UNA BAMBINA CHIAMATA ARI - QUINDICESIMA PARTE

LA MIA AMICA......

 

QUINDICESIMA PARTE

 

Ripropongo ora qui, integralmente, l'ultimo capitolo del mio romanzo – diario IO NON SONO DI QUI, scritto ad aprile di questo lunghissimo eterno 2012.

 

Alcuni dei fatti di cui parlo sono stati spiegati e narrati meglio o per esteso in questa mia autobiografia. Quindi questo scritto è stato qui superato ed anche sconfessato, soprattutto nel punto in cui dichiaro che non avrei pubblicato questa mia autobiografia che allora avevo appena cominciato a redigere.

In un prossimo capitolo esaminerò le cause ed i motivi di questo sconfessare.

Quindi dopo questa quindicesima parte ne verrà scritta e pubblicata una sedicesima e molto probabilmente una diciassettesima, nelle quali narrerò alcuni accadimenti che nel momento in cui scrissi le pagine che sto per postare qui, non avevo intenzione di rendere pubbliche.

 

Dopo di che riprenderò tutto quanto scritto così in poco tempo, davvero solo una manciata di giorni, per rivederlo e aggiungervi man mano le parti già scritte in precedenza, riguardanti momenti della mia vita che qui narro in versione stringata.

 

La mia intenzione è quindi di proporre due versioni della mia autobiografia.

La prima, questa, UNA BAMBINA CHIAMATA ARI - un attimo corretta nella forma ma non ampliata nella sostanza - ed una seconda - IL VOLO DI ARI – che conterrà in ordine cronologico tutto quanto di autobiografico da me scritto in prosa ed anche pubblicato nei miei due libri.

È ovvio che la seconda autobiografia risulterà un'opera lunghissima di migliaia di pagine.

 

Però questo ultimo capitolo del mio romanzo – diario contiene il racconto di una fase così importante della mia vita, ed è un racconto così lucido ed essenziale, che io davvero non potrei riscrivere meglio.

Lo propongo quindi alla lettura così com'è ma ricordando di nuovo che UNA BAMBINA CHIAMATA ARI non termina con queste ultime parole, dato che nei prossimi giorni ancora narrerò diversi accadimenti a cui poi seguirà un compendio filosofico, diciamo cosi, di tutta questa opera.

 

 

CAPITOLO TRENTASEIESIMO

 

Ancora sangue, la Sardegna fino ad oggi, 6 aprile 2012.

 

 

Oggi, 26 giugno 2008, alle ore 9.40, io, Ari Inusuale, sono qui.

Alcune cose le ho, altre non le ho, ma posso fare in modo di averle e lo farò.

Altre non le posso avere e le lascerò andare.

Oggi è una buona giornata.

La rondine ferita è tornata al suo cielo.

Ancora il volo è lento e incerto.

Ancora la piccola ala nera le duole e si piega un poco.

Ancora il suo cuore batte affannoso per lo sforzo ma batte e combatte.

Ha ritrovato le sue mille, duemila, centomila compagne.

Ha ritrovato il nido del suo cuore, quello al quale la riportano i suoi sogni e garrisce felice, un poco mesta, un poco spaventata, ma con tutta la forza che ha.

Non sa quando morirà.

Sa che morirà e poi tornerà a volare.

Perché una rondine è nata per volare e vola.

 

 

5 aprile 2012

 

Il libro termina così.

Volutamente l'editore ha voluto fermarlo su una nota di speranza e di coraggio che quel giorno era nato dentro di me.

Ma quel germoglio durò assai poco.

La vita nel pio istituto era assai difficile per me che sono diventata una solitaria e non amo affatto la promiscuità. Inoltre stavo malissimo.

Cercai ancora aiuto economico dai miei, dato che con i 250 euro di pensione e spendendone 220 per la stanza, davvero non mi rimaneva neppure di che mangiare: trovai solo male parole e litigi.

Dana, con la quale avevo continuato a sentirmi, mi aiutò in qualche modo, ma di certo non poteva fare molto e neppure io lo volevo.

Venne a trovarmi, mi portò tele e colori. Uscimmo per un breve giro in macchina. La passione tra noi non si era sopita, ma come gestirla?

Credetti che se avessi recuperato una parvenza di vita forse avremmo ritrovato il nostro rapporto. Tornai alla carica presso i miei per un aiuto economico e quella volta mia madre e il mio ex marito si misero una mano sulla coscienza e mi concessero un mensile. Non era tantissimo, ma sempre meglio di nulla. Allora mi misi a cercare un piccolo appartamento sul litorale. Desideravo tornare al mare. Trovai qualcosa, ma non me lo concessero: le garanzie che potevo dare erano insufficienti. Mi rivolsi ad un altro paio di amiche per cercare aiuto, ma non trovai nulla.

Dana di nuovo mi tagliò fuori e per me fu troppo.

A fine agosto, non ricordo al data esatta, ma verso il 20, una notte a mezzanotte, quando tutte dormivano e non vi era più nessuno in giro, mi recai in bagno e sul lavandino mi recisi le vene del solito polso sinistro con il cutter, aiutandomi con l'acqua calda. Resistetti fino a che mi fu possibile. Quando stavo per svenire, con le ultime forze tornai in camera con il polso avvolto in una asciugamano e persi i sensi.

Mi trovò la mattina dopo la direttrice, forzando al porta. Erano oltre le nove. Ero in coma ed il letto era completamente intriso di sangue.

Ma mi svegliai anche quella volta.

Ho pochissimi ricordi, solo il volto rigato dalle lacrime della bella councelor quando mi svegliai e una caduta tremenda quando dopo alcuni gironi mi alzai dal letto, svenendo. Battei la testa procurandomi una larga ferita e mi diedero diversi punti.

Poi mi dimisero. Al centro di accoglienza mi dissero che me ne sarei dovuta andare da lì, perché era inammissibile per la loro mentalità ' cristiana ' quello che io avevo fatto e mi concessero tre giorni.

Non sapevo cosa fare e dove andare, non volevo tornare a casa dai ragazzi, erano troppo arrabbiati con me perché avevo tentato di nuovo il suicidio.

Accettai allora l'aiuto di Ale.

Ale è una mia ex compagna con la quale avevo avuto una convivenza qualche anno prima, ma della quale non ero mai stata innamorata. Ma un grande affetto ci legava ancora. Lei è sarda ma venne in Emilia assai giovane per lavoro con il marito e i due figli. Poi si separò e più tardi conobbe me. L'estate precedente era ritornata a vivere in Sardegna, nella casa dell'ex marito in un paesino di collina vicino a Sassari.

