OGGI NASCE ED INIZIA LA PUBBLICAZIONE L'OPERA OMNIA DELLA MIA PROSA AUTOBIOGRAFICA

IL VOLO DI UNA BAMBINA CHIAMATA ARI - 2012 dipinto digitale - tecnica pastelli ad olio

 

IL VOLO DI UNA BAMBINA

 

CHIAMATA ARI

 

 

 

PEFAZIONE, ANTEFATTO ED INTENZIONI CON PIANO DELL'OPERA

 

Oggi è il 30 dicembre 2012. sono le 14 e 07

 

Avevo prenotato un posto in prima fila per la fine del mondo prevista da un sacco di ' visionari ' - anche antichissimi – per il 21-12-2012 ma evidentemente questo evento da me e da altri tanto atteso ed auspicato, non si è svolto.

Stamattina, - veramente era quasi mezzogiorno quando sono riuscita a scuotermi dal mio torpore che sono non è ma neppure veglia, - mi sono trovata con ancora una volta una lunga giornata davanti a me e. probabilmente, una lunga vita.

Non ho voglia di nulla e di nessuno. Né di parlare né di vedere nulla e nessuno.

Ho una tristezza infinita dentro ed il dolore del mio corpo spezzato che mi rode e mi morde, come fa ventiquattrore su ventiquattro.

I pensieri suicidi sono costanti e ricorrenti, sono veramente l'unico mio desiderio.

Ma a contrapporsi hanno due potenti forze.

La prima è il sapere che con il gesto estremo della rinuncia alla mia vita molti soffrirebbero e questo ancora mi dispiace.

È evidente che non sono ancora arrivata in quel punto, dove sono arrivata dieci volte nel corso della mia vita, in cui non mi dispiace più assolutamente.

La seconda forza sono proprio i dieci tentativi dietro di me.

Per raccontarla trascrivo qui una lettera che scrissi l'anno scorso alla donna che amavo ed ancora, ahimè, amo e che mi aveva accusato, come d'altronde molti altri prima e dopo di lei, di aver messo in scena ognuno di quei tentativi con due precisi intenti. Il primo creare una storia di pazzia alle mie spalle e quindi avere la pensione di invalidità – e oggi penso sorridendo che basterebbe un pensiero del genere per essere dichiarati irrimediabilmente e definitivamente pazzi.-

il secondo motivo è quello di attirare l'attenzione su di me e ricattare chi, di volta in volta, si voleva allontanare da me, interrompendo relazioni amorose, costringendolo quindi a ritornare sui suoi passi. - ed anche questo motivo è di gran lunga più folle dei tentativi in loro stessi, perché se una persona arriva a farsi così del male con un intento del genere non ha più nessuna rotella che gira per il verso giusto. -

 

No, io volevo ASSOLUTAMENTE MORIRE.

Ma non ci sono riuscita ed in modo davvero incredibile.

Quindi le scrissi questa lettera per cercare di spiegarle cosa era nella mia mente.

 

Febbraio 2012

Mi hai detto: ' Quando uno vuole morire sa come e cosa fare e non si fa ricoverare in ospedale. '

 

Rispondo....

 

Quando una persona decide di togliersi la vita, in quel momento è ancora vivo.

È un morto che pensa, che cammina, ma è ancora vivo.

La paura è un sentimento atavico, che ti resta nella carne: anche quando hai abbattuto l'ultima barriera, quello ancora resta.

Quando decidi di ucciderti vedi tutto nella tua mente.

Vedi il tuo corpo esanime. Chi ti troverà, o almeno chi pensi lo potrà fare. Vedi i congiunti che piangono. Il funerale solitario. Senti nella testa i pensieri di tutti. Sai cosa c'è stato tra te e coloro che ti hanno abbandonato. Sai cosa proveranno quando si troveranno di fronte alla tua morte. Sai benissimo che oltre a punire te stesso stai punendo anche loro. Ed in parte ti togli la vita proprio per quello. Solo in parte, ma anche quello è uno dei motivi per i quali arrivi a fare quel gesto.

