UNA BAMBINA CHIAMATA ARI - SETTIMA PARTE

IN GINOCCHIO - 2008 olio su tela 25 x 35

 

 

PARTE SETTIMA

 

vi è una bella favola mitologica, raccontata da aristofane e poi ripresa da platone, che narra le origini dell'amore.

Un tempo vi erano tre tipi di creature divine e umane allo stesso tempo: i figli del sole, che erano due poli entrambi maschili. Le figlie della luna, altri due, entrambi femminili e quelli della terra, uno femminile ed uno maschile. I figli del sole e quelli della luna combaciavano perfettamente, quelle della terra invece si intersecavano, penetrando l'uno nell'altro. Queste creature vivevano felici.

Ma giove, invidioso, prese una saetta e li divise a meta. Cauterizzò le ferite e poi li lanciò sul pianeta terra, a vivere di stenti e di lavoro.

Da quel momento ogni parte di quegli esseri separati dal loro intero, vivono e viaggiano per i giorni della loro avventura terrena sempre cercando la loro metà perduta.

E il grande dolore che riprovano, nel ritrovarsi, è il ricordo della loro scissione e il rimpianto di quello che hanno perduto. La grande felicità invece è data dalla immensa energia che ricevono attuando la riunione.

E tutto questo viene chiamato amore.

 

Dal primo giorno della mia vita io ho sempre saputo che c'è, che c'era questa immensa felicità, questa persona che mi avrebbe portato a non sentirmi più così sola e disperata.

Ma la nostra non è una società a misura umana, piuttosto è un insano crudele meccanismo di potere esercitato da pochi su molti attraverso la schiavitù economica, l'ignoranza, la superstizione religiosa e i tabù sessuali.

Per questo solo con la maturità ed un lungo cammino ho capito perfettamente cosa sono e cosa voglio.

Fino a pochissimi anni fa la mia era una affannosa ricerca portata avanti per un imperioso istinto interiore che mi spronava ma che era senza consapevolezza.

E quindi, a causa di questa mancanza di coscienza di me, ho cercato quella mia parte perduta in ogni persona che la vita mi ha messo vicino, illudendomi ogni volta di averla trovata.

 

Gli esseri umani hanno profondi legami karmici con diverse persone, che si rinnovano vita dopo vita attraverso sempre nuove situazioni di amore o di contrapposizione.

Le anime più antiche hanno emanazioni, dato che l'anima si riproduce per gemmazione quando giunge la maturazione spirituale.

Questo è il motivo per il quale l'universo è in continua espansione ed anche la causa che porta queste anime – madri, che già hanno raggiunto il nirvana, a tornare sulla terra e riprendere l'esperienza karmica. Ciò viene fatto per sostenere l'anima figlia e allevarla, nutrendola con l'amore gratuito ed incondizionato che solo le madri sanno avere.

Quindi è possibile amare più volte intensamente, nel corso di una vita.

Ma una sola è la vera anima gemella, la nostra metà esatta, la primigenia parte di noi che ci fu strappata. L'inizio del dualismo tra la luce e l'oscurità, tra la vita e la morte, tra l'amore e l'odio.

Poi, che si venga accettati e rifiutati da quella o che la si trovi, dipende dal punto di esperienza karmica a cui si è giunti.

 

Ogni volta che io ho amato, nella mia vita, l'ho fatto totalmente.

Non vi è nulla per me di più importante in una esistenza del rapporto di coppia.

Non vi è nulla che io non faccio per chi amo, nulla che mi spaventi e mi trattienga dal cercare di riunirmi con la metà che credo di avere finalmente ritrovato.

Quindi, ogni volta che ne sono stata rifiutata non ho perduto ' qualcosa ' della mia vita, una parte di me. Ho perduto me.

Perché lontana da quella metà per me vi è un immenso senso di vuoto, vi è tristezza infinita ed un totale senso di sconfitta.

 

Fino a quel momento avevo reagito, credendo pensando che avrei avuto altro, trovato altro. Che un giorno o l'altro sarebbe giunta anche per me il lieto fine delle favole di walt disney.