Da allora mi diceva: vieni da me, riproviamoci.

Così accettai.

Il primo settembre sbarcò con la sua Micra attraversò l'Italia e mi raggiunse. Io avevo racimolato un po' di denaro vendendo qualche quadro a compagne di fede. Con quello avevo comprato i biglietti per il viaggio, Ale versava in condizioni economiche peggiori delle mie, anche se sembrerebbe impossibile. Caricammo all'inverosimile la piccola auto, con tutti i miei pochi averi, ma i quadri tenevano molto posto: legammo anche il tavolo bianco di plastica della chiocciolina sul tetto.

Alle 22 ci incontrammo con Dana e Sara, una mia nuova amica del forum, che erano venute per salutarci.

Io fingevo una folle allegria, ma dentro di me gridavo disperatamente: non mandarmi via, Dana, non lo fare, non lo permettere. La guardavo come avessi voluto mangiarla con gli occhi. Non l'avrei rivista forse più.

Ma Dana non mi fermò.

Prima di salire sull'auto ci abbracciammo e lei mi baciò.

Cosa mise in quel bacio? Tutto quello che non avevamo avuto e che non avremmo avuto. Mi entrò se possibile ancora più dentro.

Poi si staccò da me e si allontanò.

Salii in macchina, viaggiammo tutta la notte, guidai con il sonno, poi le ore di attesa infinite al porto di Civitavecchia dove arrivammo alle 5 del mattino. La partenza alle 13, la traversata infinita. Ale si addormentò e dormì, io non avevo pace.

Arrivammo come Dio volle: la terra di Sardegna, che io avevo visitato in vacanza con Ale qualche anno prima, ci accolse: io presi foto, feci in modo che la sua bellezza naturale mi avvolgesse, ma sentii feroci dita che artigliavano il mio cuore: quello non era il posto mio, non mi ero trovata bene neppure in vacanza, una mentalità troppo lontana dalla mia, il randagismo, la sporcizia per le strade e nei luoghi naturali, la lingua incomprensibile, la chiusura dei abitanti di quella parte dell'isola. Non erano condizioni adatte a me, ma di necessità, virtù.

Iniziò così il mio esilio volontario.

La casa nella quale viveva Ale era piccola e malsana, tutta macchiata di nero alle pareti e non vi era l'ordine e la pulizia che io desideravo. Mi misi come una forsennata a recuperare una parvenza accettabile, appesi i miei quadri, lustrai, misi in ordine, ma il risultato fu assai scarso.

Cercai rifugio tra le braccia affettuose ed ancora innamorate di Ale, ma il mio cuore grondava dell'ultimo bacio di Dana.

Mi sentivo al telefono con Sara, che cercava di starmi vicina, a volte anche con Dana.

Nella polverosa dissestata e disordinata soffitta di quella casa era stata ricavata una stanzina davvero piccola, senza finestre. Portai il mio tavolo, la mia piccola scaffalatura, i miei libri il cavalletto i colori e mi rifugiavo lassù a dipingere e a piangere.

Ai primi di ottobre Dana mi telefonò e mi raccontò che lei e Sara si erano incontrate. Era nata una passione che fu consumata e lei me ne descrisse i particolari. Io avevo detto più volte a Sara di non farsi scrupolo e di accettare la corte che molto evidentemente Dana le stava facendo. Credevo che non mi avrebbe fatto male il saperle insieme. Ma così non fu.

Mi fece così male che non capii più nulla.

La notte presi una bottiglia di vino, feci razzia di tutti gli psicofarmaci che trovai, i miei, quelli di Ale e quelli di sua figlia che, affette entrambe di epilessia, assumevano medicinali molto pesanti: ne trovai una quantità ingentissima.

Quando Ale si addormentò, salii sopra e piangendo le ingurgitai tutte, scolando la bottiglia, adagiata nella poltrona. Poi chiusi gli occhi, sentendo il torpore salire e sorridendo andai incontro alla fine della mia vita disperata.

Ma all'improvviso qualcosa mi scosse: sentii una crisi convulsiva assalirmi, come quella che avevo avuto la volta del precedente tentativo di suicidio con i farmaci.

Da quel momento non ricordo altro che in qualche modo raggiunsi la camera da letto e svegliai Ale. Non so davvero come feci.

Lei si allarmò moltissimo e chiamò il 118. Pensarono avessi una crisi della mia malattia, la Sindrome delle gambe senza Riposo. Mi agitavo convulsamente. Mi imbottirono di Valium e mi ricoverarono in psichiatria, all'ospedale civile di Sassari pensando io fossi isterica. Mi legarono al letto di contenzione e giù altri psicofarmaci. Non mi fecero esami tossicologici. Rimasi legata a quel letto 12 ore, riportando ferite ai polsi ed alle caviglie che guarirono solo molto dopo. Poi caddi in coma. Ad Ale, che era venuta a vedere come stavo, dissero che dormivo e di non disturbarmi. Lei allora tornò a casa. Cercò il mio cellulare per telefonare a qualcuno di cui non aveva il numero, ma non lo trovò di sotto. Era rimasto sulla poltrona, dato che, mentre mandavo giù le ultime pillole avevo scritto un messaggio d'amore a Dana, senza però dichiararle le mie intenzioni suicide. Così Ale salì su, vincendo la sua paura per i topi e trovò, oltre al mio cellulare, le scatole vuote: capì. Mise tutti gli involucri in una busta e corse più velocemente che poté in ospedale, mostrando il suo ritrovamento. Io ero in coma profondo. Mi portarono in rianimazione, mi fecero una lavanda gastrica, del tutto inutile perché il mio stomaco era totalmente vuoto. L'elettroencefalogramma era quasi piatto, i medici dissero che non vi erano speranze. Dana allertò il forum nel quale io scrivevo chiedendo alle amiche preghiere per me, anche se, scrisse, sapeva che io non sarei stata contenta del loro tentativo di tenermi qui.

Il coma durò sei giorni. Io sorridevo. Ero finalmente nel luogo immacolato e dolcissimo dove avevo voluto così fortemente andare. Cori di angeli mi cullavano, tutto era perfetto e luminoso e puro.

Mi sveglia sorridendo. Vidi i volti raggianti di Ale e di Maietta che mi guardavano increduli: erano state chiamate per essermi accanto al mio miracoloso ed inatteso risveglio.

