UNA BAMBINA CHIAMATA ARI - QUINTA PARTE

UN BARBONE NERO  IN TOELETTATURA DA SHOW

 

QUINTA PARTE

 

ero tornata a vivere nella mia città natale.

Era cambiata ma era sempre la stessa, esattamente come io ero sempre la stessa ma ero cambiata.

Mi aggiravo per le strade ed i luoghi che mi avevano vista incontrastata padrona, sentendo un misto di malinconia e di estraneità.

Dov'erano le persone che io conoscevo? Quelle che riempivano allora i bar le strade, in gruppetti vocianti di cui tutti ci si conosceva? Avevo avuto moltissimi amici, in gioventù. Ma soprattutto ero conosciuta da tutti e quando passavo o mi recavo da qualche parte era sempre un coro di saluti e cenni che si incrociavano. Era una siepe di volti e storie note.

Io poi me ne ero andata ma gli altri?? tutti gli altri dov'erano? Sapevo che qualcuno aveva cambiato città, anzi, proprio i miei due amici più intimi, lo scrittore e la poetessa che si suicidò quando ero in attesa del mio maschio, erano emigrati in grandi città dove la cultura aveva poli importanti e si trovavano appigli e conoscenze per poter accedere alle riviste che successivamente avrebbero regalato loro la fama.

Lo scrittore tornò un paio di anni dopo a presentare una sua nuova opera. Ci incontrammo ma...il tempo di quei giorni era passato, ormai.

La poetessa, la mia dolce amica sorella delle medie e del liceo, con la quale avevo trascorso innumerevoli pomeriggi a cantare e suonare la chitarra, a discorrere fitto fitto di tutto, lei, aveva scelto di volare giù da un cavalcavia.

Fu terribile quando mio fratello mi telefonò per dirmelo. Ero in attesa del bimbo e a pranzo dagli suoceri con tutto il clan riunito. Io quasi svenni dal dolore. Mi chiesero cosa fosse successo. Raccontai. Lo suocero mi redarguì aspramente che non era una cosa poi così grave. Era solo un'amica. Di certo lui non aveva mai avuto un amico vero, altrimenti non si sarebbe espresso così.

Mi sentii in colpa nei confronti di quella meravigliosa anima che aveva sofferto così a lungo in silenzio. Rilessi tutte le sue lettere, lunghe missive scritte a matita con una calligrafia fine ed elegante ma un po' contorta, che ci eravamo scambiate negli anni. C'eravamo anche riviste, qualche anno prima: io mi ero recata nella sua città per stare un po' con lei, a casa sua. Parlammo tanto, di tutto ma evidentemente non mi disse le cose giuste. Oppure io non fui attenta. Mi stavo separando dal mio primo marito, allora, ero molto presa dall'amore per la mia socia. Lei aveva situazioni molto complesse. Eravamo di certo troppo dentro ai nostri problemi: l'ascolto dell'adolescenza non c'era più.

Mi sentii in colpa nei suoi confronti e piansi per lei. Tante tante volte negli anni a venire. Se il bimbo che stavo attendendo allora fosse stato un femmina, le avrei imposto il suo nome. Ma era un maschio e quel nome che mi era così caro non aveva un corrispettivo maschile. E non mi restò che tenerla nel cuore. Con il rimpianto di ciò che non era stato.

Ma tutti gli altri? Spariti. Ne incontrai qualcuno ma non vi era più nulla.

Non vi era più nulla dentro di me. Un deserto salato mi aveva asciugato gli occhi.

 

Lavorai.

 

Lavorai ed incrementati tutto. Nel pomeriggio di chiusura mi recavo in un allevamento a preparare i cani per il futuro show in programma. Il sabato e la domenica in gara oppure in assemblea con l'associazione. Seguirono vittorie, sconfitte, premi, conferme smentite.

Ma ero sempre più conosciuta ed apprezzata. Acquistai un altro cane, il famoso barbone gigante di cui ho narrato nel mio primo libro. Poi me ne venne donato un altra. Due cani che mi diedero notevolissime soddisfazioni. Strinsi rapporti con altri allevatori, allargai il numero delle razze che ero in grado di preparare. A quei tempi fui l'unica in grado di preparare per le esposizioni a livello vincente un numero di razze così grande. I soggetti da me curati spopolavano.

 

Nel resto del tempo mi dedicavo alla casa e ai figli.

A settembre, quando accompagnai il più piccolo nella nuova classe, lui si mise a piangere disperatamente, dicendomi che voleva i suoi amici, le sue maestre.

Io mi sentii morire. Lo abbracciai e rimanemmo a lungo a piangere insieme, in un angolo del corridoio, mentre la nuova maestra ci guardava con pena.

