IL VOLO DI UNA BAMBINA CHIAMATA ARI - CAPITOLO QUARTO

MIO PADRE

 

 

CAPITOLO QUARTO

 

Mio padre

 

- Le parti in corsivo sono tratte da Io non sono di qui -


La perdita…

È come strapparsi qualcosa da dentro.
Ore, voci, discorsi, attese, abitudini, ritmi, certezze.
Un orologio interno che all’improvviso cessa di scandire i momenti e lascia vuoti assordanti.
Parossismo di sostituzioni, cambiamenti, spostamenti.
Traslochi durante i quali vanno smarrite cose che erano lì da troppo tempo, da sempre.
Costruzioni credute immortali che crollano travolte da soffi immani e rivelano orizzonti fino ad allora sconosciuti.

Poi ci si guarda dentro e non si riconosce ciò che si vede, lo si rifiuta.
Si desidera solo spasmodicamente ciò che era, ciò che non c’è più.
Ci si chiede allora, nell’attimo della fine, di visualizzare l’ultimo battito, cristallizzare l’ultimo respiro, registrare l’ultima parola.

Ma è troppo tardi.
Indietro non è permesso tornare, mai.

Ci si illude, ma si va avanti per inerzia, aggrappandosi a quei residui di abitudine che ancora tenacemente persistono dentro di noi.
Non ci si arrende all’evidenza: si rimuove, si dimentica, si seppellisce e non si ricorda.
Ma dentro di noi la perdita continua a lavorare, a scavare.

Stalattiti e stalagmiti crescono fantastiche e oscure, creano un nuovo sé: una persona che non riconosceremo ma che porterà avanti la nostra vita.
Mentre una bambina rimasta sospesa nel tempo piange silenziosamente su quella tomba ancora calda, gli anni passeranno, invano.

Mio padre…

Era affascinante come un divo del cinema.
Alto e snello, elegante con qualsiasi cosa indossasse, anche col pigiama, ma di una bellezza discreta, trattenuta, riservata.
I capelli neri erano folti e robustissimi. Vivevano di vita propria e io questo l’ho ereditato da lui. Li portava alla Rodolfo Valentino, tirati da parte con la brillantina - e ne doveva usare parecchia perché la loro indole ribelle era restia a piegarsi.
Quando si asciugava i capelli in bagno col phon, io andavo sempre a guardarlo, perché alla fine dell’operazione gli stavano dritti ed era come se avesse una criniera leonina intensamente scura.
D’estate però se li tagliava a spazzola, perché amava molto nuotare.

Il suo sorriso era spontaneo ma leggero e un poco triste, le labbra sottili e ben disegnate, il mento piccolo con la fossetta.

Gli occhi scurissimi e lucidi erano acuti e malinconici.

Tutta la sua persona era attraente ma qualcosa in lui lo rendeva degno di rispetto, fino a incutere soggezione.
Era come se mettesse sempre una certa distanza tra se stesso e gli altri, anche se era sempre cordiale e gentile, misurato e ben educato.

Quando rimase orfano di entrambi i genitori, andò a vivere con la sorella più piccola da uno zio paterno.
Aveva diciotto anni e suo padre e sua madre se ne andarono a pochi mesi di distanza l'uno dall'altro, portati via tutti e due da un tumore ed avevano entrambi, nel giorno della loro scomparsa, 49 anni.
Dopo il diploma in ragioneria frequentò per tre anni la facoltà di Economia e commercio a Bologna, ma la guerra interruppe i suoi studi e gli impedì di conseguire la laurea.
Fu arruolato, naturalmente, ma non andò mai al fronte; lui si definiva un imboscato: sicuramente lo aiutò il fatto che suo padre fosse stato un gerarca fascista.
Per l’intera durata del conflitto rimase a Napoli, a sbrigare scartoffie al Castel dell'Ovo.
Dopo l’armistizio del 8 settembre, abbandonò la divisa e venne a «sfollare», come si diceva allora dalle parti nostre, sulle colline vicine a casa, in una serie di grotte naturali, dove rimase per diversi mesi fino alla Liberazione.