Sorrisi loro impulsivamente di rimando, poi mi resi conto che ero di nuovo viva, sulla terra.

Mi infuriai disperatamente.

Pur con tubi flebo e senza poter parlare piansi gridai senza voce, mi disperai. Non poteva essere vero, non poteva essere vero.

Ma era vero.

Mi tennero a lungo in psichiatria: feci fatica a riprendere a mangiare, avevo la gola devastata dall'intubazione selvaggia che mi era stata praticata, ero sconvolta distrutta furente furiosa.

Una psichiatra si impietosì di me e mi propose di aiutarmi. Mi disse che aveva bisogno di quadri per arredare il suo studio e mi commissionò alcune opere in cambio di sedute psicoanalitiche.

Ero viva, distrutta ma viva. Qualcosa dovevo fare.

Tornai a casa di Ale, ma davvero non potevo vivere tra quelle mura derelitte. Cercai un'altra casa e la trovai. Mia madre mi aveva aumentato il mensile, potevo pagare un affitto, entrammo nella nuova casa il 23 dicembre.

Inoltre la casa aveva bisogno di lavori agli infissi che versavano in pessime condizioni e la padrona di casa mi commissionò l'opera su mia proposta, offrendomi 600 euro, che accettai con grande gioia: era una casa assai grande su due piani più abbaino e cantina.

Lavorai disperatamente arrampicata sulla scala ad oltre 5 metri di altezza, dati i soffitti vertiginosi. Mi gettai in quella casa, fu un'ancora di salvezza. Dopo quattro mesi di lavoro era diventata bellissima. Avevo reso tutto perfetto, come mio solito, avevo riempito il balcone le stanze e l'abbaino di piante e fiori, facendone un piccolo giardino tra i tetti.

Lavoravo tutto il giorno, pulendo, cucinando per la famiglia, dipingendo.

Parlavo al telefono con Sara e un poco anche con Dana che mi convinse di pubblicare il mio diario.

Sapevo che sarei andata incontro a problemi con la mia famiglia, anche uscendo con uno pseudonimo, ma a qualche cosa mi dovevo aggrappare. Così trovai un editore che accettò la mia opera, ponendomi però la condizione di mettere in prosa le parti in poesia e di trasformare il tutto in un romanzo e così mi misi all'opera.

I mesi passavano. Ale era dovuta ritornare in continente ed andammo insieme, così salutai i miei figli e presi con me il mio amato cane, il mio caro Jerome, che, rivedendomi, impazzì di gioia per poi tenermi il broncio per diversi giorni.

La psicoterapia proseguiva, mentre io scavavo dentro di me e tiravo fuori tutto.

Il dolore era immenso, immenso immenso immenso............

Passeggiavo a lungo con Jerome, ogni sera, l'inverno passò. Facevo il fuoco nel camino che aveva anche un ampio forno per il pane dove cuocevo verdure e frutta. A primavera accolsi un povero cucciolone, che battezzai Spago per il suo essere sinuoso e filiforme. Avevo già da qualche tempo stretto amicizia con lui, aveva 6 o 7 mesi, gli davo del cibo, ma era randagio per il paese. Una notte lo massacrarono di botte per nessuna ragione al mondo oltre la cattiveria. Io lo sentii abbaiare e piangere disperatamente, era poco lontano dalla mia abitazione che dava sul corso del paesino, uscii di casa gridando e mettendo il fuga il vigliacco aggressore che, per sua fortuna, io non vidi e non scoprii mai. Cercai la povera bestiola, sapevo dove si sarebbe rifugiato perché lui stesso qualche sera prima mi aveva portato al suo ' nido ' ed infatti lì lo trovai, terrorizzato e dolorante, ferito, ammaccato ma vivo. Riuscii a convincerlo a venire con me e da allora è mio ospite, anche se per sua incapacità di adattarsi alla vita casalinga, ora vive nel giardino della vecchia casa dell'ex marito di Ale con altri due profughi salvati anch'essi da morte, ed io mi prendo cura di lui economicamente, mentre Ale fattivamente.

I giorni passavano, io piangevo, dipingevo, pregavo, parlavo con la psicologa una volta alla settimana, al telefono con Sara, ogni tanto con Dana.

L'amavo ancora disperatamente. Sentivo che lei stava soffrendo, la sognavo e nel sogno la baciavo l'abbracciavo, l'amavo. Il desiderio e la mancanza di lei mi esasperavano e dilaniavano.

Il rapporto con Ale stava entrando in crisi: ci avevo riprovato, ma non funzionava, per me: lei mi amava ed io mi sentivo in colpa nei suoi confronti, percepivo le sue aspettative che non potevo reggere. La vita quotidiana con i suoi figli era sempre più difficile, io troppo pignola, loro troppo trasandati. Spesso la rabbia esplodeva in litigi. A giugno Ale si fece una indigestione di pillole. Disse che fu un errore, ma io entrai in crisi ancora di più. L'avevo trovata esanime, la corsa in ospedale, la paura. Poi sensi di colpa su sensi di colpa.

Avevo allestito una galleria in casa, nell'entrata che era grandissima e tenevo aperto ma non veniva mai nessuno: dopo i primi giorni di curiosità nei quali avevo ricevuto visite imbarazzate di una decina di persone che esse stesse si dilettavano nella pittura, non venne più nessuno. Regalai anche un mio dipinto al sindaco, che non mi ringraziò neppure e che regalò a sua volta la mia opera, che evidentemente non era piaciuta, ad una delle assistenti sociali. Cominciai a ricevere dispetti: piante rotte o divelte, fiori distrutti, colpi contro la porta, una zanzariera strappata, furto di decorazioni natalizie, urina contro il portone d'ingresso, - ed era urina di uomo - feci in un sacchetto davanti al medesimo uscio - ed erano feci di uomo, o almeno di bestia umana - . Il mio rapporto con il popolo sardo davvero non era dei migliori. Avevo invitato il vicinato a visitare la mia piccola galleria, ma solo la vecchietta di fronte venne e fu l'unica a legare con me. Era una donna deliziosa e gentile, ma morì all'improvviso pochi mesi dopo. Io mi recai a salutarla nella sua camera dove era stata composta, ma di certo non feci quello che era nelle usanze, che non conoscevo. Seppi poi che fui criticata aspramente perché non ero andata in chiesa, al funerale ecc. ecc. e questo contribuì ad isolarmi ancor di più...

L'estate fu caldissima.

