UNA BAMBINA CHIAMATA ARI - SESTA PARTE

AL LAVORO - 2008 olio su tela 25 x 35

 

SESTA PARTE

 

venditori si nasce.

Quando andavo alla scuola materna, un giorno tornai a casa con una monetina da una lira. Mia madre mo domandò dove l'avessi presa ed io le rispose che avevo venduto un grissino della mai merenda.

Io sono il tipo che, in teoria, potrei vendere i famosi frigoriferi agli esquimesi. Se non fosse che il mio senso etico è più forte.

Durò qualche mese, la mia avventura con le assicurazioni.

Dopo il primo corso di formazione cominciai carica come una sveglia e vendetti, vendetti.

Il lavoro era decisamente meno faticoso. Giravo con il mio capo o da sola. Entravo nelle case e mostravo il prodotto assicurativo. Spiegavo tutto per bene, rispondevo alle domande. Sedavo i dubbi. E, dato che quel prodotto lo avevo acquistato io per prima già da un paio di anni, poiché credevo fosse un ottimo investimento, ero davvero convincente.

Ero certa di lavorare anche per aiutare la gente. Proponevo una ottima copertura assicurativa, poi un facile modo di accumulare dei risparmi che altrimenti non si sarebbero avuti. Per terzo ma non meno importante, il risparmio fiscale detraibile.

Ero così convinta di quello ed ispiravo tanta fiducia che le polizze fioccavano. In tre mesi mi venne proposto di diventare sub–agente, di gestire un gruppo di sottoposti, sei o sette e di fare il corso per operatore finanziario, in modo di poter poi aprire, in un secondo tempo una mia agenzia.

Mi sembrava di sognare, ero al settimo cielo.

Accettai e iniziai il nuovo incarico. Ma li arrivarono i primi intoppi. Non ero poi così brava a spingere gli altri nella vendita. Se uscivano con me, si vendeva, da soli, non concludevano nulla. Il mio capo mi parlava per ore su come avrei dovuto fare per dar loro la carica, quella che poi lui dava a me, ma io, decisamente, non ero così brava come lui. Ero molto più capace di diventare un po' la mamma e confidente di tutti quei ragazze e ragazzi e di stare ore ad ascoltare i loro problemi per cercare di aiutarli. Questo poteva andare anche bene ma di certo non era redditizio.

Infatti, il fatturato della mia cellula era sempre un po' insoddisfacente. anche perché prodotto quasi per intero da mie dirette vendite.

Ma il vero problema fu che, studiando approfonditamente tutti i meccanismi perversi di quei prodotti finanziari, mi accorsi che io non aiutavo le persone ma le stavo imbrogliando. Vidi che non era che io dicessi bugie, quando dimostravo il mio prodotto, semplicemente non dicevo tutta la verità. In effetti, se la polizza, che di solito era trentennale, riusciva ad andare in fondo, un guadagno ci sarebbe anche stato ma se solo si fosse toccato una sola virgola del primo contratto originale per una qualsiasi ragione, tutto sarebbe statoeroso da strane follie economiche.

E mi accorsi anche che era praticamente impossibile che le polizze arrivassero in fondo senza subire rimaneggiamenti e che anzi, il giochino era proprio quello: proporre dei pseudo miglioramenti che per il venditore era come fosse stipulata una polizza ex novo, quindi con un forte guadagno, ma per l'assicurato era un azzerare tutti gli ammortamenti positivi e far ripartire quelli negativi.

Ci rimasi malissimo. E caddi in una profonda crisi.

Successe anche che mi trovai proprio di fronte a qualcuno di questi casi e potei toccare con mano l'imbroglio. Di fronte al cliente mi vergognai come un cane, anche se quella polizza non glie l'avevo accesa io.

Ancora di più stetti male quando un altro, incontrandomi per strada, mi assalì con furia, per un problema simile, tanto arrabbiato che a momenti mi metteva le mani addosso.

Quella notte, sveglia come sempre, mi interrogai a lungo. Stavo guadagnando, era vero. E il lavoro non era massacrante come i precedenti. E dio solo sapeva quanto io avevo bisogno dell'una e dell'altra cosa. Ma avrei potuto guardarmi nello specchio, la mattina.?La risposta fu chiara: no, non avrei potuto.

