UNA BAMBINA CHIAMATA ARI - TERZA PARTE

IO A DUE ANNI E MEZZO

 

 

TERZA PARTE

 

 

fu una serata che segnò la mia vita ma non nella direzione che mi ero attesa.

Lei non mi piacque e questo allontanò ancor di più il mio desiderio di avere una storia con una donna.

Invece stefano assunse un ruolo, quello di amante, che mantenne a lungo.

Io avevo un assoluto bisogno di essere amata.

Lo aveva il mio corpo, la mia mente. Lo aveva quella parte di me che ancora si sente morire, se non ama ed è riamata.

Amavo il mio compagno, lo amavo molto. Ma lui non mi voleva più.

E questo per me era un buttarmi deliberatamente nelle braccia di un altro.

Impossibile che lui non si rendesse conto. Che non si chiedesse, che non capisse.

Mi dissi che se lui si fosse comportato da buon marito io non lo avrei tradito mai.

E sono ancora perfettamente convinta di questo.

Il mio primo marito non lo avevo tradito mai, mai. Nonostante io non lo desiderassi più ma lui c'era. Lui era fedele alla sua promessa di amarmi e rispettarmi come donna. Invece il mio attuale compagno quella promessa, che per me era valida anche se non l'avevamo sancita di fronte a nessuno, se la metteva sotto i piedi e la calpestava.

 

Lui aveva conosciuto la mia natura passionale. Ci eravamo frequentati a lungo prima di decidere di formare una famiglia. Non eravamo più due ragazzetti alle prime esperienze. Lui aveva avuto altre relazioni importanti, prima di me. Era un uomo navigato. Come poteva pensare che io sarei stata una vita intera ad aspettare che lui si decidesse di tornare un compagno affettuoso e presente?

Se aveva dei problemi ne parlasse con me. Se aveva delle richieste da farmi le portasse avanti. Se non mi amava più, me lo dicesse. Invece per lui era tutto normale.

Io gli facevo notare i suoi repentini cambiamenti d'umore, i suoi assurdi sbalzi. Lui mi rispondeva: sono sempre io.

Cominciai presto a proporgli di seguire una terapia da uno psicologo. Se non poteva parlare dei suoi problemi con me, che lo facesse con qualcuno che di certo lo avrebbe saputo aiutare.

Gli proposi una persona di mia conoscenza, nella mia città natale, uno stimatissimo professionista. Acconsenti di andarci. Gli fissai un appuntamento.

Tornò a casa da quel colloquio che sembrava un'altra persona. Era l'uomo che io sapevo giacesse in lui. Mi abbracciò, gioì con i suoi bambini. Mi disse che tutto sarebbe stato diverso, da quel momento.

La notte mi amò con trasporto.

Ma nel giro di due o tre giorni, tutto tornò come prima. Non prese mai un secondo appuntamento. Addusse la scusa che non vi era abbastanza denaro.

Io lo pregai più volte, dicendogli che la sua salute era la cosa più importante di tutto. Che avremmo fatto a meno di qualche altra cosa. Ma non ci fu nulla da fare.

 

Mi dicevo che non mi amava, perché quando si ama non si riesce a negarsi.

Si può non essere d'accordo, si può litigare. Ma quando ci si ama e si è vicini, uno di fianco all'altro, a prescindere del sesso dei componenti la coppia, - quando ci si ama la sola cosa che si può fare è abbracciarsi, baciarsi, perdonarsi, fare l'amore.

Io l'avevo fatto tante e tante volte con lui, di perdonargli le sue durezze ed intemperanze.

Per me era impossibile resistergli. Anche se ero fortemente arrabbiata, quando allungava una mano per cercarmi, sempre mi trovava. Sempre io c'ero.

L'equazione è semplice e non lascia scampo: non c'è amore senza passione.

Non c'è.

Così stefano divenne il mio amante ed io, che vivevo di sensi di colpa verso tutto e tutti non mi sentii affatto in colpa.

 

Ma i colpi di scena continuarono.

 

Ebbi di nuovo coliche forti,

fui ricoverata all'ospedale della mia città e sottoposta a nuovi accertamenti.

Nel momento in cui mi misero una flebo con un mezzo di contrasto per eseguire una apposita radiografia, mi venne un grave shock anafilattico. Persi i sensi e mi risvegliai sotto gli schiaffi di un medico che cercava disperatamente in quel modo di scuotermi.

Decisamente ci riuscì.

Allora l'unica possibilità che era rimasta, dato che con l'ecografia non si vedeva assolutamente nulla, a parte un fegato molto ingrossato, era quella di praticarmi una RCP.

Ho dimenticato di dire che un mese prima la nascita della secondogenita gli esami di routine mostrarono che io avevo contratto una epatite di tipo B, asintomatica e che questa mi aveva rovinato il fegato.

Mi presi uno spavento terribile, temendo per la vita e la salute della mia piccola. Lei fu vaccinata alla nascita, così come fu per il terzo arrivato e la figlia più grande.

Il mio fegato si era ingrossato moltissimo ed era steatosico ma la funzionalità era intatta.

I due piccoli furono seguiti per diversi anni, controllati con cadenza obbligata per monitorare lo stato di salute del loro fegato. Ma stettero sempre benissimo, per fortuna.

Ma il mio fegato si era preso una bella batosta.