Io dormivo ogni notte sulla mia amaca , sistemata nell'abbaino pieno di fiori. Guardavo le stelle, le lune, i venti, le rondini al tramonto e all'alba, che correvano in circolo nella loro gazzarra aerea come alla casa di accoglienza. Piangevo, continuavo a piangere Dana. Il suo ultimo bacio mi rovistava dentro, mi accendeva, mi prosciugava.

Era un'arsura di lei.

Continuavo a fare migliorie alla casa, chiusi la tromba delle scale con un tramezzo di cartongesso che affrescai con colori acrilici, dipingendo una cascata tra il verde e i fiori.

Lavoravo al mio libro, dipingevo e parlavo al telefono con Sara: era l'unica accanto a me eccetto naturalmente Ale e Maietta, che ogni tanto mi veniva a prendere per portarmi a fare un giro in macchina o a casa sua.

In casa i litigi erano sempre più fitti, i problemi economici di Ale erano pressanti, il figlio ribelle e in aperto contrasto con me. Non ce la feci più e dissi ad Ale che dovevano andarsene, che volevo stare sola ed in pace, che quella era casa mia, che l'avevo messa a posto io, era il mio rifugio, che facessero quello che volevano, tornassero nella casa dell'ex marito, ma che mi rendessero la mia libertà.

Ero impazzita di rabbia, di disperazione, avevo bisogno di stare sola.

La povera Ale trovò aiuto dagli assistenti sociali che le trovarono casa e tutto il resto. Capì il mio stato, lo vedeva ogni momento, lo viveva, non si arrabbiò con me, non litigammo io e lei, non interrompemmo i rapporti. L'avevo aiutata tanto, anche economicamente, negli anni precedenti, quando la disgrazia non aveva ancora bussato drasticamente alla mia porta, ed anche nei mesi appena trascorsi, dato che molte delle spese comuni erano state sostenute da me con l'aiuto di mia madre e i proventi della cessione di qualche quadro sul forum, per questo si sentiva in debito nei miei confronti. Ma anche sapeva e vedeva quanto soffrissi..

Venne così dicembre ed ella fece trasloco nella nuova casa. Io avevo acquistato una cucina di seconda mano, vendendo qualche altro quadro, avevo prenotato un volo per passare il Natale con i miei figli e stavo preparando la casa ad accogliere Sara che sarebbe tornata insieme a me il 28 dicembre e si sarebbe trattenuta qualche giorno. Quello che provavo per lei era un amore quieto e dolce che mi aveva aiutato molto dal giorno del nostro incontro sul web, a maggio 2008, un amore che purtroppo lei non riusciva a ricambiare, ma che però mi ripagava con un affetto grande e una presenza costante, soprattutto la notte quando, libera dagli impegni di lavoro e di famiglia, stavamo lunghe ore a raccontarci i nostri rispettivi dolori e cammini spirituali.

Era il 23 dicembre, appena passata la mezzanotte. Lavoravo dalla mattina prestissimo e volevo che fosse tutto perfetto per accoglierla.

Avevo quasi finito, ma c'era quel gancio attaccato al soffitto che rovinava la mia opera pittorica murale sopra ed attorno al camino. Pensai allora di attaccarvi una grossa palla di panno che avevo comprato dai cinesi per pochi spiccioli e che era tutta colorata. Salii sulla scala, ero stanca ma talmente abituata a quell'attrezzo dato che vi avevo passato centinaia di ore nei mesi scorsi per accomodare finestre porte muri, e fu quella mancanza di paura che mi tradì: calcolai male la distanza, mi sporsi troppo e, dato che avevo posto una gamba di qua ed una di là ed ero in cima senza più alcun appoggio, precipitai giù.

Il colpo fu tremendo, il rumore del mio corpo che si schiantava rimbombò in tutta la casa e nel mio cervello.

Ma c'era un divanetto accanto al camino e caddi con la parte superiore del tronco su di esso, salvando così la testa. Sbattei invece fortemente le gambe per terra.

Rimasi ferma e pensai: questa volta l'ho fatta grossa.

Ascoltai il mio corpo, ma non sentii nessun dolore. Rimasi immobile ancora per un poco, poi cominciai a muovere lentamente prima le mani, poi i piedi poi le bracia le gambe la testa: tutto funzionava, non mi ero fatta nulla. Mi misi allora a sedere sul divano. Vidi una grossa ecchimosi sulla gamba destra che si stava inscurendo, ma altro non vidi ne sentii. Sorrisi tra me e me con sollievo e, ringraziando la mia ottima stella, risalii sulla scala per attaccare la famosa palla. Poi discesi, misi via quello che ancora era in mezzo e andai a dormire qualche ora prima della partenza: avevo il volo alle 6 circa.

Il viaggio fu un incubo: nevicò improvvisamente e l'aeroporto di Bologna dove dovevo atterrare fu chiuso. Mi dirottarono così su Siena, trattenendomi fino al giorno dopo, quando mi portarono a destinazione con un pullman. Nel frattempo, a botta fredda, il dolore del fortissimo colpo subito era venuto tutto fuori. E stavo malissimo

In evidente stato confusionale, non ricordo molto di quel viaggio, solo i soliti problemi con Betta, mia figlia minore per il mio stare al telefono e le mie recriminazioni nel constatare che loro non si erano curati affatto di stare con me neppure quei pochissimi giorni, dato che ci vedemmo solo qualche ora di sera. Ricordo un po' la traversata notturna sulle poltrone con Sara e la mia gamba che era gonfia e rossa violacea e mi faceva un male terribile, null'altro.

Quando lei ripartì io mi recai al pronto soccorso, ma mi rimandarono a casa con una cura antidolorifica, diagnosticandomi una lombosciatalgia: nella lastra non vi era nulla di rotto ed io mantenevo i riflessi ad entrambi gli arti.

Furono tre mesi terribili. Il dolore aumentava solo, le cure non sortivano nessun effetto. Tornai altre tre volte in ospedale, rimandata a casa ogni volta con cure più forti e la raccomandazione di continuare a muovermi. Io, testarda e cocciuta, facevo tutti i lavori, portavo a spasso i cani, ma ogni ora che passava era sempre più difficile, ormai mi strascinavo tra dolori lancinanti. Tornai in ospedale e l'ennesimo ortopedico che mi visitò, mi prescrisse una forte cura di cortisone e 15 giorni di assoluta immobilità.

Fra 15 giorni sarà come nuova, mi disse, dimettendomi.

Io tornai a casa e mi misi a letto, ma sapevo che da quel letto non mi sarei più alzata come prima.

