UNA BAMBINA CHIAMATA ARI

IO A SEI MESI - LA MIA PRIMA FOTO -

 

LA MIA AUTOBIOGRAFIA

 

da due giorni sto scrivendo la mia autobiografia

le ho imposto come titolo

 

UNA BAMBINA CHIAMATA ARI

 

è scritta così di getto.

in questi giorni tutto sta tornando a galla con una violenza micidiale.

 

nel testo non ci sono sempre le maiuscole, solo quelle che mette automaticamente il programma di scrittura del mio pc.

non ci sono capitoli non c'è interruzione di alcun genere..

di certo troverete diversi errori di battitura.

ma ve la propomgo così come l'ho scritta.

qui la prima parte che narra fino al 1982..

 

perchè la scrivo?

perchè la mia vita è una favola. una favola cattiva, ma una favola.

così com'è. raccontando solo i nudi fatti senza tanto romanzarci sopra.

forse accadrà qualcosa il 21 di questo mese.

forse accadrà qualcosa solo a me..

allora voglio raccontare tutto quanto.

come l'ho vissuto e lo ricordo io.

forse chi l'ha vissuto con me, se lo legegrà, - di certo non i miei famigliari più stretti, ma altri si, - diranno: non è vero, le cose non sono andate così.

ma se è vero che sono pazza, che ho uno sguardo malato sulla e della realtà, ebbene, per me questa che narro è la mia verità, la mai realtà.

quello chi io ho visuto.

 

e forse è tutta una menzogna.

e forse è solo un sogno.

 

 

UNA BAMBINA CHIAMATA ARI

 

 

Sono nata il primo febbraio 1955 con taglio cesareo.

Ero anossica. Sono stata creduta morta ma rianimata con bagni di acqua calda e gelata in susseguenza.

Pesavo 4200 grammi.

Il mio nome lo scelse mio fratello in onore di una bimba di cui lui era invaghito. La casa era dei miei nonni paterni, defunti, una vecchia casa molto grande in via natale dell'amore..

un nome, un programma..

Sono stata attaccata per tre giorni al seno di una balia, mia madre ebbe una emorragia. Rischiò di morire.

Dopo tre giorni mi attaccarono al suo seno ma il suo latte non era adatto a me.

Contrassi una gastroenterite molto grave. A sei mesi pesavo come il giorno della mia nascita.

Fui salvata con un antico rimedio da un farmacista della mia città: l'acqua seconda di calce.

Ma il dolore all'intestino bruciato era forte.

Piangevo sempre.

Mia madre mi volle far nascere per risolvere il troppo attaccamento che mio padre aveva per mio fratello, maggiore di 5 anni.

Mio padre era convinto che sarebbe morto a 49 anni come entrambi i suoi genitori e non voleva lasciare altri orfani in giro.

Alla nascita avevo i capelli rossi, che mia madre detestava..

mi rasò a zero per cercare di farli ricrescere più scuri. Lo fece più volte nel corso della mia infanzia.

Continuavo a piangere. In casa erano tutti fuori di testa. A meno di un anno mia madre, esasperata, mi mise sulle sue ginocchia e mi sculacciò di santa ragione.. questa cosa mi fu raccontata molte volte da lei.. con orgoglio.

Quando mia madre si lamentava di me, cioè sempre, mio padre le rispondeva: l'hai voluta? Goditela.

Mio fratello fu furiosamente geloso di me.

Entro i tre anni contrassi anche una verminosi intestinale che mi infastidì molto.

Continuavo a piangere. Mia madre mi fece smettere dicendo a tutti coloro che mi facevano complimenti per la mia bellezza: sarà pure bella, ma piange sempre. Io, orgogliosa e permalosa, smisi di piangere.

A tre anni fui operata di tonsille ed adenoidi che erano ipertrofiche e mi impedivano di respirare.

Ricordo tutto perfettamente, anche la susseguente emorragia ed il cuscino intriso di sangue.

Sempre prima di quell'età morì il mio nonno materno di cui ho un ricordo dolcissimo.

Un giorno mi svegliai, forse avevo due anni, forse meno. Chiamai mia madre ma lei non rispose. Non c'era, era uscita. Io mi spaventai a morte. E piansi fino a rimanere senza respiro in preda ad un terrore totale. Quando rientro mi sgridò aspramente.

Zoppicavo.. avevo una sublussazione all'anca e la gamba destra più corta.. ma crescendo verso i tre anni mi riequilibrai da sola.

Lasciammo quella casa che fu demolita per costruirvi sopra un condominio ed andammo ad abitare in un appartamento in un'altra vecchia casa di proprietà di un medico, amico di mio padre

Andai alla scuola materna.

Soffrivo di improvvisi dolori alla pancia. Durò fino alle superiori. Improvvisi e forti da dovermi stendere per qualche ora. Nessuno seppe mai cosa fosse.

Da adulta mi venne una ulcera pilorica.. forse era quella anche allora.

Ero molto vivace.

Non stavo mai ferma né zitta. Ciò infastidiva tutti.

Soffrivo di enuresi notturna. Fino a otto dieci anni fu una cosa costante.. diradò fino a scomparire con l'adolescenza ma l'ultimo episodio mi accadde dopo i venti anni.

Avevo un notevole appetito ma il cibo mi veniva misurato pre una presunta pinguedine che mi fu sempre accusata da mia madre. Nelle foto dell'epoca io non ero affatto pingue.

Quando dormivo dondolavo continuamente la gamba destra, per tutta la notte. Senza smettere. Non riuscivo s trattenermi. Né a dormire se non lo facevo.

A tre quattro anni ebbi al mia prima esperienza di giochi sessuali con un mio cuginetto. Fui vista e sgridata aspramente.

A cinque anni avevo già imparato a leggere e scrivere e volli assolutamente andare alle elementari.

Fui privatista senza saperlo in una classe normale in prima. Diedi un esame d'accesso per la seconda. Dissero a mia madre che ero un genio.

In classe la mia maestra si accorse che scrivevo con la testa appoggiata sul banco. Fui fatta visitare da un oculista che mi trovò già gravemente miope con una forte differenza tra un occhio e l'altro.. il destro era allora giù a meno otto. Il sinistro a meno tre. Mi misero gli occhiali e da allora fui balena quattrocchi per tutti coloro che mi volevano prendere in giro.

Il difetto alla vista mi faceva cadere e sbattere contro ogni cosa. Ma mia madre mi sgridava accusandomi di essere sbadata. E se piangevo perché mi ero fatta male, mi sculacciava, così avrei pianto per qualcosa di serio.

Avevo il terrore del buio. Giacevo paralizzata dalla paura sapendo che una mano gelida di vampiro sarebbe spuntata da sotto il letto e mi avrebbe ghermito. Avevo paura anche di polizieschi eccetera. Ma la luce doveva essere spenta. Non dissi mai a nessuno delle mie folli paure e delle mie notti di paralisi.

Avevo anche il terrore dei ragni. Ne trovai uno sopra la mia testa verso i quattro cinque anni. Mentre sedevo sul gabinetto. Da allora mi recai in bagno sempre con l'ombrello.

Nel frattempo ci eravamo trasferiti nella cadente casa della prozia di mio padre, anziana e sola, per prenderci cura di lei fino alla morte che avvenne verso i miei otto anni..

Queste paure mi scomparvero solo in età adulata avanzata.. quella dei vampiri, quando conobbi i bancari.

Dall'età di sei anni fino agli undici fui soggetta di continuate molestie sessuali da parte del mio parroco. Quando la cosa venne alla luce tramite la mia amica che subiva lo stesso trattamento, fu tutto messo a tacere. Nessuno mi disse nulla.. neppure una parola..

a otto anni -nove mi venne un grosso bugno sulla tibia destra. Durò mesi. Mio padre lo spremeva per togliere un essudato. Faceva molto male.

Desideravo fortemente un cagnolino od un gattino ma mi venne negato.

Anche altrettanto fortemente desideravo una sorellina. Mio fratello mi angariava e mi detestava. Mi sentivo molto molto sola. Ma ella non fu mai messa al mondo.

A otto anni, mentre ero in vacanza in una colonia montana, accusai un forte dolore ai talloni. Le radiografie mostrarono formazioni di cisti alle anche. Mi fu ordinato di non fare movimento fisico altrimenti avrebbero dovuto operarmi.. io ero molto vivace e quello fu un grosso problema per me.

La stessa estate caddi a viso in giù e mi spezzai uno degli incisivi superiori.

Mi sentivo sempre molto sola e tutte le estati andavo ad un turno o due di colonia al mare. Mi piaceva molto.

Continuavo ad essere spesso vittima di incidenti e mia madre, quando accadevo continuava a sculacciarmi.

Qualsiasi cosa le chiedessi, la sua risposta era sempre e solo: NO.

Alla stessa età finalmente il condominio che mio padre fece costruire sull'area della antica casa dove era nato – ed io pure – fu terminato e ci trasferimmo lì.

Amavo andare a scuola ero molto brava.

Leggevo sempre. Chiedevo sempre libri come regalo per ogni occasione.

Ma ero molto vivace. Passavo fuori casa tutti i pomeriggi giocando con i maschi e come loro. A calcio, soprattutto. Ero portiere.

Il problema del cibo stava crescendo. Ero molto golosa e sempre affamata.

A dieci anni e mezzo ebbi le mie prime mestruazioni.

A undici anni morì mio padre, improvvisamente, dopo tre mesi di malattia. Un blocco renale. Aveva 49 anni, come da lui previsto.

