UNA BAMBINA CHIAMATA ARI - QUATTORDICESIMA PARTE

LA MICRA DI ALE CARICA ALL'INVEROSIMILE DELLE MEI COSE, 2 SETTEMBRE 2008 IN VIAGGIO PER LA SARDEGNA - INIZIO DEL MIO ESILIO VOLONTARIO

 

QUATTORDICESIMA PARTE

 

E, sempre nel mio romanzo – diario IO NON SONO DI QUI, potrete leggere di come Monica acconsentì a trascorrere insieme il giorno di ferragosto, si innamorò immediatamente, si mise con me e telefonò a Dana, qualche giorno dopo, vedendo il mio straziante dolore, proponendole di tornare da me. Avrebbero entrambe avuto una relazione con me, ognuna con i loro spazi, senza sotterfugi ma con completa accettazione della cosa. Se poi tra loro due fosse nata una amicizia, avremmo potuto uscire anche insieme. Monica disse a Dana che voleva aiutarmi, che mi amava e che si sarebbe presa cura di me, in quel frangente così terribile.

( Quello che io seppi solo molto molto dopo fu che loro due ebbero diversi incontri da sole – e di che genere lo si può immaginare facilmente – e che Dana promise solennemente a Monica che si sarebbe lentamente ma decisamente defilata, lasciando all'altra l'intero campo. )

Quando Dana accettò di ricominciare a vedermi io fui felice: Monica era dolcissima e presente, si vide subito che noi andavamo perfettamente d'accordo.

Mentre con Dana continuarono gli incontri di passione pura ma anche le lunghissime chiacchierate al telefono nelle quali parlavamo come fossero sedute entrambe sulle stesse parole. La nostra unione era profonda, viscerale, totale ma non bastava a Dana per lasciare Elisa che continuò in quei mesi le sue manovre del bastone e della carota, alternando tra di loro situazioni di riavvicinamento e riallontanamento in modo che tutto rimanesse nell'equilibrio che desiderava lei: Dana a suo completo servizio, sempre in bilico per ottenere qualcosa di più che sempre sfiorava con la mano e non raggiungeva mai.

E questa altalena tra loro si ripercuoteva tra me e lei.

Infatti, nonostante la presenza di Monica, continuò a lasciarmi e riprendermi.

Il 17 ottobre la Chiocciolina venne chiusa per l'inverno ed io trovai nel paesino una casetta alta e stretta, in affitto, che battezzai la Torretta. Non essendoci nella zona nessun campeggio che teneva aperto durante l'inverno, la decisione fu giocoforza: impensabile un ritorno dai miei figli, dato che dopo il tentativo di suicidio la tensione era ulteriormente aumentata. Mia madre allora riprese a versarmi un piccolo aiuto mensile per permettermi di riuscire a sbarcare il lunario.

Dana e Monica si alternavano ma il primo di novembre ci fu una terribile crisi con Dana ed io chiamai Monica, chiedendole di venirmi a prendere per portarmi a casa sua. Fu così che io lasciai La Torretta per tornarvi solo un paio di giorni alla settimana e mi trasferii nell'appartamento di Monica.

Ma anche quella volta Dana ritornò, anzi, si fece più presente, tanto che, alla vigilia del Natale, trovandoci insieme tutte e tre per uno scambio di auguri e di regali, l'atmosfera divenne così dolce e complice che io feci in modo che loro due si baciassero ed accadde che facemmo l'amore tutte e tre insieme.

Io ero più che felice, dato che vedere le donne che amavo volersi bene ed essere mie senza più remore, mi catapultò in un empireo di gioia.

Io e Dana avevamo già avuto una esperienza simile con Ale quando, a giugno, venne a trovarmi, di passaggio nel suo trasferimento con i figli in Sardegna, resosi necessario perché la sua situazione economica e di salute era completamente collassata, ma quella volta le cose in tre non furono così perfette.

