UNA BAMBINA CHIAMATA ARI - DECIMA PARTE

LA DONNA D'EBANO 2009 olio su tela 100x120

 

DECIMA PARTE

 

Caricai di nuovo tutte le cose di Marika sull'auto e la portai in quell'appartamentino al mare. La madre aveva pagato caparra ed affitto, l'anticipo per la luce ed il gas, il cibo da mettere nel frigo e nella dispensa. Ma il lavoro lo feci tutto io.. la ragazza era riottosa, bloccata. Aveva paura di stare sola, non aveva voglia di fare nulla: di tenere la casa in ordine, di cucinarsi qualcosa.

Mi preoccupavo. Ma durò pochissimo: dopo tre giorni successe qualcosa che io mai avrei immaginato.

Marika mi telefonò, dicendomi che era tornata a casa dai genitori perché aveva capito il mio piano: io ero una profittatrice, le volevo portare via il lavoro, imparando a sue spese con la sua attrezzatura e la sua scuola, dato che cantavamo sempre insieme e lei quindi mi stava insegnando. Disse che io stavo con lei anche per i suoi soldi, che volevo arrivare a farmi affidare li suoi introiti – pensione di invalidità ed assegno dei genitori – per poter vivere di rendita alle sue spalle.

Ma cosa stava dicendo, cosa??

Mi infuriai, cercai di farla ragionare ma capii subito che Marika era fuori di senno.

Seppi poi che la madre era andata a prenderla, le aveva dato coca, fumo alcol e pillole di vario genere e che le aveva detto tutte quelle cose su di me.

Le dissi che stesse pure con sua madre e che non mi cercasse mai più. Che ero troppo stanca delle loro follie. Che tra noi era tutto finito.

 

In effetti ero davvero stanca di tutto quello che stavo vivendo: quanto di bello c'era stato tra noi, le uscite spensierate, le cene affettuose in famiglia, i pomeriggi a cantare io e lei, in casa, oppure accompagnarla al lavoro, montare tutta l'attrezzatura e vederla esibirsi, vero animale da palcoscenico, tutto quello non c'era più.

Da quando aveva ripreso a farsi, inoltre, lei era cambiata profondamente. Era diventata autistica, viveva solo in funzione della sua dose. Davvero il mio sogno si era frantumato, si era dissolto, scoppiando come una bolla di sapone.

 

Stetti male, caddi in una profonda depressione. Tutto mi divenne difficile:alzarmi la mattina, andare al lavoro, parlare con i clienti. Il fatturato precipitò. Restavo a letto fin dopo mezzogiorno. Non dormivo propriamente: me ne stavo raggomitolata nel letto, al buio, in silenzio, contornata dai miei cani e dai miei gatti, con gli occhi chiusi ascoltando il folle inceppato rimuginare dei miei pensieri che ripercorrevano il mio cammino dal giorno della mia nascita, ancora ed ancora, soffermandosi su ogni punto sanguinante, su ogni ferita, su ogni offesa ricevuta o inferta, sulle domande senza risposta.

Da mesi avevo smesso di andare da Francesco. Così mi recai dal mio psichiatra chiedendogli di aiutarmi. Non avevo le forze per affrontare l'iter che il mio maestro mi proponeva: la sua guarigione si basava su di una fattiva collaborazione totale da parte mia, compreso il cambiamento delle mie abitudini alimentari, dato che ero ritornata a mangiare carne e schifezze varie assortite.

Avevo bisogno di qualcosa che si aiutasse da solo, che facesse lui lo sporco lavoro di tirarmi fuori di lì.

Continuavo anche ad avere visioni, ricordi di altre dimensioni e vivevo in uno stato tormentoso di assoluta aliena impotenza e negatività.

Naturalmente lo psichiatra mi riempì di pillole. Altrettanto naturalmente, come si capì solo più tardi, furono proprio quelle a portarmi ad un nuovo tentativo autolesionistico.

 

Se leggete sul bugiardino di ogni psicofarmaco, noterete che negli effetti collaterali indesiderati si trovano gli stessi sintomi che quelle medicine avrebbero dovuto curare: depressione, astenia, psicosi, alterazione dell'umore e dell'equilibrio, induzione al gioco d'azzardo o ad altri comportamenti compulsivi, desiderio di farsi del male, auto-lesionarsi, fino al suicidio.

