno magico ' e fu lì che io bevvi la mia prima birra, quando avevo dieci anni. Come era buona quella pizza con quella birra. Mai più trovata uguale.

Spesso andavamo anche all'arena all'aperto per guardare qualche film.

Il fatto che mia cucina avesse otto anni più di me e mio fratello cinque, ci dava una notevole libertà, dato che, inoltre, loro due erano assai posati e responsabili. Ma anche mio cugino Marco era piuttosto tranquillo: il terremoto e combinaguai della situazione ero sempre io, anche se però ero assolutamente ubbidiente e non facevo mai qualcosa che mi venisse vietata, ad onta poi di rompere le scatole insistendo ad oltranza per ottenerne il permesso. Mia madre, allora, quando non ne poteva più, mi diceva: ' Fai come ti pare. '

E con quello mi metteva in scacco matto, perché io non osavo agire di testa mia contrariando la volontà dei grandi e non osavo più chiedere, dato che ero arrivata alla risposta definitiva.

Quindi, sotto il controllo dei due ragazzi più grandi, ci recavamo dappertutto, anche guidati da loro in svaghi più adatti ad adolescenti: ma io e Marco eravamo assai svegli e l'orgoglio ci portava a svegliarci ancor di più. Ci avevano così insegnato a giocare a canasta ed a poker, dato che bisognava essere in quattro per poterlo fare e la nostra presenza era necessaria. Ma io amavo molto giocare a carte, lo amo tutt'ora, però non puntando denaro, solo come gioco fine a se stesso.

Spesso ci portavano al mini – golf, dove si potevano noleggiare con una manciata di spiccioli, una mazza da golf ed una pallina a testa. Veniva consegnato anche un foglietto per segnare il punteggio ed una matita. Si partiva quindi dal primo parterre, che era il più semplice per arrivare all'ultimo, il sedicesimo, che era il più complesso. Erano percorsi obbligati su piccole piste di cemento bordate da muretti bassi ed arricchiti di svariate difficoltà costituiti da curve a gomito, tubi tunnel ed altre invenzioni in muratura tipo castelli e ponti, per aumentare il numero di tiri e la difficoltà di arrivare a far entrare la pallina in buca. Inutile dire che io non ero molto brava in quel gioco, - anche se mi affascinava - e che mi arrabbiavo regolarmente, dato che ero sempre il fanalino di coda della classifica finale.

Molto di più mi piaceva andare alla sala giochi ' Las Vegas ', che era un vasto negozio probabilmente ricavato in un garage, dato che aveva un'altezza del soffitto minore del solito, gremita di macchinette per far giocare i bambini. Quelle di allora erano molto diverse da quelle odierne, che sono tutte elettroniche. Noi avevamo piani che si inclinavano e palline che venivano spinte da molle azionate da bottoni da spingere ed altre diavolerie del genere, poi c'era un mini bowling ed un cesto da basket ma per noi l'attrazione maggiore erano il mai sostituibile e sostituito bigliardino e un bigliardo vero e proprio su cui imparai a giocare a stecca ed a boccette.

Ma se ci penso bene, il bello di tutto quello era, a differenza di quanto succede ora, che noi eravamo lasciati soli e liberi di andare e vivere ' da bambini '.

Non avevamo mai la presenza dei grandi direttamente addosso: di certo sapevamo di essere sorvegliati, che sempre c'era un genitore a cui far riferimento e comunicare i vari spostamenti ed attività ed anche la signora Dina, del Bagno Angelo era come una seconda madre per tutti noi e ci teneva molto d'occhio.

Ma la presenza degli adulti era tangenziale, solo di controllo e contenimento: noi giocavamo tra noi bambini e ragazzetti e ci rapportavamo a modo nostro e con le nostre regole. E credo che questo sia stato davvero una grande bellezza di cui ho potuto godere, non come i miei figli ed i bambini moderni che invece, dato che i costumi sociali sono di molto cambiati ed i pericoli oltremodo aumentati, devono fare ogni cosa a strettissimo contatto con un adulto.