Eccetto per chi si toglie la vita in un gesto di follia immemore e allora non ha pensieri, almeno credo, non so, a me non è mai successo, ma ha solo un vuoto che grida e a parte per chi si toglie la vita per i sensi di colpa, che allora è tutta un'altra cosa. Ma non è il mio caso.

 

Sembra impossibile ma ci sono cose di cui anche uno che sta per suicidasi ha paura.

Nei giorni o mesi nei quali tu pensi al tuo gesto, passi in rassegna i vari modi possibili.

Ma ci sono cose che tu non puoi fare.

 

Gettarti da un ponte, per esempio.

 

A parte che ci sono persone che sopravvivono a voli altissimi, - io ho conosciuto una ragazza che si è buttata dall'ottavo piano. E ra tutta storta e distrutta, sfigurata in viso, zoppa ,deforme ma viva e camminava pure. Ottavo piano..... che dici, sono pochi per morire, otto piani sul cemento?

Ebbene, io di quello ho paura.

Da ragazzina mi buttai per un tuffo da circa otto metri di altezza. Quegli otto metri furono infiniti. Li risento ancora tutti dentro di me. Avevo sedici anni, ne sono passati quaranta.

Ma li sento ancora. Quando toccai il pelo dell'acqua il dolore fu molto grande, deflagrante. Non mi ferii ne altro, perchè sono molto forte. Ci sono persone che hanno perso la vita per cose così. Io non mi feci nulla, ma non potrei mai gettarmi volutamente da un'altezza, almeno non in condizioni di facoltà mentale.

 

Una corda attorno al collo e poi giù.

 

Anche a quello ci sono persone che sono sopravvissute.

Ma, hai due tre minuti di agonia, se non ti si spezza l'osso del collo immediatamente. E con la fortuna che ho io, di sicuro non mi si spezzerebbe.

Due tre minuti di agonia. Senz'aria.

Sempre da ragazzina una volta rischiai di annegare: mi ero immersa in apnea ed ero entrata tra scogli sotto l'acqua. Incontrai una piccola caverna sommersa e mi infilai dentro. Poi cercai di tornare indietro ma per un lungo attimo non riuscii ad orizzontarmi. Infine, con un ultimo guizzo, cambiai direzione e ritrovai la via per uscire. Rimasi sotto quasi due minuti. Me lo dissero gli amici terrorizzati che mi videro finalmente riemergere. Ero allenata allora, un minuto e trenta secondi era un'apnea normale per me... Quella volta uscii sul pelo dell'acqua all'ultimo secondo possibile. Ancora pochissimo ed avrei aperto la bocca, - avevo la maschera - ed avrei respirato l'acqua. Perché ci sono movimenti che alla fine non puoi evitare di fare. Infatti chi muore annegato ha i polmoni pieni di acqua. Perché l'ultimo disperato gesto del corpo è quello di respirare. E respiri l'acqua nella quale sei immerso.

Quei trenta quaranta secondi che passai senza ossigeno, anche quelli li ho impressi indelebilmente nella carne.

Non potevo pensare di affrontare due tre minuti di quella agonia, appesa ad una corda. non potevo pensare al mio viso livido e sfigurato dopo la morte.

 

Ci sono cose di cui anche un suicida ha paura.

 

Un revolver.

 

A parte che bisogna procurarselo e senza soldi non è poi così facile. E a parte che ci sono moltissime persone sopravvissute a colpi di pistola.

Una volta ebbi in mano il revolver di Antonio, il mio secondo marito.

Freddo gelido quel metallo

Ma era incandescente nelle mie mani. Così pesante che non riuscivo a sostenerlo, pure se pesava meno di mezzo chilo ed io ne sollevavo facilmente cinquanta in quei tempi.

Lo riposi e lo obbligai a nasconderlo, smontato. Poi glielo feci riportare a casa dei suoi genitori. Io e quell'arma non potavamo vivere sotto lo stesso tetto. Sentivo la sua presenza, nel fondo dell'armadio dove era stato riposto. Mi inseguiva. Sentivo il freddo peso nelle mie mani.

Non potrei sparami, mai. Forse un retaggio delle mie vite precedenti, può darsi.

 

Ho sempre scelto due modi.

 

Le pillole, perchè ti addormenti. e te ne vai. Una morte dolce. perchè io voglio morire per smettere di soffrire, non per soffrire di più. Io cerco la pace a questa agonia che ho dentro.

