UNA BAMBINA CHIAMATA ARI - NONA PARTE

IL BACIO - dipinto digitale 2012

 

NONA PARTE

 

Fu proprio al cassero che incontri Marika.

Era un sabato sera di fine gennaio2003, pochi giorni prima del mio compleanno.

Ero seduta vicino all'ingresso, all'interno, dove vi erano dei divanetti e dove sempre qualcuno faceva crocchio, prima o dopo il gettarsi nella calca della sala da ballo che era al piano inferiore.

Quella è una costruzione molto singolare, un antico magazzino del sale, credo, o torrione di difesa, insomma, un altissimo stanzone di pietre a vista, blocchi grossi e diseguali incastrati l'uno contro l'altro con manuale perizia di altri tempi.

L'ingresso, quindi, chiuso da un pesante cancello di ferro battuto, si trova ben al di sotto di dove la città ha ore il suo piano di scorrimento e, per andare giù, c'è una scalinata di metallo zincato, che porta alla vasta area che circonda il grande maschio di pietra. In quei giardini, l'estate, è molto bello trattenersi nei tavolini del bar all'aperto, per parlare e bere un drink. Ma allora, che era inverno e piuttosto freddo, l'attività era tutta incentrata nella vasta antica sala e di sopra, dove c'è l'ingresso, la sede dell'associazione femminile, la biblioteca e questa specie di salottino aperto nel quale sedevo io quella sera.

Ero in compagnia di tre ragazze conosciute de poco, delle cui una mi piaceva assai. Ma lei, proprio in quei giorni, aveva conosciuto l'altra che era con noi, più giovane ancora, assai bella e dai lunghi capelli biondi inanellati in larghi riccioli di bambola. La terza era la sorella della prima.

Eravamo lì sedute e bevevamo il drink che ci eravamo portate su, uscendo dalla sala troppo affollata e rumorosa, per noi, in quel momento.

Parlavamo tra noi ma in realtà la giovane che piaceva a me stava vivendo il suo incontro da favola con la bellissima bionda ed io e sua sorella ci sentivamo assai al margine.

Quando arrivò Marika fu come un tifone avesse fatto pulizia di tutto quello che non era solidamente ancorato.

Era vestita con una tuta da sci azzurra e rosa, di quelle imbottite e tutte aderenti, aveva i capelli biondissimi ossigenati e tagliati molto corti ed il viso molto truccato ma di un celeste assai vivo, con una saetta glitterata appiccicata sulla guancia sinistra, come fosse stata una bambina di sei anni che aveva avuto il permesso dalla madre di giocare con i trucchi ricevuta in regalo per il compleanno.

Arrivò sulle sue lunghe gambe con quel suo passo molleggiato e strambo che non dimenticherò mai, soprattutto adesso che so come è andata a finire la storia.

Era evidentemente ubriaca e parlava con la sua voce potente da cantante.

Si aggiunse alla conversazione senza neppure chiedere permesso, come fossimo noi ad essere lì in sua attesa.

E cominciò senza indugi, dopo essersi presentata, stringendo la sua manina infantile a quella di tutte noi con un gesto compito e gentile di brava bambina educata, a raccontare di sé.

Raccontò di essere una cantante e ci cantò un pezzo a cappella, alzandosi in piedi nella sua discreta altezza – mi sovrastava di una decina di centimetri – spiegando un'ugola di tutto rispetto, degna di una Pavarotti in gonnella, solo che era chiaro, la gonnella lei, non l'aveva indossata mai.

Le facemmo un applauso rumoroso e lei si sentì rincuorata così che continuò a parlare, narrando di una madre e di un padre pazzi esauriti, dei suoi problemi di bulimia, di cure psichiatriche, di un passato di cocainomane, il tutto espresso come stesse parlando di qualcun altro.

Vidi le altre ragazze, infastidite dal suo ingresso ingombrante ed inatteso, che la guardavano con aria di compatimento, muovendole alcune domande perché lei potesse ancor di più raccontare particolari scabrosi in modo da diventare ancora più assurda e ridicola.

Ciò mi provocò un immediato moto di simpatia e di protezione verso quella fanciulla sfortunata che, evidentemente, stava chiedendo aiuto alla vita ed a chiunque, perfettamente conscia di non essere in grado di proseguire da sola. E mi dispiacque tantissimo che si esponesse così al giudizio evidentemente negativo di estranei, solo per attirare l'attenzione su di sé.

