IL VOLO DI UNA BAMBINA CHIAMATA ARI - CAPITOLI PRIMO, SECONDO E TERZO

IO A SEI MESI, MIA MADRE, MIO FRATELLO

 

CAPITOLO PRIMO

 

Si comincia

 

Oggi è il 31 dicembre 2012.

 

A 57 anni 10 mesi e 30 giorni dall'inizio di questo mio viaggio mortale vedo ormai delineato e quasi del tutto scritto il racconto della mia vita, questo volo di un angelo che nulla e nessuno ha saputo sporcare e spezzare.

Questo angelo che non sono io, Ari, ma che è dentro di me e si è vestito di questo sfortunato e doloroso karma umano per spezzare le sue catene, espandendo questa energia di rinnovamento in ogni direzione temporale spaziale e dinamica.

Sento che devo fare questo.

Lo sento e lo so da sempre, sin da bambina, quando, ancora alle elementari comprai un quaderno a righe e scrissi un titolo: ' Le avventure di Lucky, cucciolo coraggioso. '

Non scrissi altro, ma sentivo, sapevo che quel libro lo avrei dovuto completare.

E sapevo che quel cucciolo coraggioso – e sfortunato – ero io.

 

In questa mia autobiografia racconterò quanto mi successe, cercando di ritrovare la me stessa di ognuna di quelle avventure e lo farò come stessi raccontando ad un fantomatico ascoltatore, rivolgendo a lui in prima persona. Ma questo lui è un cumulativo di maschile e femminile. È un termine che non esiste mentre invece bisognerebbe inventarlo. Alcune lingue hanno il neutro, ma è da riferirsi ad animali e cose – ed anche qui io ho qualcosa da eccepire: un animale non è una cosa. Ed anche se sono fermamente convinta che pure le cose possiedano un'anima ed abbiano un loro modi di comunicare con noi, gli animali sono esseri a noi superiori, perché sono connessi con l'Uno in maniera totale e diretta, mentre noi abbiamo il vaglio di una mente affogata nelle illusioni da superare prima di giungere a questa fusione. -

Quindi vedo la necessità di coniare un termine che indichi lui e lei. Ci penserò su e cercherò di trovarlo.

 

Tornando al discorso sulla mia autobiografia, dato che alcune pagine sono già state scritte ed altro ad esse non ho da aggiungere, le integrerò qui, indicando la fonte dei miei vari scritti già esistenti da cui le ho tratte.

Infatti comincio questo mio lavoro con l'antefatto del mio romanzo – diario Io non sono di qui.

Questo scritto è stato composto nel maggio 2007, nella mia roulotte, quando Dana mi disse che non mi amava, che amava Elisa, ma che avrebbe accettato di continuare a fare l'amore con me ma direi che si adatta quasi perfettamente alla mia situazione odierna.

A distanza di cinque anni e mezzo mi trovo ad un punto della mia vita assai simile.

Anche se diverse differenze esistono: ora so chi sono e cosa sono venuta a fare qui. Allora non sapevo della esistenza di questo angelo dentro di me. Inoltre so per certo di aver concluso il mio percorso riguardante i rapporti di coppia. Ho imparato a stare da sola. Ho imparato la differenza tra il sesso e l'amore. Ho imparato a scegliere quello che voglio veramente e so non accontentarmi. Inoltre so che mi resta solo il compito di dare testimonianza.

 

CAPITOLO SECONDO

 

Lo specchio opaco

 

 

Solo attraversando il più intenso dei dolori, la peggiore delle paure, il più profondo sconcerto, la più acuta disillusione, si arriva veramente al fondo di sé, ci si spoglia di tutte le maschere e si resta nudi come bambini, puliti come coloro che non esistono e che non possiedono niente, puri come chi non ambisce a nulla, nuovi come chi non sente il desiderio di ricominciare, tranquilli come chi non deve aspettare.

 

Molte volte ho ripreso da capo la mia vita senza accorgermi che, in effetti, il mutamento che apportavo era solo un cambiarsi d’abito e mi sono accostata alle mie speranze e ai miei sogni con la certezza che li avrei raggiunti, che ce l’avrei fatta, che sarebbe stata la volta buona.

Ma regolarmente ogni volta mi sono infranta su completi disastri e fallimenti.

 

Io non so capire gli altri e non so farmi capire dagli altri.

 

Ho sempre avuto un forte bisogno di conferme dalle persone che mi sono state intorno, necessità di apprezzamenti, di riconoscimenti, come se tutte le mie azioni non avessero valore in quanto tali, ma solo agli occhi degli altri.

Sono sempre andata incontro alle persone che via via ho conosciuto, sempre affamata del consenso altrui, sempre condizionata dall’attenzione che gli altri erano disposti a concedermi.

Per questo motivo mi sono trasformata in una persona dal carattere accondiscendente, tranquillo e refrattario ai litigi, ma la mia tensione interiore, la mia profonda insicurezza, il non vedermi e il non conoscermi se non riflessa negli occhi di qualcun altro, ha finito per rendermi troppo esigente.

La mia totale disponibilità, la mia totale abnegazione in tutto quello che ho affrontato – lavoro, relazioni interpersonali, amicizie, legami sentimentali e sessuali – diventava così difficile da contraccambiare che, dopo un certo lasso di tempo, ognuno si è allontanato da me, in apparenza non per colpa mia, sempre senza accuse precise, senza litigi: così, solo per il fatto che ero insostenibile.

