UNA BAMBINA CHIAMATA ARI - TREDICESIMA PARTE

IL MANDORLO DI MAURIZIA - 2007 olio su legno 45 x 55

 

TREDICESIMA PARTE

 

 

Di nuovo un ottobre a fare i conti con la fine di un sogno che come coprotagonista aveva visto Chiara. Ma quella volta avevo dalla mia parte la recitazione buddhista.

Mi chiesi perché. Non che non me lo fossi chiesto, prima di allora... eccome se lo avevo fatto. Lo avevo fatto continuamente ed in modo persino persecutorio. Qualche risposta parziale l'avevo anche trovata. Ma io desideravo sapere il perché totale, quello essenziale.

Quello che trovai, però, tra le maglie di un dolore che si rinnovava come un disco inceppato sulla medesima situazione, fu, ancora una volta, la voglia di vivere ed il bisogno impellente di amare.

Mi iscrissi ad un forum di donne lesbiche: il famoso Miss 777: mia figlia maggiore aveva aderito ad una offerta di un gestore telefonico ed ero riuscita ad inserirmi anche io ricevendo in uso di comodato un bellissimo telefonino con il quale, usato come modem e dopo avevo acceso un contratto molto economico, navigavo sul web piuttosto liberamente. Il computer, un vecchio pentium cinque, era stato acquistato quando ancora lavoravo per eseguire la fatturazione e, dato che aveva un valore di pochissimo conto, era riuscito a passare inosservato tra le maglie del disastro economico.

Ero completamente autodidatta, sia nell'uso del pc che del net ma, attuando un po' di tentativi, riuscivo più o meno sempre a portare a termine le azioni che mi interessavano.

Così trovai quel sito e mi iscrissi. Cominciai a frequentare il forum ed a pubblicarvi thread: quello che mi lanciò ben presto come una delle protagoniste di quella comunità virtuale fu : ' Amare per vivere, Vivere per amare ' , nel quale raccontavo molto a grandi linee la mia storia con Chiara, il mio dolore che ne derivava ed i miei annosi interrogativi.

Era chiaro che per me la vita senza amore non avesse nessun sapore, nessuna attrattiva ma non solo, diventasse assolutamente impossibile tanto che avevo fatto scelte scomode ed avevo avuto reazioni limite quando mi ero trovata ai bivi cruciali della mia esistenza. Era come se l'amore, che volta per volta si incarnava nella persona che suscitava in me quel sentimento vivificatore, fosse una droga senza la quale io andassi incontro a violente crisi di astinenza. Quindi, nelle mie elucubrazioni, avevo perfettamente capito che vivevo si, per amare ma non solo, amavo per poter vivere.

E questo faceva di me una amante meravigliosa quanto altrettanto impegnativa.

Infatti, man mano che il dolore per la fine così assurda ed inattesa della storia con Chiara si attenuava, la delusione e l'offesa che sentivo di aver ricevuto risvegliavano in me il desiderio di ricominciare. Dentro di me sentivo che altro mi attendeva, che ancora non era giunto il momento della resa.

Ripresi a frequentare il Cassero ed una sera conobbi Maurizia.

Assai bella, alta e snella, con i lunghi capelli corvini che le scendevano sulle spalle con aggraziate volute ed un viso che esprimeva bellezza dolcezza rabbia e solitudine nello stesso tempo, come stesse ponendo sul piatto del tavolo da gioco un rilancio ma nello stesso tempo sapesse che avrebbe comunque perduto.

Ci agganciammo subito.

La nostra storia durò cinque fine settimana nei quali io mi recai da lei, che abitava una deliziosa casetta tra le montagne alle spalle di Bologna, condivisa con un discreto numero di cani e gatti, che erano gli evidenti amori incondizionati della loro vita. Il luogo era bellissimo, praticamente disabitato e la primavera precoce di quell'anno in cui l'inverno fu decisamente latitante, già aveva ornato di una bianca esplosione il mandorlo che era a fianco della casa.