La fuga vigliacca di rodolfo invece mi disse che quello non sarebbe mai arrivato e così cercai la morte.

Dopo i tre tentativi successivi di uscire dalla scena, ricoverata in psichiatria, i medici mi diedero una dose così forte di psicofarmaci da bruciarmi le mucose, ridurmi all'impotenza e non autosufficienza e farmi vivere due esperienze di visioni allucinatorie che mi terrorizzarono.

Passai due notti vagando per la camera ed i corridoi del reparto e vedendo ogni cosa con i margini dilatati e luminescenti. Questo trasformava ogni piccolo particolare di una sedia, del letto, del mio corpo, delle stanze, in mostri assurdi e violenti che stavano per divorarmi.

Fu quella l'esperienza più folle e spaventosa della mia vita.

Tornai a casa, dimessa, che ero una larva.

Ma per sostenere i miei figli, mi riscossi e mi rimisi in piedi.

Il ricovero avvenne a luglio, mi dimisero i primi di agosto, a settembre già lavoravo in una fabbrica di alimenti surgelati.

Era un lavoro duro, ripetitivo, da catena di montaggio, che veniva eseguito in una temperatura costante di meno un grado.

Il freddo non mi dava fastidio, quello che faticavo molto a sostenere era la ripetitività e la mancanza di creatività. Ma l'aver mollato la mia ditta di vendita mi aveva ridotto di nuovo sul lastrico.

Il furgone mi era stato confiscato. Il berlingo lo avevo già venduto mesi prima, dato che non avevo più pagato le rate e quindi me lo avrebbero portato via lo stesso. La merce era stata resa alle ditte che me l'avevano venduta come annullamento in parte delle pendenze debitorie nei loro confronti.

Ma io avevo emesso tutta una serie di assegni postdatati, come era comune fare allora, e questi vennero tutti protestati. Le fatture vennero impugnate contro di me e l'ufficiale giudiziario venne più volte a casa mia a rastrellare ciò che si poteva. Ma, oltre ai beni della ditta, davvero non vi era nulla che avesse un valore da poter essere venduto.

 

Al dolore si aggiunse l'umiliazione.

Così promisi a me stessa che mai più avrei lavorato in proprio, anche dopo il trascorrere dei tempi tecnici della validità di riscossione dei miei debiti.

Quindi il lavoro in fabbrica mi metteva in uno stato di serenità emotiva che mi aiutava, anche se, dall'altra parte, non era assolutamente connaturato alla mia natura.

Ma una mattina, una delle immense porte scorrevoli verticali, dall'alto verso il basso, ebbe un guasto alla fotocellula proprio mentre io transitavo sotto e mi si richiuse sulla testa. Io indossavo un berretto imbottito con la visiera calcata sugli occhi e non me ne avvidi, aiutata in questo anche dalla mia vista difettosa. Ricevetti un terribile trauma da schiacciamento. Svenni e fui portata al pronto soccorso. Non furono riscontrate fratture ma le mie vertebre cervicali avevano ricevuto un grosso danno ed il colpo di frusta si era ripercosso lungo tutta la colonna vertebrale.

Il dolore era forte e portai un collare ortopedico.

Stetti tre settimane sotto infortunio poi tornai al lavoro ma non riuscii più a stare lì dentro.

Mi assalì, appena i macchinari vennero accesi per l'inizio del turno, un malessere così forte che ne scappai a gambe levate.

Certo, se avessi fatto causa alla ditta avrei avuto un ottimo esborso in denaro ma io non ci pensai neppure.

Decisi di tornare a lavorare come agente di commercio.

Vendetti per qualche mese di nuovo libri e poi trovai un ottimo contratto con una ditta di ingrosso di ferramenta e similari che vendeva i propri prodotti a falegnami fabbri ed altre categorie di artigiani. Fu scelta tra una vasta rosa di pretendenti, tutti maschi.

