CAPITOLO QUARTO - CAPITOLO QUINTO Mio fratello, i nonni e i prozii paterni e la storia della bellissima Cademis …

MIO NONNO PATERNO CON UNA DELLE SUE CLASSI DI SCUOLA ELEMENTARE - foto dei primi del novecento..

 

 

CAPITOLO QUINTO

 

Mio fratello, i nonni e i prozii paterni

 

e la storia della bellissima Cademis …

 

 

Anche questo passo in corsivo è tratto da ' Io non sono di qui '.

 

Lo squartatore di bambole

 

Amavo mio fratello.
Più grande di me, era posato e tranquillo per quanto io ero scalmanata. Io non stavo mai zitta, lui taceva, tenendosi tutto per sé.
Era ed è ancora, un genio in matematica. In quinta elementare giocava con i logaritmi che aveva scoperto e studiato da solo.
Per me due più due ha sempre fatto cinque, o tre, a seconda del mio stato d'animo.

Li era uno scienziato.
Nella sua camera pezzi di vecchie radio con valvole e diodi: lui le smontava per poi farne di nuove che funzionavano, ma emettevano solo suoni da vecchie cornacchie raffreddate.
Io mi affacciavo allo spiraglio della porta della sua camera e lo spiavo con occhi innamorati. Lui, sembrava non si accorgesse neppure di me.
Quando nacqui ricominciò a bagnare il letto. Sicuramente per lui, coccolato e viziato, fu un duro colpo vedermi sortire fuori dal nulla.

Avrò avuto circa quattro anni quando mi regalarono una splendida bambola.
Di solito succedeva che i doni destinati a me non mi venissero consegnati, ma solo mostrati e poi messi via, perché altrimenti li avrei rovinati.
Quella volta tanto piansi e tanto insistei che me la diedero.
Aveva il viso di bachelite e lunghi ricci di stoppia biondo cenere, un vestito rosso pieno di trine e un cappello di paglia con i nastri.
Le braccia e le gambe erano snodabili, aveva calze di cotone di un bianco immacolato e scarpette nere lucide.
Gli occhi, poi, orlati da ciglia bionde, si aprivano e chiudevano a seconda della posizione che le facevi assumere ed erano di un meraviglioso azzurro intenso.
La boccuccia era rosa e dischiusa in un sorriso che mostrava una perfetta fila di dentini bianchi.
Io amavo quella bimba dolce e aggraziata: era tutto quello che non ero io e me la stringevo teneramente al petto cantandole le canzoncine apprese dalla zia.

Una mattina tornando dalla scuola materna non trovai la mia bambina, che avevo lasciato adagiata nel mio letto. La cercai disperata.
La ritrovai smembrata e appesa ai fili per stendere i panni, sotto la pergola.
Era stato mio fratello a tagliarla a pezzi e ad appenderla lì, in quel luogo dove lui sapeva io mi recavo spesso per giocare, perché la struttura della pergola era interamente rivestita da un rampicante che aveva piccoli fiorellini bianchi che emanavano un profumo dolce e leggermente speziato, che mi piaceva moltissimo.
La vedo ancora. Tanti piccoli pezzi del mio cuore.
Nessuno gli disse niente, non so perché, nonostante io piangessi, disperata, lui non fu sgridato. Semplicemente i pezzi della mia bambola, vennero gettati via.

Ma io amavo mio fratello e volevo dargli qualche bacio.
Lui mi respingeva fieramente, con una smorfia di plateale disgusto su quel suo viso ben modellato.

Ogni anno però lui frequentava il campeggio in montagna col prete della parrocchia e stava via un mese.
Io tremavo dentro di me al pensiero di non vederlo per quel lungo periodo.
Così, la notte prima della partenza, aspettavo che tutti si fossero addormentati, dato che io mi addormentavo sempre dopo di tutti poiché leggevo a lungo ogni sera, e sgusciavo silenziosamente nella sua camera,andando a posare delicatamente un bacio sulle sue guance, mentre lui, ignaro di tutto, seguitava a dormire.
Poi me ne tornavo nel mio letto.

E mi sentivo una ladra d’amore.

 

Il rapporto con mio fratello è un'altra delle problematiche irrisolte della mia vita: io e lui siamo due mondi diversi, due mondi paralleli, assolutamente non ci capiamo. Io ci ho provato ad amarlo, io ci ho provato ad avere un rapporto bello con lui, ma per me vi è solo una porta chiusa che non si è aperta mai, anche quando tra noi vi sono stati periodi più rilassati.