Lì conobbe mia madre. Si sposarono poco tempo dopo la fine della guerra.
Lavorò tutta la vita come impiegato di concetto per il comune della nostra città.

Era ordinato e molto preciso, addirittura pignolo, pulito e metodico, abitudinario. Tornava dal lavoro e sebbene avesse molti amici di gioventù che lo ricercavano assiduamente, non andava al bar o a passeggio per il centro o la piazza ma, riposti l’abito scuro impiegatizio e la cravatta, indossate la vestaglia da camera e le pantofole, si sedeva sulla sua poltrona e si dedicava alla vita famigliare.

Con gli amici usciva insieme a mia madre, dato che erano tutte coppie sposate e a turno si trovavano nei rispettivi alloggi per i loro raduni. Ma a casa nostra non veniva mai nessuno.
Amava il comfort e le comodità casalinghe. Quando, dopo tanti sacrifici, riuscì a costruire il condominio che ancora porta il suo nome sulla vecchia casa di famiglia e finalmente ci trasferimmo nel comodo appartamento con riscaldamento e doppi servizi di cui uno con vasca da bagno, realizzò uno dei più grandi sogni della sua vita.
Era «ammalato di mattone», come si dice da noi e investì l’intero suo patrimonio in quel progetto, diventando talmente parsimonioso da privarsi praticamente di tutto. E tenendo a stecchetto anche noi.

 

Non che ci sia mai mancato niente, anzi: il cibo (sorvolando sul problema della mia pinguedine) era sempre di prima qualità e abbondante, ma certamente lo spreco non era nei suoi geni.
Era comunque assai goloso. A colazione versava nove cucchiaini di zucchero nella tazzona di latte e caffè, che consumava in cucina prima di uscire per il lavoro, inzuppandoci il pane avanzato il giorno prima, che era ancora più buono.
E la domenica mattina si entrava insieme nella sua pasticceria preferita ad acquistare un cabaret di paste per festeggiare il giorno di riposo: le sceglievamo io e lui, con complice allegria, indicando con il dito oltre la limpida vetrina, una dopo l'altra, quelle di nostra scelta e scambiandoci occhiate di cameratismo...
Ma questo solo dopo che il palazzo fu terminato e pagato. Prima di ciò il dolce domenicale consisteva in una generosa porzione di crema pasticcera che mia madre
cucinava di buon’ora in modo che si raffreddasse, a volte nella variante «zuppa inglese» o con l’aggiunta di fragole e panna nel mese di maggio.
Era talmente squisito il piacere che lui attingeva dai dolci e l’importanza che attribuiva a questi riti famigliari, di compenso nel giorno del riposo, di gratificazione e riconoscimento per tutto l’impegno profuso, che io tuttora vivo le medesime sensazioni e per tutta la vita ho cercato nei dolciumi quello che avevo perso e che man mano perdevo.
Un cioccolatino, per me, è stata è e sarà una carezza di mio padre.

Amava anche le innovazioni tecnologiche.
Fu tra i primi nella nostra città ad acquistare il televisore, che all’epoca offriva un unico canale ed era un ingombrante cassone metallico verniciato di verde scuro,

