UNA BAMBINA CHIAMATA ARI - SECONDA PARTE

IO E LA MIA TUBA -

 

SECONDA PARTE

 

 

poi arrivarono i cambiamenti.

Il mio ex marito si innamorò di un'altra.

Rimasi davvero di stucco, quando me lo disse..

fui felice per lui.. la nuova arrivata era un'artista.. anche mia figlia ne era innamorata..

provai gelosia. Ma non me lo permisi..

lui aveva tutti i diritti di essere felice.. e che lei si trovasse benissimo anche con mia figlia era assolutamente splendido.. solo che non me lo spettavo..

io ero comunque proiettata in quel nuovo amore che stavo vivendo.

Ero sempre più presa ed affascinata da lui.

Anche se lui aveva momenti di un vuoto assoluto, amaro.. sparizioni che mi lasciavano sofferente.

A mia madre fu diagnosticato un tumore alle ossa.

 

Ho dimenticato di dire che, quando la mia bambina aveva quattro anni, lei ebbe la prima frattura spontanea. Ad una costola. Cominciò così il suo lunghissimo calvario che non è ancora terminato.

Tra diagnosi certe,- osteoporosi ed artrite – altre meno certe ed azzardate, come quella accennata più sopra, si diede il via ad una serie di visite specialistiche, indagini di laboratorio, ricoveri in tutti i centri specializzati limitrofi: ferrara firenze bologna. Io la portavo dappertutto. La seguivo da vicino. Nel frattempo ero riuscita a prendere la patente. Le lenti a contatto avevano acceso la luce, per me e finalmente potevo dire di vederci..

così cercavamo consigli a destra e a manca. E si facevano indagini.

Lei stava sempre peggio. Il dolore aumentava.

Era stata sempre una donna più che attiva ma ora tutto le costava un dolore ed una fatica tremenda.

Decise di vendere il negozio. Io mi trasferii da lei per qualche mese, portando con me la bimba che fu iscritta pro tempore in una scuola materna lì vicino, dove insegnava mia zia.

Il negozio era una merceria e maglieria più intimo. Un negozietto piccolo piccolo stipato fino all'inverosimile. Io andavo sempre ad aiutare mia madre, sin da quando lei lo aprì. Quando si recava a fare acquisti con la mitica erre quattro renault grigia metallizzata, io ero con lei. Spostavo pacchi, davo consigli.. ero l'addetta all'acquisto delle cravatte. Si vide che il mio gusto era molto apprezzato dai poveri mariti che troppo spesso si vedevano regalare cravatte davvero di dubbia bellezza. Evidentemente il mio uomo interiore amava le cravatte.. quindi ero io che le sceglievo. spessissimo, fino alla nascita della bambina, trascorrevo ore in negozio per sollevare mia madre dall'onere molto gravoso che era tutto sulle sue spalle. Ogni giorno andavo da lei. Ed ero diventata in grado di vendere qualsiasi cosa. Così sotto le festività, nei giorni di lavoro più intenso o quando mamma aveva una qualche altra necessità, io la sostituivo. Ero beneamata ed accettata dalle clienti.. quella era poi una vera borgata e la vita, allora, era alquanto corale. Le clienti erano sempre le stesse. Donne, madri di famiglia, che cucivano da sé gli abiti per tutti i componenti del loro clan.. così bottoni cerniere filo da cucito fettucce varie elastico per me non avevano più segreti.. mi divertivo tanto, con tutte quelle scatoline, quei colori, le chiacchiere delle donne.. poi con il tempo mia madre aveva aggiunto la maglieria e l'intimo e l'abbigliamento anche per i bambini. Aveva veramente di tutto. Era brava ed onesta nei prezzi. La clientela crebbe a dismisura.

Ma io mi sposai,, lasciai la città. Dovette fare da sola.

Quando si ammalò nessuno poté prendere in considerazione di mettersi al suo posto. L'unica a poterlo fare ero io ma in quei tempi neppure il pensiero di separarmi da mio marito e dalla mia casa mi era tollerabile.

Così si vendette.. si effettuò una grandissima svendita e tutto il magazzino di diverse decine di milioni fu ceduto, a prezzi scontati, pezzo dopo pezzo.

Quella fu la definitiva demolizione di mia madre.

Io soffrii con lei e l'aiutai il più possibile. Abitava ancora con mio fratello, che aveva nel frattempo avuto un altro figlio. Ma, con l'avvento della sua malattia a la perdita del negozio, sorse presto la sua necessità di vivere sola, perché divenuta insofferente a tutto.

Era disperata.

Andò a vivere in un piccolo appartamentino in affitto. Negli anni a venire ne girò parecchi. Trascorse anche molti mesi al mare, in appartamenti o pensioncine famigliari, praticamente l'inverno lo passava là, perché in città i dolori le aumentavano notevolmente.

era sempre stata dura ed inquieta: lo divenne ancora di più. Non faceva altro che parlare della sua malattia. Ben presto non fu in grado di camminare se non appoggiandosi su due stampelle. Ma, forte e combattiva, dato che tutti i medici le dicevano che non doveva smettere di muoversi, pena la perdita della sua indipendenza, cosa che lei non poteva assolutamente ammettere - ogni giorno camminava per chilometri, appesa alle sue grucce. Solitaria ed arrabbiata con tutti, soprattutto con quel dio che l'aveva ancora una volta così duramente punita.

Il suo è stato un calvario di più di trenta anni che qui riassumo in poche righe.

Fu operata alla colonna vertebrale: le venne rimosso uno scrigno osseo che le stringeva il midollo e quello le alleviò quasi completamente il dolore feroce che provava. Poi fu operata più volte alle mani ed ai polsi per il cedere dei tendini. Le si ruppe la colecisti. Fu gravissima. In coma per giorni. Le dovettero asportare anche un pezzetto di stomaco, ma ce la fece. Fu operata due volte a noduli tiroidei. Provò tutti i medicinali in commercio. Fu davvero un calvario, anche perché lei era assolutamente solo incentrata su di quello. Io la portai dappertutto. La andai a trovare. Feci e disfeci decine di valigie. Ascoltai migliaia e migliaia di volte le stesse cose. Gli stessi ricordi gli stessi lamenti. Venne a vivere con me e se ne andò - sempre ogni volta con problemi e liti – quattro o cinque volte...

ma io le fui sempre accanto, almeno fino ad un certo punto. Ma di questo parleremo più avanti.

Oggi ha ottantotto anni e sta meglio di me. Si muove ancora,fa tutto ancora da sola, con l'aiuto della sua assistenza. Ma non esce più da qualche anno. Vive vicino a mio fratello che si occupa di lei. È serena. Ma anche di questo parlerò più avanti.

Allora fu una tragedia, vendere il negozio fu la sua tragedia.. forse ancora più grande della morte di mio padre.

 

Tornando al 1983, quando le diagnosticarono quella gravissima malattia che poi non risultò, io piombai in una crisi.

Stetti male per qualche giorno, colpita dalla notizia. Ma lui, il mio uomo, sparì per una settimana..

io lo perdonai, però, pensando che non aveva potuto far di meglio.

Il fatto è che già da allora ogni volta che io avevo avuto bisogno di lui, si era defilato velocemente. Avrei dovuto insospettirmi ma non lo feci.

Per me lui era bellissimo e stupendo sempre..

anche se non mi dava la mano o il braccio in pubblico. Lo scusavo dicendo che era riservato. Anche se non mi diceva mai:ti amo.

Anche se non commentava mai le poesie d'amore, tantissime, che io scrivevo per lui in piccoli quaderni che poi gli davo da leggere. Me li riconsegnava senza una parola. Anche se non stette con me il giorno del mio compleanno, del natale.. anche se quando io chiedevo qualcosa era proprio la volta che ottenevo ancor meno del solito.

Ma io, comunque, avevo gli altri ' amici ' attorno a me e le sue mancanze mi facevano meno male. Non so se lui pure avesse altre amiche.. forse, ma era un qualcosa che non ci interessava. Lui non chiedeva mai cosa io facessi quando non ero con lui. E questo era la pace di tutto.

Ma la decisione di lasciare la toelettatura fu molto spinta da lui, che avevo già incontrato. Il mio lavoro non gli piaceva assolutamente. Quando gli chiedevo di venire in laboratorio si sentiva fortemente a disagio. Non legò neppure con la mia socia. A lei non piaceva affatto.

Come non piacque affatto a mia madre, quando glielo presentai.

Io mi chiedevo come potessero non restare affascinate da lui. Per me era splendido in tutto..

arrivò così la pasqua del 1984. il lunedì di pasqua, per l'esattezza. Trascorremmo tutto il giorno insieme, dato che il precedente lui lo passò con la famiglia.

Furono quelle le mie prime festività solitarie. IL natale 1982 lo trascorsi da sola piangendo sul divano a righine bianche ed azzurre della mia nuova bellissima casetta, tutta arredata di bianco, con le ante a persianina..

la mia bimba andò con il padre dai nonni. Mia madre stava male e volle stare da sola.. io non andai dalla zia che mi aveva invitato. Restai così, a sentire che l'era delle feste allegre era finita per sempre.

Così quel lunedì di pasqua lui venne a pranzo da me, che preparai il mio meglio, per lui. Mangiammo, bevemmo ottimo vino bianco, che con lui avevo cominciato ad apprezzare, e passammo il pomeriggio e la notte a letto. Avvolti nei turbini della passione.

Ero felicissima. L'amavo e lui era travolgente.

Dopo pochi giorni mi sentii cambiare. Pensai di essere rimasta incinta. Lo dissi al mio primo marito, quando ci trovammo a giocare a tennis. Lui mi scherzò, ci rise su.

Ma il ciclo non arrivò. Ed io ero certa di aspettare un bambino.

Ma a lui, al mio amato, non dissi nulla. Attesi qualche giorno e feci un test di gravidanza di quelli di farmacia: risultò negativo. Respirai di sollievo anche se in fondo mi dispiacque un po'.. attesi ancora.. ma nulla..il ciclo era un fantasma. Portai le urine al laboratorio..

negativo.

Io continuavo la mia vita: lavoro tennis uscite varie ma dentro sentivo che stava per cambiare tutto..

attesi ancora. Il ciclo non venne.

Prenotai una visita dalla ginecologa e lì non vi furono dubbi: ero davvero in attesa di un bambino.

Che colpo fu.

