UNA BAMBINA CHIAMATA ARI - QUARTA PARTE

MIO PADRE BAMBINO E SUA SORELLA

 

QUARTA PARTE

 

 

quando mi accorsi che le cose andavano male, per il ristorante, economicamente parlando, - perché la clientela era affezionata e sempre presente e si lavorava in modo costante e quindi il problema era proprio di costi e di ricavi e di dove venivano messi i soldi incassati, - io virai le mie scelte commerciali. Cercai di risolvere il problema.

Aprii a mezzogiorno con un menù fisso ad un costo davvero contenuto.

Ma poi si capì, mi venne detto che il locale aveva un look troppo elegante: spaventava quel tipo di acquirenti. Poi la sua posizione geografica era sì, al crocevia delle due strade principali del luogo, ma era un attimo nascosto, in una rientranza del caseggiato di cui era parte. Avevo messo insegne luminose, feci porre – pagando costi notevoli – cartelloni grandissimi ovunque, pubblicità su radio e giornalini locali, ma nulla. Gli avventori di quell'esperimento furono sempre pochissimi. Anzi, il risultato fu un aumento delle spese e della mia già infinita stanchezza e quindi lo sospesi.

Allora cercai di contenere i costi.

Feci smettere alla mia tata di fare la pasta in casa ed acquistai un prodotto surgelato.

Era un ottimo prodotto davvero. I clienti capirono. Notarono la differenza, per forza di cose ma non mi abbandonarono e si abituarono. La scelta era comunque più vasta ed alcune specialità davvero notevoli, come gli strozzapreti, che erano addirittura migliori di quelli confezionati da noi.

Certo costava molto ma molto meno.

Poi eliminai i fiori freschi, tolsi i grissini dai tavoli, che venivano consumati in grandissima quantità anche da chi si fermava solo per una birra. Li portavo solo a chi mangiava alla carta del ristorante.

Verso la fine della gestione, tolsi anche il tovagliato, lasciando i tavoli com'erano, con il loro piano di formica tipo granito, bordeaux e nero. Non erano poi così brutti.

Diminuii la scelta dei vini, tolsi alcune voci dal menù, che erano costose da tenere sempre disponibili. Cercai materie prime più a buon mercato, senza però eccedere nello scadere. In effetti il risultato finale della qualità dei cibi non variava di molto e solo qualche acquirente si accorse che so, del cambio del prosciutto crudo, quando passai da un prodotto nazionale molto costoso ad uno europeo decisamente più economico ma decisamente più salato.

 

Nel mio ristorante si mangiava benissimo: tutto veniva cotto espresso, tutto era fresco e scelto. Le porzioni abbondanti. Io cucinavo per loro come fossero la mia famiglia.

La pulizia era scrupolosa. Anzi, di più.

Quando entrai in quella cucina trovai una quantità di scarafaggi che non avrei mai immaginato. Vi combattei per mesi, prima di riuscire ad eliminarli definitivamente.

Sapevo che qualche piccolo inconveniente di quel genere, anche con topolini vari, è facile e comune che accada, ma così!!!!

io tenni costantemente apparecchietti ad ultrasuoni che allontanavano ogni cliente non gradito. E spruzzatori in angoli strategici, di quelli automatici, contro gli ospiti volanti.

La mia tata era talmente brava a pulire che ogni giorno riportava tutto ad un aspetto immacolato, anche le ditate unte sulle superfici d'acciaio dei miei aiutanti, mia figlia ed il cuochino latin - lover, che, presenti il sabato e la domenica sera, non avevano certo la mia accortezza nel non sporcare.

Che il locale fosse perfetto fu sottolineato due volte dalla venuta degli ufficiali sanitari, di certo inviati dalle mie carissime ex cuoche che imperversavano duecento metri lontane da me, nel loro bar, che andava alla grande.

Gli ufficiali vennero ogni volta all'improvviso, controllando tutto, anche l'interno dei cassetti frigorifero. Tutto ma tutto fu testato con tamponi appositi per controllare lo sviluppo di germi. Ma non vi fu nulla da fare, perché la cura che io mettevo in ogni cosa era totale.

 

Amavo quel posto.

 

Quando tutti se ne erano andati, a mattino ormai sopraggiunto, mentre la luce cominciava a filtrare piano dalle tende della vetrata che dava ad est, sedevo nel silenzio e mi guardavo intorno. Scrutavo in ogni particolare, abbracciavo ogni piccola cosa con l'amore di michelangelo che chiede al suo david: perché non parli??

così per me.

Perché non funzionava?

I clienti c'erano, ma avrebbero potuti essere tanti ma tanti di più.

Certo i paesini erano decentrati ma la gente, in quegli anni, amava spostarsi per andare a mangiare bene.

Una volta alla settimana facevo il piano bar. Trovai due ragazzi bravissimi, una coppia di giovani sposi, che poi anche facevano cantare i clienti con il karaoke.

Sedevo nel buio e nel silenzio e mi chiedevo: perché?

Certo il bar di fronte era gestito da gente del paese che aveva tante conoscenze. Certo, l'altra pizzeria nell'altro paesino aveva una gestione trentennale. Ma si mangiava decisamente peggio. Decisamente. Ed il locale era proprio squallido.

Ecco, io penso che, alla fine, il motivo per cui il mio non si riempì mai fu perché era troppo bello.

Era radical chic. Era originale. Era personale.

Mentre la massa vuole solo cose massificate.

 

Ed io stavo sempre peggio.

Dopo averle provate tutte ma tutte, dopo aver pianto tutte le mie lacrime, dopo aver fatto tutti i discorsi e le liti possibili con il mio compagno, nell'estate del terzo anno di gestione, crollai.

Era il 1992.

la malattia reumatica mi stremava, il ginocchio si fermò.