L'ultima volta che ho cercato di avere da lui quello che ho sempre desiderato e non ho avuto mai, è stato qualche anno fa. Non riesco a ricordare con precisione il momento ma so che ancora non ero caduta dalla scala.. Di certo però avevo passato dei momenti assai difficili. Mia madre stava male in quel periodo e io e mio fratello temevamo per la sua vita. Ogni giorno mi scriveva una mail per dirmi le sue condizioni, che per fortuna migliorarono, tanto è vero che oggi ha 88 anni e sta discretamente, se si pensa all'età che ha ed alle sue svariate patologie. Approfittai allora di quello scambio epistolare per scrivergli una lettera di cui non ricordo le parole ma il succo del mio discorso era che ormai eravamo grandi, che avremmo dovuto tirare fuori gli scheletri dall'armadio della nostra infanzia ed avere quel rapporto che tra due fratelli si auspica esista. Sto cercando di ricordare e credo che questo avvenne dopo le 850 pillole del 2008 ma assolutamente ho solo un vago ricordo. Come ho già scritto altrove, i due anni seguenti, fino alla caduta ed oltre, sono avvolti in una nebbia scura dal quale riemerge solo qualcosa. Comunque so che qualche tempo dopo io mi recai a trovare i miei, facendo un viaggio in aeroplano e andai da mia mia madre. Io e lui ci incontrammo per caso fuori, in strada e lui mi parlò molto duramente. Mi disse che era giunta l'ora che io la smettessi. Che imparassi a tenere i miei problemi per me, che facessi come lui; che io non sapevo quanto difficile fosse stata la sua vita ma che mai aveva rotto le scatole agli altri. Aveva sempre risolto i suoi problemi da solo. E che quindi io dovevo assolutamente comportarmi allo stesso modo e smettere di rompere.

Di certo le sue parole così dure mi ferirono molto. Ma, esaminando il tutto con cuore più sereno e più saldo, se dal punto di vista esteriore la sua vita, ad eccezione della morte del padre avvenuta quando aveva sedici anni, non presenta traumi evidenti, io so cosa lui ha respirato. Certo, è stato il preferito e questo fa di mio fratello una persona forte con la capacità di gestire i suoi stati emozionali, cosa che evidentemente io non ho, ma la tragedia di fondo della nostra famiglia consisteva in una profonda dicotomia. All'apparenza eravamo una famiglia modello ma dentro, in fondo, ciò non era. Ho saputo da mia madre solo pochissimo tempo fa cose che davvero non avrei potuto immaginare. Terribili tensioni tra lei e mio padre, altri accadimenti tragici della sua infanzia. Non so se li narrerò qui, giunta a raccontare del momento in cui li seppi. Ci devo ragionare sopra, nel frattempo e credo che non lo farò. Ma di certo fu questo micidiale meccanismo che triturò il mio equilibrio psichico. Ed è chiaro che pure mio fratello di quello si sia cibato, negli anni della sua vita.

Ora egli si prende cura amorevolmente di mia madre, - per fortuna, dato che io non posso più farlo. - e mi ha esortato a tenere lei fuori il più possibile dai miei guai, cosa che sto cercando di fare, perché lui desidera che nostra madre viva il più serenamente possibile gli ultimi anni della sua vita assai dolorosa e difficile.

Io so di lei moltissime cose che lui non sa, dato che ho sempre raccolto i suoi sfoghi e le sue tristezze. Ma so anche che lui riesce a farla felice mentre io sono sempre stata e sempre sarò per lei causa di un profondo disagio interiore.

Quindi il fatto che sia lui ad accompagnarla al suo ultimo giorno mi rende serena. So che è in buone mani.

Ma ci sono due ricordi assai belli che io ho di mio fratello e desidero raccontarli.

 

Quando avevo dodici o tredici anni – e di questo sono certa perché mio padre era morto da poco ed io frequentavo ancora le scuole medie – mio fratello si recò a Bologna per assistere ad un concerto dei Jethro Tull, un mitico gruppo storico di quegli anni che ha segnato la storia della musica e del costume contemporaneo.

Non so per quale ragione lui decise di portarmi con sé ed i suoi amici. Fu un gesto nei miei confronti che giunse dal nulla e rimase nel nulla. Mia madre cercò di opporsi, al suo solito ma il volere di mio fratello era legge e così quella volta ciò giocò in mio favore. Ricordo il viaggio in treno con quei cinque sei ragazzi più grandi di me che io conoscevo bene, dato che frequentavano assiduamente la nostra casa e che amavo ed ammiravo in modo sconfinato esattamente come facevo con mio fratello. Già viaggiare in treno era una cosa emozionante per me, che forse a quei giorni mi era capitata di fare solo due o tre volte. Loro stessi erano vivacemente eccitati ed allegri e si rivolgevano a me in modo gentile e scherzoso, cosa che mi riempiva di euforica felicità. Poi arrivammo nella grande città: ricordo l'immensa stazione, tanti treni e binari, come mai avevo visto, lunghi viali che percorremmo a piedi di gran carriera, diretti al palazzetto dello sport dove si teneva il concerto. Lì era gremito di giovani vestiti alla moda degli anni: pantaloni a zampa di elefante, bandane colorate – mio fratello ne portava una rossa al collo – magliette multicolori e camicie fiorate con i baveri dai becchi appuntiti. Capelli lunghi e barbe fluenti, esattamente come portava lui al tempo – e devo dire che ancor oggi ha una capigliatura leonina, ad onta dei sessanta suonati già da un po', retaggio di quella di mio padre. -

Il palazzetto era riempito di questa moltitudine vociante ma un po' ' svaporata ' non so, non riesco a trovare un altro termine. Tutti fumavano. Io allora non lo sapevo ma ora so che quell'odore dolciastro che si sentiva nell'aria era ascisc e marijuana. Anche mio fratello con i suoi amici ne fumavano ed io vedevo la loro allegria salire così come la tensione di tutta la moltitudine che sembrava palpitare come fosse un sol organismo formato da miriadi di cellule colorate.