Ho dimenticato di dire che io ed Ale, dopo un distacco durato qualche mese, ricominciammo a sentirci regolarmente. Ale era ancora profondamente innamorata di me e soffriva di certo nel vedermi avere altre donne ma non sopportava di stare senza mie notizie. Quindi, da allora mi è sempre stata accanto e le modalità le racconterò man mano.

Allora era la mia consolatrice....

 

Io mi misi a restaurare l'intero appartamento di Monica, che versava in uno stato di terribile abbandono da anni, dato che lei vi viveva esattamente come fosse un profugo di se stessa. Ridipinsi di giallo arancio e colori caldi muri porte finestre. Rimisi a posto tutto e Monica acquistò anche mobili nuovi per la sala e la camera da letto.

Il risultato fu straordinario e noi due avevamo una vita di coppia che era veramente armoniosa: lei mi presentò alla sua famiglia, che mi accolse a braccia aperte, felice finalmente di vederla di nuovo rivivere dopo venti anni di chiusura e solitudine. Io la portai dai miei che ugualmente l'accolsero a braccia aperte, vedendo in lei una figura solida di riferimento. Monica lavorava, aveva una casa e voleva prendersi cura di me, sollevandoli dalle loro responsabilità. Cose che li fece immensamente felici.

Infatti mia madre interruppe di nuovo il versamento mensile, io lascia definitivamente la Torretta, diventata ormai inutile, - dato che Dana veniva a casa nostra - e versavo a Monica ogni mese duecento dei duecentocinquanta euro che percepivo, come partecipazione al mio mantenimento.

Però di certo non sono in debito, nei suoi confronti, dato che rimasi da lei solo fino ad aprile. L'opera di imbiancatura e ristrutturazione della casa era assolutamente necessarie e le sarebbe costata parecchio denaro, mentre invece spese solo quello necessario per l'acquisto della materia prima. Inoltre io ogni mattina, mentre lei si trovava al lavoro, facevo le pulizie, nel mio modo che era assai pignolo, cucinavo per lei ogni giorno, mi occupavo del bucato. Di tutto, insomma e lei tornava a casa dal lavoro e trovava ad attenderla una casa calda accogliente e piena d'amore come non aveva mai avuto.

Ma l'incantesimo a tre si ruppe troppo presto e qui riporto a doverosa narrazione il fatto assai singolare che allora accadde accludendo un altro capitolo del mio libro IO NON SONO DI QUI, che però non fu scritto allora, in fase di accadimenti, e quindi non fece parte della prima stesura dell'opera ma fu redatto successivamente da me ed accluso alla seconda e definitiva stesura.

 

 

CAPITOLO TRENTUNESIMO

 

L'incantesimo si spezza: un antico omicidio.

 

- Questo capitolo viene scritto oggi, 29 marzo 2012, quindi è un ricordo filtrato negli anni..

 

Era bello in tre.

Nulla da nascondere, nulla da evitare di dire. Nessun fremito da trattenere.

Quando io e Dana ci amavamo, parlavamo di Monica, quando io e Monica ci amavamo, parlavamo di Dana.

 

La casa di Monica non era adatta a contenere un'altra persona. Lei dormiva in un lettino singolo. Aveva si un'altra rete con un altro materasso, ma non era alla stessa altezza e quindi era molto scomodo per gli abbracci e per dormire vicine. Ed io e Monica volevamo dormire abbracciate, darci tutto l'amore che ci portavamo dentro, colmare tutte le solitudini dei lunghi anni passati a dormire da sole.

Inoltre l'appartamento era davvero in un stato pietoso ed io, che sono assai meticolosa e pignola, proprio non potevo pensare di vivere in quella disordinata disperazione.

Così facemmo tutto un piano di rinnovo: nuovi colori alle pareti, nuovi mobili per la sala, la creazione di uno studio con un immenso tavolo per il mio lavoro di pittrice ed i nostri pc, mensole per la cucina e un nuovo letto per noi.

E fu proprio il letto che fu acquistato per primo: lo ordinammo per telefono con e ci venne consegnato nel giro di non troppi giorni.