Allora la invitai ad uscire con me, per prendere una boccata d'aria, far svanire un po' i fumi della evidentissima sbornia e magari raccontarsi a me con più privacy ed una maggiore attenzione che io mi sentii subito di poterle rivolgere.

Aveva gli occhi di bambina, castano scurissimo, vivaci ed inquieti con una grande ombra che si agitava nel fondo, era assai bella ma la sua bellezza era completamente rovinata da quella sua espressione istupidita dall'alcool e dalle pillole di cui era imbottita.

Accettò il mio invito, non chiedeva di meglio, anzi, proprio quello stava cercando.

 

Parlammo a lungo, sedute fuori all'aperto sulle sedie estive che ancora avevano qualche acquirente che necessitava di una rinfrescata ai propri pensieri, sepolte nel buio di un giardino invernale di alberi spogli ed uno spicchio stranito di luna tra i tetti di una grande città.

Scoprimmo che abitavamo non troppo lontano, una quindicina di chilometri ma soprattutto che lei era nata e viveva in uno di quei paesini attorno a quello in cui avevo abitato tanti anni e gestito il mio ristorante.

Infatti lei, allora, mi riconobbe e da lì cominciammo a parlare di conoscenze comuni, di ricordi comuni. Mi disse che era venuta qualche domenica con i genitori a prendere la pizza da asporto ma io non me la ricordavo, perché in quei momenti di lavoro frenetico io me ne stavo davanti al forno a stendere le pizze, farcirle, infornare e sfornarle per poi metterle nelle scatole e farle uscire con la maggior velocità possibile.

Chiedendomi sempre perché, poi, quella dannata gente dovesse mangiare la pizza solo una volta alla settimana e tutti quanti insieme alla stessa ora.

Domanda alla quale non trovai mai una risposta.

 

Fu così che lei mi chiede di accompagnarla a casa: era arrivata a Bologna con il treno, i soldi per qualche drink ed il biglietto per il ritorno in tasca, proprio come una bimba in vacanza premio.

Era evidente che la madre sapeva benissimo che si sarebbe sbronzata e che avrebbe speso fino all'ultimo centesimo che lei le avesse dato.

Così mi dissi felice di accompagnarla ed in effetti lo ero davvero.

Avevo bevuto un paio di coca e rhum anche io e, pur se abbastanza tempo era passato, ancora mi sentivo euforica.

Poi c'era il suo profumo che mi catturava, quel suo muovere le mani come fosse una compita signorina di buona famiglia in preda ad una follia temporanea, quel suo guardarmi franca negli occhi con quel retrogusto disperato che chiedeva aiuto.

Sulla via del ritorno, che fu più lento del necessario, cantammo insieme.

Mi venne spontaneo accompagnare la mia voce alla sua, quando intonò una canzone d'amore, per dedicarmela, così disse, in ringraziamento dell'accompagnarla a casa.

Lei si stupì della mia – allora – bella voce e mi spronò a cantare ancora con lei.

E a me sembrava di essere ancora con i miei bambini nel viaggio di ritorno da una gita anche se, quello che provavo in un angolo del mio cuore ed in fondo alle mie viscere non era assolutamente simile.

Marika avrebbe compiuto ad aprile 33 anni, io, pochi giorni dopo, 48.

mi trovai a desiderarla ma mi dissi che era impossibile lei potesse desiderare me.

La vedevo si, stramba, problematica, in evidente crisi e necessità ma mi sembrava così superiore a me che non l'avrei di certo neppure sfiorata con un dito.

Ma mi sbagliavo alla grande.

Arrivate davanti al cancello del suo giardinetto, che girava attorno ad una piccola costruzione indipendente ad un piano, tutta circondata da alberi e cespugli, in una via quieta e totalmente silenziosa di quel paesino addormentato, lei mi chiese, sfrontata e divertita ma con un piglio un po' preoccupato per una eventuale risposta negativa, se le avessi voluto dare un bacio.

Io rimasi folgorata dal suo ardire, proprio come se tutte le esperienze di sesso disinibito e sfrenato che avevo vissuto si fossero volatilizzate completamente.

In effetti incontrare ed amare Kiara mi aveva resettato talmente che ero come un'adolescente al suo primo appuntamento.

Io e Kiara non ci eravamo mai baciate perché in quei giorni io avevo contratto una infezione da treponema ed ero infettiva.

