UNA BAMBINA CHIAMATA ARI - UNDICESIMAMA PARTE

SCIA DI PRUA - foto scattata da me

 

UNDICESIMA PARTE

 

Stetti male, male male...

Ma che potevo fare, cosa? Mi dicevo che era stata colpa mia, che non avrei dovuto lasciarla mai, che lei aveva solo me.

Ma io non ce la facevo più. La madre sempre aveva vanificato ogni sforzo fatto dalla figlia per staccarsi da quella voragine selvaggia di pazzia che era la loro famiglia.

Ogni volta che si era resa conto che Marika aveva una reale chance per quello, l'aveva riportata verso di sé usando ogni tattica psicologica e il denaro, comprandole tutto quello che lei desiderasse allora.

Esattamente come per il cibo la mia ragazza aveva un desiderio compulsivo di acquistare cose, come a molti succede. Ed io, di certo, mai avrei potuto comprarle tutte gli inutili cosmetici profumi vestiti che l'altra in quei momenti le offriva.

Marika era una bambina ammalata. Non era in grado di fare scelte, di resistere ai propri gorghi interiori. E la madre sapeva benissimo come e cosa fare per potervela ricacciare dentro.

Avevo perduto ogni stramaledetta battaglia, giocandomi la vita.

 

Mi ripetevo tutto quello mentre ancora cercavo di trovarla, di sapere dove fosse, scontrandomi sul silenzio di tutti.

Era arrivata l'estate e faceva un gran caldo. Con quel furgone pesante e senza aria condizionata caracollavo su e giù per le cittadine della Romagna, tra il mare e le colline cercando di vendere un po' di più, di trovare qualche altro cliente.

Ma la crisi incalzava, i nostri prezzi erano alti, più della diretta concorrenza ed, anche se la qualità era maggiore, la gente doveva fare i conti con quello che aveva in tasca.

E poi, io ero sempre più stanca.

Sempre più spesso dovevo fermarmi all'ombra di qualche albero per dormire perchè quelle maledette medicine mi obnubilavano la mente, mi portavano via la volontà, mi assopivano contro il mio volere.

Il mio capo non era contento. Qualcuno gli disse che mi avevano visto dormire nel furgone. Me ne chiese conto ed io gli spiegai per sommi capi quello che stavo vivendo. Capì ma aveva bisogno di fatturato. Anche gli altri furgoni erano in calando con le vendite. Nonostante si fosse in estate e con i gelati avremmo dovuto incrementare, il fatturato dell'azienda era diminuito. Per contro le spese crescevano: carburante, assicurazioni, materie prime di ogni genere: tutto aumentava.

Egli decise che avrebbe eliminato due furgoni, concentrando sui venditori migliori che aveva il peso delle due zone che sarebbero rimaste scoperte.

E, naturalmente, io fui lasciata a casa.

Ma io non ce la facevo più: era la fine dell'estate ed ero esausta.

 

I miei ragazzi avevano quell'anno frequentato un liceo privato, pagato dal padre, per il recupero degli anni che avevano perduto.

Furono molto bravi: la femmina recuperò i due e il maschio i tre che mancavano loro a conseguire il diploma. All'esame di maturità furono promossi con buone votazioni.

Fui molto orgogliosa id loro. Ma d'altronde altri erano stati i motivi che li avevano allontanato dalla scuola, non certo la mancanza di intelligenza.

Io avevo sempre pensato che avrebbero frequentato entrambi l'università.

Dicevo sempre a mia figlia che avrebbe dovuto fare l'avvocato perché a sua logica determinata e lucida era notevole, come la capacità che aveva nel trovare argomenti per perorare le proprie cause. Erano cose che venivano dette di lei da quando era bambina.

Ma di fronte alla mutata situazione, insieme al padre si decise che solo il maschio si sarebbe iscritto all'università, a psicologia.

La mia figliola avrebbe cercato un lavoro, almeno per il momento, per poi decidere se andare a lavorare con al sorella, che nel frattempo si era divisa dalla socia ed era tornata sola a gestire la toelettatura, oppure aprire una attività lei stessa.

Le interessava avere un bar oppure un negozio di abbigliamento. Ma prima voleva fare esperienza.

E poi io ero senza lavoro e non avevo nessuna idea su cosa avrei potuto fare né nessuna forza per farlo.

Alla fine dell'anno avrei smesso di girare con il furgone dei surgelati ed il mio futuro si presentava assai nebuloso.

Lei trovò subito lavoro in un bar di quartiere, nell'orario pomeridiano e serale. E si vide da subito che era assai brava.

Io mi trascinai come potei per arrivare in fondo all'anno.

 

Ma a settembre ebbi una telefonata da parte di una ragazza che aveva avuto il mio numero da un mio amico che lei aveva conosciuto al mare, dove lavorava facendo extra nei fine settimana.

Lei stava cercando una relazione ed il mio amico, uno dei pochi con i quali avevo mantenuto i contatti, sapeva che ero sola e molto triste.

Così Ale entrò nella mia vita.

Lei abitava a Reggio Emilia, era separata ed aveva due figli: una femmina ed un maschio, entrambi alla soglia dell'adolescenza. Ma avevano accettato da tempo l'omosessualità della madre senza problemi.

Decidemmo che il primo incontro sarebbe avvenuto da me, dato che i miei ragazzi nel fine settimana erano fuori, dal padre.

Lei venne in treno ed io andai a prenderla alla stazione. Dentro di me pregavo: ' Dio, fa che mi piaccia, fa che sia carina... fa che nasca qualcosa fra di noi. '

Solo lui sapeva quanto io avessi bisogno di un po' d'amore.

Quando la vidi uscire dal portone della sala d'attesa della stazione sorrisi.

Certo che era carina e che visetto simpatico aveva!

Piccolina, rotondetta ma senza esagerare, la carnagione assai scura, i capelli neri corti a zazzera e due occhi accesi e molto luminosi.

Le feci cenno con la mano: ero io!!

Sorrise con un luminoso squarcio di denti bianchi che risaltavano assai sulla notevole abbronzatura.

Entrò nell'auto e sentii subito di come restasse fortemente ed immediatamente presa da me.

Mi confermò poi che per lei si trattò di un immediato colpo di fulmine.

io... io fui presa dal mio piacerle. E il bisogno d'amore fece il resto.