Così mi licenziai, dando però la mia disponibilità ancora per un mese, solo per rispondere al telefono ed occuparmi di altre incombenze di routine. In modo tale che il mio capo, al quale ero sinceramente affezionata, avrebbe avuto il tempo di cercare un mio sostituto. .

Ma una delle ultime mattine di quella attività mi successe un altro dei particolari accadimenti che mi cambiarono la vita.

Uscii di casa alla solita ora, in macchina, per andare al lavoro.

Poi, non so cosa accadde.

So che mi ' svegliai ' e che non ricordavo chi ero e dov'ero. Guardai l'ora e vidi che era quasi mezzogiorno. Dopo una mezz'ora di sconcerto recuperai tutte le mie facoltà e mi accorsi che ero ferma in auto a trecento metri da casa.

Mi spaventai a morte.

Di certo avevo avuto una amnesia, o chissà cosa di più grave. Ciòmi sconvolse. Ma non tanto la paura, che era una certezza, di stare male, quanto la sensazione provata, in se stessa. Ero uscita dal mio corpo, ne ero certa. Ero stata altrove.

Ma dove?

E come era potuto accadere? Non avevo risposte a quelle domande.

Venni colta da una forte crisi di pianto. Cercai aiuto, recandomi in negozio da mia figlia. Telefonai a qualche amico. Ma nessuno sapeva cosa dirmi. Uno di loro, uno psicologo, mi consigliò di recarmi al centro di salute mentale.

Così, non so come , perché ero davvero alterata, entrai in quella che divenne la mia gabbia per i quattordici seguenti lunghissimi anni.

Un medico, una dottoressa, mi ascoltò. Io le raccontai tutto. Mi fece domande sulla mai situazione. Poi mi disse che ero terribilmente depressa. Che stavo molto male che ero sull'orlo di una grave crisi di pazzia e schizofrenia. Mi fece una flebo di un potente ansiolitico che mi stese per ore..

poi a sera, mi mandò a casa, con una cura forte di pasticche varie ed un piano di visite presso il centro ad intervalli stabiliti e piuttosto ravvicinati.

Io mi spaventai ancor di più ma nello stesso tempo, all'inizio, almeno, ci credetti che quelli avrebbero potuto aiutarmi. D'altronde io mi fidavo del mio amico. Se lui mi aveva consigliato il loro aiuto, era certo la via giusta.

La crisi di pianto era passata: non che mi sentissi bene, tutt'altro ma almeno avevo recuperato un minimo di governo sulle mie facoltà.

Così cominciai la cura. Ma subito mi accorsi che quella roba mi faceva stare male, molto più male. Era come se una furia scatenata mi si arrovellasse dentro ma non trovasse la porta per uscire e continuasse a sbattere, sfinita ma sempre più furiosa, contro del pareti del mio cervello.

Ma cosa mi stava succedendo? Come potevo vivere così?? e poi, un dolore assurdo mi attanagliava il cuore ed i pensieri. Cominciai a pensare e ripensare a tutto quello che mi era successo fino ad allora, a piangere a disperarmi. A chiedermi ripetutamente cosa avevo fatto di tanto sbagliato per meritarmi tutto quello: ero di nuovo senza lavoro ne sapevo cosa avrei fatto. Ero senza denaro. Con i miei c'erano solo problemi. Ero sola disperata senza amore, senza un appoggio, senza nessuno che pensasse a me, che si prendesse cura di me.

Stavo così male che desiderai morire. Solo morire.

Ai colloqui con la psichiatra raccontavo quei pensieri e lei rincarava la dose con le medicine.

Io ero sempre più confusa. Nei mesi scorsi ero riuscita a perdere diversi chili ma li riacquistai con una velocità supersonica: sembrò che qualcuno mi stesse gonfiando con una pompa da bicicletta.

 

Per fortuna, un giorno, parlando con una mia amica e raccontandole tutto questo, una delle ragazze che avevano dipinto la vetrata del ristorante, che mi voleva molto bene e che mi riteneva quasi una seconda madre, lei mi disse che stava seguendo una particolare terapia comportamentale presso un illuminato maestro spirituale e che questo la stava aiutando moltissimo a risolvere i suoi annosi problemi di personalità, non ultimo un notevole sovrappeso.