Racconto di questo episodio così doloroso della mia vita nel mio romanzo interrotto, E TUTTO FU..... CHIARA, che, come già detto nel capitolo precedente, si trova pubblicato nel mio sito alla pagina omonima.

Fu quella la ragione per cui, pur avendo contatti intimi, io non l'avevo mai baciata, per paura di passarle quell'incubo che mi era stato regalato da qualcuno dei miei 'amici '.

 

Avevo desiderato baciare le labbra della mia giovanissima innamorata come mai avevo desiderato qualcosa prima di allora nella mia vita.

Un desiderio che non fu soddisfatto mai.

Così, quando mi chinai sulle labbra di Marika che, ad occhi chiusi, mi porgeva con un gesto dolce, infantile e malizioso insieme, io pensai che quello sarebbe stato il mio primo vero bacio.

E da quel giorno, ogni volta che baciai quelle labbra, provai la medesima sensazione sconvolgente.

Ci baciammo a lungo, senza riuscire a staccare le nostre bocche ma senza entrare subito in un bacio profondo e passionale.

Ci baciammo a lungo solo con le labbra, appena, davvero come fossimo due adolescenti inesperte, cosa che assolutamente in realtà non era.

Quando mi staccai da lei ero già innamorata e le dissi, con voce tremante:

' Ma queste sono le porte del paradiso! '

e lei rise a voce spiegata tanto forte che avrebbe svegliato di certo qualcuno ed io non ebbi modo di fermare quelle risa che con un altro bacio e poi un altro ancora e un altro ancora......

Tutto il resto del mondo sparì dalla mia mente e, incurante che qualcuno potesse sopraggiungere e vederci, non la fermai quando le sue mani cercarono il mio seno e si insinuarono tra le mie gambe, rispondendo in pieno e con passione alle sue richieste d'amore.

Ci amammo in macchina, così, alle quattro di una domenica mattina di gennaio, in una via per fortuna un po' decentrata di quel paesino ma che certamente non era il luogo adatto per una cosa del genere, di fronte alla casa dei suoi e con di fianco una lunga serie di altre abitazioni addormentate.

 

Solo quando mi scossi da quel travolgente piacere e quella premente passione mi resi conto di quello che avevo rischiato: c'è persino l'arresto per una cosa del genere.

Ne ridemmo insieme, ricomponendoci, esattamente quanto ce ne stupimmo e ce ne spaventammo. O almeno, io me ne stupii e me ne spaventai.

Marika era davvero un tifone tropicale e non aveva più remore per nulla a per nessuno.

Ma io, quello, ancora non lo sapevo.

Sapevo solo che avevo varcato la soglia ed ero entrata in quel paradiso di cui conoscevo istintivamente l'esistenza ma che non avevo mai trovato prima: le labbra di una donna di cui ero innamorata.

Perché avevo baciato tante labbra di donna, prima di allora ma mai quelle che amavo: sempre e solo avevo potuto avere bocche estranee, cercate per gioco erotico e per pura libidine, mentre le altre le avevo solo a lungo desiderate, sognate, agognate e mai neppure sfiorate: quelle di Chiara, quelle della mia ex socia, persino quelle della mia compagna di liceo, che sì, mi donò un contato ma fu così breve ed a sorpresa, che non ebbi neppure il tempo di accorgermi di cosa stesse succedendo..

Fu solo quella notte, ad oltre metà del mio cammino umano, dentro la mia macchina, che conobbi e toccai con mano la differenza tra il sesso e l'amore.

 

Mi gettai a capofitto in quella storia, senza domandarmi nulla, solo piena di quella inebriante situazione.

Marika il pomeriggio seguente sarebbe partita per la montagna, per andare a sciare una settimana, con i suoi genitori a Courmayeur.

Io le dissi che non avrei potuto attendere una settimana prima di rivederla e le chiesi il permesso di andarla a trovare.

Lei ne fu entusiasta.

Così, tre o quattro giorni dopo mi presi un giorno di ferie dal lavoro, anticipando e posticipando le visite programmate per quel giorno, partii a notte fonda percorrendo alla maggiore velocità possibile il lungo viaggio fin là, ed arrivai a bussare alla camera della suite dove dormivano lei ed i suoi alle otto del mattino.

Mi aprì la madre, che era stata avvertita del mio arrivo, in vestaglia, con i capelli un po' scomposti e mi fece entrare.