Noi passavamo ore ed ore da soli, senza che si sapesse con esatta precisione dove fossimo. Il paesino era assolutamente tranquillo, il traffico di auto assai scarso e noi avevamo imparato subito le regole per stare alla larga dai problemi, camminando sempre sui vasti marciapiedi. Ma anche, allora, le automobili si fermavano, per lasciarci attraversare e nessun adulto ci ha mai infastidito, né rapito né rapinato o spaventato in nessun genere. Mi rendo conto che già allora nelle grandi città era come oggi, per i bambini ma noi eravamo in una vera isola felice: non vi era violenza, droga o altro, in quei giorni nelle cittadine della Romagna e vivere lì era davvero come in una favola.

Quindi trascorrevamo l'intera estate allo stato brado, cosa che ci rendeva decisamente felici.

 

Ma anche d'inverno, in città, giocavo tantissimo con i miei cugini da parte di madre, tutti più piccoli di me. Anche quelli furono tempi assai felici, per me e durarono fino alla morte di mio padre.

Con Davide, il figlio della zia Teresina, avevo un'intesa eccezionale.

Lui abitava in un palazzone formicaio accanto al fiume, in un rione piuttosto popolare, ad un chilometro circa da casa mia ed io andavo da lui tutti i giorni. Di fronte vi era un'area abbandonata con una casa semidiroccata e pericolante nel mezzo, che noi chiamavamo: il campetto.

Quello era il nostro campo di battaglia. Vi era una banda rivale e nostra nemica, assai violenta ed agguerrita. Ogni giorno ci si contendeva il terreno a sassate e lotta corpo a corpo. Non vi erano mai né vincitori ne vinti, ma non interessava: l'importante era tornare a combattere il giorno dopo.

Però ci fu una volta in cui ci unimmo tutti.

Trovammo un cane abbandonato, una cagnolina, veramente e, dopo mille insistenze, ottenemmo di poterla tenere presso quella casa abbandonata. Le facemmo quindi una cuccia di assi di legno inchiodate con chiodi e martello, tutti materiali trafugati in qua ed in là, come pure le ciotole per il cibo e l'acqua. Ogni bimbo portò qualcosa e anche i nostri ' nemici ' ci chiesero di partecipare. Consideravano quel cane anche loro. Ci proposero una tregua e noi, dopo un concitato conciliabolo, io ero il capo naturalmente, dato che ero la più grande e la più prepotente, accettammo.

Riunendo le forze riuscimmo a sistemare la povera bestia, che era una specie di cane da caccia, bianca con piccole macchie nere come chicchi di grano, sparse dappertutto.

La chiamammo Laika, in onore della cagnetta andata sulla luna.

Ma si propose subito il pericolo degli accalappiacani, da noi odiatissimi. Allora ci informammo e ci venne detto che se il cane non avesse avuto la regolare medaglietta, sarebbe stata sicuramente presa e portata al canile e poi soppressa. Noi ci arrabbiammo tantissimo e racimolammo il denaro per pagare quella tassa, le comprammo anche un collare con relativo guinzaglio di cuoio rosso ed una spazzola per pulire il suo pelo semilungo dai residui dell'erba e del fango, ma non trovammo nessun adulto che si prese la responsabilità di firmare per noi ed intestarsi il cane. Nessuno dei nostri genitori accettò.

Allora io, che ero troppo testarda, pensai di recarmi a parlare con il sindaco.

Tutti furono d'accordo, quindi decidemmo di andare tutti insieme ma all'unanimità io sola, unica femmina tra tanti maschi, avrei parlato con lui.

Fu così che una torma di una trentina di bambini dai nove ai sei anni, io facevo la quarta elementare, lo ricordo perfettamente, invase una mattina d'estate il comune della nostra cittadina, un grandissimo e bellissimo palazzo medioevale sito nella Piazza del Popolo, non molto lontana dal nostro campetto.

Ricordo che un usciere ci venne incontro, tra l'allarmato ed il divertito e ci chiese cosa volessimo. Io parlai e mostrai la cagnolina, da me tenuta al guinzaglio, che con un'aria implorante lo guardava scuotendo frenetica la coda. Dissi che non ce ne saremmo andati di lì finché non avessimo avuto la certezza che la nostra Laika sarebbe stata rispettata e dichiarata di nostra proprietà.