Ma che strano rapporto era il nostro! Se pur ci trovavamo assai bene nel parlare insieme, anche se lei metteva in discussione tutti i miei discorsi, dalla visione delle vite passate, alla filosofia e pratica buddista, al mio affermare che già l'amavo; pur se lei, quindi, non credeva ad una sola parola di quanto io le dicessi, però passavamo le ore parlando e bevendo birra. Sedute al tavolo della cucina mentre la luna faceva il suo corso notturno, svisceravamo a fondo ogni concetto, ogni postulato, lei rimanendo nelle sue posizione ed io nelle mie. Ma lo facevamo senza litigare od irritarci, pur se la discussione era piuttosto animata. Oppure lei mi raccontava della sua vita, che era stata di certo assai avventurosa, ed io le narravo della mia, trovando punti in comune tra i quali spiccava, su tutti, un aberrante rapporto con la madre.

Ma quando finalmente decidevamo di andarcene a dormire ed io cercavo di amarla, desiderandola e desiderando essere desiderata da lei, Maurizia, se non mi respingeva decisamente, rifiutando di baciarmi e di essere toccata, le volte che mi lasciava fare, restava immobile, senza provare nessun tipo di passione e piacere, cosa che non mi era assolutamente mai successa e che mi sconvolgeva profondamente.

Facemmo alcuni tentativi ma il risultato fu il medesimo, tanto che, alla fine, quando andavamo a dormire io mi limitavo ad abbracciarla e li, che mi volgeva le spalle, si addormentava così, senza altro aggiungere.

Inoltre era assai evidente la disparità di importanza che i nostri incontri avevano nelle nostre rispettive vite. Io non pensavo che a quando l'avrei rivista e sarei stata da lei, e ogni volta le portavo piccoli doni, libri da leggere, cd da ascoltare. La prima volta preparai tutta una apparecchiatura per la tavola, come se io e lei fossimo in un lussuoso ristorante, anziché a casa sua, e stessimo avendo una romantica cenetta al lume di candela.

Fu un gioco buffo e dolce allo stesso tempo, quando tolsi da dentro la capiente borsa di carta che avevo appoggiato sul tavolo, tovaglietta e tovaglioli, posate e bicchieri e una porta - candele con relativo lungo cero rosso – tutto era infatti in tono di blu e rosso ed acquistato appositamente per l'occasione e quindi nuovissimi - ed una bottiglia di Moet e Chandon, tenuta in fresco fino all'ultimo minuto disponibile.

Ovviamente per me quelle erano spese assai impegnative da sostenere, dato che non avevo un reddito preciso ma per Natale mia madre mi aveva regalato una piccola somma, tutta per me, dicendomi di non darla a mia figlia e di tenerla per le mie necessità personali e quindi riuscii a mettere in scena tutta la faccenda.

In tempi migliori avevo più volte offerto a Marika e a Chiara cenette intime e deliziose in qualche ristorantino di mia conoscenza, adatto alla bisogna. Quella volta, con Maurizia, giocai ad essere io il ristorante intero, dato che anche cucinai per lei, quella sera.

Quindi ogni mio pensiero e desiderio era rivolto a lei mentre lei ogni volta era incerta se darmi o meno il permesso di raggiungerla, adducendo motivi che a me suonavano solo ed esclusivamente come pretesti.

E poi era assai critica sul mio aspetto fisico, sia sulla mia mole, che sul colore dei capelli, - che lei stessa, un pomeriggio, mi tinse di rosso con l'hennè ravvivandone il colore, secondo lei troppo spento.

Mi diceva che ero brutta, grassa e che vestivo male. - cosa del tutto vera -

Persino trovava sgradevole i piccoli nevi che ho, soprattutto sulla guancia destra, e me lo disse con così pungente attenzione che io, ritornata a casa, presi subito l'appuntamento dal dermatologo della mutua e me ne feci asportare due, i più evidenti.

Anche quella volta l'anestesia funzionò in modo limitato e quando lui affondò il laser per bruciare la piccola escrescenza, una fitta dolorosissima si propagò per tutta l'innervatura del viso, del braccio e del tronco fino alla vita. Cosa che mi fece decidere che i rimanenti non erano poi così antiestetici.

Quando, verso la fine di gennaio, Maurizia mi chiese di non andare da lei per il fine settimana io decisi che era ora di mettere fine a tutto quanto, fra di noi. Che di certo lei non era innamorata di me né attratta come io lo ero di lei e, dato che mi ero giurata che mai più avrei elemosinato amore, la salutai con tristezza, piansi sopra a quell'altra storia naufragata un po' di giorni e poi rialzai la testa per guardarmi di nuovo intorno.

