UNA BAMBINA CHIAMATA ARI - OTTAVA PARTE

IN VIAGGIO PER MARTE - dipinto digitale 2012

 

OTTAVA PARTE

 

francesco mi diceva: tu cerchi la mela nella cassetta delle patate!!

 

io credevo lui volesse dire che io cercavo amore in quei rapporti sessuali. E gli spiegavo che sapevo che comunque amore non avrei trovato, che amore non esisteva, almeno per me, che tanto, nella mia infanzia, era stato posto un binario che espletava la terribile equazione: AMORE = DOLORE e che non avrei potuto innamorarmi che di persone anaffettive e quindi incapaci di prendersi cura di me e ricambiare, rendermi, il sentimento che io invece ero in grado di provare, o che almeno credevo di provare.

Lui mi ascoltava, proseguivamo insieme nel cammino verso il centro contorto e doloroso del mio essere e continuava a ripetermi quella frase.

A gennaio 2002 compresi finalmente cosa lui intendesse: nella mia vita entrò Kiara.

 

Qualche mese fa ho iniziato a narrare la storia di quell'incontro in un romanzo dal titolo E TUTTO FU...... CHIARA, che trovate sul sito alla omonima pagina.

Purtroppo ho interrotto quello scrivere per una serie di miei blocchi personali. Se domani, 21 12 12 non finirà il mondo davvero, dopo che avrò concluso e riguardato questa biografia, terminerò anche quel raccontare. Per il momento attingo a quanto già scritto per narrare il mio incontro con lei.

 

Un amico comune ci aveva fatto incontrate a gennaio di quel 2002, un uomo fatto che andava gloriandosi di avere una giovanissima amica lesbica in cerca di signore mature.

Bene, io ero decisamente una signora matura e un incontro del genere mi attirava immensamente.

Gli chiesi allora di mettermi in contatto con lei e lui mi propose una pizza insieme.

Mi recai al luogo dell'appuntamento, in una cittadina poco lontana dalla mia. Arrivando gli telefonai e lui mi disse che mi stavano aspettando all'interno del locale, così entrai e li cercai con gli occhi tra i pochi tavoli occupati in quella serata infrasettimanale.

Quando la vidi, che mi guardava, dato che mi aveva vista arrivare, tremai.

Mai avevo visto una creatura così bella.

Come raccontare il volto di un angelo? Come descrivere il viso di una bimba? Come narrare la malia della seduzione sciolta dentro due occhi? Come cantare la meraviglia di una donna appena sbocciata?

Non ebbi e non ho parole adatte, solo posso ricordare il turbinio dei miei pensieri:

bella, bella, bellissima

pura

maliziosa ammiccante

dolce

amara selvatica

felina

rosa e spina spina e rovo rovo e prigionia

un giunco un'erba al vento della sera

calamita baratro illusione oblio

droga oppio assenzio

profumo sorriso di viola

 

E gli occhi suoi, dove gettarmi a capofitto, perdermi, né più desiderare di ritrovarmi.

 

Il passo incespicò ma comunque riuscii a raggiungere il tavolo, mi sedetti e vidi che la mia emozione era evidente, che sia lui che lei ne erano eccitati, ma che lei ne era toccata e felice.

Mangiammo bevemmo parlammo.

Lui scomparve.

Ogni tanto provava ad inserirsi e a riportare il discorso verso il suo desiderio, un incontro a tre, ma invano.

Noi parlavamo, io l'ascoltavo, le parlavo, lei mi ascoltava, mi parlava: sembrava che non vi fosse altro.

I suoi occhi erano sempre più profondi ed io sempre più a fondo mi immergevo in essi, bevendo la loro luce.

Le parole erano facili, così facili. Così combaciavano, come fossero nate dalla sua e dalla mia bocca cucite insieme.

I suoi pieni nei miei vuoti, i miei pieni nei suoi vuoti.

Aderimmo.

Alla fine della cena lui mi invitò a salire con loro nella sua macchina per continuare a parlare più intimamente.

Mi chiese, sfrontato e desideroso di concludere, se lei mi piacesse ed io risposi sorridendogli, senza dire una parola.

Mi disse di prenderle la mano ed io obbedii come un automa, ma davvero non desideravo altro, solo, una timidezza improvvisa mi bloccava, come avessi paura di sporcarla ma anche come se per afferrarla avessi dovuto sporgermi troppo da una altura scoscesa e precipitare di sotto.