Nel frattempo io e Monica ci recammo ad acquistare un bel piumone nuovo ed altri svariati articoli per la casa che mancavano all'appello. Comprammo così anche le mensole da piazzare in cucina, le vernici e i pennelli per il mio lavoro da imbianchina.

Fu così divertente vagare per il grande centro commerciale, scegliendo piatti, posate bicchieri, tovaglie cestini colorati, stendibiancheria e tutta una serie di aggeggi che io assolutamente dovevo avere per essere la casalinga perfetta che ero prima del mio tragico incidente che mi sarebbe occorso alla fine del 2009.

Allora davvero non potevo immaginare: se solo avessi potuto, la mia vita sarebbe stata drasticamente diversa.

Ma gli esseri umani danno tutto per scontato, tutto per dovuto e non si rendono conto di vivere appesi ad un filo.

Così sciupano tantissimi dei loro tesori.

Ma allora ero così felice che mi sembrava di avere il mondo tra le mani.

 

Mi misi così subito al lavoro e la prima stanza che tinteggiai fu la cucina, per la quale avevamo scelto un giallo caldo ed intenso, ma morbido, come una crema soffice, e per gli infissi un giallo sole acceso.

Gli infissi erano di legno vecchio e tarlato in un modo pazzesco. Il lavoro di carteggiatura con la levigatrice orbitale e di stuccatura prima della verniciatura fu abbastanza impegnativo, ma io ero un imbianchino provetto, avendo cominciato quel bellissimo hobby in giovanissima età e quindi non ebbi eccessivi problemi. In una manciata di giorni la cucina fu ultimata e risultò bellissima, luminosa, accesa, piena di luce e vita.

Mi dedicai allora alla camera da letto: pareti e soffitto azzurre e grandi vascelli di nuvole bianche e azzurrine che le solcavano, gli infissi blu notte.

Avevo trovato tra i lampadari nel centro commerciale uno da cameretta per bambini: era un aeroplanino di legno modello biplano, verde e rosso. Come una bambina feci bizze perché Monica acconsentisse a comprarlo, lei che avrebbe desiderato qualcosa di più serio, ma cosa volete che vi dica, so essere convincente e così ebbi il mio giocattolo da appendere.

Come testiera del letto avevo acquistato una assicella larga quanto il letto e per comodini delle cassettine di legno grezzo assai carine, modello baule di una volta o forziere di pirati, che dipinsi di blu scuro come le finestre.

Un grande poster di stoffa raffigurante Il bacio di Klimt avrebbe concluso la mia opera.

Lavorai alacremente e anche questa volta nel giro di una settimana tutto fu pronto.

C'erano allora da montare le mensole e la testiera e ci voleva il trapano, ma né io né Monica ne avevamo uno.

Si propose allora Dana e quella fu la prima volta che lei entrò nella casa di Monica.

Nel frattempo era arrivato anche il letto.

 

Quella domenica pomeriggio Dana arrivò con tutti gli attrezzi del mestiere e si mise all'opera aiutata da Monica, mentre io in cucina sfornellavo per preparare il mio famoso risotto montanaro. Vi erano dolci e vino, che cominciammo a bere come aperitivo.

L'atmosfera era allegra, ma più che allegra, affettuosa, ammiccante e complice. Io guardavo le mie donne che testa contro testa trafficavano attorno ai tasselli ed al trapano, le guardavo versare i loro occhi negli occhi con franchezza e dolcezza ed il cuore mi si stringeva di amore ed emozione.

Le mensole e la testata furono montate, il materasso tolto dal cellofane posato sulla rete e vestito con le lenzuola ricamate che la madre di Monica aveva tanto tempo prima comprato per un corredo mai usato e che fino allora erano state custodite nelle loro scatole di cartone demodé. Il grande poster fu appeso così come il lampadario: il risultato era stupendo. Il quadro marino che avevo dipinto per Monica fu piazzato sopra il comò e al muro sopra i nostri rispettivi comodini collocai le foto di figli e nipoti, ricordi di una famiglia che di certo mai avrebbe messo piede in quella camera.