Però gli esami erano nella norma e di calcoli neppure l'ombra.

Ma ero giunta ad un punto che persino bere un bicchier d'acqua mi scatenava una colica. E allora finalmente si convinsero che non poteva essere somatizzazione. E poi, accidenti, io andavo dal medico solo quando ero in situazioni gravi. Lavoravo con tutti gli stati d'animo e di salute. Perché mai avrei dovuto ' fingere ' quelle terribile coliche??

dissi ai chirurghi riuniti in consesso attorno al mio letto di operarmi comunque per vedere cosa c'era ma loro si negarono e mi proposero questa RCP.

Era una indagine endoscopica che non era scevra da pericoli. Infatti firmai una carta nella quale mi assumevo tutte le responsabilità, scagionandoli a priori.

Mi sedarono un poco con del valium. Ero impossibilitata a muovermi ed a reagire ma ero completamente cosciente e sentivo tutto. Anche il dolore.

Mi inserirono il rubo endoscopico con una fibra ottica., varcarono la soglia del mio piloro stretto ed ammalato, confermarono la profonda ulcera, però in via di guarigione, entrarono nel coledoco. Io sentii tutte queste manovre dentro di me.

Fastidio, senso di vomito per l'ingestione del tubo, dolore nella ferita ulceroso, altro dolore nel coledoco.

La fibra ottica vide finalmente una colecisti terribilmente ingrossata e piena di calcoli.

Confabularono tra loro. Estrassero il tubo, cambiarono il terminale inserendo un bisturi laser. Di nuovo mi inserirono il tubo in gola.

Ma il mio esofago si era gonfiato e non voleva più far passare quel coso, grosso più di un dito. Per cinque volte provarono a spingerlo dentro, senza riuscirci. Alla sesta lo inghiottii con uno sforzo estremo.

Sentii di nuovo il passaggio attraverso il piloro, con un dolore ancora più forte, l'ingresso nello stretto coledoco e lì, sentii tagliare.

Due volte. Come se un paio di grosse forbici mi avessero reciso le viscere.

Quasi svenni dal dolore.

Fu terribile, assurdo.

Finalmente estrassero il tubo e mi riportarono in camera.

La sera mi spiegarono che era stato molto strano che io avessi sentito tutto quanto. Che la dose di sedativo che mi avevano data era assai maggiore di quella che facevano di solito e che bastava per togliere ogni dolore al paziente.

Altresì mi dissero che quel taglio che avevo sentito, quei due tagli erano serviti per sganciare la colecisti dal coledoco e quindi rendere l'operazione programmata il giorno dopo assai più agevole e meno pericolosa. Lo stato del sacchetto di bile era molto precario. Rischiavo una peritonite da un momento all'altro.

E infatti quella sera, per la prima volta, negli esami si vide abbondante bilirubina e un po' di colesterolo.

Il giorno dopo mi operarono.

Io ero stremata.

Quell'esame endoscopico mi aveva prostrato.

La colecistectomia fu eseguita con anestesia totale. Almeno avrei dormito un po', anche dopo. Non ero in grado di affrontare altro.

L'intervento andò bene, solo che il fegato era talmente ingrossato che, dato che non lo si può piegare, causa la rottura dei suoi tessuti, per estrarlo dal mio addome e girarlo dall'altra parte e tagliar via la colecisti, mi dovettero aprire da un lato all'altro.

Mi diedero quarantasei punti di metallo. Graffette di una grossa cucitrice cannibale conficcate nella mia carne.

I calcoli risultarono trentadue, di cui uno grosso come una nocciola. Vi era poi una grande quantità di sabbia organica. Erano formati da colesterolo e altri elementi minerali.

Il taglio era davvero immenso ma stetti subito meglio. Ero arrivata ad un punto, prima che mi operassero, che quell'enorme squarcio ricucito mi sembrava una bazzecola.

Ma la ferita, come al solito non si rimarginava. Mi trattennero in ospedale qualche giorno in più. Io smaniavo per tornare a lavorare. Il bar era ancora affidato alle mie due amiche. Poi c'erano i bambini che sentivano terribilmente la mia mancanza.

 

Quando provarono a togliermi i punti, videro che la ferita si apriva come fosse appena stata tagliata. Allora mi dimisero lo stesso, con tutti i punti, consegnandomi il compito di curare la ferita facendomi seguire dal mio medico.

Ci vollero tre mesi per una totale guarigioni. I punti si incarnirono e quando il mio condotto me li tolse mi fece un male cane.

Ma che potevo farci? Sopportai. Almeno non avevo più coliche.

Non che stessi bene. Ero a dieta strettissima e davvero comunque non avevo appetito. Fu uno dei pochissimi periodi della mia vita in cui l'appetito mi abbandonò. Persi diversi chili, con mia grande soddisfazione.

Il mio peso era salito notevolmente, nei mesi precedenti, veleggiando verso i novanta chili. I miei begli abiti non mi stavano più. L'incubo del grasso era tornato ed io mi sentivo sconfitta.

Così quel dimagrimento fu accolto con entusiasmo. Ma durò poco.

Appena le mie condizioni migliorarono cominciai a mangiare di nuovo molto e male e ad ingrassare.

Nel bar era un continuo. Cioccolatini caramelle paste. C'era ogni ben di dio. Ed io non sapevo resistere.