Ma per me non è stato così, a parte per per due volte ho avuto delle convulsioni tremende, che non auguro al peggiore dei miei nemici.

L'ultima volta, soprattutto, quelle di ottobre duemilaotto. 12 ore di convulsioni, che sono immemori, a parte l'inizio, ma che il mio corpo ha registrato e ricorda.

Quella volta ingerii 850 pillole. Non le ho contate io, mi è stato detto dopo. Le hanno contate loro, dalle scatole vuote. Più di trecento erano di gardenale. Quando entrai in coma, dodici ore dopo, - e dico dodici ore di convulsioni e poi il coma – Ale proprio allora, o forse qualche ora dopo la mia entrata in coma, perchè non si erano accorti del mio stato, credevano che finalmente dormissi dato che mi avevano ulteriormente sedato, dopo avermi tenuta legata al letto di costrizione per dodici ore. Allora Ale, cercando il mio telefono, salì nella stanzetta in soffitta dove io avevo preso le pillole e dalla quale ero discesa, non so come, in preda alle convulsioni. E trovò la montagna di scatole vuote. Le mise in una busta e le portò a quei beduini, che non mi avevano fatto neppure un tossicologico, dando per scontato che fossi solo fuori di me per isteria.

Nessuno sopravvive. Lo dissero chiaramente che era impossibile. Quando mi fecero la lavanda gastrica, era già passato troppo tempo. Circa quattordici, quindici ore. Lo stomaco era vuoto, i medicinali tutti in circolo. Sei giorni di coma.

Ma io sono sopravvissuta. Sono andata nella morte, l'ho vissuta, la ricordo e l'ho descritta. Per tutti i sei giorni di coma, ho sorriso. Chiedilo ad Ale, a Maietta, che si sono alternate al mio capezzale. Mi sono svegliata sorridendo. Nessuno sopravvive, io si. Mi hanno rimandato di qua.

 

Il taglio delle vene.

 

Quello lo posso fare.

É un dolore che fa bene in quel momento.

La prima volta ero ricoverata in psichiatria nel 2001 e non avevo lo strumento adatto. Usai uno specchio rotto. Ma mi trovarono gli infermieri che non avevo ancora finito e mi ferii soltanto. Precedentemente avevo ingerito psicofarmaci ma non ero pratica: pensavo sarebbero bastati, ma non furano sufficienti. Quella volta il mio fu un tentativo confuso, stavo male ero sotto l'effetto di psicofarmaci, all'inizio delle cure, non capivo granché. Volevo morire, ma non sapevo quello che stavo in effetti facendo. Le volte successive ero completamente lucida.

 

La seconda volta è narrata nel mio libro 'Io non sono di qui'. Ma anche lì una telefonata di Dana allertò il proprietario del campeggio, che chiamò i soccorsi. Il dissanguamento – che per la maggior parte delle persone sarebbe stato più che fatale – per me non era ancora terminato. Io sono troppo forte.

La terza volta la stessa cosa, mi trovò la direttrice del centro di accoglienza. Mi raccontarono del letto intriso di sangue. Ma neppure quella volta mi fu dato di morire. Passò tutta la notte prima che mi trovassero. Mi tagliai le vene all'una, mi trovarono alle otto e più del mattino. Però io ricordo le lacrime della direttrice quando, qualche giorno dopo, credo due, me la trovai, io ancora semi incosciente, di fianco al letto. Non ricordo altro di quella volta, solo la fase attiva del taglio, effettuato all'inizio nel lavandino del bagno e alla fine nel mio letto, avvolta da asciugamani.

Anche quelle due volte non avrei dovuto sopravvivere, nessuno sopravvive a cose simili. Ma io si.

 

Ho visto molti animali morire per il veleno per i topi.

 

Non c'è nulla da fare. Quel veleno non perdona. Quando passano sei ore dall'ingestione non c'è nulla da fare. Il sangue si decoagula e te ne vai, per emorragie interne.

Ricordo l'autopsia fatta nella clinica veterinaria dove facevo assistenza quando studiavo, avevo ventun anni. Aprimmo l'addome di quel povero cucciolo di pastore tedesco. Lo feci io: mi insegnavano ad usare il bisturi su animali già morti.