poggiato su di un alto trespolo a quattro gambe.
La lavatrice e il frigorifero io me li ricordo da sempre, con la scritta REX dorata e a forma di corona che luccicava sulla superficie laccata di bianco.
Quando avevo otto anni acquistò la sua prima automobile.
Era una Fiat seicento, di colore azzurrino, con le portiere che si aprivano controvento. Veniva da Torino ed era stata usata pochi mesi da un operaio della fabbrica costruttrice, per cui acquistarla costava molto di meno. Era molto fiero della sua auto e metteva sempre anche un po’ di benzina super, oltre a quella normale, che le sarebbe bastata sicuramente, tanto per darle tutto quello che pensava si meritasse. La teneva pulita e in perfetto ordine. E non le fece mai il più piccolo scortico o bozzetto.
La domenica, poi, era il giorno della gita in macchina. Caricata tutta la famiglia, con il cestino delle vivande che mia madre preparava il giorno prima sfornellando in cucina tutto il pomeriggio, ci portava a visitare i luoghi non troppo lontani della nostra terra.
San Marino, Gradara, Pomposa, Gabicce, Milano Marittima, la pineta di Pinarella.
Molto spesso andavamo al mare anche d’inverno, a camminare sulla battigia e a raccogliere conchiglie.
D’estate ci recavamo sul monte Fumaiolo o a Camaldoli, nelle antiche e fresche foreste, per sfuggire un po’ all’afa della pianura.
I picnic erano allegri e i piatti che mia madre preparava erano apprezzati da tutti gli ospiti.

Io ero felice.


La libertà di correre e giocare tra i prati o in riva al mare mi galvanizzava e non mi fermavo un attimo. Sia che avessi altri bambini con cui giocare, i miei cugini per esempio, oppure che fossi da sola.
Amavo guardare fuori dal finestrino i campi e le colline che si snodavano al nostro passaggio.
Mi perdevo oltre l’infinito che si apriva al mio sguardo abituato al piccolo orizzonte che mi offriva il cortile dietro casa.
In riva al mare mi protendevo verso l’ignoto.

In viaggio cantavamo sempre delle canzoni, io e il babbo, oppure con i cugini, a volte con mio fratello.
Erano canzoncine ingenue e ripetitive oppure erano i motivi in voga quando lui era giovane e durante ogni gita le ripercorrevamo con scrupolo fino allo sfinimento degli altri ospiti.
Ce n’era una, poi, ' La pecora nel bosco ', che si poteva cantare all’infinito, perché non aveva una conclusione e ci perdevamo in questo gioco innocente, in barba a chi protestava, stanco delle nostre voci insistenti.

A volte, si tornava a notte fonda e io mi sdraiavo, finalmente zittita, sul sedile posteriore e guardavo il cielo.
La luna seguiva ostinatamente il nostro viaggio. Sembrava proprio che non volesse
lasciarci e che ci proteggesse, illuminando la strada verso casa con la sua luce intima e discreta.
La luna e la ferma mano del babbo che teneva il volante, silenzioso e tranquillo, erano la certezza del ritorno a casa, la certezza della continuità.

Io gli piacevo, perché ero molto diversa da lui, che era taciturno.
Mio padre amava il mio instancabile chiacchiericcio.
Io sapevo l’ora del suo ritorno dall’ufficio, come un cagnolino fedele e lo aspettavo all’ingresso della stradina, dove parcheggiava la sua automobile, per salutarlo
ed abbracciarlo.
Lui non rifuggiva il contatto fisico, anzi, mi cercava sempre con il suo braccio o con la mano. Non mi dava molti baci, solo prima di andare a letto.
Ma le sue carezze erano leggere e rassicuranti, il suo cingermi le spalle e attirarmi a sé, contro la sua anca, mi rincuorava.

Non voleva essere chiamato papà, ma babbo, perché, diceva, la parola papà era un'americanata che toglieva il rispetto alla figura paterna ed io lo chiamai sempre babbo, con un senso di grande orgoglio dentro.

La sera, dopo cena, sedevamo davanti alla tv per guardare i programmi.
Nella sala da pranzo c’erano due grandi poltrone a grosse righe verde scuro e chiaro con alti schienali e braccioli imbottiti, che mamma aveva rivestito di copertine di cotone grosso e lucido color rosa antico, perché non si sciupassero.
Una era per lei, l’altra, quella di sinistra, per il babbo.
Lei non sempre si fermava per godere della televisione, assillata dall’esigenza di tenere la casa in ordine e perfettamente pulita come piaceva a loro. Inoltre dedicava molto tempo alla cucina e ai lavori a maglia e all’uncinetto, confezionando golf e pullover, borse e pantofole, centrini e tende non solo per noi ma anche per i parenti e i conoscenti.
Ma per me e il babbo, l’appuntamento serale era sacro.