 

Facemmo l'amore quel giorno stesso e decidemmo di stare insieme. Perché no?

Ci piacevamo molto, ci saremmo conosciute strada facendo.

Io sarei andata da lei nei fine settimana e poi, dopo pochi mesi, sarei rimasta senza lavoro e magari, nella grande città in cui viveva lei avrei potuto trovare altre occasioni che nella mia cittadina erano più rare.

Lei lavorava in una fabbrica. Non che nuotasse nell'oro, anzi, aveva avuto dei grossi problemi anni prima, dovuti ad una grave malattia che l'aveva costretta sei mesi sulla sedia a rotelle. Ma si era ripresa. Era stata assunta da quella ditta con uno di quei contratti agevolati per invalidi civili e tra lo stipendio e le pensioni sue e della figlia, che a sua volta era epilettica, era riuscita a risollevarsi.

Mi disse con grande slancio di generosità che avrebbe pensato lei a me. Io decisamente non ero d'accordo su questo, mi sarei data da fare avrei cercato qualcosa ma la sua offerta d'amore che mi giungeva così all'improvviso e del tutto gratuita mi sollevò alquanto.

 

Cominciò la nostra storia: io andavo per i fine settimana da lei. Eravamo molto felici, insieme. I suoi bambini mi si affezionarono molto subito, accettandomi con naturalezza. C'era un po' di disordine e di confusione, a casa loro, ed io mi misi d'impegno a rimettere tutto in ordine. Regalai loro un acquario assai grande che giaceva inutilizzato dai tempi del negozio, allestendolo in modo fantasioso. Furono così contenti, guardando i pesciolini guppy tutti colorati e con le loro sontuose code a ventaglio nuotare tra piantine verdi, anfore rotte e vecchi relitti affondati. Avevo in negozio ancora un po' di quella fantastica paccottiglia che si usa per decorare gli acquari e ne portai un po' a loro, giocando con loro, direi più bambina di loro.

Mangiavamo insieme, io ed Ale dormivamo insieme nel suo grande letto matrimoniale, regalo di sua nonna. I bambino erano perfettamente a loro agio, anche con i loro compagni di scuola o dell'oratorio che venivano spesso a trovarci e che diventarono subito anche amici miei. Il giorno di Natale lo trascorsi lì mentre Santo Stefano, come di consueto, con i miei ragazzi. Venne anche Ale a pranzo con noi, ovviamente, e fu accolta bene, soprattutto da mia figlia maggiore e mio figlio. La più piccola era tirata e poco incline ma cercò di dissimulare.

Dentro di me si agitavano sempre i miei fantasmi, le cure di psicofarmaci continuavano, così come le sedute con lo psichiatra, monologhi perenni che terminavano sempre e solo con un aumento delle varie pastiglie o un cambio di qualcuna di loro.

Ma quella nuova storia mia aveva riequilibrato un po'.

Ale era molto innamorata ed era dolcissima. Io... beh, io sapevo di amarla ma sapevo anche che non era quella fiamma che avevano acceso altri dentro di me.

Però, alla fine, la cosa non mi dispiaceva neppure: quando avevo amato in quel modo avevo sempre sofferto troppo.

Mi sentivo un po' meglio e cerai un lavoro, avendo terminato il contratto con la ditta di surgelati.

Seppi che cercavano un aiuto cuoco in un grande ristorante lì vicino. Andai a presentarmi e mi accettarono per un periodo di prova.

Facevo io turno di mattina ed il servizio di pranzo.

Ci misi tutta la mia buona volontà, nelle tre settimane pattuite ma la cuoca era davvero dispotica e nevrastenica, mi metteva in una agitazione notevole. Nulla di quanto io facessi le andava bene. E poi, ero troppo lenta.

E così non mi confermarono. Presi quelle due lire e me ne tornai con le pive nel sacco.

Con mia figlia minore erano cominciati i rimproveri e le rimostranze.

Lei diceva che io la costringevo a mantenere mio figlio. Che erano scelte che le imponevo. Io le rispondevo che era una decisione che avevano preso di comune accordo. Che, se aveva cambiato idea, ne parlasse con il fratello ed il padre. Io, in quel momento, non avevo altre possibilità.

In casa quindi regnava una atmosfera davvero pesante. Solo quando ero con Ale respiravo un po'. Lei, inoltre, dato che non lavoravo, mi chideva di trascorrere più tempo a casa sua. Quindi allungai il periodo settimanale trascorso a Reggio, fino a portarlo a metà settimana lì e l'altra metà a casa mia.

Questo a mia figlia minore non andava assolutamente bene ed erano litigi continui.

Il fatto era che quando ero a casa lei non si curava minimamente di me, anzi, tutto quello che facevo le dava fastidio: lo stare al telefono oppure al pc. Il mio camminare la notte per casa in preda a strane smanie assurde che mi impedivano di per stare sdraiata e mi costringevano a percorrere in continuazione i pochi passi della sala-cucina e del corridoio per mettere fine a quelle contrazioni tetaniche che mi assalivano le gambe. Lei aveva il sonno leggerissimo ed udiva qualsiasi piccolissimo rumore. Erano rimbrotti continui. Perciò io le chiedevo perché mai si lamentasse che io andassi a casa di Ale: in fondo le toglievo di torno la mia ingombrante ed insopportabile presenza.

Ma, qualsiasi cosa facessi o dicessi, lei era comunque scontenta.

Continuava a dirmi che avrebbe tanto voluto una madre normale. Non una donna che parlava di visioni di vite passate, di altri pianeti e di altre dimensioni, non una donna che, dopo aver avuto due matrimoni e tre figli, si era messa ad andare con le altre donne e lo faceva alla luce del sole, avendolo detto a tutti. Non una madre che prendeva psicofarmaci ed aveva tentato più volte il suicidio e che ora non aveva più un lavoro.

Certo, dal suo punto di vista io ero una madre terribile ma dal mio le cose erano assai diverse.

Credo che la vita abbia messo la mia vita ed il mio modo di essere sempre contro tutto e tutto, come poi hanno confermato le storie seguenti. Perché io non posso essere diversa da quello che sono. Non ho un altro modo di vivere e di esprimermi. Io seguo un mio codice interiore che è assai rigido e non mi permette di andarvi contro. Ma questo codice è assolutamente in contrasto con quello di tutti gli altri.