Il sindaco fu allora chiamato. Io non ricordo se venne proprio lui di persona o mandò qualcuno in sua vece, fatto sta che qualcuno arrivò, ci fece entrare nel suo ufficio, che era grande e con i soffitti altissimi e le pareti decorate di grandi quadri a sfondo scuro, come quelli che si trovavano in chiesa. Lui mi ascoltò attentamente, mentre parlavo sostenuta dai mormorii sottovoce di rafforzamento della mia ciurma e alla fine ci elogiò per il nostro senso civico. Ci accompagnò all'ufficio preposto e si intestò personalmente la proprietà della povera Laika, che fu festeggiata allora da tutti noi, in un coro rumoroso ed allegro.

Quell'uomo straordinario, io ricordo assai bene il suo viso che era molto bello, ci strinse la mano uno per uno, guardandoci negli occhi e chiedendoci i nostri nomi ed i nomi dei nostri genitori. Quando io gli dissi il nome di mio padre ebbe un sussulto e mi squadrò da capo a piedi, poi mi strinse ancor più vigorosamente la mano, dicendomi che egli era un grande amico di lui. Ed in effetti il mio babbo lavorava per un ente comunale.

Poi ci raccomandò di avere grande cura della bestiola e di tornare da lui se ci fosse stato qualche problema, dopo di che si accomiatò, salutato dal nostro coro di auguri e ringraziamenti.

Allora tornammo a casa esultanti, facendo un grande schiamazzo per strada e continuammo a raccontarci e a raccontare a tutti quelli che incontravamo la nostra grande avventura, che davvero sollevò una grande eco in quel rione popolare. Per giorni e giorni in molti dei ' grandi ' vennero a farsi narrare la storia e spiegare, increduli, i particolari..

Laika visse molto tempo lì, il cibo davvero non le mancò mai, ma io la portai anche dal veterinario, al macello comunale, che le praticò il vaccino. E d'estate le facevamo il bagno e le mettevamo nel pelo la polvere antiparassitaria, cosa che ci aveva raccomandato di fare il veterinario stesso.

Ed ero io che le toglieva le zecche con una grande destrezza e senza alcuno schifo se, nonostante la polvere, le si attaccavano addosso. Decisamente ci sono nata con l'istinto di quello che fu poi il mio lavoro per una grande parte della mia vita.

 

Poi il campetto fu spianato, la casa demolita e un parcheggio con un parchetto sorsero al suo posto.

Di certo molto più utili più civili ed architettonicamente belli, perché furono piantati degli alberi ed il parcheggio era davvero necessario, ma a noi tolsero il nostro campo di battaglia e fummo molto tristi per quello: qualcosa di favoloso e meravigliosamente pericoloso non esisteva più e non ci restò che andare a giocare sulle sponde del fiume.

Così facemmo, ma un giorno mio cugino mi chiese se avessi voluto vedere qualcosa che era davvero pericoloso, per me che ero una bambina.

Io, punta nell'orgoglio e nella curiosità, che erano entrambi decisamente assai vivi e presenti in me, accettai e così decidemmo di andarci subito. Non seppi mai, non glielo chiesi mai come fosse venuto a conoscenza di quello.

Si incamminò seguito da me lungo il sentiero che correva sulla proda del fiume, in direzione delle colline. Passammo il Ponte Vecchio, con le sue alte campate a dorso d'asino di pietra grezza ed uscimmo dalla città. La vegetazione divenne più lussuriosa e fitta, il canneto quasi nascondeva il sentiero all'occhio. Mentre camminavamo io gli chiedi di raccontarmi cosa stavamo per vedere, ma lui solamente mi disse di stare pronta a fuggire, quando sarebbe stato il momento, raccomandandomi di correre il più forte che mi fosse stato possibile.

L'emozione mi aveva chiuso lo stomaco ma la curiosità era troppo forte. Così saltellavo baldanzosa al fianco del mio luogotenente, dichiarando che non avrei avuto nessuna paura.

Camminammo per parecchio, quando finalmente arrivammo ad una radura posta ad un'ansa del fiume e vidi: a distanza di cinquanta passi su una specie di terrapieno che faceva come un trampolino sull'acqua, un nutrito gruppo di ragazzotti tutti più grandi di noi, che avremmo avuto otto o nove anni, stava facendo il bagno nel fiume, interamente nudi, tuffandosi ripetutamente nell'acqua, che lì doveva essere abbastanza alta e tornando a riva a nuoto.