 

Io sedevo su di un seggiolina di legno ricavata adattando il mio seggiolone dell’infanzia, al quale erano state segate le gambe e tolto il tavolino pieghevole. Erano tempi, quelli, in cui non si gettava nulla e tutto veniva giustamente riciclato, adattato.
La mettevo lì, sulla sinistra, vicino alle lunghe gambe del babbo, che lui teneva compostamente accavallate, quasi a sfiorarle, in modo tale da potermi appoggiare a lui.
Guardavamo il telegiornale, che mi annoiava molto, perché in parte non lo comprendevo e in parte era davvero tetro: ma lo sopportavo con malcelata impazienza, pregustando il seguito dello spettacolo. Infatti, poi, avrebbero mandato in onda Carosello, una trasmissione molto famosa, interamente composta di reclame pubblicitarie.
Non c’era sera che io non la guardassi e sapevo a memoria tutte le canzoncine, le filastrocche e le frasette stupide e accattivanti degli articoli pubblicizzati.
Era un incanto e una giostra, anche se in bianco e nero. Ma durava dieci minuti.

Purtroppo, quando c’era la scuola, finito Carosello bisognava andare tutti a nanna - lo dicevano anche alla tv con uno slogan reiterato che era entrato nelle bocche di tutti - e io a malincuore andavo a letto, anche se poi non dormivo subito, ma leggevo fino a tardi.
D’estate invece o il sabato, potevo stare alzata e guardare il programma della prima serata.
Studio Uno e le gemelle Kessler, con le loro lunghe gambe eleganti che al babbo - e a me - piacevano tanto; il mingherlino e bizzarro Don Lurio, che si esibiva in
balletti moderni, per allora… Raffaele Pisu, Walter Chiari, Mina, Alberto Lupo, Delia Scala, Gino Bramieri, che raccontava barzellette; Alighiero Noschese, con le sue imitazioni.
La neotelevisione che era ancora intelligente e piaceva a tutti.
Ascoltavo i commenti del babbo e mi sembravano giusti, a volte geniali. Mi sembrava che desse le parole ai miei pensieri.
Poi c’era la boxe. Nonostante l’ora tarda, papà mi permetteva di guardare gli incontri del sabato sera, anche se mamma brontolava che non era uno spettacolo da bambine.
Benvenuti, Griffith, Muhammad Ali. Lui si infervorava e mi spiegava le particolarità tecniche dei colpi e dei diversi stili.
Ammiravamo la forza e la potenza, il coraggio e la resistenza, l’abnegazione.
Egli mi raccontava la storia di quegli uomini che si guadagnavano da vivere dando e prendendo pugni.
Io sentivo il loro sudore e il loro sangue su di me.
E quando il nostro campione per caso perdeva eravamo molto tristi, ma lodavamo lo stesso lo sforzo e l’impegno che lui ci aveva messo e ci chiedevamo quanto male
gli avesse fatto quel pugno che lo aveva mandato al tappeto.

Pensa, babbo, quanto ti sarebbe piaciuto adesso il pugilato in tv, a colori, con il ralenti e il replay…

A novembre del 1965 papà fu colto da forti coliche renali scatenate dall’accumulo di renella. Fu ricoverato d’urgenza, con nostro grande sgomento, ma lo dimisero presto, con una prognosi falsamente rassicurante… A marzo era spacciato.

Mia madre ottenne per lui un posto letto all’ospedale universitario di Parma e gli rimase accanto fino all’ultimo giorno.
Io e mio fratello fummo sistemati presso due zie diverse.

Nessuno mi disse che il mio babbo stava morendo.