Nel mio cervello stremato da tutto, quanto mulinava il solito ritornello per ore: domani mi metto a dieta. Ma quel domani non veniva mai.

 

Cominciai ad essere stanca di quel lavoro. Inoltre il mio compagno si lamentava in continuazione che io non ero mai a casa. I bambini piangevano lo stesso problema.

Ebbi una offerta di acquisto. Piovve all'improvviso, a ciel sereno, portatami dal mo ex datore di lavoro delle bevande.

Centoventi milioni. Sessanta subito, il rimanente un milione al mese escluso gli ultimi dieci, in un'unica soluzione.

Accettai senza pensarci sopra. Ero sfinita. Non ce la facevo più.

E poi, il guadagno non era poi così alto. Le spese influivano parecchio. Soprattutto lo stipendio della tata.

Lei andava a prendere i bambini dalla materna, anzi, li riceveva dal pulmino che li scaricava davanti a casa.

Al mattino era il mio compagno che li preparava e ve li issava. Io andavo via troppo presto per poterlo fare. Non si potevano svegliare quelle povere creature alle cinque.

Mia figlia maggiore andava a scuola e poi non era per nulla collaborativa, anzi, tutt'altro.

Così la tata li ritirava e stava con loro fino a che non tornava il padre. Nel frattempo eseguiva le faccende domestiche.

Il mistero dell'orario di uscita non venne mai chiarito.

Lui cessava il lavoro alle sedici ma rientrava verso le diciotto e trenta, a volte le diciannove. Lui adduceva il tempo della doccia, dato che si sporcava molto. Poi il traffico del ritorno.

Ma io, molto presto ebbi sospetti che lui mi tradisse. Gliene chiesi conto, ma lui negò. Negò sempre.

Fatto sta che rientrava sempre tardi. E le ore della tata, a fine mese, erano molte.

 

Così accettai di vendere il mio bar.

Mi dispiacque troppo. Ci piansi sopra, amavo quel posto.

Ma non avevo altra scelta.

E poi l'offerta economica era troppo importante per lasciarsela scappare. Io l'avevo acquistato per sessanta milioni. Il guadagno, in un anno e mezzo di gestione era altissimo.

Con la cifra che presi in contanti chiusi tutte le pendenze. Chiusi il prestito, il fido bancario. Pagai tutti i fornitori, con i quali avevo un giro di pagamenti a sessanta giorni. Mi rimasero una trentina di milioni perché l'inventario della merce mi fu pagato in contanti.

Ero contenta.

Avevo un gruzzolo in banca ed una rendita per quattro anni circa di un milione al mese.

Avrei percepito uno stipendio senza lavorare. Ero assai fiera di me.

Ma, passato un mese dalla chiusura della saracinesca, l'ultima sera, quando appoggiai un bacio al vetro della porta ormai chiusa e consegnai le chiavi al mio acquirente con le lacrime agli occhi, già smaniavo.

Mi mancava il mio lavoro, mi mancavano i miei clienti. Sia in toelettatura, nella latteria, che nel mio bar avevo avuto meravigliosi rapporti con la clientela. Cosa che era accaduta anche nei due lavori da agente di commercio.

Le persone si affezionavano a me e mi trattavano come una di famiglia. Ed io volevo bene a loro. Diventavo facilmente la confidente. Mi raccontavano i loro problemi. Mi chiedevano consigli. Più che una commerciante ero una psicoterapeuta istintiva.

Solo con il mio compagno non riuscivo a parlare. Lui si chiudeva e si allontanava sempre di più, seguendo il ritmo sinusale che ho già descritto.

 

Il lavoro mi mancava troppo. Sì, c'erano i bimbi, c'era il mio amante, che incontravo regolarmente. Ma dopo aver pulito la casa da cima a fondo, aver fatto le spese ed i pasti restava un vuoto grande, nella mia giornata.

Così il mio amico ex datore di lavoro mi propose l'acquisto di un piccolo pub pizzeria ristorantino ad un chilometro da casa mia.

Aveva il forno elettrico. L'attrezzatura della cucina era quasi inesistente. Ma il bancone bar era bellissimo.

Era aperto solo la sera. Dalle diciotto alle due di notte. Ne chiedevano trentasette milioni più uno sparuto inventario. Mi piacque molto. Volevo acquistarlo.

 

Ne parlai a lungo con il mio compagno.

Era vicinissimo a casa. Avrei potuto recarmi al lavoro anche in bici o a piedi. La sera c'era soprattutto lavoro di pizzeria d'asporto, quindi avremmo potuto cenare insieme tutte le sere.

Io avrei potuto ritirare i bambini da scuola e li avrei portati con me lì, mentre preparavo per l'apertura. C'era un bel giardino, fuori, un terrazzo immenso dietro. Potevano giocare, fare i compiti con me, quando sarebbero andati alle elementari. Non avremmo avuto alcun problema.

Inoltre la mia primogenita studiava per diventare cuoca. Avrebbe potuto aiutarmi nei giorni di maggior lavoro e, una volta preso il diploma dei tre anni, avrebbe avuto già un posto tutto suo. Lei ne sembrava contenta.

Lui mi disse di non contare sul suo aiuto, lì dentro, io gli risposi che lo sapevo benissimo. La sua non era certo una personalità estroversa adatta a trattare con la clientela di un luogo del genere..

