UNA BAMBINA CHIAMATA ARI - DODICESIMA PARTE

NAUFRAGIO mio primo quadro 2006 olio su legno. 25 x 30

 

DODICESIMA PARTE


 

- Ciò che racconto qui di seguito è potrebbe essere

 ( se io lo scrivessi ) l'ultimo capitolo del romanzo interrotto   E TUTTO FU.... CHIARA -

 

Chiara deflagrò.

Mi chiese un incontro ed io corsi da lei, animata dalle più rosee ed accese speranze.

Nel suo appartamentino fuori Bologna lei preparò una pranzo, per me. Parlammo. Quanto parlammo.

Era diversa, dall'ultima volta che l'avevo incontrata, anche se, ovviamente, era sempre la stessa. Ma tre anni, alla sua età, segnano e mostrano cambiamenti notevoli.

La sua sconvolgente bellezza di bimba angelica e dannatrice aveva preso qualcosa di maggiormente conscio, più grave e profondo.

Come avrei voluto baciarla, amarla con tutta la tenera passione che bruciava in me! Ma la sua porta era decisamente chiusa. Pure se sembrava che ad ogni parola, ad ogni misurato sguardo, mi dicesse: ' Sto per aprirla, l'aprirò, stanne certa.'

Così rimasi ferma, allungando appena una mano per posarle una leggerissima carezza sulla sua, posata sulla tovaglia candida. E me ne tornai a casa, un poco mesta, - dopo aver sognato di trascorrere la notte con lei - ma con quella possibilità, quella quasi certezza rinsaldarsi dentro.

Certo, mi chiesi perché mi tenesse lontana, certo mi dissi che c'era qualcosa che non andava, nel suo comportamento: dopo tanto tempo passato – tre anni -, dopo che mi aveva ricercato, dopo che alludeva ad ogni parola, dopo che mi lasciava nei messaggi telefonici baci che non erano meno corporei che se non me li avesse concessi direttamente la sua bocca, perché allora ancora esitare?

Ma come far ragionare un cuore innamorato? Impossibile.

Quindi tre o quattro giorni dopo mi telefonò di nuovo e mi chiese a bruciapelo se volessi accompagnarla a fare un giro di acquisti.

Ed io di nuovo volai a Bologna e di nuovo me ne tornai a casa dopo aver trascorso anche tutta la serata con lei e non averla sfiorata neppure con un dito, o quasi, unica eccezione ancora quella esile carezza sognante ed impacciata sulla sua manina di bimba, una manina così fragile e sottile che pur teneva stretti in pugno con fermezza ed incredibile forza i fili del mio destino e della mia vita.

Dopo qualche giorno ancora mi chiese di accompagnarla ad una di quelle feste da ballo a cui mi recavi io. Ma non ci saremmo andate io e lei sole: con noi sarebbe venuta anche la sua amica storica, quella che era innamorata di lei dai tempi della scuola e che vedeva stretti, con fermezza ed incredibile forza, i fili del proprio destino nell'altra mano della mia micidiale amica.

E fu così che anche quella volta tutto si risolse con una altro nulla di fatto. Però incontrammo quella ragazza che a me piaceva molto e che era con me la notte che io conobbi Marika.

Ci eravamo perse di vista da tempo, però, come spesso accade, ritrovammo la nostra ' amicizia ' immediatamente, quando ci incontrammo per caso nella grande sala da ballo gremita di donne lesbiche. E, mentre Chiara ballava con la sua amica, io e la mia amica discorremmo del nostro appena trascorso vissuto. Io le raccontai in sommi capi di Marika e di Ale e lei mi narrò della fine del rapporto con la bambola bionda che io ben ricordavo.

Le presentai Chiara, naturalmente ma tra loro corse una incolore stretta di mano ed un sorrisetto di rappresentanza.

La mia amica mi fece le congratulazioni, dicendomi che Chiara era davvero bellissima ed io feci la ruota proprio come il più vanesio dei pavoni.