Per noi fu uno shock. Io lo adoravo. Era l'unica persona in famiglia che mi apprezzasse. Mia madre mi sgridava e mi puniva continuamente. Mio fratello voleva solo che io lo ignorassi, esattamente come lui ignorava me.

Fino a quel momento lui era stato l'unione della nostra famiglia.

Soffrii molto.

Mia madre cadde in depressione forte. Cominciarono problemi economici. Dovette vendere alcuni degli appartamenti che erano di proprietà di mio padre. Aprì un negozio e si tuffò nel lavoro.

Fino a quel momento avevamo trascorso ogni estate nella villetta al mare della sorella di mio padre, le due famiglie unite. Noi quattro e loro quattro.. poi poco prima che mio padre morisse arrivò il loro terzo figlio..

Io soffrivo intensamente di solitudine. Non riuscivo ad avere un rapporto soddisfacente con nessuno. Odiavo il mondo e la sua crudeltà

a dodici anni ingerii una intera confezione di tavor di mia madre. Poi, spaventata, chiamai la mia professoressa di italiano delle medie, alla quale ero molto legata. Mi fece del caffè e mi tenne sveglia. Ne venni fuori. Lei non disse nulla a mia madre. Provò ad accennarle, durante una udienza, dei mie problemi e sofferenze ma mia madre si ribellò. Le disse che aveva idee strane in testa e a me comandò di non frequentarla ed ascoltarla, che mi stava montando la testa.

A dodici anni conobbi quello che divenne il mio primo ragazzo e poi il primo marito.

Non ero innamorata di lui. Ma lui lo era di me. Ed io mi sentivo tanto sola. Quindi mi misi con lui. Lui era molto presente ed affettuoso.. io avevo assolutamente bisogno di lui.

Ma la sua presenza non mi riempiva.

Fin da bambina piccolissima avevo sentito una forte attrazione per le donne. A cominciare dalla mia maestra della scuola materna e poi per altre bambine, mie compagne di scuola o di giochi.

Durante quegli anni avevo una vita onirica ad occhi aperti intensissima. Passavo ore ed ore, soprattutto la notte, vivendo storie, vite che mi narravo nella mente con tutti i particolari. In queste vite io non ero una donna ma un uomo anche se di natura assai diversa dagli uomini che avevo incontrato. Ero io ma non ero la bambina o la giovanetta. Ero un essere assai più complesso che incentrava in se stesso sia la figura femminile che quella maschile dei miei sogni. Per fare un esempio rivivevo intensamente più volte una scena in cui su di una carrozza aperta - tipo troika -tirata da cavalli, sotto la neve, io ero una bellissima fanciulla con accanto a me un aggraziato e dolcissimo cavaliere. Ma, nel momento preciso in cui colui si chinava su di me per darmi il primo agognato bacio, ecco che io diventavo lui ed ero io a baciare la bellissima fanciulla.

Ma questo pensiero non giunse mai a farsi consapevolezza.

È ben vero che fin da assai piccola di nascosto da tutti mi radevo il viso usando il pennello e la schiuma di mio padre e mimando nello specchio i suoi gesti.

E anche che molto spesso urinavo in piedi a cavalcioni del wc cercando di comportarmi come se avessi un pene. come è vero che ero un maschiaccio nel mio modo di comportarmi, chiassoso, poco elegante e composto – cosa che faceva impazzire mia madre - ma ciò non mi ha mai portato a non sentirmi donna. A non desiderare da sempre di avere bambini. Di avere il seno. Di essere amata come una donna.

Quindi il mio stato d'animo era assai confuso.

Vissi perciò con quel mio primo uomo tutte le tappe dell'emancipazione sessuale di una giovane donna.

Anche se alle spalle avevo una lunga serie di giochi erotici praticati con compagni di gioco e cugini.

Ma con lui ebbi il mio primo bacio, – a dodici anni - il primo petting - pochi mesi dopo - il primo rapporto completo – a quindici anni -.

ma le emozioni che provai furono assai blande ed incolori. Erano praticamente atti di autoerotismo.

Questa mancanza di un vero trasporto mi portò a lasciare quel ragazzo diverse volte. Ma il suo dolore e la mia acre solitudine mi riportarono sempre a cercarlo e riprenderlo con me.

Nel frattempo frequentai con grande facilità e successo le scuole medie, vivendo le come una esperienza bellissima. Comincia a spaziare nelle mie letture e dai libri per ragazzi, che avevo letto e stra - letto nei suoi classici, passai a romanzi e soprattutto poesie. Alle medie lessi tutta l'opera di quasimodo montale ed ungaretti per poi accedre a lorca e jimenez.. leggevo in continuazione, soprattutto la notte, fino a notte fonda, togliendomi gli occhiali e premendo la mano sull'occhio destro in modo da poter eliminare la doppiezza delle immagini.

Comincia anche il volontariato, andando tutti i giorni dalle orfanelle per aiutarle a fare i compiti.

Volevo loro molto bene e regalai loro tutti i miei libri più infantili ed i miei balocchi, bambole ed altro.

Poi la domenica mattina andavo all'ospizio a trovare qualche vecchietta. Lo feci per anni.

Feci anche parte di un gruppo di aiuto per ragazzi spastici che aveva sede a parma, creato da frati saveriani. Mi recavo là in treno la domenica mattina e ne tornavo la sera.

Ma il mio ragazzo si sentiva messo da parte e questo mi portò poi ad abbandonare queste attività verso i sedici anni.

Mi allontanai dalla chiesa cattolica perché non ammetteva la vita sessuale fuori dal matrimonio e perchè non operava la povertà.

Fin da piccolissima avevo vissuto un intenso amore mistico per dio padre e gesù cristo. Ero assidua alle celebrazioni con profonda partecipazione emotiva. Ma quando mi confessai per la prima volta non ebbi il coraggio di ammettere il mio aver fatto ' atti impuri ' e quindi mi sentivo in peccato mortale. Questo mi faceva soffrire moltissimo e piangevo sempre, quando mi comunicavo..ma dentro di me qualcosa mi diceva che quello che io avevo fatto non era ' peccato '. quindi mi rifiutavo di chiederne perdono. Inoltre il coinvolgimento atroce con il mio parroco confessore mi aveva portato a non poter affrontare quello che era successo, parlandone con lui.

Lui mi aveva plagiato in modo terrificante. A sette anni già sapevo tutto sui rapporti sessuali e sulle pratiche varie che fanno un uomo ed una donna. Il prete me le aveva raccontate dicendomi che lo faceva per mostrarmi cosa non fare. Come mi insegnò nello stesso modo a masturbarmi. Perciò tutte queste mie naturali pulsioni che io sentivo in modo impellente, data la mia natura estremamente passionale, vennero vissute con un senso di colpa pazzesco. Si era creato in me un bisogno giornaliero di soddisfare quelle pulsioni così grandi perché il desiderio di quest'uomo era così marcio e profondo che mi aveva invaso e contagiato totalmente. E sempre cercavo i coetanei ed i cuginetti..

quando passai la santa cresima avevamo abiti da sposa con il velo di tulle e candele accese in mano. Il mio velo prese fuoco e solo la presenza di uno dei presenti che me lo strappò dal capo buttandomi addosso la sua giacca, scongiurò la tragedia. Mi bruciai solo un pò i capelli ed una mano. Io pensai che dio mi avesse punito perché non ero giunta pura al suo altare.

Solo durante quella vacanza nella colonia montana trovai il coraggio di confessare il mio gravissimo peccato ad un prete estraneo, che minimizzò la cosa, assolvendomi con un piccolo compito di preghiere extra. Ed io mi sentii molto meglio.

Ma il conflitto tra il mio desiderio sessuale che era impellente ed i veti della chiesa mi portarono ad allontanarmene definitivamente quando entrai in quarta ginnasio.

L'ingresso alle scuole superiori fu bellissimo. Adoravo andare a scuola era tutta la mia vita. Entrai immediatamente a far parte del movimento studentesco diventandone un leader. Questo durò per tutti i cinque anni di frequenza al liceo classico. Vicepresidente dell'assemblea. Relatrice sempre in primo paiano in oggi occasione, organizzatrice di manifestazioni, occupazioni ed attività varie. Militai nel manifesto per un po'. Andavo a giocare a ping pong, abbandonato l'oratorio, all'associazione italia cina

cercai di imparare a fumare, come facevano tutti, ma vomitavo e tossivo. Non ci riuscii mai. E neppure potevo bere, per la stessa ragione. Il mio stomaco non accettava nulla di simile. Ma mangiavo moltissimo, soprattutto dolci,. Avevo denaro. Fin dalla prima elementare ho ricevuto una paghetta settimanale che ho usato per comprarmi libri e dolci,

il mio cibo..

con il mio ragazzo ogni giorno erano abbuffate. Comincia ad ingrassare. Pesavo circa 65 / 70 chili per un'altezza di 165 centimetri.

Mia madre mi torturava, vedendomi obesa.

Il nostro rapporto era sempre più teso e difficile. Nulla di quanto io facessi le andava bene. Ogni cosa la dovevo strappare con lunghe insistenze.

A quindici anni cominciai a cucinare io. Detestavo i lavori domestici e così lei, oberata dall'impegno del negozio, mi consegnò la conduzione della cucina, tenendo per sé le pulizie. Mi rivelai un'ottima cuoca.