Fui ricoverata sia per una causa che per l'altra. Subii una operazione ai tendini del ginocchio e la riabilitazione fu molto lenta e dolorosa. Ma non camminavo più, la scelta fu giocoforza.

Dovetti chiudere. Nel frattempo avevo messo in vendita l'attività, facendomi anche fregare da un tizio che mi fece spendere cinquecentomila lire per aderire ad una specie di trappola pubblicitaria. Quando si è disperati si diventa bocconi fin troppo facili.

Ebbi anche una richiesta d'acquisto ma il denaro che mi fu offerto era troppo poco. Vendendo non avrei risolto nulla. Il debito si era allargato troppo. Avrei perso comunque la mia casa. E così non vendetti. Ancora avevo delle speranze.

Ma quell'estate crollai: la trascorsi praticamente in ospedale, tra una cosa e l'altra. Cambiando anche città, per capire cosa vi fosse nel mio sangue che non andava.

Furono fatte decine di ricerche: c'erano diversi parametri sballati ma non vi era un quadro deciso. Mancava sempre un franco per fare uno scudo, come si dice da noi.

Inoltre situazione con il mio compagno era giunta nel frattempo ad un bivio. Ad un certo punto lui mi accusò di non essermi mai voluta sposare, con lui, di non essermi mai impegnata fino in fondo.

Gli chiesi se lo sposarsi avrebbe cambiato qualcosa per lui. Non che me lo avesse mai chiesto, prima. Lui asserì di sì.

Gli risposi che mi sembrava una follia ma che se il problema era quello avrebbe dovuto dirmelo molto prima. E acconsentii al matrimonio. Anche ai nostri genitori fece piacere. Sia mia madre che i miei suoceri pensavano che i bambini erano come ' diversi ' dato che noi non eravamo regolarmente sposati. Io non la vedevo così, io pensavo che ormai la nostra unione era completamente ed irrimediabilmente compromessa ma non mi tirai indietro di fronte a quello che dentro di me sentivo inutile, quasi folle.

Così a luglio ci sposammo nella bellissima chiesa romanica del luogo. Una cerimonia per pochissimi intimi, come la relativa piccola festa: mia madre, mio fratello con la famiglia, gli suoceri, la sorella con il marito e la figlia - nel frattempo anche mia cognata si era sposata e le era nata una bambina – poi la mia amica ex socia con il suo amante, che furono i miei testimoni mentre lui scelse la sorella ed il cognato, come testimoni. E, naturalmente i miei figli.

Ci sposammo in chiesa perché il mio matrimonio precedente era stato solo civile e quindi potevo farlo. E volli chiamare dio a testimone del mio impegno totale con quell'uomo che ancora amavo con tutta me stessa.

Indossai una gonna grigio perla ed una camicetta a grandi fiori pastello, gialli e salmone chiaro. Semplice ma elegante. Superavo ormai i cento chili. La mia ciccia aveva vinto la sua battaglia.

i nostri bimbi erano fiori colorati su di un prato. La primogenita una signorina imponente ed algida, di una bellezza notevole. Lui si vestì di grigio. Era molto bello ed elegante. I capelli che si erano ornati di fili argentati.

Lo guardavo ed ancora dentro di me tremavo d'amore. Ma quanto era scontroso, antipatico freddo scostante..

quel giorno, dopo il matrimonio lui e mio fratello si ubriacarono di brutto.

Lui sembrava felice. Ci fu un riavvicinamento che durò un po' più del solito, qualche mese.

Ma di certo i pressanti problemi economici non ci aiutarono.

Io piangendo gli chiesi più volte di mantenere la promessa che mi aveva fatto prima della nascita di nostro figlio. Di andare a lavorare all'estero. Gli proposi persino di andare tutti quanti a vivere all'estero, dove si sarebbe potuto aprire per lui una realtà lavorativa diversa ed una vita diversa e migliore per tutti. Ma lui non fece mai quel passo.

Allora i passi li feci io.

 

Mi ritrovai tra le mani quei dieci milioni dell'ultima rata della vendita del bar.

Il buco scavato nelle mie finanze era così grande da essere una voragine: passava i duecentocinquanta milioni. Quei dieci milioni sarebbero stati risucchiati senza spostare assolutamente nulla. E poi, di cosa avremmo mangiato, quando avrei perduto tutto. Cosa avrei fatto io?

La mia ex socia mi disse che vi era una toelettatura in vendita nella mia città natale.

Andai a vederla. L'avevano aperte due ragazzine che decisamente non erano portate per quel lavoro tanto particolare. Ma il laboratorio era carino, la posizione discreta. E poi nella cittadinanza c'era una effettiva necessità di quel servizio, diventato ormai essenziale. Senza por tempo in mezzo l'acquistai.

Come sempre facevo scelte basilari decidendo in un attimo.

In una settimana era tutto fatto. Anche quella volta misi il mio compagno di fronte al fatto compiuto.

Si era dimostrato inetto, da quel punto di vista. Da quel momento in avanti avrei agito solo di testa mia.

Il due novembre aprii la nuova gestione della toelettatura. Nel frattempo, a settembre, avevo riaperto il ristorante. Mia figlia aveva terminato gli studi. La costrinsi a prendere il mio posto pomeridiano e a fare ciò che io avevo fatto fino ad allora. Ma la chiusura aveva decimato gli avventori,

il lavoro in toelettatura partì di slancio.

Io ero brava, gentile competente.

Certo, erano anni che mi ero allontanata dal mondo dei cani e delle esposizioni, ma quando si è imparato ad andare in bicicletta non lo si dimentica più.

Quindi i clienti fioccarono.

Respirai di nuovo.