Certo dentro di me io pure mi chiedevo come potessi piacere ad una creatura così divina: da sempre io mi ero guardata con gli occhi colmi di riprovazione e quasi disprezzo di mia madre che, di certo inconsciamente ma piuttosto chiaramente, ogni volta si posavano su di me, esprimevano il suo totale rifiuto del mio modo di essere.

Ed anche le sue parole non erano state mai da meno. Giusto per la cronaca ricordo le punte di diamante dei suoi ' complimenti'.

Quando stemmo parecchio senza vederci, in seguito ai miei primi tentativi di suicidio, la prima volta che io mi recai da lei, - dopo aver lottato a lungo con la mia coscienza di figlia, dato che sapevo lei stesse soffrendo nel non vedermi e la mia arrabbiatura di quel frangente, - la prima cosa che esclamò, vedendomi, fu: ' Ma sei enorme! '

non che non avesse ragione, gonfiata come ero dagli psicofarmaci e da tutto il mio dolore, però.........

un'altra cosa molto carina che mi disse, quando le mostrai la foto di Ale, dopo pochi giorni del nostro incontro, fu, alzando lo sguardo dal display del cellulare e posandolo su si me con una espressione malignamente incredula; ' Ma come fai ad avere delle amiche così giovani e carine??? ?'

Ed io non seppi che distoglier lo sguardo e dirle a bassa voce che si vedeva che qualche cosa bella ce l'avevo pure io, se loro ci venivano, con me.

E come ultima cosa di questo particolare leif -motiv della mia vita aggiungo come candelina su quella amara quanto abbondante torta, quanto successe l'ultima volta che ci siamo viste, quest'anno, a giugno 2012, appunto, dopo due anni e più che non mi vedeva e la prima volta che mi incontrava seduta su quella sedia a rotelle sulla quale è relegata la mia età matura e finiranno – si spera il più brevemente possibile – i miei giorni. Io, temendo sopra ogni altra cosa i suoi commenti velenosi, pur se ultimamente le cose tra noi erano migliorati di molto, l'avevo avvisata del mio essere ulteriormente ingrassata a causa della notevole quantità di medicinali che ancora giornalmente ingurgito e della mia totale mancanza di movimento. Eppure, quando mi vide, non seppe assolutamente reprimersi dall'esclamare, e quella volta in coro con mio fratello, accompagnando il tutto con sguardi molto eloquenti: ' Ma quanto sei grassa!!. '

Ebbene si, ora sono molto grassa ed anche quella notte in quella discoteca lo ero, - pur se non a questi livelli, - e quando la mia amica sottolineò la bellezza di Chiara io mi sentii decollare: così grassa eppure...eppure lei sarebbe stata di nuovo mia, fra pochissimo.

Per tutto questo farraginoso giro dei miei pensieri non ebbi nessun sospetto quando quella mia amica mi telefonò, qualche giorno dopo, invitandomi per il sabato prossimo, a mangiare una pizza con lei e tutto un gruppo di amiche sue, tra le quali l'altra che era con noi sempre la famosa sera dell'incontro con Marika. E concluse l'invito dicendomi di portare Chiara, naturalmente, se l'altra fosse stata ne contenta.

Io, tutta entusiasta, accettai la mia parte e subito chiamai Chiara, estendendo l'invito a lei che pure accettò con altrettanto entusiasmo.

Mi disse che la notte alle quattro era di turno al lavoro ed avrebbe avuto un volo – era hostess per una grande compagnia internazionale -ma avremmo potuto stare insieme un po' da sole, dopo la serata con le altre e prima del suo recarsi in aeroporto.

Quelle sue parole mi esaltarono. Sempre più intimo il suo tono di voce, sempre più disponibile il suo modo di fare: mi sembrava di sognare.

Infatti quella sera mi recai a Bologna con dentro la certezza che il nostro rapporto proprio nelle prossime ore avrebbe avuto una svolta decisiva. E la mia premonizione si rivelò perfettamente azzeccata.

Veramente tutta la serata fu stranissima ma io ero così felice che riuscii a deglutire tutto senza scompormi.