Lui era contrario all'acquisto. Diceva che il mio ex titolate mi voleva fregare. Gli dava un fastidio immenso il fatto che lui mi avesse procurato un guadagno così alto con la vendita del bar. Questo proprio non lo poteva buttare giù. Quando si incontrarono per discutere insieme dell'acquisto del pub, per poco non vennero alle mani.

Ciò era assurdo.

Io volevo prendere quel locale. A tutti i costi.

Avevo già in mente un sacco di idee per portarlo in auge come avevo fatto con tutte le attività precedenti. Ero certa che non avrei sbagliato.

Ma non volevo acquistarlo senza il consenso del mio uomo. Lo forzai con lunghi ragionamenti. Alla fine si convinse e si disse d'accordo.

Io gli feci promettere che, comunque sarebbero andate le cose, mai mi avrebbe accusato di averlo acquistato contro la sua volontà.

 

E fu così che feci quell'affare che avrebbe cambiato di nuovo radicalmente la mia vita.

 

I lavori per la nuova apertura furono intensi.

Mi recai da un commercialista, amico del mio ex datore di lavoro, per chiedergli consiglio su come acquistare le attrezzature che desideravo.

Avevo pagato l'arredamento e l'avviamento trentadue milioni, riuscendo ad avere uno sconto sul prezzo richiesto.

Volevo accendere un prestito, oppure un leasing.

Avevo intenzione di migliorare l'arredamento e di arredare la cucina in modo completo. Avevo un preventivo di spesa di circa trenta milioni, compresa la merce per l'apertura.

Lui mi sconsigliò sia il prestito che il leasing. Mi spinse a chiedere un fido di quaranta milioni. Mi disse che avrei lavorato, avuto un giro e pagato solo lo scoperto. Che avrei potuto rientrare nel capitale solo quando il lavoro fosse stato avviato. Il mio bancario, lo sapevo già, mi avrebbe concesso il fido senza problemi. C'era anche la casa, a garanzia.

Mi fidai di lui. Ma feci proprio l'unica cosa che non avrei dovuto fare. Solo che non lo sapevo. Lo imparai solo più tardi.. quando era troppo tardi.

Quindi così agii.

 

Assunsi una squadre di tre operai venezuelani per rifare i pavimenti, che erano assai brutti, attaccare la carta da parati ed altri lavoretti all'impianto idraulico in cucina. Mi furono consigliati da un conoscente.

scelsi delle bellissime piastrelle 40 x 40 antiscivolo di gres opaco. Verde scurissimo. Erano stupende. Le dovevano montare in diagonale con le fughe larghe due centimetri. Acquistai un cuoci - pasta con tre cestelli, per avere sempre l'acqua pronta per la cottura, dato che avrei servito solo esclusivamente piatti espresso. Una friggitrice a due cestelli. Un banco refrigerato, un grande tavolo da lavoro e pensili. Tutto in uno splendido acciaio inossidabile. Ah, anche una bellissima cappa aspirante con filtri. che fu posta sopra la cucina a gas che era già in dotazione. Quella andava bene. Misi solo in sicurezza i fuochi comprando ugelli nuovi.

Misi una scaffalatura nuova alta e capiente nella dispensa. Mi feci dare dal mio ex datore di lavoro ed ora fornitore, in comodato d'uso un bel frigorifero verticale per i salumi ed uno per i vini da mettere in sala. Un banco gelati con vetrina, da porre accanto al bancone sempre in sala, dal fornitore dei gelati e dessert ed anche una vetrina verticale che fu posta accanto a quella del vino.

Acquistai una meravigliosa carta da parati combinata alle tende che avrebbero coperto l'intera vetrata di fondo, quella che dava sul balcone, dove d'estate avrei posto una pergola con tavoli all'aperto. Aveva il fondo verde scuro e su di esso spuntava un fogliame di verdi acqua tenui e più cupi, fiori di passiflora gialli ed arancio.

Misi tovaglie di lino color verde acqua sui dodici tavoli, il copri tovaglia, di sbieco, bianco candido. Un candelabro con campana di vetro e un piccolo vaso verde scuro a foggia rotonda su d ogni tavolo. Fiori freschi e candele rosse.

Acquistai stoviglie eleganti ed originali, posate di acciaio brillantissime e particolare, bicchieri coppe per ogni occasione.

Vassoi da portata di acciaio, piatti giganteschi per la pizza, taglieri di legno per gli antipasti e le fornarine.

Comprai di tutto.

Fu uno dei giochi più belli della mia vita.

Ma gli operai si rivelarono disastrosi. Alla fine dovetti cacciarli e, con l'aiuto di un amico, cercare di riparare al mal fatto. Il pavimento, purtroppo, aveva le fughe discontinue di colore, perchè erano state riempite in un secondo tempo da noi. E non erano perfettamente a squadro.

Questo provocò di ritardo notevole sulla tabella di marcia ed io, che non volli spostare la data di apertura fissata il primo novembre, lavorai una settimana intera giorno e notte, senza dormire mai. Assolutamente mai.

Feci un contratto con un cuoco, proprietario di un grosso ristorante balneare: sarebbe venuto due mesi a lavorare per me ed avrebbe insegnato al mio personale di cucina, una cuoca ed un aiuto, tutto quello che non sapevano, compreso la ricetta per l'impasto della pizza. Io andavo sempre a mangiare da lui e la trovavo speciale.