Avevo uno stipendio fisso, - che mi veniva erogato solo però dopo il raggiungimento di un fatturato minimo non terribilmente alto, - di 2000 euro mensili, moneta che nel frattempo era stata adottata mettendo fuori campo la nostra vecchia e svalutatissima lira. Erano previsti pure incentivi se avessi superato una tal soglia di fatturato, cosa più impegnativa. Acquistai una vecchia citroen BX nera, una grande nobile decaduta delle auto di classe, che era in ottimo stato, nonostante i quattordici anni di età ed aveva anche l'aria condizionata, e mi rimisi in corsa.

Di nuovo francesco aveva effettuato un miracolo, in me. Di nuovo io mi ero riciclata.

 

Gli artigiani che visitavo non erano abituati a ricevere donne, in quella veste. Io fui una delle prime femmine che si avventurarono in quel settore.

All'inizio acquistarono per galanteria. Poi, perché il gioco meritava la candela. Raggiungevo perciò, ampiamente, il minimo di fatturato previsto e percepivo il mio stipendio regolarmente.

Inoltre, essendo un lavoro a provvigione, i miei debitori non potevano pignorarmi. E questa era davvero una gran cosa.

Mia madre, quando rifiutai di piegarmi al loro volere di mandare i ragazzi dal padre e di internarmi in una clinica, mi tolse ogni aiuto economico e mi disconobbe come figlia. Appoggiata da mio fratello. Ebbi accanto a me solo il mio ex marito. Come ho già scritto anche la primogenita andò a vivere da sola.

Avevo lo sfratto e lasciai la villetta a tre piani. Traslocando al piano terra di una casetta singola. Il proprietario, un anziano vedovo, viveva sopra, noi sotto. Vi erano due metri quadrati di giardino ma il bello era che la casa si trovava a tre chilometri dal centro ma di fronte e dietro aveva solo campi. Vi era un viottolo lungo chilometri che si inoltrava per queste coltivazioni ed io, la notte, prendendo con me il mio barbone gigante e li percorrevo, perdendomi nel cielo stellato e nei profumi della terra e dei frutteti.

La lotta per pagare tutto era sempre agguerritissima: i costi che sostenevo di benzina e tasse e contabilità e pasti fuori e telefono e un minimo di vestiario decente e tutto il resto erano alti. Quello che rimaneva di guadagno era la metà, forse meno. Debiti vecchi ne saltavano sempre fuori da ogni direzione: ne pagavo una minima parte ma qualcosa proprio non se ne poteva fare a meno. E poi, i ragazzi andavano a scuola. La vita era sempre più cara.

Era una continua rincorsa al centesimo.

Ma in qualche modo ce la facevo.

Il peggio sembrava essere stato scongiurato anche quella volta.

 

Ma la venuta di Rodolfo mi aveva riaperto all'amore.

Dopo quasi cinque anni di quasi totale solitudine nei quali l'unica eccezione furono gli incontri trasgressivi con il mio amante, che dell'amore non avevano neppure la parvenza, mi ritrovai con una voragine dentro.

Solo che ero totalmente disillusa e non credevo più che esistesse qualcosa che si potesse chiamare con quel nome, sulla faccia della terra.

Se era il mio corpo che gli uomini volevano, quello avrebbero avuto. E così facendo io avrei preso il loro, diventando la loro padrona, dominandoli, schiavizzandoli.

Cominciai a frequentare locali, tipo privè, prima con il mio amante, poi con persone conosciute in questi ultimi. Poi entrai in giri di case private, dove si tenevano regolarmente incontri di gruppo.

Era un piacere amaro, quello che ne traevo ma me ne drogavo e non potevo farne a meno.

Provai tutti gli abbinamenti possibili, fermandomi solo davanti a rapporti di sadomasochismo.

Di certo il masochismo lo stavo praticando alla grande, dato che mi stavo punendo in modo atroce di essere ancora viva, ma sadica non lo ero e non lo sarò mai.

Per il resto non mi fermai di fronte a nulla.

Ho scritto qualche racconto di quel periodo, romanzando un po' la realtà..