Ma lavorare il giorno in toelettatura, da sola, per di più, cosa non facile per tutta una serie di motivi che non sto qui ad elencare e poi al ristorante la sera e la notte, era pesantissimo. Io non stavo neppur tanto bene. La stanchezza di quella malefica malattia reumatologica mi minava. La febbricola era una costante, soprattutto di sera. I dolori ossei e muscolari erano costanti essi pure e notevolmente fastidiosi.

In fretta si vide che così non avrei potuto reggere. Inoltre il ristorante era una continua perdita.

Così lo chiusi definitivamente. Vendetti la licenza per una ventina di milioni, tappando qualcuna delle falle più urgenti. Poi cedetti l'attrezzatura un po' di qua e un po' di là, tappando qualche altro buchetto con la manciata di milioni che ricavai.

Ad ogni pezzo che se ne andava, era come mi strappassi un mio organo interno. Quando tirai giù le tende, le mie bellissime tende e cancellai la donna bionda dalla vetrata, fu come sciogliessi nell'acido muriatico la mia stessa carne.

But the show must go on..

e io ero proiettata di nuovo verso una nuova realtà.

Tenni per me le mie lacrime, le mie angosce. Nascosi la mia profonda delusione. C'era la nuova attività.

Un capitolo era chiuso, se ne apriva va un altro.

In primavere il ristorante non esisteva più. Le chiavi del locale vennero rese al proprietario.

Ma il buco economico era ingente.

Mi recai allora dal commercialista di mio fratello con lui e mio marito.

Gli portai tutte le carte. Lui fu categorico e disse: non ce la può fare, signora. Deve dichiarare fallimento, chiedere un concordato con le banche, prendere tempo, intestare la nuova attività a sua figlia maggiore – che nel frattempo aveva espresso la volontà di lavorare con me, lasciando perdere il mestiere di cuoco, dato che gli orari erano assai sballati e chi esercitava quella professione aveva una effettiva difficoltà ad instaurare rapporti personali con le altre persone ' normali ' che vivevano con gli orari 'normali ' - prendere tempo e con il nuovo lavoro cercare di salvare il salvabile. Ma il fallimento porterà ad una notevole riduzione del debito. È assolutamente necessario.

 

DICHIARARE FALLIMENTO!!!!!

 

accidenti che roba... e dopo aver lavorato così tanto dopo essermi impegnata così tanto. Uscii da quell'ufficio che ero demolita. Accanto a me, uno da una parte e uno dall'altra, i mie giudici e detrattori: mio fratello e mio marito. I loro sguardi dicevano: hai visto???????? hai visto cosa hai combinato tu, che tutto sbagli che nulla mai combini di buono??

per strada corsero parole gravi. Andammo da mia madre. ed il suo sguardo che dalla nascita si puntava su di me con tutta la riprovazione possibile ed immaginabile, fece il resto.

Ma il mo fallimento non era un fatto esclusivamente mio personale. Ricadeva su tutta la famiglia. Era come un marchio che avrei impresso a fuoco anche nelle loro carni. Mi dissero che il fallimento era l'ultima cosa. Che mi avrebbero prestato del denaro, mia madre e mio fratello, naturalmente. Mio marito avrebbe chiesto un prestito in ditta da rendersi un po' alla volta direttamente ritirato dallo stipendio. Questo per tappare i buchi più gravi. Io davvero ero annientata. Non avevo più nulla da dire, più una briciola di sicurezza in me. E li lasciai decidere ancora una volta della mia vita.

 

Nei mesi successivi girarono diversi soldi per le mie mani. Chiusi un buco qui, ne aprii un altro lì.

I particolari non li ricordo assolutamente ma so solo che fino al 2005 non ho fatto altro che accendere nuovi prestiti bancari e con quelli chiudere quelli inceppati o le moratorie di altre cose non pagate.

Quella decisione si rivelò sbagliatissima ma naturalmente mai nessuno lo ammise.

Parlandone successivamente la colpa era stata mia e solo mia. Anzi, avevo messo tutta la famiglia nei problemi, prosciugando i risparmi di tutti.

Denaro che avevo promesso di restituire ma che non fu mai restituito.

Ma come potevano pensare che lavando cani e con tutto quel po' po' di famiglia da mantenere, io avrei potuto tirare fuori tutte quelle decine di milioni?

Non so. Io di certo ero in un grave stato confusionale e depressivo ma direi che neppure loro avevano le idee chiare. Inoltre, perché andare da un commercialista e poi non seguire i suoi consigli?

Quella decisione ha segnato la mia vita da quel giorno fino alla mia morte ed oltre.

Fino che sono riuscita a continuare a lavorare, nel 2005, non ho fatto altro che pagare pagare pagare una montagna di interessi more multe eccetera. La casa fu perduta comunque e debiti ingenti sono rimasti.

Al giorno d'oggi non so l'INPS e l'erario dello stato quanto denaro debbano avere da me e non mi interessa, tanto non lo avranno mai, dato che non possiedo nulla ma nulla. Di certo si passa la cifra di centomila euro. E tutto questo è derivato da quella decisione. Che non ho preso io.

 

Comunque mi buttai nel lavoro con rinnovata forza, caparbietà e testardaggine.

I mesi passavano e la clientela aumentava. Chi veniva per la prima volta, ritornava e portava gli amici ed i conoscenti.

Mai quei cagnetti e cagnoni erano stati lavati e tosato o toelettati così bene, profumati curati con tanta cura ed amore.

A quel punto decisi che volevo ritornare sui ring delle esposizioni perché il giro dei clienti si allargasse ancor di più e divenisse di una qualità maggiore.

Sapevo che mio marito non era d'accordo. Ma lo feci lo stesso.

Negli anni successivi acquistai qualche cane di ottima genealogia e bellezza, qualcuno mi venne regalato da amici toelettatori.

Ripresi le gare di bellezza.