Fissai un appuntamento presso questo meraviglioso santo vivente ed andai da lui con il cuore pieno di speranza.

Egli era davvero un maestro illuminato e santo vivente.

In tre settimane mi disintossicò da quella robaccia con fiori di Bach ed altro, mi diede una apposita dieta nella quale mangiavo tantissimo ma dimagrivo, mi guidò in esercizi spirituali, meditazioni e introspezioni che mi risollevarono immediatamente. Mi ascoltò e cominciò a pormi domande. Portandomi a ricercare in me le risposte. Oppure a cercare quelle alle mie, angosciose e ritorte, sempre ripetute e avviluppate su loro stesse, dandomi appigli ed aperture filosofiche e religiose che io non conoscevo,

mi parlò del karma, della legge di attrazione e di tanto altro.

Era così paterno che non volle neppure essere pagato. Mi disse che lo avrei fatto quando avrei avuto denaro.

Francesco, così si chiamava, fu la luce che si aprì nel mio buio e che cominciò a diradarlo.

Nei nostri colloqui fu subito chiaro che il punto da cui partiva ogni mia domanda era mia madre.

Cominciarono ad affiorare tutti quei ricordi che qui ed altrove ho narrato. Fino a quel momento non era così chiaro dentro di me quanto quelle esperienze mi facessero soffrire. Per mesi io non feci che parlare di mia madre. Sempre e solo di lei.

La cosa più difficile, per me, fu accettare la regola buddista che afferma che i genitori ce li scegliamo noi. Ovviamente a livello di karma. Io, proprio, quello non potevo buttarlo giù.... ma quanto mi ero voluta male? Ed invece lui insisteva che proprio tramite quella sofferenza e difficoltà io accoglievo dentro di me la luce della consapevolezza che veniva chiamata illuminazione.

Oltre alle sue goccine naturali, alla dieta ed ai colloqui, partecipavo a due incontri corali alla settimana. Si danzava, si facevano esperimenti spirituali..era davvero bello..era bellissimo. Sentii tornare la forza in me.

Francesco poi mi disse: fa qualcosa che ti piace. Qualcosa per te. Di solo tuo. Non preoccuparti dei soldi che spenderai. Fallo. Ne hai diritto.

E cos'era che mi piaceva tanto? Che era solo mio?

Tornai a cavallo. In pineta, lungo la palude. Tornai alla purezza.

 

Un mese dopo già lavoravo di nuovo. Uno dei rappresentanti di prodotto per animali che serviva il nostro negozio, anzi, il mio ex negozio, mi chiese se volevo prendere una parte della sua zona, che era troppo vasta geograficamente e che quind gli impediva di incentivare ed arrivare dovunque. Mi fissò un colloquio con i proprietari. Era una ditta molto grossa a livello nazionale.

Dimagrita, ritemprata andai all'appuntamento con le mie migliori speranze e disposizioni d'animo.

Conoscevo quell'ambiente forse più di loro, dato che ero stata da entrambe le parti della barricata. Ed infatti ebbi l'incarico.

Il catalogo era splendido, erano i migliori prodotti, anche se i più costosi, che si trovassero sul mercato in quel momento.

Io avevo esperienza a gestire una zona, conoscevo la geografia dell'area assegnatami ed anche, personalmente, una grande quantità di esercenti: come avrei potuto fallire?

E così, un'altra volta mi rimisi in macchina, tailleur, capello a posto, trucco leggero, borsa catalogo copia d'ordine, telefonate fax appuntamenti, attese nei negozi, traffico, chilometri, chiacchiere, tante chiacchiere, riunioni, presentazione nuovi prodotti, campagne sconti, promozioni, colleghi, addetto spedizione, segretarie, chilometri chilometri chilometri. Un bar un panino un latte macchiato una brioche una bottiglia d'acqua. Caldo freddo sole pioggia traffico chilometri..sorrisi strette di mano.. tabulati, conteggi, gare interne, grafici di vendita, statistiche, chilometri chilometri chilometri..

il lavoro del commesso viaggiatore, i suoi paradisi, i suoi inferni.

Ma avevo ritrovato lo slancio ed ero molto contenta: il fatturato era discreto, abbastanza buono, anzi e la zona era tutta da riattivare ed incrementare.