Ma dentro io già sapevo. E già avevo deciso che avrei avuto quel bambino. La mia amica ex socia mi disse che ero pazza, così pure il mio ex marito.

Ma io volevo quel bambino, anche se il padre non avesse acconsentito alla nostra unione.

Così glielo dissi.

Lui restò di pietra. Si rabbuiò profondamente e mi chiese tempo per riflettere.

Si alzò dal tavolo del bar al quale eravamo seduti e se ne andò così, senza neppure girarsi, a malapena salutandomi.

Restai ferita dal suo comportamento. Lui sparì per dieci giorni. Io divenni certa che non avrebbe accettato quel figlio. Ma rafforzai in me la volontà e la gioia di averlo. Quel bambino che era sbocciato in me, quella miracolosa nuova vita nata da un giorno di così grande amore e felicità era per me solo gioia: gioia allo stato puro.

Poi lui ricomparve e mi disse che accettava, a patto che io avessi venuto il negozio e mi fossi presa cura del bambino.

Mi rassicurò dicendomi che avrebbe cercato fonti di lavoro aggiuntive oltre il suo lavoro fisso di operaio specializzato se ci sarebbero stati problemi di ordine economico.

Io lo abbraccia commossa fino al pianto.

Demmo la notizia ai suoi, che conoscevo già da un po', durante uno dei rituali banchetti domenicali. Furono felicissimi, anche la sorella di lui, ancora nubile. Mi accolsero a bracci a aperte nella loro famiglia.

Erano ottime persone. Mia cognata gentilissima, mio suocero un bel po' burbero ed collerico ma fino a quel momento aveva evitato di esagerare. La sua mamma era una donna dolce sottomessa e così generosa che io amai con tutto il cuore. Dopo quella arpia della prima suocera, lei era un sogno.

Misi in vendita il mio negozio ed in meno di un mese lo vendetti. Guadagnai anche una sommetta: era stato acquistato per 18 milioni, merce esclusa, cioè licenza, arredamento ed avviamento e lo cedetti per 37 milioni, sempre merce esclusa. Poi avevo una decina di milioni di inventario..

mi dispiacque ma mi attendeva di nuovo una famiglia. Pur vivendo quelli che furono gli anni più belli e divertenti della mia vita, sentivo la mancanza di un uomo accanto a me, nel mio letto.

E non certo per il sesso, che assolutamente non mi mancava -che in quel periodo ne avevo avuto in quantità e qualità da me mai provate – ma per l'amore delle cose quotidiane. Per la presenza. Io comunque continuavo a sentirmi sempre sola...

quindi vendetti la mia latteria, prenotai quindici giorni in un alberghetto al parco nazionale degli abruzzi, regalando al mio compagno una vacanza-viaggio di nozze.

Lui si sarebbe trasferito da me dopo la nascita del bambino.

Ebbi un po' di paura quando parlai a mia figlia, che non sembrava legare in nessun modo con il mio nuovo amore. Ma lei non rimase male alla notizia, anzi, sembrò contenta di avere un fratello o sorella, anzi, l'opzione fratello non era neppure contemplata: doveva essere una sorellina a tutti i costi.

Quindi partii per quel viaggio come nuotando in una nuvola di felicità.

Furono giorni bellissimi per me, anche se lui non sembrava poi così felice. La natura là, eravamo a giugno, era stupenda. Facemmo lunghissime passeggiate, vedemmo i lupi gli stambecchi un orso.. come era bello quel luogo.. era puro...

l'alberghetto poi, era delizioso e si mangiava divinamente. Infatti presi un paio di chili. Ma mi dissi che li avrei smaltiti subito, tornando alla mia ferrea dieta di mantenimento che mi aveva fino ad allora permesso di rimanere in quei fantastici sessantotto chili.

In effetti in quegli anni io mangiai pochissimo.. ma pochissimo... che il cibo si trasformava immediatamente in grasso.

Il parco, dunque , fu una esperienza stupenda ma lui non si dimostrò così affettuoso come io avevo sperato e per tutta il nostro soggiorno là si rifiutò di avere rapporti d'amore con me. Si sentiva a disagio, pensai, in un posto estraneo.

Lui non mi diede mai molte spiegazioni, del suo comportamento, anzi, non me me diede mai, punto. Ed io avevo già di lui un timore reverenziale, quando lo vedevo rabbuiarsi negli occhi e diventare torvo.

Quindi non facevo domande, accettando quella sua peculiarità ed amandolo così com'era.

Ero davvero felice. E pronta a capire e perdonare ogni cosa.

Tornai a casa raggiante ma dopo pochi giorni ebbi crampi e perdite di sangue: di certo mi ero strapazzata troppo in quel viaggio dato che avevamo camminato per chilometri e chilometri ogni giorno.

Infatti la ginecologa che mi visitò urgentemente mi disse che rischiavo un aborto.

Mi prescrisse il riposo assoluto, dovevo alzarmi solo per andare in bagno. E sperare che tutto si rimediasse.

Il pensiero di perdere quel bambino mi era insopportabile.

Mi misi a letto e finì che vi trascorsi tutto il resto della gravidanza, perché la minaccia d'aborto restò costante. Quell'anno c'erano le olimpiadi ed io guardai tutti gli sport a qualsiasi ora del giorno e della notte. Il mio cane, Last, il mio bellissimo levriero, acquistato dal mio grandissimo amico, lui pure appassionato di cani ed esposizioni canine, se ne stava sdraiato a letto accanto a me.. ma era inquieto. Era molto giovane e facevo fatica a tenerlo senza poterlo portare in spiaggia a correre come avevo fatto fino a quel momento. Il moto gli mancava moltissimo ed era davvero difficile tenerlo quieto. Così il mio amico mi propose di cederlo ad un suo conoscente, che aveva un vastissimo giardino e che desiderava uno dei suoi levrieri. Io accettai. Non avevo mai legato molto con quel cane. Era un po' tonto, troppo vivace, non so.. non c'era un grosso feeling tra noi.. era disubbidiente, troppo vivace. Quando lo avevo preso, da cucciolo, certo non immaginavo che poco dopo avrei avuto un bambino piccolo. Così lo cedetti, sentendomi molto in colpa ma lo feci..

non potevo in quel momento prendermene cura. Rischiavo di abortire tutte le volte che mi alzavo dal letto... d'altronde sarebbe stato benissimo, di certo meglio, nella sua nuova casa.

 

i giorni passarono.

Mia suocera mi cucì dei comodi vestiti prema-man. Io stavo rigidamente a dieta. Presi solo il minimo indispensabile dei chili dieci, alla fine della gravidanza.

Il parto cesareo era stato programmato dall'inizio, anzi, quando la ginecologa mi annunciò che ero in attesa di un bambino, le dissi che l'avrei accettato solo se avessi potuto aver quel tipo di parto. Un'altra esperienza come quella precedente mi terrorizzava

allo scadere del termine, alla data prestabilita mi ricoverai. Sentivo muoversi delle contrazioni, era assolutamente necessario non fare aprire il canale.

Erano i primi giorni di gennaio 1985. avevo trent'anni, li avrei compiuti dopo meno di un mese.

Lui mi accompagnò in ospedale. Cominciava a nevicare. E continuò per tre giorni.

Mia figlia nacque nell'unica sala operatoria funzionante di tutto l'ospedale di ravenna.

Fu una nevicata storica.

Alle 17 e 45 me la posarono tra le braccia, dopo averla estratta dal mio utero tagliato. Io ero sveglia. Avevo scelto una anestesia epidurale per non far dormire il mio bambino mentre nasceva, per non avvelenarlo subito così, ma anche e soprattutto perché non volevo perdere il momento della sua venuta alla luce.

Il mio amato non aveva voluto sapere il sesso, così durante le ecografie chiedemmo che non ci venisse rivelato, ma io ero certa sarebbe stata una femmina.

Durante l'iniezione lombare rimasi calmissima, anche se non fu di certo gradevole. E pure molto serena mi mantenni durante l'operazione. L'anestesista accanto a me si stupì molto del mio comportamento. Anzi, io avrei voluto vedere. Infatti all'inizio, mentre mi preparavano, io guardai tutto dallo specchio che non era stato coperto. Ma se ne accorsero e lo tolsero al mio sguardo mettendo un telo poco avanti il mio viso. Peccato, avrei voluto davvero vedere.

Molte volte avevo pensato che mi sarebbe piaciuto fare il chirurgo.. ed ero comunque stata assistente di sala operatoria nella clinica veterinaria. Nulla mi impressionava.

Ma il mio parto non mi fu permesso di vederlo.

Sentivo i medici affaccendarsi intorno a me. Sentivo muoversi contro la parte superiore del mio corpo, ma dal seno in giù non avvertivo nulla.

Fu la sua voce a darmi la notizia della sua entrata in questo mondo. Qualcuno mi disse: è una bellissima bambina di tre chili!! ... e poco dopo l'ebbi tra le braccia.

Com'era bella...

lacrime scivolarono lungo le mie guance. L'anestesista mi chiese se stessi bene.

Gli risposi che quello era il giorno più bello della mia vita.

Guardavo quel viso di bambola, dai capelli corvini ed i lineamenti perfetti. Le sue piccole mani con dita lunghissime, come se non avesse fatto altro che suonare il pianoforte nel mio grembo e pensai che mai avevo visto una creatura più bella.

Quando mi riportarono in camera, il neo padre ed i suoi erano lì ad aspettarmi. La camera era invase di fiori.

Lui si avvicinò commosso e mi infilò un anello al dito. Un anello con un corallo rosa, molto elegante e semplice ma bellissimo.

Tutti quanti a dirmi che ero stata bravissima. Quanto ero stata meravigliosa a partorire una bambina così perfetta.

Io mi sentivo in un sogno. Non avevo mai vissuto una felicità tale.

Nei giorni seguenti la piccola stava bene, mangiava e cresceva normalmente. Io mi rialzai subito dal letto. Avevo un po' di dolore ma di certo non era nulla, in tutta quella felicità . Venne la primogenita con il padre. Anche loro furono conquistati dal quel viso stupendo.

La neve cessò. Quando uscii dall'ospedale, gli spazzaneve l'avevano accumulata in enormi montagne in ogni angolo disponibile. Faceva un freddo acutissimo.

Ma io tornavo a casa con la mia bimba e lui sarebbe da quel giorno sempre stato con me.

E quel giorno promisi a me stessa che mai avrei spezzato un'altra famiglia.

 

Ma le mie felicità sono sempre di breve durata.