Poi fu fatto buio, si accesero grandi riflettori sul palco, anch'essi multicolori, che scagliarono scie fosforescenti tra le volute di fumo ed arrivarono loro, i mitici suonatori.

 

Tuttuttutrurttutturu tuttutturututturu …..tuttutturututturu tuttutturu tutturu....

 

Chi ricorda sa di cosa sto parlando: del mitico flauto traverso e di quelle note melliflue e cristalline da incantatore di serpenti che entrarono in ogni testa, in ogni cuore. Sempre come un sol organismo, tutti, io pure, cominciammo ad ondeggiare assecondando l'entrare in noi di quelle note e vibrando con esse. Era una danza, una danza dell'amore e della libertà. Chi ad occhi chiusi, chi sussurrando piano la musica ed accompagnandola con la propria voce, chi baciando la propria ragazza, chi perdendosi ancor di più nel fumo della canna che aveva tra le labbra, fu come se tutti ci innalzassimo dal suolo e levitassimo.

Io, di certo stordita a mia volta dal fumo – non sono mai riuscita a fumare ma di fumo passivo ne ho esercitato davvero tanto, nella mia esistenza, - rapita dalla musica, che ho sempre amato e sentito in modo viscerale, mi guardavo intorno affascinata da quei ragazzi grandi che sembravano essere tornati bambini, assai più piccoli di me.

Fu bellissimo, uno dei ricordi più incredibili della mia vita.

 

Il secondo è di natura assi più intima. Quando venni mandata in collegio, in quinta ginnasio e ci stetti il primo trimestre, mio fratello mi scrisse alcune lettere.

Mi arrivò la prima, che non attendevo ed io la guardai, la rigirai un po' tra le amni, prima di aprirla. Una lettera di mio fratello: che cosa preziosa.

Ricordavo le sue cartoline postali spedite dal campeggio montano estivo, assai rade e laconiche, che ugualmente erano tenute in gran conto dai miei che le ricevevano e me le mostravano, quasi fossero reliquie. Quella era una busta bianca con sopra la sua calligrafia ineguale e stonata, quasi illeggibile, come la mia. Dentro due foglietti scritti fitti. Cosa mi raccontasse non lo ricordo più. Quelle lettere sono andate perdute nel corso dei miei 22 traslochi. Ma ricordo benissimo che piansi, leggendole, ogni volta. Che le lessi e rilessi. Che mi sentii importante ed amata: mio fratello si era chinato su di me dandomi quel bacio, anche se incorporeo, che avevo tanto desiderato ed atteso.

Ma quando tornai a casa lui fu più freddo di prima, con me, quasi quella sua apertura lo imbarazzasse e non ebbe mai più una parola.

 

Quando nel 1997 lui ebbe una crisi con la moglie, io lo accolsi in casa mia, spostando mio figlio più piccolo a dormire con la sorella e dandogli una stanza tutta per sé. Gliela feci trovare tutta in ordine e pulita, come è sempre stato mio costume vivere, e più accogliente possibile. Lui si guardò intorno e quasi si commosse, mormorando parole di impacciato ringraziamento per quella accoglienza che forse lui non si attendeva così calorosa. Rimase solo qualche giorno, poi tutto si sistemò e lui tornò a casa sua.

 

Io so che mio fratello ha un cuore buono. È molto amato da tutti, assai più di me, che sono diventata un orso solitario e che ho diversi ' nemici '.

lui, invece, ha molti amici e con la sua famiglia vive una bella unione. Di certo mio fratello è molto migliore di me, come ben si vide fin dall'inizio. Solo con me si è comportato in modo così duro.

È evidente che sono io il problema, per tutti....

 

 

Mio nonno si chiamava Arturo ed era figlio e nipote di maestri: a sua volta maestro sposò una maestra; la sorella di sua moglie era maestra ...un luogo di cultura.. ma .. tanti scheletri negli armadi.
Lui morì a 49 anni di un tumore, come sua moglie, la nonna Annamaria
Non ricordo quale dei due mori per lo stomaco e quale per il fegato.

Mio padre pure morì a 49 per i reni..
lo stomaco e il fegato miei sono molto ammalati, i reni vanno bene.

Mio nonno era un dandy.
Vestiva elegantemente, finemente, in modo costoso, portava panama bianchi e bastoni di bambù
Era un maestro severo.
Mio padre frequentò le scuole elementari come suo allievo e mi raccontò sempre della terribile severità del padre, che, per non essere tacciato di favoritismi nei confronti del figlio, pretendeva il doppio da lui rispetto agli altri allievi.
Mio padre mi raccontava questo con un misto di dolore, orgoglio tristezza stupore accettazione comprensione.
Ricordo i suoi occhi volare lontani sui banchi di una scuola amara e dura.
Egli soffrì infinitamente alla morte dei genitori, che amava e rispettava infinitamente.
Dopo la perdita dei suoi andò a vivere, con la sorella più piccola dal fratello del padre, a sua volta maestro e con la moglie di quest'ultimo, ostetrica
Il rapporto di amore e defezione per questi nuovi genitori continuò per tutta la sua vita e nella mia, finché loro vissero, morendo molto anziani.
Ricordo le mie regolari visite a questi strani zii, che avevano un vecchio cane, che io volevo assolutamente accarezzare e portare al guinzaglio, cosa che mi veniva negata ogni volta, perchè esso era ' sporco', per loro.