Mi presentai e lei mi squadrò dalla testa ai piedi. Era una donna piuttosto bassa, con il viso da popolana, non bello ma neppure brutto, solo, un bel po' arcigno.

Avessi saputo quanto mi sarebbe stata nemica, certo me ne sarei fuggita via.

Era più giovane di me di un paio d'anni, avendo avuto la figlia a poco più di venti anni ma ne dimostrava assai di più di me.

Dopo avermi esaminato con una lunga indagatrice e sapiente occhiata, -lei sapeva benissimo cosa guardare per rendersi conto di chi le aveva portato a casa quella volta quella matta di sua figlia - mi sorrise e mi chiese se avessi gradito un caffè. Io ringraziai e mi schernii: non bevo caffè, di solito, se non in casi di assoluta necessità. Non amo il sapore di quella bevanda per la quale tutti quanti sembrano impazzire e vi ricorro solo se devo stare sveglia per una qualche ragione.

Le chiedi dove fosse Marika. Avevo in mano un pacchettino tutto colorato.

Lei mi rispose che stava ancora dormendo, che aveva cercato invano di svegliarla da più di un'ora e che, se volevo provarci io, quella era la porta della sua camera e mi mostrò un uscio socchiuso.

Io le sorrisi e la varcai, entrando in una penombra che aveva profumo di lei. Mi avvicinai al letto, mi inginocchiai di fianco, avvolsi le mie braccia attorno al suo collo e l'abbracciai, baciandola dolcemente sulle labbra dischiuse nel sonno.

Ma che miracolo era quello?

Con Chiara avevo avuto pochissimi incontri, di cui uno solo in casa sua, tutti gli altri nella mia auto. Ma mi ero sempre sentita un'invasore, un'estranea, un'infiltrata della sua vita.

Ora invece ero lì: la madre mi aveva accettato senza una parola, ammettendomi alle intimità della figlia.

Mi sentii ubriacare.

 

Marika si destò all'improvviso: aprì gli occhi e li fissò come increduli nei miei, ancora assonnati. Poi si riscosse e gridò: ' Ari, sei venuta davvero! ' e mi gettò le braccia al collo coprendomi di baci.

Io mi sottrassi a fatica a quell'impeto e le misi in mano il pacchettino. Lei lo accolse con la meraviglia di una bambina e lo aprì strappando la carta con foga. Dentro vi era un piccolo peluche che stringeva una cuore di pezza pieno di cioccolatini.

Era un oggettino così sciocco e poco costoso che avevo temuto lei lo avrebbe snobbato. Invece ne fu così felice e lo accolse con battimani e grida di gioia, abbracciandomi di nuovo e tirandomi a sé, contro di sé, nel letto sfatto della notte appena trascorsa e ancora caldo del suo corpo.

Ero già innamorata ma tutto quello mi catturò completamente.

 

Passammo una giornata io e lei sole, nella neve, a spasso per il bellissimo paesino montano pieno di turisti. Io non avevo l'abbigliamento adatto perché non ho mai sciato.

Quindi ci limitammo a giardini pubblici, vie, piazzette, la pista di pattinaggio sul ghiaccio, sulla quale pattinammo insieme, dato che invece in quello ero più brava di lei, ridendo come pazze e giocando come due monelle che avevano bigiato la scuola.

I mie problemi si erano volatilizzati.

I miei dolori le mie sofferenze tutto il terribile vissuto che avevo alle spalle, non c'era all'improvviso più. Ero nuova nuova e mi piaceva un sacco quello che ero.

Pranzammo con la madre che mi volle sua ospite, nel ristorante del residence di cui erano ospiti.

Mentre mangiavamo la donna mi rivolse diverse domande. Non le rivelai chi fossi, del ristorante eccetera. Io e Marika preferimmo tacerlo, dato che si dissero cose sul mio conto, allora, infangandomi di un fallimento che di certo era doloroso e forse colpevole ma non delinquenziale.

Le dissi dei miei figli, del mio lavoro. Non millantai ricchezze o cose che non avevo ma neppure volli gettarmi ad una gogna che sentivo di non meritare. Avevo captato istintivamente quanto il comportamento della madre sarebbe stato l'ago della bilancia in quella storia che mi accingevo a vivere.

 

Invece cenammo da sole, io e Marika, in un posticino assai costoso ma così romantico, con lume di candela, caminetto acceso, un piano che suonava languidamente percosso da un etereo pianista, nella penombra di un angolo.