Lui cominciò ben presto ad essere troppo inquieto.

Quella piccola casetta, quella villetta sul mare, non gli piaceva. Lui abitava in campagna da quando era nato e la campagna gli mancava troppo.

Poi era davvero minuscola. In quattro eravamo strettini.

La mia primogenita ben presto divenne gelosa della sorellina. Con lui non c'era nessuna simpatia, si parlavano a malapena, anzi, cercavano entrambi deliberatamente di ignorarsi. Ma quando si rivolgevano parole quelle erano tese e dure.

Io accudivo la mia piccola che cresceva a meraviglia. Era buonissima. Non piangeva mai. Le facevo lunghi discorsi. Le cantavo mille canzoncine.

Esattamente come avevo fatto con la prima. Ma allora i problemi erano stati tanti e tali, le sofferenze così grandi che tutto era stato vissuto con angoscia.

Ora con lei era tutto diverso.

Se solo il mio compagno fosse stato felice.

Invece era sempre più torvo ed ombroso.

Una sera a cena ebbe la sua prima – almeno davanti a me – crisi collerica.

Avevo preparato per cena gli spaghetti alla carbonara. Eravamo soli. La bimba più grande era dal padre. La piccola dormiva. Io lo guardavo con occhi adoranti ma lui, alla prima forchettata, la buttò contro il piatto sbottando che la pasta era troppo salata troppo cruda e che io non ero capace di fare nulla di buono..

mi disse altre parole molto cattive. Io reagii, mi alzai, lui gridava io gli urlai contro. Fece per alzare le mani contro di me.

Gli afferrai un polso e sibilai: fallo. Ma se lo fai è l'ultima cosa che avrai con me.

All'improvviso lui si blandì, come riscuotendosi da un incubo.

Allora dispiaciuto mi chiese di scusarlo, quasi alle lacrime. Mi disse che c'erano tensioni sul lavoro. Mi raccontò di problemi con i colleghi, il suo capo..

era davvero contrito. Mi dispiacque per lui. Lo perdonai immediatamente, lo consolai.

Parlammo a lungo. Mi disse che in quella casa non si trovava.

Gli dissi che non era un problema che ne avrei acquistata un'altra in campagna.

Io pure amavo la campagna e mi mancava.

Mi misi così in ricerca di una nuova casa per noi, ponendo in vendita la villetta marina. . Scegliemmo come zona una cerchia di paesini tra ravenna a forlì, assai vicini al suo natale. Tanto per me una posto valeva l'altro: l'importante era che fosse stato felice lui.

Vidi diverse case da sola. Poi quelle che mi sembravano adatte, le tornai a visitare con lui.

Io avrei voluto acquistare una grande casa che mi piaceva molto: era ben rifinita, ristrutturata da poco e molto capiente. C'era il riscaldamento bei pavimenti un camino nella sala, le camere per tutti, due bagni molto belli e costava solo 40 milioni. Questo perché non era del tutto indipendente ma era la parte centrale di una grande abitazione colonica dalla quale erano stati tratte tre frazioni. Vi era un cancello di ingrasso comune ed un cortile comune, poi giardini recintati divisi per ciascuna famiglia. Era su di una stradina per nulla frequentata ed aveva un bellissimo portico sul retro che dava su di una vigna. A me parve un posto da sogno. Ma a loro, il mio compagno e i suoi, non piacque, anche perché era ubicata in una frazione che loro ritenevano di seconda scelta.. secondo il mio punto di vista quei paesini erano tutti uguali, ma io non ero nata lì..

loro, e qui continuo ad usare il loro perché ci fu una massiccia ingerenza dei miei suoceri, in questa cosa, preferivano un'altra.

Era una casetta singola ad un piano con 3000 metri di terreno. La casa era davvero piccolissima: due stanze, camera e cucina, entrambe 4 x 5, un corridoio troppo vasto che era stato interrotto con un tramezzo di vetro e legno per fare un ingresso, e una costruzione appoggiata di contro alla casa nella quale era stata ricavata una stanzina ed un bagnetto minuscolo con doccia. Poi un altra piccola costruzione ancora più bassa che serviva da sgombra roba. Di seguito c'era una specie di porcile a due piani nel quale i proprietari allevavano colombi e dieci metri più in là, parallela, una garage di metallo ed ondulato..

una parte della terra, una piccola parte era recintata come giardino, nell'altra c'era una vigna con diversi alberi da frutto ed un antico noce.

La casa aveva già in essere il progetto di essere soprelevata di un piano. Era sita in un micro paesino su di una stradina asfaltata ma molto stretta, esattamente a metà tra due curve consecutive e contrarie di verso.

Era certo un posto molto tranquillo. C'erano un paio di case di fianco e null'altro. Ma in mezzo a tutto questo spazio vuoto la recinzione dall'altro lato della casa passava a mezzo metro dal muro, in linea con il confine del vicino. C'era un riscaldamento con caldaia alimentata a GPL e il bombolone già installato poco lontano al garage. Quando l'andammo a vedere era tutto molto verde, perché tra la vigna, il noce e i susini e gli albicocchi vi erano altri arbusti.

Quel verde mi piacque, ma la casa davvero no. I pavimenti erano di ceramica ma assai brutti, così come i rivestimenti. Il colore delle mura esterne era di un rosa acceso. Gli annessi dietro, che erano area edificabile, però versavano in uno stato di notevole abbandono. Inoltre erano costruiti si mattoni forati neppure intonacati.

a me non sembrava tutto questo affare ma a lui piaceva e allo suocero pure. Il progetto l'avrebbe alzata, dietro un portico, colore bianco nuovo tutto.

Si certo il progetto era bello, ma il costo? Cinquanta milioni la casa così com'era. Il resto un po' alla volta, dicevano i due uomini con il fare: ci pensiamo noi, facciamo tutto noi.

Uno dei più grandi motivi di litigio con mia madre è sempre stato il fatto che, secondo lei, io volevo sempre fare di testa mia, non ascoltavo mai nessuno.

Questa cosa mi è stata detta da lei tante di quelle volte che ogni volta che desideravo fare qualcosa o avere qualcosa non capivo più se era un mio vero bisogno o soltanto la necessità di contrastarla.

Provai a perorare l'altra casa, che era accogliente ristrutturata moderna e pronta subito. Aveva quella servitù, è vero ma costava ben dieci milioni di meno. Ma assolutamente la mia parola non fu ascoltata.

Lui si rabbuiò.

Allora io mi sentii la solita testona e zuccona ed acconsentii.

Comprai la casetta rosa.

Era maggio quando ci trasferimmo. Intanto i due uomini avevano già lavorato.

Buttarono giù la vigna perché sarebbe stata da seguire e non se ne aveva voglia o tempo. Degli alberi da frutto ne furono salvati due o tre. Anche il noce, pochissimi mesi dopo, venne abbattuto perché troppo vicino alla casa e quindi pericoloso.

Quanto piansi, quel giorno. Quel grande albero era vivo. Era una creatura bellissima. Ma loro furono irremovibili.

Quindi tutto quello che era piaciuto a me di quel posto fu eliminato immediatamente.

Furono piantati un paio di piccoli sempreverdi là nel mezzo della terra arata e di tremila metri se ne potevano ora calpestare seicento compresa la casa. Quindi il sogno delle mie sieste sotto il noce e i filari, furono immediatamente depennate dalla realtà.

Quello che restava era piuttosto squallido. E scomodo. Il bagno era piccolissimo, con la doccia. Per lavare la piccola dovevo armeggiare non so quanto con bacinelle ed acqua calda sul tavolo della cucina.

Fui subito infelice, lì, ma lui sembrava trovarvisi bene. Si riavvicinò a me. Il lungo periodo di post parto era finito. Avemmo i primi rapporti. Io ancora sentivo dolore alla ferita ma averlo di nuovo tra le mie braccia mi consolò un po'..

 

ma dopo un mese sentii di nuovo la medesima sensazione che avevo provato quando ero rimasta incinta della piccola.

Pensai: mio dio, no.

Ed invece fu si. Ero di nuovo incinta. Gli ormoni sballati ci avevano tratto in inganno così come gli altri metodi, diciamo così, naturali.

Glielo dissi subito.

Lui mi disse semplicemente: è una scelta tua.

Parlai con la ginecologa. Mi disse che rischiavo la vita. Il cesareo precedente era troppo fresco. Poteva spaccarsi tutto all'improvviso.

Parlai con la mia amica, ex socia. A suo dire era una follia aver un altro figlio. Il mio compagno percepiva uno stipendio di un milione al mese.. avevamo molte spese perché lavorava a diversi chilometri da lì ed usava la macchina per recarsi su luogo. Quindi avevamo due auto. C'era la piccola che era certo un costo notevole da sostenere. C'era l'altra, anche se percepivo un mensile dal primo marito di duecentomila lire. Ma certo in quattro non era uno scherzo. Poi il mio compagno fumava, e molto. Comprava tutta una serie di giornali e pubblicazioni.. non so, il denaro che lui portava a casa nel conto comune se ne andava subito. Già dai primissimi mesi avevo cominciato ad intaccare il piccolo gruzzolo che mi era rimasto dalla vendita della latteria.

Inoltre la villetta era rimasta invenduta a lungo e quindi svenduta a quarantasette milioni. Pagati i notai vari, di quel denaro non era rimasto più nulla.

La mia amica aveva ragione.

Decisi che avrei abortito. Feci tutte le carte, gli esami.

Ma ogni giorno piangevo.

Sulla culla della mia bambina parlavo con quel figlio che avrei ucciso di lì a poco. Gli chiedevo di perdonarmi, gli chiedevo di non soffrire. E poi pensavo che non avrei mai visto il suo viso, le sue manine, i suoi occhi. Che non avrei mai ascoltato la sua voce che mi chiamava mamma.

La piccola cominciava allora a chiamarmi con quel dolcissimo nome.

Non ce la potevo fare.

Così parlai al mio compagno. Gli raccontai il mio dolore. Gli chiesi aiuto. Lui mi promise che, se avessimo avuto dei problemi economici, sarebbe andato a lavorare per qualche anno all'estero con la sua ditta, percependo così stipendi notevoli, ed avrebbe sistemato tutto lui.

 

Gli credetti e fui felice: avremmo avuto un altro bambino accettando così anche di rischiare la mia vita.

Mia madre mi disse che ero pazza.

E la stessa cosa mi dissero gli suoceri.