Ma presi tra le mie la sua diafana mano infantile e dolce di studentessa del primo banco, di allieva di pianoforte e lei me la donò, abbandonandola come una regale concessione.

Palpitava come una colomba, quella tenera mano ed io portai il palmo alle mie labbra e vi deposi un casto lievissimo bacio, perduta in un coro mai udito, mai neppure sognato.

La voce di lui mi riscosse: le stava chiedendo se lei volesse darmi un bacio.

La vidi quindi avvicinare il suo viso al mio e posare con un moto fuggevole ma ardente, per un attimo brevissimo che continuò a ritoccare sulle mie labbra, le sue labbra in un contatto di seta.

Poi si discostò ridendo, distogliendo gli occhi da me, adducendo scuse di ora tarda e la volontà di rimandare ogni altro contatto.

Chiese di essere riaccompagnata a casa ed io scesi dalla macchina restando ferma lì accanto per guardarli partire e cogliere il suo saluto con un cenno della mano ed un ultimo penetrante sguardo.

 

Mentre guidavo verso casa avvolta in una sensazione di irrealtà e sospensione mi giunse un suo messaggio. Ce ne scambiammo diversi, anche quando io ero già nel mio letto, frastornata, sognante, rapita, incredula felice.

Al mattino dopo arrivò presto il suo buongiorno, ma io non risposi.

Quel baratro era troppo profondo.

Mi dissi che la fanciulla era troppo giovane e che non sarei stata io a profanarla in giochi senza amore: lei ventun anni, io quarantasette.

Mi dissi che non ero la donna adatta per lei: piena di problemi, ammalata, povera.

Sapevo che avrei sofferto. E così non le risposi.

All'amico dissi la verità, quello che pensavo e rifiutai altri incontri.

Di certo la piccola Chiara si offese al mio silenzio e così cadde il sipario su tutto: possibilità, desideri, paure.

 

Passarono i mesi, tra un amante e l'altro una follia e l'altra, lavorando e dedicandomi alla famiglia di giorno per sei giorni su sette e fuggendo in quell'oblio di corpi il sabato notte.

 

15 giugno sera inoltrata.

Sola nella mia cucina sentivo il vuoto riempirmi, un vuoto pieno di tanti nomi maschili, troppi.

Di tanti visi, di tante storie inutili, dannose, aride.

Eccitazioni e piaceri che facevano male, che lasciavano un retrogusto così amaro da nauseare.

Ma qualcosa io dovevo trovare, io sapevo che qualcosa c'era e andavo avanti.

Così come sono io, senza paura, a testa bassa, senza interruzione, senza inibizioni.

Senza vergogna, perché io non facevo nulla che la mia coscienza mi dicesse sbagliato.

Non mentivo, l'intento era dichiarato. Non rubavo, prendevo solo quello che mi veniva donato. Non violavo, perché erano giochi senza alcuna prevaricazione.

Amavo quello che facevo, lo trovavo importante, insostituibile e c'ero fino in fondo.

Per quanto potesse sembrare perverso, io cercavo e donavo solo amore.

Se non poteva essere mio l'amore del cuore, se dopo tutte le mie storie naufragate, nessuno poteva o voleva condividere con me il sentimento al quale io avevo dedicato la mia vita, allora mio sarebbe stato l'amore dei corpi.

I corpi hanno una musica, i corpi hanno parole. Hanno un fluire, hanno un'essenza.

Muti, avvinghiati nel piacere, innalzano un inno alla vita che non ha secondi fini, che non ha menzogne.

Che vive di impulsi non schiavi della mente illusoria.

I corpi sono schietti, i corpi sono onesti.

Chiedere e donare il corpo mette al riparo dalle menzogne degli esseri umani, taglia la gola alle falsità di chi, in nome dell'amore, entra solo per rubare, dominare.

Io, quello sentivo allora chiaramente e di conseguenza mi comportavo.

Ma la mia via, quella, non l'avevo ancora trovata.

 

Così, a tarda sera, che era quasi mezzanotte, stavo al fresco di una estate giovane giovane ma già assai calda e respiravo i miei pensieri muti.

Il cellulare squillò.

Lo presi in mano, era appoggiato sul tavola di fianco a me e lessi il nome di chi mi stava chiamando. Non erano certo inusuali chiamate a quell'ora: magari qualche amico aveva avuto desiderio di me.