. ma poi, cos'è la realtà? Solo un taglio, un punto di vista personale ed irripetibile. -

se vi interessano li trovate sul mio sito alla pagina QUELLO CHE NON DICO A NESSUNO.

Qui ne riporto uno, una delle svariate avventure che vissi in quei lunghi assurdi complicati sconvolti mesi... essendo un racconto erotico vi invito a non leggerlo se pensate che possa offendervi in qualche modo...

per quanto riguarda il chiedervi se fu tutto vero e proprio così, rispondo che certo, la storia fu esattamente quella. I particolari erotici: no comment... decidete voi....

 

 

Corrado era un camionista.

Parcheggiava il rosso lucido muso del suo bisonte, staccato il carrello a billico, nel grande parcheggio dietro casa e seguiva danzando i propri passi fino alla mia porta.

Il Mercedes blu, parcheggiato alla sua partenza, lo aspettava quieto all'ombra del grande fico dalle foglie lattiginose.

Faceva sempre guidare me, stanco delle lunghe interminabili ore di guida e amava chiudere gli occhi e non pensare, mentre io ci portavo al luogo dell'appuntamento.

Il ronfo sordo un poco liquido del potente motore a bassa coppia lo avvolgeva in un sonno breve ma profondissimo.

Io, il volante tra le mani, assaporavo la strada che sfuggiva buia, illuminata solo dal bianco della mezzeria, assaggiavo nella memoria, mentre scalavo la marcia per affrontare la curva che a 190 stringeva l'autostrada fino a farla diventare un polveroso viottolo di campagna, la curva netta del glande di lui..

Era il rito, il drink prima di partire per il giro di esplorazione tra le dark-room del privè, il rito gustato con il caldo là che batte e il turgore che spinge, mentre il sorriso sfilava via lesto tra le gambe di una, sotto una mini all'inguine e il pantalone bianco attillato di uno che la seguiva col bicchiere in mano e tra i denti la voglia di farsela.

Poi la caccia come lupi affamati con alle spalle la protezione del branco, l'intercettamento di sguardi, di gesti e ammiccamenti, di sorrisi e di dinieghi, in una giostra sempre nuova e sempre uguale.

In ogni locale una stanza speciale: qui l'auto dai finestrini abbassati nella quale farsi sbirciare da occhi indiscreti e lucidi di eccitazione, là la teoria di feritoie ad altezza ammiccante tra le quali scegliere il più bello e forte e resistente degli oggetti di carne messi in mostra, nell'altro la piscina calda e fumosa nella quale immergersi nudi sentendo l'acqua invadere senza ostacoli gli intimi luoghi sempre costretti dal costume da bagno, dove scambiare amplessi e carezze penetranti mentre al di là della grande vetrata altri uomini e donne, vestiti e con il bicchiere in mano, guardano commentando vicino al bancone del bar, dove il passaggio è più intenso e sentire la propria nudità spiccare sugli abiti da sera lunghi delle signore luccicanti di gioielli e i completi eleganti con farfallino o fiocchetto degli uomini.

Altrove poi, il grande letto circolare e girevole, vestito di raso, sul quale una sola donna si appropria a suo piacimento dei maschi che desidera, mentre il marito è legato ad una sedia e guarda con occhi bramosi e feriti le carni di sua proprietà regalate ad onta sua.

 

I giochi erano vari e il piacere intenso, malato al punto giusto da essere ancora più forte senza portare al rifiuto, ammantati di gentilezza a cavalleria millantatrice nella menzogna che quella libertà portasse più lontano dall'angolo del bagno.

Ma io, che cercavo quello che ancora non avevo trovato, lo cercavo dovunque e molto attentamente, senza farmi sfuggire una sola nicchia nella quale indagare a fondo.

 

Corrado era un giovane amante forte e tarchiato col viso simpatico e il sorriso franco, la parlata modenese gentile e strascinata, le mani da lavoratore ma ben tenute.