Io non osavo protestare, ma guardavo il piccolo vecchio cane bianco e fulvo, una specie di volpino, con tanto amore e lo accarezzavo da lontano, in modo che, quando esso mi vedeva giungere nella sua casa, mi faceva silenziose feste, standosene buono buono a cuccia, su di una vecchia coperta in un angolo, scodinzolando, battendo la coda sul suo giaciglio, ricambiando il mio sguardo d'amore in silenzio.
Ecco, ricordo, si chiamava Fritz... non so da quanto tempo non pensavo a Fritz... il primo cane della mia vita.
Ma io, piccola seduttiva e ruffiana, riuscivo sempre a dargli una carezza, un bacetto, di nascosto, appena la guardia si allentava, dato che io sempre ' facevo finta ' di obbedire e poi facevo quello che volevo.
Era l'unico modo, per me: accondiscendere alla rigidità dei miei familiari e poi, serenamente, col sorriso, senza rabbia, scendere dalla sedia troppo alta per le mie gambotte, trotterellare un pò per il ' tinello buono', guardando senza toccare i ninnoli sui mobili austeri, il grande attaccapanni da muro, al quale era appeso il panama dello 'zio' e il bastone di canna, lui pure come il fratello scomparso, la grande credenza intagliata e intarsiata, con i vetri molati e dietro, in bell'ordine, stoviglie col filo d'oro e bicchieri di boemia, intarsiati a loro volta.
Ma lo sguardo della coda dell'occhio stava a Fritz e alla zia, che aveva il compito di guardarmi, mentre gli uomini parlavano sempre di cose 'importanti'.
Ed ecco che arrivava il momento giusto, mentre il babbo e lo zio si infervoravano nella politica o negli affari di famiglia, pur tenendo il tono della voce basso perchè io non sentissi, ma ricordo parlavano della mia zia, sorella del babbo, sposata 'male' con un uomo troppo di mondo e delle sue vicissitudini che sconvolgevano mio padre e i suoi genitori putativi.
Così la zia-guardiana, ad un certo punto, veniva rapita in cucina da qualche sua faccenda e io sapevo che era giunto il momento e Fritz mi aspettava e io affondavo le manine cicciotte nel suo pelo ispido e vetroso e lui ansimava di felicità, il suo fiato caldo e un poco maleodorante, ma io sapevo, sentivo, che quello era un odore naturale, assai migliore dell'odore di chiuso che veniva dagli armadi della camera da letto dove io ero entrata solo pochissime volte, dall'odore che c'era in cucina, un odore poco buono, che non mi piaceva affatto.
Fritz, invece, aveva gli occhi dorati e dolci, vivi e caldi, non duri come quelli di tutti coloro che mi guardavano dall'alto in basso e io mi sentivo così piccola e sperduta nei confronti di quegli esseri che io chiamavo nel mio cuore ' I GRANDI'
Ma grandi in cosa, se neppure sapevano dirmi cose belle, ma solo: ' Stai zitta, stai ferma, stai composta, non ti sporcare, non toccare, sei una signorina ormai... ' e io avevo si e no tre anni?
E volevo urlare di gioia al cielo, sedermi sulla terra, raccogliere fiori..
Giocare con il piccolo vecchio cane, accarezzare il piccolo vecchio cane..

Ed ecco che la ' zia' tornava con dei piccoli bicchieri intarsiati da liquore su di un vassoio d'argento, pieno di ricami d'argento, sul quale era adagiato un pizzo prezioso fatto all'uncinetto, tutto ghirigori, come tutte le donne della mia terra facevano, arte nella quale mia madre eccelleva.
Sul pizzo era anche posta una bottiglia da liquore, molto importante e preziosa, con intarsi d'oro sul cristallo grosso e corposo, piena di rosolio rosso shockante.
Un rosolio delizioso, manufatto della 'zia' che era una cuoca romagnola di ottima levatura, come tutte le donne di quella famiglia borghese fino al midollo.
In uno dei piccoli bicchieri da liquore, compagni gemelli della bottiglia, gli altri colmi fino all'orlo, era versato un piccolo rubino, la mia dose di dolce tormento alcoolico, che io accoglievo con grande gioia e golosità, seduta tranquilla con le gambe penzoloni, mentre Fritz, continuava a guardarmi innamorato e scodinzolante dalla sua cuccia di lana vecchia come lui e forse, anzi sicuramente, più di lui.
Bevevo il goccio di rosolio come una concessione ad avere io pure un seppur piccolo diritto, un seppur piccolo posto alla mensa dei grandi e il liquido denso pastoso, forte e zuccherino mi bruciava graffiandomi la gola.
Era una stimmate.

 

La nonna paterna, invece, era bruttina, dimessa, aveva il naso grande, come un appunto negativo sul suo dolce viso

Ricordo che mia madre scrutava attentamente il mio, se per caso non portassi la reliquia non apprezzata della nonna morta.