Innanzitutto a cena, la mia amica si sedette di fianco a me e Chiara era di fronte, di fianco all'altra amica comune. Le altre, che io non conoscevo, facevano contorno. Io mi ero seduta di fronte a Chiara perché volevo guardarla.

Credo che solo chi sappia cosa vuol dire amare per anni una persona senza sapere nulla di lei e senza vederla, possa rendersi conto di cosa si prova quando finalmente quel sogno, che sembrava infranto per sempre, pare invece stare per avverarsi. E davanti agli occhi c'è l'amato bene, in carne ed ossa.

Quindi io, per nulla al mondo avrei rinunciato a quella ineffabile gioia di riempirmi gli occhi al mente ed il cuore della bellezza di lei.

Ma la mia amica si mise a fare la stupida con me, come ci provasse, coadiuvata dall'altra che sottolineava quando ci fosse del tenero tra noi.

Io ben presto mi risentii a quello scherzo di cattivo gusto: mi stavano mettendo in forte imbarazzo di fronte alla mia Chiara e quindi, arrossendo violentemente, chiesi loro di smettere con quel giochino scemo. Cosa che fecero pur se tutto venne seppellito in una sensazione di presa in giro generale.

Ma poi la serata proseguì con tono più gradevole.

Dopo la pizzeria ci recammo al Cassero.

Erano i primi di ottobre ma era una notte assai calda. Ci sedemmo fuori nel giardino estivo, che per il protrarsi della bella stagione era ancora aperto: io, Chiara e la mia amica, e dialogammo molto piacevolmente, parlando di tutto e di nulla, come si fa sempre in quelle occasioni. La mia amata mi rivolgeva sguardi apertamente avvolgenti, sorrisi dolci. Io mi sentivo volare come un palloncino appeso al suo filo.

Poi decidemmo di entrare dentro e di ballare un po'. La musica che veniva dalla porta aperta era assai invitante: un revival di disco anni '80.

Io ho sempre amato ballare e, a dispetto della mia mole, ero piuttosto aggraziata ed agile. Quindi, trascinata dalla mia euforia e dalle note di Donna Summer and company mi immersi con loro nella calca della pista.

Ma prima di entrare nella sala Chiara si appartò con me un attimo e mi disse: ' Mi raccomando, Ari, alle due andiamo via. Voglio davvero stare sola un po' con te, prima di andare a lavorare. Se mi passasse l'ora, ricordamelo tu! ' ed io la rassicurai, ancora più sparata verso l'alto dalla mia certezza che si, quella notte io l'avrei finalmente baciata, le avrei chiesto di essere la mia ragazza e Chiara si sarebbe incendiata d'amore per me, tra le mie braccia.

Così, ballai e ballai, ammiccando a loro, che si scatenavano sulla pista assai più di me, a tutti gli altri attorno ed anche a Dio, che certamente era anch'egli presente. Ma verso l'una di notte passata da poco, la mia mole e la mia età ebbero il sopravvento sul mio entusiasmo. Mi si accorciò il fiato, ero in un bagno di sudore e non ce la facevo più. Dissi allora alle due fanciulle che avevo bisogno si uscire un po' a prendere una boccata d'aria e a riposarmi un po'. Loro accennarono, comprensive, al volermi seguire per farmi compagnia ma io risposi loro di restare lì a ballare e divertirsi, godersela, che la giovinezza era un tempo fuggitivo e di non privarsi di nulla, a causa mia. Chiara di nuovo mi chiede di tornare dentro alle due, per andarcene. Io di nuovo confermai.

Ero senza fiato, assolutamente senza fiato e mi tremavano pure le gambe, prese dalla stanchezza del ballo e dalla emozione di tutta quella magica serata. Passai dal bar ed ordinai una coca, ma senza rhum, dato che avrei dovuto guidare e mi sedetti fuori, ad uno dei soliti tavolini sotto la notte metropolitana di Bologna.