Nel frattempo il mio libro, questo romanzo – diario IO NON SONO DI QUI, aveva visto le stampe ed il mio editore, divenuto mio amico, mi spingeva da diverse settimane a creare un account su FB, dicendo che era un luogo necessario per farmi conoscere e che il forum era un'area troppo ristretta.

Così quel giorno, dato che avevo di fronte a me 15 giorni di assoluta immobilità e qualcosa avrei dovuto fare per non impazzire, gli diedi retta e così nacque Arianna Amaducci su FB.

I 15 giorni passarono, ma non il dolore. Mi procurai una sedia a rotelle e scrissi su FB:

 

2 aprile 2010

 

 

 

La sedia a rotelle

 

Mi ci sono seduta.

Era tardi ormai, anche l’ultimo acquirente se ne era andato, portando con se un arto inferiore snodabile per sostituire il suo originale che era andato evidentemente perduto.

Il negozio di ortopedia era assorto nel silenzio dei suoi pallidi manichini indossanti cavigliere, ginocchiere, busti e scarpe speciali.. Bastoni, grucce, carrellini d’appoggio, deambulatori dichiaravano implicitamente la loro comprensione, il loro sostegno.

E lui, il proprietario di quel luogo di dolore e miracoli, pallido come i suoi manichini, alto, col viso magro e appuntito dal

naso fine, rivolto verso il basso, lungo il quale scivolavano lentamente un paio di occhiali lustri e indefinibili, per venir

poi riportati al loro posto con un gesto meccanico ma accorato, mi stava accanto, lievemente ricurvo su di me,

con una attenzione lieve ma presente, cogliendo in pieno il mio sgomento e il mio dolore, filtrandolo attraverso lo staio del suo sorriso mesto.

 

La sedia mi ha accolto con un gemito – o era un gemito del mio cuore sanguinante, quello che ho sentito?- e le sue braccia d’acciaio hanno sancito un matrimonio definitivo, forse, inappellabile, forse, ma sicuramente presente ora.

 

Ora essa giace nel piccolo ingresso posteriore della mia casa, quello che dà sui vicoli, dove non ci sono scalini ed attende..

Attende che io decida e accetti di essere diventata un tir, un semi-articolato, una donna su ruote..

Aspetta che io trovi il coraggio di prenderla per le sue corna cromate e la vinca, girandole a terra il suo collo di leone poderoso perché si trasformi in mia amica, in mia preziosa collaboratrice e non in una condanna.

Io mi dichiaro innocente, vostro onore! “

Ma se questa gabbia di tela sarà da ora la mia libertà, sia la benvenuta, la benedetta.

 

 

Ma non riuscii a spingerla mai, quella sedia a rotelle, per le stradine e stradette sgarruppate e piene di buche di quel paesino, inoltre tutto in salita e discesa, ovviamente, e dovetti attendere il gennaio seguente per averne una elettrica che potesse ridarmi una parvenza di indipendenza.

Cercai e trovai una collaboratrice familiare che si prendesse cura delle mia necessità e per molti mesi la pagai di tasca mia, solo a settembre il comune si fece carico delle mie necessità e mi diede gratuitamente un aiuto domestico per 6 ore settimanali.

Il dolore non passava, il cortisone gli antidolorifici, gli antiinfiammatori: acqua fresca.

Intanto il numero degli amici su FB cresceva molto velocemente: in quattro pochi mesi raggiunsi il tetto massimo di 5000 contatti: passavo le ore al pc, pubblicavo il mio diario, parlavo di me e di quello che provavo, poi i miei quadri e le mie poesie.. la presenza di quelle voci silenziose si era inserita nella mia vita ed era diventata indispensabile.

 

Andai a Modena a fare una prima presentazione del mio libro, ospite di amiche del forum e lì rividi Dana. Le avevo detto per telefono che l'avrei baciata davanti a tutte che le sarei saltata addosso, che so, la volevo spaventare, che so.. io stavo così male.. stavo troppo male. Ovviamente non lo feci....

Ero terrorizzata dall'idea di restare così tutta la vita.

Il mio corpo, abituato a muoversi tantissimo, ancora assai muscoloso e forte, ruggiva per l'obbligata immobilità. Non avevo pace né di giorno né di notte. Alternavo disperazioni profondissime e reazioni altrettanto forti, proclama di non resa. E intanto pensavo al suicidio, ancora e sempre.

Venne pasqua e Dana venne a passare qualche giorno in Sardegna, vicino a casa mia, ospite di una comune amica.

Venne a trovarmi, ma se ne stette lontana da me, guardandomi appena e stette a parlare tutto il tempo con Ale.

Mi chiesi perché fosse venuta.

Rivederla mi squarciò di nuovo.

Alla fine di aprile mi recai a fare la risonanza magnetica, ma la macchina non mi conteneva perché io ero più larga di lei. Questa cosa mi fece adirare in modo terribile: ma come, macchinari così costosi e come era possibile che una persona di poco più di cento chili, quindi non di trecento, non vi entrasse??????

Ma nulla da fare. Mi diedero un nuovo appuntamento per ottobre all'ospedale di Sassari dove vi era una macchina più capiente.

Furente scrissi la mia rabbia su FB e Vania, un mio contatto che lavorava all'ospedale di Sassari, ebbe pena di me e si adoperò per agevolare il ricovero che da mesi mi veniva negato.

Davvero se non si ha una conoscenza qui non si va da nessuna parte ed io conoscenze non ne avevo avute almeno fino a quel momento.

A maggio entrai in ospedale: furono dieci giorni assurdi, passati interamente sulla mia sedia a rotelle perché il letto era una fossa delle marianne e la mia povera schiena assolutamente non lo reggeva. In una camera con povere ammalate allettate, quindi in condizioni di promiscuità assurde. Ma in qualche modo resistei fino alla risonanza ed al suo referto che non arrivava mai.

Appena ebbi il dischetto mi dimisi, sfinita, ma in tempo per farlo vedere ai neurologi del piano superiore che mi prospettarono una triste realtà.

Le lesioni alla colonna e le ernie erano tali che io non ero operabile e non sarei mai più tornata normale. Inoltre una artrosi deformante degenerativa, scatenata anch'essa dalla caduta, avrebbe reso il mio decorso peggiorativo, con assoluta certezza.

Quello che in cuor mio io sapevo dal giorno dopo della caduta era l'effettiva irreversibile realtà.

La disperazione mi prese.

A giugno ebbi una crisi micidiale. Resistei non so come all'alzarmi e a porre fine alla mia esistenza con il metodo infallibile che che tenevo pronto, celato nel comodino.