Durante quell’estate ebbi le mie prime mestruazioni.
Sapevo cosa mi stava accadendo, perché mio padre durante l’inverno, vedendo che il momento si stava avvicinando, mi aveva parlato e mi aveva preparato all’evento, ma io non trovai il coraggio di chiedere degli assorbenti a mia zia.
Nascosi così le mutandine sporche nel fondo del mio cassetto. Un giorno, quando rincasai dopo il mare, la zia mi redarguì aspramente davanti a mio fratello e ai miei cugini. Seguendo il cattivo odore che emanava, aveva scoperto il mio segreto.
Quel giorno provai la più intensa vergogna della mia vita, non riuscendo neppure a piangere.
Mi rintanai in un angolo, scura in volto e rimasi per molto tempo nascosta, in preda a un senso di disperata solitudine.

Una volta durante quei mesi che mi sembrarono lunghissimi, assillati dalle mie continue richieste, mi portarono a trovare mio padre in ospedale.
Fu la mia zia prediletta ad accompagnarmi. Io ero allegra e ciarliera, felice di rivedere il mio babbo in una città rinomata come Parma.
Arrivati in ospedale, dopo aver percorso lunghi corridoi bianchi che emanavano un forte odore di disinfettante e medicinali, arrivammo alla sua camera.
Lui era molto pallido, seduto sul letto. Magro da fare spavento.
Invece mia madre, sembrava stesse benissimo, mentre poi si seppe che era gonfia dal tanto stare seduta di una sedia al suo capezzale, giorno e notte.
Mi aspettavo un sacco di feste dal mio babbo, ero sicura che mi avrebbe parlato per tutto il tempo.
Invece non fece altro che scherzare con mia zia.
Mi rivolse a malapena la parola. E io ci rimasi molto male.
Solo ora posso capire quanto il suo cuore si stringesse al vedermi, al sapere che stava per morire e mi avrebbe dovuto lasciare, ma allora di certo non lo potevo immaginare.

In agosto lo riportarono nella nostra città. Io rientrai dal mare e fui sistemata dalla solita zia. Lo andavo a trovare spesso. Però ancora non avevo capito che stava morendo. Domenica 28 agosto gli chiesi se voleva fare la comunione con me e lui, contrariamente al suo solito, - che quello era un motivo di dissidio tra noi, dato che sempre io gli chiedevo di venire a messa con me ma lui si rifiutava dicendo che amava Dio, ma non i preti, - quel giorno mi rispose di sì.
Così il cappellano della casa di cura ci comunicò entrambi e pregammo insieme. Ma lui era debolissimo.

Fu l’ultima volta che lo vidi.
Si spense alle sei del mattino seguente.
Io mi alzai quel giorno, in preda ad una tristezza che mi soffocava la gola.
Mi sedetti sul letto e poi rimasi lì, con le gambe penzoloni, stranita.
Fu allora che sentii mia zia e mio cugino parlottare, ma subito non capii cosa stessero dicendo.
Allora mi diressi in cucina dove loro stavano facendo colazione: l'atmosfera era tesa e le loro espressioni erano strane.
Mi diressi con lo sguardo verso mia zia, interrogandola con gli occhi.
Lei mi cinse le spalle con un braccio e mi disse che il babbo stava molto male.
Mio cugino, che era più piccolo di me, allora sbottò:
'Ma non mi avevi detto che era morto???

Così lo seppi.
Il pomeriggio mia zia mi accompagnò in un negozio a comprare una gonna blu con un golfino del medesimo colore per il funerale, spiegando che avevo appena perso mio padre.
Il commesso mormorò:
— Poverina…
Io mi sentivo come galleggiare.
Al funerale c’era tantissima gente. Pioveva. Corone di fiori, mazzi e cuscini, una lunga fila di persone dal viso triste, alcuni piangevano.
Rividi mia madre e mio fratello.
Lei mi appoggiò un braccio sulla spalla ma non disse una parola.
Mio fratello sembrava una statua di sale.
Loro non piangevano e io neppure.