Anche mio padre aveva un naso importante, ma lui ‘ era un uomo ‘. A lui stava bene, a lui era permesso di essere se stesso.

Alla piccola donna che fu sua madre, no,

Barbra Streisand venne dopo e pure lei si fece la rinoplastica...

Non so molto di lei ma io stessa trovai, diversi anni dopo la morte di mio padre, guardando un cassetto pieno di vecchie foto che mia madre custodisce gelosamente, un doppio foglio di quaderno scritto a penna stilografica.

Era il testamento spirituale che la nonna, donna colta e sensibile, aveva lasciato ai figli.

Forse mio padre non l'aveva mai mostrato a sua sorella o forse era caduto nel dimenticatoio di una vita densa di colpi di scena. Fatto sta che quel semplice foglietto conteneva invece un tesoro assai prezioso.

Le ultime parole che mia nonna lasciò a chi restava erano di un amore intenso, di una bellezza davvero incredibile, intrise di luce e di fede in loro e nelle loro capacità.

Quando io le lessi, piansi di commozione ed anche mi domandai perché mio padre non avesse pensato a lasciarmi qualche riga scritta in suo ricordo. Di lui, nella sua bella grafia ottocentesca, ho solo le correzioni alle ricette di cucina in un vecchio e prezioso libro – ricettario ad opera di pellegrino Artusi. Quel libro, che io conservo gelosamente e che mi ha seguito ovunque, insieme ad una edizione dell'ottocento della Divina Commedia illustrata da Gustav Dorè, sono tra i pochissimi oggetti che mi restano di mio padre.

Allora pensai che, seppure mi dispiaceva separarmi da quei preziosi fogli d'amore, era giusto che fosse mia zia ad averli e glieli portai.

Questo accadde credo dopo il mio ritorno, 1996 e seguenti, tornata dal ravennate dopo la separazione dal mio secondo marito.

Mia zia e mia cugina si commossero alquanto, loro pure, nel leggere quelle parole.

Ed ancora, dopo la morte di mia zia, avvenuta nel 2006, mia cugina mi ringraziò di nuovo di quello un giorno in cui, invitandomi a casa sua a bere un tea, mi donò un ciondolo formato da un topazio azzurro montato in oro bianco. Mi disse che era uno dei gioielli che mia zia aveva amato di più e che me lo dava in suo ricordo e per ringraziarmi anche di essermi presa cura di lei per qualche mese, prima della sua morte.

Infatti, io stavo già abbastanza male ed avevo smesso di lavorare ma accettai di recarmi tutte le mattine fino alle sedici, ora del rientro di mia cugina dal lavoro, per accudire la zia che, ammalata di tumore al fegato, era avviata verso il suo ultimo giorno; compito che io cercai di portare in fondo con tutto l'amore e la cura che mi fu possibile. I rapporti con quella zia erano stati sempre un po' asciutti. Lei di certo mi voleva molto bene ma era una donna molto riservata ed io una nipote molto caotica. Inoltre fra noi il ricordo di quell'estate al mare, di cui ho parlato più sopra.

Volli, allora, in quei mesi, cancellare quell'amaro che era tra noi.

E sembra ci riuscii perché mia cugina mi disse che la madre le aveva confessato di essersi trovata molto a suo agio con me, riuscendo a vincere il suo grande pudore nel farsi accudire come fosse stata una neonata, cosa che la imbarazzava moltissimo. Disse alla figlia poi che i miei racconti di avventure a me accadute, aneddoti e follie varie ed il mio ricordare con lei i tempi andati delle favolose estati nella villetta al mare, rivelandole piccoli segreti da bambini che lei aveva ignorato fin lì, l'avevano aiutata molto a passare quelle ore difficili.

Ora anche lei riposa nella cappella funeraria di famiglia.

 

Il culto dei morti è sempre stato molto sentito dai miei. Infatti il 2 novembre di ogni anno fin da quando ero piccolissima mi conducevano a visitare i nostri defunti.

Era un appuntamento importante come il Natale ed il compleanno.

Mi vestivano a festa e tutti insieme si varcava quell'immenso cancello di ferro battuto e nero, tutto decorato di foglie, che chiude l'accesso al cimitero monumentale dalla nostra cittadina, mettendo una chiosa netta e scurissima all'imponente muro bianco di recinzione alto tre metri o forse più.

Fuori c'era tutto un andirivieni di gente, fiori, lumini, automobili; ai panchettini attorno l'ingresso diversi distribuivano i cartoncini decorati in bianco e nero, simbolo di donazioni in moneta fatte ai vari enti benefici della città. Quegli incaricati ritiravano le piccole somme di denaro e scrivevano con una penna il nome del defunto alla memoria di cui erano devolute le offerte e, più sotto, il nome di chi le porgeva. Il cartoncino era forato agli angoli superiori ed un cordino pendeva da quei fori, con il quale poi si fissava il ' Ricordino ' a qualche appiglio di fronte alla sepoltura che si andava a visitare, in modo che i familiari del defunto potessero vedere chi si era recato in quel pellegrinaggio votivo a porgere ancora una volta cordoglio, vicinanza e mesto ricordo.

Fuori quindi vi era un via vai notevole ma dentro, ecco, dentro era come si aprisse un'oasi.