Noi restammo in silenzio a guardarli, io davvero colpita da quello spettacolo ed incuriosita: sapevo che era una cosa proibita e ne assaporavo tutta la pericolosa bellezza.

Poi uno di quei ragazzacci ci scorse, nonostante noi avessimo cercato di stare nascosti e ci additò alla compagnia.

Un improvviso coro di grida, lazzi e parolacce si levò: ' Una donna, una donna, ehi, sei una puttana? Quanto vuoi? Vieni qui che ti ciuliamo tutti! – diallettismo che significa fregare in senso lato. - Puttana, vieni qui puttana! Mi fai un pompino, eh??'....

E qualcuno di loro cominciò a correre verso di noi, così, nudo com'era. Io guardavo il loro genitali, anche se non erano i primi che vedevo, che stavano rizzandosi per l'eccitazione. Molti di lor avevano preso in mano il loro piselletto irrigidito e mo lo mostravano con gesto volgari.

Allora ebbi paura, mi volsi precipitosamente e mi diedi alla fuga, spingendomi ad andare il più veloce che mi fu possibile, mentre sentivo i passi di mio cugino che mi seguiva da presso e le voci dei ragazzacci che ci incalzavano; ' Dove vai, puttana! Torna qua che ti volgiamo ciulare! Ehi tu, bambino, te la vuoi ciulare tutta tu?? '.

Corremmo senza voltarci finché le voci non si spensero dietro di noi, ma anche dopo, fino a raggiungere la panchina che era il nostro quartier generale.

Non parlammo di quello che era successo, né di quello che i ragazzacci mi avevano detto: io ero stata assai coraggiosa ed avevo superato la prova che mi era stata proposta. Tutto finì lì.

Ma io sento ancora quelle voci. Mi fecero male, quelle parole che per me erano quasi inedite, ma soprattutto l'energia violenta che vi si celava dentro.

Ero io una puttana? Non lo sapevo, non avevo ancora chiaro il concetto.

Allora mi confidai con la mia amica Sandra che mi disse che le puttane lo facevano con tutti gli uomini, per denaro. Mi disse anche che sapeva che al cavalcavia si potevano vedere perché era lì che loro si trovavano di solito. Così decidemmo di andare a vedere. In bicicletta, io davanti e lei dietro, ci recammo velocemente, con il cuore in gola, per vedere una di queste fantomatiche donne orribilmente meravigliose, ma non ne vedemmo alcuna. Forse era troppo presto, forse non era il luogo giusto e dovemmo tornare con le pive nel sacco.

Ma almeno io avevo saputo che non ero una puttana e questo mi consolava.....

 

Ogni tanto, quando ero molto piccola, tra i tre e i quattro anni, andavo a trascorrere qualche giorno dalla zia Esterina, che aveva problemi di udito e non aveva figli. Abitava con lo zio bruno, fratello maggiore di mia madre, in una casettina al limitare della città. Ora quel quartiere è uno dei più belli, allora sembrava invece campagna, infatti a me piaceva tanto perché c'era un giardino e di fronte una vasta distesa di campi di grano dove d'estate vedevo le lucciole.

Che meraviglia stare tra il grano ancora verde che mi arrivava oltre la cintola e farmi danzare attorno da tutte quelle piccole luci intermittenti!!

La zia una volta ne catturò qualcuna e le chiuse in un vasetto e me lo mise sul comodino, così che potessi vederle. Ma al mattino i piccoli meraviglioso insetti / lampadina erano solo mucchietti grigi di qualcosa d spento e morto. Quanto piansi!

E quanto piansi anche quando trovai che la gatta Muci aveva mangiato la mia lucertola!

 

Muci, che era una gatta 'siamese ' come il mio Bainjo adesso e forse è da allora che ho imparato ad amare particolarmente i gatti di questa specie, che sono piuttosto speciali. Lei era l'amore di mia zia che trascorreva tante ore in cucina a cucire con la Singer semi automatica, azionata da una pedivella. Ora quella cara zia è morta da tantissimi anni, forse venti ma io sento ancora il rumore così particolare di quei piedi che azionavano quel meccanismo a volano che faceva entrare ed uscire l'ago dalla stoffa. Lei era velocissima con i piedi e le mani che guidavano il cucito e sembravano un tutt'uno con la macchina. Io stavo ad ammirarla incantata, mentre lei lavorava e la gatta dormiva sul suo cuscino posto proprio lì, sul tavolo da lavoro della zia, sotto alla finestra, dove c'erano cestini di rocchetti di filo di tutti i colori, pezzi di stoffa, il metro da sarta, un paio di forbicioni giganteschi e i gessetti per segnare dove tagliare e poi cucire.