In piedi vicino la porta, strette ed abbracciate guardavamo il frutto del nostro lavoro: gli occhi di Monica luccicavano, io mi sentivo ebbra di gioia e da quell'abbraccio scivolammo in abbracci più intimi sul nuovo talamo d'amore con naturalezza.

 

Qualche sera dopo io e Monica decidemmo che sarebbe stato saggio e giusto rinunciare alla torretta: l'affitto non era economico e quel denaro io avrei voluto impiegarlo per contribuire alle spese di casa: essere ospite non mi piaceva affatto, pur se il lavoro che avevo svolto di certo valeva assai più di quanto fino ad allora avevo ricevuto.

Ma non era solo una questione economica: veramente ci sentivamo legate in modo indissolubile, tanto che io e Dana parlando ci eravamo scambiate la medesima impressione e cioè che Monica si fosse innamorata di lei.

Il modo in cui la guardava, come le parlava erano per noi inequivocabili, inoltre loro avevano uno scambio di messaggi telefonici e telefonate tutto loro nel quale io non entravo e del quale io non ero affatto gelosa, anzi: vederle così unite mi rendeva felice in un modo profondo, come se i lati di una ferita si fossero finalmente ricongiunti e stessero guarendo.

Così passai gli ultimi giorni nella torretta vivendo con commozione un nuovo distacco e ore tutte dedicate a Dana, poi trasferimmo tutte le mie cose nella casa di Monica e Dana fu di nuovo invitata da noi, la domenica successiva.

I lavori erano ancora molti da fare, ma l'appartamento stava diventando davvero bellissimo.

 

Anche quel pomeriggio fu inevitabile trovarci a far l'amore tutte e tre, perché il desiderio che provavamo l'una per l'altra era così forte e vi era una totale franchezza che rendeva tutto facile e spontaneo.

Di tacito accordo quando io e Dana eravamo con Monica ci dedicavamo principalmente a lei, tralasciando di fonderci così completamente come ci accadeva quando eravamo sole: questo ci veniva naturale per un innato pudore nei suoi confronti e per una delicatezza che ci impediva di sbatterle in faccia quanto il nostro legame e la passione che scaturiva da noi fosse forte e travolgente.

Non che Monica non lo avesse capito: le era perfettamente chiaro quanto fosse fatale la forza che ci attraeva, ma di certo il guardarci le avrebbe fatto molto male, dato che avrebbe potuto facilmente fare il confronto tra quello che succedeva tra me e lei che, pur bellissimo, non era di certo paragonabile; ma quel pomeriggio, non ricordo neppure come accadde, tutto fu irresistibile e ci trovammo come fossimo sole, io e Dana.

Ci trovammo fuse, allacciate insieme, io perduta totalmente in lei con la mia parte mascolina che si ergeva potentemente pur se corpo non ha mai avuto e mai avrà.

Desideravo fosse mia, lo desideravo così forte, ero sconvolta da quel desiderio, ero rapita trasportata altrove dove lei era davvero mia totalmente, dove i nostri corpi si incunevano perfettamente l'uno nell'altro, dove lo spasimo voleva essere prolungato, dove vi era una totale cessione della sua vita nelle mie mani.

Sentii il piacere ruggire in me impennarsi e gridai, gridai come un animale, come un felino sulla preda, desiderai avere la sua resa, cercai con le mani la sua gola e la catturai, ancora gridando, poi sentii defluire fuori di me lava incandescente e mi accasciai sul suo seno ansante.

Come in sogno vidi allora una giovane donna mulatta giacere inerme, morta, sotto di me, io uomo bianco, suo signore e padrone, la vidi con il viola che stava affiorando sulla sua tenera gola ancora fortemente stretta dalle mie dita convulse. Di certo quel gioco erotico, per aumentare a dismisura il piacere, che avevamo fatto molte volte, quel giorno mi era fuggito di mano ed io, in preda ad una folle passione, l'avevo spinto troppo oltre.

Mi scostai di scatto da lei e ritornai in quel momento nel presente, dal luogo lontanissimo di una mia vita passata nella quale mi ero ritrovata inconsciamente come molte altre volte mi era successo.