Decisi allora che avrei fatto qualcosa per cercare di migliorare le mie condizioni, che sarei dimagrita, che avrei smesso tutti gli psicofarmaci che stavo ancora prendendo, pur se in dosi ridotte, che avrei recuperato una serenità, che avrei cercato una compagna. Mi diedi la scadenza di un anno: se alla fine di quel lasso di tempo la mia vita non fosse stata risolta io avrei salutato questa valle di lacrime definitivamente e nulla e nessuno avrebbe potuto fermarmi perché avevo individuato un metodo sicuro al cento per cento, quello che che tenevo nel comodino: una dose tripla di veleno per topi, al quale era impossibile sopravvivere dopo sei ora dalla assunzione perché il processo di disgregazione delle cellule del sangue sarebbe stato irreversibile e quindi avrebbe resistito a qualsiasi rianimazione in extremis.

Mi misi allora a dieta e comincia la ricerca su internet della mia compagna, dato che Sara si riteneva solo una amica, ma gli incontri che feci si rivelarono tutti delle tragicommedie.

Alla fine di maggio mi recai a Bari per una presentazione del mio libro e l'esposizione di alcuni miei dipinti, ospite di una mia amica di FB, Cris, con la quale avevo legato molto bene.

A Bari scese per conoscermi una bellissima ed assai giovane ragazza che mi aveva conosciuto su FB, che si era invaghita di me e che io avevo battezzato Sheeva .

Passammo la notte assieme.

Non avevo più fatto l'amore se non qualche tentativo assai poco riuscito con Ale e neppure sapevo come avrebbe reagito il mio corpo così dolente.

Ma non bisogna essere dei ginnasti quando la passione accende. L'incontro con lei fu bellissimo.

Ma neppure lei risultò essere libera. Mi aveva detto che si era lasciata con la sua ultima lei da qualche mese, ma ciò non rispondeva a realtà, perché loro erano ancora in contatto e la ex era assai agguerrita.

Io spinsi Sheeva via da me: avevo giurato a me stessa che mai più avrei avuto un rapporto con una donna non libera ed ero certa che così sarebbe stato, ma non sapevo che tiro mancino il destino stava preparandomi e che era già in atto, seppure io lo ignorassi completamente.

Così rifiutai la bella danzatrice del ventre bionda e con due azzurri laghi al posto degli occhi che per una notte aveva riacceso la mia vita, lo feci facendomi odiare, facendo maltrattare, facendomi tanto male, ma lo feci.

Tornata da Bari presentai il mio libro in una grossa libreria nel centro di Sassari. Fu bellissimo, io recitai le parti scelte con una accorata enfasi. L'amore per Dana era intatto nel mio cuore. Fu ricoperta di applausi dalla cinquantina di presenti. Ma di libri ne furono comprati solo tre. Fino ad allora anche nelle altre presentazioni non se ne erano vendute che poche copie, tutte quelle che erano state cedute erano state comprate dalle amiche del forum e di FB. Due mie benefattrici me ne avevano regalato, comprandole dall'editore, 300 copie, che sono, più o meno, tutte quelle che sono andate per il mondo fino a questo momento. Mi resi conto che di certo il mio libro non mi avrebbe arricchito, ma ugualmente alla fine di agosto venne dato alle stampe la mia seconda opera, una raccolta di racconti autobiografici a cui diedi il titolo di Kaiki ed altre novelle. Di questo mio libro ne sono andate una 60ina di copie circa. Di certo vivere con la letteratura non è cosa così facile e da tutti.

A giugno incontrai, sempre su FB, Vanessa che mi chiese in moglie, immediatamente presa da me. Io accettai un po' per gioco, un po' per speranza e ci sposammo pubblicamente sulla mia bacheca, ricevendo una valanga di auguri, ma in tre giorni tutto finì: lei non era quello che aveva dichiarato di essere, mi aveva riempito di bugie.

 

Stavo dimagrendo ma il dolore restava invariato. E la disperazione anche. FB era tutta la mia vita, assieme alle telefonate di Sara.

A fine giugno mi recai ad Ariccia per una presentazione del mio libro e rividi Dana. La sua freddezza mi fece tanto male.

A luglio venne a trovarmi Sara e qualcosa sembrò cambiare per lei. Io ero ebbra di felicità, ma Sara se ne andò troppo presto, dopo pochi giorni e a casa ripiombò nelle sue crisi. Non mi amava, non mi amava. Vennero allora Saura e Lu ed altri due o tre contatti più fuggevoli ma, nulla.. … erano scintille che si spegnevano affogate in storie assurde.....

 

A luglio fui ricoverata all'ospedale di Ozieri, perché all'improvviso ebbi dei grossi problemi alle braccia, al collo alla testa. Una serie di parestesie al viso alle braccia alle spalle alle mani mi assalirono e da allora non sono mai passate: quelle parti del mio corpo sono sempre come peste e tramortite, friggono informicolite e una mano mi tira da dentro gli angoli della bocca del naso e degli occhi. Il mal di testa si alzò notevolmente di tono e divenne perenne.

Mi furono eseguiti tutta una serie di accertamenti ed una risonanza magnetica a tutta la colonna, dato che la prima volta mi era stata fatta solo alla zona lombo sacrale. De essa e da altre radiografie risultò che il mio bacino era crollato dalla parte destra di più di un centimetro, che avevo discopatia anche alla zona dorsale con numerose ernie e che la mia cervicale era assai compromessa, pur se non vi erano ernie. Fui dimessa 15 giorni dopo un ricovero in un caldo insopportabile chiusa in una stanzuccia arroventata senza aria condizionata con il collare fisso per 40 giorni.

E il morale distrutto.

Chiesi un letto ortopedico per stare meglio, dato che non avevo pace, ma mi fu rifiutato perché il medico che mi aveva in cura nel reparto di neurologia mi disse che se mi fossi messa a letto non mi sarei alzata mai più.

Devo dire che aveva ragione: ora il letto me lo sono comprato, ma almeno ho un posto dove giacere con una relativa pace. È vero che ora mi alzo pochissimo, ma anche allora stavo sempre a letto, con il risultato che però soffrivo molto di più. E se adesso il dolore è quasi insopportabile, prima era da impazzire.

Cominciai una cura di infiltrazioni in un paesino a distanza di 50 chilometri dal mio, prima infiltrazioni di ozono, poi di cortisone ed antidolorifici e mangiai una quantità industriale di costosissime pillole che avrebbero dovuto farmi bene, ma nulla fece effetto.