Lasciai che il mio cuore ed il mio respiro riprendessero un ritmo normale, bevendo a piccoli sorsi la mia bibita ghiacciata. Mi asciugai la sudata, riequilibrando la mia temperatura corporea. E me ne stetti lì, ad assaporare il buio, il suono della musica attutito dai muri, la stanchezza delle mie gambe che risuonava come un passo di danza nei miei pensieri.

Si fecero le due.

Allora mi alzai dal tavolino, mi sistemai ulteriormente capelli e vestiario ed entrai nella sala che era andata parzialmente svuotandosi. Come fui sulla soglia incrociai una delle altre ragazze che mi rivolse uno sguardo strano. Mi interrogai per un attimo su cosa potesse significare quello sguardo ma erano le due. Avevo un appuntamento con il mio destino. Ed entrai.

Dentro era buio, interrotto solo dalle luci stroboscopiche di faretti più o meno psichedelici, quindi mi ci volle qualche manciata di secondi, forse più, per abituare la mia vista menomata alla nuova situazione. Mi guardai in giro per vedere dove fossero a ballare le due ragazze e non le scorsi, nel mezzo della pista, tra gli altri corpi che si muovevano ondeggiando a ritmo di musica. Mossi allora qualche passo per cercarle meglio ma d'altronde quella era una sala unica, assai grande ma tutta aperta, quindi era impossibile non le avessi viste. Infatti scorsi la camicetta bianca di Chiara in un angolo, verso il fondo della sala, dove, approfittando della presenza di una colonna erano appoggiati alcuni divanetti come per assomigliare ad un salottino.

Contro quella colonna era la camicetta di Chiara.

Io sorrisi e pensai: ' Eccola! ' e mi recai decisamente verso di lei. La distanza che ci divideva era di una quindicina di passi ma c'era ancora parecchia gente. La visione non era nitida e precisa, nel buio della sala. Camminai verso di lei e quando fui a tre passi alzai la mano destra per appoggiarla sulla spalla della mia ragazza, che mi dava la schiena. Solo in quel momento vidi.

Come se una cortina pesante si fosse rialzata all'improvviso ed i miei occhi avessero riacquistato la loro luce, improvvisamente vidi che Chiara e la mia amica si stavano baciando.

Una dolorosissima saetta mi folgorò, da quella mano che arrivò appena a sfiorarla, scaricando la mia vita direttamente nel più profondo degli inferi.

Come un automa dissi: ' Chiara, sono le due.' poi girai i tacchi e mi allontanai da loro, uscendo di nuovo dalla sala.

Appena fuori mi appoggiai con la schiena alle spesse mura: tutto mi ronzava intorno, mi gridava dentro: Chiara stava baciando un'altra....

Non trascorsero che pochi attimi che le due ragazze mi raggiunsero trafelate e la mia amica mi guardava preoccupata chiedendomi: ' Sei arrabbiata Ari? ' e lo fece diverse volte. Chiara evitava il mio sguardo. Io dissi semplicemente che era tardi e che Chiara doveva recarsi in aeroporto. Quindi le due si salutarono alquanto frettolosamente e noi salimmo lo scalone di metallo, tornammo al piano di sopra, che poi era il piano terra che dava sul parcheggio ed entrammo nella mia macchina. Chiara, come se niente fosse aveva riacquistato la sua disinvoltura e, mentre io misi in moto, feci manovra e mi avviai verso il parcheggio decentrato dove era la sua auto, cominciò a parlare a raffica. Non ricordo assolutamente cosa disse: in me era calato un silenzio attonito che copriva le sue parole. Arrivate di fianco alla sua macchina io spensi il motore ed ella tacque. Le chiesi, senza preamboli: ' La stavi baciando? ' lei annaspo, farfugliò che no, che me lo direbbe, se così fosse, che semplicemente stavano facendo un po' le cretine...io le dissi: ' E' tardi, devi andare. Grazie per la bellissima serata. ' mi chinai verso di lei e guardandola fissamente negli occhi, depositai un lievissimo bacio sulla sua guancia. Poi distolsi lo sguardo da lei che, abbozzato un saluto impacciato, in fratta uscì dall'abitacolo per entrare nel proprio. Io non attesi che mettesse in moto, accesi il mio motore, girai le ruote e tornai a casa.