Lo avrei pagato due milioni al mese, compreso di ogni ricetta che mi avrebbe lasciato dagli antipasti ai dolci.

Assortii un menù vastissimo. Di antipasti crostini paninoteca, primi, secondi, contorni pizza dolci e gelato.

Tutto fatto rigorosamente dal mio personale, compresa la pasta all'uovo, sia semplice che ripiena, che in romagna è una tradizione importantissima.

Insomma, da me si potava mangiare dall'hamburger con patatine al filetto al pepe verde, fino alla panna cotta al mascarpone in coppa, passando per tagliatelle cappelletti ravioli strozzapreti garganelli. Il tutto condito con una decina di sughi diversi.

Le pizze presentavano una grande scelta tra le classiche e le speciali, sulle quali spiccavano il mo famoso ' calzone atomico ' - una pizza doppia con dentro di tutto, ma proprio tutto – e la celeberrima pizza agli spaghetti, ricetta carpita in gioventù in una pizzeria di rimini e che io trovavo stratosferica. Un po' impegnativa, da mangiare, ci voleva un buon appetito per arrivare in fondo ma ci furono molti clienti che poi le fecero onore.

Alle mie amiche, clienti del bar e studentesse dell'accademia di belle arti, commissionai un dipinto sulla vetrata d'ingresso. Altra due metri e mezzo e lunga sette.

Lavorarono per una settimana, indefessamente, con colori speciali indelebili.

Quando ebbero finito una bellissima donna dalla bionda capigliatura fluente accoglieva i miei clienti adagiata su di una onirica nuvola di fiori inediti ,di ogni colore, tenui, però..

era stupenda. Un vero colpo d'occhio. Solo un oblò trasparente di circa un metro di diametro permetteva lo sguardo in sala. Ed era come entrare in un sogno, venendo da un sogno, accompagnati da un sogno.

Il pomeriggio del primo novembre guardavo il frutto di tanto lavoro. Il forno era caldo, il personale in cucina era pronto con tutto. Io mi ero comprata una elegante camiciona turchese a pallini neri, davvero bella. I capelli freschi di parrucchiera, un lieve trucco. Collana ed orecchini di bigiotteria artigianale molto originale. Sorridente entusiasta raggiante. Emozionata come poche altre volte nella mia vita.

I miei piccoli correvano altrettanto emozionati tra i tavoli, i buffet per l'apertura era pronto. La mia primogenita era dietro il banco del bar, anche lei elegante e truccata, pronta, quella sera almeno, a coadiuvarmi servendo le bevande ed i caffè. Io avrei preso gli ordini e servito ai tavoli. tutta la cittadinanza dei paesi vicini era stata invitata con volantini e locandine. Feci pure passare l'auto con il megafono, come si usava allora.

Bei tempi quelli, quando ancora ci si ascoltava a vicenda. Almeno ancora un po'.

 

Ma non tardai ad accorgermi che il sogno era piuttosto un incubo.

Non vi fu, la sera dell'apertura, l'afflusso pensato e desiderato, nonostante si offrisse da bere e stuzzicare gratis.

Invece quelli che vennero a cena dovettero aspettare parecchio per essere serviti.

Il cuoco quella sera incappò in una giornata no e fece di tutto, dal bruciare le pizze a sbagliare la cottura della pasta. Eppure era assai bravo. Solo più tardi, molto più tardi, capii che l'aveva fatto apposta.

Persino dimenticò di evadere una comanda per un tavolo di sei persone, che attesero un'ora per un piatto di cappelletti.

Io andai in confusione, non capivo più nulla. Fu una cosa assolutamente caotica.

 

Quando tutti se ne andarono restai nel locale vuoto, in un disordine totale. E lo stesso disordine vorticava nella mia mente. Un presentimento terribile mi attanagliò il cuore.

Ma ormai era troppo tardi: il gioco era fatto, le jeaux son fait.

Seguirono due mesi da incubo.

Il cuoco continuava a far uscire cibo cucinato male con una estrema lentezza. Si scusava dicendo che si sentiva poco bene, che aveva una brutta influenza. Così alla fine del primo mese gli dissi che potevamo andare avanti da sole.

Lo pagai e lo congedai. piuttosto delusa. Lo avevo considerato un amico ed il suo comportamento mi stupì assai.

Ma ancor di più restai esterefatta quando, due sere dopo, la cuoca ed il suo aiuto, che erano due giovani donne del luogo, conosciute e stimate da tutti, mi annunciarono che avevano preso in gestione il circolo bar arci che era dall'altra parte della strada e che avrebbero aperto lì una pizzeria.

Tutto mi fu chiaro.

Mi arrabbiai furiosamente e le cacciai in malo modo, liquidano loro il compenso pattuito.

Ciò che mi stava capitando era assurdo!! ma come poteva accadere??

mi misi allora alla affannosa ricerca di un cuoco ed in qualche ora trovai un giovane diplomato che era libero. Venne subito il giorno dopo, al primo pomeriggio.