Il nome che lessi mi scosse di stupore: Chiara.

 

Leggere il suo nome sul display fu un colpo basso che io accusai per intero.

Ero sguarnita, senza difese: la regina nera non aveva né alfieri né cavalli né torre che le salvassero la vita dall'attacco improvviso. E così la regina bianca ebbe vinta la partita interrotta.

 

Chiara stava piangendo.

Al telefono la sua voce era quella di una bimba sola e triste. Mi raccontò che aveva bisogno di parlare con qualcuno, che aveva scorso i numeri della sua rubrica e che si era soffermata sul mio nome, interrogandosi, poi, d'impulso, aveva schiacciato il pulsante della chiamata.

E fummo là, voce nella voce, in un attimo, come quella mano di colomba non avesse mai lasciato la mia.

Mi raccontò di un uomo maturo, un professore, di un incontro, di un amore breve e tormentato, di scelte di quell'uomo che sentiva, troppo e a ragione, il peso della sua giovane età, di un sogno che sembrava vero, di nostalgia e sconcerto a collocare l'amore per un uomo nella sua certezza omosessuale che datava già diversi anni. Mi raccontò di disagi e desideri, di impeti e ripensamenti. Era smarrita e molto dolente.

Io allargai le mie grandi braccia e lei vi si adagiò dentro.

 

Era quasi mattino che ci separammo, salutandoci con accorata tenerezza, la sua voce che aveva preso da un po' il colore del sonno e la mia, che aveva del tutto carpito il colore dell'amore...

 

Coup de foudre.

Quello il mio modo di innamorarmi ed amare. Da sempre.

L'incontro è per me un calice di vino ambrato dolce e liquoroso che la mano del destino mi porge e che io bevo, d'un fiato, ritrovandomi così: ebbra, senza più avere il tempo di tirarmi indietro, senza poter fare calcoli e ragionamenti, senza la possibilità di conoscere la persona di cui mi innamoravo.

Come quella vita, quel viso, io li conoscessi da sempre, come tutto io già sapessi, pur se nulla sapevo, come non ci fosse paura incertezza.

Ave Caesar, morituri te salutant.

E via, incontro alla morte per folgorazione con il sorriso sulle labbra, la vita tra le mani, il passato dietro le spalle, il futuro a tappeto per i suoi piedi.

 

Così fu, anche con Chiara, soprattutto con Chiara.

E, ancora una volta, dopo Rodolfo, il tramite di quell'amore furono i messaggi telefonici, tra un cliente e l'altro, tra uno spostamento e l'altro, tra una suo impegno e l'altro, intercalati da lunghe lunghissime telefonate, soprattutto a notte fonda, fin quando la sua voce si spegneva nel sonno.

 

Pochissimi furono gli incontri, tra noi.

Il 30 di quello stesso mese scrissi:

30 giugno 2002 ore 21;30

Ho scritto finalmente il tuo nome sul mio computer: ho tracciato il solco.

Ho fatto il passo.

Dichiaro al mondo dopo averlo dichiarato a me stessa e poi a te che ti amo.

Affermo di essere una donna omosessuale. Sono orgogliosa, di esserlo.

Lo sapevo da sempre, proprio quella è stata la paura che mi ha allontanato da te quando ci siamo conosciute: ho sentito che tu mi avresti portato proprio qui dove sono.

Ed ora ci sono e ci resto e mi sembra di aver trovato l'approdo.

Nessun uomo mi ha mai fatto provare il piacere con il suo membro, solo le mie mani potevano farlo e l'idea di prenderli, di possederli.

Io assomiglio a loro, non sono una donna, non sono un uomo, sono omosessuale, adesso lo so, adesso sono completa.

Più di un uomo, più di una donna. Così come tu sei e chi mai può capirci? Chi mai può accettarci?

Quale uomo può non restare schiacciato, annientato da tutto questo?

Ecco perché ogni rapporto con ognuno di loro è stato solo distruttivo: o fuggivo io o fuggivano loro.

Mentre io sono creativa, io sono sincera, io sono composita, sono piena d'amore.

Tu puoi capire il mio amore, tu puoi amare il mio amore. Tu puoi volere il mio amore. Tu puoi avere bisogno del mio amore.

Tu puoi amarmi.

Forse non lo vuoi, ma puoi farlo. E farti amare da me.