Avevo tutto il mondo contro.

Ma io non potevo assolutamente uccidere il mio bambino.

 

I mesi passarono, il mio uomo non mi cercava quasi mai. Era freddo staccato. Di certo, pensavo, la gravidanza non lo metteva a suo agio.

Per fortuna quella gestazione fu buona. Avevo la bambina piccola e lavoravo giorno e notte per mandare avanti tutto come desideravo. Ripresi con me il mio last, il levriero, che non si era mai ambientato con il nuovo proprietario ed accolsi uno dei cuccioli di levriero a pelo ruvido nati con il primo marito, venduti qualche anno prima ma poi abbandonata, era una femmina, in un canile. Questo mi rese felice. Ma i due cani scappavano sempre, seminando il panico tra le galline dei vicini ed anche qualche vittima, con notevole disagio mio e spese per riparare il danno.

Il primo natale con la piccola, che aveva quasi un anno, fu una gioia. Vederla ad occhi sgranati davanti a doni ed albero di natale illuminato fu bellissimo. Io però, in questa gravidanza non ero riuscita a contenere il peso, come nella precedente, ed avevo sorpassato di nuovo gli ottanta chili. Ma non mangiare con tutto quel da fare e quei pensieri nella testa non mi fu possibile.

 

Dieci giorni prima del compimento del settimo mese ebbi delle contrazioni.

Il parto si era aperto.

Mi ricoverarono in ospedale, mi fermarono a letto con flebo 24 ore su 24. non potevo alzarmi neppure per andare in bagno. Il bambino si era girato con la testa verso il canale del parto, aveva appoggiato i piedi contro il mio fegato e spingeva con tutte le sue forze, per uscire. Lo sentivo distintamente. Per quanto era stata tranquilla e delicata la piccola nei suoi movimenti intrauterini, per quanto esagitato quel secondo figlio. Si seppe subito che era un maschio, questa volta non ci furono problemi, per questo.

Mi sembrava di avere una intera squadra di mini calciatori, nella pancia.

Dopo dieci giorni i medici mi dissero che il pericolo era scongiurato e che lunedì, quel giorno era sabato, sarei potuta tornare dalla mia bimba, che era con i nonni, e che certamente avrei portato a termine la gravidanza.

Ma io sentivo il bimbo spingere. Glielo dissi e loro risposero che era solo una mia impressione.

Mi alzai, dopo dieci giorni, presi una bellissima doccia e mi feci una lunga dormita. La mattina dopo mi svegliai, mi misi a sedere sul letto e sentii le acque rompersi.

Altro che mia impressione!!

fu convocato il chirurgo e il mio bambino nacque a mezzogiorno e mezza di quella domenica dei primi di febbraio 1986. avevo 31 anni appena compiuti.

Quella volta il parto non fu così semplice. Sempre eseguito con la epidurale, l'utero però era così legnoso che non voleva cedere e lasciar uscire il bambino. Il chirurgo ostetrico mi strattonava in malo modo staccandomi dal tavolo operatorio. Chiesi cosa stesse succedendo e con molta malagrazia mi fu detto di non disturbare.

Ma tutta la questione partì male..appena arrivarono i medici uno di loro fece un commento assai sarcastico e scortese sulla mia mole.. l'anestesista, molto imbarazzato, gli disse che io ero sveglia. Il medico si scusò ma a me rimase un amaro groppo in gola. Che bestie che sono certe persone..ma molto peggio di bestie.. solo perché hanno una laurea...

ci vollero diversi minuti prima che il chirurgo riuscisse a tirare fuori il mio bimbo.. la tensione era tangibile. Io tremavo. Ma non avevo paura per me. Tremavo per il mio piccolo. Finalmente sentii il suo grido, un vagito piccolino ma deciso. Era nato. E lì lacrime scesero. Ma il sarcasmo di quel giorno era destinato a rovinare tutto. Qualcuno disse: ma dai, invece guarda, è bellino....

che simpaticoni, quelli lì.. che rabbia che mi venne.. ma poi me lo portarono.

Era due chili e mezzo. Piccolino...ed era......blu...o meglio, azzurro..

mi dissero che aveva ancora quello che viene chiamato il velo o la camicia della madonna. Mi commossi ancora di più.

Pensai, guardandolo con amore, che lui aveva voluto assolutamente venire al mondo. Chissà a cosa sarebbe stato destinato.

Poi lo portarono via per lavarlo e sistemarlo. Era tutto sano e vitale, non c'era necessità della incubatrice. Mi ricucirono. Io mi abbandonai. Ero sfinita. Sfinita.

Quando mi riportarono in camera non ricevetti le ovazioni della volta precedente. Niente fiori anello e dichiarazioni d'amore.

Ma perché??

qual'era la differenza? Non capii.. ero triste. Stetti male nei giorni successivi. L'addome mi diventò tutto blu e pesto. Mi faceva un male cane. Le gocce per le contrazioni per ripulire l'utero mi provocavano dolori fortissimi. Avrei partorito non so quanti figli con parto normale, con quelle doglie.

Dopo qualche giorno ancora non si parlava di tornare a casa.

Io ero in pena per la mia bimba. Diceva cose strane. Diceva di avere due mamme. Aveva tredici mesi, non camminava ancora ma parlava benissimo. Era meraviglioso ascoltarla. Me la portarono spesso e lei mi diceva che io ero la sua mamma americana. Che la sua mamma vera era a casa.

Che strano discorso.

Ebbi paura di traumi, per lei ma io stavo male. Dopo dieci giorni, quando finalmente il tutto cominciò a rischiararsi ,il mio bimbo smise di mangiare. Me lo portavano dalla nurse che dormiva. Io gli mettevo il biberon in bocca ma nulla, non succhiava più, mentre i primi giorni era avido. Era sceso di trecento grammi di peso. Io cercavo di scuoterlo, di dargli dolci colpetti di fargli il solletico, ma lui dormiva.

Trascorsero così tre giorni. Gli fecero flebo. Mi dissero che se non avesse ripreso a mangiare il giorno dopo lo avrebbero messo nella incubatrice.

Allora, quella sera, io gli parlai. Gli raccontai della sua sorellina che ci aspettava, dei cani, del verde dei campi, delle partite a pallone che avremmo fatto insieme, io e lui. Della sua bici.. dei giocattoli. Delle gite, del mare delle montagne. Gli chiesi, per favore, di destarsi dal suo letargo, di mangiare, almeno un pochino. Lui dormiva. Gli aprii la bocca forzando lievemente sul mento e gli misi la tettarella in bocca. Cercai di fargli scendere qualche goccio di latte caldo. E lui mi ascoltò. Succhiò e bevve qualche grammo di latte. Io piansi di gioia.

Si rimise in fretta. Dopo un mese di ricovero finalmente tornai a casa.

Avevo due bambolotti tutti per me.

La mia primogenita aveva deciso di rimanere a vivere con il padre.

Io le avevo sempre detto che avrebbe potuto scegliere e quindi non mi opposi alla sua richiesta. Ci rimasi molto male ma cercai di dissimulare il mio dispiacere e la mia gelosia nei confronti della nuova donna del mio ex marito. Mi aveva chiesto il divorzio. Si sarebbero sposati presto.

Ma ben vedevo che vivere con noi, con i suoi nuovi fratellini ed il mio compagno, per lei era una sofferenza.

Il padre nel frattempo aveva cambiato lavoro e per uno strano gioco del destino aveva il suo nuovo ufficio ad un chilometro dalla mia nuova casa. Così la bambina non doveva cambiare scuola, che già aveva fatto troppi travasi in pochissimi anni. Anzi, dopo la scuola, veniva a casa da me per il pranzo e per fare i compiti. Stava ogni pomeriggio con me. E il padre la veniva a prendere alle diciassette, all'ora di rincasare.

In quel modo il distacco non fu così terribile.

Ma lei la mia ragazzina, che allora aveva dodici anni, era sempre più aspra con me. Aveva cominciato ad ingrassare. Mangiava tantissimo. Era ribelle in tutto. Non studiava, non ascoltava. Era sgarbata con me e con i piccoli e con l'uomo che avevo accanto, che cercava di essere gentile con lei ma di certo non faceva i salti di gioia.

Davvero con il padre lei stava meglio. Ed accettai quel parziale distacco.

Mi concentrai sui due germogli che avevo generato. Lei mi aveva rifiutato dalla nascita. Io mi ero chiesta migliaia di volte cosa avessi fatto per scatenare ciò ma non lo avevo mai capito. Lei era stata terribile, troppo vivace e ribelle. Sempre ammalata. O incidentata. ho dimenticato di raccontare della lavanda gastrica che le dovettero fare a tre o quattro anni, quando, da sola in casa con il padre mentre io ero a cavallo, si arrampicò in un posto difficilissimo e si mangiò le mie pillole anticoncezionali.

Non ho parlato delle botte che dava a tutti i compagni di scuola.. non ho parlato di troppe cose.. di tante.. ma impossibile narrare tutto.

Era molto intelligente ma rifiutava di comportarsi in un modo intelligente.

Fu assai difficile crescerla.

Invece i miei due piccoli erano dolci e tranquilli.

Il maschietto per i primi mesi ebbe il sonno spesso disturbato. Soffriva di coliche gassose e quindi gli faceva male il pancino, che si gonfiava come un barilotto. Allora io gli facevo cambiare di posizione, lo massaggiavo, gli facevo emettere aria, lo ninnavo, gli cantavo la sua canzone preferita, - la bella la va al fosso – e lui si riaddormentava.

La piccola era buonissima. Non piangeva mai. Dove la mettevo, lei stava.

Dopo i primissimi mesi divennero come due gemellini: vivace e precoce lui, nei movimenti e nel mettere i denti, tranquilla e lenta lei, - camminò a diciotto mesi ed il primo dentino lo mise dopo la nascita del fratello. -

così si trovarono presto a pari passo. Solo nel parlare lei lo sopravanzava di gran lunga.. lui solo verso i tre anni cominciò ad esprimersi in modo più articolato. Piangeva parecchio, lui. Certo le coliche gli avevano indotto l'abitudine di esprimersi così. Era vivace ma obbediente. Era poi allegro. E molto affettuoso. Erano entrambi molto affettuosi. Mi adoravano.

Ed io adoravo loro.

Cantavamo le nostre canzoncine, giocavamo al leone ed al cavallo e loro sul lettone mi strapazzavano in tutti i modi, a cavalcioni della mia schiena. Lunghe passeggiate per i campi e le stradine di quelle campagne a raccogliere fiorellini. Era bellissimo essere la loro mammina.