A quattordici anni, dopo lunghissime insistenze, ebbi il mio primo motorino: un guzzi dingo a tre marce a mano. Mia madre mi anticipò il denaro. Costava quarantacinquemila lire, che io le restituii con lo stipendio della mia prima estate lavorativa in un magazzino per lo smistamento della frutta. L'economia era fiorente e si trovava lavoro facilmente. Lavorai ogni estate della mia gioventù e percepii per tutte i miei anni scolastici una borsa di studio, ottenuta con le mie alte votazioni. Il denaro venne dato sempre a mia madre. Che però, ripeto, non me ne fece mai mancare per le mie spese personali, che gestivo autonomamente.

Il motore fu una immensa passione. Passavo tutti i pomeriggi in sella, facendo lunghi giri per le colline od andando al mare. Ero spericolata.. l'anno successivo vendetti quel motorino, che era troppo lento e ne comprai un altro a quattro marce a piede che faceva quasi i novanta. Ebbi due incidenti – che non confessai mai a mia madre – nel più grave di questi mi feci una ferita profonda su di uno stinco che impiegò diversi mesi a guarire. Dissi che ero caduta ed avevo sbattuto contro un marciapiede. Ma d'altronde mia madre non aveva tempo di badare a me e neppure la voglia. Godevo di una libertà totale ed assoluta. Lei non era mai in casa. Usciva spessissimo anche la sera. Ebbe relazioni con altri uomini, che mi raccontava come ci si racconta ad una amica.- questo mi faceva soffrire ma ero contenta per lei. Vederla sola e sofferente era per me intollerabile. D'altronde il mio modo di essere era così adulto anche da bambino che nessuno mai ha provato per me tenerezze e senso di protezione. Sono sempre stata io quella che lo esercitava sugli altri.. su tutti, amici e parenti, madre compresa. Mi presi cura durante la mia adolescenza di tutte le mie zie o altri parenti ed amici quando si recavano in ospedale per una qualche operazione o parto o altro. Mi recavo quotidianamente a trovarli per le bisogne. Quando avevo 15 anni mori mia nonna materna. Ella fu una figura altrettanto dura e critica nei miei confronti quanto quella di mia madre. Ma quando venne ricoverata per mesi, dato che soffriva di cuore, mi chiese di recarmi ogni pomeriggio a trovarla per lavarla ed altro. Mi insegnò come dovevo fare. Ed io lo feci fin quando fu necessario. … ma quando si spense io ero in collegio.

Dato che fu detto a mio zio, fratello di mia madre, che io ed il mio ragazzo eravamo stati visti baciarci per le strade, ella mi convinse di andarmene in collegio.

Io accettai. La casa era così sola e vuote e desolata e triste che l'idea mi piaceva persino.

Ci rimasi tre mesi, il primo trimestre della quinta ginnasio. Era un collegio retto da suore in viale michelangelo, a firenze. Fu un'sperienza molto bella quanto tristissima. Ma, dato che ero assai brava negli studi e molto fervente di fede, soprattutto per i canti sacri, mi feci amica di alcune suore, soprattutto due, che mi permisero di sentirmi meno sola. Una lavorava nella materna e mi coinvolgeva sempre nelle sue attività per i piccoli. Le altre convittrici erano impegnate ore ed ore nello studio.. io in pochi minuti eseguivo tutti i compiti con ottime votazioni. Questo mi fece esonerare dallo stare rinchiusa nella sala da studio e mi fu permesso di passeggiare nel parco o recarmi appunto a fare altre attività. Anche pattinavo lungo i corridoi infiniti di quella antichissima costruzione. Mi volevano bene,

la domenica mattina c'erano sempre biglietti per i matineè di musica classica la teatro comunale di firenze. Nessuna voleva mai andare io l'adoravo e così ogni domenica assistetti a spettacoli memorabile. Ascoltai muti quando era agli esordi, anche abbado. fu molto bello. La domenica pomeriggio mi recavo nella vicina parrocchia a tenere lezione di religione ai bambini..

ho sempre amato la vita di gruppo.

Da bambina negli scout, le coccinelle, poi nelle guide, durante le superiori.. peccato solo che non potevo partecipare ai campeggi per il mio problema alle anche.

Cantavo. Adoravo cantare . Ero intonata ed avevo una voce potente. Cantavo nel coro della chiesa, negli scout, per cinque anni si misero in scena operette con il parroco pedofilo. Alle elementari fui scelta per cantare nel teatro comunale davanti al vescovo, in uno spettacolo di canzoni in suo onore.. io scelsi la canzone Milord.. e scandalizzai tutti..

poi dalla quinta ginnasio presi parte ad un gruppo teatrale di canto politico ed anarchico.. cantai molte volte in pubblico.

Prima delle vacanze di natale mi ammalai, in collegio. Una grave epistassi che non si voleva fermare mi piombò in una anemia. Così mia madre mi ritirò dal collegio e mi fece tornare a casa. Io mi rimisi con il mio ragazzo e cominciai a fare più confusione di premi.

Ma alla fine stavo meglio in collegio. Lo rimpiansi.

Anche perché durante quei mesi ebbi l'unica dimostrazione di affetto da parte di mio fratello, che mi scrisse qualche bellissima lettera. Cosa che mi riempì ulteriormente di amore per lui. Ma quando tornai a casa, riprese ad ignorarmi e scansarmi, gridandomi contro in ogni occasione.

Convinsi mia madre a farmi tenere con me prima un gattino poi un cagnolino poi un corvo poi dei criceti ma a lui davano fastidio. Detestava gli animali ed il loro odore. Così mia madre mi costrinse a separarmene, ogni volta, facendomeli collocare altrove. Fu una grande sofferenza, per me..

lui dettava legge in tutto. Si mangiava solo quello che voleva lui. Tutto quello che lui faceva era giusto e bello. Tutto quello che facevo io, brutto e sbagliato.

Io ero sempre e comunque cattiva. Una cattiva bambina.

Tornai nel mio liceo. Continuai l'attivismo politico. In quegli anni lessi veramente di tutto. Maerx mao tsze tung jung freud backunin schopenauer catullo calvino morante pavese moravia e poi tutto tutto tutto... ho letto centinaia di libri, tutti i poeti.. tutto quello che studiavamo a scuola io leggevo in opera omnia. Tutto in latino in greco ed in italiano. E molto anche in inglese, fino alla quinta ginnasio. Ascoltavo tantissima musica. Soprattutto i beatles, behethoven de andrè guccini.. ma anche tutto il resto... mia martini... mina.. tutto amavo ed amo della musica.

Ma ero sempre terribilmente triste e sola. Fin da bambina mi chiedevo se la vita onirica fosse la vera vita.. e anche perché io fossi proprio io. Riuscivo a vedermi dentro un'altra persona.

Sentivo nelle persone sentimenti che loro poi non esprimevano o addirittura negavano e questo mi faceva andare allo sbaraglio dentro di me.

Non mentivo mai.. e ciò mi portava a grossi problemi con tutti.

In prima liceo conobbi un professore.

Aveva 42 anni, io 16. mi innamorai perdutamente di lui. Lasciai il mio ragazzo. Passai mesi in preda a profonde languidissime tristezze. Vivemmo un attimo, una notte tornando da una serata presso amici di scuola, nella sua auto.

Ma fu un attimo.

Poi lui si staccò da me. Era impossibile.

L'ho amato tutta la vita.

L'ho incontrato per l'ultima volta casualmente per le strade della mia città nel 2007.. ma non mi feci riconoscere: rivederlo così vecchio, più di ottant'anni, dopo non averlo mai più incontrato e ricordando di lui il bellissimo uomo che era stato, fu tremendo.

Gli scrissi poi una lettera. Lui mi rispose.. ci scrivemmo per qualche mese. Ci amammo così. Poi non scrisse più. Non so neppure se è ancora vivo. A tutt'oggi avrebbe ottantotto anni: l'età esatta di mia madre.

 

Lui fu il mio primo amore maturo. E mi respinse anch'egli. Forse mi amò. Non lo seppi mai... non lo so neppure ora. Un mio compagno di scuola, il mio migliore amico, poi scrisse un libro su quegli anni, un bel romanzo. È diventato uno scrittore di buon successo. È molto bravo. Quello fu il suo primo libro. Lì raccontò di me e del professore. Nel suo libro ci amavamo. Lui mi aveva accettato. Quando lessi quel libro, a trent'anni e passa, piansi tutte le mie lacrime...

rimasi staccata dal mio ragazzo per diversi mesi. La sua goffa gioventù strideva in un modo assurdo contro la meravigliosa maturità di quell'uomo dall'eccelsa cultura ed intelligenza.

Passai mesi in sua adorazione, in classi, anzi, i tre anni successivi. Declamava poeti .. catullo: da mihi basia mille.. dammi mille baci...

stavo malissimo.

Quell'anno mi innamorai anche di una mia compagna di classe. Ero il suo cavalier servente.. sapevo che l'amavo..in modo assai più viscerale di quanto non amassi il professore. Ma non lo capii né ammisi mai fino in fondo. Ogni pomeriggio di quell'estate lo trascorsi con lei.

Vi era stata un'altra fortissima amicizia con una compagna dalle medie.. ma lei era una sorella. Ci siamo amate come sorelle fino al giorno in cui si suicidò, nel 1985.

ma per la prima provavo altro. Andavamo in bagno insieme.. per essere rivoluzionarie ed anarchiche in tutto. La sua nudità mi sconvolgeva. Lei era magrissima e quasi senza sesso.. era un angelo per me, fragile, sofferente, da proteggere.