Fui inondata dal sangue che quel povero animale aveva libero nella cavità addominale. Era stato curato per due giorni, ma morì lo stesso.

 

Quel tre aprile 2011 io feci il conteggio su internet della mia dose letale. Tanti grammi di veleno per dieci chili, una dose di trecento grammi di quei granuli erano più che bastanti.

Io ne ho ingerito cinquecento grammi. Ci ho messo sei ore per farlo. Anche se di questo non ne sono sicura. Ma ci sono i miei scritti che lo raccontano, basta rileggerli. Molte ore, comunque. Ho cominciato dopo le due del pomeriggio.. più o meno. Anche di questo non sono sicura, se le due, l'una o le tre. Ma lì attorno. Ale è arrivata che era l'una di notte. E ora che giunse l'ambulanza e che mi portarono in ospedale passò altro tempo.

Io ho rifiutato anche un comune sale. Neppure un bicchier d'acqua. Neppure una iniezione.

Per tre giorni.

Ma non è successo nulla. Non sono neppure andata in coma. Nulla, nulla.

Allora ho accettato la vitamina kappa, perchè, nel frattempo, ero uscita dal trip suicida e il pensiero di te e le lacrime di chi mi stava intorno mi hanno portato a farlo. Mi hanno fatto, sedandomi, la lavanda gastrica.

La dottoressa della rianimazione non voleva neppure farla. mi disse: ' è troppo tardi.' Lo psichiatra le rispose: ' fai il tuo lavoro.'

Non riuscii ad ingerire il tubo e mi sedarono. Ma lo stomaco era vuoto, per forza erano passati tre giorni o due, non ricordo, ma lo stomaco era completamente vuoto. Quando cominciai ad espellere quella roba le feci erano blu. Per diversi giorni restarono di quel colore.

 

Nessuno sopravvive. Io si.

 

Perché andare in ospedale?

 

Ricordo la voce del proprietario del campeggio, quando mi trovò: ' oh, mio dio, no.....'

Anche allora ero incosciente, ma sentivo. Non so come sia possibile, ma è così.

Ricordo il viso di pietra di mia figlia quando chiamò l'ambulanza, la prima volta, nel 2001. Ricordo il viso di Monica quando mi trovò nel letto tra urine e vomito, la volta delle 350 pillole, maggio 2008, tra il primo taglio delle vene, agosto 2007 e il secondo, agosto 2008.

Anche quella volta lo feci di notte. Bevvi vino per ingerire le pillole. Erano psicofarmaci potenti, tra cui tanto Tavor. Me lo prescrivevano ma io non lo assumevo. C'era anche En e Rivotril. Sono farmaci letali: di En ne ingerii tre bottigliette. Più le pillole. Sicuramente l'aver vomitato mi salvò, ma che ne so...

 

Non volevo che i vicini mi trovassero. Mi avrebbero trovato loro quando ingerii il veleno per topi. Secondo quello che avrebbe dovuto accadere sarei andata in coma nel giro di un paio d'ore. Anzi, quando chiamai Ale, già cominciavo a sentirmi male. Non volevo traumatizzare delle altre persone innocenti.

Poi c'era Gine.

Ricordo Jerome che abbaiava e non voleva far entrare i soccorsi quando mi tagliai le vene in campeggio. Venne una bambina della quale era amico. Lo fece uscire e lo prese. Lui abbaiava furioso. Il campeggiatore mi disse che avevano pensato di abbatterlo. Non volevo che Gine soffrisse: lei non lo merita. Così ho pensato di andare a morire dignitosamente in un letto di ospedale, senza sconvolgere più nessun altro.

 

Non lo credi? Fai tu.

 

Nessuno sopravvive, io si. Perché???

E che ne so, cazzo. Che ne so.

Ma Dio solo lo sa se vorrei essere morta.

 

 

Ecco, più o meno i pensieri che compongono questa seconda potente forza che mi separa da un suicidio sono questi: come farlo senza soffrire troppo. Come riuscire a morire sapendo di aver messo in atto azioni oltre il limite ultimo ed estremo per lo standard di un essere umano e di non essere morta.