 

Io non so camminare sulle mie gambe, non so stare da sola.

Se non ho una persona alla quale pensare, se non ho qualcuno a cui scrivere poesie, se non ho qualcuno da aspettare, io non mi sento viva.

 

Oggi io ho rotto i rapporti con il genere umano.

 

Non chiederò più amore a nessuno. Non mi aspetterò più di essere cercata, compresa, capita, apprezzata, amata, perché io non rappresento nulla di tutto ciò.

Questo è il mio karma.

Oggi lo vedo chiaramente e lo accetto.

Non desidero più morire. Desidero vivere così, da sola come in effetti sono, facendomi compagnia, senza aspettare niente, senza dare niente.

Così non mi sentirò più incompresa e rifiutata.

Non coinvolgerò più nessuno nella mia vita, non deluderò e non asfissierò più nessuno.

 

Scruterò nella mia mente, scoprirò quello che c’è dentro.

Capirò quello che sono, quello che faccio e cosa devo aspettarmi dai miei comportamenti.

Se poi qualcuno richiederà qualche cosa da me, se riuscirò, gliela darò: qualche pensiero, qualche illuminazione, affetto e amore fisico per Dana.

Ma non c’è null’altro dentro di me se non la certezza che comunque questo mio essere ha un senso, - anche se non lo vedo e non lo capisco - e la certezza che la mia preghiera di protezione per le persone che mi stanno accanto ha un valore, ha un’effettiva necessità, perché io ho la capacità di assorbire il dolore degli altri, ho la capacità di trasmettere energia positiva.

 

Questo farò, ma null’altro, per il momento, finché la luce non avrà scostato le cortine del buio che mi avvolge, buio nel quale cerco una certezza.

Avendo elargito tutto sempre a tutti senza ricavarne mai niente di positivo, avendo cercato e offerto tantissimo amore senza mai essere ricambiata e senza che nessuno si sia sentito amato da me, senza che nessuno sia stato felice grazie a me, ora vedo: quello che devo fare è stare con me, non dare nulla, non chiedere nulla, non aspettarmi nulla da nessuno, vivere del sole che splende, della pioggia che cade, della terra che produce i suoi frutti, delle parole che mi sgorgano da dentro, del senso di appartenenza a un genere che non capisco ma del quale occasionalmente faccio parte, aspettando senza desiderarlo l’ultimo giorno della mia vita.

 

Non devo desiderare più nulla, non devo avere più bisogno di nulla e, come sono veramente riuscita a fare, non devo avere più nulla e più nessuno, affermando comunque che la mia vita ha un valore.

Sono l’espressione di una legge infinitamente saggia che in me trova un senso e una necessità e per questo semplicemente vivrò, come specchio di una mente sconvolta che afferma la sua unica verità…

 

PARTE PRIMA

 

La mia infanzia

 

CAPITOLO TERZO

 

Grida di vita e di morte Mia madre e Balena Quattrocchi

 



Sono nata il primo febbraio 1955 in via Natale dell'Amore.

Il mio vero nome conserva le stesse prime tre lettere iniziali del nome che ho scelto come nome d'arte, lettere che sono: Ari Ama.

Un nome, un programma..


- ciò che segue è tratto dalla seconda stesura di Io non sono di qui -

 

Non saper amare, non poter amare, non riuscire ad amare…

Il mio cuore: pensieri chiusi come un guscio, in una nuvola nera, in una nebbia densa che impastoia le parole.
I gesti si cristallizzano, la mano non si tende, il sorriso non nasce.
La carezza ritorna nella tasca sempre chiusa e quegli occhi che aspettano sono laghi di attesa, profondi e scuri.
Quelle labbra appena sfiorate sono archi tesi senza frecce.
Quel riso che non sgorga dalla gola è l’aborto di tutta la musica dell’universo.

Non saper amare è un buco nero.
Risucchia e inaridisce tutto dentro, prosciuga e indurisce tutto fuori.