Un giorno ingollò un po' di pillole. Questa cosa mi fece impazzire di dolore. Fu ricoverata, lavanda gastrica.. piansi più della madre. Poi si riprese. Io intensificai ancor di più la mia presenza presso di lei.

Una sera, salutandomi, mi bacò sulle labbra. Poi chiuse la porta.

Io rimasi fulminata. Impietrita. Non feci nulla.

Non ne parlammo neppure più. Ma il contatto di quella pelle era fuoco. Non l'ho mai più dimenticato.

Poi lei si fece un ragazzo. Mi allontanò. Io avevo amici ,una vita pienissima, la moto..ma mi sentivo disperatamente sola. Allora tornai con lui, il mio primo ragazzo, che ancora mi amava e mi aspettava.

Diventammo inseparabili. Vendette la vespa e comprò una vecchia guzzi cinquecento.

Lui aveva i capelli rossi – con ulteriore dispetto di mia madre- ed era assai sovrappeso.. era brutto ma a me faceva tenerezza. eravamo conosciuti da tutti. I nostri ci osteggiavano. Ma a noi non importava.

Sognavamo di andare ad abitare in campagna di avere centinaia di animali e dieci figli.

Lui mi amava, ero una dea, per lui. Io amavo il professore e la mia amica.. ma loro non mi avevano voluto.

A sedici anni cominciai ad andare a cavallo presso un piccolo maneggio in una cittadina limitrofa in riva al mare. Io andavo tutti i giorni a pulire la stalle e tutto il resto, così potevo cavalcare gratis.

Ho praticato in gioventù ed in maturità molti sport: nuoto sin da 4 anni, pallavolo, al liceo ero in una squadretta come alzatrice – tennis pattini, bici, lancio col peso – pur se con scarsi risultati – ma andare a cavallo è stata l'esperienza più bella a pura di tutta la mia vita.

E lo dico con coscienza. Più bello di tutto. Di amare, di essere amata, di essere madre.

I cavalli non mi hanno mai ferito. Ed anche quando mi hanno scaraventato giù di sella lo hanno fatto per un motivo che era puro.

Non ho trovato altrove mai una purezza simile. Neppure con gli altri animali amici della mia vita.

Durante l'ultimo anno di liceo mio fratello mise incinta la giovanissima ragazza. Si sposarono. Una festa bellissima.. pranzo ed acclamazioni. Vennero a vivere da noi. Io ero contenta..

ma a maggio mi accorsi di essere io pure in attesa.

I metodi anticoncezionali usati ci avevano tradito.

Ma io fui felice. E lui, il mio ragazzo pure. Ci saremmo sposati. Avremmo avuto una nostra vita.

Mia madre mi disse che non aveva denaro per il mio matrimonio. Che non avrei avuto una festa. Non mi importò..

la famiglia di lui si oppose al nostro matrimonio. Lui compiva ventun anni a settembre. Ci sposammo in ottobre, in comune. Lui andava all'università, cosa che aveva reso felice la sua gelosissima e egoista madre. Così io glielo portavo via. Lui adorava la madre.

Ma mi sposò lo stesso.

Al matrimonio poche persone: della sua famiglia solo i fratelli. Anche pochi amici.. andammo a pranzo da mia zia. Lui venne a dormire nella mia camera, fu aggiunta una rete al mio lettino. Aveva una valigia con u po' di biancheria e due maglioni, un paio di scarpe e un portafoglio souvenir di venezia con diecimila lire dentro.

Ma eravamo giovani.

Al luglio avevo dato l'esame di maturità. Ma la mia gravidanza lo aveva relegato in ultima posizione, nella mia scaletta di interessi. Candidata al sessanta fui promossa con trentasette. Dissero che il mio compito di italiano era fuori tema. Era insufficiente. Il resto dell'esame fu ottimo ma mi punirono severamente. Il fatto fu, ovviamente, che l'otto in condotta per essere stata una attivista politica mi aveva segato le gambe.

Ma chi se ne importò??

ormai la mia vita aveva preso un'altra direzione.

Dopo il matrimonio ci recammo da una sua zia che abitava a venezia, appunto, e trascorremmo un mese bellissimo. Io ero felice ed emozionata.

Comprai libri di pedagogia e puericultura. Mi preparai ad accogliere la mia creatura con tutto l'amore che era in me. Le scrissi poesie.

 

La prima poesia venne scritta da me a cinque anni e mezzo, in prima elementare, per il mio orsetto. Da allora la poesia non mi ha mai abbandonato. Magari ha latitato per lunghi periodi, ma ogni volta che mi sono risvegliata all'amore è sempre stata con me ed in me.

 

La gravidanza fu buona ma ingrassai molto.. passai i cento chili per la prima volta nella mia vita.

Venne il momento. Mi si ruppero le acque. Era sera. Una sera di febbraio. Avevo da pochissimi giorni compiuto diciannove anni.

Mi ricoverarono. Non subentrando altre doglie mi misero una flebo per un parto pilotato con induzione delle contrazioni. Alle 8 del mattino cominciai ad aver quelle espulsive.

Cominciai a spingere. Ma nulla accadeva.

Partorimmo in dodici, quella mattina, io fui la prima ad entrare e l'ultima ad uscire. Tutte: due grida ed il bambino usciva. Io: spingi spingi ma nulla.

Cominciai a piangere, stavo malissimo. Le ostetriche mi sgridarono che spaventavo le altre, mi comandarono di smettere. Dissero che non spingevo bene.

Mi lasciarono lì ore, fino a mezzogiorno, da sola. Io gridavo che mi facessero morire e spingevo spingevo.. ma nulla.

A mezzogiorno arrivò il primario che si arrabbiò furiosamente con tutti, dicendo che stavano facendoci morire. Mi fece portare in sala parto. Ero sfinita. Il battito del bambino stava diventando sempre più fievole. Mi applicarono la ventosa tre volte, gonfiandomi come una mongolfiera. Nulla.

Poi mi fecero la manovra di spingere a monte della pancia assecondando la doglia. Fu terribile. Tre volte anche quella. Nulla. Allora il primario mi tagliò. Non mi fece anestesia. Sentii il taglio ma qualsiasi cosa.. meglio la morte.. era pazzesco quel dolore. Mi tagliò la vagina e l'utero a T. ancora due doglie e finalmente la bambina uscì. Quasi quattro chili. Aveva la fontanella già calcificata e quindi la sua testa non aveva seguito il canale del parto. Era grossa, aveva due spalle da gigante. Non sarebbe passata mai. Aveva sofferto tantissimo. Il suo nasino era tutta ammaccato e livido e così restò per qualche mese. Quando me la fecero vedere sembrava un mostro.

Io ero volata via.. sentendola uscire da ma avevo sentito il più immenso sollievo mai provato e che mai più avrei provato. Poi, quasi svenni.

Mi cucirono, più di quaranta punti. Io pensavo che mai e poi mai avrei potuto affrontare di nuovo una cosa così.

Mi portarono in camera..

c'era mio marito che fece le foto alla piccola.. era emozionato. Mia madre era arrivata dopo la chiusura del negozio.. io mi sentii disperatamente sola.

Andarono via tutti. Rimasi sola con la bambina che dormiva nella culla accanto al mio letto. Sfinita anch'essa. Mi alzai da sola per andare in bagno. Mi guardai nello specchio Avevo tutti i capillari del viso e degli occhi scoppiati. Ero un mostro. Ma non ricordo che nessuno mi consolò.. che si preoccupò di chiedermi qualcosa.. mi sentivo una bestia da macello. Perché ero stata trattata peggio di quello.

Fu terribile.

Ma non ebbi tempo di riposare.

La piccola, il giorno dopo che fui dimessa, cominciò a stare male. La portammo da un pediatra. Disse che andava tutto bene. Ma il giorno dopo aveva diarrea vomito. La portammo in ospedale. Dissero che molto probabilmente sarebbe morta. Aveva una gastroenterite grave. Io, con i punti ancora non assolutamente rimarginati, perché riparo le mie ferite in modo lentissimo, anche quelle del corpo, stetti giorni seduta su di una sedia, accanto alla mia creatura, attaccata alla flebo.

Si salvò. Non la potevo allattare per via della grave miopia. Avevo tantissimo latte, il seno mi faceva male, mi diedero pillole per mandare via il latte. La mia bambina moriva a causa del latte artificiale ed io dovevo subire quella grave onta.

Piansi tanto. Quel cibo d'amore era di nuovo un cibo di morte. Ma lei sopravvisse.

Era molto forte. Solo che stette male per anni. Sotto peso, dai zero ai tre anni subì tredici ricoveri. Ebbe anche le convulsioni. Una volta ero sola in casa quando lei stette male. uscii per strada - allora eravamo già in campagna – e cercai di fermare le macchine che passavano. Lei era tramortita svenuta tra le mie braccia. Diversi corsero via.. fu molto brutto.

Ogni volta che la piccola stava male io passavo giorni e notti accanto a lei in ospedale, su di una sedia..

comunque quella prima volta si salvò e dopo un paio di settimane fummo dimesse. Tornai nella casa di mia madre. Nel frattempo, qualche mese prima era nato il primogenito maschio di mio fratello.

Due giovani coppie con due bimbi piccoli e mia madre. In un appartamento di cento metri quadrati. La situazione divenne presto insostenibile.

I miei suoceri si erano riavvicinati a noi con la nascita della bimba. Io perdonai, felice per mio marito, che aveva sofferto molto del loro comportamento assurdo. La nonna era morta. In casa, nella loro casa molto grande, c'era una camera vuota. Lui mi chiese di andare da loro. Lui studiava.. accettai.