Alla fine la dottoressa algologa che si era presa cura di me con grande umanità e gentilezza, mi prescrisse l'oppiaceo, dato che non aveva più risorse.

E a tutt'oggi l'oppiaceo è l'unico medicinale che riesce a portare la mia sofferenza continua 24 ore su 24 ad una soglia sopportabile.

Ma i giorni erano e sono lunghissimi.

 

Arrivò agosto e Sara mi stupì. Io avevo cominciato a scrivere il mio terzo romanzo: Quello che non dico a nessuno, che terminai qualche mese dopo e che non pubblicherò mai.

Il titolo rende abbastanza chiaro il taglio del mio raccontare: avevo cominciato a narrare di quella parte intima che era la mia avventura, la mia vita erotica, il complesso processo che mi aveva portato alla omosessualità, il duro lavoro di accettazione, la mia vita sentimentale inusuale ed anche scandalosa, se guardata con un occhio tradizionalista.

Scrivevo fino all'esaurimento delle forze, come sotto dettatura, troppe cose urgevano, come se poi non fossi stata più in grado di raccontarle ed in effetti sarebbe stato proprio così.

Scrivevo e poi leggevo a lei e questo ci unì e risvegliò in lei quel sentimento di amore che io avevo sempre intravisto tra i suoi no. Mi trovavo assai male in Sardegna e cominciammo a parlare di tornare in continente, magari a vivere in un qualche paese non troppo lontano da lei, forse a metà strada tra lei e i miei figli, in modo da poter ricevere agevolmente le visite di tutti.

Ma il fato ha i suoi piani e non si cura dei nostri.

Agli inizi di settembre ebbi uno stranissimo presentimento e scrissi nella mia bacheca: Qualcosa succederà. Devo aver paura?

Il 19 settembre la donna che io ho battezzato Eugenie mi telefonò per la prima volta e il 21 dello stesso mese ci trovammo indistricabilmente unite da una esperienza di eros astrale.

Tutto quello che era stato prima di lei, compreso Sara e Dana, sparì all'incanto e da quel giorno esistette solo lei.

Ed ancora è così.

Non narrerò molto di quella storia.

Solo che erano mesi che io e lei ci scrivevamo, che io non sapevo che lei fosse la compagna di quella Vania che mi aveva così gentilmente aiutato, che quando l'ho saputo era troppo tardi per staccarmi da lei. Che io e lei ci abbiamo provato in tutti i modi, a staccarci ed alla fine lei ci è riuscita.

Che io ho fatto di tutto perché questo non avvenisse, perché ogni volta che lei si è staccata da me, ed è successo innumerevoli volte nei 17 mesi della nostra storia, era come mi strappasse le viscere, come mi squartasse.

Per questa ragione ho fatto e detto di tutto per convincerla a stare con me, anche le ho fatto ricatti affettivi, certo, minacciando il suicidio e dichiarando che, come tutt'ora credo, quella nostra storia era il punto focale del nostro karma ed andava vissuta comunque.

Dirò solo che il 3 aprile dell'anno scorso, dopo quasi 7 mesi di un tira e molla micidiale, dopo che ci eravamo incontrate ed amate solo alla fine di dicembre – decisamente la fine di dicembre per me è assai impegnativa – ho ingurgitato quel famoso mezzo chilo di veleno per topi, rifiutando per tre giorni ogni cura, ma inutilmente, perché anche questa volta non sono riuscita a morire, anzi, non sono andata neppure in coma, tanto che è stato messo in dubbio la veridicità della assunzione da parte mia di quello, provata poi dagli esami del sangue, anche se inutilmente, poiché questo dubbio ha minato indelebilmente la sua fiducia nei miei confronti, facendole pensare al mio gesto come una manovra per fini pensionistici e per ricattarla.

Dirò solo che il 17 febbraio di questo maledetto 2012 lei si è staccata definitivamente da me.

 

Ma continuando la mia particolare storia di vita, ad ottobre 2010 accolsi presso di me Gine, cucciola di 50 giorni di meticcio simil bracchetto, di color fuliggine, da qui il suo nome che è per intero Fuliggine Amaducci, che da allora è la mia inseparabile ombra e fonte di amore irrefrenabile ed incontenibile.

A marzo 2011 ho cambiato casa e paesino di residenza trasferendomi in un residence a Sorso, in riva al mare, dove mi trovo molto bene anche se sono molto più isolata e ho spese molto più alte, per stare più vicina a lei, ad Eugenie, per avere la possibilità di incontrarci anche se solo ogni tanto, facendomi aiutare economicamente da mia madre ed acquistando anche una vecchia auto usata. Nell'amore di lei avevo ritrovato il coraggio di rimettermi al volante e pur se per brevi tratti, avevo ricominciato a guidare.

A giugno 2011 è morto il mio caro Jerome, a quasi 15 anni di età, minato da un tumore incurabile. Ciao, piccolo grande cane, grazie.

Ad agosto 2011 ho preso presso di me Bainjo, un gattino maschio europeo colour point, comunemente detto siamese, che è diventato amico indivisibile di Gine e mio, micione ora di quasi 4 chili, vivace e con lo sguardo di ghiaccio e dalla espressione agguerrita e nervosa.

A giugno 2011 finalmente sono stata dichiarata invalida civile al 100 per 100 con accompagnamento e legge 162 per gli aiuti domiciliari, che sono partiti solo a gennaio 2012 per un totale di 4 ore e mezza settimanali, aumentate ad aprile fino a 7 ore settimanali, della cui pensione ho ricevuto gli arretrati a settembre con i quali ho acquistato il letto ed altre cose di assoluta necessità.

A ottobre 2011 mi è stata sospesa la patente, che di certo non mi verrà mai più riconsegnata anche per i miei gravi problemi visivi che sono subentrati dopo l'ultimo rinnovo e che quindi ora sono appiedata definitivamente.

Che a gennaio 2012 mi è stata assegnata anche una seconda sedia a rotelle, dopo quella elettrica, questa volta manuale, che uso in casa e per gli spostamenti in macchina, dato che è pieghevole mentre l'altra no ed essendo ingombrante serve un furgone per caricarla.

 

 

Oggi è il 6 aprile da 55 minuti ed io scrivo da diverse ore.

Tante cose, troppe cose dovrei ancora raccontare, ho cominciato un mese fa a scrivere la mia autobiografia ed ora che ho finito la riedizione di questo Io non sono di qui, mi ci dedicherò.