Mi è stato detto che in tutta la mia vita ho fatto da specchio agli altri. È vero? Non so, so solo che non ho mai e poi mai avuto l'intenzione di far soffrire nessuno ma ci sono riuscita perfettamente con tutti.

Così, per quanto avessi amato quella bambina ella era ora diventata il mio spietato giudice ed antagonista. Ed io non avevo pace da nessuna parte.

Perché se stavo a casa, Ale si lamentava perchè mi voleva con sé e diceva che mia figlia era egoista. Se stavo da lei mia figlia diceva la stessa cosa di noi. Io mi trovavo nel mezzo e non avevo una soluzione a tutto quello, non la trovavo.

Non essere più in grado di lavorare, dopo aver lavorato tanto, essermi impegnata a quel modo in tutto, averle provate tutte, mi umiliava profondamente.

Dover chiedere a mia figlia i dieci euro per la ricarica telefonica era per me terribile.

Chiesi così aiuto a mia madre che decise di darmi un aiuto mensile di duecentocinquanta euro. Io ne davo duecento a mia figlia e il resto lo tenevo per me per le mie strettissime necessità. Ma dentro mi sentivo una persona totalmente fallita.

Perché lo ero: avevo fallito in tutto, nei matrimoni, come madre, come imprenditore, come compagna di vita, come amica. Come figlia, come sorella.

Quale mostro selvaggio e nerissimo viveva dentro di me, che io non vedevo e che spingeva gli altri a rifiutarmi in quel modo?

Perché io sapevo, come ora so, di aver sempre seguito sempre in tutto quello che mi ha detto il mio cuore, senza mai scendere a compromessi con quella imperiosa voce interiore e allora perché nulla era andato come io avevo desiderato e mi ero attesa?

Era dunque, quella mia voce interiore, così malvagia?

Queste domande mi si agitavano violentemente dentro ed io non ne trovavo la risposta, come non l'ho trovata mai.

 

Ma un altro accadimento giunse a sconvolgermi ancora di più.

Un pomeriggio squillò il telefono con numero privato ed io risposi.

Una voce assai nota mi chiese, a bruciapelo: ' Ti ricordi di me? ' E come potevo averla dimenticata?

Era Chiara.

La sua voce mi percorse come una scarica elettrica. Tutto quello che avevo vissuto dopo di lei sembrò liquefarsi e sparire in un fumoso spolverio di un nulla insignificante.

L'amavo. Quanto l'amavo. E non avevo smesso un attimo di farlo.

Pur amando Marika con tutta me stessa. Pur amando Ale, ora, desiderando di farla felice e sentendo che vivere con lei fosse bello.

 

Chiara mi diede qualche parziale spiegazione: aveva incontrato un'altra donna, Antonella, e credette di essersene innamorata. Non mi seppe dire perché fosse sparita così. Mi disse che non aveva le risposte da darmi e che le fu più facile, anzi, l'unica cosa che poté fare era stata quella. Mi raccontò che ora aveva un'altra storia con una donna sposata e che stava soffrendo molto, che era incerta, che era in crisi anche con il lavoro e con la famiglia.

Io ascoltavo tutte le sue spiegazioni ma non pensavo a quello che mi stava dicendo.

Sentivo solo il suono della sua voce entrarmi dentro ed occupare tutto quanto, buttando fuori ogni cosa che trovasse.

Mi resi conto davvero che fino a quel giorno ero sopravvissuta, avevo tirato avanti ma che la mia vita era lei. Anche se lei, era assai chiaro, non aveva posto per me, nella sua vita.

 

Parlai con Ale.

Le dissi che Chiara mi aveva telefonato e che io mi ero resa conto di amarla ancora perdutamente. Le chiesi piangendo di perdonarmi ma quella era la realtà. Ero terribilmente dispiaciuta ma tutto era cambiato, in me. E come avrei potuto tacere, fingere ciò che non c'era più?

Ero alle solite: non ce la facevo.

Ale mi chiese di non lasciarla. Sapeva che Chiara era un amore platonico e mi disse che lo avrebbe accettato. Che mi avrebbe lasciata libera di parlare con lei, anche di incontrarla, ma che non la abbandonassi. Io, sapendo cosa lei stesse soffrendo, accettai. Anche perchè io pure le volevo tanto bene ed avevo un immenso bisogno di lei.

Però piombai in una disperazione nera e in uno sconcerto di me ancor più forte e totale.

Non vi era una sola parte della mia vita che quadrasse, che mi desse un po' di felicità

amavo i mie figli e loro mi detestavano. Amavo mia madre e la costringevo in qualche modo a dovermi aiutare economicamente, cosa che mi pesava tantissimo anche perché non riscuotevo in nulla il suo plauso. Amavo Ale e la stavo facendo soffrire così.

Ancora una volta l'unica soluzione che mi sembrava plausibile era la morte.

Ne parlai con il mio psichiatra ed egli mi fece ricoverare un'altra volta a Villa Azzurra, dove trascorsi un altro mese.

E lì la mia vita incontrò un'altra svolta epocale e per narrarla uso mie parole già scritte: il decimo capitolo del mio romanzo - diario IO NON SONO DI QUI.


 

CAPITOLO DECIMO

 

 

LA PERGAMENA


 


Il 18 marzo dell’anno scorso la Legge dall'universo è venuta a me.

E io oggi, ad un anno di distanza, non posso fare a meno di ricordare.

 

Ero in clinica psichiatrica e stavo molto male.

L'ennesimo ricovero e ancora nulla sembrava mi sollevasse dalla mia profondissima angoscia di vivere: né cure, né psichiatri, né psicologi.

Avevo perso il senso di tutto e non lo trovavo più da nessuna parte.

La disperazione aveva un unica idea nella mia mente.

Farla finita.

Passavo le ore nella mia stanza, in quella clinica moderna ed accogliente, dove, una volta tanto, a differenza del solito, eravamo trattati da esseri umani e non da mostri, ma ugualmente il divario tra me e la mia vita, tra me e gli altri, il mondo, era nettissimo.

Le ore trascorrevano tra lacrime, rabbia, domande senza risposta, ricordi che mordevano il cuore come cani affamati ed un senso di irrisolto che sfumava e sgretolava ogni orlo, ogni bordo al quale io cercassi di appigliarmi.

Quale futuro avrei avuto, ingabbiata tra medicine che mi facevano solo stare peggio e medici indagatori e distaccati e sguardi di rabbia dei miei famigliari?