Io presi la sua mano tra le mie, sopra la tovaglia immacolata e, mentre la guardavo negli occhi, le dissi: ' Ti amo, Marika. Vuoi essere la mia donna? '

lei era sobria, non aveva più quella strana espressione un po' istupidita di qualche sera prima. Era raggiante e luminosa. Era bella e giovane. Era così vitale ed espansiva, senza freni, senza atteggiamenti. Sapevo che aveva grossi problemi esattamente come sapevo che aveva un estremo bisogno di me.

Ma sentivo altresì di quanto io avessi bisogno di lei.

E fui travolta dalla felicità, quando lei mi disse, quella volta abbassando il tono della sua potentissima voce: ' Si.... '

 

La nostra storia durò fino a giugno dell'anno successivo. Raccontarla non è una cosa facile.

I suoi genitori erano davvero pazzi furiosi, con problemi comportamentali assai gravi. Il padre tirchio all'inverosimile e violento, la madre mitomane e tirannica. Tentativi di suicidio, liti furibonde con piatti stoviglie sedie gettate a terra fino all'intervento dei carabinieri erano state e furono una costante della loro vita.

Per quanto l'avevano angariata da bimba, vietandole anche uno yogurt per la merenda – per risparmiare denaro – e non che fossero poveri, tutt'altro – per quanto la viziarono poi quando si ammalò, appena adolescente, di bulimia.

Marika mangiava e mangiava poi, per non ingrassare, rigettava tutto nel wc.

Era seguita da una psichiatra ma anche i genitori lo erano e, secondo me, quelli ad averne più bisogno erano assolutamente loro.

Ma io non lo capii subito.

All'inizio mi accettarono come la salvatrice della patria, la donna con la testa a posto che si sarebbe presa cura della loro figliola scapestrata.

Mi invitavano a cena tutte le sere. Mi fecero una bellissima festa di compleanno, con torta candeline, fiori e spumante di qualità. E Marika mi regalò un profumo costoso di marca.

Beh, era parecchio tempo che nessuno mi rivolgeva tante attenzioni.

Io uscivo dal lavoro e, una sera si ed una no, andavo a cena da loro. La sera seguente invece, cenavo con i ragazzi e mi recavo dalla mia innamorata dopo essere stata con loro un po', a seconda dei loro impegni, necessità e programmi.

La madre ci dava il denaro per uscire due volte alla settimana.

Portavo Marika a mangiare la pizza oppure a cantare al karaoke. La domenica il giro fuori porta con relativa cena lo offrivo io.

La musica ed il canto furono l'unica costante di quella follia. Lei aveva un impianto piuttosto costoso per piano bar e lavorava in due locali diversi, il giovedì ed il sabato notte. Almeno all'inizio.

Io presi ad accompagnare le due donne e ad aiutare la madre, che fungeva da tecnico del suono e guardia del corpo. Il giovedì era un bar paninoteca e Marika intratteneva i clienti fino alla chiusura dopo le quattro del mattino. Il sabato era una discoteca molto rinomata.

Lei fungeva da accoglienza dalle 23 fino alla mezzanotte e mezza nella pista principale, cantando pezzi classici di pop e rock. Poi, quando cominciava la serata vera e propria, ci si spostava con tutta la baracca, casse, tastiera, mug, microfoni ed altre diavolerie, in una pista al pano di sopra, dove intratteneva chi voleva vivere una serata meno caotica.

In brevissimo tempo fui in grado di montare e smontare tutto da sola, anzi, dato che la madre era una paranoica apprensiva che non faceva mai le cose con discernimento, divenni subito più brava di lei. E Marika le chiese di lasciarci andare da sole.

Lei fece finta di esserne contenta, adducendo il terribile mal di schiena che la devastava e la stanchezza di anni di quella vita ma solo più tardi mi accorsi che fu quella la causa della sua folle gelosia che poi dimostrò nei miei confronti e che la portò a comportarsi come poi accadde.

Nei primi due mesi Marika si dimostrò molto innamorata ma poi andò in crisi, disse che io ero troppo grassa, che non le piacevo più. Mi lasciò un paio di volte, per qualche ora sola, però, perché poi mi richiamò subito indietro, presa dalla nostalgia e dal rimorso.