La zia cuciva gli abiti per le vicine e le amiche: era molto brava e si faceva pagare poco da loro. Così era sempre indaffarata. Non che avesse bisogno di denaro, che loro erano i più ricchi di tutti. Ma lo zio era fuori per lavoro per giorni e giorni, in giro per l'Italia a comprare e rivendere frutta e verdura all'ingrosso. Ed allora lei rimaneva sola con la sua gatta. Così cucire per le altre le piaceva e la teneva occupata. Anche per quella ragione io venivo mandata spesso da lei per qualche giorno e così conoscevo bene quel posto e giocavo per la stradina non asfaltata che correva lungo quella fila di casette basse, uscendo dalla città ed inoltrandosi nelle campagne. Lì vi erano un sacco di animaletti che io osservavo con grande interesse e che spesso catturavo. Avevo imparato a prendere le lucertole senza fare loro del male e avevo trovato che, carezzandole piano col dito in un punto preciso sotto la gola, queste si immobilizzavano e stavano ferme a farsi guardare da me, sul palmo aperto della mano. Nessuno mi aveva insegnato quello. Lo facevo a basta. Anche strappavo quei lunghi fili d'erba piuttosto resistenti anche se flessibili e, legandone due o tre, creavo una specie di guinzaglio che passavo attorno alle zampe anteriori dell'animaletto. Così lo rimettevo per terra e quello camminava ed io lo seguivo. Ogni giorno ne catturavo una, di quelle lucertolone e la portavo al guinzaglio in quel modo per un po'. Poi, quando la zia mi chiamava per rientrare, la scioglievo e la lasciavo andare. Ma quella volta avevo trovato un grosso ramarro tutto verde e azzurro. La zia mi chiamò per la merenda e io, che non volevo lascia andare la bestiola perché mi piaceva troppo, le chiesi di poterla portare con me in cucina. Lei allora, che aveva paura di quelle bestioline, mi disse di legarla nel cortile alla gamba di una sedia che era lì in modo di ritrovarla, finita la merenda: io ero davvero piccola e così feci. Divorai la merenda per correre subito fuori dalla mia amica tutta colorata ma quando uscii trovai di lei,solo qualche pezzetto sanguinolento, rimasuglio del troppo facile pasto della ferina Muci, che si era trovato un regalo così inatteso e che non se l'era fatto assolutamente scappare.

Fui triste ed inconsolabile per giorni, sentendomi fortemente in colpa della fine della mia amica lucertola. Sgridai Muci ma mi resi conto che lei era del tutto contenta di quanto aveva fatto. Ero furiosa con lei ma ugualmente non potevo non volerle bene. Così la perdonai, sentendo che dal suo punto di vista non era stata cattiva.

Però, dopo quel giorno, non misi più il guinzaglio alle lucertole e mi limitai a prenderle, 'incantarle' guardarle e poi liberarle intatte.

C'era anche un altro animaletto che mi donava un gioco bellissimo: il maggiolino.

Allora ce n'erano a bizzeffe sulle rose fiorite dalla zia, che amava molto quei fiori e ne aveva diverse piante luno la recinzione del piccolo giardino. Erano gialle, rosa, bianche, rosse e assai profumate, non come quelle di ora, che non sanno più di nulla.

Dentro i calici, sul bottone della corolla, tra gli stami, si trovavano con facilità quei grossi coleotteri verdi, la cetonia dorata appunto, che noi chiamavamo ' maggiolini ' dato che le rose fiorivano a maggio. E risultava ugualmente facile catturarli perché erano lenti nello spiccare il volo. Quindi io, con delicatezza ne prendevo uno con le dita di una mano, ponendolo sul palmo dell'altra e quando l'insetto apriva le elitre per spiccare il volo, io gli passavo sotto un pezzo del robusto filo di cotone da cucire della zia, in modo che gli passasse attorno al torace, a cappio. Succedeva così che il maggiolino spiccasse il volo, usando la mia mano come pista di lancio ma, restando impigliato al filo, non potesse fare altro che girare in tondo: io reggevo l'altro capo del filo e lo guardavo per un po', volare ronzando come un grosso cacciabombardiere a quattro motori, finché l'insetto si posava di nuovo sulla mia mano, magari si riposava un po' e poi spiccava il volo un'altra volta. Glielo facevo ripetere qualche volta, quel bl gioco, poi lo liberavo, per non spaventarlo molto.