Infatti dopo una decina di giorni che avevo ripreso quelle cure, in una notte nella quale la terribile difficoltà della mia vita mi apparve in tutta la sua grandezza, mi feci una scorpacciata di pillole e gocce, cadendo in un sonno profondo.

Fu chiamata l'ambulanza e fui ricoverata in psichiatria, mi fecero la lavanda gastrica e un paio di giorni dopo ne ero fuori ma totalmente spezzata e sfinita.

Allora mi fu proposto il ricovero in una clinica di un paesino montano non troppo lontano dalla mia cittadina: la Clinica Villa Azzurra.

Accettai. Avevo assolutamente bisogno di aiuto.

In quella clinica erano assai avanti rispetto al reparto di psichiatria e molto più umani.

Nel reparto dei meno gravi nei quale io fui accolta vigeva anche una discreta libertà. Potevamo uscire per il paese, ricevere visite, ovviamente sotto il controllo dei medici e dietro il loro consenso.

Inoltre, oltre alle cure farmacologiche che mi vennero messe a punto, seguii tutta una serie di colloqui con psichiatri e psicologi e partecipai ad un piano di recupero con delle operatrici che ci facevano fare ginnastica, rilassamento, stretching, ci guidavano nel fare qualche lavoretto, oppure scrivere oppure leggere. Organizzavano piccoli tornei di ping pong o bigliardino. Insomma, facevano qualcosa per aiutarci a riscuotere dal nostro malessere e torpore. Per di più la clinica era immersa in un vasto parco, verde ed ombroso ed io avevo il permesso di passeggiarvi negli orari prestabiliti.

Trascorsi lì un mese.

Stavo meglio. Mi stavo riscuotendo. I colloqui con i medici focalizzarono che il mio problema era una distorta visione della realtà ed un buco affettivo, una voragine che era stata creata in me dalla mia infanzie. Erano concetti che avevo già da tempo fatto miei ed avevo cominciato a sviscerare ma, dopo quel tentativo di suicido e quella indigestione di pillole era come la mia mente fosse regredita ad uno stadio piuttosto confuso e la mia anima si fosse perduta.

Mentre ero in clinica Marika mi ricercò. Le cose con la madre ed il padre erano precipitate, esasperate dal suo continuo chiedere dosi di droga. Per quello era stata internata in una comunità dove si cercava di prendersi cura di lei.

Mi disse che aveva smesso di sniffare e fumare ascisc, che solo beveva qualche drink. Che i medici avevano sancito l'interruzione dei rapporti con i suoi genitori, dai quali solo percepiva il denaro per le sue necessità. Mi disse che stava meglio, che aveva capito che le manovre della madre erano state dettate dalla sua folle gelosia e dal suo grave disturbo di personalità. Mi chiese di perdonarla e di rimettermi con lei. La madre era definitivamente fuori: non avrebbe più fatto del male a noi.

 

Io stavo soffrendo troppo la sua mancanza.

L'amavo ancora tantissimo e rimpiangevo tutto quello che di bello avevo trascorso nei primi mesi della nostra storia. Mi sentivo talmente sola ed anche fortemente in colpa per non aver saputo fare ciò che avrebbe fatto star meglio la mia ragazza.

La sua telefonata mi riempì di gioia. Accettai di rimettermi insieme a lei e cercai di farmi una maggiore forza per riprendere una parvenza di vita normale.

Il mio diretto superiore mi riassunse al mio posto di lavoro. Non ero mai stata licenziata, lui si era preso cura dei miei clienti e mi aveva sostituito. Erano i mesi estivi, il lavoro era fiacco. Fu molto contento di vedermi stare meglio. Lui era davvero una brava persona e mi voleva bene. Avevo sempre lavorato duramente con impegno. Aveva capito che il mio era un malessere profondo e fece di tutto per aiutarmi.

Fui dimessa dalla clinica, tornai a casa ed al lavoro.

I miei figli erano molto arrabbiati con me e mi trattarono molto freddamente, la maggiore con rabbia. Ci fu un notevole distacco tra noi: i nostri contatti si ridussero al minimo.