Ebbe anche un flirt, una sera nella grande discoteca, con una ragazza più giovane. Io la vidi e ci rimasi malissimo. Lei mi chiese tempo. Non era sicura. Glielo concessi. Si videro qualche volta ma poi tutto finì lì.

L'altra era assai carina, era poco più di una ragazzina ed aveva a mala pena la testa da stare dritta.

Si vide subito che il principale problema di Marika, almeno fino ad un certo punto, era l'alcol.

Io ero piuttosto severa con lei, per questo e le contavo e misuravo i drink. La giovinetta era sbandata e con lei Marika si prese delle sbronze colossali.

Ma alla fine si allontanò e Marika non la rimpianse. Mi disse che aveva capito che amava me e che con me era felice.

Fu allora che una sera mi disse ad occhi bassi che aveva da confessarmi una cosa:

era sieropositiva.

 

La notizia mi attraversò come una scarica elettrica.

Ma perché cazzo non me lo aveva detto prima, le gridai!

Lei, ovviamente, mi rispose che aveva timore di perdermi.

Piansi.

Ma non di paura per me, di un contagio. Da tempo anelavo alla morte come alla dolce liberatrice, fin dalla mia infanzia.

Piansi per la mia giovane compagna, per quello che l'attendeva e che credevo stesse attendendo anche me.

Volli recarmi a parlare con la sua infettivologa, che la seguiva da tempo.

Marika aveva fatto uso di cocaina per diversi anni. Negò sempre l'eroina ma chissà. Comunque aveva venduto il suo corpo molto spesso per procurarsi le dosi. Era sieropositiva ma non conclamata. Ora non faceva più uso di stupefacenti – e questo lo si teneva costantemente monitorato con gli esami del sangue – era in buona salute fisica, prendeva le medicine con regolarità.

Il pericolo di contrarre io pure la terribile malattia era evidente ma poi non così aggressivo. Tra donne la cosa è meno tragica. Ma c'era, eccome.

La dottoressa mi fece un quadro preventivo, per difendermi da quello, di guanti di lattice, appositi diaframmi e cose del genere.

Io e Marika, in quei due mesi, avevamo fatto l'amore così spesso, in modo così bello ed appassionato......

 

Mi presi qualche giorno per riflettere. Mi feci mille viaggi mentali, vagliai mille possibilità.

Poi mi accorsi che non me ne importava assolutamente nulla.

Che fosse stato quello che doveva essere.

La dottoressa mi aveva fatto un prelievo e si era visto che io ero negativa ma potevo benissimo essere già in stadio di incubazione. Il solo pensiero di vivere mesi, anni, misurando ogni gesto, cercando costantemente metodi per proteggermi mi parve insopportabile. Mi dissi: ' O l'accetti com'è o la lasci. '

E l'accettai.

Non ho mai contratto quella malattia. Ormai sono passati gli anni e questo ora è certo. Ma io vissi serenamente tutto quel periodo ed anche quello successivo. Il vero mostro tra noi non fu L'AIDS.

 

Trascorse ancora un po' di tempo. Due musicisti cercarono Marika, proponendole di cantare qualche loro pezzo e provare ad incidere un cd.

Sognammo ad occhi aperti. Scrivemmo anche a due mani le parole per un paio di pezzi. Il titolo di uno di quelli era: DONNE NELLA BUFERA.

- Quello fu decisamente il sottotitolo della nostra storia. Io le dicevo sempre che lei fosse un cespuglio di rovi. -

Ci recammo alla sala di incisione di quei due, saltati fuori all'improvviso dal nulla, per diversi giorni. Il gioco era assai bello. I pezzi erano fantastici. Loro favoleggiavano di successi. Io amavo quella ragazza, avrei dato non so cosa per vederla felice. La musica era davvero la sua vita e la sua anima. Cantava in modo stupendo, avrebbe meritato un successo senza limiti ed io cercai di aiutarla il più possibile.

Ma lei un giorno sparì all'improvviso.

Non rispose alle telefonate per un pomeriggio una sera, una notte, il mattino e il pomeriggio dopo. Appena smisi di lavorare mi recai a casa sua. Lei non c'era. La madre, stravolta e furiosa, mi disse che non si era fatta vedere dal giorno prima, quando si era recata alle prove.

Io mi preoccupai e corsi di volata a casa dei due musicisti. Naturalmente lei era lì.

Sbronza e completamente fatta. E pure era stata a letto con tutti e due.