Con Maurizia mantenni un rapporto di strana amicizia che tra riavvicinamenti e mesi e mesi di silenzio, dura tutt'ora. Venne fuori poi, dopo diverso tempo, quando io ritornai a parlare di quello che era successo tra me e lei, che io non avevo assolutamente capito nulla. Che non era vero che io a lei non piacessi, tutt'altro. Che se veramente avesse pensato di me che ero brutta eccetera non me lo avrebbe mai detto. Mi disse che avevo avuto troppa fretta e che, se le avessi dato più tempo, di certo sarebbe stato piuttosto bello tra noi. Io, a quelle parole, rimasi piuttosto male e le chiesi la ragione per cui, quando io le comunicai la mia intenzione di rompere, lei non mi avesse spiegato meglio come stessero le cose.

La sua risposta fu che lo aveva fatto ma che io, semplicemente, non l'avevo ascoltata.

Ma se io non desideravo altro che Maurizia mi dimostrasse almeno un po' di interesse! Figurarsi che le avevo trovato un soprannome, con il quale la chiamavo sempre, riscuotendo la sua ilarità: lei era il mio ' ghiacciolo di legno '.

 

Beh, decisamente anche quella storia sottolinea il fatto che io e gli altri esseri umani non parliamo la stessa lingua.

 

Venne così il giorno del mio compleanno, primo febbraio 2007.

Ero molto triste e mi sentivo sola ma non finita tanto che decisi di farmi un regalo e misi un annuncio sulla relativa rubrica di Miss 777, con il quale cercavo una mia lei.

Non ricordo tutto il testo ma di certo rammento bene le prime parole: ' La mia porta è aperta '.

E di certo, quando si apre una porta, qualcuno entra.

Ciò che seguì è narrato piuttosto per esteso nel mio primo romanzo – diario IO NON SONO DI QUI, che trovate pubblicato per intero sul mio sito.

Infatti io scrissi un diario di quei mesi e da quello fu poi tratto il mio primo libro.

 

Perciò qui metterò solo un sunto stringatissimo dei fatti.

Dana entrò nella mia vita il 18 marzo con un messaggio privato su Miss 777, rispondendo ad un mio thread nel quale dicevo che il giorno dopo avrei subito un intervento agli occhi. Siccome anche lei soffriva di problemi oculistici, mi scrisse per darmi sostegno, dato che eravamo sulla stessa barca, proponendomi de remare insieme per un po' e di lasciar remare lei, qualora io fossi stata stanca.

Tra noi partì una immediata fortissima attrazione che si manifestò attraverso strani flussi di energia, come una scossa elettrica tra la mia mano e la sua, entrambe appoggiate allo schermo del proprio pc a più di cento chilometri di distanza. Inoltre se io la abbracciavo con il pensiero lei davvero si sentiva stringere da me, come io fossi stata lì. Due giorni dopo saltai su di un treno, senza neppure chiederle il permesso, per andare a conoscerla. Dopo un primo imbarazzo e senso di estraneità, incontrandoci, quando fummo nella sua auto, io le toccai la mano e tra noi si ripeté quello sconvolgente passaggio di energia che mi fece innamorare nell'immediato e completamente.

Lei aveva una storia da sei anni con un'altra donna sposata, Elisa ma costei, dopo un lunghissimo tira e molla, sprofondata nei sensi di colpa versa la propria famiglia, aveva detto a Dana che tra loro vi sarebbe stata solo una amicizia, da quel giorno in avanti.

Fu questo che aveva spinto Dana sul sito di Miss 777 e, leggendomi, a rispondermi.

Dana dunque era sposata, lavorava ed aveva una vita molto piena. La distanza tra noi avrebbe giocato un ruolo decisivo di allontanamento, per mancanza di tempo e di denaro atto a sostenere tutte quelle trasferte.

Proprio in quei giorni io avrei ricevuto una piccola soma di denaro, circa 2000 euro, che erano gli arretrati della pensione di invalidità civile che mi era stata concessa dopo che io, un anno prima, avevo presentato la domanda. Infatti da quel mese di marzo 2007 io percepisco una somma che ora ammonta a duecento sessanta euro mensili.

In casa con i miei figli la tensione era sempre maggiore: mia figlia continuava a sottolineare che stava mantenendo me e mio figlio, seppur io le devolvessi ogni mese la piccola cifra che mi dava mia madre. Mia figlia inoltre non sopportava più nulla di quanto io facessi, né una telefonata né il pc, nulla. Era un continuo rimbrotto, cosa che io assolutamente non reggevo più.