Ma quando riuscii a scuotermi del tutto vidi per prima cosa il volto terrorizzato di Dana, vidi i suoi occhi sbarrati, vidi le mie mani strette attorno al suo collo che recava i segni delle mie dita e poi il volto di Monica che, in piedi, nuda accanto al letto, ci guardava con una espressione di raccapriccio e furore che mi scosse profondamente.

 

Fu difficile per tutte e tre, il seguito, da quel giorno, ancora più difficile.

Si capì che io avevo avuto un tuffo nel mio passato remoto e ricostruii la storia, che si era svolta nella mia mente, di un giovane maschio bianco proprietario di una piantagione di canna da zucchero nel settecento circa in uno stato dell'America del sud. Che aveva questa giovanissima schiava creola con la quale si congiungevo carnalmente e con la quale spingeva al massimo quel pericoloso gioco erotico, causandone quindi, pur non volendolo, un giorno la morte. Ricostruii quindi il cammino che da alloro ci aveva portato fin qui riconoscendo il mio profondo debito karmico nei confronti di Dana, ma questo non bastò a cancellare quanto accaduto.

Anche se non me ne si poteva imputare colpa, eppure io ero comunque l'esecutore antico e il collegamento attuale di quel gesto, il peso del mio destino era mio e di nessun altro.

E nulla fu più come prima.

 

Monica non volle mai più incontrare Dana e mi chiese di distaccarmi definitivamente da lei.

Ma questo ora lo leggerete seguendo la narrazione scritta allora, nel mio diario personale.....

 

 

Riprendo la narrazione in diretta.

Infatti le cose precipitarono. Io, convinta di voler vivere con Monica fino alla fine dei mii, giorni cercai di distaccarmi da Dana, sancendo io la parola fine tra noi e questo accadde più volte. Perché poi lei mi cercava oppure rispondeva ai miei messaggi quando, dopo aver lottato strenuamente contro il dolore della sua assenza, cedevo e la contattavo di nuovo. E Dana non solo ritornava a parlare con me ma venne più volte di nascosto in casa di Monica per trascorrere qualche po' di tempo in intimità con me, oppure mi portava con la sua auto in un luogo appartato per lo stesso motivo. L'attrazione fisica tra noi continuava ad essere fatale e travolgente.

Lasciai persino due volte Monica, quando sembrò che Dana fosse pronta e matura per accettare finalmente la nostra storia, fuggendo da quella che era diventata la mia casa e riparando dai miei figli.

Ma ognuna delle due volte Dana ritrattò, ricacciandomi nel ben conosciuto inferno che il suo rifiuto scatenava in me.

Fu una altalena micidiale di situazioni opposte e contrastanti fino ad aprile, mese in cui io, sfinita e confusa, decisi di andare a vivere nella Chiocciolina, che nel frattempo era stata portata in un campeggio montano, in verità assai lontano dalla casa di Monica ma ancor più distante da quella di Dana.

Decisi di andare lì perché vidi che la situazione con Dana non era affatto risolta, che questo faceva soffrire a dismisura Monica di una terribile gelosia: quindi chiesi tempo per ritrovare un equilibrio che avevo completamente perduto.

Ma tempo non ebbi.

Monica, che da qualche settimana aveva, a mia insaputa, conosciuto sul web una ragazza giovane e carina, - che per un amarissimo scherzo del destino si chiamava lei pure Elisa, -quando io lasciai la sua casa, si mise con lei e mi propose di avere una storia a tre con quest'ultima.

Io rifiutai decisamente, ritenendola una cosa da pazzi. Già non riuscivo ad uscire da un triangolo, come avrei potuto barcamenarmi con un secondo?

Così mi trovai sola.

Monica, che aveva promesso di aiutarmi e di appoggiarmi, anche economicamente per il costo dello stallo per la roulotte, sparì così come si eclissò Dana che venne solo un paio di volte alla Chiocciolina ma fu così amara aspra e fredda che non fece che precipitarmi ancor di più in quella china che mi condusse a maggio a tentare di nuovo il suicidio inghiottendo trecentocinquanta pillole di psicofarmaci vari.