Entrai a far parte della associazione nazionale professionale ne divenni consigliere e poi, un anno dopo, ne fui eletta presidente.

Cominciai ad insegnare ad allievi di varie parti d'italia.

Quello era decisamente il mio mondo.

Premi piovvero da ogni parte con i cani ed anche direttamente a me, dato che partecipai a diversi contest e campionati di toelettatura in italia e in europa: gare nelle quali si andava con un cane lavato e pettinato ma non toelettato ed in tre ore di tempo si eseguivano le operazioni tramite le quali poi si sarebbe poi potuto esporre lo stessa cane in una gara di bellezza. Ma in quelle particolari competizioni veniva preso in considerazione anche tutta una serie di componenti sulla bravura e la tecnica della cosa, sulla capacità di gestire l'animale il lavoro in sè e sul feeling con l'intera situazione.

Vinsi diverse gare ma anche altrettante ne perdetti, arrivando seconda, cosa che mi faceva dannare più che arrivare ultima.

Vennero in negozio proprietari di cani che mi pagarono per presentare i loro beniamini al posto loro. Vennero allevatori che mi affidarono la gestione dei loro soggetti di punta.

Non metterò qui altri particolari. Sono fin troppo riconoscibile anche così.

Lo faccio sempre per proteggere la privacy delle persone di cui parlo che so sempre minata da queste mie esternazioni.

Ma furono anni molto pieni di lavoro e fecondi.

Purtroppo però c'era sempre la lotta all'ultimo centesimo, i debiti sovrastavano e schiacciavano ogni cosa.

Il mio negozio era a ventidue chilometri da casa ed i costi della benzina erano alti. Uscivo di casa la mattina alle sette e mezza e rientravo alla sera alle venti... ma anche alle ventuno e più tardi ancora, se il giorno dopo c'erano gare.

Il sabato notte si partiva per ogni parte d'italia. Mio fratello aveva un vecchio furgone camperizzato che lui non usava più. Me lo vendette per una cifra molto limitata, - che io però, alla fine, non gli pagai mai – e questo ci permise di affrontare i viaggi in un modo migliore.

Ma lui non voleva che i bambini mi seguissero in esposizione. Loro piangevano, protestavano, ma lui fu irremovibile: temeva incidenti ma anche, soprattutto, detestava quell'ambiente e chi lo frequentava.

Anche se ci dava da mangiare.

I nostri rapporti divennero sempre più tesi. Lui sempre più instabile e collerico freddo e lontano io sempre più insofferente.

Io lo vedevo dallo sguardo. Gli si accendeva qualcosa di amaro negli occhi e sapevo che da lì a pochissimo, qualcosa, qualsiasi cosa io avessi detto o fatto, lui sarebbe esploso oppure avrebbe trovato da ridire nel suo modo caustico che faceva più male di uno schiaffone. Si viveva nel terrore, tutti noi, io ed i miei figli, delle sue reazioni.

Non tutte le domeniche io andavo in esposizione, naturalmente, almeno all'inizio.

Così c'era il rito della gita da qualche parte con i bimbi. Far loro passare una bella giornata all'aperto o portarli a divertire in qualche modo.

Ma i suoi improvvisi malumori, i suoi sguardi torvi in tralice, le sue frasi amare rovinarono sempre tutto.

Mi chiedeva: dove vuoi andare, domani? Io gli proponevo due o tre possibilità ma lui ne sceglieva un'altra. Gli dissi tante volte che me lo chiedeva per essere sicuro di non farmi contenta, neppure per sbaglio.

I piccoli erano dolcissimi. Era così bello stare con loro nei prati, nei boschi, sui torrenti, nelle spiagge. Ma non vi era pace con lui.

Il fatto era che lui diceva che era mia la colpa, che ero fissata io, che lui era sempre il medesimo.

 

Furono anni difficilissimi. Eppure avevamo così tanto, almeno secondo il mio punto di vista. Una casa piena di bambini cani gatti, allegra, in campagna, alla fine il cibo non mancava, pur se era complicatissimo far quadrare il bilancio.

Certo se lui avesse rinunciato all'auto e fosse andato a lavorare in tram..

se fosse tornato a casa prima per poter tenere i bambini, invece di pagare la tata. Se avesse pulito, in casa, invece di sporcare e mettere in disordine. La tata era un costo notevole. Due macchine la benzina, i bimbi.. io non ero capace di negare tutto ai miei bambini. Io volevo che loro avessero balocchi libri, divertimenti. Già i loro coetanei avevano tanto di più e questo pesava da morire soprattutto al maschietto, che era sempre pieno di richieste e pretese.

Quindi, soprattutto quando tornavo da uno dei miei viaggi, portavo sempre loro un balocco. Qualcosa, anche piccola, per far loro vedere che li pensavo, che li amavo sopra tutto il resto. I costi dei viaggi per le gare erano sostenuti dai clienti e il giro stava continuando a crescere. Eravamo sempre più famose e ricercate, io e mia figlia, che mi coadiuvava e mi seguiva.

Lei, all'inizio, era stata molto molto lenta nel cominciare ad impegnarsi veramente. Quello non lo voleva fare, quell'altro nemmeno. Ci furono moltissime tensioni tra noi però pian piano divenne assai brava.

La mole maggiore dell'impegno era sulle mie spalle, di certo, ma cominciò ad appassionarsi a quel lavoro e ad uscire dal suo blocco di pigrizia ormai cronica che la portava a non volere mai fare nulla.

La sua camera da letto era un caos. E dire caos era un eufemismo. Per tutto il resto era assai difficile trattare con lei ma sul lavoro cominciò ad essere un aiuto e non un peso. E questo mi riempiva il cuore perché la vedevo finalmente rinascere dopo la terribile coltellata che le aveva inflitto il padre.