Ma il mio rapporto con gli insetti ed altri animaletti ebbe diversi episodi.

Questi altri che racconto di seguito sono due capitoli di Io non sono di qui.

 

Le formiche

 

Nel bordo di un muretto che correva lungo la discesa dei garage del condominio, c’era un fazzoletto di terra con un po’ d’erba e qualche vaso.
Lì avevo scoperto un formicaio.
Un piccolo nido di formicuzze nere che scendeva lungo una sottile crepa tra il cemento e la terra.
Restavo ore a guardare le delicate bestiole affaccendate nella loro organizzata e industriosa esistenza.
Portavo briciole della mia merenda e seguivo
le operazioni di smaltimento lungo i loro segreti magazzini interni, immaginando inesistenti voci e richiami.
Un bimbo più piccolo di me che abitava al quinto piano scoprì il mio appassionato interesse e un giorno distrusse il formicaio, per sfregio, per il semplice gusto di farmi soffrire.
Quando arrivai all’appuntamento quotidiano con le mie amiche e trovai solo lutti e devastazioni, rimasi impietrita.
Cadaveri ovunque. L’ingresso ordinato e quasi invisibile della casa sotterranea era ora una buca e un cumulo di terra smossa.
Tutto distrutto.

Mi invase una collera violenta.

Piangendo e urlando corsi a cercare il malcapitato autore dello sterminio e trovatolo poco lontano, del tutto impreparato alla mia reazione, lo picchiai selvaggiamente.
Gli feci male, tanto che fu costretto a letto qualche giorno. Ma era un monello avvezzo a mettersi nei pasticci e non rivelò mai chi l’aveva ridotto in quel modo. Così non fui rimproverata da nessuno.

Ritornai piangendo e tremando di rabbia al mio formicaio e rimasi a lungo a singhiozzare con la testa tra le mani.
In giro non c’era nessuno.
Ma a un certo punto vidi una formica far capolino tra le macerie del suo palazzo e poi, guardando meglio, asciugandomi gli occhi con il dorso delle mani sporche di terra, un’altra e un’altra ancora.
Le superstiti non si stavano affatto disperando.
A due a due prendevano i cadaveri delle compagne morte e li portavano giù, trascinandoli a fatica, lungo i corridoi distrutti della loro casa.
Altre, invece, con un progetto a me sconosciuto ben chiaro nella piccola grande mente, spostavano o toglievano granelli di terra e detriti.
Lavoravano alacremente, ma senza affanno, come comandate da un sereno e invisibile capomastro che le istruiva su cosa dovevano fare e come e che infondeva loro forza e coraggio.
Presi allora un sottile bastoncino e cominciai ad aiutarle come potevo, avvicinando i cadaveri all’imboccatura del formicaio, per alleviare almeno un poco la loro fatica. Sminuzzavo cautamente i grumi di terra più grossi, attenta a non provocare smottamenti lungo la voragine ancora aperta, in modo da facilitare la loro metodica e tenace opera di ricostruzione.
Rimasi presso il nido distrutto fino che mia madre, spazientita, non mi chiamò per la cena. Era quasi calata la notte.

Naturalmente la mattina dopo andai a scuola e solo il pomeriggio potei scendere a controllare la situazione.
Il lavoro eseguito dalle formiche era straordinario. Non dico che tutto fosse tornato come prima, ma sicuramente l’ordine e la pace regnavano di nuovo nel formicaio silenzioso.
Guardavo i piccoli esseri con ammirazione. Senza strepiti e pianti, avevano ritrovato la loro dignità.

Però, in fondo, non so perché, mi sembrava di sentire un sottile dolcissimo canto, come una tenue nenia funebre.

Tutto rimase tranquillo per diversi giorni e io alternavo i miei giochi chiassosi e spensierati alle visite quasi mistiche al formicaio.
Un giorno però, trovai tutto bruciato. Raso al suolo, come si suole dire, delenda Cartago come mi avrebbero insegnato a scuola.