Le ore passavano ed io pensavo solo: quando torno a casa, lo farò.

 

Ricoverata con me c’era una ragazza di Ravenna, Nadia, anche lei malata di depressione.

Era una ragazza piccola, sui trent'anni, dai lunghi capelli scuri inanellati

Ma aveva nello sguardo una luce che mi colpì subito.

Era una luce profonda, che spiccava vivamente tra gli occhi dei ricoverati, spenti dagli psicofarmaci.

Tutti andavamo in giro per corridoi e sale della clinica con quello sguardo assente e doloroso, con gli occhi pesti e gonfi che erano il marchio inequivocabile: malato di mente.

 

Parlando, Nadia mi disse di essere Buddhista.

 

A me la parola Buddhismo faceva venire in mente grandi statue panciute, ceri, incensi e monaci rasati che vivevano come asceti in monasteri sperduti tra le vette himalaiane.

E lei non assomigliava per niente a questo stereotipo.

Le chiesi in cosa consistesse il suo essere buddista, come svolgesse la sua pratica religiosa,

Mi parlò allora di una frase, di una preghiera che, recitata, risolveva tutti i problemi.

La guardai un po' stupita un po' incredula, colpita ma già in difesa: la soluzione di tutti i miei immensi problemi in una frase?

Mi sembrava impossibile, eppure qualcosa mi impose di continuare a domandare.

Le chiesi allora perché, se aveva nelle mani un miracolo così grande, se aveva uno strumento così deflagrante e risolutivo, fosse lì.

Lei mi rispose parlandomi del karma, concetto che io già conoscevo e questa spiegazione mi fu più consona.

Sapevo che il karma incarnava quella ruota del destino che dà alla vita umana una direzione alla quale non ci si può sottrarre fin quando il calice non è stato bevuto fino all'ultima goccia.

Ma le sue affermazioni mi lasciavano perplessa.

 

Come può una frase risolvere i problemi del mondo? — mi e le chiedevo, molto scettica.

Ma vedevo che lei ci credeva.

 

Questo mi fece entrare in una specie di lotta con me stessa, tra la mia razionalità, che escludeva a priori una sciocchezza così grande, e la mia voce interiore che stava dicendo: si, è così.

Presi allora il mio quaderno, dove annotavo pensieri e poesie e mi feci scrivere quelle parole misteriose.

Naturalmente le conservo ancora: Nam-myoho-renge-kyo.

La ringraziai e mi accomiatai da lei.

Nadia se ne tornò nella sua stanza, io i chiusi nella mia.

 

Rimasi a pensare, sdraiata sul letto guardando il soffitto, provando a pronunciare quei suoni, che mi si inceppavano tra i denti.

L'ora era tarda e la sera aveva spento la luce del giorno. La notte, una ennesima notte insonne annegata nelle mie lacrime, mi stava attendendo con le sue dita ferine.

 

Fu come un lampo, una vampata di desiderio di quella dolcezza perduta che mi invase.

 

Mi alzai del letto e senza indugio bussai alla porta della sua camera: lei aprì sorridendo ed io le dissi a bruciapelo:

  • Nadia, voglio pregare. Fammi pregare con te.

 

Ricordo che mi guardò molto intensamente, senza però apparire stupita dalla mia richiesta, come conoscesse a fondo quello che io stavo vivendo in quel momento.

Trasse dalla sua borsa due librettini con la copertina rosso scuro e un piccolo oggetto bianco. Lo aprì e me lo mostrò.

Mi spiegò che si trattava del Gohonzon, l’Oggetto di culto e che avremmo pregato davanti ad esso.

Il suo era minuscolo, quello da viaggio, ma mi raccontò che ogni Buddhista ne conservava in casa uno di dimensioni maggiori.

 

Guardai quella piccola pergamena custodita in quella semplice piccola teca di plastica.

La sua bellezza mi avvolse, come sollevandomi tra le sue braccia e un amore immenso, inspiegabile, mi pervase in ogni fibra.

Non avevo mai provato nulla del genere.

Girai lo sguardo e fissai gli occhi di lei che mi osservavano come sospesa tra la gioia e la commozione.

Sentivo il battito del suo cuore sorridere sulle sue labbra.

 

Cominciammo allora a recitare il Daimoku, cioè la sequenza del mantra, lentamente ma subito le parole, che fino ad un attimo prima mi sembravano impronunciabili, si sciolsero nella mia bocca.

Era una musica che entrava nelle mie cellule, nelle mie vene esauste e gonfie di veleni, che riempiva i miei pensieri ormai vuoti, allargandoli, distendendoli, vivificandoli.

Le mie spalle stanche si raddrizzarono, gli occhi riacquistarono lucidità.

Le parole erano come miele e balsamo, era come se in ognuna di quelle lettere fosse celata una potente medicina che si scioglieva nella mia bocca per poi profondersi ovunque ed ovunque riparare guasti, danni, suturare ferite, disinfettare cancrene che sembravano troppo avanzate, ormai, per essere guarite.

 

Cantammo il mantra per qualche minuto che mi sembrò immenso ma velocissimo, poi Nadia mi chiese se volevo provare a fare Gongyo, cioè a recitare i versi del Sutra del Loto – la bibbia dei buddisti - che si leggono ogni mattino e sera.

Mi ammonì del fatto che mi sarebbe sembrato difficile, perché era cinese antico trasposto nei nostri fonemi e mi consigliò di seguire come avessi potuto.

Accettai con gioia. Il libretto mi urgeva tra le mani.

Quella preghiera sconosciuta era come avesse abbattuto una porta eretta in me da molti anni ormai, senza che io neppure me ne fossi resa conto.

 

Ma con suo grande stupore non trovai difficoltà a leggere quelle parole arcaiche.

Fu semplice ed immediato trovarne il ritmo e la pronuncia.

Mi appoggiai alla sua voce e cantai con lei: le nostre voci fuse inseme in un coro senza tempo.

Fu come ritrovare il cammino perduto, la strada di casa.

 

Da quel dì ogni giorno recitai regolarmente, intensamente e a lungo.