Mia madre…

Ricordo la casa dove sono nata.
Avevo tre anni quando l’hanno demolita per costruirvi sopra e per volontà di mio padre, - ahimè -, un orrendo condomino di sette piani, nel quale ancora vivono mia madre e mio fratello con la moglie.
Ma allora la speculazione edilizia era appena cominciata e, invece che una terrificante piaga dell’umanità, sembrava, come sempre accade al sorgere delle cose malvagie, una meravigliosa possibilità di migliorare notevolmente il tenore di vita della gente comune.
Era una casa ottocentesca, a due piani, con la facciata di mattoni a vista, che correva con la lunghezza di due comuni caseggiati lungo una via di Imola appena fuori dalle mura del centro storico.
Ricordo il portone d’ingresso di legno scuro con la volta e l’inferriata alla sommità, come usava allora.
L’androne era lungo e ombroso. A destra correvano le scale per il piano superiore. In fondo c’era un’ampia cucina non troppo luminosa, con il camino in un angolo e una finestra vicino all’acquaio di granito, il tavolo centrale con le sedie impagliate e la credenza laccata color crema coi pomelli di vetro, sull’altra parete.
Vicino alla porta della cucina c’era quella che scendeva in cantina.
Per un scala stretta e ripida si accedeva a uno stanzone di due o tre vani, poco illuminati. Il pavimento era di terra battuta e le pareti di mattoni ricoperti di un graticcio di piccole e fini canne per mascherare le fioriture del salmastro e dell’umidità.
Nella polvere erano adagiati e abbandonati materiali vari, tra i quali damigiane, bottiglie di vino, cassette da frutta e tutta una popolazione di ombre alle quali io non ho mai attribuito una definitiva appartenenza, ma che erano vive e pulsanti, pur nel sonno della dimenticanza.
Erano creature sottilmente minacciose, anche se parzialmente addomesticate dalla protezione famigliare.
Erano odori e suoni attutiti provenienti dal passato.
Io scendevo di nascosto, col cuore in gola, per prendere bottiglie nelle quali stipare petali di rosa da far macerare nell’acqua con l’aiuto di un ago da calza rubato alla mamma e creare così la mia personale e originalissima «acqua di rose».
Oppure staccavo dalle pareti qualche pezzetto di quel canniccio per poi salire alla finestra del bagno e soffiare via bolle di sapone, diafane e coloratissime, fragili e piene di fantasie, attingendo acqua e detersivo per i piatti da un bicchiere che mamma mi aveva finalmente preparato, cedendo alle mie estenuanti insistenze.
L’odore della cantina mi avvolgeva come un mantello, quando aprivo la porta, ed era come se mi attirasse e mi respingesse insieme.
Era un odore vinoso e polveroso, acre di muffe e di salnitro, di terra umida e di ferraglia in disfacimento. Era l’odore di qualche topo e del nostro gatto, Giacomino.
Era qualcosa nel quale immergersi un attimo per poi scappare via, con la sensazione di aver vinto una sfida, assaporando nuovamente il profumo dell’aria fresca.
Una sfida che mi affascinava nonostante la paura provata nel lanciarla.

Io avevo un sacro terrore del buio e ho continuato a soffrirne fino all’età di ventitre o ventiquattro anni.
Ma la voce del buio mi chiamava e io mi avvicinavo a lei come attratta dal canto della mia sirena interiore.

 

Una volta ottenuto quello che cercavo, chiudevo trionfante e ancora allarmata la porta dietro di me e tornavo nella mia casa, quella che non aveva sottofondi oscuri e retroscena paurosi.
Correvo allora con la canna e il bicchiere di saponata alla finestra del bagno, che si trovava nel pianerottolo, tra le due rampe di scale.
Il bagno era stato costruito in un secondo tempo ed era esterno alla casa, adiacente solo con la parete sulla quale era stato ricavato l’ingresso. C’era un piccolo sgabello tra il lavabo e la tazza del water e io lo spostavo sotto l’orlo della finestra usandolo come piedistallo per poter far scendere le bolle e poi guardarle volteggiare lentamente e voluttuosamente verso il basso.
Qualcuna si accendeva di un ultimo sfavillio e poi, come gonfiata dall’espansione interna del suo essere, scoppiava in uno spruzzo di goccioline.
Altre, invece, mollemente adagiate nell’aria che le corteggiava, rubavano dolci e cangianti ricordi di un arcobaleno visto chissà dove e chissà quando e si posavano sulle superfici che al piano sottostante le accoglievano: il terreno, le foglie di una rosa, la ghiaia della corte, il ramo di un arbusto o il fiore dell’aiuola di trifoglio lilla che correva per tutto il giardino.
E dove si posava, esitava un attimo più o meno lungo, decorando l’oggetto che l’aveva accolta della sua lucida meraviglia e poi scoppiava, lasciando l’impronta di sé, che lo rendeva ancora per qualche tempo più vivo e colorato, come se la sua essenza durasse ancora un po’ dopo la sua dissoluzione.

La mia camera da letto era invece al piano superiore, vicina a quella dei miei e di mio fratello.
Quelle stanze io non le ricordo, ma sento ancora la voce dei miei che a letto parlavano tra loro prima di dormire, mentre io ancora non cedevo al sonno e, come un fantasma, riecheggia il colore rosa antico di una coperta matrimoniale e il bagliore un poco polveroso di un lampadario di vetro soffiato color giallo scuro e rosa, con foglioline e arzigogoli di metallo.
Nella mia camera c’era un’étagère di legno scuro.
Mi ha accompagnato nei miei spostamenti fino a non so più quale trasloco, per essere poi alla fine sacrificata all’immondizia quando ormai l’età era così avanzata che non era più proponibile alcun tentativo di restauro.
Il nome le dava una pompa che non aveva, dato che era una piccola mensola a tre ripiani, con ciascuna delle spalliere formata da tre listarelle di legno in scala triangolare, ma raccoglieva i miei pochi giocattoli e alcune cianfrusaglie: i miei tesori.
Così, nella mia accesa fantasia infantile, l'étagère appariva un mobile da re.


Sul lettino a una piazza, poi, c’era la cosa che mi piaceva di più della mia camera: la sopracoperta di cotone grosso e un po’ ruvido, con stampati tutti i personaggi della fiaba Bambi di Walt Disney.
Assieme all’allegro cerbiatto, con le belle macchie bianche sul dorso fulvo acceso, c’erano la madre non ancora morta, il coniglietto e le farfalle, nascosti nella vegetazione di un bosco luminoso e fiorito, del quale io percorrevo col dito i sentieri segreti e rubavo suoni e odori, così che i miei viaggi immaginari trovavano sempre nuovi itinerari fino a che il sonno non mi vinceva e non mi rapiva per i corridoi dei miei sogni.