Abitammo lì qualche mese. Io pagavo centomila lire al mese per il mio mantenimento – datimi da mia madre – e naturalmente tutte le spese della piccola le sosteneva lei. Il latte artificiale speciale di soia, i liofilizzati speciali – e cattivissimi – erano molto costosi. Stavo malissimo lì. Loro erano assai cattivi. Lei, mia suocera, soprattutto. Era dispotica ed estremamente egoista. Io lavoravo come una matta per tenere tutto scrupolosamente lucidato. Una casa immensa piena di assurdi ninnoli, poi avevo la bambina. Ero stremata.

Venne l'estate. Mia suocera andava al mare ed io facevo tutte la faccende eccetto cucinare. Ma lei non era mai soddisfatta.

Un pomeriggio sentii chiamarmi dalla strada a gran voce.

La mia cugina sedicenne era stata investita da un camion ad un semaforo, mentre in motorino tornava a casa dal lavoro.

Morì.

Fu assurdo, atroce.

Restò lucida, parlò con tutti noi fino all'ultimo, ma il camion le aveva strappato via una gamba e quasi tutto l'intestino. Spaccato il fegato. Morì. Non ci fu nulla da fare.

Mia zia impazzì dal dolore, mio cugino cercò di gettarsi dalla finestra. Mio zio era impietrito. Fu un delirio.

Era la ma zia preferita. Quella che mi cullava da piccola e mi cantava la canzoncina preferita – la bella fantina -.

ogni giorno prendevo la bambina ed andavo da loro.. vi erano anche i cugini più piccoli da seguire.. avevano pochi anni, soprattutto l'ultimo, che io avevo tenuto a battesimo. Aveva tre anni.

Mio zio era disperato. La figlia lavorava nel suo negozio di ingrosso di frutta e verdura. Lui da solo non poteva farcela. Aveva altri quattro figli a cui pensare. Non poteva fermarsi. Ma non riusciva a pensare di vedere un'altra persona seduta alla piccola scrivania a cui lavorava la povera adolescente così sfortunata. Tutti noi ancora avevamo l'immagine di lei vestita da sposa, di seta bianca e rosa e verde chiaro nella cassa.. e quando l'aprirono per farcela vedere un'ultima volta, dopo il tragitto verso il cimitero, aveva socchiuso gli occhi e mia zia gridò che era viva, che aveva aperto gli occhi. Poi era svenuta tra le mie braccia, che ero io lì, vicina a lei.

Così lo zio mi chiese di lavorare al posto suo. Accettai.

Alle cinque del mattino mi recavo in motorino al lavoro, fino alle dieci. Poi di nuovo dalle quattordici alle sedici. Tenere i conti e la cassa non era facile. Non ero abituata, ma imparai tutto in fretta: bolle clienti eccetera. Fui apprezzata in fretta da tutti.. lo zio si rasserenò un poco..

ma per me divenne ancora più dura.

Mio marito teneva la bambina mentre ero al lavoro: studiava e si prendeva cura di lei. Ma quando tornavo c'era tutta la casa e le manie folli di mia suocera da assecondare.

Inoltre mio cognato mi disse un giorno che dovevo ringraziare la loro carità di avermi raccolto da una strada. Fu troppo.

Andai piangendo da mia madre che si arrabbiò moltissimo. Mi trovò un piccolo appartamento subito fuori città, io pagai l'affitto con il mio primo stipendio. Con i soldi della borsa di studio di mio marito – motivo di profonda disputa con sua madre che asseriva toccassero a lei di diritto – comprammo una cucina ed una camera da letto di poco valore.. ma eravamo assai felici. La nostra prima casa. Aveva anche un piccolo giardino. Ci procurammo il nostro primo cane- una bassottina, birba – e accogliemmo tre o quattro gattini appena nati, tutti neri: giulio cesare, cicerone e caligola.

Lui studiava con due suoi amici nella nostra casa.. e cambiavano e davano il latte alla piccola. La mettevano nel box e nel girello. Lei era assai quieta, non piangeva mai. Si era un po' ripresa.. aveva sei - sette mesi.. io lavoravo, poi tenevo la nostra casa, cucinavo, e la bimba, gli animali... ma sono sempre stata molto molto attiva.

Era bello.

Una sera d'estate mio marito e la bimba vennero colpiti da una macchina mentre eravamo in giro in bicicletta. Lui aveva la bimba nel sellino apposito, io la cagnolina nel cestino. Li vidi cadere a terra battendo violentemente contro l'asfalto.

Corsi da loro lasciando cadere la mia bici, la cagnetta stretta al petto. La bimba era incastrata nel sellino e gridava disperata. Sanguinava. Lui pure sanguinava ma si rialzò in fretta, tolse la piccola da quella scomodissima situazione. Nel frattempo qualcuno aveva chiamato un'ambulanza. Arrivò li caricò e li portò al pronto soccorso.. io volai a casa e lasciai la cagnolina. Poi, sempre in bici, ancora non avevo la patente perché non vedevo abbastanza per passare l'esame oculistico, corsi all'ospedale. Le piccola aveva il labbro ed il nasco rotto. Mentre la medicavano pianse disperatamente. Ci vollero ore ed ore per calmarla. Lui era tutto scorticato ma nulla di grave. Ci tennero lì una notte, tutti e tre. Poi al mattino dimisero tutta la famiglia..

 

arrivò l'autunno e mio marito trovò lavoro nel ravennate come dirigente di una cooperativa agricola. Ci avrebbero successivamente dato una casa. Lui non era laureato ma il suo diploma in istituto tecnico agrario valeva qualcosa, allora. Accettò.

Così partiva il lunedì e tornava il sabato.

Dovetti abbandonare il lavoro dallo zio. Mi dispiacque moltissimo, ma non era certo pensabile di perdere una occasione del genere. Una casa in campagna gratis, il lavoro che lui aveva sempre sognato e seicentomila lire al mese di stipendio. In regola al cento per cento. Una vera fortuna. I sogni, a volte, si avverano.

Ma erano necessari sei mesi di prova.

Così furono lunghi da passare. Da sola con la bambina senza di lui. A nove mesi, poi, lei cominciò a camminare e si trasformò da una quieta creatura in una ciurma agitatissima. Era super spericolata. Evadeva dal lettino e dal box. Era da seguire a vista.

Stette male ancora una volta. Un altro ricovero per la gastroenterite.

Alla fine dei sei mesi di prova lui fu confermato. Era un valente tecnico ed un grande lavoratore. Ed io puntai i piedi.

La nostra casa sarebbe stata pronta solo da lì ad un anno. Io non potevo vivere un anno così.

Gli dissi: trova un tetto, comunque sia, e vengo lì anch'io. Così fu. Lasciammo la nostra città.

C'erano diverse case abbandonate in quella azienda agricola. Si scelse la meno peggio. C'era la luce elettrica ma non l'acqua corrente né il bagno. Solo un lavandino al piano di sotto ed un buco nella terra in un casotto dietro la stalla, come si usava una volta.

Ma che sogno!! come era bello.

Era autunno e i colori dei frutteti erano stupendi.

Vissi i mesi tra i più belli della mia vita.

Madre natura mi accolse, sfuggita finalmente alla morsa del cemento di un appartamento di città.

Le scomodità???? e chi le vedeva.. eravamo giovani e forti e pieni di entusiasmo.

Lì vicino c'era persino un circolo ippico ed io ricominciai ad andare a cavallo.. in pineta.. non ci sono parole per descrivere la bellezza di tutto.

Ma la bambina stette di nuovo male. Ebbe le convulsioni. Una volta, poi due. Ci fu quell'episodio che ho già narrato. Fu messa in cura con i barbiturici. Divenne intrattabile.

Soprattutto cominciò a detestarmi evidentemente. Aveva sempre preferito il padre a ma, fin da neonata. Ma ora cominciò a rifiutare ogni mio insegnamento. Qualsiasi cosa le chiedessi di fare, lei lo rifiutava. Se le chiedevo un bacio lo rifiutava. Voleva stare solo con il padre. Lui la prendeva con sé, in macchina, per i campi. Con gli operai e le braccianti...

io stavo molto male per questo. Ma anche mi innervosivo parecchio..

ebbi delle palpitazioni. Andai da un cardiologo che mi disse che erano crisi neurovegetative. Mi prescrisse un bando calmante. Mi chiese, guardandomi negli occhi: perché soffri? Ma io non glielo seppi dire. Io ero felice, non soffrivo.. avevo tutto quello che avevo sempre desiderato, anche un altro cane, una specie di pastore tedesco semi bastardo: rufus.

Passarono i mesi. La nuova casa fu pronta: un sogno.

Completamente ristrutturata con tutte tutte le comodità. comprammo nuovi mobili una macchina – usata – un po' migliore del vecchissimo maggiolino di sedici anni, nostro primo mezzo a quattro ruote, smesse le moto perchè in tre non ci si poteva proprio andare.. era una citroen pallas.. che bella così allungata.. che comoda!!!

comprammo il nostro primo cane da esposizione: un levriero inglese a pelo raso, bianco.

Purtroppo la nostra bassottina era morta sotto ad un trattore. Aveva avuto una cucciolata di cinque bassottini ed un maschio, artù, detto batù dalla nostra bambina, era rimasto con noi.

Lady era bellissima. Bianca così elegante..era la nostra fatina bianca.

Si può amare in tanti modi ma ci sono amori speciali nella vita di ognuno di noi. Ora ho presso di me il mio centounesimo cane, gine. Ho amato tutti i miei cani in modo assoluto.