Ma quelle gioie erano interrotte da tanti tanti problemi.

Si vide subito che il denaro non sarebbe bastato, con un bimbo in più. Ma il mio compagno non mantenne mai la promessa che mi aveva fatto.

Quando il maschietto ebbe otto mesi mi chiese bruscamente se io non avessi intenzione di lavorare mai più, se avessi voluto farmi mantenere da lui.

Ci rimasi così male che reagii con rabbia. Io farmi mantenere?? ma mai al mondo. Dopo una settimana lavoravo già.

Iscrissi i bimbi al nido e cominciai a vendere i libri della mondadori, porta a porta. Feci un corso serale e presi l'iscrizione all'albo degli agenti e dei rappresentanti.

Mi proposero un lavoro per una ditta di generi alimentari. Accettai. I libri si vendevano, ma era dura.

Lì mi diedero una zona già avviata sola da incentivare.

Iniziai subito con entusiasmo.

Purtroppo i bimbi si ammalarono diverse volte. Non fu proprio possibile mandarli al nido. Non si poteva mandarli avanti ad antibiotici una settimana si ed una no. Allora assunsi a tempo pieno una tata, una donna giovane e bravissima che li seguì fino a quando restammo nel ravennate, nel 1996.

io lavoravo come una matta. Comprai un'auto più comoda, adatta al mio nuovo incarico, una balla ranault nove, usata ma messa benissimo. Il fatturato cresceva a vista d'cchio. I negozianti mi volevano un gran bene. Ero puntuale e cortese, simpatica, ricordavo tutto. Davo tutti gli sconti possibili. Il catalogo era ottimo. Triplicai in pochi mesi … mi piaceva da morire girare per i paesini della romagna vendendo le mie buone cose da mangiare. Era come fossi la vivandiera di una grande famiglia.

Mi mancavano i bimbi ma quando ero a casa, tutto il mio tempo era per loro. La tata faceva anche tutte le faccende. Restavano solo le spese e il cibo. Mi organizzavo ed era sempre tutto a posto in modo di potermi dedicare il più possibile ai due bimbi. I loro sorrisi, al mio ritorno, le loro vocette, i giochi i bacetti.. erano un sogno.

Non così andavano le cose con il mio lui.

Era sempre più ombroso e torvo. Beveva. Non si ubriacava, no, reggeva l'alcol in modo stupefacente, ma la bottiglia del vino e le vodke al bar erano giornaliere. Fra noi era sceso un gelo grande. Non mi cercava più. Tra un rapporto e l'altro passavano mesi.

Io soffrivo intensamente di questo. A letto mi avvicinavo a lui, cercavo di abbracciarlo ma lui rimaneva indifferente. O mi respingeva. Mi diceva che io cercavo solo sesso, da lui. Ed io cominciai a dirgli che il suo pene era la sua parte migliore.. tanto mi faceva soffrire ed arrabbiare la sua freddezza. Ero un po' ingrassata ma ero ancora assai bella.

Un collega mi fece la corte. Cedetti alle sue lusinghe, un pomeriggio, dopo un pranzo di lavoro con tutta la ditta. Era un bellissimo uomo, così dolce ed ardente. Tradii per la prima volta il mio compagno, da quando, dopo essere rimasta incinta la prima volta, avevo chiuso con tutti gli altri miei 'amici '.

quando il mio uomo prese un impegno con me, io lo presi con lui.

Ma la sua freddezza mi feriva, mi umiliava. Non era il sesso, solo il sesso. Era essere donna. Essere amata. Così lo tradii. Ma fu una cosa di un pomeriggio. Non volevo assolutamente avere un amante. Amavo il mio compagno, volevo lui. Scossa da quanto accaduto cercai di capire cosa gli stesse succedendo. Cercai di parlargli di farmi spiegare cose ci fosse che non andava. Ma non ottenni risposta. Le uniche che mi diede in quei lunghi anni furono: lavoro, non rubo non ammazzo. Cosa vuoi di più da me.

Il nostro rapporto prese uno strano andamento. Lui si raffreddava sempre di più. Si allontanava. Più un bacio, una carezza. Assolutamente nessun amplesso. Passavano i giorni. Lui era sempre più duro e collerico, instabile. Lo temevo. Non sapevo mai come comportarmi, sbottava per un nonnulla. Non facevo non dicevo mai bene. Era come un crescendo rossiniano. Poi una notte mi cercava. Io, ferita, lo respingevo. Allora lui piangeva, chiedeva il mio perdono. Ci amavamo con la nostra consueta passione. Mi diceva che erano problemi sul lavoro, che mi amava. Io, ogni volta credevo che la crisi fosse risolta.. stava sereno qualche giorno poi, tutto ricominciava. E il periodo tra un rapporto d'amore ed il seguente andò sempre allungandosi. D settimane a mesi..due tre... io ingrassavo. Mangiavo, soffrivo piangevo

a volte mi svegliava di notte nel sonno. Era come se i nostri due corpi, staccate le menti nel sonno, si riallacciassero nell'amore. Ma anche queste notti si diradarono fino a sparire definitivamente, nel corso degli anni.

E più gli chiedevo spiegazioni, meno me ne dava.

 

Litigai con il proprietario della ditta di alimentari. Fu una brutta storia. Si scoprì che lui era il nemico giurato di giovinezza del mio compagno. Io non lo sapevo. Né lui mi spiegò mai cosa ci fu con precisione fra di loro. Ma l'odio tra i due era folle. il mio datore di lavoro organizzò un tranello e mi scoprì mentre ritiravo, rimborsando di tasca mia, della merce che era stata venduta con il patto del ritiro sullo scaduto. Il negoziante, d'accordo con il mio capo, parlando, mi portò a dire che il mio superiore aveva sbagliato a quelle parole lui saltò fuori. Era nascosto dietro una scaffalatura. Uscì gridando urlando bestemmiando che lui era il capo ed io dovevo fare solo quello che lui mi comandava. Io gli mollai la borsa con il catalogo in mezzo al negozio e me ne scappai piangendo.

A casa, quando raccontai al mio uomo l'accaduto, presi altre grida urla e bestemmie.

Mi licenziai. Dopo una settimana il mio collega, quello con cui avevo avuto quella storia, venne a portarmi le scuse del titolare e a chiedermi di tornare con loro. Ma per rispetto al mio compagno rifiutai.

 

Allora una mia amica mi propose una affare. Il cognato era morto improvvisamente, investito da un auto mentre era in bicicletta. Lui aveva inventato un brevetto.

Era un macchinario che stampava piccoli pezzi di teflon per le barche. Un prodotto innovativo e molto interessante. Per dodici milioni mi avrebbe venduto macchinario. Brevetto, un po' di materia prima e la clientela esistente.

Mi sembrò un affare, una cosa bellissima. Avremmo potuto mettere il macchinario nel garage e lavorare in casa. Senza dover lasciare i bimbi con la tata e risparmiando il suo salario che era di seicentomila lire al mese.

Vedevo un grande avvenire per quella tecnologia. Studiai un po' la cosa e immaginai altre possibilità. Facendo fare altri stampi si sarebbero potute forgiare altre parti per altre necessità: il teflon era un materiale assolutamente futuribile, secondo me.

Ma non ci fu nulla da fare.

Sebbene a vessi trovato facilmente il prestito presso la mia banca, senza ipoteche od altro, solo con una piccola rata di rientro, il mio compagno non ne volle sapere. Discutemmo a lungo. Io gli dicevo che lui avrebbe potuto aiutarmi. Aveva molto tempo libero. Usciva alle sedici dal lavoro, anche se prima delle diciotto diciotto e trenta non era mai a casa. Aveva i sabati e le domeniche in festivi liberi. Più di un mese di ferie l'anno.

Ma fu irremovibile.

E come avrei potuto fare quello contro la sua volontà??Mi arresi dopo giorni e giorni di di aspre discussioni.

E feci assai male.

La persona che acquistò quel brevetto si arricchì in fretta. Lo seppi con certezza.

 

Era l'inizio dell'estate del 1987.

nel paesino dove vivevamo c'era una piccola ditta di ingrosso di bevande. Serviva bar ristoranti stabilimenti balneari. D'estate la mole del lavoro cresceva a dismisura. Il proprietario seppe della mia bravura e mi propose di prendermi cura del settore balneare. Accettai con gioia.

Il denaro scarseggiava. Senza un secondo stipendio davvero non si poteva. Ero stata ferma solo tre settimane ma ero assai preoccupata.

Era maggio: cominciai quella nuova avventura.

Alle sette del mattino ero già in macchina, fino alle nove di sera.

I punti da visitare erano moltissimi ogni giorno. La cadenza delle visite frenetica perché nessuno aveva la possibilità di stivare troppe scorte. E la birra l'acqua il vino le coca cola scorrevano a fiumi.

In quegli anni la gente aveva soldi da spendere. Le spiagge erano gremite. I tavolini dei bar e dei ristoranti sempre pieni.

Lavoravo e lavoravo. Vendevo e vendevo. Faceva un caldo pazzesco. In macchina con il tailleur e le scarpe chiuse. Ma ero contenta, molto. Guadagnai assai bene in quella estate.

Ma mi stancai moltissimo. Alla fine di agosto, una mattina, il braccio destro cominciò a formicolare. Si gonfiò la mano. Risalì lungo la spalla, il collo la guancia. Spaventata mi recai nell'ambulatorio del mio medico che era lì vicino. Lui mi spedì di corsa con un'ambulanza al pronto soccorso. Mi ricoverarono in neurologia.

Non si capì mai bene cosa fu. I sintomi persistettero per settimane. Feci un mese di ricovero, poi mi dimisero praticamente senza una diagnosi. Ma io ero disperata per i miei bimbi e volli tornare a casa.

Imparai a sopportare quel fastidiosissimo stato a conviverci. Una successiva visita da un luminare di bologna a cui portai tutti i miei esami e trecentomila lire rivelò che forse avevo avuto una infezione virale spinale. Il grande scienziato mi disse che se si fossero aggravati i sintomi, avrei dovuto recarmi da lui che mi avrebbe ricoverato nella sua clinica e fatto accertamenti più approfonditi, come la puntura lombare con esame del midollo. Intascò il mio denaro e mi congedò.

Ma le cose, in casa, nonostante il mio evidente malessere, peggiorarono.