Mi dico che accadrebbe ancora. Ed io non posso più affrontare altri ricoveri in psichiatria, altre cose così dolorose.

 

Mi chiedo perché. Mi chiedo cosa Dio, la vita, il destino, vogliano da me.

Stamattina ho pensato al primo comandamento:

Io sono il signore, Dio tuo. Non avrai altro Dio all'infuori di me.

Certo io non ho mai rispettato questo comandamento. Non mi basta essere certa della sua presenza per essere felice.

Le donne e gli uomini che ho amato sono stati per me, volta dopo volta, il mio Dio.

In altri casi il mio Dio è stata la mia mente, la mia intelligenza.

Mi dico che forse è questo che devo imparare: ad avere come unico Dio quello che mi sta imponendo la vita in ogni modo, contro la mia volontà.

 

Ma i giorni sono lunghissimi.

Il dolore del mio corpo spezzato è forte e continuo.

Il tormento esteso.

Il dolore della mia mente sovreccitata è immenso.

Il senso di vuoto e di solitudine è spaventoso.

Il non sense della mia esistenza è totale.

Ma, sopra di tutto, il dolore di questa donna che io amo così teneramente come una figlia e che mi odia tanto per quello che io le ho fatto, è devastante e lo sento dentro di me.

L'ho scritto e lo riscrivo: è una spada rovente che rovista eternamente nelle mie viscere.

 

Allora, quella voce, quel maestro interiore che mi obbliga a fare le cose, mi sta dicendo da mesi e poi da sempre, che devo redigere questa mia autobiografia.

Ho appena terminato di scriverne una, stringata – pur se è assai lunga – e l'ho intitolata: UNA BAMBINA CHIAMATA ARI.

Avevo già iniziato questo lavoro nel marzo di quest'anno in una parziale stesura che ho intitolato: IL VOLO DI ARI, interrotta perché sempre ho problemi con le persone di cui narro, che si arrabbiano con me per quello che scrivo, nonostante l'anonimato del mio nome d'arte e del camuffamento dei loro nomi..

 

Oggi ho deciso: qui comincio una stesura totale di quanto da me scritto in prosa e lo unirò seguendo l'ordine cronologico dello svolgimento dei fatti che narro.

Certo, il risultato sarà un libro poderoso, perché conterrà tutto quanto da me scritto, anche i miei libri, pubblicati in parte o meno. E poi, magari, aggiungerò altro che mi verrà in mente man mano.

 

Così, per avere qualcosa da fare, per obbedire a questa tirannica voce interiore e per allontanare da me progetti suicidi, do inizio a questa opera che intitolo:

 

IL VOLO DI UNA BAMBINA CHIAMATA ARI

 

 

Ma ho bisogno di un pubblico che mi legga.

Se ti piace leggere ed hai letto qualcosa di me, questa è l'occasione per leggere tutta la mia prosa.

Se hai già letto tutto o buona parte, ricomincia. Le riletture sono sempre foriere di nuove suggestioni ed illuminazioni.

Grazie se lo farai. Io scrivo per te.

 

Mi sto chiedendo se in questo momento sei tu, il mio Dio.

Credo di no. Non mi da felicità scrivere, anzi, è un compito, un obbligo tormentoso e tormentato.

Ma comunque scrivo per te.

 

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Commenti: 4
  • #1

    mari (domenica, 30 dicembre 2012 18:11)

    ti leggerò, certo che ti leggerò, tu scrivi...

  • #2

    lucia d'alessandro (domenica, 30 dicembre 2012 18:16)

    Ciao Ari, visto che scrivi per me io approfitto, in
    questi giorni sono in casa. Fuori vado molto meno
    e mi sono auto elargite delle ore di ferie.

  • #3

    ariannaamaducci (domenica, 30 dicembre 2012 20:46)

    grazie mari..sapevo che potevo contare su di te..
    sei un tesoro...
    ti abbraccio..

  • #4

    ariannaamaducci (domenica, 30 dicembre 2012 20:57)

    vedi lucia...lavorare in proprio ha le cose positive..... allora buona lettura, cara amica.. in nottata sfornerò un po'di capitoli.. un bacio...