La mia tata, la mia gloriosa tata, che avevo tenuto con me per le pulizie del ristorante, accettò di fare la pasta a mano, era bravissima, e l'impasto per la pizza, al mattino, con l'impastatrice. In modo che io potessi dormire un'ora in più, dato che prima delle quattro non potevo andare a letto.

Io mi sarei recata alle due per fare le palline e metterle a lievitare e poi preparare dolci macedonie ed il resto. I sughi e i condimenti spettavano al cuoco che sarebbe arrivato alle diciotto. Il suo stipendio sarebbe stato di un milione e duecento mila lire al mese, in regola. Alla tata sarebbe andato un milione, perché nei suoi compiti erano comprese anche le pulizie di casa nostra, il bucato e lo stiro. Eravamo cinque, non so se lo ricordate.

Io avevo gli acquisti, la contabilità, la gestione di tutto e servivo ai tavoli e dietro il banco. Tenevo la cassa, la banca...

Non era uno scherzo.

Ma in breve anche quel cuoco si dimostrò inadeguato. Non era bravo come si era vantato d'essere.

Inoltre, una sera, lo scoprii che occultava nel suo borsone un pacchetto piuttosto pesante di prosciutto crudo tagliato a fette. E avevo già notato che era uno sprecone: si cucinava, per esempio, una pizza, - dato che nel compenso era compreso un pasto e bevande, - la faceva molto farcita e poi ne mangiava un morso, buttando nel secchio il resto.

Mi indignai e lo licenziai in tronco. Potevo farlo. Lo avevo colto sul fatto che rubava le mie materie prime.

Eravamo vicinissimi alle festività natalizie. I menù e le prenotazioni per il cenone di san silvestro erano già al completo: in quei giorni la clientela stava aumentando un po'.

Disperata mi chiesi come potevo fare ad arginare quello scempio.

Capii che avrei dovuto andarci io, in cucina.

Ero sempre stata un'ottima cuoca ed ormai avevo imparato a fare ciò che prima non conoscevo, anche a stendere la pizza. Non ero certo velocissima, ma avrei migliorato senz'altro in fretta le mie prestazioni, ne ero certa.

E il prodotto, la qualità dei cibi sarebbe stata sempre costante. Eliminando gli sprechi e i furti.

E così feci.

Trovai allora su due piedi un cameriere diplomata, che si dimostrò assai bravo e che lavorò per me due inverni, lasciandomi per la sua campagna estiva che svolgeva da anni nel miglior ristorante della riviera di quei paraggi.

Fu una scelta azzeccata.

Inoltre io lasciavo la porta dalla cucina aperta e dalla sala si poteva guardare dentro, si vedeva come io lavoravo.

Ero perfettamente pulita ordinata ed organizzata: non avevo nulla da nascondere.

La clientela cominciò ad aumentare. Il cenone di fine anno, preparato e cucinato tutto da me, mia figlia primogenita ed un suo compagno si scuola che abitava nelle vicinanze, - di cui lei si innamorò poi, perdutamente – fu un successo. Alla mezzanotte stappai il magnum di dom perignon che avevo comprato per l'occasione e che fin dall'apertura, faceva bella mostra di sé sul bancone del bar.. demmo da mangiare a cento persone e tutto filò via benissimo. Fu tutto buonissimo e tutti si divertirono enormemente.

Noi pure, in cucina, eravamo euforici.

Brindammo, così, con i clienti, con i grembiuli macchiati dal gran lavoro e gli strofinacci sgualciti alla cintola, lo champagne di quella notte di festa ci fece sperare nel meglio

 

era l'anno 1990.

Anno nuovo, vita nuova, si diceva, ma nulla cambiò, neppure le mie catastrofi personali.

 

Caddi e mi feci male ad un ginocchio.

Dovetti chiudere una settimana: nessuno mi poteva sostituire, ma riuscii a salvare il week end. Ripresi il lavoro zoppicante con il ginocchio gonfio, ma che fare?

Il lavoro stava crescendo.

Ero tutta assorbita da quello e dai miei bimbi, che finalmente mi potevo godere meglio.

Il pomeriggio lo passavamo un po' a casa e un po' al ristorante. Poi si cenava tutti insieme. Tanto, in prima serata, non c'era mai molto da fare, esclusa la domenica, che avevo l'assalto delle pizze da asporto.

I bimbi erano molto contenti di stare con me e mangiare al ristorante piaceva loro moltissimo.

Con il mio compagno ebbi qualche bella notte, dopo la chiusura, complice qualche bottiglia di ottimo bianco pregiato di ribolla gialla o muller turgau. Sembrò che lui volesse riavvicinarsi. Io ne fui felice. Ma ugualmente incontravo, anche se non spessissimo, il mo amante. Mi aveva donato di nuovo un cane, un levriero femmina stupenda e dolcissima. Così ebbi finalmente un cane nella casa gialla, dato che last ne era fuggito il primo giorno, restando ucciso, investito da un'auto. Recuperammo la sua compagna, quella a pelo ruvido, ma chiesi al mio ex marito di tenerla presso di sé. Quel cancello era troppo basso per lei, che era abituata ad evadere e lì, a differenza della casa rosa, il traffico era notevole, almeno in certe ore del giorno.

Lui, per fortuna, fu d'accordo e venne a prenderla. Era sempre desaparecido dalla vita di mia figlia ma né lei né io osavamo spezzare quel tenue filo che ancora ci univa.