Pensai allora che avrei comprato una roulotte e che sarei andata a vivere in un campeggio in riva al mare, vicino a dove abitava Dana. Quello per i mesi estivi, poi, per quelli invernali, avrei trovato un'altra soluzione. E così feci.

Dana mi aiutò a trovare il campeggio giusto per lei, dato che per me erano perfettamente tutti adatti e validi ed il 17 aprile di quell'anno feci portare là la roulotte, battezzata Chiocciolina per l'inevitabile paragone con le bestioline da me tanto amate.

Mia figlia non apprezzò affatto quella mia scelta, dicendomi che ero una barbona e cose del genere, appoggiata e condivisa dagli altri figli. Anche mia madre non approvò e sospese il versamento mensile, cosa che aveva d'altronde già preventivato, dato l'arrivo della pensione di invalidità.

Ma io non cambiai idea: mi sentivo prigioniera in casa mia, mi sentivo un peso e poi volevo assolutamente poter vivere l'amore con Dana.

Fino a maggio fu un sogno: lei era innamorata ed affettuosa quanto me ed i nostri incontri erano deliri di passione e pura estasi.

Ma Elisa, accortasi di un cambiamento evidente in Dana e di un suo graduale allontanamento dal suo dispotico potere sull'altra, le disse all'improvviso che forse si era sbagliata, che forse l'amava davvero. Che aveva bisogno di un po' di tempo per decidere cosa fare del loro futuro.

Dana, folgorata da questo discorso che, di certo, le apriva di nuovo una possibilità su quanto aveva desiderato così fortemente e per lungo tempo, venne da me, mi comunicò la cosa e mi disse che tra noi era tutto finito.

E lì, a rimanere folgorata, fui io.

Ma come? Come era possibile tutto ciò? Dove era andato tutto il suo amore per me? Volatilizzato.

Alla mia evidente disperazione lei mi disse che avrebbe potuto continuare a vedermi, dato che ormai ero lì, - e beh, sì, avevo fatto una piccola scelta, per stare vicina a lei...... - ma che tra noi sarebbe stato solo sesso, che il nostro era un amore terminale e che non sarebbe stata in grado di dirmi fino a quando avrebbe retto il senso di colpa di tradire Elisa con me.

Io accetta, dato che non avevo un'altra possibilità. E quindi cominciò una delirante sequela di rotture e riprese della nostra storia che durò fino al tre di agosto.

Dana veniva da me, mi diceva che quello era il nostro ultimo incontro, facevamo l'amore con una passione sempre più travolgente e poi se ne andava sulle mie lacrime disperate, per poi ricomparire il giorno dopo o anche solo dopo alcune ore con un messaggio o una telefonata di risposta ai miei nei quali la supplicavo di tornare da me.

Perché io, senza Dana, mi sentivo morire.

La stessa dinamica si ripeté innumerevoli volte fino ad agosto, il tre, come sopra detto, quando lei sembrò decisa a rompere senza possibilità di ripensamenti. Dana ed Elisa erano state in vacanza insieme. L'altra le aveva detto che sì, l'amava, ma che non avrebbe mai abbandonato la famiglia, come invece aveva lasciato che si paventasse. Dana era rimasta un po' delusa, da questo ma il fatto che Elisa le avesse di nuovo dichiarato il suo amore, le bastava per sentirsi ancora una volta e definitivamente pronta a mollare me. Il fatto fu che Elisa, durante quella vacanza, concesse di nuovo il proprio corpo all'altra e questo aveva portato Dana a non aver più bisogno del sesso che le davo io, scaricandomi.

Per me fu impazzire e mi tagliai le vene. E qui mi sembra giusto riportare il capitolo di IO NON SONO DI QUI riguardante quel giorno.

 

CAPITOLO VENTESIMO

 

La bestia dentro

 

 

Rumori di gente, suoni.

Ed emergo dal sogno con la gioia di un incontro.

Sento la mia casa intorno a me che pulsa e la tua voce, come se mi facesse festa.

Mi sveglio col sorriso sulle labbra, preparata all’abbraccio e al bacio agognato… ma la crudele realtà mi avvolge, mi scuote e mi brutalizza.

Sono in ospedale.