Negli anni dell'infanzia e dall'adolescenza fino all'età matura era sempre stato obeso e mai aveva avuto una ragazza con la quale avere una storia d'amore.

Pur se onesto e dolce, le donne lo rifiutavano allontanate dal suo aspetto fisico. Solo le professioniste si rivelarono assai più umane ed accoglienti delle femmine per bene, non trovando alcuna differenza tra il denaro di lui e quello degli altri.

L'amore con una donna per lui nacque e si consumò per anni tra night e case di appuntamenti: il denaro non gli mancava, pur se guadagnato duramente ed egli comprava ciò che gli serviva.

 

Però l'amore, quello no, non si compra.

 

Corrado si sottopose ad una operazione di riduzione dello stomaco e dell'intestino, perse cinquanta chili di peso e divenne così quel se stesso che era stato sempre, sepolto dentro il suo imponente dolore.

Divenne quello che non era mai stato: un uomo normale.

Ma poiché la vita era stata avara con lui, egli non aveva mai imparato a corteggiare una donna, ad aspettare sognando che gli venisse concesso un bacio: per lui l'amore era un contratto, uno scambio di affari e quindi, sognando la propria rivincita su amici parenti e conoscenti, si recò in una agenzia matrimoniale tramite la quale cominciò a conoscere giovani donne dell'est che cercavano il marito italiano per risolvere i loro problemi di sopravvivenza.

Egli la desiderava bionda, bella alta con gli occhi azzurri, giovane, di onesti costumi e possibilmente molto bramosa di sesso.

Anche se la sua fantasia più accesa era quella di entrare al bar dello sport con lei a braccetto destando l'invidia corale degli astanti, gli stessi che per anni lo avevano sfottuto acremente e chiamato ' ciccio-bomba '-

 

Questo mi raccontava sognando, mentre ci recavamo nel luogo prescelto per la serata oppure andavamo al ristorante ed io guidavo pigiando sull'acceleratore come mi inseguisse qualcuno.

Io mi ero affezionata a lui e lo guardavo con tenerezza, gli preparavo colazioni abbondanti e variate, regalandogli attimi di matrimonio che mai lui aveva vissuto, accogliendolo a dormire nel mio letto, quando i miei figli erano dal padre per il fine settimana, mettendo candidi asciugamani puliti accanto ai miei in bagno e uno spazzolino da denti per lui, nel bicchiere, accanto al mio.

Ogni settimana lui mi portava un piccolo regalo, cioccolatini, un cd, un libro e si deliziava alle mie feste e alla mia gioia per quelle piccole preziosità.

I mesi passavano lenti e della donna giusta per lui nessuna traccia: pure se in cerca di una buona sistemazione, quelle ragazze erano molto esigenti, almeno quelle belle, le altre, non erano abbastanza belle per destare lo stupore e l'invidia tra i giovani del suo paesino.

Corrado ogni week end giungeva a casa mia sempre prima, mi accompagnava al supermercato a fare la spesa e ridavamo come matti giocando al marito e alla moglie che facevano provviste, riempiendo il carrello di deliziose schifezze che poi restavano ad allietare le sere solitarie quando lui non c'era. Alla mia proposta di saltare qualche volta i locali, lui acconsentì, inizialmente per gentilezza, poi apprezzando sempre di più l'amore fra noi due soli, che non aveva bisogno di letti girevoli e feritoie, ma si dipanava lungo un desiderio semplice e naturale che non stancava mai.

Io però, non sapevo cosa mi premeva dentro, cosa si accendeva forte per il corpo di lui, per spegnersi immediatamente e definitivamente quando lui era dentro di me.

Mi interrogavo e non capivo.

Il gioco erotico che lui mi aveva regalato non risolveva il problema e solo mi piaceva quando lui lo usava su di me raccontandomi di quello che aveva fatto alle sue mille e mille amanti e me le descriveva minuziosamente, tanto che io vedevo quei seni, quelle gambe e quei fianchi così chiaramente come fossero stati lì con noi.

Ma anche in quei frangenti, il culmine del piacere solo le mie mani erano in grado di procurarmelo.