 

Il mio compagno era geloso del mio titolare. Non ho mai capito veramente cosa avesse contro di lui. Fra noi non ci fu mai davvero nulla, neppure l'intenzione. Era un ometto piccolo piccolo, sfortunato, un po' strano. Io però mi ci ero affezionata. Lui era molto gentile con me. Forse galante. Ma senza intenzioni, almeno a mio vedere.

Al mio uomo lui era come il fumo negli occhi.

Alla fine dell'estate il lavoro crollò di botto.

Cercai di recuperare un po' di fatturato andando a vendere del vino a nuovi ristoranti. E, per vendere, vendevo ma di certo la mole del fatturato estivo era assai lontana.

Il mio titolare mi suggerì di aprire io un bar.

Avevo già l'iscrizione al REC, dovevo solo far aggiungere la somministrazione di alimenti e bevande, con un esame integrativo.

C'era un baretto in una via centrale di ravenna, ma un po' defilata. Era assai piccolo ma lavorava abbastanza. Era giusto per una persona sola, come ero io.

Mi piacque così tanto, quando lo vidi. Ne chiedevano settanta milioni, da pagarsi in due rate a distanza di dodici mesi l'una dall'altra.

Ne parlai con il mio compagno. Lui non ne fu entusiasta ma io quella volta non mollai.

Lo comprai.

Ma altre novità grosse accaddero in quel 1988.

il mio ex marito, che si era risposato, un giorno comparve con la macchina piena delle cose di mia figlia. Mi disse che io avevo goduto abbastanza della libertà. Che adesso era il suo turno. Che la sua nuova moglie gli aveva posto un aut aut: o la figlia o lei. E lui aveva scelto la moglie. Mi disse che aveva diritto di un po' di felicità. Scaricò le cose e senza dare altre spiegazioni alla sua ' amata 'figliola, che ovviamente non aveva ascoltato quel terribile discorso, se ne andò e scomparve dalla sua vita.

A quel punto la casa era diventata davvero piccolissima. Non era più pensabile continuare a vivere lì, con i tre bambini, in due stanze più una cameretta di due metri ed un bagnetto nel quale chiudevi la porta senza alzarti dal wc.

Seppi che in paese era in vendita da tempo una grande casa. Aveva solo quattrocento metri di giardino ma era grandissima. Su due piani, quattro camere di sotto, quattro di sopra, un capannone trasversale con camino e sopra a quello un lunghissimo mansardato grezzo. C'era anche un capannetto in muratura nel giardino. I vecchi proprietari vi avevano venduto i fiori e quella era la stanza coibentata e refrigerata.

L'andai a vedere. Mi piacque.

Tornai a casa e dissi al mio compagno che l'avrei acquistata.

Ormai ero troppo arrabbiata con lui.

Le sue scelte si erano rivelate sbagliate. Scelte fatte con il mio denaro.

Il peso della famiglia era tutto sulle mie spalle. I bambini col padre non dicevano mai nulla. Ero io quella che doveva sempre risolvere i loro piccoli problemi. Tornavo a casa dal lavoro e loro mi raccontavano quello e quell'altro e avevano fatto una cosa, avevano male lì, c'era bisogno di comprare o andare là.. la più grandicella aveva cominciato a frequentare la scuola materna. Ma al padre non chiedevano mai nulla. Lui sedeva al tavolo della cucina, leggeva il giornale e loro giocavano, in silenzio. Solo al mio ritorno ed a me rivolgevano i loro piccoli gradi quesiti.

Ed io avevo già da tempo cominciato a pensare che quell'uomo non era poi così fantastico come mi era sembrato.

Inoltre mia madre stava male ed aveva bisogno di essere accudita. Nella grande casa c'ara posto anche per lei.

Nel giro di tre mesi vendetti la casetta rosa a cinquanta milioni, comprai quella più grande, che era giallo ocra, per settantacinque.

Il bar per settanta, pagando i primi trentacinque in contanti.

La grande casa aveva bisogni di qualche lavoro per diventare comoda come dicevo io.

Gli impianti di riscaldamento ed elettrici, i pavimenti, gli infissi, i due bagni, la recinzione..

Facemmo diverse cose da soli. Lui era bravo a fare quasi tutto. Lavorammo come matti.

Io accesi un mutuo di ristrutturazione prima casa di quaranta milioni. Rata mensile di trecentomila lire.

A settembre 1988 vi andammo ad abitare.

Il bar aveva aperto da un paio di mesi.

Mi alzavo alle cinque del mattino. Il bar era a quindici chilometri da casa. Alle sei ero operativa: panini sandwich tartine paste cotte da me, oltre quelle del pasticciere.

Il menù dei panini caldi era allettante. Usavo solo prodotti freschissimi e della migliore qualità: il latte fresco intero della centrale cooperativa. Il migliore caffè.

I miei cappuccini avevano una soffice densa schiuma. Avevo imparato in un attimo tutto.

Comprai tutto un assortimento di ' caramelle di plastica ', come le chiamavo io, che stavano spopolando fra bimbi e ragazzetti. Lì vicino c'erano tre scuole. Nelle primissime ore del mattino si entrava a stento, tanta era la ressa.

Io diventai velocissima. Facevo tutto da sola, anche la cassa, naturalmente.

La clientela crebbe notevolmente. Ero molto soddisfatta. All'ora di pranzo i miei panini gustosi ,grandi e a buon mercato attirarono diverse persone. Solo che il locale era davvero piccolo. Due tavolini accanto al bancone e quattro in un soppalco rialzato, a fianco. Più di tanto non si poteva lavorare. E poi, avevo solo due mani.

Il pomeriggio era più tranquillo. Approfittavo per ripulire tutto, fare gli acquisti. Incrementai gli aperitivi serali inventandomi nuovi pastrocchi colorati da servire con canapè e salatini.

Chiudevo alle venti e trenta, lasciando tutto pulito e pronto per l'indomani.

Il giorno di chiusura era la domenica.

Correvo a casa, dai miei figli, che mi accoglievano festanti, almeno i due più piccoli.

 

Nella nuova abitazione si viveva magnificamente.

A lui non piaceva, diceva che c'era poco spazio intorno, poco giardino. Ma a cosa erano serviti quei tremila metri di terraccia se non a spendere soldi per tenere l'erba più bassa di una giungla?? provai un anno a piantarvi dei fagiolini, ma non recuperammo neppure le spese. La mia amica, l'ex socia, mi disse più volte che avrei dovuto acquistare qualche cagnolina di razza e vendere i cuccioli. In quei casotti, che erano rimasti inutilizzati ed abbandonati ricettacoli di polvere, si potevano ricavare dei comodi caniletti. Ma il mio compagno non volle mai. Non voleva gente per casa, telefonate. Affari.. nulla di tutto quello che girava intorno al mondo dei cani gli piaceva.

Allora tutto si era risolto nel vivere tre anni in due stanze, senza nessuna comodità per i due bebè ma soprattutto per me.

La nuova casa era perciò per me un sogno.

 

Mia madre si trasferì da noi ed apportò ulteriori tensioni.

Litigava con la nipote maggiore, era dispotica con i due più piccoli, sempre in contrasto con il mio uomo.

Ma stava molto male. Fu operata alla schiena poi al fegato. Era necessario sopportarla. Inoltre lei ci aiutava economicamente. Ci aveva dato quindici milioni per sistemare la casa e farle camera e bagno a sua necessità e ogni mese contribuiva con una cifra che non era piccola. Non la ricordo. Credo trecento mila lire ma non ne sono sicura.

Il caro vita aumentava. I prezzi salivano vertiginosamente. La famiglia di sei persone era assai dispendiosa. Poi c'era la tata. Io ero fuori casa tutto il giorno. Era assolutamente impensabile fare senza di lei.

La tensione in casa crebbe a dismisura. Il mio compagno era sempre più agitato nervoso scontroso ed irascibile.

 

Anche il maschietto andò alla scuola materna. I due piccoli crescevano bene. Lui era più vivace e birbante, molto di più. Lei era una donnina e gli faceva da mamma. Lui si arrabbiava molto, per quello, dicendole che di mamma gliene bastava una. Ma la sorellina non mollava. Gli faceva persino il letto.

Li avevamo sistemati in due grandi camere contigue, ma loro vollero unire i lettini, che si potavano trasformare a castello e dormire insieme: il maschio sopra, la femminuccia sotto. Erano inseparabili. Li sentivo chiacchierare tra loro mentre si addormentavano, dopo che li avevo messi a letto.

Tornata dal lavoro loro avevano già mangiato. Gli facevo il bagnetto, entrambi insieme dentro la capiente vasca da bagno piena di acqua calda schiuma e barchette. Giocavano scherzando. Li asciugavo, gli mettevo i pigiamini e poi si infilavano tra le lenzuola. Io mi trattenevo un po' con loro, raccontavo una favola, cantavo una canzoncina. Stanchissimi scivolavano presto nel sonno. Io mi recavo in bagno per rimettere tutto a posto e sentivo i loro ultimi discorsi del giorno. A volte le femmina finiva di raccontare lei la favola al fratellino.

Erano due creature meravigliose. Intelligenti e dolcissime. Così diversi dalla loro sorella maggiore, sempre dura ed anaffettiva. Io mi scioglievo di tenerezza.

Ma era la mia sola dolcezza.

Con il mio uomo le cose andavano sempre peggio.

Con la figlia grande ci fu da passare una grossa crisi.

 

Dopo che il padre me l'aveva scaricata così brutalmente e sparì completamente, se non per qualche breve impacciata telefonata, lei pazientò qualche mese. Poi mi fece domande precise. Volle sapere cosa fosse successo.

aveva quasi quindici anni. Era ormaiuna donna. Alta più di me, forte, assai robusta, volitiva. Di certo non la si poteva trattare come una bambina.

Dopo le scuole medie, finite un po' per il rotto della cuffia, la moglie di suo padre la convinse di iscriversi alle magistrali. Io ero contraria. Lei era molto intelligente ma assolutamente non aveva voglia di studiare e non tollerava nessuna disciplina.

Infatti frequentò qualche settimana e poi passò il resto dell'anno in giro per la città con i più sbandati che trovò. Divenne punk e dark e si truccava pesantemente con quello stile che io trovavo davvero di dubbio gusto. Ma non mi opposi. Giudicavo che avesse il diritto di seguire un suo stile. Ma a scuola però ci doveva andare.