La ferita al polso reciso piange come un’ala di rondine spezzata.

Lacrime asciugate sul mio viso, vinto dal sonno artificiale dei sedativi, mi bruciano sulla pelle riarsa.

Tu sei così lontana che non bastano tutti i tuoi voli a riportarti da me e io così smarrita che non c’è luna piena che possa mostrarmi la via.

Quello che mi resta è reclinare il capo tra le braccia e morire un

po’ di più ogni giorno.

 

Ieri ho firmato per la mia dismissione dall’ospedale e sono tornata nel mio rifugio.

Questa mattina alle 5.30, dato che non dormivo più da un pezzo neppure con il sonnifero, mi sono alzata per andare a risciacquare il bucato e stenderlo, spazzare le foglie e finire di mettere a posto i disastri che i miei soccorritori, che io ringrazio di cuore, hanno combinato nel mio giardino.

Sul cancellino rudimentale che fa accedere alla mia area c’era una chiocciolina.

Era giovane e tenera, con il bel guscio arrotolato su se stesso, lucido e

fresco; le sue piccole antenne erano tese e vibravano. Sembrava felice. Ho appoggiato una mano accanto a lei e quella dolce creatura vi è salita sopra, senza paura, toccandomi lievemente con i suoi peduncoli così mobili. Poi è scesa e ha continuato il suo cammino.

Io ho fatto tutti i miei lavori e mentre stavo spazzando dentro la veranda, spostando la poltrona del mio adorato cane, che è ancora dai miei figli e mi manca da morire, ho trovato un cumulo di terra sicuramente smossa di fresco.

Forse un topolino, ho pensato, ma data la mole di terra, con la quale ho riempito un grosso vaso, probabilmente si trattava di una talpa, perché la

galleria si inabissava sotto terra fuori dalla veranda per sparire nel profondo.

Allora nel mio cuore è sorto un ringraziamento per la mia piccola amica Corinne, la bimba della roulotte di fronte, che col suo intervento mi ha salvato la vita: le ho augurato ogni bene e felicità.

E anche a tutti quelli che in qualsiasi modo mi sono stati vicini e per quelli che non hanno voluto o non hanno potuto.

 

Ora sono molto stanca, ma sto bene.

 

Mentre scrivo, Cheryl Porter canta i suoi gospel. Non per ringraziare Dio che io sono ancora qui, ma perché voglio che la gioia della vita riempia il mio cuore.

 

Questa è la cronaca del mio tentato suicidio.

 

Quella mattina, era il 3 agosto 2007, una sola voce era nella mia mente.

 

E diceva: BASTA.

 

Ho preso la bici e il mio cane, ma per la strada, siccome lui non mi seguiva abbastanza celermente, l’ho lasciato andare, io che amo il mio cane come un figlio. Sono entrata in farmacia e ho comprato un flacone di soluzione glucosata, l’occorrente per fare una flebo e una siringa da 50 cc.

Poi di corsa a casa. Lungo la strada ho sentito Jerome che abbaiava.

Due ragazzi lo avevano trovato e lui mi aveva sentito arrivare: così l’ho ripreso con me.

Arrivata nella roulotte, ho appeso la glucosata al soffitto con un chiodino e ho preparato il tutto.

Mi sono praticata l’endovena.

L’ago era perfettamente in vena e il sangue defluiva regolarmente. Con la

grossa siringa, riempiendola volta per volta di aria, l’ho iniettata nello stantuffo che serve per aggiungere medicinali all’infusione. Ma l’aria non si immetteva nella vena. Io riprovavo e il sangue rifluiva, ma l’aria continuava a disperdersi nel sottocutaneo.

 

Così ho ripetuto l’operazione più volte, non ricordo quante, nelle braccia, nelle mani, in un piede, gonfiandomi d’aria. Ma anche se l’ago era in vena,

l’aria non ci entrava. Poi la valvola dell’ago si è otturata ed è diventata inservibile.

Allora ho deciso di tagliarmi le vene del polso sinistro.

 

Avevo una lametta di quelle per la depilazione femminile. Con le forbici ho tolto tutta la parte di plastica che impediva alla lama di entrare nella

mia carne. Mi sono sdraiata sul letto e ho piazzato una grossa quantità di carta da cucina per terra, per raccogliere il sangue, per non sporcare la mia amata Chiocciolina.

Poi ho cominciato a incidere.