Smisi di andare a cavallo ma continua a frequentare la scuola filosofica di francesco, riuscendo a pagargli anche un po' di sedute.

Avevo lasciato l'associazione dei toelettatori, dato che non ero più nella categoria, ufficialmente ma continuavo a seguire il mio amico allevatore ed a preparargli i cani.

 

Nell'ambiente ormai tutti mi conoscevano e questo mi aiutava anche con le vendite. Non ricordo come nacque l'idea, come venne fuori.

Però ad un certo punto mi trovai a parlare con i proprietari della ditta progettando di vendere i nostri prodotti, che erano piuttosto specializzati, all'interno delle esposizioni canine.

Moltissime ditte erano presenti sul quel mercato assai fiorente e a loro interessava entrarci.

Le esposizioni canine erano state la mia passione, il mio lavoro, il mio svago per tantissimi anni.

Con i primo marito avevamo girato l'italia e l'europa con il nostro grande camper e i nostri bei levrieri. Non ho raccontato molto, di quello, ma per anni viaggiammo in lungo ed in largo, da soli, con amici. Era una festa.

Io cucinavo per tutti grandissime spaghettate. Altri portavano vino, dolci. Poi si parlava delle nostre belle bestie, usando quel termine per distinguerli dagli esseri umani, che noi ritenevamo – come io ancora faccio – assai inferiori.

Si parlava di loro, della morfologia, della cinotecnia, della genetica e poi si discutevano le vittorie le sconfitte, l'operato dei giudici. Si facevano programmi di cucciolate, di accoppiamenti. I nostri grandi e quieti cani acciambellati pigramente sulle loro coperte o sui lettini del camper ci guardavano un po' si sottecchi: a volte sembrava che si chiedessero cosa ci fosse poi di così tanto eccitante.

Avevo una collezione di tutto rispetto di premi coppe coccarde, oggettini guinzagli, spillette foto libri specializzati ed altre chincaglierie simili.

Dopo lo stop del cambiamento di vita e marito, al mio ritorno sui ring, avevo ritrovato vecchi amici ma anche me ne ero fatti dei nuovi.

Non esponevo più levrieri ma terrier ed altre razze che necessitavano di essere toelettate. Quindi il giro si era allargato.

Ero davvero addentrata, nell'ambiente e tutti mi volevano bene perché ero sempre stata molto sportiva, ogni volta delle innumerevoli che avevo perduto, anche meritando di vincere.

Ero la persona adatta per portare avanti quel progetto.

Partecipai alla prima esposizione canina come espositore di merci e non di cani.

Eravamo ai primissimi dell'anno 2000.

poi feci un altro paio di prove anche con un linea di prodotti per la cosmesi del pelo. Si aprì una bellissima possibilità, almeno così mi parve ed io la presi al volo.

Quando avevo cominciato a vendere i prodotti per cani avevo acquistato un nuovo bellissimo berlingo citroen blu metallizzato, perché la specie di jeep stava tirando gli ultimi. Avevo acceso un prestito, dato un piccolo anticipo e avevo portato a casa quella splendida macchina. Già si caricava moltissima merce su quel monovolume. Ma nel giro di due o tre esposizioni, avevo aumentato il numero dei prodotti che intendevo vendere. Quindi acquistai un carrello da attaccare al gancio, che feci montare al berlingo.

Acquistai anche tutto l'occorrente per uno stand, dall'ombrellone ai tavoli all'illuminazione, presi una partita IVA e iniziai quella ennesima avventura.

Per un po' continuando anche il lavoro di agente sulla zona con i prodotti della ditta, poi vendendo direttamente io, come grossista

misi insieme un ottimo catalogo, arricchendolo di prodotti tecnici per toelettatori.

Così il sabato e la domenica ero ambulante in esposizioni canine, il lunedì preparavo le spedizioni e facevo gli ordini della merce mancante, gli altri giorni giravo per le attività di tutta la romagna e dintorni.

Il giro del denaro aumentò.

Comprai allora un furgone, un vecchio ducato fiat e con quello fui più comoda e sicura: il carrello era alquanto pericoloso.