Di certo, tra noi, le ruggini erano antiche. Non voglio dire con questo che io con lei non ho sbagliato mai. Certo che io ho sbagliato, come tutti. Un fosso si fa sempre con due sponde. È evidente che io non ero la madre che lei desiderava.

Però io ce l'ho messa sempre tutta, tutta.

Ma in casa era un inferno, ormai. Le liti erano giornaliere. Io e mio marito ormai non eravamo più capaci di parlarci senza litigare.

E la notte ognuno si girava dalla sua parte. Io ero disperata.

Le provai tutte. Gli chiesi di nuovo di farsi aiutare, di dirmi cosa non andasse in me, cosa lo allontanava. Qualche problema di ordine meccanico nei nostri sempre più radi rapporti sessuali venne messo a nudo. Ma lui non fece nulla per indagare di più, per risolverli.

Più di una volta gli dissi piangendo di fare qualcosa di aiutarmi, di risolvere. Io gli chiedevo di amarmi, di trattarmi bene. Gli chiedevo baci abbracci carezze. Ascolto sostegno ma ricevevo solo silenzio freddezza oppure grida e gesti d'ira.

 

Successe un po' di tutto in quei quattro anni. Troppo per poterlo raccontare così. Cuccioli di cani nati, una gattina morta e mia figlia disperata come avesse perso un figlio, altri cani scappati e morti sulla strada, feste di compleanno in maschera e la casa piena di decine di ragazzini urlanti, tonsilliti, otiti, pasti silenziosi, canzoncine cantate a squarciagola in macchina da me e i due piccoli. Gite con il camper sempre con quel terrore addosso che scoppiasse la crisi.

Il lamentarsi dei bambini che non ero mai a casa. Marachelle del più piccolo che ne fece un po' di tutti i colori con susseguenti punizioni, mai corporali, però.

Tante tante tante lacrime mie, silenziose, nascoste ai bimbi.

I debiti aumentavano.

Quando squillava il telefono io sobbalzavo. Mi è durato per anni ancora. dopo la fine di quell'incubo, che a sentir squillare il telefono mi si raddrizzassero i capelli in testa: i bancari bussavano alla porta, sempre a chiedere denaro che io non avevo.

Io cercavo di rappezzare un po' qui ed un po' là ma l'incasso non era certo faraonico. Il giro di denaro era assi inferiore a quello del ristorante.

Chiesi di nuovo a mio marito di mantenere la sua promessa ma invano.

Allora provai ad incrementare il lavoro nel negozio. Dato che cani, più di tanti non se ne facevano, chiesi la licenza e misi su un piccolo negozietto, riducendo a metà la superficie della toelettatura. C'erano prodotti che nei negozi specializzati della città non si trovavano e i nostri clienti li avrebbero acquistati volentieri.

L'incasso aumentò, anzi, raddoppiò e più. Certo, la percentuale di guadagno sulla merce era inferiore rispetto a quello di una prestazione di toelettatura, ma il giro del denaro si fece più imponente e ciò mi aiutò a tenere duro.

Certo che anche il mio impegno raddoppiò. Ero io che mi prendevo cura del negozio, servivo i clienti, facevo gli acquisti, mettevo la merce sulle scaffalature, pulivo il tutto. Ma lavorare mi piaceva immensamente e non mi tiravo indietro, anzi, se avessi lavorato il doppio sarei stata il doppio felice.

Mia figlia lavorava duramente anche lei, era molto giovane e si stava impegnando. Certo io spesso mi lamentavo con lei che avrebbe potuto fare di più. La spronavo.

Lo sapevo che lei non percepiva stipendio. Né riuscii mai a metterla in regola. Ma viveva con me. Non le facevo mancare nulla, cibo sigarette dischi film libri – che erano i suoi hobbies -e cercai di accontentarla il più possibile. Le comprai uno dei grandi levrieri che avevamo quando era piccola ed anche un pappagallo, doni che desiderava molto. fu costoso ma lo feci volentieri perché credevo ne avesse diritto. Se le mie condizioni economiche fossero state migliori, lo stipendio glie lo avrei dato di certo. D'altronde ancora più volte le dissi, quando si lamentava della mancanza di denaro, che, se avesse voluto, avrebbe sempre potuto tornare a fare la cuoca, percependo uno stipendio assai alto. Ma lei mi rispondeva che stava bene lì. Non era una bambina, sapeva benissimo qual'era la situazione. Quella era una sua scelta. Ed io di più non potei mai fare.

Il negozio di vendita dei prodotti decollò subito e si vide che era stata una buona scelta.

Un giorno, palando con un mio giovane cugino, scoprimmo che lui stava cercando qualcosa in cui impegnarsi, lavorando in proprio.

Nacque così un progetto di spostarci con toelettatura e negozio in un locale più ampio e di iniziare la vendita di animaletti vari, pesci uccellini, roditori, qualche cucciolo di cane e gatto e pure rettili, anfibi ragni ed altri animali strani. I giornali del settore, che noi leggevamo sempre, indicavano quella come la scelta da fare, per incrementare il volume d'affari.

Lui sarebbe entrato come socio. La parti sarebbero state tre alla stessa percentuale. Ci avrebbe dato una cifra di circa cinquanta milioni che sarebbe stata la sua quota di acquisto. Con quella io avrei sostenuto le spese per lo spostamento del negozio e l'acquisto delle attrezzature necessarie. La merce destinata alla vendita invece sarebbe stata pagata a sessanta - novanta giorni dalla nuova ditta, a rotazione di acquisto.

Trovammo subito un bel negozio grandissimo ad un prezzo accettabile, un milione al mese, contro le cinquecento che pagavamo ora.

Era in centro storico ma in una stretta via laterale. Un negozio in una via di passaggio aveva costi che non erano affrontabili, per noi.