Il ghiaietto bianco del viale d'accesso era rigorosamente rastrellato e sempre molto abbondante e cricchiolava discretamente, come un canto di sottofondo, ai nostri passi. I viali alberati erano cinti da filari di alti e scuri cipressi profumati, assai austeri ma intimi.

Dentro era silenzio: tutti parlavano a bassa voce, bisbigliando e limitando le parole al minimo. Così mi veniva ammonito di fare e così io pure mi comportavo.

Nell'aria vi era un intenso profumo di fiori, che però era un poco disfatto, troppo dolce, troppo morbido, quasi molle, quasi fermentato.

L'emblema del disfacimento della morte.

Si faceva il giro, camminando piano.

Prima ci si recava alle tombe esterne, nei campi in erba dove file e file di tumuli avevano una lapide sopra, un po' innalzata dal terreno e in verticale un piccolo cippo o croce o statua o altra lapide, che recava le iscrizioni del caso: la foto, il nome e cognome, la data di nascita e di morte e una piccola iscrizione in memoria, epitaffio. Tutto quello che restava di una vita.

I miei genitori mi dicevano: ' Questo è il tale, questo è il tal altro...'

E ogni anno c'ero nuovi defunti da andare a visitare, come petali caduti di un fiore che diventasse sempre più sparuto.

Spesso accadeva che i miei si fermassero a parlare sottovoce con qualche conoscente che incontravano. Io allora mi allontanavo un poco lungo la fila di quei tumuli e leggevo i nomi dei defunti, guardando le loro foto, allora tutte rigorosamente in bianco e nero. E pensavo che quei visi a volte belli, altre allampanati o strambi, quella schiera di occhi fissi sull'obbiettivo della macchina fotografica, erano chiusi per sempre. E li vedevo, come avessi una vista dotata della capacità di andare sotto terra, composti nelle loro casse, come avevo visto in qualche film alla televisione. E anche cercavo di immaginare che vita avessero avuto, soffermandomi a leggere gli epitaffi: ' Esemplare moglie e madre ' 'Onesto galantuomo dedito al lavoro ed alla famiglia ' 'Grande lavoratore e padre affettuoso ' ' Madre amabilissima che si prese cura di tutti '… sembrava davvero che tutti quei defunti fossero esempi di virtù. C'erano poi le statue: gli angeli con l'ala spezzata, o in atto di preghiera. Ma quelle erano più comuni nella parte coperta, dove c'erano le tombe di famiglia a cappella, come la nostra.

Infatti, dopo il giro per i campetti esterni fatto passando a trovare il nonno materno, lo zio di mio padre – da parte di madre, che aveva sperperato tutto il capitale avuto in eredità con il gioco e le donne - e altri parenti alla lontana e amici, tra i quali un giovane aviatore amico di liceo del babbo che era caduto con il suo aeroplano e la cui tomba era formata appunto da un'ala di quest'ultimo, eroe e giovane vita immolata alla patria, arrivavamo camminando all'alta costruzione lunga e stretta che recava queste cappelle votive poste una accanto all'altra. In ognuna di quelle vi era una quantità di mezzi busti di illustri dottori o studiosi, qualche nobildonna, notai avvocati che mi guardavano immobili, seri e compunti, severi alcuni, accigliati, quasi la morte li avesse tramutati essi stessi in quelle statue, colpiti da un maleficio di qualche potente e malvagio mago, come nelle favole.

E i fiori bianchi, i crisantemi a palloncino oppure i gigli e i garofani, si sprecavano. Anche i miei, prima di entrare, ne compravano un mazzo e davano offerte per quei ricordini, facendosene consegnare una certa quantità; come pure acquistavano qualche lumino. Io mi offrivo di portare i fiori e mi piaceva tanto reggerli tra le braccia, come fossero un neonato, sentendo il loro profumo e il fresco tocco liscio dei loro petali e foglie. Ad ogni tomba visitata, un fiore veniva aggiunto al vaso che già si trovava lì e che i congiunti avevano, i giorni seguenti, ornato di grandi mazzi di altri fiori freschi. Come nello stesso modo veniva appeso il ricordino. I lumini andavano sempre nella tomba del nonno materno, il mio amato nonno Marsilio. Io, posati momentaneamente i fiori, reggevo il lume intanto che mamma fregava lo zolfanello e guardavo la fiammella accendersi. Poi si apriva la piccola teca di marmo e vetro nella quale si collocava la piccola luce. Mi avevano insegnato a posare un bacio sulla foto gelida di quella tomba ed io lo facevo con grande affetto. Poi mi segnavo con il segno della croce e recitavo 'L'eterno riposo ', la preghiera per i defunti.

In tutto quel cerimoniale la tristezza era assai presente ma, vicina a babbo e mamma, veniva come addomesticata. Volevo sempre andare a portare un fiore all'amico Peppone, facendo allungare il giro consueto, dopo che lui morì.

Ma arrivati di fronte alla nostra tomba di famiglia la commozione cresceva di tono.