Io lavoravo poi, la sera, facevo altri trenta chilometri andata e trenta ritorno per andare a trovare Marika.

Questo durò un paio di mesi, poi lei espresse il desiderio di ritornare a casa dai suoi. La vita in quella comunità era dura e anche non c'era stato tutto questo miglioramento che si era prospettato all'inizio: più che una comunità era una casa di accoglienza e vi era un notevole andirivieni che presentava pure situazioni critiche, con l'arrivo di gente fuori di testa, in piena crisi.

Io andai a parlare con i medici che avevano in cura la mia ragazza. Loro fecero da tramite con la madre, che mi chiese scusa, dicendo che lei pure aveva avuto una crisi, dato il comportamento della figlia. Ora stava meglio, aveva fatto cure e psicoterapia e desiderava che tutto tornasse come all'inizio.

Davvero quella casa di accoglienza non era il massimo e mi sembrò che la madre di Marika fosse lucida e presente.

Così acconsentii ad un riavvicinamento. Riportai la ragazza e le sue cose dai suoi e ricomincia la vita di famiglia. Con le uscite programmate, il karaoke, il denaro contato per i drink della ragazza e qualche po' di fumo per tenerla più tranquilla possibile.

La coca, ovviamente , la faceva partire di testa, un po' di fumo la calmava, la faceva dormire..

Passò ancora qualche mese e giunse il 2004. non che io stessi bene come all'inizio ma ero abbastanza serena.

 

Ma vi fu un'altra fuga di Marika che, agganciata chissà come da un altro cocainomane, fuggì di casa e stette via una settimana senza dare notizie.

Io la cercai dappertutto, telefonando a tutti i tipi bacati con i quali ero stata in contatto nei mesi precedenti ed infatti la trovai. Era in casa di un tipo, completamente fatta ed ubriaca un'altra volta.

Mi arrabbia furiosamente e a viva forza la caricai in macchina, riaccompagnandola dai suoi. Arrivata a casa lei ebbe un furioso alterco con il padre, sempre a causa di tutti i soldi che quello doveva sborsare per lei – infatti il padre era fissato su quello e solo di quello si curava e parlava. -

Egli era un ometto piccolo e magrissimo, perchè mangiava a malapena, pur di non spendere denaro. Ogni suo pensiero era incentrato sul denaro, ogni sua azione era attuata per risparmiare denaro. Era un delirio totale.

Ma io ci avevo sperato in quel litigio, così chiamai i carabinieri che vennero subito e fecero un bel TSO – trattamento sanitario obbligatorio - a Marika, facendola ricoverare in psichiatria.

Così, ogni sera io andavo a Ravenna a trovarla nella sua stanzetta nella quale era chiusa a chiave, separata da tutti gli altri degenti. Avevo avuto dal medico un permesso speciale: egli aveva finalmente capito che io ero l'unica persona ancora in grado di ragionare, in tutta quella assurda storia. Si, certo, io pure avevo i miei bravi problemi ma si capiva che erano causati anche da tutto quel complicatissimo intreccio di follie nel quale cercavo di barcamenarmi.

Di nuovo si prese in considerazione un appartamento autonomo per Marika, son l'aiuto economico della madre e la mia supervisione effettiva.

Di nuovo io mi misi alla ricerca e trovai la casa adatta. Questa volta era una porzione in una grande casa colonica, immersa nel verde di alcune colline vicine.

Marika, a cui era stata ritirata finalmente la patente, non avrebbe potuto recarsi da nessuna parte da sola, avrebbe avuto sempre il bisogno di avere me o la madre ad accompagnarla. La situazione tranquilla, secondo i medici, l'avrebbe aiutata. Avrebbe potuto cantare a squarciagola senza infastidire i vicini – con i quali c'erano annosi problemi -. io e la madre avremmo potuto recarci da lei a sere alterne, aiutandola nella gestione della casa e delle sue cose. Io avrei dormito con lei i fine settimana.

Marika fu entusiasta ed anche la madre.