Nessuna era sopravvissuta e una larga chiazza di erba e terra annerita restò per moltissimo tempo a testimoniare la fine dell’Impero delle Formiche.

Non vi furono né lacrime né vendetta, questa volta, perché quel fuoco aveva bruciato anche un poco di me.

 

Topi, scorpioni e ragni


Nella grande casa settecentesca dove sono nata, il giardino sul retro era ampio e popolato di fiori.
Iris violacei che erano chiamati le «scoregge del diavolo». Grandi margherite gialle. Bordature di trifoglio dai fiori violetti. Roseti profumati di ogni colore. Due svettanti palmizi di coloniale memoria e sedili di pietra levigata per stare all’ombra.
In fondo, la lavanderia coperta di edera e la casina.

Al piano terreno erano stati ricavati due appartamenti.
In uno viveva la famiglia di Massimo, il mio carissimo Massimo, che il padre, a cui mancava un braccio e che a noi incuteva un sacro terrore, picchiava ogni giorno con la cinghia e poi chiudeva nella cantina scura. Massimo non piangeva più, ma io mi rannicchiavo vicino alla porta chiusa e gli parlavo singhiozzando, perché non avesse paura.
Ma lui non aveva paura. Lui era coraggioso.

Quando le rose erano in fiore e il loro profumo nei caldi pomeriggi di maggio stordiva lievemente, mentre tutti dormivano, noi rubavamo dalla cantina due bottiglie vuote di vino, una per uno, le riempivamo di petali strappati dai rami carichi dei roseti e vi versavamo un po’ di acqua azionando la pompa a braccio dipinta di rosso che cigolava sinistramente.
E poi, con i ferri da calza sottratti dal cestino da lavoro di mia madre, riducevamo in poltiglia quei petali profumati, traendone un fluido dolciastro e stucchevole che ci spruzzavamo addosso come fosse Chanel numero 5.
Era il profumo della fantasia del nostro giardino.

Ma nella cantina c’erano ragni, scorpioni e topi. Io ne avevo paura.

La zia di mio padre, un’anziana maestra nubile che viveva in una vecchissima casa cadente all’inizio della medesima via, era zoppa.
Aveva avuto la poliomielite, ma a me qualcuno aveva raccontato che era rimasta così perché era stata punta da uno scorpione velenoso proprio nella nostra cantina.
Questo dava alle nostre discese laggiù il sapore di imprese pericolosissime e si facevano le scale di corsa, ben attenti a non toccare il muro.

Giacomino, il mio gatto, era il padrone incontrastato della cantina.
Di pelo rosso striato, gli era permesso qualche volta di entrare nella cucina annerita dal fumo del camino e con l’acquaio di pietra, per ricevere qualche avanzo dalla nostra tavola.
Ma il suo cibo se lo doveva procacciare da solo.
Era un ottimo cacciatore di topi. Ma un giorno protestò, a modo suo.
Mia madre si toglieva le scarpe quando rientrava in casa e indossava un paio di ciabatte.
Le scarpe venivano riposte in un angolo del muro, tra la cucina e la porta della cantina. Un giorno che doveva uscire, come di consueto andò a indossarle.

Un urlo disumano ci scosse tutti.

Ci precipitammo da lei spaventati e la trovammo che osservava terrorizzata un topo morto che il gatto, da vero sadico, aveva deposto dentro una delle due scarpe. In segno di sdegno e di dispregio.

Povero Giacomino!
Qualche tempo dopo, una notte, scivolò lungo l’orlo rotondo di pietra del pozzo dei vicini, che era aperto e senza coperchio e cadde nell’acqua gelata.
Era inverno.
Io dormivo nella mia camera, sotto la coperta coi Bambi e mi svegliai sentendo i suoi miagolii terrorizzati e disperati.