I lavori per la piastrellatura, l'installazione della vasca, la tinteggiatura e altro li eseguimmo io ed il padre del ragazzo, con un suo amico. Sempre, quando c'erano pennelli da usare, io ero chiamata in causa.

Avevo cominciato a quattordici anni, aiutando un amico del mio allora ragazzo ad imbiancare la casa dei nonni. Lui ci chiese di aiutarlo in cambio di notevoli merende a base di piadine vino salumi e frittate con la cipolla. Così mi insegnarono e da allora decine di volte ho esercitato la nobile arte dell'imbianchino, con una grandissima soddisfazione personale e stipendi molto meno elevati di quello che ricevetti quella prima volta....

il risultato fu buono, ne fui soddisfatta. Ma bellissima venne la parte destinata alla vendita. Acquistai scaffalature e teche riscaldate per i rettili, acquari, voliere e di tutto per i nostri ospiti.

Andammo a bologna in una grande negozio all'ingrosso e portammo con noi tutta una serie di meravigliose creature: serpenti rane tartarughe pesci esotici d'acqua dolce e salata. Da allevatori seri prendemmo cinque cuccioli di cane e due gattini. Da altri allevatoti della zona acquistammo uccellini e roditori.

Mettemmo riscaldatori, luci apposite, case apposite per tutti. Bellissime ambientazioni naturali nelle teche e negli acquari. I cuccioli vennero accolti in un box ampio e adatto, come quelli per i bambini, tanto per intenderci.

Riempimmo le scaffalature di ogni genere di beni adatti alla cura ed alla gioia degli animaletti da compagnia.

Lavorammo come pazzi. Ma il risultato del negozio fu veramente spettacolare: entrando si sentivano canti e richiami, lo scorrere dell'acqua delle pompe degli acquari, come si accedesse ad una foresta.

Erano i primi di dicembre 1995 ed io ero certa che avrei avuto moltissime soddisfazioni da tutto quel lavoro.

Inoltre la presenza del baldo giovane, accanto a noi ci avrebbe sostenute. Io cominciavo a sentire fisicamente il peso di tanto lavoro. Il ginocchio mi faceva spesso male, il dolore alle ossa ed ai muscoli non era più passato.

Ma anche quella volta presi un grande abbaglio.

Ci eravamo divisi i compiti: mia figlia e mio cugino avrebbero lavato ed asciugato le bestiole. Io le avrei toelettate. Lui si sarebbe occupato della pulizia delle abitazioni dei nostri ospiti e io e mia figlia della merce, - acquisto e vendita -.

gli acquari sarebbero stati di mia esclusiva cura, come la contabilità.

Mio cugino venne la prima mattina, accompagnato dalla madre, poi non si fece più vedere.

Disse che era ammalato poi sparì. Io di certo non lo cercai. Avevo capito già, da come si era comportato durante i lavori di allestimento, che la fatica e l'abnegazione non erano sue amiche.

Ci trovammo così di nuovo sole, io e mia figlia. Per fortuna la società non si era ancora formata, dovendo essa partire dai primi dell'anno.

Il negozio ora costava il doppio d'affitto e di tutte le altre spese. E di certo noi non avremmo avuto la forza di occuparci di tutto. Questo si vide da subito. Il lavoro era già troppo dove eravamo state fino ad allora. Se si stava in negozio a vendere non si stava in laboratorio a lavare e toelettare. E, dato che la richiesta maggiore era quella e quella la nostra passione, vendemmo un po' alla volta le nostre bestioline, smettendo anche le teche, ma ci volle parecchio, più di un anno, mantenendo i pesci di acqua dolce e qualche criceto o topolino e riprendemmo a fare il nostro lavoro. All'inizio la vendita della merce aumentò notevolmente, poi, con l'apertura dei grandi centri commerciali calò drasticamente in pochissimo tempo.

I giornali specializzati avevano detto tutta una serie di sonore stupidaggini ed io ero stata la solita ottimista del cavolo che si era fidata di qualcuno.

Il bello fu che mia zia ebbe anche il coraggio di arrabbiarsi in modo furibondo con me, tacciandomi di disonestà e voleva i suoi soldi indietro, che erano i suoi risparmi. Io volevo bene a quella donna e mi spiacque infinitamente la sua reazione. Le dissi che suo figlio aveva fatto un investimento ed acquistato il diritto di lavorare con noi. Che il guadagno se lo sarebbe dovuto fare con la fatica delle sue mani.

Impietosita dei suoi pianti le resi una manciata di milioni e cercai poi di rendergliene altri ma proprio non ce la feci. Mio zio non venne mai però neppure a parlare con me. Non chiese ma neppure capì. E, ancora una volta, passai per cattiva.

 

Ma, accidenti a me, mi fossi legata le mani e le idee, una volta per tutte!!!!

 

però il mio dolore maggiore era la crisi con mio marito che solo andava peggiorando.

Venne il mio compleanno del 1996. lui mi regalò uno scadenzario dove archiviare le cose da pagare.

Io credo che questo esprima benissimo ciò che lui pensava di me e cioè che non facevo nulla a modo e che ero la causa di tutti i problemi.

Che io non fumassi non bevessi non spendessi nulla per me, tanto che mi ero ridotta a non avere ormai neppure la biancheria intima, che io lavorassi anche la domenica, portando avanti tre attività – il negozio, la toelettatura e le esposizioni, oltre all'associazione, che comunque portava allievi, quindi le attività erano quattro, evidentemente a lui non sembrava abbastanza.