E dato che non lo faceva la ritirai, per non farla bocciare e la costrinsi a venire ad aiutarmi un po' nel bar. Ma era una frana. Tutto quello che faceva mi complicava di più la vita. Così le lasciai la libertà. Si mise con un ragazzetto brutto e stupido. Mi chiesi mille volte – e lo chiesi a lei – cosa ci trovasse. Ma, ricordando i discorsi di mia madre quando io avevo la sua età, accettai anche lui. Passavano dal bar per bere o mangiare.. io davvero non ero felice nel vederli così. Mi dava l'impressione che stessero sbagliando tutto.

Quando mi chiese del padre io le dissi la verità. Cercai di addolcirla un po' ma non le mentii.

Per lei fu un colpo durissimo. Forse sbagliai ma io ho sempre creduto che la verità non sia mai un errore.

Divenne ancora più riottosa ribelle prepotente aggressiva.

Litigava con tutti, con me la nonna e il mio compagno. Per ogni piccola sciocchezza.

Fuggì di casa.

Venne vista per strada con una sua amica. Me lo vennero a dire dei ragazzi che venivano sempre a mangiare i panini da me e che quella mattina mi avevano vista sconvolta e a cui avevo raccontato che la mia ragazza la notte non era rincasata ed io non sapevo dove fosse.

Avevo telefonato al padre, il quale mi disse che non sapeva cosa fare e mi invitò a rivolgermi alla polizia. Io volli attendere qualche ora ancora e feci bene.

Quando mi indicarono dove fosse, chiusi il bar di corsa ed andai a riprenderla. Riportai a casa l'amica e cercai di parlare con mia figlia.

Volevo che smettesse di vagabondare così, che decidesse cosa fare del suo futuro. Che si cercasse un ragazzo migliore. Anche lui aveva lasciato gli studi e fumava canne. Scoprii che lei pure fumava. Dall'età di undici anni. Lei che aveva sempre torturato il padre, grandissimo fumatore, perché smettesse.

Mi cascò il cielo sulla testa.

Ma come fare??? io ero dentro quel bar tutto il giorno..

e cominciai a stare male.

Presi una prima broncopolmonite. Tenni chiuso il bar una settimana. Stetti malissimo. Poi una seconda, più lieve, che curai in piedi lavorando.

Poi cominciarono le coliche. Veramente erano cominciate ancora quando stavamo nella casetta rosa. Tutto ad un tratto mi coglieva un fortissimo dolore allo stomaco, tanto forte da piegarmi le ginocchia e farmi accasciare a terra.

In quei mesi si intensificarono. Feci esami. Si parlò di calcoli alla cistifellea. Feci una gastroscopia.

Risultò una brutta ulcera pilorica con stenosi. In pratica il piloro, sommerso nei succhi gastrici si era eroso e stringeva l'anello dello sfintere. I boli del cibo non fuoriuscivano, lo stomaco si riempiva di gas ed arrivava la colica.

Mi curarono e i sintomi dell'ulcera migliorarono ma peggiorarono le coliche epatiche. ma calcoli non se ne vedevano.

Giunse l'estate. Mi prese una colica fortissima. Mi ricoverarono un'altra volta.

In quei giorni mia figlia maggiore fuggì di nuovo di casa.

Rubò i gioielli di mio padre e mio nonno, anello medaglia al valore, vecchissimo orologio d'oro a catena, anello con topazio e le mie spille e catenine e anellini e braccialettini di battesimo e comunione. Razziò tutto, anche il denaro che trovò in casa, qualche centinaio di mila lire, della nonna, e fuggì con la sua vespa ed il suo ragazzo.

Quando il mio compagno me lo disse, io stavo malissimo, in preda da tre giorni a quella colica che non passava con nulla.. Telefonai al mio primo marito ma anche quella volta se ne lavò le mani.

Furono due giorni di assoluta angoscia. Poi la polizia ferroviaria li trovò su di un treno diretto ad amsterdam.

Li fermarono e li portarono a milano. Di certo io non potevo andare a prenderla. Il padre di mia figlia si negò di nuovo. Allora solo il mio compagno si fece avanti. Quella volta si comportò assai bene. Prese la macchia ad andò a milano a recuperare i fuggitivi.

Ma la portò il giorno stesso direttamente da milano. Piangente, sporca puzzolente, fumata visibilmente, distrutta. Io l'abbraccia in preda ad un grandissimo dolore. Piangemmo così su quel letto di ospedale. Lei mi raccontò che il suo ragazzo aveva avuto una strana reazione alla pelle. Che era stato certo avesse contratto L'AIDS, dato che si bucava, che fosse il morbo di karpof. E quindi era certa l'avesse contratto pure lei. Per quello erano fuggiti. Le chiesi di tornare in sé. Promise. Furono fatti esami che, per fortuna, risultarono negativi: lui aveva solo una crisi di acne.

 

Mi dimisero senza diagnosi. I calcoli non si vedevano. Gli esami erano perfetti. Dissero che somatizzavo. Ma io continuai a stare male. Tornai al bar, che questa volta avevo lasciato nelle mani di due mie amiche, pagandole, ovviamente, per non chiuderlo di nuovo.

Ma stavo male.

Però sembrava che mia figlia si fosse calmata. Non usciva più. Disse che aveva lasciato quel ragazzo Invece scoprimmo che usciva di nascosto la notte, scavalcando la finestra.

 

Mia madre, in tutto quel trambusto, si arrabbiò tantissimo e se ne tornò a vivere accanto a mio fratello.

Mi disse che ero pazza, che la mia vita era una follia. Le chiesi se avesse una ricetta per risolvere tutto con la bacchetta magica. Mi rispose che il problema era mio. Che quello era il frutto delle mie scelte.

Io ribadii che quello era il frutto soprattutto di scelte altrui ma di certo io avevo lasciato fare. Le dissi che una buona parte di tutti quegli errori dipendevano dal mio non sapere mai cosa volere. Se facevo di testa mia sbagliavo, se davo retta ad altri sbagliavo. Lei mi disse che non sapeva cosa dirmi che aveva dato la vita per me, che mi aveva aiutato in tutti i modi. che non resisteva più. E se ne andò.

Lasciandomi così anche senza aiuto economico, oltre che senza la sua presenza che comunque si dimostrava preziosa nei momenti di vuoto. In casa lei c'era sempre ed i bambini potevano così non rimanere mai soli, permettendomi di risparmiare qualche ora della tata.

La capii, però. Casa mia era davvero un girone infernale.

 

Quando scoprii che mia figlia usciva di notte scavalcando la finestra mi arrabbiai tantissimo. Le vietai di vederlo. Montai una guardia armata. La chiusi in casa.

Ma ormai era troppo tardi. Dopo pochissimo mi confessò di essere incinta.

Rimasi di sasso. Ma non la sgridai. Le dissi che potava contare su di me. Che scegliesse in tutta libertà cosa fare. La portai a fare colloqui con una psicologa che disse che la colpa era tutta mia. Che la ragazza aveva sofferto troppo sin da neonata e la responsabilità era solo mia.

Mi sentii un mostro.

Pensavo a questo bambino, immaginavo potesse assomigliare al padre, che era quasi anormale, e rabbrividivo. Ma era un bambino, era una creatura, era sacro. Era mio nipote.

Lo amai.

Ma mia figlia decidette di non farlo nascere. Con dolore accettai la sua decisione. La portai a fare tutto quanto. Cercai di starle vicina. Ma lei si chiuse in se stessa.

Ed anche si chiuse in casa. Non uscì più. Fino all'autunno del 1989, quando si iscrisse alla prima istituto alberghiero, - cucina - e cominciò a frequentare regolarmente le lezioni.

Io piansi in silenzio per mesi, anni, per tutta la vita quella piccola vita spezzata. Ma mia figlia non voleva avere bambini. Aveva sempre affermato quello sin dai suoi primissimi anni. Non voleva sposarsi né avere figli. Mentre invece i figli vanno desiderati amati. E poi è difficilissimo anche così.

La vita era la sua: aveva diritto di scegliere. Ma io piansi quella piccola vita mai nata.

La vita in casa, però, si acquietò un po'.

 

Forse sto sbagliando qualche collocazione cronologica, può darsi che incroci qualche accadimento, che sgarri di qualche mese. Mi accorgo che in questo devo forzarmi un po' per inserire tutto al suo posto.

Ma credo che non cambi granché.

Comunque il 1988 era andato ed anche un bel po' del 89 quando accadde qualcosa di eccezionale.

Per raccontarlo uso parole che ho già scritto. due brani tratti da due capitoli del mio terzo romanzo QUELLO CHE NON DICO A NESSUNO.

 

 

 

Ci eravamo conosciuti a venti anni, lui, Stefano, aveva la mia stessa età, l'esatto anno della mia nascita.

Ma lui è un leone, io invece un acquario.

Era bello il ragazzo Stefano, biondo, gli occhi scuri ma dorati nei riflessi, molto mobili e impudenti, che sorridevano assai prima delle sue labbra.

Il viso regolare ma non troppo mascolino nascondeva un qualche cosa di muliebre, di infantile, di bambina appena cresciuta.

Alto senza esserlo, forte senza saperlo, piacente e completamente conscio del suo potere, seduceva sapendo di sedurre, seduceva chiunque per poi tradire ogni aspettativa con comportamenti irresponsabili ed irrazionali.

E pure si beava del livore altrui, della delusione che lasciava dietro le spalle, dello stupore maligno che accompagnava le sue sfuriate o i suoi eccessi.

A queste reazioni assurde dava spiegazioni rocambolesche che io trovavo delizianti e perfettamente logiche.

Gli perdonava tutto, perché era mio amico, era uno spirito libero che rifiutava ogni regola ma seguiva esclusivamente quella del suo istinto e del suo desiderio.

Io vedevo in lui quello che avrei voluto essere ma non ebbi mai il coraggio di diventare, vedevo l'uomo che sarei stato se madre natura mi avesse dotata della barba e dei suoi bei baffi folti e curati, e pure di qualcos'altro.

 

Per più di dieci anni io e Stefano fummo amici, amici cari.

Lui si sposò, io lo ero già, e in quattro facevamo cene, partite a carte, scampagnate, le nostre due bimbe giocavano insieme.

Poi io mi separai, si risposai, ebbi un altro figlio, e Stefano fu sempre vicino a me con uguali passioni politiche, simili convinzioni, medesimi impegni, e stessi piaceri.