Ma lady.. lei era la mia fatina bianca.

Purtroppo il giardino di un ettaro attorno alla casa non era stato recintato. Lady aveva tredici mesi, quel giorno. Io credetti che fosse mio marito a controllarla mentre era fuori per i bisogni, lui credette fossi io.

Fu un attimo. La casa era lungo una camionabile molto trafficata, pur se abbastanza lontana dal ciglio. venne uno, bussò alla porta e mi chiese se fosse mio quel cane morto sulla strada. Risposi che no, che il mio era con mio marito..

ma corsi giù con il cuore che voleva fuggirmi dal petto.

Era lei, invece. Un colpo alla testa l'aveva fermata per sempre. Sembrava che dormisse, era intatta. Ma era morta.

Fu come il mio cuore si spezzasse.

Piansi mesi e mesi, inconsolabile, piena di sensi di colpa.

Mio marito allora acconsentì ad acquistare il cavallo che tanto desideravo fin da quando, bambina piccola, mettevo una cordicella al manubrio della mia bici e con un bastoncino facevo finta che fosse il mio cavallo e stessi galoppando per le vaste praterie del texas..

cercammo un po' in giro e poi ci venne proposta una femmina baia di tre anni, arrivata dall'est europeo da poco. L'andammo a vedere a pochi chilometri da casa nostra. Era assai selvaggia e molto ombrosa, piuttosto magra e panciuta, lunga di reni, con il bacino sporgente ed aveva il muso con una strana ammaccatura sull'osso, come avesse due profili. Di certo non era una bellezza. Ma quando le fui seduta sulla groppa, a pelo, senza sella, e la strinsi con le mie ginocchia forti, sentii la sua anima entrare in me.

Come nella scena del film 'avatar ', quando lei dice a lui: senti il cuore della cavalla pulsare nel tuo. Il suo respiro nel tuo. La forza delle sue gambe in te..

esattamente così.

La comprammo. Tuba divenne mia.

Per un po' la tenemmo al circolo ippico, perché sembrava una certa cosa ai braccianti che il fattore avesse un cavallo nella stalla. Simbolo del padrone, loro che erano comunisti. Ma poi si abituarono all'idea e la portammo a casa.

Era una stalla da buoi e tuba stava in una posta, non in un box, ma la cavalcavo tutti i giorni per ore, vagabondando per campi pinete paludi in trotti e galoppi liberi.

È stata una cavalla felice, sana, dalla lunghissima vita. In pochissimo tempo ingrassò, si fese lustra ed assai mansueta con noi.

Tutta la casa viveva di lei, dei suoi profumi, dei suoi rumori.

Per mesi ebbi le palpitazioni dalla gioia di averla.

Quella volta, dalla gioia.

 

La nostra fattoria ha avuto centinaia e centinaia di abitanti. Capra e capretti pecora conigli galline oche anatre scimmia gabbiano civette colombi criceti canarini puzzola lepri, oltre naturalmente i diversi levrieri la bulldog la dobermann e un numero imprecisato di gatti. Ma tuba è stata il suo cuore. Ed anche il mio.

 

Mio marito si sentì male. Coliche biliari. Colecistectomia. Io caricavo la bambina sul motorino ed andavo in ospedale a trovarlo, era gennaio. Faceva molto freddo. Ma non avevo nessuno a cui lasciare la piccola.

Ma lui fu forte, si rimise in piedi presto.

Parlando di questo ho rammentato la sua dolorosissima tonsillectomia, qualche mese prima del nostro matrimonio e il suo incidente con la vespa, nel quale si scorticò tutto: pancia gambe braccia. Era come l'avessero spellato vivo. Ma, a parte quegli episodi, ha sempre goduto e gode di ottima salute.

 

La nostra bambina era sempre più vivace, autonoma, testarda e a me avversa. Cominciò a frequentare la scuola materna. Le dovemmo mettere gli occhiali per un astigmatismo. Ne faceva fuori un paio alla settimana. Lei pure ebbe problemi con le anche. Portò il cuscino divaricatore dai sei ai nove mesi. Aveva il ginocchio valgo ed il piede piatto, così le ci vollero delle scarpe ortopediche che costavano una fortuna, ma per fortuna potevamo permettercele.

Alla scuola materna dette parecchio da fare alle insegnanti ma nulla in confronto alle elementari. Non le piaceva studiare era molto disordinata, poco attenta. Non stava mai ferma. Non riconosceva la disciplina. Ma tutti le volevano bene lo stesso. Era un micro paesino, quello in cui abitavamo, fatto per lo più di case sparse di piccoli contadini. Una scuola una chiesa un negozio -bar.. Lei era molto intelligente e sveglia. Sapeva quello che voleva e come. Ma non era mai ciò che volevo io.

Lotte per lavarla vestirla, convincerla ad andare in bagno prima di bagnare le mutandine. Lotte che vinceva sempre e solo lei. Non c'era modo che io la convincessi di nulla,.

Poi mi chiedeva ripetutamente di lasciarla sola in casa, non voleva mai venire con me.

Le regalavamo giocattoli in grandi quantità, soprattutto bambole barbie, che lei distruggeva e tagliava con le forbici.

Io cercavo di andarle dietro con le buone ma spesso perdevo la pazienza e gridavo. Una volta le diedi uno schiaffo a mano aperta sul viso. Non ricordo più cose aveva fatto per farmi perdere le staffe così. le rimasero impresse sulla guancia le mie cinque dita per due o tre giorni. Mi sentii un mostro e piansi tra le braccia di suo padre, la notte..

quando lei cominciò ad andare alla scuola materna mi iscrissi all'università di bologna. Facoltà di veterinaria.

I miei amici, che ancora a volte sentivo o vedevo, studiavano tutti. Io cominciai a pentirmi di non aver proseguito gli studi. Mio marito non era d'accordo, non voleva. Anche lui, quando io esprimevo il desiderio di fare od avere qualcosa, reagiva sempre immediatamente con un bel no, come mia madre.

E dovevo impiegare giorni o mesi per convincerlo.

Anche quella volta raggiunsi il mio obiettivo.

Ma non frequentavo le lezioni, studiavo a casa. Il primo esame che diedi fu istologia ma la prima volta ero appena uscita da una polmonite contratta in pieno inverno per aver preso freddo cercando di asciugare un nostro cane fuggito e ritornato tutto bagnato. Per evitare che si ammalasse lei, era la bulldog, lo feci io. Così al primo tentativo, l'esame. non lo passai. Ma poi successivamente presi 28.

in meno di un anno diedi sei esami, di cui uno, chimica inorganica, tre volte.. la mia media era di ventisette. Studiavo da sola e poi andavo qualche giorno ad ascoltare le interrogazioni prima della mia, in modo da rendermi conto ed imparare alcune cose che fossero imprecise sul libro od assenti.

Poi mi misi a preparare anatomia uno. Ma un giorno mentre studiavo cominciai a vedere macchie, lampi, nebbia che offuscava tutto. Capii che i miei occhi stavano male. Mi feci visitare d'urgenza da un oculista che mi trovò una sofferenza alla retina. Un primo distacco. Allora il laser non era cosa usata comunemente. Mi diede delle iniezioni dolorosissime, venti, che feci e poi mi consigliò di indossare lenti a contatto e smettere di studiare.

Fu un colpo pesante, per me. Avevo cominciato ad andare presso la clinica della mia veterinaria per fare pratica, lì mi ero trovata benissimo, avevo conosciuto persone a cui mi ero legata e non potevo pensare di richiudermi in casa a a fare la casalinga. Ma in verità era molto pesante studiare da sola, difficile, senza poter frequentare le lezioni. Tutte le volte che dovevo andare a bologna erano problemi con la bambina e poi mio marito non era assolutamente contento che io studiassi,

così decisi di smettere. Con il cuore a pezzi ma decisi.

Chiesi allora alla mia veterinaria se volesse assumermi per pulire i canili, i box e lavorare nella toelettatura. Lei, avendo già apprezzato le mie doti di lavoratrice, mi assunse subito.

Fu così che imboccai una delle strade maestre della mia vita.

Noi avevamo questi grandi levrieri a pelo ruvido, cugini della fatina bianca. La prima, che poi divenne madre e capostipite,- si chiamava neroli - fu comprata in inghilterra. I tre viaggi che feci in inghilterra furono bellissimi. Due con mio marito in macchina ed uno da sola in aereo, tre giorni, per visitare la più grande esposizione inglese di cani da bellezza.

 

Frequentando i ring delle esposizioni canine ogni domenica, andavo sempre ad ammirare i proprietari di cani a pelo lungo e a guardare come li preparassero per entrare in competizione. La cosa mi affascinava.

In inghilterra acquistai dei libri che tradussi. C'erano foto, schede.

Fu così che imparai. Guardando gli altri ed i libri. E poi sperimentando.

Nella clinica veterinaria avevo conosciuto una donna della mia età.

Mi innamorai perdutamente di lei. Ma lei era sposata, anche se poi si separò perché si innamorò di un altro, a sua volta sposato. Fu quest'ultimo, socio della veterinaria, a condurre la sua amica là.

Lei era assai bella anche se inquietante. Aveva una bambina coetanea della mia. Nacque una immediata sintonia. Avevo ventiquattro anni. Da quel giorno stemmo sempre insieme. Lei veniva da me con il suo amante e in quattro si giocava a mah-jongh. Oppure si usciva a mangiare fuori.. le bambine giocavano insieme. Noi parlavamo parlavamo.