Due grandi foto in bianco e nero, ovali ed incorniciate di legno intarsiato, mostravano il volto dei nonni paterni. Dietro il cancellino di ferro battuto nero ornato di foglie e roselline, che era tenuto sempre unto per evitare che arrugginisse e che era sempre fiorito di tutti quei ricordini appesi alle corolle delle roselline, queste grandi immagini troneggiavano. In mezzo ed ai lati vi erano dei vasi colmi di fiori, lumini ardevano in diversi angoli. Mia madre apriva il cancellino, ammonendomi di non avvicinarmi per non sporcarmi, cosa che accadeva invece regolarmente tutte le volte, ed aggiungeva altri fiori, cambiava l'acqua nel vasi recandosi alla fonte poco lontano, preceduta da me che l'aiutavo azionando il braccio di ferro della pompa. Si accendevano nuovi lumi e si dicevano orazioni. Si leggevano sui ricordini i nomi di coloro che erano passati a portare una preghiera o un saluto. Dietro alle grandi foto, attaccata al muro, c'era, - e c'è ancora, che la tomba di famiglia è l'unico bene materiale che io possiedo, in comproprietà con mio fratello e i miei cugini paterni, - una grande lastra di marmo grigio chiaro, sulla quale erano istoriate le scritte dei nomi dei miei bisnonni - genitori della nonna paterna – in onore dei quali la nonna stessa e la sorella avevano posto quella tomba. Però le foto di questi due miei bisnonni, che si chiamavano Pasquale e Maria, erano sul retro.

Praticamente si percorreva a ritroso un tratto di quella specie di galleria, si scendevano quattro o cinque scalini ed in un viottolino all'aperto ci si trovava a costeggiare il retro di tutte quelle cappelle, che si trovava ad un livello inferiore e che recava le aperture, con grata, tramite le quali si accedeva alla stanza sotterranea che conteneva i loculi. Questi retro erano molto più spogli e spartani degli ingressi anteriori, però il nostro recava sempre, dietro il cancellino di ingresso, piante fiorite o mazzi di crisantemi e il lumino, sempre acceso. So che mia madre si recava spesso, durante tutto l'anno, da sola, a fare la pulizia e la manutenzione di questa nostra casa funebre.

Sopra la grata erano appese tre lapidi. Quelle laterali recavano le foto ed i nomi con le date dei bisnonni. Quella centrale una foto che mostrava una bellissima giovane. Era la zia Cademis, sorella del nonno paterno, morta a diciannove anni. L'epitaffio diceva della sua bellezza ' che un tragico destino volle spezzar '.

Io, da quando imparai a leggere ed appresi quelle gravi e misteriose parole, sempre chiesi di sapere quale fosse quel ' tragico destino ' ma per anni mio padre mi rispose, accigliato e rattristato, che lo avrei saputo solo quando sarei stata abbastanza grande per capire. E quel suo misterioso e grave discorso sanciva la fine di ogni mia insistenza, anche se io, spesso, tornavo con il pensiero a quanto non conoscevo, interrogandomi oscuramente.

Ma non fu mio padre a raccontarmi di quello. Troppo presto lui scese da quella grata, quel giorno di fine agosto 1966, che pioveva come fosse novembre.

Qualche giorno dopo, piangendo, mia mamma pose, tra i due grandi ritratti dei nonni, una alta mensolina di legno, scarna e a gambe lunghe, sulla quale poggiò la più bella fotografia incorniciata del mio babbo, quella che piaceva di più a lei, che gli era stata scattata il giorno della mia cresima, assai vicino a quello della sua morte.

( Allora le foto si scattavano di solito in occasioni particolari, non come ora che, con l'avvento dei cellulari, siamo diventati tutti fotografi.....)

Dopo la morte del babbo per mesi, forse anni e di certo fino a che aprì il negozio, cominciando a lavorare, mia madre si recò a piangere su quella foto. Spesso io l'accompagnavo. Allora non si faceva tutto il giro lungo, magari si passava a dare un saluto al nonno Marsilio ed un bacio, sulla sua gelida foto, oppure, negli anni a venire, quando morirono altri della nostra famiglia, un fratello di mia madre, mia cugina sedicenne, si andava a trovare loro. Altrimenti andavamo dritte alla nostra cappella e ci fermavamo, in lacrime entrambe, di fronte a quel trittico, tutti e tre morti a 49 anni. E mia madre glielo diceva, a mio padre, sottovoce, mentre piangeva: ' L'avevi detto sempre e così hai fatto. Così hai voluto lasciarmi qui. ' e questo era un vero rimprovero, che mio padre se ne era andato lasciandola sola a crescere noi, compito davvero difficile, a lottare contro tutti i problemi pratici ed economici e contro quella solitudine di quel letto matrimoniale che in casa nostra si tagliava a fette.

Io cercavo di sostenere mia madre. Cercavo di consolarla, di parlarle. Le dicevo che il babbo ci guardava e ci proteggeva da lassù. E dentro il dolore acutissimo di quella perdita si mescolava a quello sconvolgente di mia madre, che aveva un qualcosa di assai amaro.

Amaro che solo l'anno scorso, a giugno 2012, quando sono tornata nella mia cittadina per le nozze della mia figlia secondogenita, mia madre mi ha svelato da dove venisse.

La famiglia di mio padre era una ricca famiglia borghese ma l'animo umano ha sepolcri ben più paurosi delle tombe.