Sapevo che la sua vita privata era assai movimentata, sapevo che con sua moglie avevano incontri assai particolari, almeno per le mie idee, ma pensavo di essere comunque al di fuori di quella sfera per lui e sulla cosa, sui suoi racconti piccanti e ammiccanti, ridevamo come commilitoni.

A volte io mi sentivo più uomo di lui.

Una volta gli procurai un'avventura assai coinvolgente con una ragazza inglese più giovane di loro, che cercava un accompagnatore fidato per le sue vacanze. Avevo degli obblighi verso di lei, ma non volevo assolutamente trasformare il suo soggiorno presso di me in una prigionia. Però temevo vivamente che si sarebbe cacciata nei guai: la giovane non conosceva affatto gli italiani e questo mi preoccupava alquanto.

Così pensai a Stefano, non curandomi assolutamente di quello che avrebbe pensato sua moglie e mia cara amica: sapevo che lei vi era del tutto abituata.

Lui anche quella volta si dimostrò perfettamente all'altezza, e la fanciulla anglosassone non dimenticò mai il suo tempo in Italia.

E io fui felice di averle regalato un vero maschio italiano e di avere regalato a lui una dolcissima preda dagli occhi di cielo.

Ma anche il mio secondo matrimonio entrò molto presto, troppo, in crisi.

Mi sentivo trascurata e lo ero, anzi addirittura rifiutata e questo mi faceva soffrire immensamente, riempiendomi di rabbia.

 

Una sera Stefano entrò nel bar dove allora lavoravo. Era la chiusura e mi stavo affaccendando per lasciare tutto in ordine e pulito: eppure quando lo vidi entrare dalla porta a vetri, mi illuminai e gli sorrisi come sempre facevo vedendolo. Gli volevo molto bene.

Stefano si accomodò con quel suo fare da guascone, sul trespolo al banco e gli servii subito il vino bianco che sapevo piacergli molto. Aprii un pacchetto di salatini, tutto per lui.

Senza por tempo in mezzo, egli mi guardò negli occhi e mi chiese a bruciapelo se avessi voluto andare a trovarli la sera stessa per fare l'amore con loro, con lui e sua moglie.

Restai fulminata da quella proposta e ne fui estasiata: da sempre favoleggiavo tra me e me di avere un'esperienza simile, ma mai e poi mai avrei pensato di poterla veramente realizzare e sicuramente non con loro.

Ero decisamente molto ingenua e questo faceva di me una rara specialità: una timidissima disinibita.

L'unica cosa che mi venne da dirgli fu un si spontaneo e immediato, senza neppure un attimo di esitazione, protestando però vivamente sul fatto che egli avesse lasciato passare tanto tempo prima di proporsi a me in quella speciale veste, esprimendogli il mio rammarico per tutte le occasioni che erano andate sprecate.

Lui mi guardava soddisfatto e sornione e a me il cuore batteva forte di curiosità ed emozione: il mio eroe si era finalmente accorto di me e mi desiderava esattamente come gli avevo visto desiderare tante altre donne e amiche mie; inoltre avrei potuto finalmente amare una donna, un sogno che rincorrevo nelle sue più inconfessate aspirazioni fin a quando la memoria mi portasse indietro.

Il bar era deserto a quell'ora, la saracinesca semi abbassata e le luci quasi tutte spente. Stefano girò dietro al bancone e mi spinse contro un angolo più in ombra, premendo contro di lei, aderendo con tutto il suo corpo che le manifestò immediatamente il suo entusiasmo giovanile con un inequivocabile potente turgore.

Mi abbracciò e mi strinse molto forte guardandomi fisso e sorridendo, dicendomi a bassa voce: Marina vuole tanto che tu la baci, ovunque.

Mi sentii afferrare alla bocca dello stomaco dalle sue parole e mi si piegarono lievemente le ginocchia.

Non dissi nulla, ma passai la mano aperta e leggera con una carezza maliziosa sulla sua virilità così accesa, sentendomi bella e potente, pari a lui: egli mi stava offrendo sua moglie come un vero compagno d'armi, mi stava portando alle soglie spalancate del suo sogno di sempre.

 

 

 

 

Entrai in quella casa che conoscevo così bene come varcassi quella soglia per la prima volta, i timpani del cuore in piedi in un ' fortissimo ' prolungato.

Trovai Stefano, l'ornamento dei miei vent'anni, che mi attendeva sorridente. Imparai a riconoscere bene quella sua espressione di noncuranza con la quale nascondeva l'eccitazione più forte, che in quel preciso momento mi passò un laccio fremente ai polsi, dal quale mi divincolai solo quando la piccola Chiara si appoggiò penetrante alla mia schiena.

Come se nulla fosse diverso, mi chiese se volevo qualcosa da bere, mi versò un calice di vino bianco e poi mi prese per mano e senza aggiungere una parola mi indusse a seguirlo su per le scale che conducevano al piano superiore.

La penombra mi attirava a sé sospirando dalla porta socchiusa della camera da letto.

Marina era lì, completamente nuda e sdraiata sul lenzuolo bianco, gli occhi accesi di un caldissimo riflesso che non avevo mai visto sul suo volto scarno e allungato.

I suoi neri capelli riccioluti si spandevano sul cuscino come un fiorire di alghe marine. Vedendoci entrare, rivelando l'attesa silenziosa e prolungata che aveva preceduto il nostro ingresso, tese le braccia sorridente al marito che le stava recando per mano una nuova proposta di piacere.

Stefano lasciò la mia mano e si distese accanto a lei, baciandola sulle labbra grandi con affetto e poi volgendosi a guardare me, che, in piedi contro la porta, immobile, mi scolpivo quei fotogrammi nella memoria.

Una nuova prima volta.

 

 

Marina svestì il suo sposo della camicia e dei pantaloni, degli slip, come si fa con un bimbo per prepararlo al bagno in una giornata di caldo estivo. Le sue mani decise poste in primo piano in snelli movimenti sembravano spogliare anche me.

Mi guardavano fissi mentre carezze che ben conoscevano le vie dove i nervi affioravano, affrettarono la loro respirazione.

' Guarda cosa ti ho portato stasera. Una nuova amica per le tue voglie! '

Le parole di Stefano erano calcolate nel sottolineare l'impudicizia della sua offerta.

Quindi si sporse verso di me e afferrandomi per un braccio, mi trascinò in mezzo a loro.

Quattro mani si presero cura dei mie abiti e della biancheria, come intente ad accordare una chitarra.

Io non pensavo, sospesa sui loro sorrisi di predatori.

Stefano mostrò un mio seno, grande e chiaro, alla moglie perché lo guardasse ed ella lo fece come ammirando un quadro di un pittore famoso in esposizione su di un cavalletto, al centro di una grande sala bianca.

Le ordinò di baciarlo e lei pose inedite labbra di donna dove pochissime altre labbra di maschio si erano abbeverate.

Sentii la grana un po' ruvida della sua pelle caldissima sfiorare la mia, liscia e fresca accendendosi ancor di più a quel contrasto, e chiusi gli occhi per ascoltare la mia risposta.

Quello che trovai nella cassapanca dischiusa del tatto, fu un silenzio di assorta attesa.

Le labbra di Marina dal mio seno silente risalirono lungo le spalle e il collo fino alla mia bocca.

 

La bocca di Marina era avida e dura, la sua lingua non attese un istante per entrare nella mia, ma i suoi vuoti non si fusero con i miei pieni e non ci fu un abbraccio.

La baciavo e pensavo che ero felice, pensavo che stavo baciando le labbra di una donna, pensavo e mi lasciavo strumento del suo piacere ripiegato su se stesso.

 

La sua durezza mi irrigidì, la sua pelle mi era estranea, il suo odore sconosciuto.

 

Quando sentii pulsare le sue labbra intime nella mia bocca, le prime labbra intime di donna che baciavo, quando sentii che si contraevano per poi esplodere in un fortissimo getto di lava calda, una pietra prese il posto dei miei pensieri.

 

Di nuovo i conti non tornavano.

 

 

 

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Commenti: 6
  • #1

    milly (martedì, 18 dicembre 2012 10:55)

    bellissimo, qui torna il tuo stile!!
    quel modo incredibile di vedere le cose belle in mezzo a un mare di sofferenza... cercando di dimenticare il peggio che viene solo accennato... ma in effetti certe cose non si possono veramente comunicare, quindi meglio solo accennarle
    qui il tempo riprende il ritmo narrativo, nella prima parte invece si viene travolti dagli eventi e da tanta sofferenza... quasi schiacciati
    come se dicessi: sì lo so mi è successo di tutto ma non mi arrendo! la mia fede nell'amore è così grande che nulla la può scalfire

  • #2

    ariannaamaducci (martedì, 18 dicembre 2012 15:05)

    cara milly..

    credo che la mia fede nell'amore sulla terra sia stata scalfita...
    di certo non quella dell'amore in me.
    pur tra tante sofferenze e dubbi so che vi è..
    e che tornerò, assai presto, nel luogo dove quell'amore non sarà solo un ricordo ancestrale o una profondissima vitale aspirazione ma la mia vita stessa.

    continuo a scrivere..
    la quarta parte è già in cantiere..

    grazie....

  • #3

    lucia d'alessandro (martedì, 18 dicembre 2012 15:16)

    Ciao Ari, finalmente sono riuscita a leggere bene tutto, brava!Una vera cavalcata sulle tue personali montagne russe,e mai trovarsi al momento giusto con le persone giuste,in un mondo giusto, essendo giusti.Mi è venuta rabbia..e tenerezza.A volte si nasce con un marchio, appena accennato,che destina chi lo porta a speciali sofferenze, a quanto pare.

  • #4

    ariannaamaducci (martedì, 18 dicembre 2012 15:26)

    forse la stimmate è mia..
    anzi, senza forse..cara lucia..
    il bello deve ancora venire..
    continua a leggere..
    grazie..ti abbraccio..

  • #5

    LUCIA D'ALESSANDRO (martedì, 18 dicembre 2012 15:37)

    Scusa dimenticavo di dirti che è bellissimo, concordo con Milli. La prima parte asciutta, travolgente,a tratti feroce. L'ultima più onirica, scolpita di cesello.

  • #6

    ariannaamaducci (martedì, 18 dicembre 2012 15:48)

    grazie lucia..
    mi sorge il dubbio che tu non abbia visto che ho già pubblicato la terza parte..
    credo che tu non l'abbia ancora letta...