Mi alzavo la mattina con il desiderio di sedere di fronte alla mia vita disperata ed inondarla di quella grande bianca ineffabile luce. Cominciai a studiare la filosofia Buddhista e leggendo quegli antichi comandamenti spirituali e morali. Sentii quelle parole aderire ai miei comandamenti interiori. Ad ogni concetto, ad ogni rivelazione io sentivo che già sapevo, che era così che andavano le cose, che proprio così avveniva, che questo era accaduto.

Fu come trovare la chiave di volta e scrivere quella di violino alla quale le note sparpagliate e dissonanti dei miei confusi spartiti si andavano via via accordandosi.

I perché si scioglievano come neve al sole, trovando una collocazione che io sentivo completamente logica.

Misi un obiettivo davanti a me, da raggiungere tramite quella recitazione, dato che era nella mia vita che volevo vedere gli effetti di quella meravigliosa scelta. La cosa che mi premeva di più in quel momento per me così difficile era uscire dal tunnel assurdo della malattia psichiatrica.

E la Legge mi diede la forza di arrivare a quello che mi sembrò un dono immenso e immediato.

Aver ritrovato un senso alla creazione dell'universo intero e della mia vita mi aveva reso la speranza che avevo perduto.

A giugno non prendevo più nessun psicofarmaco, a settembre i valori del mio povero fegato, sull’orlo del collasso a causa dei troppi medicinali assunti, erano tornati normali.

 

Ho vissuto mesi di intensa gioia conoscendo persone meravigliose, ricominciando ad uscire di casa, ad andare in bicicletta, a portare a passeggiare i miei cani, a parlare a scrivere.

 

Dopo alcuni mesi di intensa pratica e preparazione ho ricevuto il Gohonzon: quel giorno ho sentito che avevo messo un caposaldo nell'intera struttura della mia vita, come avessi coronato il mio sogno.

 

Una persona come me, dopo un fatto del genere, dovrebbe dedicare l’intera sua giornata a portare il Buddhismo agli altri esseri umani e non pensare più ad altro.

Alcuni lo fanno.

Ma in me l’ego è prevaricante, i miei demoni personali sono agguerriti, i fantasmi del passato subdoli.

E il dolore è ancora fortemente invasivo nella mia vita.

Ma la strada è stata imboccata, ne sono certa, e la felicità ha ricominciato a visitare i miei giorni.

 

A un anno di distanza dentro di me si è profondamente affermato il valore assoluto della mia vita per quella che è: umana e imperfetta e che non poggia più su nessun mattone, ma solo sulla forza della Legge Mistica, quindi su di me.

Ho capito che se il Buddha che è in me ha deciso di scegliere questa

mia forma, con le mie idiosincrasie, le mie enormi contraddizioni, i miei tragici errori, vuol dire che è tramite quelli che io ho il compito di affermare la potenza e il valore della Legge dell'universo.

 

Quindi io lo farò, ogni giorno, con le mie parole, le azioni, le preghiere e i pensieri, con la gratitudine, la mia umanità, con la mia felicità e il mio dolore, l'amore e la solitudine, la luce e l'ombra, con le sconfitte e le vittorie.

Senza più sensi di colpa.

Ammettendo i miei errori e cercando di non ripeterli, ma conscia che

ognuno di noi è l’unico artefice della propria esistenza.

 

Il dolore del mondo ancora urla nella mia mente e nel mio cuore.

Il bisogno d'amore stringe il mio cuore senza tregua, ma adesso la speranza,la fede e la preghiera sono in me e so che daranno i loro frutti.

E che io sarò quel frutto.

 

 

Questo è quello che scrissi esattamente un anno dopo, alla vigilia precisa di un altro incontro decisivo nella storia della mia vita ma io, naturalmente, riprendo la narrazione dove l'avevo interrotta. È che nulla come le mie parole scritte allora, in quel momento in cui la fede aveva riacceso tutto, possono esprimere il grande sollievo e la immensa gioia che provai.

Infatti tornai dal ricovero rinnovata nella forza di volontà.

Dissi al mio psichiatra che volevo smettere o ridurre al minimo gli psicofarmaci, che sentivo, ero certa che mi facessero solo male e quindi lo costrinsi a farmi una scaletta di riduzione progressiva delle dosi. Dopo tre mesi ne ero completamente fuori.

 

Ale, all'inizio, mi disse che lei aveva la sua fede cattolica e non voleva prendere in considerazione altro. Le chiesi se le disturbasse che io recitassi il mantra a casa sua e lei, naturalmente, disse che no, certo, che ero libera di pregare chi volessi. Ma dopo una settimana, vedendomi così radicalmente cambiare, mi chiese di farla pregare con me. Condividemmo allora il cammino della pratica e dello studio, ricevendo il nostro Gohonzon lo stesso giorno. E ciò fu fonte per me di immensa gioia.

 

Parlai naturalmente anche ai miei ma per loro non fu che un allungare solo la lunga sequela dalle mie stranezze e follie. Però mia madre, vedendomi stare meglio, ne fu contenta e mi spronò a continuare.

A giugno ebbi una grave crisi epatica e fui ricoverata tre settimane in una clinica medica. Di certo l'interruzione abbastanza drastica dell'enorme quantitativo di psicofarmaci che assumevo fece collassare tutto il mio fisico, che cedette nel suo punto più debole. Ero ad un passo dal blocco epatico e dalla cirrosi, nonostante avessi bevuto sempre pochissimo, nella mia vita.

Ma, con le cure, gli esami lentamente migliorarono e, come ho scritto, a settembre erano tornati normali.

 

Veramente gli obiettivi che mi ero posta e per cui recitavo, erano tre: oltre al primo già rivelato, avevo determinato di portare avanti il mio sogno di scrivere uno o più libri e quindi fare della mia vita un veicolo di arte. E direi che anche quell'obbiettivo al giorno d'oggi si può dire raggiunto.

Il terzo era quello di trovare la compagna della mia vita, la donna da amare con tutta me stessa, che mi avesse ricambiato con la medesima intensità e con la quale poter vivere una vita fatta di quotidianità, di felicità, di serenità e di speranza.

E questo obiettivo, ahimè, non è stato raggiunto.

 

Da marzo i mesi avevano cambiato ritmo: il tempo, che sembrava bloccato ed involuto nello svolgersi di lentissimi e lunghissimi giorni, aveva ricominciato a scorrere.

Avevo ripreso tante attività, facevo parte di un gruppo di compagni di fede che erano persone meravigliose e con le quali mi trovavo benissimo.