Migliorai l'attrezzatura dello stand e lo resi più bello. Giunsi ad avere circa quaranta milioni di merce d'inventario. Stipata ordinatamente in cassoni, che scendevo dal furgone, ogni sabato mattina presto o venerdì pomeriggio, -dopo aver viaggiato fino a raggiungere il luogo dell'esposizione, - alloggiavo negli appositi espositori, vendevo fino alla domenica sera quando smontavo il tutto, risalivo e stipavo tutto sul furgone.

Poi ripartivo e tornavo a casa.

Milano torino firenze bari foggia livorno empoli genova roma imperia palermo ancona bastia umbra napoli reggio emilia udine e tantissime cittadine minori...

i chilometri non si contavano.

Viaggiavo quasi sempre da sola. A volte mi raggiungeva mia figlia maggiore, giungendo con qualche cliente per esporre i cani ed aiutandomi un po'.

A palermo mi accompagnò mia figlia minore ma fu uno strazio: sembrava che separarsi per tre giorni dal suo ragazzo fosse una tragedia.

Ma il più delle volte ero solo. Facevo tutto io.

Era un lavoro faticosissimo e bellissimo.

Le avventure che mi capitarono furono innumerevoli.

Un pneumatico scoppiato in piena corsa ed io che riesco a reggere i furgone che sembrava un bisonte impazzito, a fare lo slalom tra due camion e appoggiarmi al bordo della strada, incolume.

Un sasso scagliato da un cavalcavia che, per fortuna, colpì la lamiera due dita sotto il vetro, lo bucò, e mi fece prendere lo spavento più grande della mia vita: ma me la cavai con una scarica di dissenteria.

Una febbre improvvisa in albergo da stare così male da no riuscire neppure a chiamare aiuto.

Temporali piogge improvvise, folate di vento fortissimo che si portavano via ombrelloni ed il resto.

Le chiavi del berlingo chiuse dentro al termine di una domenica lunghissima ed io, sotto un'acqua torrenziale, completamente bagnata fradicia, a cercare di prenderle con un filo di ferro attraverso uno spiraglio del finestrino. Poi dovetti chiamare un fabbro che forzò la serratura. Mi asciugai un po' con la carta igienica nel servizio di un bar lì vicino e mi cambiai parzialmente. Il resto lo fece il riscaldamento dell'auto. Ero vicina a genova: fu un viaggio lungo da fare così bagnata e stravolta, alle due di notte.

Un furto dell'intero incasso, diversi milioni, di certo effettuato da una persona conosciuta perché il cane posto a bada della cassa non abbaiò. Io ero di fianco allo stand e stavo vendendo de guinzagli. Me ne sarei accorta. Quella volta fu terribile. Mi sentii profanata in modo violentissimo.

 

Potrei proseguire ma mi fermo qui..

all'inizio di quella avventura dormivo nel furgone, quando dovevo trattenermi il sabato sera.

Quindi zanzare caldo freddo e tutto quanto potrete immaginare.

Poi non ce la feci più e cominciai a scendere in piccoli alberghi, decenti e puliti ma poco costosi.

Per lavorare, lavoravo, per vendere, vendevo. Però le spese erano molto alte. Le fiere e le organizzazioni chiedevano prezzi esosi per il noleggio dell'area espositiva. Il carburante e l'autostrada erano sempre più cari. I costi dei pernottamenti dei pasti incidevano parecchio.

Certo, il denaro che mi passava per le mani era tanto, ma quello che vi restava non moltissimo. Però ero contenta. Adoravo quel folle lavoro, quel circo semovente e tenevo duro, nella speranza di incentivare ancora la clientela. In fin dei conti i mesi passavano ma la mia attività era assai recente.

Almeno con quel giro di denaro avevo di che pagare le bollette. Inoltre i ragazzi erano cresciuti e con loro le loro necessità. Il maschio volle il motorino. Si iscrissero entrambi al liceo. Uscivano, andavano a ballare e in giro con gli amici. Vestivano solo alla moda e firmato.

Ed io, che mi sentivo sempre più in colpa e li vedevo assai straniti, cercai di accontentarli in tutti i modi.

 

Venne il 2001. ogni tanto ero uscita con il mio amante ma davvero non pensavo a nulla. Il mio cuore ferito, ero certa, non si sarebbe rialzato mai più. Amavo ancora mio marito ma avevo troppa paura per pensare ad una nuova storia. Nessuno poteva amarmi.

E me ne stavo da sola.