Ma i bimbi sono forti. La vita urge loro dentro e riescono ad uscire dai blocchi di dolore.

Dopo pochissimo nuovi amici, nuove attività sommersero lui e la mia casa con lui. Io lo assecondai in tutto, desiderosa solo che ritrovasse la sua strada.

La femmina frequentava la prima media. Era brava ma non le piaceva. Non si trovò mai molto bene ma anche per lei si aprirono nuove amicizie. Lei, però, era molto più introversa del fratello.

Io strinsi conoscenza con qualche mamma. Uscii qualche volta con loro, andammo persino a ballare. Furono rapporti che durarono qualche anno, cordiali ed affettuosi, ma c'era in me un distacco forte: non riuscivo più a coinvolgermi fino in fondo

Incontrai di nuovo il mio ex amante e riallacciammo i rapporti. Uscii qualche volta con lui e lui mi propose per la prima volta di andare insieme in qualche privee. Acconsentii ma furono incontri distanziati l'uno dall'altro. E nel mezzo vi fu il vuoto più totale. Quelle esperienze erano forti e coinvolgenti, mentre le vivevo ma mi lasciavano in bocca un amaro tale, il giorno dopo, che mi necessitava tempo per metabolizzarle.

I problemi economici non avevano mollato la presa.

Il denaro ricavato con vendita della casa non era stato sufficiente. Saltarono fuori debiti che non sapevo di avere, con lo stato. Rate di IVA che credevo di avere pagato e che invece non risultavano saldate. L'INPS reclamò il suo avere.

Gli interessi di mora di questi esosissimi enti erano assurdi. Le cifre di debito venivano raddoppiate. Dovetti chiedere nuovi prestiti alle banche.

Poi, il denaro stava perdendo velocemente potere d'acquisto. Tutto aumentava mentre noi, che non eravamo un genere di prima necessità, non potemmo alzare i prezzi adeguatamente.

Lavoravo tantissimo ma non guadagnavo abbastanza.

E poi... e poi la solita cosa: le spese di casa erano ingenti. I ragazzi costavano cari ma cari ed io non sapevo dire loro di no alle loro richieste.

Con la grande furono sempre contrasti e durezze.

Non fui regolare con il pagare l'affitto e l'ente che reggeva il caseggiato mi 'consigliò' caldamente di cercare un'altra sistemazione. Inoltre mia madre era di nuovo peggiorata ed aveva bisogno di maggiore assistenza e lì non avevo come ospitarla. Io stessa dormivo sul divano.

Quando mio fratello ebbe bisogno di un ' rifugio ' per qualche tempo, per sue vicissitudini personali, dovetti chiedere ai due piccoli di tornare a dormire di nuovo insieme. Ma il problema di mio fratello durò solo pochi giorni e poi se ne tornò in seno alla sua famiglia.

Così cercai una casa più grande e trovai una villetta a schiera, un po' in periferia a tre-quattro chilometri dal negozio, che aveva anche due micro giardinetti, uno davanti ed uno dietro.

Lì vi erano le camere per tutti, anche se per il maschietto era una mansardina nel sottotetto e per me quella che era nata come garage e poi era stata trasformata in lavanderia. Ma andava benissimo.

Mia madre aveva un'ampia stanza luminosa con il balcone, cosa importante per lei che non usciva quasi più, mentre le due femmine presero possesso delle due stanze al terzo piano. Era infatti una casa a tre livelli, di cui il primo, dove dormivo io, di altezza più bassa. Ma di fronte vi era un giardinetto pubblico con campo da calcio annesso e io la sera o la notte prendevo i miei cani e, nella solitudine e nel silenzio più totale, mi immergevo ancora nel verde degli alberi e tra le braccia del cielo.

Il trasloco fu un altro micidiale affare. Ma alla fine trovammo le nostre sistemazioni.

La secondogenita, ancora quando abitavamo nell'appartamento vicino al negozio, ebbe crisi di si sonnambulismo. Una note mi svegliò battendo da fuori sul balcone alla finestra della cucina, gridando di farla entrare. Inveendo contro di me perché non la volevo far entrare.

Quel balcone correva lungo le camere e la cucina e tutte vi si affacciavano.

Ci spaventammo a morte. Pensai che rischio aveva corso: se si fosse gettata di sotto sarebbe certamente morta: eravamo al terzo piano.

Le feci fare visite, indagini. Risultò tutto normale. Le proposi un aiuto psicologico ma lo rifiutò. Accettò un po' di valeriana e cercammo di starle tutti vicino.

Lei cambiò radicalmente atteggiamento nei miei confronti.

All'improvviso, da affettuosa in un modo quasi inverosimile, dall'essere la mia ombra, dal volere sempre stare con me, abbracciata a me, mi allontano drasticamente.