Mi salvò ancora Dana, allertando Monica dopo che quella mattina non risposi al suo messaggio . Monica arrivo e mi trovò incosciente, semi affogata nel mio vomito e nella pipì. Di certo fu a causa di quelle reazioni corporali che non morii. Prima di chiamare l'ambulanza stette diverso tempo a leggere al mio pc il mio diario.. e a cancella re, cose.. cosa poi, io non fui in grado di ricostruirlo mai.

Comunque arrivò l'ambulanza, io rifiutai la lavanda gastrica ma me la praticarono lo stesso a tradimento e con violenza. Il giorno dopo firmai e mi dimisi. Tornai alla roulotte, scalza e con il camice della sala operatoria addosso. Lassù era davvero ancora molto freddo, c'era ancora la neve e pioveva in continuazione.

Cercai di recuperarmi in qualche modo, lavorai persino come aiuto cuoco nei giorni di festa nel ristorante del campeggio: praticamente non avevo denaro neppure per mangiare ma anche il paese distava cinque chilometri dal campeggio e la strada era un ripidissimo saliscendi che io, in bicicletta, allora mio unico mezzo di trasporto, non ero in grado di percorrerli.

Ero profondamente infelice, tormentata.

Monica mi mancava terribilmente così come Dana: ma entrambe mi avevano abbandonato.

Fu così che entrò nella mia vita Sara.

Più giovane di me di tre anni, lei pure sposata e madre, anche lei rispose a quel famoso annuncio della porta: erano gli inizi di maggio.

Ci scrivemmo per qualche settimana, poi passammo al telefono. Poi ci incontrammo, due volte.

Fu subito chiaro che lei non era innamorata di me, almeno per il momento, io mi dicevo, speranzosa, mentre io mi accorsi di amarla nell'immediato. Però lei comunque sentiva verso di me un affetto profondo che le impedì di allontanarsi.

 

E qui, alla domanda di come si possano amare così tante persone allo stesso tempo io rispondo con il mio famoso aforisma: ' L'amore è un secchio che non si vuota mai, né si colma. '

Oggi mi sento di aggiungere che io ho amato molte persone, anche perché sono stata rifiutata volta per volta.

Di certo è impossibile dire cosa sarebbe stato se si fossero fatte scelte diverse, ma so che le mie storie sarebbero state molto più lunghe e di numero di gran lunga inferiore se, a cominciare da Chiara, non ci fosse stato il rifiuto.

Però ora so anche che, ogni volta, allora, dopo il dolore devastante dello strappo, sentivo dentro di me di avere ancora qualcosa da vivere, che c'era ancora qualcuno che mi stava aspettando.

Ora so esattamente il contrario.

So che esiste una sola persona alla quale ci si può fondere in modo totale e concreto.

So che l'ho incontrata, che l'ho perduta e che altro non ci sarà, nella mia vita, dopo di lei, la cui storia si è conclusa pochi mesi or sono.

 

Comunque Sara divenne una presenza reale nella mia vita ma anche con lei feci l'errore fatale di parlarle di Dana e di parlare di lei con Dana che, se pur defilata da moltissimi punti di vista era comunque sempre presente nelle mie giornate con lunghe telefonate.

Fu presto evidente che Sara, che aveva da pochissimo accettato al sua omosessualità, aveva bisogno di avere altre esperienze. E fui io, praticamente, a metterla tra le mani cupide di Dana quando ci incontrammo tutte e tre per una cena, un sera...

 

Io comunque stavo malissimo ed ebbi altre crisi, durante le quali non potevo fare altro che rivolgermi a Monica in cerca di aiuto.

Lei, che doveva combattere ogni volta con una folle gelosia nei miei confronti provata dalla sua Elisa, mi convinse con l'inganno, promettendomi di tornare insieme a me e riprendermi di nuovo a casa sua, se avessi accettato di vivere qualche mese in un centro di accoglienza nella cittadina dove lei viveva, in seno al quale avrei dovuto ricevere cure psicologiche ed altri generi di appoggio.