 

La nuova cagna era un sogno, dolce ubbidiente. Era come la mia fatina bianca. Il pomeriggio quando era bel tempo, andavamo per il viottolino che era di fronte a casa e che si perdeva tra i campi coltivati. Io i bimbi con le loro biciclettine e la cagnona che correva giocando con loro.

Era lungo sette ottocento metri, quel viottolo ma era come entrare in un altro universo. Là nel mezzo, silenzio, campi fiori farfalle alberi uccelli. Io e i mie bimbi e il mio cane. Null'altro: era bellissimo.

Ma a primavera presi una brutta influenza. Stetti un paio di giorni a letto con la febbre alta. Poi ripresi il lavoro. Una sera, pochi giorni dopo, stefano venne a vedere la cagna e la trovò che stava male. La prese senza dirmi nulla, era al lavoro, e me la portò via. Mi telefonò accusandomi di averla trascurata, di averle dato da mangiare gli avanzi del ristorante. Mentre io le davo solo il suo cibo specializzato e piuttosto costoso.

Io non capii. Mi disse che forse sarebbe morta. E buttò giù la cornetta del telefono in malo modo. Io sapevo che le sue accuse erano false. Certo, ero stata male, ma proprio il pomeriggio prima l'avevo portata a spasso con i bambini e lei stava benissimo...

ebbi una illuminazione: forse aveva bevuto acqua inquinata da trattamenti agricoli.

Telefonai al mio amico - amante, per dirglielo, ma non mi rispose. Allora telefonai a marina, sua moglie e mia ex amante. Avevamo avuto ancora qualche incontro a tre ma tra noi non era mai funzionato. Però eravamo amiche. Credo non fosse certa che io e stefano ci vedessimo. Seppi da lui che si era ingelosita. Ma non si rifiutò mai di parlare con me. Piangendo le spiegai il mio dubbio. Le chiedi di dirlo a lui di fare esami, di somministrare gli antidoti giusti. Mi feci dire dal mio ex marito quali erano i trattamenti che si facevano in quel periodo, per centrare i medicinali attivi, chiesi alla mai amica di spingere il marito a fare pace con me. Tenesse pure la cagna con sé. Facesse quello che voleva, anche che non si facesse più vivo, ma che si rendesse conto che le sue accuse erano false.

Ma non ci furono santi.

Lui era furibondo e chiuse tutto.

Soffrii piansi, ricaddi nell'influenza, nella febbre. Un languore assurdo mi assalì. Una stanchezza mortale.

Non avevo più la febbre alta ma una febbricola continua. Mi trascinavo.

Continuai a lavorare, cambiando, sotto la guida del mio medico, diversi antibiotici. Mi faceva male la gola e la testa. Avevo dolore per tutte le ossa.. e questa stanchezza innaturale.

Passarono le settimane e non i riprendevo.

Finalmente il mio dottore mi prescrisse un tampone faringeo. Risultò positivo allo streptococco aureus.

 

Che roba!!!!

 

il medico mi fece ricoverare in medicina e chiusi il ristornate dieci giorni. Non era possibile fare diversamente.

Era vietato lavorare in una cucina con quella patologia. Rischiavo la chiusura definitiva dai NAS.

La mia primogenita non era in grado di sostituirmi.

Feci una lunga serie di esami.

C'era il rischio che la proteina c reattiva risultata positiva insieme al reuma test mi provocassero danni irreversibili al cuore ma l'eco cardiogramma risultò negativo. Mi praticarono dolorosissime punture di penicillina. Mi paralizzavano la gamba per decine di minuti.

Poi mi dimisero con una cura di una di quelle micidiali iniezioni ogni venti giorni con infusione intramuscolare profonda, per cinque anni.

Ero stremata, quando mi dimisero.

Il tampone era tornato negativo. Ed io ripresi il mio lavoro. Ma che fatica.

 

Inoltre ero tristissima per la storia con stefano.

E i conti del ristorante non quadravano mai.

 

Di certo la mia gestione non fu oculata. Le materie prime che io sceglievo erano troppo costose.

La mia clientela si era consolidata ma era formata da giovani che non potavano certo permettersi di spendere cifre esose. Erano lì da me tutte le sere. Il nostro divenne quasi un covo di amici. Per me quei ragazzi divennero come figli. Dopo la chiusura prendemmo l'abitudine di fermarci a giocare a mah -jong, non per denaro, non volli mai, neppure una lira. Ma per puro divertimento.

Loro, ogni sera, bevevano e mangiavano ed io tenni sempre i prezzi piuttosto ridotti.

Continuai a gestire il locale come se fosse un fine bistrot di parigi: candele sempre accese, fiori freschi ad ogni tavolo, grissini e piccole stuzzicherie sempre a disposizione in modo gratuito. La biancheria dei tavoli sempre perfetta, lavata in modo meraviglioso dalla migliore lavanderia specializzata dei paraggi.

Li trattavo con i guanti bianchi. Sceglievo per loro il meglio. Loro mi adoravano, ma di certo non guadagnavo abbastanza.

Ma ciò che portò il tutto al tracollo furono tre cose: primo, la legge che faceva pagare per i prestiti bancari tipo fido gli interessi sugli interessi.

Questo fece si che la cifra iniziale di quaranta milioni aumentasse sempre e solo fino a diventare duecentocinquanta, tre anni dopo l'apertura.