Trovai anche un'altra possibilità di lavoro come aiuto cuoco in un ristorante pizzeria ma anche quella volta, dopo il periodo di prova, non mi confermarono. Ero brava ed accurata ma troppo lenta. ' Accidenti!! ', mi dissi e ci rimasi male. Ci avevo sperato, ce l'avevo messa davvero tutta. Ma il lavoro era faticosissimo, le mie incombenze innumerevoli ed io non avevo la forza fisica per stare al passo con quello che veniva richiesto.

Sentivo Chiara regolarmente mentre continuavo a recarmi a casa di Ale per qualche giorno alla settimana. E la lotta tra lei e mia figlia minore continuava, senza esclusione di colpi. Ma io, avendo un nuovo stato d'animo, ero certa avrei superato ed appianato anche quel problema.

 

Giunse l'estate e Ale, che è sarda di origine ed aveva in Sardegna tutta una serie di parenti, espresse il desiderio di andare a trascorrere là una vacanza, io, lei ed i suoi bambini. Ma il denaro che aveva era poco, non sufficiente per la bisogna.

Infatti, nel frattempo lei si era fatto un grave strappo al tendine di una spalla, mentre lavorava.

Era stata a casa sotto infortunio ma non stava affatto bene neppure psicologicamente: l'arrivo di Chiara nel nostro rapporto l'aveva sconvolta. I problemi con mia figlia l'agitavano alquanto, aveva avuto altre difficoltà con i suoi ragazzi ed il mio ricovero di giugno l'aveva alquanto preoccupata. Si era così infilata in un tunnel di depressione e a sua volta aveva cominciato a prendere psicofarmaci. Per quello era stata ulteriormente a casa dal lavoro e si era fatta sfuggire il conto dei giorni di copertura assicurativa che le dava il suo contratto.

La ditta non aspettava altro e, il primo giorno di assenza ingiustificabile, la licenziò in tronco, noncurante del fatto che fosse stato un macchinario inceppato a distruggerle la spalla. Ale era in causa, con loro ma le cose si prospettavano piuttosto lunghe.

L'idea di una vacanza in Sardegna, dove non ero mai stata, dopo tutta quella serie di terribili vicissitudini, mi allettava molto. Chiesi quindi aiuto a mia madre che, molto generosamente, mi diede il denaro per pagare il viaggio a tutti quanti.

In fondo lei era assai preoccupata per la mia salute e pensò che una vacanza mi avrebbe aiutato.

 

Partimmo i primissimi di agosto ma io ero assai agitata: la situazione tra Chiara ed Ale diventava sempre più difficile da far quadrare. La mia giovanissima amica aveva lasciato la donna sposata e sembrava stesse ritrovando l'interesse in me, che probabilmente non aveva mai perduto.

Si dimostrava gelosa della rivale: mi aveva chiesto di incontrarci ed io mi ero negata. Questo l'aveva disturbata molto. Le sue telefonate divennero sempre più lunghe e frequenti, il tono della sua voce sempre più intimo ed io cominciai a sperare che il miracolo tanto atteso potesse avverarsi.

Ma, nel frattempo, i piani per il viaggio in Sardegna erano stati fatti già da un po'. quando la situazione con Chiara era assai meno invadente e non me la sentii di privarci di quello che sarebbe stato di certo bellissimo.

Ci imbarcammo.

Io mi dicevo che avrei dovuto essere contenta, mi davo della stupida ma ero nervosissima. Per prima cosa mi irritai perché non trovammo posto da sedere. Non avevamo prenotato una poltrona né una cabina. Io non ero a conoscenza delle abitudini di quel traghettare. Ale mi aveva assicurato che avremmo trovato comodi divanetti su cui passare le lunghe ore della traversata. Per di più aveva insistito per imbarcarci verso la fine della coda d'ingresso delle auto, per essere tra le prime ad uscire dal gigantesco garage galleggiante, una volta che avessimo attraccato, giunti sull'isola.

Per tutte quelle ragioni invece, dato che la nave era affollatissima, ogni divanetto stipetto o trapuntino era occupato e noi trovammo posto per sederci solo su di una dura panchina di legno in uno dei ponti di poppa.

Il vento era micidiale, il sole lo stesso ed io, che sopportavo male troppa luminosità, ne ero assai infastidita. Quel viaggio fu un tormento e fu la prima pietra di quel disastro che poi si sarebbe notevolmente consolidato.

Quando, finalmente, esauste, assetate ed io bruciata dal sole, -dato che loro erano scuri di carnagione e non avevano nessun problema, mentre io, che sono chiarissima e che al sole non ci stavo da almeno quarant'anni, avevo le braccia e il viso quasi ustionati,- arrivammo alla casetta dell'ex marito di Ale, che ci avrebbe ospitato, trovai che quella, più che una casa, era una stamberga. Inoltre il contratto della luce era stato fatto scadere e quindi non vi era corrente elettrica, né acqua calda mentre dentro il frigo ed il freezer, in sovrappiù, c'era una montagna di cibo andato a male, maleodorante in modo orribile.

La casa, con i muri sgarruppati, macchie di muffa nera ovunque, il mobilio ridotto al minimo, era sepolta nella polvere di un anno e nell'incuria più totale.

I primi tre giorni, quindi, furono un intenso lavoro di corvè e dovetti spendere altro denaro non previsto per fa riallacciare la corrente. Ciò mi fece irritare ancor di più.

Il posto poi non era tutto quel paradiso che mi era stato descritto, tutt'altro: Ploaghe è uno dei più brutti luoghi che io abbia mai visitato e questo lo dicono gli stessi sardi, non solo io, a scanso di equivoci.

Nulla andò per il verso giusto.

Le cittadine e le spiagge che mi portò a visitare successivamente erano si, assai belli ma immondizie ed incurie ne rovinavano la naturale bellezza, cosa che mi fece imbufalire, abituata io a cittadine spiagge e colline che ricevono una cura scrupolosa sotto quel punto di vista. Inoltre venni a contato con qualcos'altro che mi fece un male terribile: dovunque ci recassimo branchi o gruppi di cani abbandonati tiravano una vita randagia fatta di stenti e malattie e per le strade sempre cadaveri , anche di gatti ed altri animali, funestavano la vista, inorridendo il mio animo assai sensibile a quegli spettacoli che io ritenevo e ritengo indegni di qualsiasi popolo che voglia chiamarsi civile.