Seguì così l'ennesimo trasloco di tutte le sue cose, che erano una quantità ingente dato che, ho dimenticato di dire, lei era una fanatica del look ed aveva sempre un gran daffare a truccarsi, cambiarsi di abito, comprare cose nuove, vestiti, scarpe accessori. Tinte per i capelli. - per un periodo se li era tinti di blu, costringendo la madre ad un lungo lavoro di ritocco sulla ricrescita e sporcando ogni cosa sulla quale posasse la testa. -

Quindi ogni volta erano macchinate pieni di abiti, biancheria, di cui era altrettanto fanatica e cosmetici. Devo dire, a parziale discolpa del padre, che le cifre spese dalla figlia, appoggiata in quello dalla madre che di certo giocava con al figlia come si fa con l e bambole, era ingentissima perché, naturalmente, ogni capo ed ogni prodotto era rigorosamente di marca.

 

Alla fine dell'ennesimo trasloco si vide che l'abitazione era davvero carina. Addirittura avevo portato lassù il mio barbone gigante, perché facesse compagnia a Marika quando era sola. Lui le voleva molto bene ed accettò tranquillamente quel trasferimento. Io glielo spiegai, la prima sera: ' Mamma vine sempre a trovarti. Tu fai il bravo e stai con lei: ha bisogno di te. Falle compagnia e sorvegliala. '

Lui capì, ne sono certa e non le si staccava di un passo, dormendo con lei, accompagnandola anche in bagno.

Ma anche quella volta durò poco: dopo una settimana Marika mi telefonò dicendomi che voleva tornare a casa dai genitori, che andassi a prendere il cane. Che non capiva come mai io volessi sempre dividerla dai suoi ed altri discorsi deliranti del genere che, sapevo ormai per certo, l madre le aveva conficcato nel cervello sconvolto e minato dalle droghe, dall'alcol e dalle ingenti quantità di psicofarmaci che sempre assumeva.

 

Quella fu la famosa goccia che fece traboccare il vaso.

Andai a prendere il mio cane, che fu felicissimo di tornare a casa sua e dissi alla ragazza che la lasciavo al suo destino, che non si poteva aiutare chi non voleva assolutamente essere aiutato.

Lei rincarò le accuse e litigammo. Io me ne andai sbattendo la porta.

Ero stomacata, sfinita, non ce la facevo più.

 

Dopo un paio di settimane lei mi telefonò e chiese di parlarmi. Mi recai da lei:

in tutto quel trambusto io mi ero licenziata dalla ditta di ferramenta. Alla ripresa delle attività non ero più riuscita ad ingranare. Ero comunque imbottita di psicofarmaci io pure e davvero quel lavoro richiedeva una presenza a se stessi che io avevo totalmente perduto.

Dall'inizio del 94 avevo cominciato a vendere surgelati porta a porta, guidando un furgone refrigerato.

Era un lavoro duro. Alle sei e trenta dovevo essere in magazzino per fare il carico del giorno, stivando nel furgone le scatole della merce che mancava dal giorno precedente e facendo la bolla di accompagnamento. Poi visitavo case a decine fino anche alle venti, salendo e scendendo dal furgone innumerevoli volte e guidando sempre nel traffico, dato che i clienti si trovavano nei centri abitati, con i problemi annessi di parcheggio e di nervosismo.

Ogni tanto la stanchezza e il sonno indotto dalle medicine mi costringevano a fermarmi e dormire qualche decina di minuti.

Lo stipendio era a provvigione, quindi dovevo recuperare il tempo perso, tanto che ero sempre l'ultima a rientrare la sera in magazzino.

Era un delirio ma non avevo trovato di meglio.

Ricordo benissimo quindi che mi recai da lei con il furgone dei surgelati, la feci salire e mi allontanai da casa sua, per parcheggiare un paio di chilometri lontano, in una zona tranquilla.

Marika mi chiese piangendo di tornare con lei. Aveva ripreso a sniffare e il padre non le voleva dare i soldi per la roba. Stava malissimo. Era una continua lite con entrambi i genitori. Mi abbracciò, scossa da lacrime convulse.

La guardai: aveva il viso disfatto, i lineamenti contorti. Nulla era rimasto della bellissima pur se assai stramba ragazza che avevo conosciuto. Gli occhi erano spenti. Mi fece una pena immensa e mi dissi che dovevo assolutamente aiutarla ma dentro di me qualcosa si ribellò.