Giocando sempre curiosi di nuove emozioni, una sera gli dissi perentoria, inseguendo non so quale mia fantasia (o ricordo ?): stasera l'uomo sono io e tu la mia donna.

Egli sorrise e vedendo il mio sguardo acceso, fu coinvolto dall'idea e mi lasciò fare, assumendo un atteggiamento remissivo e un poco timido, imbarazzato.

La finzione si prolungò lungo le posizioni canoniche o meno nelle quali io, appoggiato il membro finto al mio pube, mimavo ogni gesto da me ben conosciuto e studiato in tutti gli uomini della mia vita.

L'eccitazione mi prese forte, mentre lo vedevo così arreso al mio volere, alle mie voglie e alle mie richieste e cosi gli comandai di girarsi a pancia in sotto.

Lui obbedì pretestando una sua verginità mai colta da nessuna ed io gli imposi di lasciarmi fare, promettendogli che se avesse avuto dolore o altro problema mi sarei fermata.

Lui mi scherzò dicendomi che non lo avrei fatto, non ci sarei riuscita e mi lanciò una sfida, che raccolsi con entusiasmo.

Quando gli fui dentro e lo sentiti godere spasmodicamente sul membro finto appoggiato al mio pube e seppi che avevo vinto e scoprii che il piacere di possedere era assai più forte intenso e completo di quello dell'essere posseduta e che io lo avvertivo in un luogo che non era propriamente fisico, ma come se il membro finto eretto fosse frutto dei mie stessi lombi.

Da quel giorno non ci fu da parte sua più alcun desiderio di andare nei locali e il gioco dello scambio di ruoli si avvicendava con sempre nuove sfumature e al primo attrezzo erotico se ne affiancò uno più sottile e adatto e soprattutto da indossare con una specie di cintura, che mi permetteva di manovrarlo lasciandomi le mani libere e facendomi sentendomi sempre più maschio, sempre più completo.

 

Nel frattempo della donna dei suoi sogni neppure l'ombra e Corrado cominciò a parlare della possibilità di portarmi una domenica a casa sua, dai suoi, per presentarmeli e presentarmi a loro. Io mi schernivo dicendogli che ero troppo vecchia per lui, non ero così bella come lui avrebbe desiderato e che soprattutto non avrei potuto mai dargli i figli che lui desiderava.

Ma la dolcezza e complicità del nostro rapporto mi avvolgeva a mi vinceva.

Cominciai a crederci, a sperare che un altro amore avrebbe bussato finalmente alla mia porta, che io pure ancora avrei potuto non sentirmi più così sola.

 

Era domenica mattina ed io dormivo sola nel mio letto: Corrado non era venuto, trattenuto da un impegno con la sua famiglia.

Qualcuno suonò al portone di casa ed io mi alzai un po' imprecando per l'ora troppo mattutina nell'unico mio giorno di riposo dal lavoro, sempre molto impegnativo.

Andai ad aprire e mi trovai di fronte a lui, vestito elegante con giacca e camicia pur senza cravatta, mentre il Mercedes dal suo posto di fronte al cancello mi salutava.

 

Nascondeva le mani dietro alla schiena

Con un sorriso ed un grido gioioso di sorpresa, gli buttai le braccia al collo chiamandolo per nome, mentre lui mi scostava da sé e tirando fuori le braccia da dietro la schiena, mi mostrava le mani che stringevano in una una bottiglia di ottimo champagne francese e l'altra una rosa rossa velluto, poco più che in boccio dallo stelo lunghissimo.

Restai esterefatta e, al massimo della gioia, lo invitai ad entrare.

Lui era felice delle mie spontanee lacrime di commozione. Ci amammo come non avevamo mai fatto prima, gli occhi negli occhi, chiamandoci per nome e dando il nostro nome all'amore.

È così dolce vedere un sogno che si avvera.

Ma mentre mi abbracciava teneramente, dopo che i nostri respiri e i nostri cuori avevano ritrovato i loro ritmi consueti, egli mi disse con lo sguardo ora molto mesto e mortificato che la sera precedente aveva finalmente conosciuto la donna che sarebbe diventata sua moglie.