Faceva un po’ male, ma era un dolore leggero, sottile, acuto come una voce bianca. Il sangue ha cominciato subito a scorrere. Io sorridevo e gli dicevo:

«Ecco, bravo, così, così».

Ma durava poco, poi si fermava. Allora io ancora incidevo, allargavo e approfondivo il taglio. Il sangue scorreva di nuovo e io lo incitavo. Ormai era un dolce filo rosso continuo che andava a inzuppare la carta. Io controllavo il flusso, aprendo e chiudendo il pugno. E piegando il polso per facilitare la fuoriuscita.

Ma ancora si fermava.

Allora, con il dito della mano destra, entravo nella ferita per rimuovere i

coaguli che impedivano al mio sangue di uscire e ancora tagliavo.

Faceva male, ma sorridevo.

Cominciavo a sentirmi stanca, sentivo la testa che mi girava e il cuore che lentamente si adagiava. E incitavo il mio sangue a scorrere via da me.

Poi, è risuonata una voce che diceva il mio nome,

Jerome si è messo ad abbaiare.

Ecco, penso, bravo figlio mio, non fare entrare nessuno. Ci sono quasi… ho

quasi finito.

Ma le voci incalzavano.

Allora con lo spigolo della lametta ho inciso più che ho potuto e lo zampillo è diventato un piccolo torrente.

A quel punto Jerome si è lasciato condurre via da Corinne e Massimo, il proprietario del campeggio, è potuto entrare.

Io avevo abbandonato il braccio a penzoloni giù dal letto e non sentivo più nulla.

Ero felice e serena.

Massimo ha esclamato: «No, mio Dio!»

Ha preso la cinghia della mia maschera subacquea e mi ha stretto il braccio fermando il poco sangue rimasto.

Poi ha chiamato l’ambulanza.

Io sentivo tutto, ma non c’ero più. I medici e i paramedici hanno detto

che ero incosciente, ma io sentivo tutto. Non vedevo, anche se aprivo gli occhi, ma sentivo.

Un gran affaccendarsi attorno a me…

Poi non sapevano come fare a farmi uscire dalla piccola porta della roulotte e parlavano di rompere tutto. Allora io ho detto: «Esco con le mie gambe». E la dottoressa che era china su di me ha assunto l’espressione di chi avesse appena visto un fantasma. Poi sono scesa dal letto, sorretta da non so quante persone e mi hanno caricato sull’ambulanza.

 

Il resto è banale storia di ordinaria follia.

 

La sera sono caduta e ho riportato un taglio in testa con commozione ed ematoma. Punti di sutura: quattro.

Al polso me ne hanno dati più di dieci. E, ancora, tutte le volte che cambio posizione la testa mi gira vorticosamente.

 

Dopo due giorni o tre, non ricordo, ho firmato per la dismissione dall’ospedale.

Prenderò i farmaci che mi hanno prescritto.

Ora sono a casa, nella mia chiocciolina: ho riparato i danni subiti dalla mia dimora, ho pulito e ho piantato nuovi fiori.

Sono abbastanza tranquilla, anche se ieri ho avuto una forte crisi di pianto, perché ancora mi ero illusa che lei potesse tornare da me.

 

Ora penso: Chi le parla? Chi le tiene compagnia? Chi farà l’amore con lei come solo io so fare? Chi scriverà poesie per lei? Chi la vedrà come l’essere più sublime e perfetto? Chi l’adorerà? Chi penserà a lei costantemente?

Chi sarà sempre accanto a lei? Chi le comprerà le sigarette? Chi vedrà accendersi una luce tutte le volte che poserà lo sguardo su di lei? Chi la troverà eccezionale, perfetta, spiritosa, intelligente, simpatica, originale, unica?

Chi l’amerà come l’ho amata io?

 

Io sono viva e vivrò. Ma chi le renderà il mio amore?

 

E mentre tentavo di morire ho sempre recitato, senza mai smettere un attimo, la preghiera Buddhista per accompagnare la mia vita nella nuova dimensione.

Non ho paura della morte.

Ora non ho neppure più paura della vita, perché ho davvero perso tutto

e non posso perdere più niente.

Se sono ancora qui ci sarà una ragione che prima o poi saprò riconoscere.

 

La notte è incalzante.

I miei pensieri come un sasso colpiscono lo stagno fermo della mia vita. Ma il sasso non fende l’acqua e non genera cerchi concentrici. La superficie resta immota, senza echi.