Una mattina mi svegliai e chiamai la mamma, ma la casa era silenziosa e nessuno mi rispondeva.
La luce filtrava già dalle finestre, il giorno era sorto da un pezzo, ma nessuno rispondeva al mio richiamo, che diventò un pianto e poi un singhiozzo che mi stringeva così forte la gola e il petto da impedirmi di respirare.
Un senso di abbandono, gelido e spaventoso, invase ogni cellula del mio piccolo corpo.
Avevo due anni circa, come poi confermò mia madre nel risalire a questo ricordo.
Il tempo che trascorse finché lei, Renza, non giunse al mio richiamo mi sembrò e mi sembra ancora, rammentandolo, così vivido e presente come se lo stessi vivendo in questo momento, infinito e intollerabile.
Poi risuonò la sua voce che mi ammoniva dalle scale di smettere di piangere e la sua presenza austera, della quale sentivo un assoluto bisogno, finalmente mi sottrasse alla morsa della mia infinita paura.

Piangevo molto da piccola.

I seri problemi di salute dei primissimi mesi si protrassero fin quasi al primo anno di età, insieme alla penosa incertezza sulla mia sopravvivenza, e la gastroenterite che mi minava la salute mi provocava acute sofferenze.
Nelle foto di quando avevo sei mesi si vede una piccola ranocchia – e pensare che appena nata pesavo quattro chili e duecentocinquanta grammi! – con i capelli rasati a zero, un odioso vestitino di trine bianco e un’aria triste e sofferente, contrastante con il sorriso smagliante ma freddo di mio fratello, di cinque anni più grande di me e l’aria da azdora affaccendata ed efficiente di mia madre.

L’azdora era, nelle campagne romagnole, la moglie del fattore o del mezzadro, che gestiva il pollaio e l’orto, custodiva la chiave della dispensa ed esercitava il comando sui figli e spesso anche sul marito.
Era l’anima rustica e affaccendata delle nostre campagne, dove non si buttava via niente, dove la terra era generosa e l’estro del contadino molto scaltro nel ricavarne il massimo profitto.
Erano donne in carne, tornite ma non grasse, dal sorriso fiero e orgoglioso, indurite e rese asciutte dall’ambiente aspro in cui vivevano che prosperava grazie alla loro ingegnosa operosità.
Tale sembrava mia madre a trent’anni, quando mi mise al mondo.
Io ricordo perfettamente la mia nascita, come la rivivessi ora.

Lo stanzone della sala parto era gremita dalle sue grida, che cercava di soffocare ma che le squarciavano il petto, contro ogni sua volontà. Infermieri e medici biancovestiti si affaccendavano attorno a lei, cercando ogni nuovo o antico rimedio per farmi uscire da quello stretto canale di carne che mi stringeva come una morsa, al quale io mi aggrappavo e mi contorcevo con tutta la mia inconscia disperazione.
A nulla servì ogni tentativo e allora ecco la maschera con l’etere togliere la coscienza alla stremata partoriente ed il coltello, il bisturi affilato, incidere il suo ventre rigonfio e maturo come ad estrarre il nocciolo da una pesca.
La tagliarono da sotto lo sterno fino al pube ed ella ebbe il ricordo di me impresso nella sua carne come un marchio a fuoco, fatto per la vita.

Così mani estranee mi trassero da quella culla che era diventata quasi una bara, cianotica, anossica, morente o forse già morta.
E non respiravo.
Allora l'ostetrica si fece portare una bacinella di acqua molto calda ed una di acqua gelata e mi immerse ripetutamente d'alluna all'altra, sculacciandomi vigorosamente la schiena, in modo che lo shock termico e le scossa mi obbligassero a contrarre i polmoni e ad emettere quel primo assolutamente insostituibile respiro.
Io so che non sapevo che fare, che soffrivo che avevo paura, ma che, si, respirai, ruggii tutto il mio dolore, il terrore, il mio sollievo e il mio ego, fino a liberare ogni intoppo nei miei polmoni, nel naso e nella bocca, superando ogni ostacolo interiore solo per la volontà di esistere, di vincere quella stretta che mi voleva condurre nel regno dal quale io volevo uscire, il grembo della morte.


E vissi, vissi , vissi.

Ma lei, la mamma mia, colei che mi aveva voluta e tenuta dentro si sé per quei lunghi nove mesi, lei, dopo che fu ricucita come un grossolano sacco di iuta ormai vuoto e riportata ancora addormentata nel lettino della degenza, lei, fu trovata in un lago di sangue, ormai abbandonata all’oblio, alla fine, da mia zia, che, vedendola sbiancare innaturalmente, sollevò il lenzuolo e la coperta posta pietosamente, ma invano, a riscaldarla.

Lottò tre giorni tra la vita e la morte, ma mio nonno faceva il barelliere proprio in quell’ospedale, - che da fuori sembrava più una antica villa patrizia, con scalone semicircolare ad attorniare ai due lati l’ingresso immerso nel verde - e donava spesso il suo sangue in cambio di cibo e carne da portare a casa alla già numerosa nidiata affamata che aspettava il suo ritorno, accontentandosi per se stesso di un quarto di vino rosso, grosso e corposo.
Quella volta egli fece dono delle sue vene alla carne della sua carne e il rubicondo suo sorriso vinse dentro le membra esauste della sua giovane figlia, strappandola ad un amaro destino, riportandola a coloro che la stavano aspettando, tra tutti io.