Io capii di essermi innamorata di lei. Ma non glielo dissi mai chiaramente. Le confessai che mi stava accadendo qualcosa di molto strano. lei disse che forse aveva capito ma tutto finì lì... avevo troppa paura che lei mi allontanasse da sé. L'amavo troppo e non potevo stare lontana da lei. Poche ore senza vederla mi sembravano infinite. Per fortuna eravamo sempre insieme.

Lei mi propose di aprire una toelettatura insieme. Accettai.

Iniziò la mia avventura di lavoratrice in proprio. Trovammo una vecchia casa in affitto. Al piano terra sistemammo tutto e organizzammo una toelettatura con vasca tavoli eccetera. Facemmo tutto da soli, comprese piastrelle rivestimenti lavabili eccetera. Anche i nostri mariti ci aiutarono ma io eseguii tutta la parte della pittura sia dei muri che degli infissi, venne benissimo, almeno così ci sembrò. Eravamo orgogliose.

Cominciarono a venire i primi clienti. Ma il lavoro languiva. Erano tempi in cui ancora i cani non erano tenuti così bene come ora. Di certo nelle grandi città era diverso ma in quella piccola cittadina di provincia la gente faceva da sé oppure non faceva affatto.

Io ero felice di stare vicino a lei. Eppure ancora una volte ciò non raggiunse la completa accettazione e consapevolezza.

La sera scrivevo poesie d'amore usando il femminile poi, la mattina, correggevo e parlavo di un fantomatico lui. Per mascherare con lei ed il suo amante il mio evidente stato d'animo alterato spolverai la storia del professore, dicendo che pensavo sempre a lui. Non che non fosse vero, perché in effetti mi mancava moltissimo.

Quando la mia bambina ebbe un paio di mesi e ci sentimmo meglio, una mattina mi recai la liceo con lei, nella sua carrozzina, dopo averle messo la sua tutina più bella.

Con la scusa di farla vedere agli amici che ancora frequentavano le classi inferiori e che mi circondarono subito festosi, la portai a lui. Sapevo quanto amasse i bambini e quanto si rammaricasse di non averne avuti, dato che non si era mai sposato. Così io gli donai la mia bambina, quel mattino. Lui le accarezzò la guancia, guardandola intensamente. Poi girò le spalle ed entrò nella sua classe per fare lezione. Da quel giorno non l'avevo più né rivisto né gli avevo parlato.

Scrissi, in quei mesi, un racconto di un qualcosa che tra noi non era mai avvenuto ma che io immaginavo benissimo. Un modo assai diverso da come si erano svolte le cose. E dissi a lei, facendoglielo leggere, che quella era la verità.

Non so perché lo feci. Non è mia abitudine mentire. Ma lo feci.

Forse per contrapporre io pure un amore al suo, evidente, per il suo amante.

Lei si separò dal marito ed andò ad abitare nelle stanze sopra alla toelettatura. Era una casa piuttosto scalcinata, di certo vecchia , anche se avevamo cercato di rimetterla in sesto il più possibile. Ma non era certo come il bell'appartamento nel quale aveva vissuto con il marito.

Però era comodo con il lavoro ed io non le chiesi mai di pagare l'affitto. Mai. Quindi si adattò. Ero felicissima. Potavamo stare ancora più insieme,

mio marito si ingelosì, cominciò a sentire puzza di bruciato. Da tempo, ormai, io mi rifiutavo di avere rapporti sessuali con lui. Fare l'amore con lui era per me altamente insoddisfacente. Ma non solo. Lo amavo sempre di più come un fratello e sempre meno come un marito.

Lei mi fece notare che ero troppo in carne e mi propose di dimagrire e di cambiare il mio look che comprendeva solo jeans magliette o maglioni.

Mi misi a dieta. Pesavo novanta chili. Nel giro di due anni di notevoli sacrifici arrivai a pesarne 68. il mio minimo storico da adulta. Difficile per me scendere sotto. Indossavo la taglia quarantasei.

Il mio aspetto era notevolmente migliorato, davvero notevolmente... e cambiando look, indossando anche abiti più femminili, tornando qualche volta alle gonne ed ai colori che non fossero il solito nero o blu, mettendo camicette foulard, bluse gilet e vari, ero davvero carina. Mi tagliai i ricci fatti con la permanente e scelsi un taglio alla maschietta, con un po' di basettina. Lei mi insegnò a truccarmi.

Il risultato era notevole.

Ma ciò non bastò a conquistarla. Rimanemmo lì, in quel limbo d'amore. Lei di certo sapeva cosa io provassi per lei. Non si faceva mancare l'occasione si spogliarsi, di fronte a me, di cambiarsi, di fare il bagno. Io, turbata dall'amore ma impassibile, la guardavo, adorando ogni lembo di quella pelle che non sfiorai mai.

Mi accontentavo di passarle soltanto ogni tanto il braccio attorno alle spalle, in una specie di abbraccio un po' scherzoso ed impacciato. Quello fu il mio massimo contatto fisico con lei.

Un grande vuoto cominciò allora a crescermi dentro.

E nulla sembrava riempirlo. Né la vita di famiglia né la casa né gli animali né i cani.. neppure la cavalla. Smisi di fare tutto. L'orto, le pulizie, accudire gli animali. Tanto pensava a tutto mio marito. Faceva tutto. Io lavoravo e cucinavo. Smisi persino di andare a cavallo. Nell'orto gigantesco era cresciuta l'erba. Era ben recintato. E tuba trascorreva lì le sue giornate, libera e felice..

oppure le mancavo??

non lo so, credo di si.

Io andavo da lei, le portavo gli zuccherini e le carote, ma non andai più a galoppare con lei per i nostri sentieri solitari e selvaggi.

 

Il vuoto era enorme. Sapevo, sentivo che io ero altro. Che c'era un amore a cui ancora non avevo avuto accesso e che assolutamente volevo provare e vivere.

Ma pensare di lasciare mio marito mi era impossibile.

trascorsero altri lunghissimi mesi.

Pur se non andavo più a cavallo continuavo a frequentare il circolo ippico per alcune cene o feste alle quali mi recavo sola. Mio marito non faceva parte di quello.

Una sera ad una cena uno degli amici, un uomo assai più grande di me mi fece la corte. Una nuovissima esperienza, per me.

Fino ad allora sembrava che fossi trasparente per gli altri uomini e ragazzi. Ad eccezione di una brevissima storia di sesso quando avevo sedici anni, con un mio vicino di casa, durante uno dei periodi in lui avevo allontanato il mio ragazzo, lui era stato il mio unico uomo, fino ad allora.

Quella sera la corte di uno che credevo fosse solo un amico, mi lusingò assai. Lui mi invitò ad andare a casa sua. Accettai. Viveva solo, era separato. Mi offrì da bere. Ero molto emozionata. Mi baciò. Lascia fare, risposi al suo bacio. Lui cominciò a spogliarmi. Ma io, dentro di me, ero gelata. Solo riuscivo a pensare: che sta facendo, come puoi fare questo a tuo marito. A lui che è la tua vita??

così mi divincolai da quell'abbraccio. Spiegai al mio amico che non avevo mai tradito mio marito e che non lo potevo fare. Lui fu molto comprensivo.. ci ridemmo sopra. E mi riaccompagnò a casa.

Ma il vuoto dentro di me aumentava ed era assordante.

Quell'estate, era il 1981, conobbi un giovane uomo, al mare. Parlammo un pomeriggio intero.

Fu come se tutto il resto del mondo fosse sparito, intorno a me. Lui era bellissimo.

Tornai a casa e vissi giorni in stato di trance. Aspettai che lui si facesse vivo.

Ovviamente questo non accadde.

Ma mi fece capire che io non amavo mio marito. Me lo fece capire in modo inequivocabile.

Così trovai il coraggio e gli dissi a bruciapelo che volevo andarmene. Volevo separarmi.

Per lui fu un duro colpo.

Furono mesi durissimi. Non litigammo mai. Ma la tensione era evidente.

La bambina aveva avuto ed ebbe in quei mesi altri problemi. Una caduta dalla macchina in corsa, per fortuna ad una velocità molto ridotta. La frattura del naso. Sbattendo contro un tavolino. Non stava mai ferma e non ascoltava i miei ammonimenti. Poi ancora convulsioni. Una colica di reni. Facemmo esami e scoprimmo che aveva un rene mobile con l'uretere ritorto. Poi l'appendicite. Era sempre difficilissima da trattare.

Mio marito mi chiese di non lasciarlo, di provare a vivere dandoci reciproca libertà.

Io allora cominciai ad uscire da sola con qualche altra amica, la sera. Ma lui era gelosissimo. Stava troppo male. Io non facevo nulla, non lo tradii mai. ma lui stava troppo male lo stesso.

Così decisi di andarmene, anche se ciò mi spezzava il cuore.

Vendetti il mio appartamento nella città natia, eredità di mio padre. Acquistai una villetta in un limitrofo paesino di mare. E lasciai la mia amata fattoria.

I cani ed i gatti e tutti i superstiti di quella che un tempo era stata una grandissima famiglia animale restarono con mio marito. Il distacco fu crudele ma non potevo pensare di portare in una microscopica abitazione chi era abituato a quella libertà felice. Regalai la mia tuba al circolo ippico, con tutti i suoi finimenti e il suo corredo. Avevo acquistato per lei tutta una serie di cose per farla vivere al meglio: coperte, copertine, fasce linimenti ed altro. La donai con il patto che non sarebbe mai stata ceduta né macellata.