Quando calarono la bara scura a lucida nell’apertura posteriore della tomba di famiglia, io pensai che sicuramente c’erano dei ragni, - di cui avevo il terrore - e tanto buio, che altrettanto temevo.
E mi misi a piangere.
Non ricordo chi mi strinse una mano sulla spalla.
Ma non fu mia madre. Lei era annientata. Pensai che mio padre sarebbe stato lì per sempre, al buio e con i ragni.

Tornammo a casa, dopo mesi.
Ora so che lui era il cuore della nostra casa e della mia infanzia.
La nostra famiglia era finita. Sepolta con lui, al buio e con i ragni.
La perdita…

 

 

Anche questo passo è stato pubblicato in Io non sono di qui e, insieme al capitolo che parla di mia madre, è stato buttato giù nell'estate 2007 in cui vissi nella roulotte.

Avevo moltissimo tempo a disposizione, per la prima volta ero lontana dai miei figli e potevo pensare a me.

Furono quella e la successiva, due estati di continui tuffi nel passato che facevano venire alla superficie dei miei pensieri tutte le sorde emozioni che si rotolavano nel profondo della mia mente e del mio corpo.

In modo che io le potessi raccontare, le potessi esternare e fu come se, dopo essere state messe su di un file del pc, diventassero una cosa esterna da me, qualcosa che uscisse dalle mie fibre dentro le quali erano impresse a fuoco e mi lasciassero, finalmente, per darmi adito di smettere di soffrire così violentemente.

Ma della morte di mio padre io non ho smesso mai di soffrire.

La mia vita si divide in: ' quando c'era il babbo ' e ' dopo la morte del babbo '.

 

La sua presenza era come un colore di fondo, un sapore che percorreva interamente le mie giornate, un odore che riempiva l'aria dei miei respiri, anzi, dovrei dire: un profumo.

Era una valenza, era una sicurezza.

Era un punto di riferimento.

 

Un pomeriggio, già abitavamo nel condominio, quindi io potevo avere dieci anni, tornai piangente in casa perché i miei amici, che erano tutti maschi, mi avevano canzonato.

Io ero arrabbiatissima: ero molto molto permalosa, in modo straordinario.

Lui, in pantofole e giacca da camera, come suo solito, mi attirò a sé, mi asciugò le lacrime sulle guance sporche di giochi all'aperto e mi chiese cosa fosse successo.

Io glielo raccontai, perché a lui sapevo che avrei potuto dire tutto, o quasi.

Vidi il suo sguardo rabbuiarsi. Mi disse, molto serio che era proprio il mio essere permalosa che faceva sì che i miei amici mi prendessero in giro, che se io non avessi mostrato di soffrire alle loro provocazioni, si sarebbero ben presto stancati ed avrebbero cercato qualcun altro su cui sfogare la loro rabbia e stupidità.

E anche mi ammonì ad imparare a stare da sola: ' Sei una bambina speciale, ' mi disse, ' a molti piacerà farti soffrire.' e si rabbuiò ancor di più in volto.

Io ero un maschiaccio, amavo i giochi maschili, la bici il pallone la guerra, la lotta, la corsa, il perenne movimento, i soldatini le biglie, le automobiline i carrarmati, le costruzioni.

Forse, anzi, di certo mio padre aveva capito la mia natura omosessuale.

Ma non ebbe il tempo di parlarmene.

 

Quando si accorse che stavano per venirmi le prime mestruazioni, fu lui, pochissimi mesi prima di morire, un pomeriggio che il sole primaverile accendeva il piano color mogano dei mobili della nostra sala, mi disse che aveva qualcosa di molto importante da dirmi. Si sedette sulla sua poltrona e mi fece accomodare su quella di fianco a lui, che era di mamma, e non sulla mia solita seggiolina, come a volere sottolineare l'importanza di quello che mi stava rivelando.

Fu un dolore interiore, che dissimulai bene, sentire che gli stavo rubando e mi stavo rubando qualcosa di molto bello, perché io quello che babbo mi disse quel giorno, del ciclo e del modo in cui nascevano i bambini, lo sapevo già da almeno da tre anni.