Mi misero nome Arianna, - nome scelto da mio fratello in onore di una sua compagnetta che gli piaceva assai - battezzandomi in fretta e furia, così come in fretta diedero i sacramenti di morte a mia madre, non sapendo quanto tempo ci restasse da vivere, e mi adagiarono tra le braccia di un’altra puerpera, che aveva dato alla luce il giorno prima un bel bambino, sano e bello.
Lei era una donna forte di Romagna e aveva tanto latte anche per me: io, nonostante non riconoscessi l’odore di quella pelle estranea né la voce, mi avvinghiai al suo seno turgido di fluido vitale e lasciai che si placasse, suggendo con energia, la fame che da tante ore mi torturava, sentendo il liquido caldo entrare nella mia bocca, lievemente salato, e scendere nel mio stomaco ormai rattrappito: latte materno caldo e vivificatore, grato di sapore e di consistenza, giusto per me.
Per tre giorni bevvi di quel nettare, ignorando l’agonia della mia vera madre e saziandomi di quell’abbondanza generosa e offerta con amore da una madre in affitto, dolce donna dal grande cuore genitore.

Finalmente i medici decisero che Renza si era ripresa abbastanza ed era fuori dalla sua agonia di morte e quindi decretarono che fosse pronta anche ad attaccarmi al suo seno.

Così io provai per la prima volta il suo abbraccio, il suo calore, riconobbi il suo odore: mia madre.
Ma quanto dolore ancora nel suo povero corpo martoriato e nella sua mente sconvolta dalla paura e dalla sofferenza!
Le sue braccia erano rigide e non aveva sorrisi per me, poiché a stento ancora tratteneva la vita tra i denti e il suo latte, anche se abbondante, si era guastato e mi ammalò gravemente.

 

Aggiungo oggi che inoltre, quando mi vide per la prima volta, la mia testa di capelli rossi la ferì acutamente. Detestava le persone con quel colore. In Romagna, a ricordo dell'invasione gallica, c'è tutta una quantità di persone che hanno i capelli rosso carota, la pelle molto chiara, spesso ricoperta da efelidi e gli occhi azzurri o verdi o grigi. Questi vengono chiamati ' gaggi ', per l'esattezza: ' 'e gag ' oppure ' la gagia ', se si trattava di una femmina.

Ebbene, mia madre detestava quel colore e chi appartenesse a quella categoria, cosi spudoratamente non occultabile.

Vedermi così le provocò una immediata e viscerale repulsione che non le è passata mai. Ogni volta che mi ha guardato i suoi occhi mi hanno sempre raccontato quanto mi vedesse brutta. Sempre, ogni volta....


Cominciò così la mia lenta agonia, uno stillicidio durato sei mesi, perché ogni goccia di quel latte amaro rivoltava le mie viscere con dolori acuti e strazianti: perdevo peso e piangevo, giorno e notte.

A sei mesi pesavo come il giorno della mia nascita, quattro chili e duecento grammi ed ero una piccola triste, inconsolabile, insopportabile figlia.
Solo l’intervento provvidenziale e ormai insperato del farmacista con un rimedio antiquato come l’acqua seconda di calce, mi salvò la vita.
Mio padre sacramentava che avevano speso inutilmente un sacco di soldi per farmi visitare da tutti i dottori e i luminari di Imola: come poteva un rimedio così semplice e poco costoso rivelarsi efficace?
Ma mia madre insistette, tanto le avevano ormai provate tutte e la rovina ai rovinati non fa paura.
Infatti il farmacista mise in acqua della calce viva, poi la scolò e la rimise di nuovo in acqua: dopo un certo tempo di posa me la diedero da bere, disinfettando così il mio intestino malato.
Da allora ripresi a crescere di peso ed ebbi salva la vita, ma ormai il danno nel mio piccolo cuore era fatto: continuavo a piangere, dato che il meccanismo per attirare l’attenzione di mia madre e ottenere le sue cure, era quello.

Il mio pianto continuo aveva stancato incredibilmente i miei poveri genitori, che non potevano neppure dormire. Infatti mio padre, che essendo ragioniere doveva recarsi in ufficio e stare attento a quello che faceva, perché allora i conti si eseguivano a mente, finì per trasferirsi a dormire in un’altra stanza.
Mia madre si ritrovò ad affrontare la sua debolezza fisica e la mia, un altro bimbo, mio fratello, che pur essendo molto tranquillo comunque era pur sempre un impegno notevole, e tutta la casa da mandare avanti.
Mio padre per aiutarla le comprò la prima lavatrice, semiautomatica, che però risolveva solo in parte i problemi da affrontare.
A volte mia zia Teresina si prendeva cura di me, anzi spesso, dato che abitava col marito nella «casina», una dependance che sorgeva nel nostro vasto cortile. Ma era in attesa del suo primo figlio, che sarebbe nato dieci mesi dopo di me, quindi più di tanto non poteva fare.
Mi cantava le canzoncine.
Mi piaceva quella della Bella Fantina e gliela chiedevo continuamente. Lei mi stringeva al seno prosperoso e me la cantava con la sua voce viva e un poco stonata.
Mi appoggiavo al suo respiro caldo e mi sentivo felice…
Ma non era mia madre.

Mia madre era una donna severa e poco incline ai gesti d’affetto.