Avevo sofferto troppo a causa delle loro follie. Avevo vissuto i mesi più assurdi ed impensabili della mia esistenza e di tutto quel tormento non si intravedeva neppure un barlume di soluzione. Le avevo davvero provate tutte.

Così l'abbraccia stretta, la baciai dolcemente sulla fronte e le dissi che non ce la facevo. Stavo male forse quanto lei ma non ce la facevo. Che avrei potuto lottare contro i suoi problemi se non avessi avuto la madre contro ma che così per me era una battaglia persa a prescindere.

Fui irremovibile. E la riaccompagnai a casa.

 

Un paio di settimane dopo, una amica comune mi telefonò e mi raccontò cosa era successo.

Due notti prima Marika, più fatta a bevuta del solito, si era buttata sotto un camion che passava sulla trafficatissima provinciale a poche centinaia di metri da casa sua.

Non era morta ma lei non sapeva come fossero le sue condizioni, sapeva solo che era ricoverata all'ospedale di Ravenna.

Mi precipitai là e corsi dal suo psichiatra che mi dirottò in chirurgia.

Quando giunsi di sopra, immediatamente vidi i genitori della ragazza che stavano in attesa nel corridoio. La madre mi si avventò contro, aggredendomi, urlando che era tutta colpa mia. Le infermiere la trattennero a fatica.

Lei gridava che me ne dovevo andare ma io fui irremovibile: volevo vedere la ragazza. Chiamai su lo psichiatra che costrinse la madre a tacere ed a lasciarmi parlare qualche minuto con Marika.

Proprio in quel momento la ragazza uscì dalla sala operatoria.

Le avevano amputato la gamba destra.

 

Non dimenticherò mai quella visione.

In quel letto con le sponde, le mani e le braccia tutte escoriate, flebo e tubi dappertutto, Marika giaceva, tremante e sconvolta, chiedendo insistentemente alle infermiere che le erano accanto, di fumare.

Mi avvicinai a lei e la chiami per nome. Piangevo.

' Marika, - le dissi -cosa hai fatto, bambina? -

Lei mi guardò per un momento come non mi riconoscesse. Poi un sorriso le fiorì su quel volto sfigurato dalla sofferenza, dalla droga e dall'anestesia. Rispose con un filo di voce, tendendomi una mano con le unghie tutte rotte ed annerite dal sangue rappreso: :

' Ari, sei venuta, sei qui! Non mi lascerai più, vero? '

Io mi chinai a baciarle le labbra riarse.

' Sono qui, amore, sono qui. '

Ma le infermiere già se la portavano via, allontanandomi da lei, spingendomi da una parte, mentre facevano girare il letto per introdurlo nella stanza di degenza.

Ad una ventina di passi da noi, in fondo al corridoio, con la coda dell'occhio vedevo la madre che parlava animatamente con un'altra infermiera, inveendo contro di me.

Captai chiaramente le parole: ' Ora basta, mandatela via. '

Infatti quella infermiera venne verso di me e in modo deciso mi chiese di andarmene.

Marika era stata dichiarata incapace di intendere e di volere, i genitori erano i tutori, almeno provvisoriamente e quindi la loro volontà era legge.

Chinai la testa mestamente tra le lacrime e uscii da quel reparto.

Il giorno dopo tornai ma mi dissero che Marika non c'era più.

La cercai dappertutto. Mi recai a parlare con medici, psichiatri, l'infettivologa, l'assistente sociale, quella del SERT. Ma invano.

Tutti mi dissero che non sapevano che fine avesse fatto, cosa evidentemente falsa. Ma di certo rispettavano il volere della madre di Marika.

 

Non seppi più nulla di lei fino all'estate del 1995, quando il mio cellulare squillò mettendo in evidenza il suo nome sul display.

In quei giorni io stavo con Ale, come racconterò più avanti. Fui stupita ma contenta di sentirla. Mi disse che di nuovo aveva litigato con la madre e questa volta credeva definitivamente, dato che le avevano tolto la potestà ed era stata affidata ad un tutore esterno. Era ancora ricoverata in ospedale: da allora non era mai stata dimessa.