 

Sconvolta me ne fuggii da quella vista assurda che mi violava il cuore in un modo tremendo. In macchina telefonai alla madre di lei e le dissi quello che avevo visto, comunicandole la mia decisione di lasciare Marika.

Lei pianse, si disperò. Mi chiese di recarmi da lei per parlare. Ed io. Ovviamente, lo feci. Intanto che io guidai fino alla loro casa lei telefonò al maresciallo dei carabinieri che sempre l'aiutava in queste difficoltà, gli diede l'indirizzo e lui andò a prendere la ragazza, caricandola così, fatta ed ubriaca com'era, minacciando i due loschi figuri di arresto immediato se solo le si fossero avvicinati di nuovo.

Quando arrivò a casa sua Marika stava male. Molto. Aveva bevuto chissà quanto e chissà quale sostanza aveva assunto. Fu chiamato il medico che le praticò delle iniezioni e poi fu messa a letto.

Io e la madre parlammo a lungo. Lei mi chiese di non abbandonarla, che io ero la prima persona pulita nella vita della figlia da chissà quanto tempo.

Io ero furiosa ed anche spaventata ma la pena era immensa, assai più di tutto il resto. Pena anche per quella madre che avevo di fronte a me, con gli evidenti segni di un dolore lancinante sul viso. Accettai di rimanere.

Si fece un piano di recupero, che scoprii essere l'ennesimo di una lunga serie: la ragazza aveva cominciato a farsi nell'adolescenza e quindi il suo cammino era stato irto di ricadute.

L'indomani si sarebbe chiamato il suo medico referente al SERT, io vi avrei accompagnato Marika e l'avrei obbligata, almeno se ci fossi riuscita, a frequentare l'iter per la disintossicazione. Lei mi disse che se la figlia non avesse accettata, l'avrebbe cacciata fuori di casa.

E così cominciò l'incubo.

 

Visite bisettimanali al SERT, anche se non sono totalmente sicura della frequenza con cui portavo Marika là, pastiglie pericolosissime che avrebbero dovuto distoglierla dall'alcol, ma che funzionavano solo in parte, altre medicine per sostituire la coca.

Ma lei aveva smollato.

Ci ricattò entrambe, me e la madre. Ci disse che se non le avessimo pagato un minimo di stupefacenti per non stare male, in attesa di trovare di nuovo la forza per distaccarsene, se ne sarebbe andata di casa, vivendo per strada e prostituendosi.

Io l'amavo, come potevo permettere quello?

Così cominciò la follia del procurarsi la dose di fumo oppure di coca.

La madre mi dava il denaro. Poi si partiva per le cittadine sul mare alla ricerca. Prendemmo un sacco di bidonate fino a che non riuscimmo a trovare un pusher serio, se così si può definire un pusher, dal quale rifornirsi costantemente e con una relativa sicurezza e serenità.

Devo dire che in quei mesi ne ho viste di tutti i colori.

Io le tenevo la roba e le rateizzavo il consumo. Ma era un continuo contrattare. Lei era sempre più esigente, sempre più insaziabile.

Perse il lavoro, per ovvi motivi. Ci fu un litigio furioso con il padre, sotto i miei occhi. Porte rotte, vetri infranti, spuntò persino fuori un coltello. Vennero i carabinieri.

E Marika fu cacciata di casa.

La madre disse che ero stata io a riportarla sulla cattiva strada.

 

A quella vista ed a quelle parole io mi sentii diventare di pietra. Capii fino in fondo quanto la ragazza fosse innocente della sua disperata situazione: quei due erano completamente pazzi da legare.

Dissi ai tutori dell'ordine che mi sarei presa cura io di Marika, mi feci caricare le sue cose in macchina e me la portai a casa.

Fu un errore gigantesco, che pago ancora ora. Mia figlia minore non me lo perdonò mai. In quei giorni, una notte, credette di sentire che io e la mia ragazza stessimo facendo sesso. Comincio a gridare come una pazza che dovevamo vergognarci.

Marika invece, stava piangendo ed io cercavo di consolarla.

Ma mia figlia non lo credette mai. Odiava Marika.

 

Restò lì a casa mia una settimana durante la quale la madre mi ricercò, pentita del suo gesto assurdo di quella notte più assurda ancora. Io le dissi che l'unica possibilità di risolvere quella ingarbugliata situazione era che Marika andasse a vivere da sola, esattamente come avevano detto i suoi medici, con il mio aiuto pratico e sotto il mio controllo ma con il contributo economico dei genitori.