Nata dopo cinque fratelli, mia nonna, quando vide che era giunta una femmina, in preda ad oscuri presagi di sofferenze e difficoltà, fuori di senno per la preoccupazione ed il parto, avrebbe voluto buttarla nel canale e così porre fine a quella piccola vita innocente, già gravata di dolorose pesantissime responsabilità, appena venuta al mondo.

I presagi di nonna non si dimostrarono errati e Renza, che aveva un carattere forte ed indipendente, venne piegata a suon di busse e di privazioni ad una vita di piccola schiava, per aiutare la madre, perennemente incinta, a crescere i fratelli giunti dopo di lei, che le volevano stare sempre in braccio, anche se quasi pesavano più di lei: in tutto mia nonna diede la vita a tredici figli, di cui due morirono in tenerissima età.

Non patirono mai la fame più nera, neppure in tempo di guerra, quando Renza, che aveva dodici anni, gestì da sola un piccolo negozio di alimentari, col quale salvò la famiglia, perché gli annonari, i controllori delle schede delle merci che entravano e uscivano, tutte contrassegnate da bollini per evitare il mercato nero, chiudevano un occhio se mancava qualche chilo di zucchero o di farina, sapendo che dodici figli erano tanti da sfamare.
Ma il clima in casa era duro.
Tenere in riga tutti quei figlioli era una gran fatica per il nonno, che solo con i nipoti si mostrò dolce e affettuoso: con i figli, urla e cinghiate.
La nonna poi era una querula rompiscatole, sempre incinta e sempre a lagnarsi di tutto, poveretta.
E pure i fratelli di mia madre volevano fare le veci del padre nei suoi confronti e quindi lei crebbe vessata su tutti i fronti.
Non le fu permesso di andare a scuola, cosa che lei desiderava tantissimo, essendo dotata di viva intelligenza e desiderio di sapere ed emancipazione, mentre vedeva i fratelli maggiori studiare per diventare maestri.
Fu fermata alla seconda elementare, nonostante il suo continuo ribellarsi, tutto il giorno stava con i piccoli in collo e il bucato da fare.
Non si lamentava del duro lavoro, ma la domenica ella voleva uscire a passeggio tra i portici del centro dell’antico borgo, dandosi un velo di cipria e una lacrima di rossetto, come facevano le sue amiche che venivano da famiglie più agiate e aperte, però ad ogni passo doveva nascondersi dietro una colonna o la nicchia di un porta perché le amiche, che facevano buona guardia, l’avvertivano del passaggio di uno o dell’altro dei fratelli suoi controllori, che l’avrebbero ricondotta a casa e di nuovo rinchiusa, dopo una razione di cinghiate.
Erano offese e violenze che lei incassava senza battere ciglio, senza dare loro la benché minima soddisfazione, poi, fuggiva di nuovo di casa alla prima occasione, a volte, mentre dopo pranzo si faceva la siesta pomeridiana, calandosi dal balcone.
Furono colpi che le insegnarono così la supremazia maschilista e il suo duro destino di donna, nata per lavorare senza riposo e riprodurre figli, come animali.

Ma Renza era una persona orgogliosa e molto vitale.
Mise su una corazza di tutto rispetto e proseguì la sua vita a onta di coloro che la osteggiavano.

Era bella e vivace, senza sapere di esserlo, fiera come una puledra indomita, ma trovò chi le mise il morso e la piegò al compito di donna, moglie e madre.

Dopo la sbandata delle truppe italiane dell’otto settembre, tutta la famiglia si rifugiò in una grotta naturale nascosta tra colline lussuriose di vegetazione spontanea, dividendo fame e promiscuità con altre famiglie lì radunatesi per scampare alla ritirata dei tedeschi che risalivano la penisola italiana seminando morte e distruzione ovunque passassero.

Proprio lì Renza incontrò mio padre, che nello stesso luogo, abbandonata la divisa militare, si era nascosto con la sorella più giovane.
Si innamorarono, anche se lui, ragioniere e universitario, la trattava con sufficienza, perché ella era un fiore selvatico, nato tra le spine.

Appena tornò la pace, mia madre riuscì a vincere le resistenze del suo fidanzato, partorite dalle sue fissazioni mortifere, -dato che non voleva lasciare orfani poiché era convinto che sarebbe morto a 49 anni come entrambi i suoi genitori – cosa che poi accadde effettivamente - e si sposarono un mercoledì di giugno, la mattina alle sei, vestiti con gli abiti migliori ma senza pompa magna e senza pranzo nuziale, partendo poi immediatamente per un viaggio di nozze sul Lago di Garda, meraviglioso per lei che non aveva visto altro che il piccolo borgo dei suoi natali.
Di quel viaggio resta ancora un dagherrotipo in bianco e nero che mostra il suo fine e bel viso incorniciato da un foulard per proteggersi dal vento di poppa della barchetta che li portava a fare il giro del lago, accanto a lui, alto e distinto, con la folta capigliatura scura spettinata dall’aria frizzante di quella indimenticabile giornata di sole.

 

Essi erano vestiti alla moda degli anni cinquanta, lei con la gonna a ruota ed una semplice camicetta, lui con pantaloni sportivi ed un gilè di lana a scacchi e stavano a farsi fotografare a fianco della campanella per gli avvisi e gli allarmi.