Così, disperata, accettai.

I miei figli e mia madre erano completamente spariti, arrabbiati perché avevo lasciato Monica – e chiaramente loro non seppero mai tutti i particolari dalla storia che poi sono tantissimi e che qui non scrivo, invitando di nuovo i miei lettori a leggerli nel mio libro. -

 

La casa d'accoglienza era in un antico collegio per orfanelle retto da suore e diretto da una councelor di larghe vedute che mi prese nella struttura pur se omosessuale e buddhista. Ma la stanza non era gratuita: pagavo duecentodieci euro al mese per quella e l'uso di bagni e cucina in comune. Quindi non avevo praticamente di che mangiare. Purtroppo però in quella struttura non ricevetti nulla di quello che mi era stato promesso.

Dana sembrò si riavvicinasse, venendomi a trovare diverse volte ed aiutandomi in qualche modo, regalandomi tele e colori per dipingere. Io sopravvissi solo perchè riuscii a vendere qualche quadro alle ragazze del forum di Miss 777 che continuava ad essere la mia unica finestra sul mondo e la mia valvola di sfogo.

Dana mi disse anche che avrebbe ripreso in considerazione di continuare la storia con me, dandomi un ottanta per cento di probabilità positive.

Cercai allora un appartamentino nelle vicinanze, una qualche stanzetta lì intorno ma le mie disperate condizioni economiche fecero si che nessuno mi concedesse un affitto. Dana venne a trovarmi più e più volte, sempre avvolta ed avvolgendomi in quella energia incredibile che viaggiava tra noi.

Ci sperai ma alla fine mi disse di no.

Allora, dato che assolutamente non resistevo più in quella prigionia, cercai di convincere Sara ad aiutarmi a trovare una qualche sistemazione non troppo lontano da dove lei viveva, per poter continuare a vederci, poiché la distanza geografica tra noi, in quel momento, era notevole.

Ma Sara, spaventatissima di essere scoperta dalla famiglia e dalla mia instabile e troppo difficile situazione, si negò fermamente, di certo fomentata in quello anche da ciò che le diceva Dana, con la quale aveva cominciato un rapporto parallelo al mio, non a mia insaputa ma di una intensità che mi era, quella sì, del tutto ignota.

 

Non ressi e decisi di togliermi al vita, tagliandomi di nuovo le vene alla fine dell'agosto di quel difficilissimo 2008.

Inspiegabilmente mi salvarono ancora e mi trovai cacciata da lì, per aver cercato di perpetrare il più funesto peccato contro Dio.

Avevo tre giorni di tempo ed ero senza denaro.

Non volevo assolutamente tornare dai miei figli che in quell'ennesimo tragico frangente si comportarono in modo ancor più freddo ed ostile.

Dana e Sara si negarono ed io avevo solo ed esclusivamente Ale che mi offrì ospitalità, nella casetta di proprietà dell'ex marito nella quale lei viveva dall'anno precedente, sperduta in un paesino sperduto nell'estremo nord ovest della Sardegna.

Ben sapendo che stavo facendo un grave errore, eppure non avevo un'altra scelta, e lo compii.

Sara si era offerta di caricare sulla sua capiente auto tutte le mie cose e di offrirmi il viaggio fino alla casa di Ale ma poi si ritirò adducendo confuse spiegazioni. Anche in quel frangente furono le parole di dana a spaventare Sara e a distoglierla dall'aiutarmi.

Io non volle sapere altre, vendetti, o meglio, svendetti, ancora qualche quadro a qualche amica e pagai il biglietto di andata e ritorno ad Ale che venne a prendermi con la sua utilitaria.

 

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Commenti: 2
  • #1

    lucia d'alessandro (venerdì, 28 dicembre 2012 20:36)

    Mannaggia Ari, che casino! Tutto il viaggio in quarta,
    si direbbe una fuga continua.

  • #2

    ariannaamaducci (sabato, 29 dicembre 2012 18:41)

    si davvero..una fuga continua la mia vita.. da me stessa e dagli altri...