Ugualmente però, quel giorno, mi sentii speciale, come di più ancora mi sentii quando, pochissimo dopo, divenni signorina, come si diceva allora.

E fu mio padre la persona a cui mi rivolsi quando, recandomi in bagno, scorsi il mio primo sangue mestruale.

Andai da lui festosa ed orgogliosa e lui dolcemente mi raccomandò di andare da mamma che mi avrebbe dato l'occorrente.

Li rivedo ancora, quei suoi occhi un po' mesti.

Sapeva già di dover morire e d'altronde lo aveva sempre saputo, che sarebbe morto così giovane.

 

Un'altra volta lui mi fece sentire ancora più speciale, quando cioè comprò una macchina da scrivere e mi insegnò ad usarla, permettendomi di accedervi ogni volta che ne avessi avuto voglia o bisogno.

Mia madre protestò vigorosamente perché di certo l'avrei rotta, ma lui la rintuzzò dicendole che era molto importante che noi ragazzi fossimo stati al corrente delle scoperte tecnologiche e ne avessimo seguito il passo.

Poi si rivolse a me e mi disse: 'E tu, vero che non la romperai? '.

 

Io la conservo ancora, quella macchina da scrivere ed è ancora funzionante.

 

Ma troppe cose avrei da scrivere su di lui:

Il suo sguardo che si posava sulla sua auto appena lavata e lucida.

L'odore della liquirizia che sempre mangiava alla sera e che, dopo quarant'anni dalla sua morte, ancora si percepisce aprendo il cassetto del suo comodino che è a casa di mia madre.

Il suo russare che a volte mi spaventava, di notte,

Il suo gesto di dare la carica con la molla alla pendola che era di suo padre.

La sua stilografica e l'orologio d'oro da taschino, con la catena e le doppie casse. Il suo pennello ed il rasoio automatico con il quale si radeva.

Il suo ufficio, che io costruii con i mattoncini di costruzioni avuti in regalo per il mio undicesimo compleanno.

Anche lì mia madre non era d'accordo, che non erano giochi da femmina ed io ero già troppo grande per una cosa così, ma lui le rispose quietamente come era suo modo, che se a me quelli facevano piacere, era giusto che quelli io avessi.

Così ebbi in dono un secchiello di costruzioni Plastic City e la prima cosa che costruii fu proprio il suo ufficio, dova a volte la mamma mi aveva portato e che io vedevo come un tempio votivo, con quei libroni contabili, le scrivanie di legno massiccio, gli schedari e quell'odore di carta, polvere ed inchiostro, dato che ancora con l'inchiostro si scriveva.

 

Ricordo l'evento straordinario che mi preoccupò tantissimo della sua operazione ai polipi nasali e quel suo nasone fasciato ed il volto sofferente.

E quella volta che io avevo gli orecchioni e stavo molto male e lui si mise le mie babbucce di lana sulle orecchie, avevo quattro anni o forse meno e, nascondendosi a me sotto la spalliera a piedi del letto, mi faceva ' cucù ', facendomi ridere di terrore.

E le eterne discussioni con mia madre che era tutto un: non fare questo non fare quello e lui che la redarguiva: ' Lasciala stare, deve far e sue esperienze, deve imparare da sola, deve rompersi quella testa dura contro il muro, altrimenti non capisce! '.

E quando mi curava una strana infezione che mi venne a otto anni sulla gamba destra, che andava medicata e spremuta per fare uscire il pus, cosa che io lasciavo fare con coraggio, pur se sentivo un acuto dolore, ma era il babbo, che si prendeva cura di me.

E la grandiosa festa che diede per la mia prima comunione, con tantissimi invitati un rinfresco favoloso e tantissimi regali tutti per me.

E quando mi insegnò a nuotare, avevo quattro anni e mezzo, tenendomi con le sue mani sicure adagiata sul pelo dell'acqua e facendomi sentire la forza che mi sosteneva, indicandomi come abbandonarmi ad essa.