 

Un giorno dei primi del nuovo anno mi telefonò rodolfo.

Per raccontare di lui metto qui quanto già scritto: un capitolo del mio romanzo: quello che non dico a nessuno.

 

 

La avevo incontrato un anno prima quando ero tornata ad andare a cavallo.

Andai al circolo ippico che già conoscevo, in quella meravigliosa pineta, con i tramonti infuocati e le tracce di lepri nella sabbia dei sentieri, mentre i voli meccanici e pesanti dei fagiani sfrullavano al mio galoppare.

La felicità tornò in me. E con lei la forza e la speranza.. ma i figli erano la sola cosa.

A cavallo avevo conosciuto Rodolfo. Io avevo 46 anni lui 58.. era un brutto ometto dolce e triste, maltrattato da una moglie acida e dispotica.

L'istruttore del circolo mi chiese di portarlo con me in passeggiata in pineta e cavalcammo a lungo insieme.. lui non era bravo come me, io sono una valchiria, o almeno le ero, un'amazzone e così io moderavo la velocità e facevamo tanto passo..

I cavalli affiancati e lo spettacolo dei verdigrigiazzurri sfumati ci stringevano vicini

Ma io non capii che a lui piacevo..

Ripresi vigore, cambiai lavoro, aprii una ditta di vendita itinerante e comincia ad andare in giro per l'Italia col mio furgone e lo stand, da sola..

Smisi di andare a cavallo

Rodolfo mi cercò per un anno intero sempre chiedendomi di tornare in pineta con lui, ma io non penso mai che qualcuno possa avere interesse per me.

Pensavo solo che lui avesse voglia di galoppare e trottare in tranquillità e rifiutai sempre, gentilmente.

Dopo un anno di telefonate brevi e generiche, anche se affettuose, un giorno che lui mi chiamò io avevo uno dei miei soliti problemi agli occhi, alle lenti a contatto.

Lui era ottico, aveva una catena di cinque negozi: gli chiesi un consiglio e lui mi disse che mi avrebbe spedito una cosa da provare.

Due giorni dopo mi arrivò un pacchettino di lenti a contatto monouso: che gentile che era stato, pensai.

Le provai e mi trovai subito assai bene.

Così lo chiamai per ringraziarlo..

Due giorni dopo mi venne recapitato un altro pacchetto con dentro una confezione per sei mesi di quelle lenti.

Rimasi commossa. Da tanto, troppo tempo nessuno mi regalava più nulla.

Lo chiamai di nuovo e lui mi chiese di uscire. Io per forza di cose accettai

Era piccolo e magretto, col nasone, ma aveva gli occhi azzurri, una bella voce, mani gentili

In macchina mi baciò.. io non me lo ero immaginato ancora cosa lui potesse volere da me, nonostante avessi già avuto diverse esperienze, ero ancora una piccola bimba insicura ed ingenua. Come sono tutt'ora.

Fu bello sentirmi di nuovo desiderata.

Nei giorni seguenti lui mi corteggiò in modo gentile e garbato, affettuoso, con telefonate e messaggi, dato che abitavamo in due cittadine diverse e che, essendo sposato, non aveva facoltà di movimento, Quando mi chiese di fare l'amore con lui, io accettai.

Andammo in un motel.

Lui era molto emozionato, non riusciva ad avere l'erezione perché da tantissimi anni non aveva più rapporti con la moglie e se ne scusava imbarazzato. Io lo avvolsi di dolcezza: che mi importava di una erezione?

Lo amai come non era mai stato amato e me ne innamorai.

Durò tre mesi.

Lui era di una dolcezza estrema e così presente, se pur ci vedessimo solo due ore alla settimana, il giovedì pomeriggio, era così presente come nessuno mai era stato nella mia vita.

Gli scrivevo lunghe pagine di noi, lui beveva le mie parole

La sua voce era bassa e cara.

Io facevo una vita difficile:lavoravo sette giorni su sette, 20 ore su 24. Lui mi seguiva in tutto, se pur a distanza, io avevo in lui una costante per tutto.

Quando ci incontravamo era bellissimo.. lui mi amava ed era tornato vigoroso come un giovane.

Era felice, io lo ero

Venne a casa mia, era l'8 marzo, con una scusa di lavoro

Una intera giornata insieme

Lo presentai ai miei figli che lo accolsero con gioia.