Mi chiese di andarla a trovare.

Io le risposi che adesso stavo con un'altra donna. Che, se avesse voluto, sarei andata a trovarla accompagnata da lei. Marika fu d'accordo e così io ed Ale ci recammo da lei, il giorno dopo. Era ricoverata in psichiatria. Si era ripresa abbastanza ma ancora il moncherino non era guarito e quindi non aveva una protesi.

Entrammo nella sua camera ed lei era a letto con le cuffie nelle orecchie che ascoltava musica. Vedendomi mi tese le braccia ed io corsi ad abbracciarla. Le diedi un bacio sulla guancia ma lei cercò le mie labbra. Io la lasciai fare per un attimo poi mi staccai da lei, col fare di presentarle Ale che già la guardava assai preoccupata ed a disagio.

Marika allora ci chiese se le potevamo offrire un caffè. Come sempre era alle prese con il denaro che le veniva dato contatissimo per evitare che si ingozzasse di porcherie al distributore automatico del reparto. Naturalmente noi le dicemmo di si ed allora lei si alzò dal letto per sedersi sulla sua sedia a rotelle

Fu terribile vederla così. Aveva lo sguardo assente, di certo le cure di psicofarmaci non erano mai state interrotte.

E delle sue bellissime gambe lunghe ed affusolate ne restava una sola. Dell'altra restava un moncone ben sopra al ginocchio, con il pantalone tagliato e chiuso in fondo a protezione.

Mi si riempirono gli occhi di lacrime che non seppi trattenere. Anche lei pianse.

Poi mi ripresi e cercai di sdrammatizzare, la accompagnai al suo caffè ridendo della sua ' carrozza ' e spingendola correndo, mentre lei esclamava ad alta voce: ' Più forte, più forte!! '

Come sempre eravamo le buffone della situazione e lo sguardo dell'infermiera lo confermò.

Tornammo a trovarla ancora qualche volta poi lei iniziò una relazione a distanza con una donna e non mi cercò più.

Si rifece viva alla fine del 2006. io ero single, allora – e di questo narrerò più dettagliatamente qui di seguito -.

 

Avevo sempre pensato a lei, sentendomi terribilmente in colpa di quanto le era accaduto. Dopo l'incidente avrei voluto prendermi cura di lei, starle accanto ma mi fu vigorosamente impedito.

Quando mi ricercò mi disse che la storia con quella donna era finita e che ora voleva costringere il suo tutore a renderle la libertà. Era ancora ricoverata in ospedale, dopo più due anni, era ancora lì. Mi chiese di aiutarla.

Io ci pensai sopra, riflettendo a lungo. Dopo un settimana di pensieri tormentati e contrastanti mi recai da lei e le dissi che avrei potuto esserle accanto come assistente, come badante. Non come compagna perché le volevo bene ma non l'amavo più. Se poi le cose fossero cambiate, fra noi, si sarebbe visto il da farsi.

Per il momento potevo darle quel genere di appoggio ma, dato che ero senza lavoro, non avrei potuto sostenere molte spese di trasferimento: il suo tutore avrebbe dovuto assegnarmi una piccola cifre per coprire il costo del carburante. Altro non volevo, il resto sarebbe stato solo quello che io mi sentivo di doverle.

Lei fu assai felice di ciò che le dissi e quindi prendemmo un appuntamento con il suo tutore ed i suoi medici.

Quando ci ricevettero lei comunicò loro il suo volere, le sue richieste di andare a vivere in un appartamento adatto alle sue necessità, disse che io l'avrei assistita ed aiutata e che avrei percepito un minimo di rimborso spese.

Seguirono al primo altri incontri. I medici ed il tutore alla fine di lunghi interrogatori sulle mie condizioni ed intenzioni, si dissero disposti ad un periodo di prova.

All'inizio sarebbero state solo uscite pomeridiane di qualche ora. L'avrei accompagnata dove avesse voluto andare. Qualche cena al ristorante. Per vedere le sue reazioni ed, ovviamente, il mio comportamento, la mia affidabilità e, non ultimo, il grado di affiatamento che si sarebbe creato fra di noi.