Imparai subito a galleggiare, a fare il morto e poi i movimenti del nuoto. Lui era un potente nuotatore a stile libero e me li mostrò ed insegnò tutti, gli stili, ma io sono una ranista nata e lui mi consigliò di assecondare la mia natura.

Poi, si faceva cingere il collo con le mie braccia e si immergeva, portandomi dove non toccavo, appoggiata sulla sua schiena. E sott'acqua io vedevo i suoi capelli fluttuare e le bolle d'aria che emetteva e sentivo la sua pelle contro la mia.

E quando mi caricava sul cannone della bici e mi portava a vedere il treno ed i campi, per me meravigliosi, appena fuori dalle mura della nostra cittadina.

Oppure la domenica d'inverno in spiaggia che camminavamo io e lui sulla rena bagnata in cerca di conchiglie, le più belle, le più colorare e rare e preziose.

E quando mi insegnò ad andare in bicicletta – ma quanti anni avevo? Non so, ero piccolissima – togliendo le rotelline di sicurezza per bambini ed esortandomi e non aver paura e a pedalare forte che l'aria mi avrebbe sostenuta.

Oppure mi assicurò i primi pattini a rotelle con le cinghie e mi sostenne, per poco, dato che io imparai subito, per farmi prendere sicurezza e confidenza con quel nuovo gioco incredibilmente bello.

E quella volta che morì il nostro vicino di casa, Giacinto, grandissimo amico mio.

Erano i nostri dirimpettai quando avevo otto anni ed abitavamo nella casa del suo amico dottore. La Peppa, Giacinto e la loro figliola che studiava alle magistrali e che si chiamava Felicina. Andavo sempre da loro e la sera mi davano una mezza tazzina del loro caffè, che di certo era d'orzo, caldo e zuccherato, raccomandandomi di non dire nulla alla mamma che sicuramente non sarebbe stata d'accordo. Erano affettuosi e gentili, comprensivi e mi adoravano: si facevano raccontare tutte le mie avventure, ascoltandomi come stessero assistendo ad un evento eccezionale.

Una sera, al mio voler andare di là da loro, come mio solito, babbo mi chiamò a lui, mi avvolse con le sue braccia e mi spiegò che il mio amico Giacinto era improvvisamente volato in cielo, perché il suo cuore tanto buono aveva cessato di battere ed ora era tra gli angeli e mi salutava da lassù.

Io piansi, sentendo la crudeltà di quella mancanza e gli rivolsi piangendo un sacco di domande su cosa stesse facendo ora il mio amico e come avrei fatto io senza di lui e come avrebbero fatto la sua Peppa e la sua Felicina, che quel pomeriggio avevamo imparato insieme a memoria, che io facevo prima di lei, anche se frequentavo la terza elementare, la poesia ' La fontana malata ' di Guido Gozzano.

E chh roch chh facevano i miei singhiozzi e lui che mi abbracciava stretta.

 

Se penso alla mia infanzia, quasi dovunque vedo i suoi occhi, ma ovunque sento la sua presenza: lo devo dire al babbo, lo devo chiedere al babbo, lo devo fare per il babbo, lo devo mostrare al babbo.

 

Per anni, dopo la sua scomparsa, io ho sentito chiaramente il rumore della sua auto nella stradina sotto casa all'ora del suo ritorno.

E, appollaiata sulla una lastra di marmo che aveva sopra un muretto di mattoni alto quasi due metri, che sosteneva il cancello del cortile del condominio, un giorno scrissi una poesia, avevo dodici anni, i cui ultimi versi erano:

' Restano solo cartacce bagnate

bagnate come il mio cuore. '

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Commenti: 2
  • #1

    mari (martedì, 01 gennaio 2013 17:22)

    ci mancano le cose che abbiamo avuto e non abbiamo più, ma le abbiamo avute

  • #2

    ariannaamaducci (venerdì, 04 gennaio 2013 23:46)

    si, mari, è vero, le abbiamo avute..
    l ricordo è in noi... ma ci mancano....molto..