 

Dana, come una libellula in fuga, ha abbandonato la mia casa.

I polmoni si dilatano, il cuore imprime forza centrifuga al sangue che scorre portando ossigeno ai muscoli. Lo stomaco scioglie il cibo che

riceve, le orecchie sentono suoni diversi fra loro.

Gli occhi distinguono i colori, le membra mi sostengono. Le cellule metabolizzano ormoni e sostanze atte alla vita, le reni depurano le scorie. E il cervello è l’autorevole regista della messa in scena.

 

E io che faccio? Nulla.

 

Ascolto il tempo passare su di me e portarsi via uno a uno ogni attimo.

Felice di averne ogni volta uno in meno da trascorrere.

Vedo la bestia nera e violenta che alberga nel mio cuore. Non so da dove viene né in che modo io abbia potuto dotarla di tanta forza e virulenza. Vedo i suoi occhi d’ombra inghiottire ogni luce. La sua gola afona risucchiare ogni suono. Le sue orbite vuote annerire ogni colore.

 

Ma io sono lei? Lei è me?

No, non lo sono.

Io sono la manifestazione umana della legge che guida il cosmo, l’eterno flusso che accoglie e genera ogni espressione di vita. Nella luce si annida il buio, nel silenzio risuona la voce, nella felicità si cela la paura dell’oblio.

E questo è il motore dello svolgersi delle cose.

Questo è l’espediente dell’apparizione di ogni entità.

Io sono il buio? No. Io sono la luce che scaturisce dal buio.

 

Ti conosco, ora, bestia, demone, vita violata, offesa alla legge, karma.

Ancora una volta sei quasi riuscita a prevalere su di me, sulla mia preziosa unicità.

Ancora una volta ti sei vestita di abiti così eleganti, hai assunto parole così suadenti, hai scelto note così struggenti che in te io ho visto l’amore, la pace, il perdono a cui tendo.

L’abbraccio che sempre mi manca.

Ma c’è in me, anche quando tutto brucia come nel fondo dell’inferno più abissale, una terra pura, dove uomini e dei vivono felici e a proprio agio, si suonano tamburi celesti e piovono fiori profumati.

 

Il fuoco dell’inferno della sofferenza è un espediente perché io possa desiderare di vedere la pura terra della felicità assoluta.

Ora che al mio corpo si sono aggiunte altre cicatrici che mai scompariranno, ora che ho percorso ancora un miglio su sassi aguzzi che mi ferivano i piedi, ora che la mia vita si è spogliata ulteriormente di tutto ciò che avrebbe potuto distogliermi dalla luce, io vedo la pura entità luminosa che sono.

 

Qualche pietoso dio sconosciuto mi ha salvato, ha impedito che infliggessi questa offesa atroce alla mia vita.

 

E se la persona che io sono non ha avuto una madre, non ha avuto un padre, non ha avuto un fratello, non ha avuto un marito, non ha avuto un porto sicuro in cui approdare, ha comunque tutto ciò a cui anela dentro di sé, in un luogo dove nulla e nessuno può rubarglielo, dove niente può finire, dove nulla può mancare.

 

Io sono la dispensa dell’amore che cerco.

Devo solo aprire la porta e attingere a piene mani il cibo del cuore che mi nutre, senza più attendere chi non può arrivare.

Senza illudermi, senza sperare invano.

Vivendo ogni attimo per l’immenso valore del suo stesso essere, perché non torna, perché è mio, intessuto di me.

E senza di me non esiste perché io sono il metronomo che lo scandisce.

 

La bestia è violenta ma io, come un saggio pitagorico, l’ho domata con la melodia del mio flauto ed essa si accuccerà quieta ai miei piedi, dormendo al suono dell’eternità senza inizio e senza fine.

E la musica da me scolpita negli antri del dolore che illuminerà la via a me e a chi mi cammina accanto.

 

Riprendo la narrazione in diretta.

Ma certo quella luce che io vedevo quel giorno di tale terribile altalena tra la disperazione e la speranza era assai fioca ed intermittente, tanto che, quando il 14 di agosto, in risposta a quel famoso annuncio che contò più di cento richieste diverse di contatto, un'altra donna bussò a quella famosa porta chiedendo di entrare, io non seppi che dirle: ' Benvenuta! '.

 

 

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