Io esprimevo il mio disappunto ad alta voce con grande convinzione e questo faceva irritare Ale che si sentiva punta sul suo amor patrio. E questo è un problema che, anche successivamente, come si vedrà, ha segnato la mia vita.

 

Il cinque d'agosto era il compleanno di Ale e lei volle recarsi al mercato di Sassari dallo zio pescatore per acquistare del pesce e fare festa a pranzo.

Io amo il pesce, anzi, i pesci e cioè vivi, possibilmente immersi nel mare, in un fiume o in un bel lago. Non amo il sapore della loro carne e tanto meno l'odore, che mii disturba in un modo notevole, pure se da bambina sono stata una grande pescatrice di mare con mio zio, che aveva una barchetta e ci portava sempre al largo a prendere gli sgombri con la lenza. Ma una cosa è l'odore di un pesce appena pescato un'altra quello di un mercato con banchi di pietra vecchi di secoli, dove il pesce era adagiato sul blocchi di ghiaccio che andavano disfacendosi e quindi per terra colava un sughetto con il quale si poteva anche già direttamente condire la pasta. Questo, protratto nel tempo, aveva creato un odore così forte che mi prese alla gola appena entrai nel grande luogo vociante.

All'odore del pesce poi si mescolava quello di carni e formaggi caprini, di salumi e carni anche equini – e per me, uccidere un cavallo è come uccidere un bambino, la stessa identica cosa -. Io, che ero all'epoca ormai diventata quasi del tutto vegetariana mi sconvolsi sia nell'odorato che nella vista. Ma cercai di non rompere troppo le scatole e seguii la mia compagna nel suo giretto tra i vari banchi fino ad avvistare lo zio e raggiungerlo ed acquistare da lui delle orate che erano assai belle, fresche del mattino. Ma il fatto fu che, mentre io a stento trattenevo i conati del vomito, quegli, per fare un favore alla nipote, spaccò il pesce sotto i nostri occhi e lo ripulì delle interiora, decapitandolo pure.

E quello per me fu troppo.

Quando, finalmente tornate a casa e sedute al tavola lei mi presentò quel povero pesce così martoriato e poi, ovviamente cotto, perché io ne gustassi, mentre lei e i suoi figli lo facevano sparire nelle loro bocche con grande entusiasmo, io non ne potei assaggiare che un piccolo pezzettino, dando poi loro tutta la mia parte. Davvero il mio stomaco si ribellava a tutto ciò.

E questo irritò me ed Ale ancor di più.

Ma la goccia che fece traboccare il vaso fu che loro avevano comprato anche delle lumache, cibo che in Sardegna è ritenuto assai prelibato. Io ne avevo mangiato una paio di volte, molto tempo prima in un ristorante ma me le avevano servite condite in un nodo che non erano per nulla riconoscibili. E comunque non mi erano piaciute un granché. Mentre invece ho da sempre avuto una grande simpatia per lumache lumaconi e chiocciole, guardandole con affetto ogni volta che mi è capitato, studiandole persino da vicino, mettendole a camminare sulla mia mano per guardarle bene, senza fare loro alcun male. Questo lo facevo da bambina ma anche da adulta, trovando quegli animaletti straordinari ed anche assai socievoli, una volta che si erano abituati all'inedito contatto con la mia mano.

Quindi, quando vidi, la sera, che lei e la figlia buttavano quelle povere bestioline ancora vive nell'acqua bollente e come quelle cercassero di scappare in qualche modo attaccandosi alle mani ed al bordo della pentola, mentre Ale gridava alla figlia: ' Acchiappale acchiappale e gettale dentro!! ', io sconvolta ed infuriata comincia a gridare più forte che erano una massa di assassini primitivi e tutta una serie di insulti piuttosto coloriti verso la mia amica, i suoi figlie tutti i sardi della terra.

Gettai a terra una sedia, alzandomi di scatto, uscii dalla stanza urlando e sbattendo la porta e mi andai a rifugiare in camera da letto.

Proprio in quel momento mi telefonò Chiara e quindi, quando Ale entrò in camera per terminare la litigata, mi trovò che parlavo al telefono con lei.

Successe il finimondo, mancò assai poco che venissimo alle mani. Lei mi accusò di averle rovinato non solo il compleanno e la vacanza ma anche la vita intera.

Io riparai nell'altra stanza, che era una una sala con un divano nel quale dormiva il ragazzo.

La notte dormii lì, senza cena, senza neppure qualcosa da bere.

Al telefono con Chiara cercai di studiare qualcosa da fare. Le chiesi di aiutarmi a fare un biglietto d'aereo per rincasare al più presto.

Ma Ale, davvero impazzita dalla gelosia, l'indomani, a mattina inoltrata, sentendomi ancora al telefono con l'altra, mi gettò le mie cose in mezzo alla stanza, valigia e zainetto e mi ingiunse di andarmene.

Io, infuriata ed inferocita, senza una parola e senza pensare a nulla, desiderosa solo di andarmene da lì, raccattai le mie cose ed uscii da quell'inferno, scardinando la porta con un colpo micidiale.

E mi trovai sola, in strada, il sei d'agosto a mezzogiorno, senza cappello, senza acqua, e con pochissimi soldi.

Decisi di recarmi a Sassari per prendere il treno ed andare a Porto Torres e poi imbarcarmi per Genova. Chiara non era riuscita a procurarmi un biglietto aereo e non vi era un modo con il quale io potessi avere del denaro in velocità, dato che allora non possedevo una poste pay, che avrebbe risolto il problema in un battibaleno. Mi incamminai per la strada provinciale che dal paesino porta al capoluogo: distanza, venti chilometri circa. Pensai di fare l'autostop ma nessuno dei pochissimi che passarono, si fermò. Io camminavo sotto il sole a picco ed ero sfinita, furiosa, e talmente fuori di me che non mi accorsi di sentirmi male. Dopo un paio di chilometri, forse più, c'è un distributore. Era già chiuso ma mi fermai per vedere se qualche automobilista che fosse giunto per fare rifornimento mi avesse poi dato un passaggio per la città. Fu infatti un automobilista che mi trovò, semi svenuta e quasi delirante, seduta a terra ed appoggiata con la schiena ad una pompa di benzina. Chiamò l'ambulanza ed i carabinieri. Avevo un effettivo colpo di sole, con disidratazione, ustioni su labbra naso e viso, febbre alta.