Avevo persino da poco imbiancato, cioè azzurrato, il piano terra dalla nostra casa che aveva i muri tutti sporchi dalle ditate e pedate di cani e bambini ed aveva le persiane esterne che perdevano i pezzi. Certo, a lui il colore non piacque, forse non era bello davvero, era troppo intenso. Sarcastico lui la chiamava la casa dei puffi. Però io avevo fatto una fatica notevole. Caddi persino dalla scala. Il cavalletto che lui aveva costruito per me – e che doveva essere robustissimo, - cedette, ed io volai con la scala ed il secchio della vernice. Non so come feci a non restarne ferita se non uccisa. Ma fu solo un grande spavento ed uno sporco micidiale.

Ma tutto quello che facevo io era sbagliato.

 

Quel suo gesto, quel regalo cosi pieno di disprezzo e cinismo, mi fece arrabbiare da morire. Mi sentii offesa umiliata calpestata e qualcosa mi si ruppe dentro. Alle mie rimostranze lui si arrabbiò e litigammo furiosamente. Gettò terra un bel vaso a cui tenevo tanto. Io scappai piangendo.

I bambini assistevano immoti ed attoniti a quelle liti.

 

Lui stette male. Non ricordo di preciso il mese. È tutto un po' confuso. Ebbe un aneurisma che gli si fermò nel nervo ottico e perse la vista ad un occhio.

Fu ricoverato in ospedale. Le sue condizioni erano pericolose. Il sangue troppo denso, problemi di colesterolo ed altro. Ci spaventammo molto.

Ma proprio in quei giorni io mi recai a parlare con le maestre dei due piccoli che mi chiesero, tutte e quattro, cosa fosse successo ai miei bambini.

Erano cambiati, non erano più gli stessi,. Erano sempre tristi scontrosi privi di entusiasmo, privi di capacità di concentrarsi, di partecipare.

La femmina era sempre silenziosa triste ed isolata, lei che era stato un uccellino dolce e cinguettante.

Il maschio sempre più attaccabrighe, più irrefrenabile, sempre più suscettibile. Il rendimento scolastico era sceso molto per entrambi, la piccola aveva smesso di disegnare. Il maschio piangeva troppo spesso.

I disegni della mia bimba erano stati qualcosa di delizioso. Nel suo stile preciso ed ordinato, come lei era, dipingeva scenette domestiche con tutti i particolari: cani gatti il nostro viottolino, dove continuavamo ad andare appena ci era possibile, uccellini farfalle alberi fiori il sole le nubi la nostra casa. Poi io il fratello la sorella ed il padre. La chiamava: la famiglia cuore. Erano disegni così pieni di vita che mi incantavo a guardarli. Le dicevo che da grande avrebbe fatto la pittrice. Ad un certo punto non volle più disegnare. Neppure per gioco.

Alle parole delle maestre rimasi sconvolta. Era evidente che, tutta presa dai miei immensi problemi non mi ero accorta di quanto i miei bimbi stessero soffrendo.

Più volte avevo pensato di chiedere la separazione da mio marito però i fermavo: mi ero fatta una promessa, di sopportare tutto pur di non far soffrire i miei bambini più piccoli come avevo fatto soffrire la più grande.

Ma ora le cose erano assai diverse.

Tornai a casa, quel giorno il negozio era chiuso per turno e, senza farmi vedere da mia figlia maggiore, perché volevo che quel discorso avvenisse solo tra me e i miei piccoli, li feci salire in macchina, li portai a prendere un gelato e mi fermai in un posto tranquillo. Era sera.

Molto semplicemente dissi loro quello che mi avevano detto le maestre. Chiesi loro scusa di non essermene accorta da sola. Spiegai che a volte capitava che i genitori non riuscissero ad andare più d'accordo per problemi che i figli non potevano capire ma che erano troppo pesanti e difficili da risolvere. La femmina era in quinta elementare ma essendo di inizio anno aveva già compiuto gli undici anni. Il maschio ne aveva appena compiuti dieci ed era in quarta, per lo stesso motivo. Erano piccoli ma poi, non così tanto. Io, a undici anni, ero già una donna.

Dissi loro che avevo tentato di tutto per recuperare il rapporto con il padre. E che non sapevo più cosa avrei potuto tentare. Che l'unica soluzione che potevo proporre era la separazione. Avrei venduto la casa, dato che eravamo oberati di debiti, ne avrei cercato una in affitto vicino alla nostra toelettatura, così che lo stare insieme non sarebbe più stato così difficile, e avremmo così recuperato la nostra serenità. Mi dicessero loro se erano d'accordo. Se volevano questo. Oppure mi dicessero cosa avrebbero preferito che io facessi, per poterli aiutare a stare meglio.

La femmina fu categorica. Disse che non sopportava più il padre, infatti da tempo i loro rapporti si erano incrinati profondamente, affermò che non ce la faceva più e che era felicissima di questa idea.

Il maschio si mise a piangere, dicendomi che anche lui stava male così ma che gli sarebbe dispiaciuto molto lasciare i suoi compagni di scuola e di gioco ai quali era molto legato. Parlammo a lungo esaminando vari problemi. Erano altre le cose che sarebbero cambiate. In quel momento avevamo sei cani e cinque gatti e di certo non avremmo potuto portarli tutti con noi. Ci saremmo distaccati dalla loro amata tata che era come una seconda madre, per loro. Avrebbero cambiato tante abitudini andando a vivere in una cittadina piuttosto grande rispetto al microscopico paesino di campagna nel quale erano nati. L'idea della città li allettava assai di più di quanto non facesse a me. Gli altri erano tutti distacchi dolorosi. Anche la casa.. la nostra bella grande confortevole amata casa. L'avremmo perduta per sempre. E quello di certo faceva più male a me che a loro.

Parlammo di tutto, di ogni particolare ma, alla fine, la decisione fu presa: andare avanti così non sarebbe stato più possibile.

Tornammo a casa. Comunicai la decisione alla figlia maggiore, che sapevo sarebbe stata solo felicissima perché più e più volte aveva espresso quel desiderio.