Chiara, come è tutto chiaro finalmente adesso, come la risposta che ho trovato, come la speranza che è appena nata. Come il futuro che è davanti a me.

Chiaro dopo tante tenebre.

Mi batterò per me, adesso, mi batterò per noi e per tutte quelle come noi.

Io voglio fare qualcosa per affermare la nostra razza.

Io voglio raccontare a quelle come noi che non hanno il coraggio di accettarsi come devono comportarsi per farlo. E perché devono farlo.

Aiutami.

Tu sei una bambina, io una donna matura.

Ma mi sento appena nata.

Tienimi a battesimo.

Varami.

Stai con me, amiamoci. Abbandonati a me, lascio che io finalmente mi abbandoni a te.

Se così non fosse allora io davvero non avrei più una riva. Mi sentirei sputata fuori da me stessa. Non saprei più dove andare.

Dammi la mano e vieni via con me.

 

Ecco il rito della trascrizione dei nostri messaggi telefonici.

Vorrei che fosse una verginità ma nella mia mente lo è.

Te l'ho detto che sei dilagata dentro di me.

Ed ora ti tengo sotto la mia pelle.

Così affido alla memoria della carta le nostre parole, gli emblemi del nostro amore.

Ed è giusto così.

Sorgo dalle acque.

 

Riprendo la narrazione in diretta.

Fu uno tsunami. Lei travolse tutto ed aprì tutto.

Andai da mia madre – con la quale avevo ripreso i rapporti pochi mesi prima - e le dissi di essere estremamente innamorata e felice.

Lei se ne rallegrò e mi chiese chi fosse quell'uomo, se fosse un bravo ragazzo..

io le risposi guardandola dritta negli occhi: mamma non è un ragazzo ma una ragazza.

Mia madre restò interdetta. Mi disse: ma ti piacciono tanto gli uomini!!

cercai di spiegarle ciò che facile da spiegare non era.

Allora lei mi chiese dove avesse sbagliato. Ed anche allora cercai di spiegarle che non era un suo errore, quello, che omosessuali si nasce..

per qualche mese ci stette male. Ascoltò tutte le trasmissioni televisive nelle quali si parlava di omosessualità. Poi si convinse della mia tesi e mi disse, un giorno: sei mia figlia. E ti voglio bene come sei.

Lei, che era stata era e fu la mia maggiore antagonista accettava quello e ciò fu meraviglioso.

Nel giro di poco lo dissi anche ai miei ragazzi.

Non erano affatto stupidi e se ne erano già accorti. Non sentivano parlare altro che di quella fantomatica chiara.

La maggiore mi disse: era ora! Forse voleva sottolineare il miei enormi problemi con gli uomini.

I due più piccoli si dimostrarono un po' allarmati e preoccupati. Cercai di rassicurarli. Ma per il momento problemi non ce ne furono,

quelli, seri, vennero più avanti.

 

Io ero follemente innamorata di quella ragazza. La storia durò fino a settembre ma già da luglio non ci vedemmo più.

Perché mi respinse io non lo seppi mai.

So che cominciò a tirare indietro ed io a tirarla verso di me.

Dopo sei sette incontri che mi sconvolsero e aprirono il mio corpo ed il mio cuore alla mia anima, lei cominciò a negarsi.

Ci fu un tira e molla notevole.

Io alternavo immense sofferenze e pene d'amore ad assolute felicità e speranze.

Un giorno di settembre mi disse al telefono: vado a fare acquisti con mia sorella, ci sentiamo fra un paio d'ore.

invece sparì.

Io, nei giorni seguenti, la tempestai di telefonate e messaggi, impazzita, chiedendole almeno una spiegazione. Ma non ebbi neppure una parola.

Fui disperata.

E qui, davvero, ogni parola umana perde potenza e sbiadisce di fronte al dolore che provai.

Ma una strada, la ' mia ' strada, si era aperta di fronte a me.

Sapevo, per la prima vota dal mio ingresso in questa folle corsa che noi chiamiamo vita, chi ero e cosa volevo.

Ero una donna omosessuale e volevo amare ed essere riamata da un'altra donna, dalla MIA DONNA. E quelle due parole erano come un faro luminoso in una tempesta perenne.

 

Con chiara, un pomeriggio che venne a casa mia, avevo buttato nel cestino del pc tutti gli scritti e le poesie che narravano delle mie storie con gli uomini.