Da quel giorno, Renza passò da una prigionia violenta ed ignorante, ad una più fine e apparentemente rispettosa, ma costretta alla sudditanza psicologica da quell’uomo tanto maggiore di lei per ceto ed autostima, che le incuteva, insieme ad un ardente amore e passione, anche tanta soggezione.

Andarono ad abitare nella casa avita dei genitori di mio padre, appunto quella bellissima costruzione che io ricordo, arricchita da un rigoglioso giardino interno ornato di palmizi, stile coloniale, grande e che però andava lentamente sgretolandosi e disfacendosi.
Dopo due anni di matrimonio nacque mio fratello Angelo, anche lui con taglio cesareo, un bellissimo bambino biondo con gli occhi azzurri, calmo e riflessivo, intelligentissimo e portato per le arti matematiche e la fisica, un figlio perfetto, che fu la loro gioia, che non diede loro nessun problema, crescendo sereno e fecondo di sogni e speranze.
Per questo mio padre si legò a lui di un affetto morboso, cercando di dargli tutto ciò che a lui era mancato dopo la morte prematura dei suoi genitori, diventando così geloso di quel figlio unico nel suo genere, amato ed adorato da tutti e reagendo in modo sempre più apprensivo nei suoi confronti, rasentando la patologia.
Fu per questo che Renza, pensando che un altro figlio avrebbe portato aria nuova in casa e avrebbe allentato la pressione sul primo di questo legame soffocante per tutti e tre, tanto fece e tanto insistette, che alla fine convinse mio padre a farla concepire.
Così, io venni procreata come un intervento curativo, non per un effettivo desiderio di me..

Mia madre mi narra sempre che, quando lei si ribellava alla ferrea disciplina impostale, sua madre si lamentava aspramente e le augurava di ritrovarsi poi in età adulta con una figlia ugualmente ribelle, che le avrebbe fatto provare quello che lei stava provando in quel momento.

La «maledizione» di nonna si era avverata puntualmente: io fui la spina nel fianco di mia madre.
La mia testa di riccioli rosso rame vagava indomita e velocissima in ogni angolo della casa e ogni oggetto era un fantastico gioco: la pentola e il suo coperchio una sonora batteria, una sedia sdraiata per terra con un cordino attaccato ed in mano un fuscello per frustino, era il mio cavallo Furia, col quale galoppavo sfrenatamente per le pianure estese della cucina dai muri ingrigiti dal fumo del camino.
Una grande scatola vuota era il mio vascello sul quale solcare le tempeste dei sette mari fino ed oltre le Colonne d’Ercole; due pezzi di legno legati insieme a croce erano Excalibur, brandita con coraggiosa arroganza per uccidere spaventosi draghi o malvagi maghi e salvare avvenenti principesse e poveri orfani.
Un tappeto sul quale mi sedevo afferrandomi saldamente alle nappe, era il magico strumento di volo per librarmi sulle dorate e ondulate dune di un remoto deserto africano, guardando in basso le fila dei cammellieri snodarsi, chiusi nei loro mantelli blu e recarmi così alla mia oasi gravida di palmizi dai dolcissimi datteri tra i quali risuonava una cristallina e perpetua fonte di acqua purissima che celava l’ingresso alla mia grotta segreta, dove custodivo, per poi distribuirlo ai poveri che incontravo lungo il cammino, un favoloso e inesauribile tesoro sfavillante di pietre preziose dai colori e le forme del mio adorato caleidoscopio.

 

Tutta la grande casa risuonava delle mie grida, dei miei canti, imparati alla scuola materna ed eseguiti perfettamente con una potente e intonatissima voce bianca.

E quando mia madre si lagnava di me con mio padre, cioè sempre, lui le rispondeva: «L’hai voluta? Adesso goditela!».
E lo diceva nel nostro bel dialetto colorito, lui che era figlio di maestri e parlava solo l’italiano, proprio per sottolineare la nemesi della realtà oggettiva.
Una nemesi che si era materializzata nella mia testa di capelli rosso rame, colore che mia madre odiava, fino al punto di tenermi rasata a zero per diverso tempo, nella speranza che scurissero. - Cosa che si avverò solo in età adulta, quando, se avessi avuto il mio gradevole colore originale, mi sarei risparmiata tempo e denaro dalla parrucchiera.-

Fu così che fui strappata dal seno caldo e accogliente della mia balia, che mi riscaldava e mi saziava facendomi addormentare serenamente e consegnata al seno colmo di quel latte avvelenato che mi contorceva le viscere, abbandonandomi ad un dolore incomprensibile senza abbracci confortanti.

Il mio pianto era continuo e una volta mia madre mi prese sulle ginocchia e mi sculacciò di santa ragione. Io avevo all’incirca un anno e lo ricordo sicuramente, ma questo racconto è fiorito più volte sulle labbra di lei con una specie di trionfo, come a sancire una vittoria e non invece una sua sconfitta, dato che io non avevo nessuna colpa del fatto di piangere e di stare male ed ero troppo piccola per essere educata a sculaccioni, soprattutto per superare un problema del genere.
Ma allora la pedagogia era quella e l’indole di mia madre l’assecondava.
Quando fui un po’ cresciuta (avevo ormai tre o quattro anni), poiché la mia abitudine di piangere persisteva, lei inventò un ottimo sistema per farmi smettere.
Facendo leva sul mio spiccato orgoglio e sulla mia permalosità molto accentuata, quando per strada qualche conoscente, incontrandoci, mi rivolgeva dei complimenti, sottolineando quanto fossi bella – cosa che forse era vera o forse no, dato che per lei bella non ero di sicuro – lei rispondeva sempre:
' Sarà pure una bella bambina, ma piange sempre! '
E fu così che io smisi di piangere, cosa che sicuramente significò fare dell'altro male a me stessa.