Corsi in camera di mamma e papà, piangendo, pregando e implorando per la salvezza del mio micio, ma mi risposero che tanto non c’era più niente da fare, mi rispedirono a letto e si rimisero a dormire.
Io accompagnai con i miei singhiozzi la lunga e terribile agonia del mio amico…


Nella vecchia casa non c’era riscaldamento, né vasca da bagno, i pavimenti erano di pietra lucidata con la cera rossa.
Quando mia madre ci doveva lavare, una volta alla settimana, metteva un’ampia tinozza di latta davanti alla cucina economica con il fuoco prigioniero dentro anelli concentrici di ghisa.
Stendeva delle lenzuola lungo alcune corde per ottenere un minimo di privacy, scaldava l’acqua sulla stufa e ci lavava e strofinava vigorosamente lì.
D’inverno faceva molto freddo e mio padre, che lo soffriva in maniera particolare, prima di andare a letto vestiva pesanti pigiami di lana e fustagno e si metteva in testa una lunga papalina beige con un piccolo pon in fondo.
L’aveva confezionata mia madre con i ferri da calza, come tutta la maglieria che indossavamo.
Il nuovo appartamento sarebbe stato moderno e dotato di tutti i comfort.
Ma io ricordo ancora il vecchio portone pesante di legno scuro dietro alle nostre spalle…

Mentre il condominio era in costruzione, ci trasferimmo nella casa della vecchia prozia. Una dimora più cadente e scomoda della nostra, ma l’anziana signora stava per morire e aveva bisogno di assistenza.
Era stata maestra elementare e aveva dedicato all’insegnamento tutta la sua vita. Si mormorava che da giovane fosse stata amata da un uomo misterioso: ma lui era emigrato in Africa e lei si era rifiutata di seguirlo, rimanendo così zitella per tutta la vita.
Era una signorina brutta e taciturna, goffa e zoppa e con un gran naso.
Non si lasciò mai fotografare in vita sua e nella sua casa non c’erano specchi.
Sulla sua lapide figura unicamente il suo nome, senza nemmeno la data.
Io le facevo visita quotidianamente.
Aveva vecchi libri di testo del tempo fascista e quaderni dalla copertina nera, con i bordi delle pagine dipinti di rosso. C’erano anche cannucce e pennini per scrivere, lapis rossi e blu per correggere i compiti, inchiostro nero in vecchie boccette incrostate.
Io le chiedevo di farmi fare i compiti e lei mi assegnava lavori da eseguire che poi correggeva coscienziosamente e ai quali dava il voto.
Tornava indietro ai suoi anni migliori tra i banchi.
A me piaceva fare i compiti che mi assegnava.
Lei mi prendeva molto sul serio e non si stancava delle mie chiacchiere.
Penso di avere reso un po’ meno tristi i suoi ultimi giorni di vita.

Se ne andò in fretta e ricordo che i miei fecero un inventario delle sue povere cose. A parte un po’ di fine biancheria ricamata e tela da lenzuola intessuta a mano, vestigia del suo corredo mai terminato né sfruttato, le sue erano poche e semplici cose di tutti i giorni.
E pensare che era stata una donna ricca. Proprietaria di case e di un teatro in città, dato che suo padre era un imprenditore edile, ma il fratello, incallito donnaiolo, giocatore d’azzardo e altrettanto fannullone impenitente, le aveva mangiato tutto il capitale, lasciandole solo la vecchia casa cadente nella quale aveva finito i suoi giorni.
Io chiesi in regalo le sue chincaglierie e nessuno trovò niente da dire.
Così continuai a frequentare le sue stanze ormai vuote.
Avevo steso una vecchia coperta imbottita per terra e recitavo il ruolo della padroncina di casa con le sue tazzine e i suoi piattini, scrivevo nei suoi quaderni neri e mi davo i voti da sola.
Ho ancora un paio di quei quaderni, zeppi dei miei diari adolescenziali, in una vecchia scatola di legno, silenziosi ricordi di un silenzioso passato.

Di sopra non avevamo il gabinetto, per cui si utilizzava quello della zia di sotto.
Anche quel servizio era stato ricavato in un secondo tempo all’esterno della casa ed era coperto da una centenaria edera rampicante che nascondeva la facciata interna di tutta la casa.
All’interno si trovavano un lavandino e un water.
Una sera scesi per fare la pipì, mi sedetti sulla tavoletta e alzando gli occhi vidi un enorme ragno nero che pendeva appeso al suo filo di bava sopra la mia testa.
Scappai su per le scale urlando in preda al terrore, senza neppure tirarmi su le mutandine.
Da quel giorno mi sono sempre recata in quel bagno aprendo per precauzione il mio ombrellino verde e sedendomi solo dopo una lunga e accurata ispezione…

 

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