Stessa fine aveva fatto la scheda telefonica sulla quale mi chiamavano i miei ' amici '.

salvai giusto il numero di qualcuno che mi era caro a livello personale, che era diventato proprio un ' amico ' vero.

Dopo tre mesi di lutto, ai primi del 2003 cominciai a frequentare l'ambiente omosessuale di bologna.

Nella mia cittadina non vi era proprio nessuna attività di quel genere, solo un circolo ARCI che faceva riunioni, a cui partecipai qualche volta, ma alle quali vennero quasi solo uomini.

Inoltre i miei due figli più piccoli mi espressero il desiderio che mantenessi la mia nuova vita segreta il più possibile.

' fai quello che vuoi,' mi dissero ' ma fuori dalla nostra città.

E così io feci.

Andai al cassero e entrai a far parte della associazione culturale lesbica che lì aveva sede, partecipando a tutte le attività e conoscendo moltissime donne come me.

Inoltre andai assiduamente a feste per sole donne che si tenevano in giro per vari locali da ballo.

Nella seconda realtà, più che altro, avevo delle full immersion con quello che io e non ero stata e non sarei potuta essere più: una giovane donna lesbica che cerca storie, anche solo per una notte, oppure l'amore della sua vita ma anche che va a divertirsi con le amiche in luoghi dove era possibile essere se stessa senza trovarsi addosso occhi scandalizzati o peggio ancora violenti oppure bramosi di uomini etero in cerca di avventure dal sapore piccante.

In effetti io ero di solito la decana di quelle riunioni e non fu mai facile per me attaccare discorso e fare conoscenze. Allora mi mettevo a parlare con la cassiera o la barista e guardavo. Guardavo quelle ragazze libere e felici o anche meno felici, ballare, muoversi, incrociare sguardi, stringersi addosso le une alle altre, baciarsi.

Il mio non era squallido voyeurismo, tutt'altro. Io provavo gioia, nel guardarle, sentivo la loro bellezza. Era come se vivessi attraverso loro. E respirassi la mia natura negata per così lungo tempo attraverso loro.

Al cassero, invece, instaurai diversi rapporti diretti di amicizia. Partecipai e incrementai attività culturali ma anche mi divertii alle feste da ballo che erano però per lo più miste, nel senso che erano aperte anche ai ragazzi.

Ma anche guardare i ragazzi gay vivere liberamente le loro storie in quella grande sala, fu bellissimo.

Avevo capito che io, dentro di me, avevo un uomo, che era gay. E quello, fino ad allora, aveva fatto si che io fossi stata così incerta sulla mia vera natura.

Perciò provavo una intensa emozione altresì guardando due ragazzi innamorati che si guardavano negli occhi, si tenevano le mani, si baciavano.

Infatti strinsi rapporti belli di amicizia anche con diversi di loro.

 

Ma anche qualcos'altro di straordinario si era aperto in me.

Non ricordo con precisione quando cominciò. So per certo che già lavoravo per la ditta di ferramenta, perché mi recai a quell'appuntamento con il BX nero. Ho perfettamente stampata nella memoria la scena di me che scendo dalla macchina dopo aver parcheggiato ed entro in quell'ombroso cortile di una casa a due piani della periferia di forlì. Non avevo giaccone quindi doveva essere la primavera inoltrata del 2002.

sempre la mia cara amica pittrice mi aveva detto che a forlì vi era una giovane donna che eseguiva la pratica di re- birthing.

con quel nome si designa una azione energetica che una persona illuminata e medianica apre i canali bloccati e permette il riaprirsi il flusso in comunione con la grande legge energetica dell'universo, come se appunto si nascesse di nuovo. Poi, ci sono vari modo per eseguirla e recepirla, dato che tutte queste cose sono estremamente personali.

Quello che io desideravo sopra ogni cosa, in quel momento, era comprendere perché. Perché nessuno mi potesse amare.. volevo che le porte del tempo e dello spazio si aprissero mostrandomi la risposta a quella domanda. Ciò che mi accadeva mi sembrava intollerabile ed ingiusto.

Ero emozionata, quella mattina.

Entrai in quella stanza in penombra e la giovane donna mi accolse gentilmente, parlandomi a bassa voce.

Mi fece alcune domande che non ricordo poi mi fece adagiare su di un lettino da fisioterapista che era lì.