Solo più tardi, in ospedale, dopo flebo e altre cure del caso, riuscii a raccontare la mia storia, anche ai carabinieri. Mi chiesero se volessi sporgere denuncia ma, naturalmente non lo feci. Mi dissero che in un'area lì vicino partivano gli autobus per il porto. Avevo solo mezz'ora. Poi, fino al giorno dopo, più nulla. A stento convinsi la dottoressa a lasciarmi andare. Riuscii a prendere l'autobus per un pelo, dopo un'altra barcollante camminata di qualche centinaio di metri.

Ma quando arrivai finalmente alla biglietteria del porto trovai che le navi erano tutte piene. Non vi era alcun posto libero. Mi informai per cercare un pernottamento ma lì, al porto, il bar e tutto il resto, dopo la partenza delle navi, quindi verso le 22, avrebbero chiuso completamente i battenti. E non vi era più un mezzo per tornare alla piccola cittadina che distava diversi chilometri, forse cinque ma non ne sono sicura. Io ero esausta e febbricitante. Mi recai dalle forze dell'ordine del porto che mi accompagnarono ad una biglietteria obbligando l'impiegato a farmi un biglietto, anche se quello protestava che non aveva più posti liberi. Ci fu una lunga discussione, venne chiamato un superiore e finalmente accettarono di farmelo...ma..... ma quella era una nave delle più costose e mi mancavano venti euro. Chiesi come si potesse fare, che so un bonifico il giorno dopo o altro ma assolutamente il biglietto andava pagato in contanti nell'immediato. Io stavo per mettermi a piangere, disperata. Davvero non ne potevo più. Ma che posto, che infermo era mai quello?? Ma possibile che non si potesse trovare una soluzione? Avrei dovuto trascorrere la notte in spiaggia, senza cibo senza acqua. Ma che cavolo, mi sentivo peggio di un rifugiato, un fuggitivo...

Per fortuna una signora, che si disse sarda da parte di madre e che sono certa fosse il mio angelo custode travestito, mi mise in mano trenta euro. Venti per il biglietto e dieci per bere e mangiare qualcosa.

Non volle dirmi il suo nome, dicendo che il denaro andava a veniva..

Io accettai, cosa potevo fare? Accettai con le lacrime agli occhi e la benedii, pregando per lei per tutti gli anni a venire.

Come dio volle mi imbarcai sulla nave, trascorrendo la notte sdraiata sul pavimento, in fondo ad una saletta gremita di gente. Ma ero così stanca che non mi accorsi di quanto fosse duro quel giaciglio.

A Genova, poi, mi recai in stazione con la navetta gratuita che arrivò immediatamente dopo il mio sbarco, mi recai negli uffici del personale addetto al servizio clientela, spiegai tutta la mia situazione e fui messa su di un treno con un solo scalo che mi portò a casa mia, con il cedolino in tasca per pagare il biglietto con un comodo conto corrente postale, pur se aggravato da costi extra.

Ero furiosa. E che cavolo, ci voleva così poco per essere civili!!!

A chi raccontai la mia odissea, terminavo dicendo che nessuno più mi avesse parlato di Ale, di sardi e di Sardegna.

E mai mia affermazione fu più inutile e fuori posto di quella.

 

 

 

 

Scrivi commento

Commenti: 2
  • #1

    arialuce (martedì, 25 dicembre 2012 03:27)

    ciao Ari, sei un torrente in piena, noi e dico noi, perchè saremo in tanti a leggere la tua biografia, non riusciamo a finire di leggere una parte, egià ne proponi un'altra.
    BEH l'arte dello scrivere ti è ben favorevole... e ben venga....
    anche se non riesco a leggere tutto una parte in una volta, sono sicura l'indomani di ritrovarla qui, per concluderla. <3
    Ti ho già informata che ho ricevuto il cd. provvederò al più presto il pagamento.
    Ti confesso che non sono riuscita ad assaporarlo tutto, a me piace sentire i brani in totale silenzio e non nella confusione quotidiana. Posso solo, per ora dirti che la soavità della tua voce , mi piace.... la musica è in sintonia con te... comunque devo risentirlo .. lo sai che, la musica colpisce subito o niente, Sappi che a me già da quando avevi messo qui un brano ni aveva fatto sentire un brividino .... piacevole.... mi riservo di darti altre annotazioni dopo aver risentito perbene il cd.
    approfitto. di farti ancora gli AUGURI DI UN NATALE , TRANQUILLO, SERENO...e vorrei che i tuoi dolori si assopissero almeno per un pò per lasciarti vivere un momento di gioia e di contentezza. dai un bacio a tutti i tuoi pelosetti. a te un forte abbraccio.
    Niente di eccezionale farò anch'io, tranne il pranzo con i miei cari... ciao Ari <3

  • #2

    ariannaamaducci (giovedì, 27 dicembre 2012 18:34)

    cara arialuce, scusami il ritardo nella risposta..
    avevo cominciato a risponderti ieri, raccontandoti dei natali vuoti e desolati della mia vita, compreso quello appena passato, che, alla fine, è stato migliore di altri, dato che ho pranzato con la mia badante ed a sera ho ricevuto la visita di una cara amica...
    quindi, come vedi e ti stavo dicendo ieri, il natale è per me il periodo più duro dell'anno, in cui la tristezza e la solitudine si fanno sentire molto più del solito.
    poi ci si è messa di nuovo la febbre, problemi alla linea, una stanchezza allucinante e sono arrivata a questa sera..
    ho appena pubblicato la tredicesima parte di questa autobiografia che si sta avviando velocemente alla sua conclusione..
    spero che tu abbia trascorso serene giornate con la tua famiglia ed abbia un umore molto migliore del mio..
    ti ringrazio di quello che mi hai scritto sul mio cd, che spero potrai ascoltare con tua comodità e ti piaccia in modo completo..
    io lo sto ascoltando anche ora.
    lo ascolto in continuazione ed è per me come ascoltassi un'altra persona, che canta e non me staessa..qualcuno che canta il mio cuore..è una sensazione strana che mi strega e mi affascina in mododo tale che continuo ad ascoltare il mio cd, senza smettere..
    magari lo farai anche tu..

    ti abbraccio forte, amica mia..scusa la poca verve ma credo di essere ad un nuovo minimo storico dell'energia...
    @>--