E, ad emblema di quelli, qui racconto il tragico destino della prozia Cademis, che, finalmente, mi narrò mia madre, poco dopo la morte di mio padre, giustamente ritenendo che quell'accadimento mi aveva reso abbastanza grande per poterla conoscere.

 

La zia Cademis era davvero bellissima. La foto dell'epoca la ritrae vestita alla moda degli anni novecentoventi, con una di quelle pettinature lisce e corte ornate da cinte preziose che reggevano piume o altro. E la relativa lunga collana di perle candide più volte arrotolata attorno al collo.

Era maestre, lei pure, e fidanzata con un bravissimo giovane col quale era in procinto di sposarsi.

Il fratello di lei, mio nonno, più grande di età, come sopra già detto aveva costumi piuttosto frivoli e libertini e si recava comunemente a visitare le lussuose case d'appuntamento per giovani ricchi ed a modo che rispettavano le mogli e le fidanzate, sfogando i loro ' bassi ' istinti, con queste giovani perdute.

Un giorno un amico lo incontrò a spasso per i portici della nostra città e gli disse, in gran segreto e complicità, che una nuova giovane e bellissima ragazza era giunta ad allietare le notti dei ben vestiti giovanotti in una cittadina limitrofa. E lo esortò a seguirlo la notte stessa per poterla conoscere, - e mai la parola ' conoscere ' espresse la concezione biblica come in questo caso. -

Fu così che mi nonno seguì questo prezioso ' amico ' e si trovò, entrato nel casino ornato di ricchezza quanto di marciume, di fronte alla sorella che, evidentemente, non era paga della vita elegante ma moralissima che svolgeva in famiglia ed aveva avuto bisogno, di certo non per mancanza di denaro ma per assenza di stimoli, di portare avanti per qualche tempo, quella doppia pericolosissima vita.

Come si può immaginare scoppiò un immenso scandalo. Io non so altri particolare ma è come immagini il viso severo ed austero di mio nonno, sbiancato dalla collera e dalla vergogna, urlare, gridare inveire contro quella povera fanciulla che, di certo, vedendo entrare il fratello nella camera in cui attendeva i suoi ' ospiti ' si sarà sentita morire, se non addirittura sia svenuta, oppure, che so, lo abbia affrontato con orgoglio o rabbia, rinfacciandogli mancanze che io non conosco. La mia immaginazione vede una scena caotica e tragica.

Ma il fatto oltremodo grave fu che non si riuscì a contenere lo scandalo tra le mura domestiche. Il fidanzato della ribelle e scostumata Cademis venne informato di tutto e lasciò su due piedi la sua promessa sposa. La vita della giovane era definitivamente rovinata, e con la sua reputazione, quella di tutta la sua famiglia.

Fu così che, per redimere se stessa e tutti quanti con lei, si suicidò.

Prese una notevole quantità di barbiturici ma non morì subito. Solo dopo quaranta giorni di dolorosissima agonia, divorata negli organi interni, spirò, avendo però nel frattempo, ricevuto il perdono di tutti quanti, fidanzato in testa.

 

È molto tempo, svariati anni, che non mi reco sulla tomba dei miei cari, né so se lo farò più date le mie difficili condizioni di salute.

Ma vi è un altro suicida il cui ricordo è sepolto in quella cappella votiva: il padre o forse il nonno di mio nonno Arturo, non ne sono sicura.

Quando in tarda età questo mio antenato, di cui ignoro il nome, rimase vedovo e venne accolto nella casa del figlio sposato, non volendo essere di peso e sentendosi assai solo, un giorno che nessuno era in casa, fece un accurato bagno, indossò i suoi abiti migliori, si sdraiò su di un divano e si sparò un colpo alla tempia.

Certo, il suicidio come riscatto di una vita divenuta insostenibile, io ce l'ho scritto nei miei geni.

Anche mio padre, che asserì per tutta la vita che sarebbe morto a quarantanove anni, essendo poi accaduto ciò, di certo ha messo in atto un altro genere di suicidio.

 

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Commenti: 3
  • #1

    ely (mercoledì, 02 gennaio 2013 21:03)

    che storia, certo che i rapporti in famiglia derivano sempre dalle radici.... però peccato che non si riesce mai a chiarire e quando lo si fà è sempre tardi.... un abbraccio

  • #2

    lucia d'alessandro (giovedì, 03 gennaio 2013 14:29)

    Brava Ari, è affascinante leggerti,anche se a tratti viene voglia di prenderti in braccio e portarti via, in un mondo più amabile.

  • #3

    ariannaamaducci (venerdì, 04 gennaio 2013 23:55)

    che storia, vero ely??
    più avanti racconterò di una costallazione familiare che ho fatto..altre storie....
    grazie che mi leggi con tanta attenzione.. un bacio..

    grazie lucia..
    mi piacerebbe poter tornare nel mio mondo..
    lo sto chiedendo da tanto tempo, ci ho anche provato ad andarci ma sai come è andata.. spero che me lo permettano presto.. ma se vedi passare una navicella spaziale, dirottamela qui.. temo che se tu mi prendessi in braccio non andresti lontano..neppure un passo!!
    ma grazie di aver avuto un pensiero così dolce.. ti abbraccio