Mio fratello invece, che io adoravo, se ne stava quieto e silenzioso a studiare la sua amata matematica e a smontare radio, ricavandone valvole, diodi e strani congegni che poi ricuciva col piccolo saldatore a piombo che gli era stato regalato.
Io lo scrutavo, senza che lui se ne accorgesse, dallo spiraglio della porta socchiusa e mi sembrava un potente mago alla ricerca della pietra filosofale.

La sua calma e riflessività risaltava sulla mia vivacità da ragazzaccio e mia madre, che aveva sognato una dolce bambina da vestire di trine e pizzi che lei stessa era abilissima a confezionare, si trovava un figliolo maschio perfetto, sempre pulito e in ordine, al quale non rivolgere mai il benché minimo rimprovero perché non ne aveva bisogno e che quindi adorava e ammirava sconfinatamente e, di contrappasso, una figlia femmina che sembrava uno scugnizzo di Napoli, sempre con le mani sporche di terra o chissà cos’altro, con i delicati golfini dai colori pastello che mi faceva con tanta pazienza, tutti sfigurati da macchie d’erba o di fuliggine e polline di fiori.

Così erano eterni rimbrotti e sgridate e a volte sculaccioni, che lei mi impartiva con la sacrosanta intenzione di insegnarmi a diventare l’ educata e leggiadra fanciulla che avrei dovuto essere, lasciando nel mio animo sensibilissimo un amaro convincimento che ella non mi amasse affatto, che anzi mi disprezzasse, che non mi volesse accanto a sé, convincimento sottolineato e reso più saldo dal suo essere asciutto, senza baci né abbracci, che da bambina non aveva ricevuto mai, e dal fatto che non mi rivolgesse complimenti e vezzeggiativi, che io proprio non le ispiravo

Fu così che il forte disagio, la grande estraneità al comune essere che era già stampato in me dalla mia concezione, si sviluppò ogni giorno di più verso un futuro complesso e doloroso.

Il dolore è un abitante subdolo del tuo corpo, silenzioso, discreto, tanto che spesso non ti accorgi neppure di lui; ma non paga l’affitto.

Abita ogni tua stanza, si allarga mano a mano che ti allarghi tu, cresce un centimetro se tu sali di un centimetro e ti fa da contrappeso.

Io mi abituai presto al suo passo felpato e ad appoggiarmi a lui, cercando un equilibrio che non trovavo da nessun’altra parte.
Lui era sempre presente e mi porgeva, con il suo sorriso mesto, sempre qualcosa a cui pensare, qualcosa di cui scrivere, qualcosa da cercare o da cambiare.

Non so quando lui sia diventato il padrone della mia casa, quando anche l’ultima cambiale sia scaduta non pagata e lui si sia impossessato di tutti i miei averi, so solo che mi ha lasciato la possibilità di continuare ad abitare dove avevo sempre vissuto, ad usare le vettovaglie che mi avevano fornito, le risorse che mi erano state donate.

Cominciai allora ad irrobustirmi e così presero il via altre torture.
Avevo appetito, ma mi si centellinavano le razioni di cibo.
Mio fratello mangiava come un cavallo, ma era magro e stava crescendo. Quindi il suo piatto era sempre colmo.
Io guardavo la mia piccola porzione e soppesavo tutto nel mio cuore.
Meno cibo mi veniva concesso, meno amore ricevevo. Per me era così.
Stavo per morire a causa del cibo e questo il mio corpo non l’aveva dimenticato.
Cibo uguale vita uguale amore.
Mi alzavo la notte spinta dalla voglia di mangiare ma il frigo era tenuto appositamente vuoto.
Io divoravo qualsiasi cosa, anche la crosta avanzata del parmigiano. Non potevo dormire con quel vuoto dentro.
Ero molto miope dalla nascita e, non vedendoci bene, incespicavo spesso, cadevo e mi facevo male.
Ma non venivo consolata da mia madre: anzi, ella mi sgridava perché non avevo fatto attenzione.
Fu la mia maestra delle elementari che si accorse che non vedevo bene. Così l’oculista mi prescrisse gli occhiali.
Occhiali pesanti, dalla montatura scura, con la lente che faceva cerchi e rimpiccioliva i miei occhi verdazzurro.
I compagni di gioco mi chiamavano «Balena Quattrocchi».
Io li picchiavo forte e loro mi prendevano in giro sempre di più. Così correvo in camera mia a leggere.
Non piangevo, no, non piangevo quasi più. Fuggivo con la fantasia. Robinson Crusoe, Tom Sawyer, Spinarella, Zanna Bianca, Piccole donne, Pattini d’argento, Il corsaro nero, I viaggi di Gulliver, Moby Dick, Senza famiglia, Oliver Twist, Il piccolo principe, Il giardino segreto, erano la mia vendetta, erano la mia pelle, erano il mio orizzonte e alle tre di notte ancora la luce sul comodino brillava nel silenzio della casa.
Io, la mano premuta sull’occhio troppo stanco, leggevo con l’altro, che ancora mi seguiva e vagavo lontano dalla prigione del mio cuore solitario.

 

 

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