Marika era abbastanza lucida. Ovviamente non si era drogata né ubriacata più. Ma le cure che seguiva avevano ancora dosi forti. Quindi era come fosse distaccata da tutto e vivesse seguendo un suo percorso interiore di cui solo lei vedeva lo snodarsi.

Uscimmo qualche volta. La portai a fare acquisti in profumeria, al mare, a mangiare una pizza.

Quando mi recavo a ritirarla l'infermiera mi consegnava il denaro per la benzina e per le altre spese.

Lei sembrava molto contenta. Quando non andavo a trovarla le telefonavo. Passavamo diverso tempo chiacchierando. Le parlai del buddismo e lei si interessò molto, chiedendomi di aiutarla ad incominciare a praticarlo. Io, felicissima di questo, mi diedi da fare e trovai una persona disposta a recarsi da lei per sostenerla in quello. Io non ero ancora all'altezza, allora.

Tutto sembrava andare avanti alla perfezione. Io cominciavo ad aprire di nuovo il mio cuore al sentimento che provavo per lei che, evidentemente, non era del tutto spento ma solo massacrato dal dolore delle circostanze. Pensavo che avrei voluto prendermi cura di lei per sempre. Che avrei voluto renderle la vita migliore, il più possibile.

La sera dopo dovevo portarla a mangiare al pizza. Lei mi telefonò poche ore prima dicendomi che avrei dovuto pagare io.

Le dissi: ' Va bene, lo farò, ma perché, Marika? '

E lei mi rovesciò addosso tutto un delirante discorso che sua madre le aveva fatto sulle mie presunte intenzioni di sfruttare il suo denaro, che in quei tempi era diventato più sostanzioso e consistente, avendo lei ricevuto varie erogazioni assistenziali.

Le chiesi se stesse scherzando e quando avesse rivisto la madre, dato che io sapevo che l'avevano interdetta dall'avvicinarsi alla figlia. Lei mi rispose che era stata lei stessa a ricercare la madre, convincendo i medici che era pronta ad avere un rapporto sereno con quest'ultima.

Sentii un gelo invadermi tutta: eravamo alle solite.

' Ciao Marika, - esalai a bassa voce al telefono, - goditi tua madre e non cercarmi più.'

e il giorno stesso cambiai il numero di telefono.

 

Dopo qualche tempo seppi per caso da conoscenti comuni che aveva avuto grossi problemi con la protesi ed il moncone ma che era stata finalmente messa in una appartamento da sola, seguito da una associazione di sostegno per casi del genere.

Da allora non ho saputo più nulla.

Chissà come sta, ora e cosa fa...

 

Sono certa che la narrazione di questa parte della mia vita non è perfettamente coincidente con la realtà. So che ho di sicuro dimenticato qualcosa, tralasciato appositamente altro, - sul suo comportamento sessuale, che non ho voglia di ricordare né di raccontare, - e che ho confuso la cronologia di altro ancora. Quel periodo fu troppo caotico. Io ero imbottita di psicofarmaci. Davvero credo che il mio cervello abbia cercato di dimenticare il più possibile di tutta quella follia. Ma i capisaldi sono questi e di ciò sono certissima.

Narrarla, questa storia, è stato difficile e mi ha sommerso di tristezza.

Il mio senso di colpa nei suoi confronti non si è mai sopito: io volevo salvarla e non ci sono riuscita.

Ma come si può salvare chi non vuole essere salvato?

 

E, soprattutto, chi salverà mai me da me stessa?

 

 

 

 

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Commenti: 2
  • #1

    milly (domenica, 23 dicembre 2012 13:37)

    penso che....
    ci metteremo di più noi a leggerlo di quanto tu abbia impiegato a scriverlo... ^_^
    un bacio

  • #2

    ariannaamaducci (domenica, 23 dicembre 2012 15:00)

    da come mi sento in questo momento credo che dovrò rallentare e anche parecchio.
    ma spero di riprendermi.
    voglio assolutammente arrivare in fondo a questa mia autobiografia..
    ho di fronte a me da narrare gli anni più difficili ed intensi.
    tutto quello che è scritto fin qui non è stato nulla rispetto a quanto accadrà....

    ciao milly..@>--