Secondo, il costo troppo alto del personale: il cameriere, in regola che poi fu sostituito da una cameriera che poi lasciò il posto a lui che tornò per poi avvicendarsi di nuovo con l'altra e in mezzo la parentesi della bellissima dominicana che alzò a dismisura la mia clientela ma che sparì nel nulla due mesi dopo e di cui non seppi più niente.

E poi at last but not least, l'eccessivo costo di gestione della nostra famiglia.

Se i soldi di una attività commerciale vengono prelevati ed usati per pagare altro, è certo che quella attività fallirà.

 

Eravamo cinque. Lo stipendio del mio compagno bastava a malapena a soddisfare le sue spese personali - macchina benzina, giornali libri pubblicazioni sigarette bevute e vestiario -il resto, compresa rata del mutuo stipendio della tata, bollette, i bimbi la più grande ed io. Veniva tutto prelevato dalla cassa del ristorante.

Io pure feci un errore, una spesa che non avrei mai dovuto sostenere: acquistai un altro cavallo.

Era un giovane maschio castrone di sei anni, figlio di un arabo, dal mantello candido. Era bellissimo. Lo vendeva il figlio della fioraia per un milione e mezzo, compreso di sella. Aveva un piccolo problema ad un gamba – una schinella ad un tendine, per gli addetti ai lavori - ma nulla di grave. Mi fece vedere la lastra e il certificato del medico che dichiarava che era una cosa lievissima e che non precludeva nulla all'animale. Rimasi folgorata dalla sua bellezza. Il suo proprietario lo vendeva perché era troppo veloce e lui aveva paura ed era caduto più volte: lo stupendo animale era troppo insanguato. Me lo fece provare ed io e lui, nonostante fossero anni che non tornavo a cavallo, ci trovammo a volare al galoppo sfrenato a briglie sciolte per i filari di una vigna. Io non avevo paura. Mi abbandonai a lui e gli dissi, con il pensiero: vai, figlio del vento e del deserto. E lui mi riportò in quel luogo di purezza che io avevo dimenticato. Il ragazzo mi guardo esterrefatto al mio ritorno, con il suo cavallo, sempre riottoso ed in contrasto con lui, camminare sciolta a briglie abbassate, completamente felice e tranquillo.

Mi disse: compralo, e mi fece uno sconto di duecentomila lire. Lo comprai senza neppure chiedere il permesso al mio compagno. I soldi erano i miei. La freddezza tra noi era tornata. La questione della levriera lo aveva fatto imbufalire e sa la prese con me. Litigammo. Ma ormai i litigi erano continui. Lui ogni tanto gettava qualcosa a terra, rompeva qualcosa. Spaccò una porta con un pugno.

Le cose andavano sempre peggio. Ed io comprai tex.

Il cavallo era tenuto in una specie di maneggio, un po' trasandato direi, un bel po', anzi. Ma attorno vi erano campagne per galoppare ed il proprietario del maneggio, un eccentrico solitario che dormiva nella stalla con le sue bestie, amava molto quegli animali. E li trattava con i tutti i riguardi. il costo mensile era centocinquanta mila lire al mese, compreso di tutto: paglia fieno avena pulizia.. era una cifra molto bassa. Pensai: accidenti lavoro da una vita. Me lo merito. E feci quell'errore.

Errore due volte perché, nonostante l'immensa felicità che mi diede, mi fece soffrire anche atrocemente. Dopo qualche mese zoppicò. Ci accorgemmo che aveva un cancro al fettone del piede, la parte molle dentro lo zoccolo. Lo stalliere lo curò con una cosa sua segreta. Sembrò guarito. Tornò a volare con me ma poco dopo era di nuovo zoppo.

Non vi era più nulla da fare, disse il veterinario. Non reagì più a nessuna cura. Soffriva molto. Il male stava risalendo l'arto. Il figlio del vento e del deserto fu fatto addormentare con una iniezione letale e sepolto vicino al maneggio. Io non volli assistere. Ma seppi che tutto fu fatto a puntino.

Fu troppo doloroso, per me. E pure, il denaro speso gravò sul bilancio zoppicante.

Ma ora ripenso a quei pomeriggi: io indossavo larghi camicioni a fiori di campo e i pantaloni giallo chiaro da equitazione. Le foto mi ricordano così. Giunonica ma ancora assai bella, i capelli ramati, mossi, alle spalle ed i miei bimbi, a piedi nudi e in costume da bagno, entrambi sulla groppa del dolce cavallo bianco, che pascolava serenamente l'erba del recinto.

Ciao tex, grazie.

 

 

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Commenti: 2
  • #1

    rossana parenti (martedì, 18 dicembre 2012 21:48)

    ciao ari. ho finito adesso di leggere la tersa parte .e' stupendo leggerti e' come vedere un film per come ci fai vivere quello che scrivi .sei fantastica .sai abbiamo delle cose in comune l'epatite b e l'operazione alla colecisti .ma non so scrivere bene come te purtroppo .ti mando tanti bacioni ciao tesoro !!

  • #2

    Maria Angela (martedì, 18 dicembre 2012 22:55)

    TaCome scrivi bene Ari. Hai descritto con la max naturalezza e semplicita' una vita che di semplice non ha avuto neppure la nascita.