Cosa che puntualmente accadde.

L'unico dolore sarebbe stato perdere la casa e doversi separare da qualcuno dei nostri animali.

Quando furono tranquilli, uscii di casa di nuovo e mi recai in ospedale, dove era ricoverato mio marito. Che stava meglio.

Gli comunicai la nostra decisione.

Così a brutto muso.

Lo stavo odiando per quello. Per tutto ciò che mi aveva fatto soffrire e per aver fatto soffrire così i suoi figli. Che erano stati sempre e solo i miei figli.

Non gli permisi di replicare, gli voltai le spalle e me ne andai. Non avrei neppure preso in considerazione nessun'altra soluzione.

 

 

Il 22 giugno di quel 1996 dormimmo per la prima volta nella nuova casa.

Si dice che quando si è pronti le cose si compiono. Ed è verissimo. Io ho potuto constatarlo più volte.

È come si apra una porta e tutto entri.

Trovai immediatamente una acquirente per la casa che fu venduta a centoottanta milioni in contanti. Non bastavano ad estinguere i miei debiti ma di certo, tolte tutte le spese di compra -vendita, di trasloco, del nuovo contratto d'affitto eccetera, ci avrebbero permesso di respirare un attimo.

Trovai un appartamento con tre camere da letto, una vasta sala cucina, bagno e terrazzo proprio di fianco alla toelettatura, dieci metri neppure. L'affitto era alto, cinquecento sessanta mila lire al mese ma solo di benzina avremmo risparmiato cifre immense. E comunque, per meno non si trovava nulla.

Il trasloco fu una cosa straziante.

Avevamo una casa di trecentocinquanta metri quadri ed andavamo in un appartamento di cento.

Nella grande mansarda grezza c'era conservato di tutto: giocattoli, vestitini, quaderni....

quante cose buttai via, quante... troppe. Ad ogni tonfo del cassonetto il cuore mi si spaccava. Cedetti a persone adatte i tre cani terrier più grandi. Regalai a mio marito, che stava per diventare il mio secondo ex marito, la terrier media e portammo con noi la grande levriera a pelo ruvido di mia figlia e la piccolissima terrier dell'altra figlia. E tre dei quattro gatti. Il grosso maschio bianco venne lasciato alla nuova proprietaria della nostra casa, perché lui era molto più selvatico e cacciatore e sapevamo già che non si sarebbe abituato. Era un maschio intero, mentre le altre erano femmine sterilizzate. Lo lasciammo a vivere dove era nato. Tutti vennero sistemati alla perfezione ma quanti pianti.

Qualche giorno prima del trasloco mio marito prese le sue cose e tornò a vivere con i genitori.

In quei mesi appena trascorsi aveva cercato di farmi cambiare idea, dicendomi che mi amava e voleva stare con me.

Ma accadde un'altra cosa che mi consolidò nella decisione.

Si sentì di nuovo male e fu di nuovo ricoverato.

Mi telefonò per dirmelo.

Mi allarmai: pur se furiosamente arrabbiata con lui, lo amavo ancora. Anzi, forse ero così arrabbiata perché lo amavo ancora così tanto.

Corsi di volata all'ospedale. Non ero al lavoro, quel giorno, era il pomeriggio di riposo. In un quarto d'ora ero di fronte alla porta della camera che mi indicò una infermiera.

Bussai ed entrai, trafelata.

Rimasi gelata sulla soglia.

Seduta su di una sedia accanto a lui una donna gli stava parlando, tenendogli la mano.

Lui, imbarazzato me la presentò come una sua amica.

Io salutai, direi abbastanza cortesemente: le strinsi la mano. Direi che feci tanto, data la situazione. Mi sincerai delle sue condizioni di salute, che non erano gravi, salutai e me ne andai.

Seduta in macchina nel parcheggio dell'ospedale mi misi a piangere a dirotto, sconvolta dalla gelosia.

Ero arrivata pochissimi minuti dopo la sua telefonata, era evidente che aveva chiamato prima lei, se non addirittura, l'avesse accompagnato direttamente lei, lì.

Gli avevo chiesto non so quante volte se avesse una amante. Quel giorno ne ebbi la certezza.

Il loro modo di fare non era quello di due amici.

Certo, anche io lo avevo tradito ma.....

e ricordai i silenzi, i baci e gli abbracci negati, i ritardi costanti nel rientrare a casa. La freddezza. E tutto il resto.

Ora tutto quadrava.

 

Salutammo la tata, i luoghi le abitudini. Gli amici, gli ex clienti del ristorante.

Il giorno del trasloco, caricato il superstite, demmo le chiavi della casa ai nuovi proprietari e seguimmo il grosso camion nel suo viaggio verso la nuova sistemazione.

Ci volle tutto il giorno per rimontare tutto, a sera gli operai se ne andarono lasciandoci con tutta la nostra roba da mettere a posto, cosa che avremmo fatto i giorni seguenti.

Mangiammo una pizza, quella sera, seduti nella nuova cucina. Spaesati tristi ma cercando di non darlo a vedere. Misi a letto i bambini e cominciai a mettere a posto le nostre cose. Lavorai tutta la notte. Era quasi mattino quando mi fermai pure io. Ero sfinita. Un paio d'ore di riposo e poi sarei scesa in negozio.

Mi stesi sul divano al buio. Io non avevo voluto una camera da letto per me, ne avevo data una a ciascuno dei figli. Io avrei dormito su divano. I miei abiti stavano in poco spazio in qualche cassetto.

 

Io non esistevo più, non avevo neppure più lacrime ma solo una fredda pietra tombale posata sul cuore.

 

 

 

 

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Commenti: 2
  • #1

    Marsha Maffei (martedì, 07 febbraio 2017 20:14)


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