 

Quello che strideva forte, dentro di me, era l'enorme evidenza della differenza di posizione tra me e Chiara. Come potevo essere io certa che quella sarebbe stata la ' nostra ' sera se poi le cose erano andate così? Non me lo spiegavo. Ancora una volta io vivevo altrove, rispetto a chi mi era accanto e condivideva la realtà con me. In un altrove che era lontanissimo.

 

Il giorno dopo la mia amica mi cercò con un messaggio telefonico, abbozzando una qualche parvenza di scuse. Io tagliai corto, dicendole che Chiara non era la mia ragazza e che comunque, anche lo fosse stata, io non ero la padrona della vita di nessuno. Le scrissi che se Chiara avesse accettato di baciarla era ovvio che lo desiderava e che, contro quello, io non avevo alcun potere. La mia amica mi rispose che ero una grande. Ed io pensai: magra consolazione. Non scrissi più a Chiara né lei cercò me.

Dopo una settimana circa di nuovo la mia amica si fece viva per chiedermi che fine avesse fatto Chiara. Io le risposi che davvero non ne avevo la minima idea. Venne fuori che loro due, la notte dopo o ancora quella successiva alla malaugurata della discoteca, non lo ricordo con precisione, avevano avuto un incontro intimo piuttosto travolgente. Poi Chiara era sparita, negandosi al telefono, non rispondendo ai messaggi. Dissi alla mia amica che conoscevo benissimo quella tattica. Lei si adombrò talmente con l'altra che mi disse mai più avrebbe avuto nulla a che fare con lei. Ma sentivo quanto stesse soffrendo e la capivo perfettamente: l'innocente maliarda aveva fatto un'altra vittima.

 

Io e la mia amica ci perdemmo di vista fino a marzo del 2007. Racconto qui quel piccolo aneddoto che accadde. Allora avevo stretto un altro rapporto virtuale con un'altra ventenne, bellissima ed assai intelligente, Iole, che mi aveva veramente coinvolto. Ma quando lei mi chiese di salire su a Milano dove stava studiando, perché voleva fare l'amore con me, io le chiesi se stesse pensando ad una storia. Lei mi rispose che no, non pensava affatto ad una storia, che la differenza di età era troppo grande, che doveva laurearsi, che la madre eccetera eccetera eccetera. Allora io mi negai. Le dissi che in quel modo sarei stata votata al macello. Che ero molto presa di lei e che avrei sofferto troppo. La giovane insistette per qualche giorno ma io avevo giurato a me stessa che di Chiara non ce ne sarebbe stata un'altra e non cedetti. Però quando vidi che Iole aveva assolutamente voglia di una storia di sesso e stava mettendosi nei guai, infilandosi in un giro strano con uomini, le dissi che avevo io per lei la persona che avrebbe fatto al caso suo. Secondo una mia teoria, - la teoria transitiva dell'amore e del minimo comun divisore, sentivo che se io avevo provato per Chiara e Iole il medesimo tipo di trasporto e coinvolgimento, pur se con i naturali ed ovvi distinguo e che se la mia amica bolognese si era innamorata di Chiara, così avrebbe potuto innamorarsi di Iole. Dall'altra parte se Chiara aveva potuto essere attratta da me e dalla mia amica, Iole, che aveva desiderato me, avrebbe potuto desiderare la mia amica. Quindi, vincendo con un notevole impegno le rispettive timidezze e resistenze, feci in modo che si conoscessero. Scrissi alla mia amica che avevo un regalo per lei, le raccontai tutta la storia così come si era svolta e la spinsi a contattare Iole, raccomandandole di trattarla bene, che era una creatura speciale. Ma avevo potuto toccare con mano quanto la mia amica , pur comportandosi veramente male con me, aveva poi dimostrato di essere una persona di valore.

La mia teoria si rivelò così esatta che le due si innamorarono immediatamente ed al giorno d'oggi stanno ancora insieme.

 

Io conobbi altri mesi molto duri.