La comporrò mettendo insieme tutto quanto già scritto in precedente, questo libro e gli altri due e scrivendo man mano che ricordo quello che non ho ancora narrato, ma non credo la pubblicherò, anzi, ne sono certa, perché ho deciso che voglio scrivere tutto quello che penso e sento, ma questo offenderebbe troppe persone ancora in vita. Per questo motivo la mia autobiografia sarà scritta e lasciata ai posteri, se ne vorranno avere un interesse, cosa che davvero non so..

Nel frattempo farò un sito web con la raccolta di tutti i miei scritti e le poesie e i quadri.

 

Il mio stato di salute che con l'amore di Eugenie aveva registrato un notevole miglioramento, pur se nei limiti di una vita a metà, ha segnato un repentino peggioramento. Vivo sempre a letto ma quando mi alzo sto sulle sedie a rotelle. Se prima riuscivo a portare Gine a fare i bisogni a piedi per una ventina di passi e poco più e per qualche minuto, ora non riesco più perché le gambe non mi reggono ed il dolore alla schiena diventa troppo forte. Ora non riesco più neppure a vestirmi da sola

Inoltre un grave problema polmonare mi è subentrato, che di certo mi porterà presto, ancora prima, spero, alla agognata fine di questa mia tragedia umana.

Ho qui narrato, in questo libro, un po' della mia infanzia, le parti salienti e dal 2007 ad aggi, anche se gli ultimi due anni possiedono narrazioni e scritti per migliaia di pagine, che restano, anch'esse, per i posteri, quando io sarò andata ed anche lei, oppure se e quando lei desidererà che questi scritti, in parte suoi, siano resi pubblici.

 

Ma qui non sono narrati gli anni della mia adolescenza terribile, della mia giovinezza difficile, della mia precocissima maternità, avevo 19 anni quando nacque la mia prima figlia, di quegli anni e poi della fine tribolata di quel matrimonio e del secondo, che fu per me una prova notevole.

Della nascita e dell'infanzia degli altri due figli, dell'inizio dei miei problemi economici che mi hanno portato alla povertà sulla cui soglia ancora orgogliosamente siedo, felice di appartenere alla schiera dei derelitti e non degli affamatori.

Dei miei primi problemi di salute, dell'inizio dei miei viaggi tra le dimensioni, della fine dolorosa e tribolata negli anni del secondo matrimonio, dei cinque anni seguenti di solitudine, della beffa atroce di Rodolfo, da me amatissimo e al quale non chiesi nulla, che tutto mi promise e in un giorno mi negò precipitandomi dall'altissimo nel quale mi aveva portato agli inferi, e tutto a causa del vil denaro.

Non ho narrato dei miei primi cinque tentativi di suicidio, di cui il primo a 12 anni, della mia ricerca della mia identità sessuale attraverso esperienze estreme e finalmente della luce che arrivò, unendo il mio cuore al mio corpo nell'amore di una giovanissima donna , Kiara, che ovviamente mi amò e mi gettò nell'arco di pochi mesi, lasciando un cordoglio che mai fu sopito se non da colei che fu ultima.

E neppure ho scritto di colei che venne dopo di questa giovanissima e che era schiava di droghe, che io tentai di salvare, che amai come mai avevo amato prima, ma che alla fine dovetti abbandonare al suo destino, scegliendo la mia vita alla schiavitù nella quale mi aveva gettato, non della droga che lei usava, ma della sua follia e di quella della sua famiglia. La lasciai quindi dopo due anni e lei pochi giorni dopo si gettò sotto un camion, in preda alla disperazione ed a quel mostro sintetico che era il suo padrone.

Non morì, ma perdette una gamba ed io ne fui separata allora con la forza e passai mesi e mesi a disperarmi in atroci sensi di colpa e a cercarla, ma quando poi la trovai e volli dedicarmi a lei, di nuovo la sua famiglia ci divise.

E non racconto della parentesi della storia con Ale che celò nel suo grembo la fine di quella con la giovanissima Kiara, che proprio la notte in cui io fui certa, dopo averla attesa per cinque anni, che sarebbe stata mia, mi tradì sotto i miei occhi con una di cui non le importava nulla e del dolore che questo scavò in me.

Non narro qui se non in parte dei 14 anni di cure psichiatriche. E dei successivi problemi di salute.

 

Ma soprattutto non narro delle sconvolgenti esperienze in dimensioni mai conosciute che ho condiviso con la mia Eugene.

Non narro di quanto io l'abbia amata e la ami tutt'ora, di come, di quante volte io l'abbia perduta e ritrovata, fino a perdere completamente la testa e non capire più nulla e non sapere più nulla e l'abbia perduta nel modo peggiore, senza neppure la sua comprensione ed il perdono dei miei errori.

 

Non esiste un oceano abbastanza grande per contenere le maree delle mie lacrime, di quelle che ho versato, che verso ogni giorno e che verserò.

Non esiste un infinito abbastanza grande per contenere il mio dolore di lei ed il mio rimpianto.

E soprattutto non esiste qualcosa di talmente vasto perché possa contenere il mio amore per lei, che non avrò più e non vedrò più, di cui non udrò più la voce e vedrò il colore degli occhio sentirò il tocco della mano.

 

Non vi è ora o minuto del giorno in cui io non dica a mia madre, ciò che gli umani chiamano morte, ma che io chiamo pace e luce, di venire a prendermi, che tanto ho dato, che troppo ho vissuto e che troppo soffro.

Io l'attendo, con fede, perché so che verrà, perché ella verrà e su questo non vi è nessun dubbio.

E se ogni donna, ogni uomo che io ho amato mi ha rifiutato e se anch'ella mi ha rifiutato più volte, io so che, come di certo non avrò gli abbracci che ho perso, per cominciare con quelli di mia madre e di mio padre per terminare con quelli di Dana ed Eugene, ebbene, io quell'abbraccio lo avrò.

E sarà l'unico che non perderò mai più.

Sarà quell'amore bianco che io avrò finalmente e per sempre.

 

Requiem.

Amen.

 

 

 

 

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Commenti: 2
  • #1

    lucia d'alessandro (venerdì, 28 dicembre 2012 20:15)

    oh, Ari..ho appena letto, non so che dire, tutto mi sembrerebbe inopportuno. Accetta un abbraccio fraterno.

  • #2

    ariannaamaducci (sabato, 29 dicembre 2012 18:40)

    grazie lucia.. lo prendo e me lo stringo al cuore.. @>---