Era russa, molto giovane, molto bella, capelli lunghi biondi, occhi azzurri e un corpo da mozzare il fiato: il suo sogno era diventato realtà.

Pure se ancora non avevano dormito insieme e fatto l'amore, però avevano ugualmente deciso di sposarsi al più presto.

Mi sembrò di precipitare da una grande altezza. Non riuscivo a credere alla mie orecchie: non era amore quello che lui mi aveva dato e aveva preso poco prima?

Piansi a lungo, scossa dalla delusione così improvvisa ed aspra quanto esaltante era stata la sorpresa a trovarlo così, davanti alla porta di casa mia e poi, dopo, nel mio letto. Piansi, lottai ancora per qualche giorno, ma lui era sicuro di sé quindi irremovibile e dovetti accettare il distacco definitivo.

Ancora una volta scomparirono dalla mie giornate le telefonate tenere, i messaggi telefonici ammiccanti, la compagnia, la speranza, l'amore.

Ma il distacco fu netto e, anche se molto doloroso. fu irrevocabile.

 

Per non soccombere alla delusione ed alla mancanza di lui e di tutto il bello che avevamo condiviso insieme, trovai un nuovo amico in un qualche locale e ripresi la vita senza regole e senza affetti che fu mia compagna per tanti anni e che mi è compagna anche ora, di nuovo e come sempre, con la sola differenza delle ferite e cicatrici che nel frattempo sono aumentate davvero tanto.

 

Quasi due mesi dopo il suo nome si illuminò sul display telefonico e la sua voce gentile e calda mi salutò chiedendomi come stessi.. io fui molto cordiale e affettuosa con lui, in fondo non mi aveva mai promesso nulla.

Ma Corrado era in preda allo sconforto più nero: far sesso con la sua fidanzata gli era impossibile.

Io esclamai di stupore e gli chiesi spiegazioni, ricordando vivamente la sua virilità e prestanza.

' E' molto bella e dolce ' mi spiegò, ' ma è troppo magra, non è morbida come te, non è maliziosa, non è fantasiosa. Ci mette tutto l'impegno possibile, ma io non mi accendo. A volte, se le parlo di te e dei nostri giochi matti, il piacere mi prende e ritorno quello che ero prima, ma quando entro dentro di lei, è così tanto più magra di te, che sento le sue ossa, è così rigida, così immobile e silenziosa che l'eccitazione mi passa improvvisamente.

Ti prego Ari, torna con me in un locale: ho bisogno di di te: il dottore mi ha persino dato il Viagra, ma non è possibile fare paragoni. '

 

ma io, al telefono, tra silenziose lacrime di dolore e un sorriso straziante di soddisfazione, gli dissi di no.

 

 

 

 

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Commenti: 4
  • #1

    arturo quadraro (giovedì, 20 dicembre 2012 17:45)

    Ciao...Ari..come ti ho scritto nel messaggio privato, martedi scorso ho ricevuto il CD e stesso giorno ti ho fatto l'accredito sulla Post Pay. Un abbraccio forte

  • #2

    ariannaamaducci (giovedì, 20 dicembre 2012 17:57)

    caro arturo grazie, amico mio..
    ma mi hai scritto su ari amaducci, vero?? su sempre ari non ho ricevuto nulla..

    grazie di tutto, mio dolce... ti piacciono le mie canzoni???
    un bacio..

  • #3

    alessandro mariotti (giovedì, 20 dicembre 2012 20:16)

    Splendido! La vita-sapore nel suo aspetto più intenso:eccitante,confortevole,da farne un film!

  • #4

    ariannaamaducci (venerdì, 21 dicembre 2012 01:53)

    grazie ale...

    sarebbe bello un film. decisamente.. la mai megalomania ne godrebbe troppo..meglio lasciar perdere...
    ma grazie.. felice che ti piaccia quello che ho scritto...
    un bacio..