Dicendomi che avevo buttato via il bel rapporto che avevo con Ale la cercai di nuovo. Facemmo pace. Le raccontai la storia di Chiara. Non le feci illusioni ma le dissi che se volevamo provarci di nuovo io ne sarei stata felice. Ma ormai l'incantesimo tra me ed Ale si era definitivamente rotto: a gennaio 2007 ci lasciammo definitivamente.

 

Poco prima delle feste di Natale accaddero nello stesso momento due avvenimenti assai importanti per me,.

Non avevo denaro – avevo fatto un altro tentativo presso un altro ristorante ma era naufragato tragicamente anche quello -ma volevo ugualmente fare qualche regalo di Natale ai miei figli, mia madre ed Ale. Decisi che avrei dipinto dei quadretti.

Avevo in casa dei colori a tempera, residuato bellico scolastico dei ragazzi, qualche pennello ed il retro di alcune di quelle semplici cornici per foto con le clip di metallo. I vetri erano andati rotti ed erano rimasti i fondi di faesite, che io avevo conservato. Erano perfetti per essere dipinti. Dissi a me stessa che non mi sarei importata del risultato che sarebbe scaturito da quel esperimento: desideravo dipingere, da tempo ci pensavo ed era una di quelle cose che avevo amato moltissimo da bambina senza riuscire, purtroppo, ad ottenere risultati accettabili. E quello era una spina che mi era rimasta nel cuore.

Fu così che cominciai a dipingere quadri. Il primo fu un naufragio, un piccolo quadretto molto scuro ed agitato, che regalai a mia madre e che ha ancora appeso sul suo comodino. Il secondo un ghiacciaio, ispirato ad una foto, che regalai a mio figlio. A mia figlia maggiore dipinsi dei cani, a quella minore una vallata montana con delle ingenue mucche al pascolo. Ad Ale un campo di papaveri. Il risultato mi parve meno pessimo di quanto avevo immaginato, presi fiducia in me stessa e continuai.

Ma durante l'esecuzione di uno di quelle opere, all'improvviso credetti di essermi spruzzata gli occhiali con del colore. - avevo già subito il primo trapianto di cristallino, credo un anno prima, più o meno e quindi portavo gli occhiali su di una lente a contatto, per cercare di equilibrare ciò che continuava a rimanere assolutamente sbilanciato. Mi tolsi gli occhiali e li esaminai ma erano puliti. Li indossai di nuovo e quello schizzo era ancora lì. Allora credetti di essermi sporcati i capelli che allora portavo un po' più lunghi con il mio solito ciuffo ribelle. Ma nulla: i capelli erano puliti. Feci per acchiappare con la mano nell'aria quello che vedevo e mi accorsi che era dentro i miei occhi.

Mi recai al pronto soccorso e mi dissero che avevo avuto un distacco emorragico dell'umor vitreo. Che era un processo irreversibile, che la mia retina era in sofferenza. La cosa mi portò poi al secondo trapianto di cristallino e la secondo distacco del vitreo con relativi due interventi al laser per puntare la retina la fondo dell'occhio onde evitarne la caduta e la cecità. Uno di quei due interventi fu dolorosissimo: ricevetti trecentocinquanta colpi di laser che furono come altrettanti cazzotti sull'occhio. Il tutto, naturalmente, perfettamente da sveglia e senza alcuna anestesia.

Dal quel lontano giorno di dicembre 2006 nell'occhio destro vedo ciò che io chiamo' Quel ramo del lago di Como' dato che l'emorragia non si è mai riassorbita, nonostante le cura e mi disegna come una fronda che si muove ad ogni movimento dell'occhio. L'anno dopo a quello si contrappose, nell'altro occhio, ad una visione di righe e pallini, altrettanto mobili secondo il movimento del mio globo oculare.

Se devo dire che ci ho fatto l'abitudine, si, è vero, in parte mi ci sono abituata, ma solo in parte. Il tutto resta notevolmente fastidioso e menomante, per la mia vista. Ma, data la mole di tutto il resto, non è che una piccola goccia nell'oceano.

 

 

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