Si fece un ragazzo, il suo primo.

Anche quello, come fu per la più grande, era un essere amorfo ed infinitamente problematico ma lei mi disse che l'amore che aveva dato a me ora era per lui.

E non accettò più un abbraccio, un bacio, un contatto fisico con me.

Se mi avvicinavo a lei, seduta sul divano, per guardare la tv insieme e la sfioravo, mi comandava di scostarmi. I suoi occhi e la sua voce erano duri e di ghiaccio

I ne venni sconvolta.

Lei era la mia bimba, la mia dolcissima bambola, la mia consolatrice con i suoi abbracci amabili, i bacetti, il richiedermi sempre accanto.

Per lei io ero sempre stata il suo sole.

Mi diceva che ero così grassa perché avevo un cuore troppo grande per essere contenuto in un corpo di dimensioni normali.

Per me lei era la fonte principale d'amore, era il sapere che finalmente qualcuno che io amavo mi ricambiava.

Non che il maschio non fosse affettuoso ma era diverso. Era più pieno delle sue cose, amici sport e vivacità. La mia bambina era come vivesse solo riflessa della mia luce.

Fu terribile.

Le chiesi più volte di spiegarmi i suoi sentimenti, cose le stesse accadendo, cosa avesse vissuto per arrivare a ciò. Cercai di capire, vagliai ogni possibilità, le proposi di nuovo un aiuto psicologico. Nulla. Non ne venni a capo. Le cose restarono così.

Io stavo malissimo.

Ogni giorno erano salti mortali con le banche le bollette le scadenze le fatture da pagare.

Ogni giorno erano problemi di vario genere da affrontare.

La mia vita è sempre stata costellata da miriadi di difficoltà pratiche giornaliere.

Faccio qualche esempio.

La fuga del pappagallo che durò tre giorni e che io riacciuffai salendo su di un pesco.

Un incendio, più che altro di fumo, nella mia camera—lavanderia, partito da un corto della lavatrice, che affumicò tutto e rovinò mezzo mondo. Lo spense con un atto eroico mia figlia maggiore, prima che arrivassero i pompieri.

Fu uno spavento ed un problema notevole.

C'era sempre qualcosa che si rompeva, una bici che veniva rubata, una lite tra compagni di scuola.

Un veterinario ci creò problemi con un talloncino di una vaccinazione di un cuccioletto che avevamo venduto. L'aveva apposto l'allevatore ma mia figlia mise, sotto, il timbro del nostro negozio. Vennero i carabinieri, mi fecero chiudere tre giorni e mi accusarono di abuso della attività di veterinario. Andai in causa penale e fui condannata ad una multa di cinquecentomila lire con diffida.

Ci fu qualche incidente con qualche cliente, una ferita inferta ad un gatto, - tosandolo, la pelle si squarciò, - un cane che morì d'infarto, un terzo di anemia per zecche. Ce lo avevano portato ormai in fin di vita e morì mentre tentavamo di liberarlo da migliaia di parassiti.

Un cane morse mia figlia. Un gatto mi perforò una mano. Un altro cadde dal tavolo e si lussò una spalla, un altro ancora si ferì alla coda.

La vendita dei prodotti ebbe un fermo improvviso e notevole: ad un tratto non si vendette quasi più nulla. Noi avevamo molta merce, il giro delle fatture era notevole e mi trovai ancora nei problemi più grandi.

Feci un ingente acquisto in prenotazione di collari antiparassitari. Mi venne proposto con un prezzo davvero notevolmente conveniente. Era il quantitativo che avevo venduto i due anni precedenti. Peccato che non sapevo – ma forse il grossista si – che le zecche e le pulci non sarebbero più morte, con quel prodotto che fino a quel momento era stato efficacissimo: proprio quell'anno venne l'avvento del più famoso spray insetticida di tutti i tempi e delle goccine sulle scapole. Così io mi trovai a dover acquistare i nuovi prodotti, se volevo liberare i miei clienti dai fastidiosi e pericolosi parassiti ,mentre dovetti comunque pagare quella montagna di collarini antiparassitari che rimasero anni ed anni a prendere la polvere nei loro scatoloni.

Si ruppe il furgone camperizzato e comprai un altro mezzo, una specie di jeep.

Mi chiamarono in questura dove mi dissero che avevano fermato i miei figli accusandoli di ave fumato spinelli in un parco.

Quello anche fu terribile.

Passai giorni in questura, a parlare con i miei ragazzi, che inventarono tutto un racconto strampalato a cui io credetti completamente, accecata dal mio amore per loro. Prendendomela a morte con i militari che avevano fatto quello. Credetti i miei figli vittime di accadimenti fortuiti e mi infuriai notevolmente. Lo shock fu grande.