La madre dette allora il consenso: davvero non sapeva più che fare.

Le trovai un appartamentino in un paesino in riva al mare, poco lontano dalla mia abitazione. Io dovevo anche lavorare, avevo anche dei figli, che pur mi davano diversi problemi: entrambi avevano lasciato la scuola e passavano le giornate in giro per la nostra cittadina.

 

Anche con loro erano lunghe discussioni, liti: da quando avevo cominciato a vivere la mia vita omosessuale, avevo iniziato ad uscire e poi mi ero messa con Marika, mi detestavano apertamente. Scoprii che il maschio fumava ascisc o altro ma poi le sorelle lo coprirono facendomi credere che fossero solo i suoi amici a farlo.

Io mi fidavo di loro. Ero certa che non avrebbero mai potuto fare una cosa del genere. E credetti a quanto mi venne detto. Ma devo dire che di certo mi rifiutai di vedere.

Esattamente come mi rifiutai di vedere che il denaro che spariva dal mio portafoglio non fosse un qualcosa che io avevo dimenticato di aver comprato ma un furto che mio figlio aveva fatto.

Per una madre è impossibile ammettere che il proprio figlio possa fare cose del genere: sono sempre gli altri che le fanno.

Così quando il padrone di casa accusò mio figlio di avergli rubato la bicicletta, dato che il mio ragazzo negava, come negò sempre, io lo difesi a spada tratta, dicendo al vecchio che la sua bici l'aveva presa chissà chi.

Come lo difesi quando una pattuglia di vigili urbani venne a casa, accusandolo di avere sottratto un fotocamera digitale dal loro furgone.

Lo avevano fermato perché girava in motorino senza casco, gli avevano sequestrato il mezzo e lo avevano riaccompagnato a casa con il loro furgone. Poche ore dopo tornarono lamentando il furto ed accusando mio figlio che negò, negò, furioso e piangente.

Che attore che fu.

Io abboccai come un paganello, come si dice da noi. - Il paganello è un pescetto di scoglio, tutte spine, che abbocca a qualsiasi cosa gli di porga sopra un amo. -

Dissi ai vigili che si stavano sbagliando. Va bene, aveva guidato senza casco, avevano fatto il loro dovere ed io li ringraziavo di quello. Ma mio figlio non era un ladro. Se avevano prove, le producessero, altrimenti, lasciassero stare il mio povero ragazzo che aveva già una vita abbastanza difficile. Infatti era seguito da un centro specializzato per adolescenti riottosi, dato che era sempre arrabbiato e che non voleva più andare a scuola. Il padre gli aveva trovato quell'appoggio e lui accettò di recarvisi. Lo fece per due anni. Io sapevo quanto tutta la storia del nostro matrimonio avesse segnato i miei ragazzi. Ma un ladro, no.

 

Che stupida madre che sono stata. A volte, spesso, penso che avrei dovuto rinunciare alla mia vita, come fanno quasi tutte le altre oppure agire di nascosto dai miei figli.

Avevo vissuto tutta e solo per loro fino al 2001 per cinque lunghi anni dopo la separazione.

Ma io pure stavo male. Avevo bisogno, un assoluto bisogno di amare. E mentire, nascondermi, io non lo sapevo fare. E non lo trovavo giusto.

In fin dei conti, non amavo meno i miei figli, non portavo loro via nulla. Da tempo non stavano più in casa, uscivano la sera avevano il ragazzo e la ragazza che erano ben accetti, come figli, da me. Avevano il permesso di portare il loro innamorati ed i loro amici a casa ogni qual volta lo volessero, di stare con loro in camera, di dormire con loro di fare l'amore con loro al sicuro delle loro stanze.

Se io non avessi avuto una compagna non lo avrei amati di più, anzi, sarei stata tanto più infelice.. averla non portava loro via nulla. Erano grandi, ormai, non stavano più con me, piuttosto il contrario, mi avevano completamente abbandonata.

Allora perché rifiutarmi così?

 

Ma per un figlio, ho capito, la madre non è una donna ma un'entità. Che non ha diritti ma solo doveri. Che non può avere una vita privata,, sessuale amorosa.

Ciò è una assurdità ma è lo stato delle cose..

 

 

 

Scrivi commento

Commenti: 0