Non tornai mia più a vederla.

Seppi dagli amici del circolo, di cui uno era diventato l'istruttore, delle sue tappe. Trascorse anni portando a spasso per le pinete ed i maneggi bambini ed adulti. Era tornata ad essere parecchio ombrosa, però. Poi ebbe diversi puledri. Quando fu troppo vecchia fu messa al pascolo con altre cavalle che non avevano più possibilità di lavorare. Morì di morte naturale a più di venti anni.

Mi interessai sempre di lei. Ma non la rividi più. Non andai più a cavallo.

Separarmi da lei fu lancinante. Quando, dopo averla cavalcata l'ultima volta, dopo averle tolto la sella, averla spazzolata a lungo e tutta sistemata, la condussi nel box del circolo ippico che divenne la sua nuova casa, stetti a lungo con lei.

Mangiava la sua avena. E ogni tanto prendeva qualche boccata di fieno fresco che le avevo messo a disposizione. La paglia era abbondante pulitissima e croccante, come sempre. Il suo corpo era caldo. La pelle fine come la seta. Il manto lucido. Il respiro profondo. L'abbracciai al collo. Le dissi: ciao tuba, grazie. La baciai sul muso. Poi uscii dal box e chiusi la porta senza voltarmi indietro.

Non piansi neppure.

Quelle lacrime scendono ora dai miei occhi. Mentre scrivo.

Allora la vita mi attendeva. Sapevo che c'era qualcosa di grande, immenso, che dovevo scoprire e vivere. Sapevo che stavo rinunciando a molto. Ma l'impulso verso ciò che mi chiamava era fortissimo e copriva tutto il resto.

Ma ora, che davanti a me ho solo malattia e vuoto, vivo quel distacco come una gravissima perdita.

Le ore che non ho trascorso con lei. Le passeggiate, i galoppi di cui mi sono privata. La bellezza che ho rifiutato. Ora questo mi pesa infinitamente. Ora che darei non so cosa per poter ancora fare una passeggiata a cavallo. Ma non posso né potrò mai più.

 

Anche il distacco dagli altri animali e dalla cosa, dalle mie cose fu terribile.

Lasciai tutto a mio marito. Nella nuova casa misi mobili nuovi.

Presi con me solo i miei effetti personali e quelli della bambina, anzi neppure tutti i suoi perché una parte fu lasciata lì, perché ne usufruisse quando si recava dal padre, nei fine settimana.

Lasciai tutto.

La mia vastissima collezioni di fumetti. I dischi. I libri. I soprammobili. I premi e i trofei dei cani. La biancheria della casa.

Mi sentivo una assassina a distruggere la vita di mio marito. Non potevo sentirmi anche una ladra a rubargli le sue cose.

Non so come riuscii ad andarmene, ma lo feci.

 

Mia madre venne a passare qualche mese con noi.

Ma il problema economico divenne pressante.

Il lavoro in toelettatura non bastava per la sopravvivenza della mia socia ed io, dato che allora eravamo entrambe separate.

Trovai lavoro come cuoca in una paninoteca, nel turno di pranzo.

Mi piacque molto. Ma ci furono tensioni con la mia amica e socia. Inoltre lo stipendio che mi fu offerto dal proprietario del pub, dopo il periodo di prova, fu troppo basso. Allora decisi di acquistare una attività commerciale per me.

Lasciai alla mia socia tutto, attrezzature comprese, non chiedendo nulla, accettando solo una piccolissima cifra che lei volle a tutti i costi darmi. Di certo tra le due quella che eseguiva i lavori più difficili, ed anche quelli più faticosi, ero io. Lei era rimasta fino ad allora come figura subalterna. Ma mi disse che si sarebbe arrangiata.

Feci il corso per l'iscrizione al registro dei commercianti ed acquistai una latteria in un paesino a cinque chilometri da dove abitavo allora.

La pagai una manciata di milioni, chiedendo un prestito. Non è che il lavoro fosse tanto. Ma nel giro di pochissimo, però, triplicò e gli incassi divennero soddisfacenti. Io ci misi tutto il mio impegno. Mi piaceva tantissimo quel lavoro. Il contato con il pubblico. Il latte, il formaggio, la panna il burro.. i dolci..

cercai e trovai prodotti particolari e di ottima qualità per distinguermi dall'altra latteria lontana qualche centinaia di metri che aveva il monopolio nel paesino. Infatti le strappai molti clienti in breve tempo.

Era il 1982.

ero magra bella forte allegra e piena di ottimismo. Tutte le mie sofferenze sembravano sopite. L'aver ritrovato la libertà mi galvanizzava.

Cominciai a frequentare altri uomini.

Uno che avevo conosciuto lavorando in paninoteca. Era un bel giovane allegro e franco. Era sposato, ma io mica volevo risposarmi. Avevo giurato che mai più mi sarei fatta mettere le briglie la collo. Lui era molto galante e splendido. Mi portava in locali di classe. Era davvero bello, stavo benissimo con lui. Non eravamo innamorati, anzi, il sesso non fu mai così esplosivo tra noi. Ma ci divertivamo troppo, insieme.

Riuscii a rintracciare quel bellissimo giovane incontrato in spiaggia. Ci incontrammo ed avemmo una notte d'amore.

Quella si che fu esplosiva. Ma lui mi confessò di essere sposato e di avere un bambino piccolo. E sparì.

Ne ero innamorata?? di certo profondamente attratta. Soffrii. Cercai di convincerlo a rivederci. Lui rifiutò sempre. Quello che avevamo vissuto quella notte era stato troppo forte e lo aveva spaventato.

Ma la vita mi chiamava ad altro.

Mentre frequentavo regolarmente il primo giovane, ebbi altre storie. Soprattutto con un altro che era molto passionale..

mi sentivo una dea.

C'era poi sempre mio marito che mi faceva regali, con il quale ebbi ancora incontri. Facemmo persino di nuovo sesso.. perché io ero diventata così bella così diversa.

Mi ero comprata dei begli abiti, cose fini, eleganti. Sobrie ma di gusto.

Ho pochissime foto di quel periodo ma mi mostrano davvero una splendida giovane donna. Le lenti a contatto mi permettevano di mostrare i miei occhi, che erano notevoli. Mi feci allungare di nuovo i capelli. Ne avevo ancora tantissimi. Mi truccavo. Ero molto femminile.

La convivenza con mia madre e mia figlia non era affatto semplice. Tutt'altro. Ma ormai la famiglia era per me una parte tangenziale della mia vita.

Giocavo a tennis tre volte alla settimana. Con mio marito. In quello, che facevamo da anni, ormai, non riuscimmo a separarci.

Mi sentivo benissimo.

Il sabato sera andavo a ballare in una sala dove si recavano per lo più uomini e donne sopra i trent'anni, in cerca di storie. Andavo da sola. Ed era terribilmente eccitante.

Ebbi diverse avventure di una notte.

A novembre, il 27, uscendo di casa sentivo chiarissimo il segno della predestinazione. Infatti conobbi lui.

Quello che divenne il secondo amore della mia vita e mio secondo marito.

Fu un colpo di fulmine per entrambi.

Io lo trovai bellissimo, tenebroso intelligente. Perché lo era.

Ci tuffammo a capofitto in una storia. L'attrazione fisica tra noi era potentissima. Fin da subito ci legammo in amplessi esplosivi e completi tra amore e piacere. Fu la prima volta che provai l'estasi con lui. Almeno, l'assaggio.

Ma lui mi disse che non voleva legami. Ci vedevamo massimo due volte alla settimana, a volte neppure una. Ed io continuai a frequentare anche gli altri.

Il mio primo marito mi amava e non vedeva altre all'infuori di me. Gli altri due miei amanti erano i miei cavalieri serventi pronti a soddisfare i miei capricci. Il lavoro andava sempre più a gonfie vele. Acquistai una piccola auto nuova. Presi un cane, un altro levriero a pelo raso.

La vita mi sorrideva.

Il mondo era stretto nel mio pugno. Che io guardavo con soddisfazione e senso di potere.

 

 

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Commenti: 4
  • #1

    milly (domenica, 16 dicembre 2012 12:47)

    non ha nessuna importanza, la realtà è ciò che vivi...
    se anche le cose fossero andate diversamente, non avrebbe nessuna importanza!!
    la realtà è relativa all'osservatore
    e chi osserva la muta

  • #2

    ariannaamaducci (domenica, 16 dicembre 2012 13:04)

    grande saggezza, nelle tue parole..
    ma è che ho nelle orecchie tante voci che mi dicono: non è vero, non è andata così..
    ho tante voci che mi accusano.
    questo mi crea scompenso e dolore..

    ciao milli, grazie.. magari fra un po' ci seniamo, se vuoi..

  • #3

    milly (lunedì, 17 dicembre 2012 03:08)

    e imparare ad ascoltare te stessa??
    mica sarebbe una cattiva idea....
    come diceva il divin poeta:
    non ti curar di lor ma guarda e passa

    e speriamo che domani skype funzioni un po' meglio!!

  • #4

    ariannaamaducci (lunedì, 17 dicembre 2012 08:36)

    cara milly,
    no di certo una cattiva idea non è ma temo sia un po' lontana dalla mia natura.
    più facile per me, ora, cercare di accettare e dimenticare.
    e non aggiungere assolutamente nuove voci al coro discorde.

    sperando che oggi skype funzioni meglio.. l'ho installato di nuovo..
    a più tardi... <3