Solo molto più tardi, ma molto più tardi, capii che quegli spinelli erano davvero loro, del loro gruppetto di amici.

Ma in quel momento mi sentii e sentii i miei figli vittime delle istituzioni.

 

Poi vennero la macchinetta per i denti per il maschio. Gli occhiali per la femmina....

e mia madre, in continuazione, come un disco rotto, che mi diceva: lavori troppo. Spendi troppo. Fai questo, non fare quello... mangi troppo.. sei troppo grassa...

la levriera di mia figlia si ammalò e mori improvvisamente.

La terrierina ebbe il suo secondo parto ma di quattro cuccioli ne sopravvisse uno solo esclusivamente perché la mia figlia più piccola lo allevò con una cura da madre.

 

Potrei continuare all'infinito a narrare tutta la serie di difficoltà ma mi fermo qui. Ho citato le più macroscopiche.

Tutto era sulle mie spalle.

Io dovevo correre, risolvere, fare da cuscinetto tra mia madre e i miei figli, che erano sempre in contrasto, tra i miei figli ed il padre, con altri contrasti.

Dovevo fare il giocoliere con i soldi: mettili lì, toglili di là. - avevo acceso tre conti e giostravo il contante giocando sulla valuta per pagare le varie scadenze.

Era un delirio.

La figlia maggiore sempre contro.

L'ex marito sempre in contrasto: ogni volta che dovevamo affrontare qualche problema o decisione per i ragazzi erano liti furiose.

Era un delirio.

La notte non dormivo. Da anni era così. Il ritmo del ristorante mi era rimasto nel sangue.

Non dormivo, facevo la contabilità. Scrivevo il mio diario, a volte, e mangiavo: smangiucchiavo le cose più insane ed assurde: dolce poi salato poi ancora dolce fino alla nausea. Fino a crollare quasi tramortita, lo stomaco gonfio e l'anima scoppiata.

I dolori alle ossa e ai muscoli erano sempre più forte. Una forte asma allergica mi rendeva la vita difficilissima. Non respiravo più. I prodotti cosmetici che usavamo per il lavaggio erano il più naturale possibile e della migliore qualità. Ma gli antiparassitari non scherzavano. Avevo la pelle delle mani che cadeva a pezzi, oltre ai polmoni. Avevo avuto diverse ricadute da bronchite asmatiforme e lo streptococco era ritornato più volte positivo nel tampone faringeo.. La testa piena di troppo, di tutto.

Non ce la facevo più.

 

Decisi allora di vendere la mia quota di negozio. Una cliente, diventata amica, era fortemente interessata alla cosa. Mia figlia fu d'accordo. D'altronde la mia presenza le impediva di crescere professionalmente. Ero io quella che faceva i tagli a forbice le toelettature da show. Lei lavava ed asciugava, tosava a macchina strippava ma si fermava lì.

non spiegherò qui la particolare tecnica. Chi fosse interessato cerchi sul web: ' stripping ' e legga –

Io ero stata proclamata campionessa italiana ed internazionale di toelettatura. Ero stata invitata al campionato europeo che vedeva venti concorrenti scelti da una apposita giuria. Era un onore notevole che mi venne fatto due anni di fila ma non potei mai parteciparvi

Il mio barbone gigante aveva vinto premi prestigiosi a livello europeo. Altri premi vennero con i cani dei clienti.

Gli allevatori che seguivo io vincevano alla grande.

Ma io non ce la facevo più.

 

alla fine del 1998, il 31 dicembre, passai le consegne del negozio.

Un mio cliente mi aveva proposto di andare sotto di lui a vendere polizze assicurative. Mi aveva offerto un fisso più incentivi e possibilità di carriera. Accettai.

E fu così che si chiuse un'altra era della mia vita.

Continuai a seguire i cani di un allevatore che mi era particolarmente caro, ma ritirai i miei soggetti dalle gare.

Tosai il mio barbone gigante: le mie figlie dissero che non gli avrebbero tenuto il pelo curato: aveva un pelo così lungo e folto che si impiegavano tre ore per lavarlo ed asciugarlo. In teoria era stato acquistato come cane da esposizione per la più piccola ma lui divenne mio sin dall'inizio. Lei aveva i suoi due terrierini e di lui non si prese mai cura. Non riuscii a lavarlo per un mese di fila perché stavo troppo male ed il mantello si era tutto raggrumato. Chi conosce la materia sa di cosa sto parlando.

Allora via, presi la macchinetta e recisi i lunghissimi boccoli che avevo curato per mesi e mesi con grande attenzione e dispendio di forze. Ho conservato a lungo la treccia che gli facevo con i peli della sommità del cranio, che erano i più lunghi.

Basta, via tutto, via tutto.

Fermate il mondo, voglio scendere.

 

 

 

 

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