Lui era ricco, aveva il camper due barche..fantasticava di viaggi e mare

Io ero felice davvero

Dopo tre mesi non ce la faceva più: mi disse che voleva che io e i ragazzi fossimo venuti a vivere nella sua città per prendersi cura di noi.

Io stavo così in difficoltà e stavo lottando contro tutto che mi sembrò di sognare

Pensai che la vita mi stesse rendendo tutto quello che mi aveva tolto.

Era venerdì sera: mi disse che avrebbe parlato con la moglie.

Poi, fino al lunedì, più nulla.

Io non potevo chiamare, tanto per cambiare...

 

Il lunedì mattina mi disse che lui e la moglie si erano ritrovati, dopo 15 anni di totale distacco e che sarebbe rimasto con lei, che tra noi era finita.

Fu una pugnalata

Mi feci male graffiandomi e picchiandomi, ebbi una crisi terribile, lui si spaventò e mi disse che saremmo rimasti insieme.

Ma il suo era un piano. Divenne freddo, sparì dal mio cuore, non volle più vedermi a parte una sola disgraziata volta che io andai nel suo negozio e facemmo l'amore per l'ultima volta.

Io lo imploravo di amarmi

Che fosse rimasto pure con la moglie, che non ci fossimo visti pure più, ma che avesse continuato ad amarmi

Ma lui aveva paura di essere scoperto da lei, che gli aveva promesso che lo avrebbe lasciato, chiedendogli la separazione e mettendolo sul lastrico.. i beni erano in comunione

Gli scrivevo ogni giorno una lunga lettera per cercare di fargli sentire il mio amore e tutta la sua bellezza e gliela spedivo col fax

Poi cominciai ad implorarlo di dirmi che non mi amava più, in modo che io potessi staccarmi da lui, ma non lo fece mai

Io entrai in una profonda depressione

A giugno mi misi a letto non uscii più a lavorare

Tutto era perduto

A luglio lui partì con la figlia e la moglie in camper per Parigi.

Io mi imbottii di psicofarmaci e gli telefonai con l'ultimo filo di voce

Ma lui ugualmente sparì

Mi salvarono, ma in ospedale ci riprovai ancora tagliandomi le vene con uno specchio rotto e poi soffocandomi con una busta di plastica, ma fui salvata sempre dagli infermieri

Poi mi sedarono talmente che mi bruciarono.

Non riuscivo più neppure a parlare, avevo il pannolone.

Mi mandarono a casa, ero persa

mia madre e mio fratello volevano mandare i miei figli più piccoli dal padre, loro non volevano: io ascoltavo il loro furioso litigio, non riuscivo a parlare ma sentivo.

Cominciai a far finta di prendere le medicine che mi davano, ma poi appena sola le sputavo, Nel giro di qualche giorno riuscii a chiamare una mia amica, che mi portò da Francesco

Dopo un mese ero tornata al lavoro, andai in fabbrica per qualche mese poi tornai a fare l'agente di commercio.

mi sequestrarono tutto quello che avevo

Mia madre mi abbandonò d'accordo con mio fratello, mia figlia più grande se ne andò di casa.

Io avevo lo sfratto, ma riuscii con l'aiuto del mio ex marito a trovare un'altra casa.. ricominciai

Per i miei ragazzi.

Ma avevo un furioso bisogno d'amore.. seguirono 18 mesi di follie sessuali

Poi Chiara

 

E questa è un'altra storia che racconterò qui di seguito.

Per chiudere il discorso su rodolfo voglio aggiungere solo che lui mi spezzò.

Perché io non lo avevo cercato, io non gli avevo chiesto nulla.

Quello che lui mi dava era per me così tanto e così bello che per non perderlo avrei fatto qualsiasi cosa. Anche accontentarmi di sentirlo dieci minuti al telefono al giorno.

Perché il suo amore mi aveva guarito.

Fu lui a decidere di parlare con la moglie. Io gli chiesi se ne fosse davvero certo. Ero titubante. Lui fu drastico, in quella decisione.

E così, mi spezzò. Mi portò su quella riva, dove siedo tutt'ora, anzi, più che mai, dove vivere è molto più difficile che morire.

 

 

 

 

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