Intorno brillavano tremule luci di candele, incensi profumavano l'aria che vibrava di dolci note con sapore orientale. Ma non cinese o giapponese, piuttosto indiano, con suoni di sitar e bassi fiati.

Mi fece sdraiare a pancia in giù e sentii le sue mani che si posavano sulla mia schiena. Al livello centrale della zona lombare.

Proferiva a bassa voce parole che non ricordo.

Poi disse: nella tua ultima vita passata eri...

e in quel momento si squarciarono per me le cortine del tempo.

Fui io che cominciai a parlare narrando a lei con i più minuziosi particolari la storia della mia ultima vita e morte.

 

Naturalmente ho narrato quella mia prima visione.

La trovate, questa narrazione, nel mio secondo libro KAIKI ED ALTRE NOVELLE alla pagina omonima del mio sito. Come troverete un'altra visone di una vita passata precedente, il ricordo di ANTRON, il pianeta dal quale discendo, la visione dell'aldilà, che ebbi durante due coma successivi al giorni di cui parlo ora e il ricordo, o sogno lucido del momento esatto in cui la mia anima da uno si trasformò in due.

Essendo racconti abbastanza lunghi, soprattutto i primi due, non credo sia il caso di accluderli qui. Chi è interessato li legga là direttamente.

Comunque quello che vidi fu una storia di guerra, violenta e crudele e mi sconvolse profondamente.

Non fu come vedere qualcosa in un film ma fu come essere lì.

Suoni odori emozioni erano esattamente come li stessi vivendo in quel momento.

Quando tutto ebbe fine io piangevo disperatamente.

Guardando le mie mani le vidi lorde di quel sangue innocente che avevano versato.

La medium mi disse che di certo mi si era aperto il canale della memoria e che ora io ero portatrice della possibilità di viaggiare nel tempo ed accedere alle stanze dove erano conservati i ricordi.

Cercò di consolarmi in qualche modo ma mi disse anche che io sarei stata sola a dover affrontare tutto quello e che nessun altro l'avrebbe potuto fare per me. Io sola avrei avuto le possibilità di cavalcare quell'onda gigantesca e gestire la mia fragile nave.

 

Quella fu solo la prima di centinaia di visioni che io ebbi da lì e negli anni a seguire.

All'inizio pensai di essere impazzita.

Ma francesco mi rassicurò salutandomi come portatore di luce.

Anche se le sue parole accesero in me una felicità inaudita, anche se io credevo a lui ed a ciò che mostrava, alle filosofie che insegnava, eppure dentro di me il tarlo di quella certezza non svanì mai..o almeno solo dopo molti molti anni.

Vissi mesi durante i quali ad un tratto sentivo prudere e formicolare l'orecchio e la tempia destri e poi venivo immediatamente catapultata in qualche mondo o tempo lontano. Vidi vite violente ma anche colme di santità, dato che fui più volte sacerdote, vestale, monaco buddista.

Davvero credetti di essere impazzita.

Poi incontrai per caso in una edicola i libri di brian weiss, che lessi d'un fiato e nei quali trovai la conferma di quanto stavo vivendo.

Mi sentii infinitamente meglio. Trovai anche un libretto nel quale si parlava di anime gemelle e si insegnava una meditazione. Seguendo le indicazioni di quel libro ebbi per a prima volta accesso spirituale alla spiaggia di ANTRON, imparando a convogliare in quei momenti le visioni, riuscendo a dominarne l'afflusso.

Ebbi anche esperienze di contatti con il mondo dei defunti.

E durante una visione ricevetti in dono una forbice ed una spada spirituale che servivano per recidere legami karmici ed energetici, liberando le persone da influssi negativi e ripulendo le aure. Mi venne indicato che avrei potuto svolgere quei riti per gli altri solo su richiesta e senza chiederne un compenso. Dettame che ho seguito scrupolosamente fino ad oggi.

In una delle prime meditazioni simili che intrapresi, ripulii a fondo il legame con mia madre, che da quel momento cominciò a guarire. Lei, inoltre, dopo poco tempo, raggiunse una serenità che non aveva mai avuto e cominciò una nuova fase della sua vita, affrontando diversamente i suoi problemi e l'intera sua difficilissima a esistenza.

 

La mia vita era diventata sconvolgente e così intensa, come avesse sfondato un muro che da sempre l'avesse limitata.

Ma il mio desiderio e bisogno più grande restò quello di trovare l'amore e la mia compagna.

 

 

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